Spiritual Front – Amour Braque

Amour Braque è il sesto episodio di una carriera discografica costellata di luci: la poetica del gruppo romano è pressoché unica, una commistione fra neo folk, rock per arrivare ad una formula davvero originale.

Torna uno dei migliori gruppi italiani, gli Spiritual Front da Roma.

Questo gruppo è molto apprezzato all’estero più che in Italia, ma potete rimediare ascoltando questa ultima prova. Il percorso musicale degli Spiritual Front è qualcosa in unico in Italia e non solo, una continua ricerca di tradurre in musica la potenza e la decadenza dei sentimenti umani. Ci si era lasciati cinque anni fa con la raccolta Open Wounds, che era una cesura nei confronti di quanto fatto fino a quel momento. Amour Braque è il sesto episodio di una carriera discografica costellata di luci, cosa notevole per un gruppo che ama il buio e le tenebre. Tutto cominciò nel 1999 per mano di Simone H. Salvatori, deus ex machina del gruppo e una delle figure più complete e singolari del panorama underground. Il gruppo suona in maniera splendide ballate per una gioventù nichilista, con un disco traboccante di sentimenti e di letti sfatti, sguardi assassini e coltelli che volano verso petti offesi dall’amore. La poetica del gruppo romano è pressoché unica, una commistione fra neo folk, rock per arrivare ad una formula davvero originale. Gli Spiritual Front tracciano percorsi gotici, luci ed ombre in narrazioni sempre interessanti, con un passato che è solo di chi lo ha vissuto, donne e amori che nono finiscono bene. Come in una notte romana troviamo violenza, sesso, amore, malinconia e soprattutto tanta vita, perché la vita è dolore, e dobbiamo combattere sul fronte dello spirito. Simone conduce amabilmente le danze, in un abbraccio sadomaso davanti ad una villa di vampiri, con dolcezza e forza come sempre. Stilisticamente il disco non si discosta dai precedenti, è forse più melodico e senza certe asperità di inizio carriera, sinceramente è difficile essere parziali con un gruppo che o si ama o si odia, ogni suo disco è comunque un’esperienza particolare e speciale, uno scendere all’inferno con Hellvis, ed è bellissimo. Da segnalare la presenza di grandi ospiti del calibro di King Dude e Matt Howden, fra gli altri.

Tracklist
1.Intro/Love’s Vision
2.Tenderness Through Violence
3.Disaffection
4.The Abyss Of Heaven
5.Children Of The Black Light
6.Pain Is Love
7.Beauty Of Decay
8.Devoted To You
9.This Past Was Only Mine
10.Battuage
11.An End Named Hope
12.The Man I’ve Become
13.Vladimir Central

Line-up
Simone “Hellvis” Salvatori: Vocals and acoustic Guitar
Andrea Freda: Drums
Riccardo Galati: Guitars

SPIRITUAL FRONT – Facebook

Hortus Animae – Piove Sangue – Live in Banská Bystrica

Piove Sangue – Live in Banská Bystrica è un gradito cadeau che, come contraltare, ci spinge a chiedere a Martyr Lucifer e ai suoi compagni di dare finalmente un seguito a Secular Music: i tempi paiono essere maturi.

Gli Hortus Animae sono una delle band icona del nostro metal estremo, in virtù di una discografia non ricchissima dal punto di vista quantitativo ma di valore inestimabile se la si misura attraverso parametri qualitativi.

Piove Sangue è il primo live offerto dalla band romagnola, guidata da Martyr Lucifer, che viene immortalata in quel di Banská Bystrica, amena località slovacca che ospita ogni anno un festival sempre molto ben frequentato.
Il set offerto è relativamente breve ma esaustivo delle varie fasi della carriera degli Hortus Animae, partendo dall’iniziale Furious Winds/Locusts, che era anche la traccia di apertura del seminale The Blow Of Fuorious Winds, per passare poi alle melodie chitarristiche che caratterizzano Chamber of Endless Nightmares e gli umori gotici di Doomsday (quest’ultima in versione accorciata), tratte dall’ultimo album di inediti Secular Music, per arrivare poi al Medley che assembla brani provenienti dal primo demo del 1998, An Abode for Spirit and Flesh, e dal successivo full length d’esordio The Melting Waltz, e all’ultimo inedito There’s No Sanctuary, facente parte dell’omonimo ep del 2016, altra canzone che mostra il caratteristico connubio tra metal estremo e sonorità gothic wave.
Come da abitudine consolidata anche nei lavori in studio, gli Hortus Animae chiudono questa celebrazione dei loro vent’anni di attività con la cover slayaeriana di Raining Blood (ecco spiegato il titolo dell’album) che vede quale ospite alla voce di Freddy Fredich degli storici thrashers tedeschi Necronomicon, con i quali i nostri hanno condiviso il tour europeo.
Piove Sangue – Live in Banská Bystrica è un gradito cadeau che, come contraltare, ci spinge a chiedere a Martyr Lucifer e ai suoi compagni di dare finalmente un seguito a Secular Music: i tempi paiono essere maturi.

Tracklist:
1. Furious Winds / Locusts
2. Chamber of Endless Nightmares
3. Doomsday
4. Medley: I – In Adoration of the Weeping Skies, II – Cruciatus Tacitus, III – Souls of the Cold Wind
5. There’s No Sanctuary
6. Raining Blood

Line-up:
Martyr Lucifer – vocals
Hypnos – guitars
Bless – keyboards
Adamant – bass
MG Desmadre – guitars
GL Ghöre – drums

HORTUS ANIMAE – Facebook

Hypnotheticall – Synchreality

Melodia ed irruenza, tecnica ed emotività, si danno il cambio nella struttura dei brani, in un ibrido davvero riuscito ed a suo modo originale, con il gruppo che appaga in egual misura i fans della tecnica e quelli che in un disco cercano sempre e comunque delle canzoni.

Con il supporto della Revalve Records tornano sul mercato discografico i vicentini Hypnotheticall, ex Whispered Lies, band attiva dall’alba del nuovo millennio con il nuovo monicker e arrivata oggi al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Il gruppo capitanato dal chitarrista Giuseppe Zaupa, fondatore ed unico membro originale rimasto in line up, suona metal progressivo, tecnicamente ineccepibile, moderno e roccioso, senza perdere di vista quei tratti melodici che ne fanno una proposta molto interessante per i molti palati abituati ai gustosi ricami che infarciscono la musica progressive.
Con due anime ben distinte amalgamate in un unico sound, Synchreality giunge ad una stretta di mano tra il metal prog di stampo classico e quello moderno: quindi, se da una parte troviamo il classico suono alla Dream Theater, e per rimanere in Italia, Eldritch, dall’altra certe scelte a livello ritmico portano ai Tesseract e alle band dei giorni nostri.
Melodia ed irruenza, tecnica ed emotività, si danno il cambio nella struttura dei brani, in un ibrido davvero riuscito ed a suo modo originale, con il gruppo che appaga in egual misura i fans della tecnica e quelli che in un disco cercano sempre e comunque delle canzoni, anche in un genere dalle trame intricate.
Dieri che gli Hypnotheticall ci riescono senza grossi sforzi, il sound scorre piacevolmente lasciando all’ascoltatore una manciata di brani intriganti come l’estrema Tribal Nebula, dalle accelerazioni thrash, la moderna Industrial Memories e la devastante Rumors, che torna a far male dopo le note lievi della ballad In Hatred.
Un ottimo lavoro questo Synchreality, che prende posto di diritto tra le numerose ed imperdibili uscite che il genere regala con costanza negli ultimi tempi, specialmente per quanto riguarda i gruppi battenti bandiera tricolore.

Tracklist
01. Synchronism To The Light
02. Where All The Trees Bend
03. Tribal Nebula
04. The Spell
05. Industrial Memories
06. Dreaming In Digital
07. Solstice Of Emotions
08. In Hatred
09. Rumors
10. AnalogDream Experience

Line-up
Davide Pellichero – Vocals
Giuseppe Zaupa – Lead &RhythmGuitar, Programming
Luca Capalbo – Bass
Giulio Cariolato – Drums

HYPNOTHETICALL – Facebook

Mascharat – Mascharat

I milanesi Mascharat sono una black metal band piuttosto particolare, se non per il sound che è abbastanza aderente agli schemi compositivi classici, sicuramente per le tematiche affrontate.

Il monicker scelto, infatti, indica la via concettuale intrapresa dal gruppo, che affronta nel corso dell’album, non a caso autointitolato, il tema della maschera e in genere del travestimento quale allegoria, con riferimenti specifici al rito del carnevale veneziano, evento nel corso del quale, soprattutto nel remoto passato, la possibilità per ogni individuo di celare la propria identità portava per un breve periodo ad un livellamento sociale oltre a fornire un pretesto per dare sfogo a pulsioni represse consentite appunto dall’anonimato.
Venendo all’aspetto prettamente compositivo, siamo di fronte ad un black metal piuttosto tradizionale, anche se non troppo ruvido, cantato in italiano e bene eseguito e prodotto, all’interno del quale non si rinuncia comunque a momenti più riflessivi.
L’album parte con due brani che facevano parte del demo pubblicato nel 2014, tra le quali una traccia molto lunga come Médecin de peste, dal testo interamente in francese, e tutto sommato non si percepisce un grande scostamento rispetto ai brani di più recente composizione, se non una maggiore propensione all’interno di questi ultimi verso melodie inquiete e passaggi più ricercati (per esempio il finale madrigalesco di Mora che sfuma nello strumentale Vestibolo).
Mascharat è un lavoro nel quale la band lombarda dimostra una lodevole chiarezza d’intenti e una profondità espressiva che fornisce un tocco in più anche negli stessi momenti aderenti al black più tradizionale: i testi nella nostra lingua, declamati con uno screaming aspro ma comprensibile, non sono affatto banali e costituiscono più che in altri casi un elemento importante nell’economia dell’opera.
Complessivamente ci troviamo di fronte ad un album di valore, alla luce anche della sua perfettibilità, rinvenibile soprattutto nella tendenza a diluire eccessivamente i contenuti, in quanto nell’ambito di un black metal piuttosto ortodosso offrire brani superiori o vicini ai dieci minuti di durata è inusuale e anche un po’ rischioso, benché uno dei più lunghi, Iniziazione, con i suoi accenni doom nella parte centrale, si riveli alla fine uno degli episodi migliori del disco.
Con questo omonimo esordio su lunga distanza i Mascharat finalizzano un lavoro avviato agli inizi del decennio e, nel contempo, pongono solide le basi per il loro futuro percorso musicale.

Tracklist:
1. Intro
2. Bauta
3. Médecin de peste
4. Mora
5. Vestibolo
6. Simulacri
7. Iniziazione
8. Rito
9. Outro

MASCHARAT – Facebook

Will’O’Wisp – Mot

Se qualcuno necessitasse di un’opera da esibire quale esempio di death metal “progressivo ” nell’accezione più autentica del termine, Mot ne sarebbe l’ideale e più fedele istantanea.

I liguri Will’O’Wisp sono una tra le molte band la cui attività è iniziata nel secolo scorso e che, dopo una lunga interruzione, ha ritrovato impulso in questo decennio segnalandosi di nuovo all’attenzione delle frange di ascoltatori più attenti alle forme di metal estremo ed obliquo.

La ripartenza, avvenuta nel 2012, ha visto il fondatore Paolo Puppo radunare attorno a sé musicisti di comprovato spessore, a partire da Jacopo Rossi (Nerve, Antropofagus ed attuale spalla compositiva di Mike nei Dark Lunacy) al basso, Oinos (ex-Sadist e Node) alla batteria e alle tastiere, ed Emanuele “Deimos” Biggi (Mortuary Drape) alla voce.
Mot è quindi il terzo full length (dopo Kosmo ed Inusto) pubblicato da questa nuova incarnazione dei Will’o’Wisp, ed il quinto se consideriamo i primi due risalenti rispettivamente al 1997 (Enchiridion) e al 2001 (Unseen): a giudicare dal contenuto del lavoro si può tranquillamente affermare che oggi la band è una delle migliori espressioni in circolazione del death metal dalle sembianze technical/progressive, soprattutto perché l’abilità strumentale dei singoli viene messa al servizio di un songwriting pirotecnico, ma sempre focalizzato sull’imprescindibile forma canzone, unico antidoto al tecnicismo fine a sé stesso.
Gli undici brani contenuti nell’album sono sferzate brevi, violente ed imprevedibili, con l’apporto di “armi” non convenzionali come archi, fiati, percussioni e voci liriche offerte da una lunga serie di ospiti provenienti dalla scena genovese, incluso il più illustre di tutti,Tommy Talamanca, che ha offerto da par suo alcuni pregevoli passaggi di chitarra solista, oltre ad essersi occupato della produzione di Mot presso i suoi Nadir Studios.
E’ proprio grazie a tutto questo che ogni singola traccia possiede una vita propria e risulta funzionale alla riuscita di un album che non conosce punti deboli, regalando una serie di episodi micidiali come Throne of Mekal, Rephaim, Descending to Sheol e Rain of Fire, nei quali la base estrema viene messa costantemente in discussione dalle incursioni degli elementi sopracitati, con l’effetto di rendere il tutto irresistibile anziché frammentario, come si poteva paventare.
Un merito questo, da attribuirsi in toto a questo gruppo di musicisti capace di lasciare il segno con un lavoro snello per durata, ma sferzante e tagliente per effetto: se qualcuno necessitasse di un’opera da esibire quale esempio di death metal “progressivo ” nell’accezione più autentica del termine, Mot ne sarebbe l’ideale e più fedele istantanea.

Tracklist:
1. I Am Pestilence
2. Throne of Mekal
3. The Seven
4. Rephaim
5. Hall of Dead Kings
6. Banquet of Eternity
7. Descending to Sheol
8. Those of the Annihilation
9. Kavod
10. Rain of Fire
11. MLKM

Line-up:
Paolo Puppo – Guitar
Jacopo Rossi – Bass
Oinos – Drums, Keyboards
Deimos – Vocals

Guests:
Elisabetta Boschi – Flute
Micol Picchioni – Harp
Gabriele Boschi – Violin
Tommaso Sansonetti – Timpani
Gigi Magnozzi – Viola
Lorenzo Bergamino – Marimba
Benedetta Torre – Vocals (soprano)
Daniele Barbarossa – Vocals (additional)
Tommy Talamanca – Guitar
Andy Marchini – Bass

WILL’O’WISP – Facebook

Gianluca Magri – Reborn

Un buon inizio per il chitarrista bellunese, che ci fa testimoni della sua bravura in un contesto armonioso e mai fine a sé stesso.

Debutto solista per il chitarrista bellunese Gianluca Magri, con un passato nella metal band Phaith, con la quale ha inciso un album nel 2011 (Redrumorder).

In questa nuova avventura discografica, intitolata Reborn, il musicista nostrano affida il basso alle mani di Diego Maioni, la batteria a Raffaele Fiori ed i tasti d’avorio a Lorenzo Mazzucco per dar vita alla sua idea di rock strumentale, assolutamente fuori dai binari ipertecnici dei guitar heroes, ed orientati come spesso accade tra le nuove leve verso una forma canzone che ne facilita la fruibilità.
Anche se in poco più di una ventina di minuti, ma sicuramente di buon livello, Reborn ci presenta un musicista preparato ed assolutamente in grado di ben figurare nel vasto mondo del rock/metal strumentale, con cinque brani che passano in rassegna le varie ispirazioni che hanno portato Magri ad imbracciare una sei corde, dai Led Zeppelin, a Gary Moore e Satriani, con un occhio agli anni settanta quanto al metal del decennio successivo.
Bellissime e varie, a mio parere, sono Snowballed e A.D.R., cuore di questo gioiellino strumentale iniziato con la title track (brano alla Satriani) e Cloudbreaker, poi concluso con le armonie acustiche e zeppeliniane della sognante Atlas Bound che prova a far rivivere la magia di Bron-Y-Aur, dal mastodontico Physical Graffiti.
Un buon inizio per il chitarrista bellunese, che ci fa testimoni della sua bravura in un contesto armonioso e mai fine a sé stesso.

Tracklist
1.Reborn
2.Cloudbreaker
3.Snowballed
4.A.D.R.
5.Atlas Bound

Line-up
Gianluca Magri – Guitars
Diego Maioni – Bass
Raffaele Fiori – Drums
Lorenzo Mazzucco – Hammond, Synth

GIANLUCA MAGRI – Facebook

Confine – Incertezza Continua

In apparenza i Confine sembrano disimpegnati, la verità è che si divertono e fanno le cose “estremamente” per bene, senza prendersi troppo sul serio e facendoci passare un gran bel quarto d’ora.

Da casa al lavoro, da lavoro al supermercato, dal supermercato (o bar) a casa e così via. Testa china e pedalare, attento a non fare danni o a non farti male.

Anche se dentro hai il fuoco che arde, la voglia di spaccare tutto, perché tu non ci credi in Dio, nel benessere materiale, nella giustizia o nella patria. Allora devi ascoltare i Confine, non saranno la tua zona di conforto, ma sarà un disco che ti farà ribollire le vene, perché questo è ciò che deve fare. Hc punk non velocissimo, ma inesorabile e corrosivo, con un suono d–beat, il cantato in italiano e tanta, tanta sostanza. Nati nel 2013 a Cavarzere, in provincia di Venezia, i Confine sono il risultato dell’amore verso un hardcore punk molto bastardo, con inserti grind e pennellate thrash. Il disco dura un quarto d’ora, è davvero potente e diretto, con testi che parlano di vita e di odio, di rabbia verso la religione ma anche verso noi stessi che non riusciamo ad uscire dalle nostre gabbie. Il suono come detto è corrosivo ma non velocissimo, e l’impasto voce e musica lo rende additivo, ascolti il disco in loop continuo, perché c’è qualcosa di finemente diabolico. Canzoni come Franco sono la perfetta descrizione di cosa siamo, e sono anche una botte di hardcore a trecentosessanta gradi. In apparenza i Confine sembrano disimpegnati, la verità è che si divertono e fanno le cose “estremamente” per bene, senza prendersi troppo sul serio e facendoci passare un gran bel quarto d’ora. Dopo il già ottimo C.I.O.D.E. i Confine si confermano come uno dei migliori gruppi hc italiani.

Tracklist
1.La Favola Di Dio
2.Pargolo
3.Franco
4.Infamia
5.Maurizio IV
6.Pozzo Strada
7.Magone
8.La Mia Recita
9.La Tesi
10.Incertezza Continua

Line-up
Maximilian Goldberg – Voce
Andrea Bottin – Chitarra/Cori
Marco Tumiatti – Basso/Voce
Alessandro De Zanche – Batte

CONFINE – Facebook

Apocryphal – When There Is No Light

When There Is No Light è un album vivamente consigliato a chi predilige un black metal dai tratti aderenti alla tradizione ma nel contempo curato a livello di sonorità e credibile dal punto di vista lirico e concettuale.

L’esordio su lunga distanza dei veronesi Apocryphal ci riporta ad un black metal essenziale e sostanzialmente privo di sbocchi melodici of atmosferici.

La band veneta, che ha mosso i suoi primi posso con il demo titolo nel 2015, tiene fede al proprio monicker incentrando il lavoro sugli scritti cosiddetti apocrifi, ovvero quelle parti di nuovo e vecchio testamento che non trovano posto nelle versioni divulgate dalla Chiesa cattolica in quanto ufficialmente non attendibili ma, sostanzialmente, poiché riportano molti dei fatti che ci sono stati tramandati da un punto di vista diverso e soprattutto capaci di mettere in dubbio certe verità acquisite.
Se ne deduce che When There Is No Light possiede un carico fortemente antireligioso, e lo strumento utilizzato per veicolare ciò che la storia ha relegato ai margini è il ricorso al genere estremo misantropico e blasfemo per eccellenza.
Come detto il black metal degli Apocryphal  è diretto e volto a giungere all’obiettivo senza troppi fronzoli né giri di parole,: linearità però non è automaticamente sinonimo di semplicità e così il quartetto veneto mette in scena una dimostrazione magari priva di particolari picchi ma di grande compattezza in ogni sua parte; spicca su tutti gli altri un brano come Under the Black Flag of Babilonia, bella cavalcata dai ritmi intensi ma non esasperati e che beneficia anche di un efficace intro basato su sonorità etniche di matrice orientale.
When There Is No Light è un album vivamente consigliato a chi predilige un black metal dai tratti aderenti alla tradizione ma nel contempo curato a livello di sonorità e credibile dal punto di vista lirico e concettuale.

Tracklist:
1. The Call of War
2. Evoching Satan
3. Offer to Stars
4. Violence of Unique God
5. Under the Black Flag of Babilonia
6. Midnight Sky
7. Original Glory
8. Last Pagan Night

Line-up:
Matteo Baroni Bass
Diego Gini Drums
Fabio Poltronieri Guitars
Gianmarco Bassi Vocals

Siksided – Leave No Stone Unturned

Leave No Stone Unturned vive di grunge nevrotico e di prog metal e ne esce una raccolta di brani che alterna rabbiose atmosfere metalliche a tracce e sfumature rock oriented, sempre legate da un buon lavoro ritmico e chitarristico.

Torniamo a parlarvi di musica rock ispirata agli anni novanta, decennio importantissimo per lo sviluppo del metal/rock, da quello più estremo fino alle contaminazioni crossover generate aldilà dell’Atlantico e che fecero coppia con l’esplosione dei suoni hard rock, dal grunge all’ alternative.

Il secondo decennio del nuovo millennio si può certo considerare come la maturazione del frutto nato dall’albero piantato trent’anni fa da quei gruppi che, in un batter d’occhio, si ritrovarono sulle copertina delle riviste specializzate e con i propri in video in rotazione su MTV.
In Italia non mancano certo ottime realtà che si affacciano sul mercato underground ispirate dai grandi nomi del genere, una scena (se si può parlare di scena riguardo al metal/rock nel nostro paese) che regala proposte di valore come i Siksided, freschi di debutto sulla lunga distanza con Leave No Stone Unturned, traguardo raggiunto dopo quasi otto anni dalla nascita del gruppo con base a Trieste.
Dopo vari cambi di formazione ed un demo di cinque brani licenziato quattro anni fa, la band ci regala un’opera che dell’alternative metal attinge la forza, dal grunge l’irruente intimismo e dal progressive moderno quella nobiltà compositiva e cerebrale che avvicina il sound alle opere di Tool ed A Perfect Circle.
In effetti, come scritto nelle note di accompagnamento dell’album, Leave No Stone Unturned vive di grunge nevrotico e di prog metal e ne esce una raccolta di brani che alterna rabbiose atmosfere metalliche a tracce e sfumature rock oriented, sempre legate da un buon lavoro ritmico e chitarristico.
Disposable Livings, Charon, Batlant Quiet, Desert e la conclusiva pinkfloydiana Defaced sono i brani più esaustivi per chi vuol conoscere il gruppo nostrano, ma tutto l’album funziona così da meritarsi una promozione a pieni voti.

Tracklist
1.Disposable livings
2.Leaf
3.Fragments
4.Meant to be
5.Charon
6.New savior
7.Blatant quiet
8.Desert
9.Defaced

Line-up
Delano – Guitar
Paolo – Drums
Jeff – Guitar
Wolly – Bass
Xander – Voice

SIKSIDED – Facebook

Astrolabio – I paralumi della ragione

La dimostrazione che il vero prog può esistere ancora, anche e soprattutto nel nostro paese, dove la tradizione al riguardo di certo non manca.

Veronesi, gli Astrolabio esistono dal 2009 (sono sorti dalle ceneri degli Elettrosmog, autori nel 2007 del buonissimo Omologando).

Il quartetto propone un validissimo rock progressivo italiano, cantato quindi in lingua madre (e non a caso questo I paralumi della ragione esce per la Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa, che tanto ha scritto e ha fatto per il rock tricolore di qualità, specialmente underground). L’orientamento della band scaligera è da subito molto analogico e settantiano, caldo e valvolare. Liricamente, si va da squarci più intimi a testi più impegnati, anche qui in linea, del resto, con i nostri anni ’70. La libertà espressiva si candida, in questi solchi, ad essere la vera e propria cifra stilistica del gruppo veneto, che rifugge dai vincoli legati al genere e spazia non poco, anche a livello strumentale, oltre che di songwriting. Poca elettronica comunque, e moltissimo rock classico, scritto e arrangiato appunto in chiave prog. Tra Osanna e Locanda delle Fate (e gli Astrolabio hanno suonato dal vivo, fra l’altro, con entrambi): questi gli orizzonti del lavoro, che senz’altro incontrerà i favori di quanti giustamente amano queste sempreverdi ed eterne sonorità, belle e senza tempo. Un invito, quasi, a meditare, sull’oggi e sullo ieri. Rock e poesia in nome del prog, detto altrimenti. Un esperimento davvero riuscito.

Tracklist
1- Dormiveglia 1
2- Nuovo Evo
3- Una Cosa
4- Pubblico Impiego
5- Arte(Fatto)
6- Otto Oche Ottuse
7- La Casa di Davide
8- Sui Muri
9- Dormiveglia 2

Line-up
Michele Antonelli – Guitars / Vocals / Flute
Alessandro Pontone – Drums
Paolo Iemmi – Bass / Vocals
Massimo Babbi – Keyboads

https://it-it.facebook.com/AstrolabioRDI/

The Crystal Flowers – Crystallized

I fiori di cristallo ornano ancora oggi, come negli anni a cavallo tra i 60′ e 70′, il collo degli amanti della cultura rock di quel periodo, delicati ed eleganti ad un primo sguardo, ma resistenti agli impulsi elettrici dell’hard rock e del blues.

I fiori di cristallo ornano ancora oggi, come negli anni a cavallo tra i 60′ e 70′, il collo degli amanti della cultura rock di quel periodo, delicati ed eleganti ad un primo sguardo, ma resistenti agli impulsi elettrici dell’hard rock e del blues.

La loro arma migliore è il ritmo, un costante fiume di note che sono il di quel rock divenuto in quegli anni il genere più importante sia a livello musicale che sociale.
E i The Crystal Flowers il rock duro infarcito di atmosfere rhythm and blues lo sanno suonare come meglio non si potrebbe, regalandoci poco più di mezzora di grande musica che ferma il tempo e comincia a far scorrere il calendario al contrario, tornando ai tempi delle grandi kermesse musicali in parchi newyorkesi, su qualche isoletta britannica o semplicemente in piccole città rurali come la storica Bethel.
Crystallized non è affatto una mera operazione nostalgica, bensì un sincero e coinvolgente tributo ai nomi che più hanno segnato la storia della nostra musica preferita, con l’opener Ain’t Alright che ci dà il benvenuto tra il profumo inebriante dei petali cristallizzati di fiori color rosso sangue.
Sanguigni, appunto, come il blues, il quale accoppiandosi con il rock diventa una micidiale macchina ritmica, supportata da riff e sfumature maleducate quando entrano in noi senza permesso e ci fanno muovere il piede a tempo con le note sprigionate dagli strumenti, come in Unturned, Calling o la magnifica Broken Glass.
Oggi molte delle atmosfere di Crystallized vengono catalogate come southern, genere cool di questi tempi, ma è fondamentale sottolineare che quello che troviamo nell’album è solo rock’n’roll, suonato da questi esperti musicisti con la dovuta sagacia e senza alcun timore di apparire poco originali.
Troverete così un po’ di Rolling Stones, e poi Led Zeppelin, Cream, Lynyrd Skynyrd, Bob Dylan e i The Beatles: tutto sarà riflesso in un mazzo di fiori di cristallo e sarà bellissimo avere il privilegio di osservalo e, soprattutto, di ascoltarlo.

Tracklist
1.Ain’t alright
2.Unturned
3.Calling
4.Me Changed
5.Wastin’ Vision
6.Goin’
7.Greed
8.Broken Glass
9.Next To Nothing Next To All
10.Within Our Days

Line-up
Fauxcul – Voice and Guitars
Steve – Guitars
Grit – Bass
Moran – Drums

THE CRYSTAL FLOWERS – Facebook

Foredawn – Foredawn

I Foredawn ci travolgono, inarrestabili, con una tracklist che non conosce pause, urgente, diretta e senza fronzoli, uno schiaffo gotico e alternativo che non mancherà di lasciare il segno sui visi degli amanti del rock/metal nascosto tra le ombre della notte.

Album di debutto per questa alternative gothic metal band lombarda, che ci investe con tutta la sua elegante energia con Foredawn, lavoro omonimo licenziato dalla The Jack Music Records.

Il quartetto milanese è composto dai fratelli Franco (Irene e Ivan), rispettivamente cantante e batterista e dalle sei corde di Mattia “Tia” Stilo e Riccardo Picchi.
Una voce sinuosa ma anche potente e metallica, ritmiche sostenute e chitarre heavy che si lasciano ammaliare da sfumature gotiche ed impulsi alternativi si uniscono per dar vita ad un prodotto molto interessante.
Dall’ascolto dei dieci brani più la cover del classico ottantiano You Spin Me Round dei Dead Or Alive, esce allo scoperto una band coesa, con un sound di livello ed alquanto personale anche se, inevitabilmente, qualche accostamento con realtà più affermate non manca (Lacuna Coil ed Evanescence).
Rispetto a molti gruppi del genere i musicisti milanesi hanno un approccio più heavy, le chitarre sono presenti in modo massiccio e non solo ritmicamente parlando, ma assurgendo a ruolo di protagoniste con assoli che si conficcano in cuori metallici che pompano adrenalina sotto i colpi inferti da Eternal Flight, Insidious Dark o la cavalcata hard & heavy Nightmare, ultima traccia originale prima di lasciare il gran finale alla rocciosa cover che abbiamo citato in precedenza.
I Foredawn ci travolgono, inarrestabili, con una tracklist che non conosce pause, urgente, diretta e senza fronzoli, uno schiaffo gotico e alternativo che non mancherà di lasciare il segno sui visi degli amanti del rock/metal nascosto tra le ombre della notte.

Tracklist
1.Cliffs Of Moher
2.Eternal Fight
3.Insidious Dark
4.Tears Are Fallen
5.Buried Hopes
6.Nightfire
7.Stronger
8.I Stay Here
9.Signs
10.Nightmare
11.You Spin Me Round (Like a Record) – Dead Or Alive Cover feat. Emi (Wolf Theory/Mellowtoy)

Line-up
Irene “Ire” Franco – Vocals
Ivan Franco – Drums
Mattia “Tia” Stilo – Guitar
Riccardo Picchi – Guitar

FOREDAWN – Facebook

Lenore S. Fingers – All Things Lost On Earth

Un disco così profondo, intenso e nel contempo delicato, poteva scaturire solo dall’incontro tra il triste disincanto del gothic dark di matrice nordica ed il tepore mediterraneo, capace di sciogliere il ghiaccio trasformandolo in lacrime liberatorie.

Quando, nel 2014, uscì un album come Inner Tales, era apparso subito evidente che ci si trovava di fronte all’epifania di un talento unico e cristallino come quello della giovanissima musicista calabrese Federica “Lenore” Catalano.

Restava solo da confermare quanto di buono già mostrato in quel frangente ed è valsa, così, la pena d’avere atteso diverso tempo prima di poter ascoltare il seguito di quel bellissimo disco: All Things Lost on Earth è un’opera che riconcilia con il gothic contraddistinto da voce femminile chiunque avesse in uggia questo tipo di soluzione.
Già, perché qui non c’è nulla di scontato e pianificato a tavolino, solo una decina di canzoni splendide, interpretate da una cantante dalla voce particolare e personale, aiutata da una band perfetta nel proprio ruolo di robusto e, al contempo, atmosferico supporto.
Nel sound dei Lenore S. Fingers confluisce un’inevitabile serie di influssi provenienti da band differenti, ma aventi quale comune denominatore la capacità di produrre musica intrisa di malinconico trasporto (Novembre, Katatonia, The Gathering era Anneke, su tutte), e da ciò ne scaturisce un sound che produce il risultato tutt’altro che scontato di non assomigliare ad un modello specifico.
All Things Lost On Earth è un lavoro che possiede la forza di resistere ad una tripletta iniziale di brani talmente belli che renderebbe superfluo il prosieguo di qualsiasi altra tracklist: My Name Is Snow è una sorta di intro, con la voce di Federica che si appoggia sul tappeto strumentale creato dall’ospite Anna Murphy (un’altra splendida interprete che fornisce il suo prezioso contributo all’album solo in forma strumentale, attraverso le tastiere ed uno strumento tradizionale come la ghironda), seguita da Lakeview’s Ghost, dal superlativo chorus e con un’accelerazione finale che conduce a Rebirth, brano di struggente bellezza in ogni suo aspetto.
Così Ever After, con il suo incedere più lieve, funge da ideale cuscinetto tra la prima parte dell’album e quella conclusiva, assieme alla più elaborata Luciferines, unica traccia nella quale appaiono parti cantate in italiano, e la “novembrina ” Epitaph.
L’intensa My Schizophreniac Child recupera l’impatto emotivo impercettibilmente scemato nei brani appena citati, conducendo alla sognante Decadence Of Seasons, canzone nella quale Federica regala brividi a profusione, replicati in buona parte nella più ariosa title track, e affidando la chiusura alla breve e più cupa Ascension, finale degno di un disco di enorme valore.
I Lenore S. Fingers hanno perso buona parte di quelle sfumature doom messe in mostra all’esordio, approdando ad un gothic ricco di quel pathos mancante alla maggior parte degli album ascrivibili allo stesso ambito, spesso perfetti dal punto di vista formale ma scontati nelle soluzioni e incapaci di comunicare empaticamente nei confronti dell’ascoltatore; Federica e i suoi compagni ci aprono, invece, le porte di un microcosmo nel quale regna una malinconia soffusa, lontana sia dalla disperazione delle forme più estreme di doom, sia dall’enfasi dai tratti sinfonici del gothic più commerciale: un disco così profondo, intenso e nel contempo delicato, poteva scaturire solo dall’incontro tra il triste disincanto del gothic dark di matrice nordica ed il tepore mediterraneo, capace di sciogliere il ghiaccio trasformandolo in lacrime liberatorie.

Tracklist:
1. My Name Is Snow
2. Lakeview’s Ghost
3. Rebirth
4. Ever After
5. Luciferines
6. Epitaph
7. My Schizophreniac Child
8. Decadence Of Seasons
9. All Things Lost On Earth
10. Ascension

Line-up:
Federica Lenore Catalano: vocals, acoustic guitars, guitar synth
Patrizio Zurzolo: electric guitars, guitar synth
Natale Casile: bass
Gianfranco Logiudice: drums

Special Guest: keyboards, synth and hurdy-gurdy by Anna Murphy

LENORE S.FINGERS – Facebook

Demonomancy – Poisoned Atonement

Otto brani medio lunghi ci avvolgono tra le loro spire come serpenti infernali e ci inghiottono nel buio della dannazione, con il trio che non lascia assolutamente trasparire la benché minima possibilità redenzione in un turbinio di metallo estremo e diabolico.

Tornano ad infierire sulle proprie vittime, a suon di black/death/thrash, metal i Demonomancy, band attiva da una decina d’anni, con una manciata di lavori minori alle spalle ed un full length datato 2013 (Throne of Demonic Proselytism).

Tanti concerti in giro per l’Europa ed il cambio di label, con il passaggio dalla Nuclear War Now! Productions alla Invictus Productions, sono le novità che si porta dietro questa nuova uscita discografica, maligna ed estrema.
Intro – Revelation 21.8 ci accompagna fino alla soglia dell’inferno, prima che uno spintone ci faccia cadere per l’eternità nell’abisso luciferino della musica del combo capitolino, Poisoned Atonement non fa sconti ci investe con tutta la sua macabra follia, tra scudisciate black/thrash metal e mid tempo death, sorrette da growl bestiali, clean vocals declamatorie ed atmosfere di liturgica blasfemia in un vortice infernale.
Otto brani medio lunghi ci avvolgono tra le loro spire come serpenti infernali e ci inghiottono nel buio della dannazione, con il trio che non lascia assolutamente trasparire la benché minima possibilità redenzione in un turbinio di metallo estremo e diabolico.
Il sound viaggia spedito, tra thrash metal old school e death/black truce, alternando efficacemente la varie fonti di ispirazione.
L’atmosfera nera e blasfema che aleggia su Poisoned Atonement è delle più coinvolgenti mi sia capitato di ascoltare ultimamente e brani come Fiery Herald Unbound (The Victorious Predator), The Day Of The Lord o The Last Hymn to Eschaton confermano come la band punti tanto sull’impatto quanto sulle atmosfere.
Nel suo genere l’album è un lavoro riuscito, composto da una serie di tracce che attraggono ed affascinano pur rimanendo assolutamente estreme.

Tracklist
1.Intro – Revelation 21.8
2.Fiery Herald Unbound (The Victorious Predator)
3.Archaic Remnants of the Numinous
4.The Day of the Lord
5.Poisoned Atonement (Purged in Molten Gold)
6.The Last Hymn to Eschaton
7.Fathomless Region of Total Eclipse
8.Nefarious Spawn of Methodical Chaos

Line-up
Witches Whipping – Vocals, Guitars
A. Cutthroat – Bass
Herald of the Outer Realm – Drums, Vocals

DEMONOMANCY – Facebook

Suum – Buried Into The Grave

Collocando tutti i tasselli al proprio posto i Suum, con Buried Into The Grave, offrono sette brani incisivi il giusto, contenendo in maniera opportuna la lunghezza e compensando la fisiologica vicinanza ai propri modelli con il songwriting efficace di chi affronta il genere con la giusta dose di competenza e devozione.

La sempre fertile scena doom romana continua a sfornare band di sicuro spessore, indipendentemente dalle sfumature assunte dal genere in questione.

I Suum se ne escono subito con un full length devoto al 100% al versante più classico del doom, quello che trasse i primi impulsi vitali dai Black Sabbath per poi esser ulteriormente diffuso nell’etere metallico dai vari Candlemass, Saint Vitus, Pentagram e Solitude Aeturnus.
Ovviamente perché ciò funzioni alla perfezione sono necessari un riffing puntuale ed incisivo, garantito in questo caso salirono Painkiller (Fangtooth) ed una voce stentorea atta a declamare con chiarezza le funeste visioni della band capitolina, le cui funzioni vengono affidate a Mark Wolf, che già conosciamo quale vocalist degli ottimi Bretus.
Collocando tutti i tasselli al proprio posto i Suum, con Buried Into The Grave, offrono sette brani incisivi il giusto, contenendo in maniera opportuna la lunghezza e compensando la fisiologica vicinanza ai propri modelli con il songwriting efficace di chi affronta il genere con la giusta dose di competenza e devozione.
Premesso che è difficile per chiunque raggiungere i livelli delle band poc’anzi citate ricalcandone il raggio d’azione, la prova dei Suum possiede tutti i crismi per soddisfare chi delle stesse riconosce l’inconfutabile grandezza: per cui le dolenti cavalcate che si dipanano dalla prima nota di Tower of Oblivion fino all’ultima di Shadows Haunt the Night (con la sola breve pausa costituita dallo strumentale The Woods Are Waiting) non sconvolgeranno le gerarchie del doom metal, ma allo stesso tempo gratificheranno senza riserve i non pochi amanti del doom dai connotati più tradizionali.

Tracklist:
1. Tower of Oblivion
2. Black Mist
3. Buried into the Grave
4. Last Sacrifice
5. Seeds of Decay
6. The Woods Are Waiting
7. Shadows Haunt the Night

Line-up:
Marcas – Bass
Rick – Drums
Painkiller – Guitars
Mark Wolf – Vocals

SUUM – Facebook

The Rumpled – Ashes And Wishes

Oltre ai The Pogues, le ispirazioni sono quelle classiche dei gruppi del genere con in testa Dropkick Murphys e Flogging Molly, d’altronde una delle virtù principali di questo tipo di musica non è certo l’originalità, ma la capacità di coivolgere e trascinare l’ascoltatore in canti e balli.

Per una volta lasciamo le terre oscure del metal estremo e le strade bruciate dai pneumatici di macchine nelle quali rimbombano chitarre hard & heavy, per tuffarci nelle verdi valli d’Irlanda con questa band italiana, i The Rumpled.

Il gruppo proveniente da Trento ci invita a ballare sulle note della musica tradizionale dell’isola di smeraldo, in una continua festa, attraversando le valli e i pascoli prima di salpare per un viaggio attraverso l’oceano e portare un po’ di quell’entusiasmo e l’energia tipiche della musica originaria di quelle lande.
Nato nel 2013 e con un ep autoprodotto alle spalle uscito tre anni fa, il gruppo licenzia il suo primo full length, questo irresistibile Ashes and Wishes, raccolta di brani folk/rock che seguono la scia dei nomi storici del genere, con accenni al punk diretto e senza fronzoli in un delirio festaiolo che coinvolge fin dalla prima nota dell’opener Rumpled Time.
Oltre ai The Pogues, le ispirazioni sono quelle classiche dei gruppi del genere con in testa Dropkick Murphys e Flogging Molly, d’altronde una delle virtù principali di questo tipo di musica non è certo l’originalità, ma la capacità di coivolgere e trascinare l’ascoltatore in canti e balli.
Ashes And Wishes è un vero spasso, i brani si alternano uno dopo l’altro con il compito di divertire, ed è così che tra una Jig Of Death, The Ugly Side o Ramblin’ On si arriva a far mattina, storditi dalla birra e sfiniti ma felici per l’energia sprigionata nel saltare avanti e indietro senza soluzione di continuità.
I The Rumpled porteranno l’album in giro per nei principali Festival Celtici di tutta Italia durante l’estate, quindi il consiglio è di non perdervi almeno un’ora e mezza di serenità.

Tracklist
1.Rumpled Time
2.Just Say No!
3.Jig Of Death
4.I Wanna Know
5.The Ugly Side
6.Don’t Follow Me
7.County Clare
8.Bang!
9.Dead Man Runnin’
10.Ramblin’ On
11.Letter To You

Line-up
Marco Andrea Micheli – voce
Davide Butturini – chitarra acustica, chitarra elettrica, cori
Luca Tasin – basso, cori
Patrizia Vaccari – violino
Michele Mazzurana – batteria, cori
Tommaso Zamboni – fisarmonica

THE RUMPLED – Facebook

2018 Folk/Rock 7.50

The Sunburst – Resilience & Captivity

I The Sunburst confermano la crescita già manifestata a chi li ha seguiti dal vivo in questi anni: Resilience & Captivity è un album bellissimo che ha nella durata esigua il solo difetto, ma sono sicuro che sul palco la band ligure si farà ampiamente perdonare.

In questo periodo capota spesso di  parlare di quelle band che, a due o tre anni dal precedente album, stanno tornando sul mercato per confermare la bontà della loro proposta e l’alta qualità della scena tricolore che non smette di stupire, grazie a lavori di ottima fattura dall’hard rock al metal estremo.

I savonesi The Sunburst tornano a quattro anni dal magnifico debutto Tear Off The Darkness, album che li ha portati in seguito a suonare sui palchi dell’Europa dell’est, forti di una manciata di brani che univano il rock di Seattle, all’alternative metal, valorizzati da un talento melodico che ne faceva una raccolta di hit da fare invidia a band straniere più blasonate.
Davide Crisafulli, Francesco Glielmi, Luca Pileri e Stefano Ravera tornano con un secondo album incentrato su un dilemma: il coraggio di non mollare quando tutto sembra andare storto è segno di forza d’animo, o l’obbligo a cui è incatenato lo spirito che non sa rassegnarsi al proprio destino?
Resilience & Captivity, ovvero il contrasto emotivo tra il concetto di resilienza e quello di prigionia, viene reso da un sound che si fa più maturo ed emozionale, ad opera di una band compatta, capitanata da un cantante che si dimostra come uno dei più bravi nel genere, almeno nel nostro paese: queste sono le prime impressioni sul ritorno del quartetto, meno dipendente dagli Alter Bridge e più concentrato a lasciare qualcosa di personale in questo mondo del rock che fagocita tutto e non restituisce quasi nulla.
La band punta al sodo, con ventidue minuti (forse l’unico rammarico per un album che poteva regalare qualcosina in più) di hard rock moderno che parte, dopo l’intro, con Crows And Dust, dal chorus che non lascia scampo, mentre la sei corde sprizza energia metallica e la sezione ritmica accenna passaggi progressivi, punto di forza del nuovo lavoro.
La title track torna a parlare il verbo dei Soundgarden (altro gruppo che ha ispirato non poco i The Sunburst) rivelandosi più oscura e ruvida del brano precedente, ma sottolineata da una prova sentita di Crisafulli e da potenti riff sabbathiani.
Pileri ha il suo momento di gloria in Phoenix, brano progressivo che alterna parti intimiste a sfuriate metalliche in un crescendo da applausi.
Purtroppo siamo già al capolinea, mentre Eternal Life (cover di Jeff Buckley) concede gli ultimi fuochi d’artificio e scorrono i titoli di coda di un ritorno aspettato a lungo e che non delude le attese.
I The Sunburst confermano la crescita già manifestata a chi li ha seguiti dal vivo in questi anni: Resilience & Captivity è un album bellissimo che ha nella durata esigua il solo difetto, ma sono sicuro che sul palco la band ligure si farà ampiamente perdonare.

Tracklist
1. Resilience
2. Crows and Dust
3. Diamond
4. Breeze
5. What If
6. Captivity
7. World On Fire
8. Ashes
9. Phoenix
10. Eternal Life

Line-up
Davide Crisafulli – Vocals, Guitars
Luca Pileri – Guitars
Stefano Ravera – Drums
Francesco Glielmi – Bass

THE SUNBURST – Facebook