Recensione

In un mondo musicale sempre affannato nel ricercare nuove sensazioni, sempre frenetico nell’accendere e spegnere nuovi generi musicali, è veramente un piacere potersi soffermare e assaporare l’arte di una band attiva da quarant’anni (40!!!).

I Manilla Road del leader Mark “the Shark” Shelton hanno creato un loro suono nel nome del più puro metallo epico di stampo americano, ricco di pathos, oscurità, mai ridondante e purtroppo dallo scarso appeal commerciale.
Strana storia quella dei Manilla Road, sempre sostenuti dai loro fans ma poco considerati a livello commerciale e boicottati da molti ascoltatori ricercanti, forse, un epic metal di più facile impatto; particolare la loro proposta modulata in 17 album ,con alcune vere gemme nel triennio 85-87 (Open the Gates,The Deluge, Mystification), ma con una buona produzione media, varia nel ricercare attraverso il guitar work sempre appassionato, intricato, epicamente melodico e la voce nasale di Mark l’oscura essenza di un suono che non ha trovato moderni epigoni. Le critiche mosse negli anni al leader sono state quelle di non essersi modernizzato con il suo suono, proponendo sempre, con poche variazioni, le stesse atmosfere; sinceramente mi sembra che siano critiche sterili: quando si trova una band che si è creata un proprio sound e rimane coerente con esso, suonando con competenza, passione e sudando “sangue” sui propri strumenti, bisogna solo ammirare e ascoltare con il cuore e non con il cervello. Anche la nuova opera, illustrata da una bella copertina di Paolo Girardi, offrendo dieci nuovi brani per un’ora di durata, ci dimostra come la “penna” dello Squalo, autore di tutti i brani, sia ancora intrisa di particolari idee melodiche intricate ed oscure, con soluzioni atmosferiche intriganti e coinvolgenti; la lunga title track, più introspettiva che classicamente epica, posta in apertura, ha una sentore antico e si conclude con un lungo assolo fluido, ispirato e molto sentito. Fragranze psichedeliche si ritrovano sparse per tutta l’opera (Never Again) mentre i brani più tirati (Conqueror e The Arena) ricordano una volta di più come si deve suonare heavy metal di classe. Dato non scontato, quando si parla dei Manilla Road, anche la produzione è buona, mentre alcune prove recenti ne erano state mortificate (vedi Playground of the Damned del 2011); per rincarare la dose ricordo a chi non si sazia mai di queste sonorità l’uscita del secondo disco del progetto parallelo, gli Hellwell, accreditato all’amico E. C. Hellwell, dove Mark scrive i testi e la musica suonando un heavy più duro, ancora più cupo e orrorifico.
In conclusione, “chapeau” a un artista che alla tenera età di sessant’anni è in grado di emozionare con la sua incontaminata arte!

Tracklist
1. To Kill a King
2. Conqueror
3. Never Again
4. The Arena
5. In the Wake
6. The Talisman
7. The Other Side
8. Castle of the Devil
9. Ghost Warriors
10. Blood Island

Line-up
Mark Shelton – Guitars, Vocals
Bryan “Hellroadie” Patrick – Vocals
Andreas Neuderth – Drums
Phil Ross – Bass

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