Mors Subita – Into The Pitch Black

Dimenticate urletti in clean e ritmiche stoppate, i Mors Subita schiacciano sull’acceleratore, ci travolgono con un impatto death/thrash e ci deliziano con solos melodici di scuola heavy come si faceva una volta.

Il death metal melodico continua a mietere vittime, anche se sono lontani i primi capolavori usciti negli anni novanta e la linea che divide il genere con le pulsioni statunitensi di stampo core è sempre più sottile.

Fortunatamente, chi suona il genere nella sua forma più pura e primitiva non manca, e l’incontro con piccole gemme estreme è sempre dietro l’angolo, specialmente se si volge lo sguardo verso nord.
E dalla terra dei mille laghi arrivano i Mors Subita, quartetto attivo addirittura dalla fine del secolo scorso e con all’attivo un paio di ep e due full length, prima che Into The Pitch Black arrivi e faccia venire il sorriso agli amanti del death metal melodico che chiameremo classico.
Si perché già dal singolo As Humanity Weeps, la band finlandese ci va giù duro, pur mantenendo un approccio melodico ben definito e strappandoci qualche applauso per il gran lavoro chitarristico, sia in fase ritmica che solistica.
Dimenticate urletti in clean e ritmiche stoppate, i Mors Subita schiacciano sull’acceleratore, ci travolgono con un impatto death/thrash e ci deliziano con solos melodici di scuola heavy come si faceva una volta.
Non c’è tregua nè riposo, tra le trame di brani diretti come la title track, Just The Beginning, Shadows e The Void, la band si lancia in fughe metalliche che sferzano e frustano l’ascoltatore, con i primi Soilwork e Darkane a fare da padrini a questo nuovo lavoro targato Mors Subita.

Tracklist
1.Path to the Abyss
2.As Humanity Weeps
3.Dead Sun
4.Defeat
5.Into the Pitch Black
6.Alas
7.I, God
8.Vultures
9.Fear is Just the Beginning
10.Shadows
11.The Void

Line-up
Eemeli Bodde – Vocals
Mika Lammassaari – Lead Gtr, additional vocals
Mika Junttila – Bass
Ville Miinala – Drums

MORS SUBITA – Facebook

Purest Of Pain – Solipsis

La band non abbonda certamente in personalità anche se l’album nella sua interezza si fa apprezzare, specialmente nel gran lavoro delle due chitarre, ispirate sia in fase ritmica che negli assoli che grondano melodie.

I Purest Of Pain sono la band del chitarrista e compositore Merel Bechtold (Mayan, Delain) e Solipsis è il loro nuovo lavoro, il primo sulla lunga distanza.

Il gruppo, che festeggia il decimo anno di attività licenzia questo buon esempio di death metal melodico moderno, non lontano dal sound che si è sviluppato negli ultimi tempi tra gli adepti del death metal, tra melodie scandinave e reminiscenze core.
Solipsis, quindi, si muove con disinvoltura tra queste due correnti portate al successo in tempi diversi dalla frangia melodica del death metal, rinunciando totalmente a qualsiasi forma di vecchia scuola.
Poco da dire dunque, la band non abbonda certamente in personalità anche se l’album nella sua interezza si fa apprezzare, specialmente nel gran lavoro delle due chitarre, ispirate sia in fase ritmica che nei solos che grondano melodie.
La componente thrash è presente così da rendere i brani a tratti devastanti (Trial & Error), supportati da uno scream aggressivo, ma che ci risparmia coretti puliti da school band.
In un contesto leggermente monocorde sulle lunga distanza, i brani di Solipsis tendono ad assomigliarsi, così l’attenzione cade inevitabilmente sulla performance delle due chitarre, ispiratissime e sincronizzate perfettamente.
I Purest Of Pain, eseguono il loro compito con disinvoltura, destreggiandosi tra uno dei generi più inflazionati del metal estremo con buona padronanza di mezzi, anche se Crown Of Worms, Momentum e Terra Nil dimostrano la loro totale devozione al sound di primi In Flames, Soilwork e Dark Tranquillity, solcati da tagli modern metal.

Tracklist
1.The Pragmatic
2.Truth-seeker
3.Vessels
4.Crown of Worms
5.Momentum
6.The Sleep of Reason
7.Tidebreaker
8.Trial & Error
9.Terra Nil
10.Noctambulist
11.E.M.D.R.
12.Phantom Limb
13.The Solipsist
14.The End

Line-up
J.D. Kaye – Vocals
Merel Bechtold – Guitar
Michael van Eck – Guitar
Frank van Leeuwen – Bass
Joey de Boer – Drums

PUREST OF PAIN – Facebook

Rust – Urstoff

Urstoff è un’opera che non va ascoltata ma assaporata, perché è carica di significati e momenti saturi di suono, dove dopo un istante partono fughe e melodie molto belle ed importanti.

Membri di gruppi come Enisum, In Corpore Mortis, Phenris Official e Grave-T, si sono uniti per dare vita ai Rust e pubblicare questo disco intriso di dolore, metal e melodia.

Il presente lavoro è il frutto della combinazione di musicisti maturi e di talento, come si può ascoltare in Urstoff. La storia dei Rust parte nel 2001 con il nome di Lesmathor, all’insegna del  black metal, poi, dopo tante vicissitudini, e dopo essere diventati October Rust, assumino l’attuale ragione sociale e pubblicano Urstoff per la Dusktone. Il loro è un suono molto maturo e pur essendo pieno di citazioni ed influenze ha una forte personalità. Il black delle origini è sempre presente ma si va a fondere con un death metal scandinavo e con un sentimento in stile Opeth e Katatonia quando erano maggiormente metal. Urstoff è un’opera che non va ascoltata ma assaporata, perché è carica di significati e momenti saturi di suono, dove dopo un istante partono fughe e melodie molto belle ed importanti. Il gruppo è formato da musicisti e personalità che hanno ben chiaro cosa fare e dove vogliono andare, e nel mare magnum issano la propria riconoscibile bandiera. Troviamo davvero molto in questo album, che regala piacere e gioie attraverso il dolore, perché non ci sono pose o atteggiamenti ma voglia sincera di fare dell’ottimo metal a 360°, con sentimento e partecipazione, prediligendo una visione personale ed originale. Le composizioni sono lunghe e trasportano l’ascoltatore svelando a poco a poco il disegno complessivo, che è magniloquente e di grande effetto. Il disco è molto buono, e se riescono a trovare un cantante in pianta stabile possono diventare un gruppo importante nel panorama italiano, e non solo.

Tracklist
1.Urstoff
2.The Bounteus Dearth
3.Graylight Contoured
4.No Place Like Death
5.Windumanouth
6.Scribed
7.Wounds of The Sunken Dawn

RUST – Facebook

Will’O’Wisp – Mot

Se qualcuno necessitasse di un’opera da esibire quale esempio di death metal “progressivo ” nell’accezione più autentica del termine, Mot ne sarebbe l’ideale e più fedele istantanea.

I liguri Will’O’Wisp sono una tra le molte band la cui attività è iniziata nel secolo scorso e che, dopo una lunga interruzione, ha ritrovato impulso in questo decennio segnalandosi di nuovo all’attenzione delle frange di ascoltatori più attenti alle forme di metal estremo ed obliquo.

La ripartenza, avvenuta nel 2012, ha visto il fondatore Paolo Puppo radunare attorno a sé musicisti di comprovato spessore, a partire da Jacopo Rossi (Nerve, Antropofagus ed attuale spalla compositiva di Mike nei Dark Lunacy) al basso, Oinos (ex-Sadist e Node) alla batteria e alle tastiere, ed Emanuele “Deimos” Biggi (Mortuary Drape) alla voce.
Mot è quindi il terzo full length (dopo Kosmo ed Inusto) pubblicato da questa nuova incarnazione dei Will’o’Wisp, ed il quinto se consideriamo i primi due risalenti rispettivamente al 1997 (Enchiridion) e al 2001 (Unseen): a giudicare dal contenuto del lavoro si può tranquillamente affermare che oggi la band è una delle migliori espressioni in circolazione del death metal dalle sembianze technical/progressive, soprattutto perché l’abilità strumentale dei singoli viene messa al servizio di un songwriting pirotecnico, ma sempre focalizzato sull’imprescindibile forma canzone, unico antidoto al tecnicismo fine a sé stesso.
Gli undici brani contenuti nell’album sono sferzate brevi, violente ed imprevedibili, con l’apporto di “armi” non convenzionali come archi, fiati, percussioni e voci liriche offerte da una lunga serie di ospiti provenienti dalla scena genovese, incluso il più illustre di tutti,Tommy Talamanca, che ha offerto da par suo alcuni pregevoli passaggi di chitarra solista, oltre ad essersi occupato della produzione di Mot presso i suoi Nadir Studios.
E’ proprio grazie a tutto questo che ogni singola traccia possiede una vita propria e risulta funzionale alla riuscita di un album che non conosce punti deboli, regalando una serie di episodi micidiali come Throne of Mekal, Rephaim, Descending to Sheol e Rain of Fire, nei quali la base estrema viene messa costantemente in discussione dalle incursioni degli elementi sopracitati, con l’effetto di rendere il tutto irresistibile anziché frammentario, come si poteva paventare.
Un merito questo, da attribuirsi in toto a questo gruppo di musicisti capace di lasciare il segno con un lavoro snello per durata, ma sferzante e tagliente per effetto: se qualcuno necessitasse di un’opera da esibire quale esempio di death metal “progressivo ” nell’accezione più autentica del termine, Mot ne sarebbe l’ideale e più fedele istantanea.

Tracklist:
1. I Am Pestilence
2. Throne of Mekal
3. The Seven
4. Rephaim
5. Hall of Dead Kings
6. Banquet of Eternity
7. Descending to Sheol
8. Those of the Annihilation
9. Kavod
10. Rain of Fire
11. MLKM

Line-up:
Paolo Puppo – Guitar
Jacopo Rossi – Bass
Oinos – Drums, Keyboards
Deimos – Vocals

Guests:
Elisabetta Boschi – Flute
Micol Picchioni – Harp
Gabriele Boschi – Violin
Tommaso Sansonetti – Timpani
Gigi Magnozzi – Viola
Lorenzo Bergamino – Marimba
Benedetta Torre – Vocals (soprano)
Daniele Barbarossa – Vocals (additional)
Tommy Talamanca – Guitar
Andy Marchini – Bass

WILL’O’WISP – Facebook

Morbosidad – Corona De Epidemia

Brani brevissimi e sparati in faccia ai benpensanti con una forza estrema convincente, ma a tratti forzata, e la totale mancanza di una minima apertura melodica fanno di questo lavoro un discreto spaccato di metal estremo dedicato al maligno.

La versione in vinile limitata di questo inno a Satana ed alle sue nefandezze portava una copertina diversa da quella che troverete in bella mostra sul cd contenente il quinto full length di questa realtà death/black metal proveniente dal più marcio sottobosco estremo statunitense.

Corona de Epidemia è un violento attacco satanico, un belligerante inno all’oscuro signore, alla guerra e alla morte suonato dai Morbosidad, quartetto estremo nato nel lontano 1993 in California ed in seguito stabilitosi in Texas: una produzione che tanto sa di vecchia scuola black metal, impatto da tregenda e blasfemie a go go dentro a brani brevissimi e sparati in faccia ai benpensanti con una forza estrema convincente, ma a tratti forzata, e la totale mancanza di una minima apertura melodica, fanno di questo lavoro uno spaccato di metal estremo satanico dedicato al maligno ed in grado di soddisfare la sete di violenza dei suoi servitori.
Mezz’ora basta ed avanza al gruppo statunitense per far inghiottire chiodi arrugginiti sporchi del sangue di Cristo in un delirio death/black metal non molto distante dal genere suonato nell’Europa dell’est.
L’ospite Sodomatic Slaughter dei Beherit, nella traccia di chiusura, è la chicca di Corona De Epidemia, abominevole ed oscuro lavoro che non può non attrarre i fans del metal estremo.

Tracklist
1.Muerte Suicidio
2.Corona de Epidemia
3.Cordero de Cristo
4.Cristo en Desgracia
5.Transtorno Mental
6.Condena y Castigo
7.Difunto
8.Maldición
9.Sepulcro de Cristo
10.Crudeza
11.D.E.P.

Line-up
Tomas Stench – Vocals
Matt Mayhem – Drums
Joe Necro – Guitars, Bass
Ded Ted – Bass

MORBOSIDAD – Facebook

Usurpress – Interregnum

Gli Usurpress usano tutte le armi a loro disposizione per cercare di non essere banali, pur riproponendo una formula già scritta in passato a cui aggiungono, appunto, ispirazioni progressive, oscure melodie doom e qualche accenno al melodic death metal.

Difficile non catalogare come progressive metal il sound di questo bellissimo album, quarto full length degli Usurpress, gruppo svedese attivo dal 2010 ma con una ricca discografia alle spalle.

Difficile, perché ad un primo ascolto l’anima estrema della band di Uppsala esce prepotentemente dai binari progressivi su cui viaggiano le sette tracce che completano Interregnum, mentre soffermandosi un poco si scoprono ispirazioni usate dai musicisti svedesi addirittura riconducibili agli anni settanta.
Registrato e mixato ai Dugout Productions della città finnica, uno studio che ha visto passare band del calibro di In Flames, Soilwork, Behemoth e Dark Funeral, l’album non inventa assolutamente niente, ma si muove nel territorio delle emozioni con la disinvoltura di chi sa come intrattenere gli amanti del progressive metal dal piglio estremo.
E gli Usurpress usano tutte le armi a loro disposizione per cercare di non essere banali, pur riproponendo una formula già scritta in passato a cui aggiungono, appunto, ispirazioni progressive, oscure melodie doom e qualche accenno al melodic death metal.
A Place In The Pantheon è l’inizio che non ti aspetti, con una progressive song quasi interamente strumentale e voci appena sussurrate che accompagnano chi ascolta verso il cuore dell’album, prima con il crescendo oscuro di In Books Without Pages, poi con le due nere perle che valorizzano tutta l’opera: Late in the 11th Hour e Ships of Black Glass (I: Shards, II: Black Echo) , in tutto diciassette minuti di death metal vario, tra forza estrema e melodie metal/rock che non lasciano sicuramente indifferenti.
Il trio (Stefan Pettersson al microfono, Påhl Sundström alla chitarra e Daniel Ekeroth al basso) viene aiutato in quest’opera dai bravissimi Stefan Hildman (batteria) e da Erik Sundström (tastiere), tutti musicisti dall’ottima tecnica e dal background che sconfina nel jazz e nella fusion, per una formazione di tutto rispetto.
Un altro ottimo lavoro progressivo, orientato verso il doom/death metal old school (Paradise Lost e Mobid Angel) e il progressive rock (Camel, King Crimson), quindi lontano dai deliri post che vanno tanto di moda oggi.

Tracklist
1. A Place in the Pantheon
2. Interregnum
3. In Books Without Pages
4. Late in the 11:th Hour
5. Ships of Black Glass (I: Shards, II: Black Echo)
6. The Iron Gates Are Melting
7. The Vagrant Harlot

Line-up
Daniel Ekeroth – Bass
Påhl Sundström – Guitars
Stefan Pettersson – Vocals

USURPRESS – Facebook

Affasia – Adrift In Remorse

Adrift In Remorse è una pietanza che scotta nelle mani dell’ascoltatore. Va domata e compresa, ma una volta fatto questo si può felicemente non tornare più indietro.

Se questo è l’inizio, possiamo metterci comodi e gioire. Adrift In Remorse è il primo album in studio della band statunitense Affasia: cinque ragazzi che hanno dato vita a questo progetto nel 2012 e che finalmente passano dalle parole ai fatti e ci mostrano cosa sono capaci di fare.

Per quanto le etichette possano essere in molti casi restrittive in campo musicale, come in questo caso, lo stile degli Affasia è molto vicino al melodic death metal, e lo dimostrano con ogni pezzo di questo primo album. Il numero dei brani è molto ridotto, infatti sono solo quattro, ma questa scelta verrà sicuramente apprezzata dai più procedendo con l’ascolto, visti gli alti livelli raggiunti dalla band in termine di qualità musicale, versatilità e bravura dei musicisti, e ultimo ma non meno importante, la varietà del suono in ogni parte del disco. Si direbbe che è stato sfatato il precetto “melius abundare quam deficere”.
La band americana irrompe nella scena metal creando atmosfere talvolta struggenti, talvolta fatate. Il tutto sempre e comunque nel segno del doom senza sconti, anzi. La strada intrapresa dagli Affasia nasce probabilmente da una passione per band come i Paradise Lost o, ancor più precisamente, My Dying Bride. La differenza è che gli Affasia stanno nel mezzo e contemporaneamente al di fuori di questi due approcci.
È un progetto musicale da scoprire dando grande merito a tutti i componenti della band, tra i quali, è bene ricordarlo, figura anche Tony Petrocelly, batterista anche degli ottimi Construct Of Lethe.

Tracklist
1. Another Host
2. Dissolute
3. Brittle Sentiment
4. As You Never Were

Line-up
Adam Coffman – Keyboards
Jason Jennings – Guitars
Nick Lucente – Bass
Noah Cabitto – Vocals
Tony Petrocelly – Drums

AFFASIA – Facebook

Augury – Illusive Golden Age

Un ritorno in grande stile per gli Augury, l’album potrebbe risultare una gradita sorpresa per gli amanti del metal estremo tecnico e progressivo, quindi il consiglio è di non perderlo per nessun motivo.

Il Canada a ben vedere è terra dove il metal ha sempre regalato importanti protagonisti in molti dei generi di cui si compone.

Non solo gruppi storici dunque (Rush, Annihilator, Exciter e Anvil, tanto per fare qualche nome), ma una folta schiera di gruppi che si muovono nell’underground: gli Augury fanno parte della scena estrema del Quebec da più di quindici anni, il loro death metal progressivo ha già donato in passato due full length, Concealed uscito nel 2004 e Fragmentary Evidence del 2009.
Sono passati nove lunghi anni prima che il quartetto si sia deciso a tornare sul mercato e tramite la The Artisan Era licenzia questo ottimo esempio di technical progressive death metal intitolato Illusive Golden Age.
Mixato e masterizzato da Chris Donaldson dei Cryptopsy, l’album è una tempesta di suoni estremi che si abbattono sull’ascoltatore, tecnicamente ineccepibili, ma tenuti tra i confini di una forma canzone che non viene mai meno.
La parte progressiva si scontra con quella estrema, che si avvicina pericolosamente al brutal con puntate nel black metal più feroce, in un turbinio creato da un ciclone musicale dall’impatto devastante.
Illusive Golden Age tiene incollati alle cuffie, concentrati nel seguire le evoluzioni musicali in brani spettacolari come la portentosa Mater Dolorosa, o la brutale Maritime, mentre le tracce più progressive risultano la title track e The Living Vault, doppietta che apre l’album all’insegna di un ottovolante progressivo di ottima fattura.
Un ritorno in grande stile per gli Augury, l’album potrebbe risultare una gradita sorpresa per gli amanti del metal estremo tecnico e progressivo, quindi il consiglio è di non perderlo per nessun motivo.

Tracklist
1. Illusive Golden Age
2. The Living Vault
3. Carrion Tide
4. Mater Dolorosa
5. Maritime
6. Message Sonore
7. Parallel Biospheres
8. Anchorite

Line-up
Patrick Loisel – Vocals, Guitars
Mathieu Marcotte – Guitars
Dominic “Forest” Lapointe – Bass
Antoine Baril – Drums

AUGURY – Facebook

Black Royal – Lightbringer

Non esiste un momento di pace o di luce, i Black Royal sono stati creati per far male, trattandosi di una creatura estrema che prende forza dagli Entombed e dai Black Sabbath e dopo averli accoppiati li tramuta in un mostruoso e pesantissimo esempio di death/sludge.

Una bomba sonora che esploderà sulle vostre teste, devastante e pesantissima, un masso che dal punto più alto del monte dove sono state scritte le tavole della legge del metal estremo rotolerà fino alle pianure, distrutte dal passaggio dell’enorme sasso che prende forza ad ogni metro.

Lightbringer è il debutto sulla lunga distanza dei finlandesi Black Royal, gruppo di Tampere in cui mi ero imbattuto in occasione dell’ uscita dell’ep The Summoning PT 2, seconda parte appunto di un concept iniziato nel 2015.
La Finlandia che non si legge sui giornali, quella votata alla violenza, al suicidio ed all’alcolismo, veniva raccontata dai Black Royal tramite un death/stoner metal al limite dello sludge e sconquassato da accelerazioni di stampo death che chiamare devastanti è un’eufemismo.
Anche sulla lunga distanza il combo finlandese non delude e ci investe con tutta la sua immane potenza e pesantezza, Cryo-Volcanic ci travolge con cascate laviche di death metal, rallentato, morboso e drogato di stoner/sludge, Salvation ci spinge verso l’abisso, mentre Pentagram Doctrine è una traccia malatissima e disturbante, così come la title track.
Non esiste un momento di pace o di luce, i Black Royal sono stati creati per far male, trattandosi di una creatura estrema che prende forza dagli Entombed e dai Black Sabbath e dopo averli accoppiati li tramuta in un mostruoso e pesantissimo esempio di death/sludge.
Ancora Dying Star e New World Order, che lascia ad un coro femminile pinkfloydiano il compito di avvicinarvi alla fine con lo strumentale Ou[t]roboros, sono le bombe sonore fatte esplodere da questi quattro pericolosissimi musicisti, prima che l’album si chiuda e la calma torni a regnare nel vostro mondo che non vi parra più così sicuro.
Lightbringer è un mostro, un disturbato e pericoloso esempio di metal estremo da consumare con la giusta cautela, gli effetti collaterali sono devastanti e non dite che non vi avevo avvertito.

Tracklist
1. Cryo-Volcanic
2. Self-Worship
3. Salvation
4. Denial
5. Pentagram Doctrine
6. Lightbringer
7. The Chosen
8. Dying Star
9. New World Order
10. Ou[t]roboros

Line-up
Jukka – Drums, percussion
Pete – Bass, backing vocals, acoustic guitar
Riku – vocals
Toni – Guitars, backing vocals

BLACK ROYAL – Facebook

Volition – Visions of the Onslaught

Visions Of The Onslaught è un lavoro rivolto agli amanti del genere, i quali sono invitati ad un ascolto che potrebbe trasformarsi in una piacevole e devastante sorpresa.

Metal estremo dai rimandi old school, velenoso e crudele quel tanto che basta per passare con disinvoltura dal thrash metal al death/black.

Loro sono i Volition band statunitense proveniente da Tulsa (Oklahoma) e Visions of the Onslaught è il loro debutto sulla lunga distanza, successore di un ep licenziato un paio di anni fa.
Un thrash contaminato dal mood estremo e devastante dei generi sopracitati crea un’atmosfera di belligeranza e di massacro sonoro vecchia scuola: i Volition risultano il classico gruppo dal sound che si riassume nel detto palla lunga e pedalare con un metal che, ingranata la quinta, mantiene veloce l’andatura per tutta la durata non risparmiando qualche mid tempo incastrato nella furia iconoclasta di brani come l’opener Annihilation, la mastodontica Crypts Of Flesh e la veemente Theories Of Punishment.
Le influenze sono tutte riscontrabili nei pionieri del metal estremo degli anni ottanta tra il thrash e le prime avvisaglie death/black, quindi riconducibili ai soliti Venom, Slayer, Sodom e Kreator.
Visions Of The Onslaught è un lavoro rivolto agli amanti del genere, i quali sono invitati ad un ascolto che potrebbe trasformarsi in una piacevole e devastante sorpresa.

Tracklist
1.Morbid Devastation
2.Theories of Punishment
3.Enforce with Violence
4.Injection Vendetta
5.Annihilation
6.Vengeful Satisfaction
7.Justified Mortality
8.Crypts of Flesh
9.Volition

Line-up
Cody Creitz – Drums
Christian Potter – Guitars, Vocals
Gabe Henry – Guitars
Treston Lamb – Bass

VOLITION – Facebook

Cryptopsy – Ungentle Exumation

La mitica cassetta che ha contribuito a fondare, nei primi anni Novanta, la scena canuck del techno-deathcore, da allora una seminale fonte di ispirazione per molti epigoni.

I canadesi Cryptopsy – da Montreal, Québec – sono oggi giustamente celebri tra gli addetti ai lavori ma sulle loro origini ci si sofferma sempre poco.

Il gruppo nacque nel 1988 e solo un lustro più tardi incise il demo tape Ungentle Exumation. Quel nastro fondò a conti fatti la scuola del death metal nel Canada francese: un techno-death brutale e orrorifico, opportunamente sporcato di hardcore (anzi: il death-core venne in pratica creato da loro, prima di diventare una moda). I brani del nastro sono una vera e propria manna, per tutti coloro che amano Suffocation, Origin, Malignancy ed i connazionali Gorguts, nonché le sfuriate grind di Cephalic Carnage e Dying Fetus e le progressioni iper-tecniche degli spagnoli Wormed. Detto altrimenti, in Ungentle Exumation troviamo una fusione incredibile e davvero pionieristica di brutal death e inflessioni prog mutuate dai Pestilence di Spheres (da poco e finalmente ristampati, insieme a tutto il catalogo degli olandesi). Postilla conclusiva per completisti: la violenza ossimorica e futuristico-ancestrale dei Cryptopsy riecheggia oggi anche nei mai troppo lodati Rage Nucléaire: due eccezionali dischi di black-war, che attinge anche a Marduk, 1349, Dark Funeral, Anaal Nathrakh e Immortal, con appunto Lord Worm dei Cryptopsy tra i ranghi. La stirpe continua.

Track list
1. Gravaged
2. Abigor
3. Back to the Worms
4. Mutant Christ

Line up
Lord Worm – Vocals
Flo Mounier – Drums
Kevin Weagle – Bass
Dave Galea – Guitars
Steve Thibault – Guitars

1993 – Autoprodotto

Killibrium – Purge

Il sound dei Killibrium è un mastodontico pezzo di cemento staccatosi da un grattacielo in pieno centro all’ora di punta: i danni sono inevitabili, così come le vittime tra chi non è abituato a tanta potenza e pesantezza.

Neanche il tempo di sistemare le valigie che si torna a volare virtualmente verso l’India, precisamente a Mumbai, dove ci aspettano i deathsters Killibrium, nuovissima band all’esordi con questo devastante ep intitolato Purge.

Il quartetto asiatico conferma quanto di buono ci sia nella scena estrema di quel paese, con sei brani nei quali il death metal old school incontra il brutal e lo invita ad una strage promettendo fuoco e fiamme, tecniche e ritmiche, dal groove micidiale.
Il sound dei nostri è un mastodontico pezzo di cemento staccatosi da un grattacielo in pieno centro all’ora di punta: i danni sono inevitabili, così come le vittime tra chi non è abituato a tanta potenza e pesantezza.
L’opener Forewarned ci presenta un gruppo capace di mantenere un impatto tellurico, pur abbondando di parti ultratecniche: i quattro musicisti innalzano un altare di abissale musica estrema onorando le band storiche del genere, dai Cannibal Corpse ai Suffocation, in un delirio di cambi di tempo, ripartenze che hanno la potenza e la furia di un’onda sprigionata dalla forza di uno tsunami.
Mental Illusion è una tempesta di note che si abbatte sull’ascoltatore, il growl di Nitin Rajan è pregno di una personalità che si evince dall’uso deciso ed espressivo, gli strumenti sono armi letali tra le mani di Mihir Bhende alla batteria, Keshav Kumar alla chitarra e Suvajit Chakraborty al basso e tutto funziona alla perfezione, anche se il poco tempo a disposizione del gruppo ci porta ad aspettare sviluppi futuri prima di dare un giudizio definitivo.
Rimane da sottolineare il grande impatto, e l’uso delle ritmiche che strizza l’occhiolino alla scena odierna.

Tracklist
1. Forewarned Is Forearmed
2. Denominator
3. Mental Illusions
4. Vigilante
5. Purge
6. Last Man Standing

Line-up
Keshav Kumar – Guitars
Mihir Bhende – Drums
Suvajit Chakraborty – Bass
Nitin Rajan – Vocals

KILLIBRIUM – Facebook

Oceans Of Slumber – The Banished Heart

The Banished Heart è compost da centinaia di sfumature che si fanno spazio tra una struttura metallica rocciosa ed estremamente dolorosa, spiegata attraverso interventi devastanti di un growl rabbioso e ribelle, alter ego della splendida voce femminile, talmente originale ed interpretativa da ferire profondamente, come un coltello che lacera lo spirito e l’anima.

The Banished Heart entra di diritto in quel lungo elenco di opere metal da dedicare a chi ha sempre denigrato il genere, tacciato di risultare un baccanale fine a se stesso senza arte ne parte o addirittura istigatore di atti condannati dai soliti benpensanti.

Anche perchè l’ultimo lavoro dei texani Oceans Of Slumber è per prima cosa un album estremo, vario nelle sue atmosfere che ovviamente rimangono drammaticamente oscure e pregne di quella melanconia gotica che lo portano a tratti verso il black metal, per poi virare nel più profondo abisso della nostra anima a colpi di death metal progressivo.
Centinaia di sfumature si fanno spazio tra una struttura metallica rocciosa ed estremamente dolorosa, spiegata attraverso interventi devastanti di un growl rabbioso e ribelle, alter ego della splendida voce femminile, talmente originale ed interpretativa da ferire profondamente, come un coltello che lacera lo spirito e l’anima.
La band statunitense appaga da ormai una manciata d’anni la voglia di lasciarsi emozionare degli amanti del genere, prima con il debutto Aetherial e poi con il piccolo capolavoro intitolato Winter, precedente album uscito nel 2016 e che aveva portato la band sulla bocca di fans e addetti ai lavori.
The Banished Heart è il suo degno successore, bellissimo scrigno di drammatiche, tragiche ed intimiste emozioni raccontate con la forza del metal estremo, delle sfumature notturne del gothic, della furiosa rabbia del black metal e della nostalgica melanconia del doom in un straordinario turbine di musica progressiva, ora elettrica e potentissima, ora delicata come le note di un piano che scava nell’anima ed accompagna l’elegante interpretazione di Cammie Gilbert, un angelo dalle ali spezzate, che canta direttamente al cuore di ognuno di noi.
Basterebbe la title track di questa mastodontica opera per crogiolarsi di emozioni per una vita intera, ma più di un’ora di musica di tale spessore non è troppa per dedicarle il nostro tempo, impiegato al meglio fin dall’opener The Decay Of Disregard, brano che riassume in otto minuti quello che l’album ci riserva  tutta la sua durata.
At Dawn, A Path To Broken Stars, il crescendo atmosferico di No Colour, No Light sono lame che si conficcano nella carne e non escono finchè non lacerano definitivamente cuore e anima, mentre Wayfaring Stranger, solcata da un anima ambient/folk, conclude questo bellissimo ed emozionante lavoro.
Gli Oceans Of Slumber ci hanno fatto partecipi di un opera d’arte e come tale The Banished Heart va ascoltato e custodito.

Tracklist
01.The Decay Of Disregard
02.Fleeting Vigilance
03.At Dawn
04.The Banished Heart
05.The Watcher
06.Etiolation
07.A Path To Broken Stars
08.Howl Of The Rougarou
09.Her In The Distance
10.No Color, No Light
11.Wayfaring Stranger

Line-up
Cammie Gilbert – Vocals
Anthony Contreras – Guitar
Sean Gary – Guitar
Keegan Kelly – Bass
Dobber Beverly – Drums

OCEANS OF SLUMBER – Facebook

Demonomancy – Poisoned Atonement

Otto brani medio lunghi ci avvolgono tra le loro spire come serpenti infernali e ci inghiottono nel buio della dannazione, con il trio che non lascia assolutamente trasparire la benché minima possibilità redenzione in un turbinio di metallo estremo e diabolico.

Tornano ad infierire sulle proprie vittime, a suon di black/death/thrash, metal i Demonomancy, band attiva da una decina d’anni, con una manciata di lavori minori alle spalle ed un full length datato 2013 (Throne of Demonic Proselytism).

Tanti concerti in giro per l’Europa ed il cambio di label, con il passaggio dalla Nuclear War Now! Productions alla Invictus Productions, sono le novità che si porta dietro questa nuova uscita discografica, maligna ed estrema.
Intro – Revelation 21.8 ci accompagna fino alla soglia dell’inferno, prima che uno spintone ci faccia cadere per l’eternità nell’abisso luciferino della musica del combo capitolino, Poisoned Atonement non fa sconti ci investe con tutta la sua macabra follia, tra scudisciate black/thrash metal e mid tempo death, sorrette da growl bestiali, clean vocals declamatorie ed atmosfere di liturgica blasfemia in un vortice infernale.
Otto brani medio lunghi ci avvolgono tra le loro spire come serpenti infernali e ci inghiottono nel buio della dannazione, con il trio che non lascia assolutamente trasparire la benché minima possibilità redenzione in un turbinio di metallo estremo e diabolico.
Il sound viaggia spedito, tra thrash metal old school e death/black truce, alternando efficacemente la varie fonti di ispirazione.
L’atmosfera nera e blasfema che aleggia su Poisoned Atonement è delle più coinvolgenti mi sia capitato di ascoltare ultimamente e brani come Fiery Herald Unbound (The Victorious Predator), The Day Of The Lord o The Last Hymn to Eschaton confermano come la band punti tanto sull’impatto quanto sulle atmosfere.
Nel suo genere l’album è un lavoro riuscito, composto da una serie di tracce che attraggono ed affascinano pur rimanendo assolutamente estreme.

Tracklist
1.Intro – Revelation 21.8
2.Fiery Herald Unbound (The Victorious Predator)
3.Archaic Remnants of the Numinous
4.The Day of the Lord
5.Poisoned Atonement (Purged in Molten Gold)
6.The Last Hymn to Eschaton
7.Fathomless Region of Total Eclipse
8.Nefarious Spawn of Methodical Chaos

Line-up
Witches Whipping – Vocals, Guitars
A. Cutthroat – Bass
Herald of the Outer Realm – Drums, Vocals

DEMONOMANCY – Facebook

Mission Jupiter – Architecture

MetalEyes vi presenta il debutto dei Mission Jupiter, band bielorussa della quale Epictronic ci ha riservato una gustosa anteprima.

Architecture è il primo lavoro sulla lunga distanza del gruppo bielorusso Mission Jupiter, gustosa anteprima che Epictronic, label della famiglia Wormholedeath ha voluto offrire a MetalEyes.

Siamo lontani anni luce dal metal, e rimanendo in tema fantascientifico, tanto caro alla band di Minsk, direi che Architecture è un viaggio nello spazio profondo, nell’immensità dell’universo inteso anche come musica, che ci prende per mano e ci fa compagnia mentre la nostra mente attraversa galassie, nel silenzio profondo rotto dalla bellissima voce di Shevtsova Nastya e dei musicisti che compongono la line up dei Mission Jupiter.
La band risulta attiva dal 2015 e fino ad ora la sua discografia si componeva di due mini album ed un paio di singoli: Will You Be Loved è il video che anticipa l’uscita di questo debutto nel quale tutte le influenze del gruppo vengono inglobate in un sound contraddistinto da un’anima elettronica e bombardato da una pioggia di meteoriti proveniente da più di un genere/pianeta musicale.
Troviamo così liquidi tappeti elettronici, sontuosi passaggi orchestrali, alternative rock e partiture jazz/fusion, sax che irrompono donando un tocco progressivo ad una raccolta di brani che costituiscono le tappe di un viaggio/sogno nell’universo sopra di noi.
Non mancano ovviamente pochi ma importanti riferimenti alla new wave, così come alle colonne sonore di film come 2001 Odissea Nello spazio, valorizzando un sound particolare che si rivela una scoperta ad ogni passaggio, mentre con personalità debordante la vocalist delicatamente fa sue le nostre paure prima del conto alla rovescia e della partenza.
Will You Beloved è come detto il primo singolo, un brano bellissimo ma che rispecchia solo in parte quello che andrete ad ascoltare, dopo che il fiume di note elettroniche dell’opener The Dawn vi avrà aperto la porta del cielo dove i Mission Jupiter vi stanno aspettando.
The Sea Of Hope è un brano che ricorda i The Gathering di Nighttime Birds, mentre tra i tanti spunti diversi che l’album regala, non lasciando mai una semplice chiave di lettura, spunta il capolavoro I Will Survive, traccia progressiva nella quale la band suona jazz rock in un immaginario locale ubicato in qualche luogo prossimo ai limiti dello spazio conosciuto.
L’epico e progressivo strumentale a titolo Impulse chiude un album bellissimo e, a suo modo, originale; Architecture va ascoltato con la mente libera e gli occhi spalancati sul cielo stellato: non perdetevi questa esperienza unica.

Tracklist
1.The Dawn
2.I Have To Know
3.Either Dream Or Not
4.Will You Be Loved
5.The Sea Of Hopes
6.The Sea Of Hopes PT 2
7.Joy Of Life
8.I Will Survive
9.Interlude
10.The Call
11.Impulse

Line-up
Artyom Gulyakevich – Bass
Vladimir Shvakel – Guitar
Shevtsova Nastya – Vocals
Eugenue Zuev – Drums
Dmitri Soldatenko – Saxophone

MISSION JUPITER – Facebook

Word Of Life – Jahbulon

Il metal estremo dei Word Of Life è da annoverare tra le proposte più moderne anche se l’uso di tematiche occulte ed esoteriche allontana il concept di Jahbulon dalle solite tematiche metalcore e lo avvicina al progressive death.

La Grecia metallica negli ultimi tempi si sta imponendo sulla scena underground con una serie di proposte sopra le righe, licenziate da label molto attive sul mercato come la Sliptrick records, che ci fa dono del primo full length dei Word Of Life, quartetto proveniente dalla capitale con un solo ep alle spalle uscito nel 2015.

Il metal estremo di questa band è da annoverare tra le proposte più moderne, anche se l’uso di tematiche occulte ed esoteriche allontana il concept di Jahbulon dalle solite tematiche metalcore e lo avvicina al progressive death.
In possesso di una buona tecnica, la band quando accentua la parte più folkloristica ed orientale del sound alza inevitabilmente la qualità della propria musica (Master Of The Royal Secret), convogliando in un unico contesto metal moderno, progressive e musica popolare.
Non convince molto l’uso delle cleans, buone nei cori declamatori, meno quando ricordano troppo il metal di moda in questi anni, con le prime due tracce (A Sprig Of Acacia e la title track) che viaggiano lineari su questi sicuri binari.
L’album poi prende il volo con la strumentale Ierodom, il crescendo drammatico ed oscuro di In Silence I Swore e The Word Of Life, brani che immergono l’ascolto nel mondo del gruppo greco, sempre in bilico tra modernità e tradizione popolare.
Un buon lavoro che ci presenta una band da seguire con attenzione, magari non ancora al massimo delle sue potenzialità ma in grado di regalarci grande musica nel prossimo futuro: la strada è quella giusta.

Tracklist
01. A Sprig Of Acacia
02. Jahbulon
03. Master Of The Royal Secret
04. Deus Meumque Jus
05. Ierodom
06. The Female Seed And The Fungus
07. In Silence I Swore
08. Muaum
09. The Word Of Life
10. Jachin & Boaz

Line-up
Bill Kranos – Vocals, Guitars
Thomas Kranos – Guitars
Spiros Batras – Bass, backing vocals
George Filippou – Drums

WORD OF LIFE – Facebook

Maze Of Feelings – Maze Of Feelings

Questo primo passo targato Maze Of Feelings si può considerare decisamente riuscito, in virtù di una resa sonora invidiabile e di una serie di canzoni complessivamente valide, collocando la band polacco/russa in una fascia di gradimento in grado di attrarre sia chi apprezza il doom sia gli appassionati di death melodico.

I polacchi Maze Of Feelings per proporre il loro ottimo death doom hanno pescato due vocalist dalla scena russa nelle persone di Andrey Karpukhin (Abstract Spirit, Comatose Vigil) e Ivan Guskov (Mare Infinitum).

In effetti l’interpretazione del genere in questo caso è piuttosto variegata, grazie anche all’uso della doppia voce, improntata per lo più sul profondo growl di Karpukhin e sulla stentorea tonalità clean di Guskov, che conferisce ulteriore dinamica ad un sound oscillante tra passaggi molto più robusti come l’ottima opener Drained Souls Asylum, ed altri maggiormente in linea con il death doom melodico come Where Orphaned Daughters Cry, o Cold Sun Of Borrowed Tomorrow e Grey Waters Of Indifference, nelle quali appare anche una voce femminile.
La band, guidata dai due chitarristi Marcin Warzyński e Krzysztof Wieczerzycki, dimostra comunque diverse pulsioni progressive il che apporta più di una variazione ai canonici temi del genere, senza che il lavoro ne risenta dal punto di vista dell’omogeneità; va detto che invece un minimo scostamento avviene in termini di qualità distribuita lungo l’album, visto che le prime tre tracce sono davvero molto belle ed appaiono sensibilmente superiori al resto della tracklist, che rimane attestata sempre su un buon livello medio ma senza colpire più di tanto, salvo la conclusiva Dreamcatcher, nella quale si ritorna ad atmosfere più aspre e nel contempo lentamente cadenzate.
Nel complesso questo primo passo targato Maze Of Feelings si può considerare decisamente riuscito, in virtù di una resa sonora invidiabile e di una serie di canzoni complessivamente valide, collocando la band polacco/russa in una fascia di gradimento in grado di attrarre sia chi apprezza il doom sia gli appassionati di death melodico.

Tracklist:
1. Drained Souls Asylum
2. Adherents Of Refined Severity
3. Where Orphaned Daughters Cry
4. Necrorealistic
5. Grey Waters Of Indifference
6. Cold Sun Of Borrowed Tomorrow
7. Dreamcatcher

Line-up:
Szymon Grodzki – Bass, Keyboards, Piano, Samples
Marcin Warzyński – Guitars
Krzysztof Wieczerzycki – Guitars
Ivan Guskov – Clean Voice, Screams, Growls & Whispers
Andrey Karpukhin – Growls, Screams & Monologs

Guest/Session
Dariusz “Daray” Brzozowski – Drums

MAZE OF FEELINGS – Facebook

Ziggurat – Ritual Miasma

Crushing sferzante, armonie e riff maligni e pregni di epica cattiveria, growl profondo come gli abissi scavati nei tempi distrutti dall’esercito delle tenebre, completano un sound che ha nel death/black nato nelle fredde tundre dell’est la sua principale ispirazione.

Nell’underground estremo è facile imbattersi in realtà che lasciano poche informazioni sulla loro storia musicale per poi regalare agli ascoltatori buona musica.

Anche gli israeliani Ziggurat sono tra questi, e lasciano che a parlare siano i cinque brani presenti in Ritual Miasma, primo ep licenziato in cassette dalla Caligari Records e in cd e vinile dalla Blood Harvest.
La band è di fatto un duo composto da Mørk (chitarra e voce) e Tohu (basso e chitarra) e il loro sound è un black metal oscuro e feroce, valorizzato da un lavoro chitarristico esemplare.
Ritual Miasma risulta una lunga eclissi nel deserto, terribile e oscura dove nel buio di brani atmosfericamente malvagi come Summoning the Giant Serpent o Blind Faith (devastante come una tempesta di sabbia), si nutrono antichi demoni infernali.
Crushing sferzante, armonie e riff maligni e pregni di epica cattiveria, growl profondo come gli abissi scavati nei tempi distrutti dall’esercito delle tenebre, completano un sound che ha nel death/black nato nelle fredde tundre dell’est la sua principale ispirazione.
Anche se limitata ad una ventina di minuti, la proposta dei Ziggurat è da tenere in considerazione in funzione di un prossimo lavoro sulla lunga distanza, ed è consigliato agli amanti del genere.

Tracklist
1.Ritual Miasma
2.Summoning the Giant Serpent
3.Blind Faith
4.דיבוק
5.Death Rites Transendence

Line-up
Mørk – Guitars and Vocals
Tohu – Guitars and Bass

ZIGGURAT – Facebook

Infiltration – Nuclear Strike Warning

Napalm Death, Terrorizer e Bolt Thrower sfilano davanti ai nostri occhi come se la Terra, dopo la terribile esplosione, avesse cominciato a girare nel senso opposto e si fosse fermata a cavallo degli anni ottanta e novanta.

La mastodontica esplosione vi distruggerà i padiglioni auricolari un attimo prima che il vento atomico spazzi via tutte le vostre certezze e le vostre paranoie.

Una pioggia di cenere cadrà per centinaia di anni prima che un raggio di sole scenda come luce divina a dare un poco di sollievo e speranza ai sopravvissuti, mentre le note dell’apocalisse portate dal micidiale vento si ascolteranno tra le macerie.
Benvenuti nel mondo degli Infiltration, giovane death metal band russa al debutto con questo devastante ep tramite la nostrana Wormholedeath.
Il quintetto si è formato da neanche un anno, a dicembre del 2017 ha firmato per Wormholedeath che ha premuto il pulsante rosso, ed il missile atomico è così partito da San Pietroburgo per esplodere e distruggere gran parte del nostro pianeta a colpi di death metal al limite del grind, dichiaratamente old school e perfetto per raccontare di morte, distruzione e guerra.
Crisis è l’intro che conta i secondi prima dell’esplosione, Nuclear Strike Warning è l’inizio della fine, una tregenda in musica dalle ritmiche forsennate, blast beat e sei corde torturate sull’altare di un death metal tremendo e feroce.
The Art Of War è come il rumore dei palazzi che si sbriciolano al passaggio delle sferzate ventose e nucleari, mentre P.O.W. e Razor Wine mettono fine a questi quindici minuti d’apocalisse, con Napalm Death, Terrorizer e Bolt Thrower che sfilano davanti ai nostri occhi come se la Terra, dopo la terribile esplosione, avesse cominciato a girare nel senso opposto e si fosse fermata a cavallo degli anni ottanta e novanta.
Non oso immaginare la potenziale forza distruttiva di questa colonna sonora della fine del mondo raccolta in un eventuale full length.

Tracklist
1.Crisis
2.Nucleat Strike Warning
3.The Art of War
4.P.O.W.
5.Razor Wire

Line-up
Andrey – Bass
Evgeny – Guitars
Sergey – Guitars
Alexey – Drums
Paul – Vocals, lyrics

INFILTRATION – Facebook

https://youtu.be/QjtVnFTOP7M

Malady – Toinen Toista

Non va mai oltre un soft rock progressivo la musica dei Malady: il cantato è pacato, e gli accenni alle jam liquide dei Pink Floyd offrono a tratti un confine più lontano, facendo volare la musica sopra le foreste ed i laghi, confondendosi con le nuvole nel cielo finlandese.

Il progressive rock dei finlandesi Malady è pacato, calmo, fresco e rilassante come l’acqua di uno dei mille laghi che si trovano sulla loro terra di origine: in una parola sognante.

Il quintetto di Helsinki dopo il debutto omonimo torna dunque con il suo rock progressivo che amalgama suoni retro rock, partiture soft vicino al jazz più lineare e indie rock, magari non come quello che siamo abituati ad ascoltare, ma sicuramente più maturo ed incastonato perfettamente nella struttura portante della musica del gruppo.
Toinen Toista è dunque la seconda opera di questa realtà musicale, un dolce peregrinare tra la natura finlandese alla quale la band dedica i testi cantati in lingua madre come nel primo lavoro, rimanendo confinata in un magico mondo underground dove possono trovare posto piccoli gioielli musicali, magari difficili da decifrare e reperire ma assolutamente affascinanti.
Non va mai oltre un soft rock progressivo la musica dei Malady: il cantato è pacato, e gli accenni alle jam liquide dei Pink Floyd offrono a tratti un confine più lontano, facendo volare la musica sopra le foreste ed i laghi, confondendosi con le nuvole nel cielo finlandese, mentre la title track ci dà il benvenuto e la lunga suite conclusiva, dal titolo Nurja Puoli (ventidue minuti di rock progressivo d’autore), tarsporta in un mondo fiabesco grazie alle note dell’hammond.
Toinen Toista è un’opera probabilmente destinata a rimanere confinata nel sottobosco musicale, ma in grado di regalare piacevoli emozioni a chi la vorrà cercare.

Tracklist
Tony Björkman – Guitar
Babak Issabeigloo – Guitar, Vocals
Juuso Jylhänlehto – Drums
Ville Rohiola – Hammond, Keyboards
Jonni Tanskanen – Bass guitar

Line-up
1.Toinen Toista
2.Laulu Sisaruksille
3.Tiedon Kehtolaulu
4.Etsijän Elinehto
5.Nurja Puoli

MALADY – Facebook