Arkheth – 12 Winter Moons Comes the Witches Brew

Ormai le sperimentazioni in ambito black metal si palesano con tale frequenza che rischiano quasi non stupire più.

Proprio per questo, chi si cimenta sulle vie aperte da qualche audace pioniere nel passato, per ottenere la giusta attenzione ed un meritato riscontro non deve limitarsi a gettare nel calderone qualsiasi elemento gli frulli per la testa, bensì provare a farlo mantenendo ugualmente un equilibrio atto a garantire il mantenimento di un filo logico al proprio operato.
L’australiano Tyraenos appartiene alla categoria, invero non cosi numerosa, di chi è riuscito tutto sommato a raggiungere tale risultato: questo terzo full length in quindici anni targato Arkheth rappresenta la focalizzazione di una visione musicale non comune, alla quale il nostro è pervenuto attraverso un percorso lungo e sicuramente senza fretta, considerando che il precedente lavoro, IX & I: The Quintessence of Algaresh, risale al 2010 e vedeva un inizio di distacco dalle sonorità symphonic black che, invece, erano ben presenti nell’esordio Hymns of a Howling Wind.
12 Winter Moons Comes the Witches Brew è l’approdo ad una forma di black che sicuramente ha molte più possibilità di portare all’attenzione dall’audience il nome Arkheth, benché sia per forza di cose molto meno accattivante rispetto a quella praticata in precedenza: è emblematica in tal senso la traccia iniziale Trismegistus, vero e proprio delirio nel quale il musicista aussie immette pulsioni di qualsiasi genere, con un elemento peculiare quale il sax (suonato dall’ospite Glen Wholohan) ad impazzare in lungo e in largo lungo questi sette minuti che, volendo ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto, ci porta dalle parti di efficaci sperimentatori del black quali gli A Forest Of Stars, specialmente nella magnifica parte conclusiva.
Appare più dissonante e definibile a buon titolo post black un brano come Dark Energy Equilibrium, ugualmente ricco di brillanti intuizioni che si palesano andando a scompaginare un sempre precario andamento rettilineo; è invece una sghemba psichedelia a caratterizzare l’avvio di Where Nameless Ghouls Weep, episodio a tratti forse un po’ troppo cervellotico rispetto al resto del contesto, come si può dire anche della successiva The Fool Who Persists in His Folly, con un sempre notevole contributo del sax.
A Place Under the Sun chiude in maniera relativamente più pacata un lavoro complesso e che lascia sensazioni discordanti: Tyraenos mette molta carne al fuoco, a tratti anche troppa, e nell’inseguire modelli musicali dediti al black avanguardistico, come per esempio Ihsahn, li sorpassa in curva con il rischio di finire talvolta fuori strada.
Il lavoro mostra comunque ben più luci che ombre, con queste ultime rappresentate, oltre che da una naturale frammentarietà, da una produzione non proprio ottimale per un tipo di offerta simile ed uno screaming un po’ inespressivo; rimane però tutto il molto di buono che è rinvenibile all’interno di 12 Winter Moons Comes the Witches Brew, album che rappresenta un ascolto impegnativo ma non privo di soddisfazioni per gli ascoltatori più attenti.

Tracklist:
1. Trismegistus
2. Dark Energy Equilibrium
3. Where Nameless Ghouls Weep
4. The Fool Who Persists in His Folly
5. A Place Under the Sun

Line-up:
Tyraenos – All instruments

Guest/Session
Glen Wholohan – Saxophone

ARKHETH – Facebook

Isgalder -To the Hall of the Stars

Gli Isgalder danno buona prova delle loro capacità compositive mettendo in mostra tutti i pregi della variante epica del black, incluso l’utilizzo di clean vocals stentoree ed evocative.

To the Hall of the Stars è l’ep di esordio dei tedeschi Isgalder, band avviata da Grimwald (Dauþuz) e da Moppel.

Il gruppo della Turingia, che si è nel frattempo allargato a quartetto con l’ingresso di altri due musicisti, offre un buon black metal epico, genere che quando è suonato con intensità e buon gusto melodico fa sempre la sua ottima figura, pur non brillando certo per originalità.
Il lavoro è uscito anche nel formatto casetta, a cura Narbentage Produktionen, e consta di tre brani che vengono poi replicati in una versione leggermente diversa sul lato B (ove presente); in questa ventina di minuti gli Isgalder danno buona prova delle loro capacità compositive mettendo in mostra tutti i pregi della variante epica del black, incluso l’utilizzo di clean vocals stentoree ed evocative.
Troviamo quindi una classica cavalcata come The Ravendale, una traccia per lo più rallentata come Elder Wisdom che va persino ad evocare doom band in stile Procession, ed una conclusiva Soaring Mountains che sintetizza al meglio i diversi aspetti esibiti nei brani precedenti.
Quella degli Isgalder è una prova decisamente positiva, anche se come sempre bisognerà attendere almeno il primo full length per potersi fare un’idea più articolata sull’effettivo valore della band tedesca.

Tracklist:
1. The Ravendale
2. Elder Wisdom
3. Soaring Mountains
4. The Ravendale (Alternate Version)
5. Elder Wisdom (Alternate Version)
6. Soaring Mountains (Alternate Version)

Line-up:
Moppel – Drums, Keyboards, Bass
Grimwald – Guitars, Vocals

ISGALDER – Facebook

Ziggurat – Ritual Miasma

Crushing sferzante, armonie e riff maligni e pregni di epica cattiveria, growl profondo come gli abissi scavati nei tempi distrutti dall’esercito delle tenebre, completano un sound che ha nel death/black nato nelle fredde tundre dell’est la sua principale ispirazione.

Nell’underground estremo è facile imbattersi in realtà che lasciano poche informazioni sulla loro storia musicale per poi regalare agli ascoltatori buona musica.

Anche gli israeliani Ziggurat sono tra questi, e lasciano che a parlare siano i cinque brani presenti in Ritual Miasma, primo ep licenziato in cassette dalla Caligari Records e in cd e vinile dalla Blood Harvest.
La band è di fatto un duo composto da Mørk (chitarra e voce) e Tohu (basso e chitarra) e il loro sound è un black metal oscuro e feroce, valorizzato da un lavoro chitarristico esemplare.
Ritual Miasma risulta una lunga eclissi nel deserto, terribile e oscura dove nel buio di brani atmosfericamente malvagi come Summoning the Giant Serpent o Blind Faith (devastante come una tempesta di sabbia), si nutrono antichi demoni infernali.
Crushing sferzante, armonie e riff maligni e pregni di epica cattiveria, growl profondo come gli abissi scavati nei tempi distrutti dall’esercito delle tenebre, completano un sound che ha nel death/black nato nelle fredde tundre dell’est la sua principale ispirazione.
Anche se limitata ad una ventina di minuti, la proposta dei Ziggurat è da tenere in considerazione in funzione di un prossimo lavoro sulla lunga distanza, ed è consigliato agli amanti del genere.

Tracklist
1.Ritual Miasma
2.Summoning the Giant Serpent
3.Blind Faith
4.דיבוק
5.Death Rites Transendence

Line-up
Mørk – Guitars and Vocals
Tohu – Guitars and Bass

ZIGGURAT – Facebook

Baume – Les Années Décapitées

Les Années Décapitées è un album dallo spessore qualitativo sorprendente, in grado di porre il nome Baume sotto una luce ben più vivida che non quella di un semplice ed estemporaneo progetto solista.

Baume è un nuovo progetto solista di Gaetan Juif, musicista parigino che abbiamo già conosciuto per il suo coinvolgimento nelle uscite dei Rance e dei Cepheide.

Questa volta il nostro si mette in proprio e sforna questo notevole esempio di black metal disturbante e sperimentale, nelle corde della scuola francese ma molto più focalizzato sulla creazione di atmosfere cupe che non su dissonanze e cambi di scenario.
Il lavoro consta di quattro brani di varia lunghezza, tra i quali spicca inevitabilmente il più corposo, A l’Ombre de l’Eden, con i suoi quattordici minuti che abbinano una voce disperata in sottofondo ad un malinconico e al contempo minaccioso incedere strumentale: una traccia magnifica per intensità e profondità, dal primo all’ultimo secondo.
Maggiormente animate da una furia più attinente al black, ma sempre increspate da voci e urla in sottofondo, sono sia Le Grand Saut che Sous le Voile de nos Lumières Mortes, mentre la più breve Une Ballade d’Amour et de Mort tiene fede al titolo rivelandosi una traccia strumentale per lo più tenue ma non priva di improvvise asperità, a mantenere il mood complessivamente drammatico del lavoro.
Les Années Décapitées è un album dallo spessore qualitativo sorprendente, in grado di porre il nome Baume sotto una luce ben più vivida che non quella di un semplice ed estemporaneo progetto solista.

Tracklist:
1.Le Grand Saut
2.A l’Ombre de l’Eden
3.Sous le Voile de nos Lumières Mortes
4.Une Ballade d’Amour et de Mort

Line-up:
Juif Gaetan – All instruments

Guests:
Laurene Hamery – vocals
Hugo Beauzée-Luyssen – bass

BAUME – Facebook

Mormânt de Snagov – Depths Below Space and Existence

A chi pensa che black metal sia sinonimo di ripetitività, potrebbe valere la pena di far ascoltare di seguito due lavori composti da band provenienti dalla stessa terra che ho avuto modo di recensire uno dopo l’altro.

Nel primo caso mi sono imbattuto nei Dark Archive, i quali forniscono una versione quanto mai diretta e brutale del genere, spingendosi fino ai limiti del grind death, mentre nel secondo ho avuto in sorte i Mormânt de Snagov, i quali si muovono all’interno di uno spettro sonoro molto più vasto e ricco di variazioni sul tema.
E’ proprio di questa band di Turku che andiamo a parlare, esaminando in breve il contenuto del suo terzo full length Depths Below Space and Existence: intanto è curioso il fatto che il monicker scelto sia in lingua rumena (significa la tomba di Snagov, città dove è seppellito il ben noto Vlad Tepes) cosi come è della stessa nazione la Pest Recrds, etichetta che ha pubblicato il disco.
Come detto, siamo di fronte ad un approccio relativamente elaborato anche se di norma pure qui si viaggia a velocità sostenute, come nella notevole Resist, ma è nelle tracce più lunghe che emerge naturalmente un’indole cangiante ben esemplificata in Stories Untold, dalla partenza anch’essa a mille per stemperarsi poi in una parte centrale più atmosferica e melodica.
Sono ritmiche più vicine al doom che fanno capolino in Battle Neverending, brano davvero molto bello e ben interpretato vocalmente (a proposito, il cantante Miska Lehtivuori era bassista nei magnifici Ablaze In Hatred, che fine avranno fatto?), mentre è vicina al prog death un’altra ottima traccia come Writhe Infinite e, infineè il mid tempo inquieto di The Roots of Grief a chiudere questo buon album che esamina concettualmente i più reconditi e bui meandri della mente umana, mettendone in luce le storture e la propensione al condizionamento.
Depths Below Space and Existence è l’espressione di una band che ha il merito di provare a fare qualcosa di diverso senza apparire necessariamente cervellotica: l’operazione riesce piuttosto bene, a testimonianza del raggiungimento di una confortante maturità compositiva da parte dei Mormânt de Snagov.

Tracklist:
1. Mentor Deceived
2. Never Speak Aloud
3. Resist
4. Stories Untold
5. Battle Neverending
6. You’re Next
7. Writhe Infinite
8. The Roots of Grief

Line-up:
Pekka Jokela – Drums
Sasu Haapanen – Guitars, Vocals (backing)
Miska Lehtivuori – Vocals, Guitars
Pekka Venho – Bass

MORMANT DE SNAGOV – Facebook

Dark Archive – Cultivate our blood on Aeon

I finlandesi Dark Archive sono autori di un black death furioso, blasfemo e mosso dai peggiori intenti.

I finlandesi Dark Archive sono autori di un black death furioso, blasfemo e mosso dai peggiori intenti.

Il duo composto da Joakim Lindholm, che si occupa di tutti gli strumenti, e Niko Aromaa, alla voce, in un quarto d’ora abbondante spara le proprie cartucce, tutt’altro che a salve vista la convinzione e la ferocia che trasudano da ogni singola traccia.
Il sound dei nostri raggiunge talvolta velocità parossistiche e, in effetti, qui non c’e spazio per sperimentalismi e tocchi di fino, salvo qualche eccellente parentesi acustica posizionata all’inizio e alla fine di alcuni brani : cinque bordate si abbattono sulla testa dell’ascoltatore, con menzione d’onore per la triturante Closure of Empyrean Delirium e per la relativamente più elaborata Godfear Eradication, dotata di una linea chitarristica degna d’essere ricordata.
Per il resto il tutto si sviluppa all’insegna di un black  metal estremo che in più di un occasione di trasforma in qualcosa di molto vicino al grind: un buon risultato per una band che deve ancora pubblicare il primo full length, un momento nel quale i Dark Archive dovranno mostrare di che pasta sono effettivamente fatti, perché è evidente che con un approccio cosi estremo mantenere così alta la tensione per più tempo è cosa non così scontata.

Tracklist:
1. Cultivate our blood in Aeon
2. Closure of Empyrean delirium
3. Godfear Eradication
4. Unohda ei ikinä
5. Essence of Death

Line-up:
Joakim ”Lord Mordor” Lindholm – composing, recording, all instruments
Niko ”Perdition” Aromaa – vocals & lyrics

DARK ARCHIVE – Facebook

Bhleg – Solarmegin

Seconda mastodontica opera del gruppo svedese dedicata alla celebrazione del Sole,fonte di vita per natura e uomini: black e folk ancestrale creano emozioni intense e dal fascino incredibile.

E’ molto coraggiosa la scelta degli svedesi Bhleg di proporre un doppio album come loro seconda opera in un mondo che vive veloce, che raramente si sofferma nel vivere emozioni, dolori e gioie: due dischi, novantotto minuti di suoni intensi e creativi, rappresentano una sfida di pazienza che molti non vogliono intraprendere.

E’ un peccato che tante note, tanti colori, tante emozioni potranno essere patrimonio di pochi fortunati che non si lasceranno intimorire dalla mole dell’opera; certe forme di black metal, in questo caso miscelate con antichi aromi folk, hanno bisogno di ripetuti ascolti, del giusto mood per poter essere comprese e apprezzate per entrare sotto pelle. Il duo svedese ha impiegato quattro anni per dare seguito al debutto “Draumr ást”, discreto e passato inosservato e ci presenta un’opera dedicata alla celebrazione del Sole visto come fonte di vita per la natura e gli uomini.
I testi in svedese rappresentano sicuramente un ostacolo per la totale comprensione ma la musica, non avanguardistica o sperimentale, traccia emozioni intense creando un percorso frastagliato nella natura dove pulsa una vitalità ancora incorrotta.
Intarsi di folklore ancestrale attraversano tutti i brani e delineano melodie che talvolta emergono nitide e terse, e altre volte rimangono appena percepibili nel tessuto black, sempre modulato su ritmi non particolarmente veloci; lo scream aspro è coinvolgente e mantiene alta la tensione.
I brani sono lunghi, raccontano un rituale e hanno interessanti e malinconiche parti chitarristiche svolte secondo i canoni del genere, mostrando atmosfere rimembranti il gelo e la freddezza della old school scandinava.
Composto durante la stagione estiva, tranne alcune parti durante il solstizio di inverno e registrato durante le ore più luminose del giorno, il disco mantiene alta l’attenzione durante la sua notevole durata a patto di avere il tempo giusto da dedicare; un frettoloso ascolto lascerà del tutto indifferenti e non farà apprezzare fino in fondo il gusto melodico, i chorus evocativi, i suoni creati dagli strumenti antichi utilizzati.
Ogni brano ha qualche caratteristica particolare, i suoni ambient di Skuggspel screziati da un synth immaginifico si aprono nella dolce fierezza di Solvagnens flykt, mentre gli arpeggi folk dell’ opener Alvstrale dimostrano una grande classe e confluiscono nelle note cariche di Sunnanljus di cui esiste anche un video.
In definitiva opera interessante che ricorda in alcune parti gli Ulver del capolavoro del 1995 “Bergtatt”.

Tracklist
Disc 1
1. Alvstråle
2. Sunnanljus
3. Alyr – helgedomen
4. Gudomlig grönska
5. Alstrande sol
6. Livslågans flammande sken
7. Kraftsång till sunna

Disc 2
1. Hymn till skymningen
2. Skuggspel
3. Solvagnens flykt
4. Kärleksrit
5. Frö (Växtlighetens fader)
6. Solens ankomst

Line-up
L – Lyrics & vocals
S – all instruments
Patrick Kullberg – drums

BHLEG – Facebook

Eïs- Stillstand und Heimkehr

Gli Eïs sono una band di livello assolutamente superiore alla media, della quale si vorrebbe ascoltare con più frequenza nuove composizioni che, come in questo caso, rasentano lo stato dell’arte nell’interpretazione del black metal.

A circa due anni e mezzo dall’ultima uscita discografica, tornano a mostrarsi agli appassionati di black metal gli Eïs, per quanto mi riguarda una delle migliori band dedite al genere, tenendo conto anche di quanto fatto in passato con il monicker Geïst.

Stillstand und Heimkehr è un ep che ,con i suoi venti minuti di durata, è il giusto contentino per chi attendeva nuovo materiale da parte di Alboin, che oggi si fa accompagnare dal chitarrista Abarus, suo compare anche nei Frendal.
Gli Eïs appartengono alla categoria delle band che non tradiscono e non deludono mai, e se in An den schwarz besandeten Gestaden lo sciabordio delle onde che fa da sottofondo a rarefatte note pianistiche crea il giusto pathos, prima che il brano esploda e ci mostri il volto evocativo e drammatico del duo, la title track, ispirata al dipinto Il Viandante sul Mare di Nebbia di Caspar David Friedrich, regala ispirati passaggi di chitarra solista che si appoggiano su ritmi più cadenzati, prima delle ulteriori variazioni ritmiche propedeutiche ad un nuovo inarrestabile crescendo conclusivo, una sorta di opprimente parossismo che ben si attaglia alle tematiche introspettive esibite ancor più in questo frangente.
Unico motivo di recriminazione è, quindi, il fatto che Stillstand und Heimkehr offra solo due brani, per quanto splendidi, perché questa è un band di livello assolutamente superiore alla media, della quale si vorrebbe ascoltare con più frequenza nuove composizioni che spesso rasentano lo stato dell’arte nell’interpretazione del black metal.

Tracklist:
1. An den schwarz besandeten Gestaden
2. Stillstand und Heimkehr

Line-up:
Alboîn – Bass, Vocals, Guitars, Keyboards
Abarus – Guitars (lead)

EIS – Facebook

Evil Nerfal – Bellum Est Pater Omnium

Bellum Est Pater Omnium non rappresenta qualcosa di imperdibile ma neppure un’uscita deprecabile: il duo di Bogotà conosce la materia e proprio l’approccio diretto e privo di mediazioni, anche a livello lirico, può costituire il principale motivo di interesse così come un elemento capace di tenere lontano l’ascoltatore dai gusti un po’ più ricercati.

Ad ampliare utilmente la già vasta geografia del black metal planetario troviamo i colombiani Evil Nerfal, al loro secondo full length dopo quello d’esordio risalente al 2016.

Come da abitudine, quando il genere proviene dal Sudamerica si dimostra per lo più del tutto privo di fronzoli, in questo caso sotto certi aspetti anche approssimativo nell’esecuzione ed ingenuo nel suo proporre istanze misantropiche ed antireligiose, ma altrettanto genuino e ricco di urgenza espressiva.
Valga un brano emblematico come Fuck Off Jesus Christ, blasfemo in maniera esplicita, a far capire dove voglia andare a parare il duo; così nel suo prosieguo l’album si snoda lungo coordinate prevedibili, a volte avvincenti (En las fauces del demonio), in altri casi molto meno (Satanic Madness Black Metal Unleashed), catturando l’attenzione in maniera piuttosto intermittente.
Bellum Est Pater Omnium non rappresenta qualcosa di imperdibile ma neppure un’uscita deprecabile: il duo di Bogotà conosce la materia e proprio l’approccio diretto e privo di mediazioni, anche a livello lirico, può costituire il principale motivo di interesse così come un elemento capace di tenere lontano l’ascolatore dai gusti un po’ più ricercati.

Tracklist:
1. Coriolan (Overture)
2. Fuck Off Jesus Christ
3. In Endless Torment
4. Foedus Versus Deus (Against the Great Drone of History)
5. En las fauces del demonio (Taedium Daemoni)
6. Agon (Bellum Est Pater Omnium)
7. Satanic Madness Black Metal Unleashed
8. Sathanas Kingdom Rises
9. Vestigial (Manifiesto de misantropía)
10. Egmont (Finale)

Line-up:
Brannagh Bapheker – Vocals, Guitars
Purzon Dominus – Drums

EVIL NERFAL – Facebook

Myrholt – Vinter

Il black metal offerto da Myrholt è senz’altro apprezzabile e, se questi sono i frutti tangibili di una nuova fase compositiva, ci sono tutti i presupposti per seguire anche in futuro le mosse del musicista scandinavo.

Questo breve ep targato Myrholt arriva dopo un 2017 molto intenso, nel corso del quale l’omonimo musicista norvegese, dopo un lungo silenzio, ha rimesso mano al materiale composto sotto altri monicker (l’ultimo dei quali Tremor) tra la metà degli anni novanta e la fine dello scorso decennio, pubblicando una serie piuttosto corposa di singoli, un Ep e due full length.

Vinter, se non ho inteso male, presenta invece due tracce inedite che vedono il nostro alle prese con un black metal piuttosto legato alla tradizione ma piacevolmente atmosferico, attestato su ritmi ragionati e in definitiva di buona fattura per scrittura e produzione.
Heimdall è un brano molto bello che cresce in intensità nei minuti finali, mentre Hieros Gamos presenta maggiori variazioni ritmiche, per poi stemperarsi in una elegante chiusura pianistica che offre la misura della buona sensibilità artistica di Ole Alexander.
Il black metal offerto da Myrholt è senz’altro apprezzabile e, se questi sono i frutti tangibili di una nuova fase compositiva, ci sono tutti i presupposti per seguire anche in futuro le mosse del musicista scandinavo.

Tracklist:
1. Heimdall
2. Hieros Gamos

Line-up:
Ole Alexander Myrholt – All instruments

MYRHOLT – Facebook

Helel – A Sigil Burnt Deep into the Flesh

La durata ridotta inferiore alla mezz’ora sicuramente agevola la digestione di un piatto altrimenti indigesto se ingerito in dosi più massicce: l’industrial black degli Helel, benché sia passato quasi un decennio, si dimostra ancor oggi molto efficace, rifuggendo soluzioni ammiccanti o più attente alla forma che alla sostanza.

Dopo diverse riproposizioni arriva anche quella in vinile per quest’album dei francesi Helel, band davvero interessante ma che non ha poi dato seguito, se non con una raccolta, al lavoro in questione risalente ormai al 2009.

Il fatto stesso che l’album sia stato riedito in diversi formati e da diverse etichette (ultime delle quali la Dead Seed e la Necrocosm) depone a favore delle potenzialità di una band capace di imprimere una ferocia non comune al proprio sound, tramite un impalcatura fondata su un estremismo dai ritmi incessanti e a tratti quasi parossistici.
Non è solo brutalità quella che si rinviene tra le note degli Helel: le aperture melodiche sono inesistenti ma il fragoroso incedere degli strumenti è placato di tanto in tanto da rallentamenti nei quali è possibile scorgere ancora meglio le dissonanze, per il resto imprigionate nelle fitte maglie di un sound che non prevede compromessi.
La durata ridotta inferiore alla mezz’ora sicuramente agevola la digestione di un piatto altrimenti indigesto se ingerito in dosi più massicce: l’industrial black degli Helel, benché sia passato quasi un decennio, si dimostra ancor oggi molto efficace, rifuggendo soluzioni ammiccanti o più attente alla forma che alla sostanza.
Perché l’operazione possa assumere maggiormente un senso compiuto, sarebbe ovviamente necessario che gli Helel fornissero un segno sul loro status attuale, perché l’eventuale notizia di un nuovo lavoro in preparazione potrebbe far aumentare l’interesse anche per questa uscita, destinata altrimenti a rimanere appannaggio di pochi estimatori fedeli del genere.

Tracklist:
1.Mass Destruction / Mass Alienation
2.A Sigil Burnt Deep into the Flesh
3.This Is Hel(e)l
4.Cosmos Is Out of Order

Line-up:
Zaal – Bass, Vocals (backing)
Skvm – Guitars (lead), Vocals (backing)
Mz. – Guitars, Drums, Samples, Keyboards, Vocals (backing), Lyrics, Songwriting

HELEL – Facebook

Crucifyre – Post Vulcanic Black

La band si muove a meraviglia tra sfuriate slayerane, devastanti ripartenze thrash/black e mid tempo metallici dai rimandi sabbathiani.

La title track di questo bellissimo nuovo album degli svedesi Crucifyre ci dà il benvenuto come meglio non si sarebbe potuto tra le note di Post Vulcanic Black, terzo full length del quartetto attivo in quel di Stoccolma dal 2006.

Non molto ricca, ma sicuramente di qualità, la discografia di questo satanico gruppo, fatta di un terzetto di lavori minori che fungono da corollario per lavori sulla lunga distanza che trovano in Post Vulcanic Black il picco qualitativo.
L’album si apre come detto con i sei minuti della title track, un mid tempo dai tratti heavy, molto atmosferica e dai solos armonici in un crescendo di tensione culminante nella seguente Thrashing With Violence che, come suggerisce il titolo, risulta un brano di ruvido thrash metal old school.
Si torna all’heavy metal con la splendida Mother’s Superior Eyes, mentre le sfumature black di War Chylde tornano a rivestire di estremo il sound del gruppo.
I nuovi arrivati (Karl Buhre alla voce e Cristian Canales al basso) risultano perfettamente a loro agio, inseriti in un contesto collaudatissimo capitanato dal batterista Yasin Hillborg (ex Afflicted), e la band gira come un orologio tra sfuriate slayerane (Murder And Sex And Sel-Destruction), devastanti ripartenze thrash/black (Död Människa?) e mid tempo metallici dai rimandi sabbathiani (Copenhagen In The Seventies, altro brano da applausi insieme alla title track).
Non resta quindi che cercare la vostra copia di Post Vulcanic Black, mentre la conclusiva Serpentagram , oltre a richiamare un noto gruppo doom nel titolo, vi accompagna lentamente verso la fine del viaggio nel mondo di questa ottima band estrema.

Tracklist
1. Post Vulcanic Black
2. Thrashing With Violence
3. Mother’s Superior Eyes
4. War Chylde
5. Hyper Moralist (Deemed Antichrist)
5. 200 Divisions
6. Död Människa?
7. Murder And Sex And Self-Destruction
8. Copenhagen In The Seventies
9. Serpentagram

Line-up
Karl Buhre – Vocals
Patrick Nilsson – Lead Guitar
Alex Linder – Lead Guitar
Christian Canales – Bass
Yasin Hillborg – Drums

CRUCIFYRE – Facebook

Inhibitions – La Danse Macabre

Forse gli Inhibitions peccano talvolta in omogeneità, ma nel proporre la loro idea di black metal perlomeno non si accontentano di un’espressione piatta, provando ad inserire con buona proprietà elementi, sempre riconducibili al metal estremo,  capaci di rendere meno prevedibile la proposta.

Symphonic black metal per i greci Inhibitions, al loro secondo full length all’interno di una carriera ancora relativamente giovane.

Detto così ci si potrebbe aspettare qualcosa di enfatico e basato totalmente sul suono delle tastiere, ma come abbiamo imparato in questi ultimi tempi non è necessariamente così.
La Danse Macabre è  infatti un album nel quale l’aspetto melodico viene tenuto in primo piano, ma gli Inhibitions conferiscono al tutto una certa varietà, inserita in un sound che mantiene il giusto grado di sporcizia che attiene al genere.
Peraltro in questo caso ritroviamo dopo nemmeno troppo tempo Dimons’ Night, musicista che non aveva impressionato più di tanto alle prese con il death doom dei suoi Humanity Zero: qui, invece, il connubio con Pain pare offrire frutti ben più pregiati perché l’album offre molti spunti di interesse, in virtù di un approccio versatile grazie al quale lo spirito del black metal non viene snaturato bensì arricchito dalle numerose digressioni presenti all’interno dei singoli brani.
Troviamo così  un brano davvero ricco come Toxic Rain, con un break centrale di chitarra acustica pregevole, e una più lineare e catchy No Escape nella quale però non si rinuncia a cambiare le carte in tavola nel finale, e anche una notevole Religion of Peace, dai rallentamenti asfissianti che rimandano ai Morbid Angel di Covenant, pur se inseriti su una struttura black alla quale fa da contraltare l’ariosa Harsh Awakening.
Chiude questo buonissimo album la cover di K.I.N.G., vera e proprio hit in campo black metal, la cui riproposizione è utile soprattutto per rendersi conto di quanto nei Satyricon possa fare la differenza il drumming di Frost (infatti, una delle controindicazioni matematiche nel proporre cover fedeli alla versione originale è quella di soccombere inevitabilmente nel confronto con chi il brano l’ha scritto).
Forse gli Inhibitions peccano talvolta in omogeneità, ma nel proporre la loro idea di black metal perlomeno non si accontentano di un’espressione piatta, provando ad inserire con buona proprietà elementi, sempre riconducibili al metal estremo,  capaci di rendere meno prevedibile la proposta.

Tracklist:
1. The Calling
2. Toxic Rain
3. Back to the Dust
4. No Escape
5. My Journey to Death
6. Religion of Peace
7. Harsh Awakening
8. Eternal Winter
9. Rusty Razor
10. K.I.N.G. (Satyricon cover)

Line-up:
Pain – Vocals, Guitars
Dimon’s Night – Vocals, All instruments

INHIBITIONS – Facebook

Nydvind – Tetramental I – Seas of Oblivion

I Nydvind non si risparmiano, offrendo oltre un’ora di pagan black metal al suo massimo livello, intenso e robusto allo stesso tempo e privo di punti morti.

Un ottimo pagan black metal è quello che viene offerto dai Nydvind, band francese in circolazione fin dai primi anni del secolo e giunta con Tetramental I – Seas of Oblivion al terzo full length di una carriera dalle uscite piuttosto diradate, nonché di pregevole qualità.

In questo trio troviamo comunque personaggi abbastanza conosciuti nella scena transalpina, a partire dal fondatore della band Richard Loudin, qui con lo pseudonimo di Hingard, vocalist che gli appassionati di doom conoscono molto bene per la sua militanza prima nei Despond e poi nei Monolithe, per arrivare poi a Olivier Sans (Nesh, chitarrista anche negli ottimi Azziard) ed Eric Tabourier (Stig, batterista, ex-Temple Of Baal).
Con queste premesse, l’operato dei Nydvind non poteva che rappresentare il frutto del lavoro di musicisti competenti e capaci di raccogliere e con buona personalità i dettami di uno dei generi nordici per eccellenza.
Ne scaturisce, quindi, un lavoro di notevole spessore, coinvolgente ed epico come devono essere gli album di matrice pagan, con riferimenti stilistici che riportano ai campioni del genere come i Primordial; è bene far notare, comunque, come la storia della band parigina tragga origine dalla precedente militanza di Hingard e Nesh in un’altra band dedita a sonorità folk e celtiche come i Bran Barr, tanto per dimostrare come questa inclinazione verso certe sonorità non sia frutto di una folgorazione improvvisa ma arrivi decisamente da lontano.
Al di là di tali premesse, l’operato dei Nydvind parla attraverso la musica contenuta in questo lavoro splendido per intensità e capacità di coinvolgimento, che si avvicinano non poco al meglio della produzione della citata band irlandese; al proposito va ribadito che tale riferimento è un’indicazione di massima utile a far capire cosa di debba attendere chi ascolterà l’album, visto che il sound dei francesi ha un propria peculiarità stilistica che si esplicita tramite uno spiccato senso melodico sviluppato in una direzione più epica che solenne.
Composto e suonato e prodotto come meglio non si potrebbe, Tetramental I – Seas of Oblivion si pone fin d’ora come uno dei probabile album di punta del genere negli ultimi tempi: il mare in tempesta che ci accoglie fin dalla copertina è l’ambiente naturale lungo il quale si dipana il racconto, con la band che mantiene sempre vivo tale immaginario a partire dalla fatica dei rematori evocata nell’opener Plying the Oars, fino allo sciabordio delle onde od ai versi dei gabbiani che sovente si manifestano nel corso dell’opera.
I Nydvind non si risparmiano, offrendo oltre un’ora di pagan black metal al suo massimo livello, intenso e robusto allo stesso tempo e privo di punti morti, con le quattro lunghe tracce superiori ai dieci minuti di durata (Sailing Towards the Unknown, Till the Moon Drowns, Through Primeval Waters, Unveiling a New Earth) che costituiscono la spina dorsale di un’opera davvero ispirata, alla quale non manca nulla per raccogliere i favori di chi ama questo sonorità ricche di fascino ed emotività.
Il fatto che Richard Loudin non faccia più parte dei Monolithe, con i quali è stato impegnato in maniera piuttosto intensa in questo decennio, fa ragionevolmente pensare e sperare che probabilmente non sarà necessario attendere altri sette anni prima di ascoltare un nuovo album dei Nydvind.

Tracklist:
1. Plying the Oars
2. Sailing Towards the Unknown
3. Skywrath
4. Till the Moon Drowns
5. Sea of Thalardh
6. The Dweller of the Deep
7. Through Primeval Waters
8. Unveiling a New Earth

Line-up:
Hingard: Vocals, Guitars
Nesh: Guitars, Bass nad Bouzouki
Stig: Drums

NYDVIND – Facebook

Hexis – XII EP

Qui tutto è malato, contaminato dal virus dell’umana corruzione: Dio esiste ed è cattivo come nella cosmogonia catara, viviamo in un fluido nero che ricopre tutto e questa musica rappresenta bene la fine dell’illusione.

Devastante hardcore caotico, pesante e dalla grande intensità, un nuovo evolversi di una pesante forma deviata di suono.

I danesi Hexis sono una band piuttosto attiva, che ha ben chiara la propria direzione e continua in maniera interessante un discorso iniziato cominciato sette anni fa. L’essenza del loro suono è nera, si può definire in diverse maniere, come hardcore caotico, quindi una mutazione di tale genere, ma può essere osservato anche da una diversa angolazione come quella del black metal, che è un mattone importante in questo muro sonoro che si staglia contro di noi. Qui tutto è malato, contaminato dal virus dell’umana corruzione: Dio esiste ed è cattivo come nella cosmogonia catara, viviamo in un fluido nero che ricopre tutto e questa musica rappresenta bene la fine dell’illusione. Il gruppo di Copenaghen raccoglie il testimone da gruppi come gli italiani The Secret ed amplia ulteriormente il discorso, dipingendo un quadro molto simile a quelli di Bosch. La composizione e l’esecuzione sono molto buone, come la produzione. Ci son pause, ripartenze, momenti che trasudano potenza e brutalità, e passaggi in stile Amen Ra. La scuola nordica della musica pesante è il principale riferimento dei nostri, che partono da lì per fare un discorso totalmente personale. Grazie alla loro bravura e alle loro capacità il disco è molto interessante, nonostante possieda un suono senza compromessi e privo di commerciabilità. Si soffre, si suda per vivere, ma se lo si riesce a sublimare con dischi come questo allora potrebbe avere un senso.

Tracklist
1.Derelictus
2.Nefarius
3.Famelicus
4.Miseria
5.Sacrificium

HEXIS – Facebook

Profane Burial – The Rosewater Park Legend

Il lavoro tastieristico guida ma non schiaccia il resto della strumentazione: proprio questo equilibrio consente di mantenere il tutto al di sotto del livello di potenziale saturazione per l’ascoltatore, anche se l’assimilazione dell’album non è agevolissima.

I Profane Burial sono una nuova band norvegese che scende nell’arena a cimentarsi con il symphonic black metal curiosamente nello stesso periodo in cui è previsto l’atteso ritorno dei maestri del genere, i connazionali Dimmu Borgir.

E’ inevitabile quindi utilizzare questi ultimi quale termine di paragone anche se, indubbiamente, l’approccio dei Profane Burial è molto più aspro e a tratti dissonante, un qualcosa che già l’appartenenza alla scuderia della Apathy Records poteva far presupporre.
Peraltro, è interessante ritrovare dopo alcuni anni Ronny Thorsen, ex-vocalist dei Trail Of Tears, gothic band che ha goduto di un discreto riscontro di audience nello scorso decennio: la sua prestazione vocale è assolutamente in linea con i dettami del genere, con una buona alternanza tra tonalità più vicine al growl ed altre allo screaming.
Ovviamente, in The Rosewater Park Legend risulta preponderante il lavoro di orchestrazione curato dai fondatori della band Kjetil Ytterhus ed André Aaslie, abili nel fornire al sound un’aura più minacciosa che enfatica, riuscendo piuttosto bene ad evitare eccessivi e stucchevoli barocchismi; in effetti, quali riferimenti vengono indicati, oltre agli inevitabili Emperor, gli altri seminali, per quanto meno conosciuti, Limbonic Art così come i Carach Angren, e per inquadrare al meglio il sound offerto dai profane BurialProfane Burial direi che si può parlare di un’ideale via di mezzo tra queste due ultime maniere di intendere il black metal sinfonico.
L’impronta fornita dalla coppia Ytterhus / Aaslie è solenne ma mai eccessivamente ridondante, prediligendo appunto un approccio inquieto, a tratti sincopato, nel quale il lavoro tastieristico sicuramente guida ma non schiaccia il resto della strumentazione: proprio questo equilibrio consente di mantenere il tutto al di sotto del livello di potenziale saturazione per l’ascoltatore, anche se l’assimilazione dell’album non è agevolissima.
Forse l’unica cosa che fa difetto al lavoro è la mancanza del brano guida capace di catturare l’attenzione in maniera più immediata, anche se The Stench Of Dying Roses spicca sul resto della tracklist presentando una serie di passaggi davvero coinvolgenti, oltre ad una notevole linea vocale: del resto, il suono dei Profane Burial è proprio strutturato in modo tale da non prevedere più di tanto il ricorso ad aperture melodiche, mantenendo sempre un elevato livello di tensione che implica anche frequenti cambi di tempo e spezzature ritmiche, tali da non agevolare il compito dell’ascoltatore, il quale avrà comunque di che dilettarsi con un’opera di questa notevole levatura.

Tracklist:
1.The Tower Bell
2.The Stench Of Dying Roses (The Children’s Song)
3.The Soldier’s Song
4.A Different Awakening (A Proclamation By The Priest)
5.An Interlude (Or How The Curse Of Rosewater Park Began)
6.The Letters
7.The Tale The Witches Wrote

Line-up:
Kjetil Ytterhus : Orchestration
André Aaslie : Orchestration & Vocals
Bjørn Dugstad Rønnow : Drums
Jostein Thomassen : Guitar & Bass
Ronny Thorsen : Vocals

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Grievance – Pilar, Pedra e Faca

Quaranta minuti di black metal diretto, melodico, coinvolgente, sporco il giusto nei suoni ma limpido come acqua di fonte per intenti.

Subito dopo essere stato costretto, mio malgrado, ad ascoltare rumorismi assortiti che fa molto “cool” definire arte, imbattermi in un sano album di black metal come Pilar, Pedra e Faca equivale ad una vera e propria liberazione.

Infatti, il bravo Koraxid, musicista portoghese detentore del progetto solista denominato Grievance, mette in scena un bellissimo lavoro nel quale “ciò che si vede è”, senza dover ricorre a chissà quali seghe mentali per ricercare significati che spesso sono più nella testa di chi scrive che degli stessi musicisti oggetto delle recensioni.
In realtà in questo caso, più che il canonico tempo presente, dovrei usare un passato prossimo, visto che album è in realtà datato 2016 ma giunge al nostro cospetto solo quest’anno grazie all’opportuna ristampa in formato fisico curata dalla War Productions.
Poco male, qui non c’è prescrizione che impedisca di godersi questa quarantina di minuti di black metal diretto, melodico, coinvolgente, sporco il giusto nei suoni ma limpido come acqua di fonte per intenti: confermando la crescita esponenziale di una scena portoghese che sembra voler approcciare il genere risalendone le pareti partendo dagli antri più reconditi e profondi, i Grievance offrono un magnifico spaccato di quello che questo genere dovrebbe sempre essere.
Koraxid strepita in lingua madre la propria poco rassicurante visione delle cose, mentre al di sotto la musica si snoda con ritmi ragionati nei quali emerge uno strumento normalmente in secondo piano come il basso (non a caso il nostro ricorre anche all’ospite Joaquim “Vulture” Moreira), lavorando in unisono con un tremolo di grande ortodossia ma sempre capace di disegnare ottime linee melodiche.
Del resto, quanti hanno nelle corde brani trascinanti come Nausea o Um Trono Vazio, o il crescendo della conclusiva Agora e Sempre (peraltro impreziosita da notevoli passaggi di chitarra portoghese, disseminati anche in altre parti dell’album da parte dell’altro ospite Tiago Da Neta)? Non molti, e comunque troppo spesso sottovalutati per una linearità che dovrebbe essere, invece, sempre portata in palmo di mano quando è sinonimo di emotività .
Pilar, Pedra e Faca è magari un lavoro perfettibile in diversi passaggi, ma si rivela molto più ricco di sfumature rispetto alla maggior parte degli album di black metal nei quali mi sono imbattuto ultimamente: magari la mia visione è distorta dal fatto che adoro quella terra e quel popolo, ma ogni volta che ascolto musica provenire dalla Lusitania vi rinvengo sempre una profondità ed un sentore malinconico che va oltre le coordinate tipiche dal genere di volta in volta offerto.

Tracklist:
1. Mensagem Secreta
2. Fortaleza
3. O Novo Dia
4. Desconstruir
5. Náusea
6. Pragas
7. Um Trono Vazio
8. Subliminar Voz Interior
9. Agora e Sempre

Line-up:
Koraxid All instruments, Vocals

Guests:
Tiago da Neta – Portuguese Guitar on tracks 06, 08 and 09
Joaquim “Vulture” Moreira – Electric Bass Guitar in tracks 06 and 07

GRIEVANCE – Facebook

Necrodeath – The Age Of Dead Christ

The Age Of Dead Christ è il ritorno di una delle più importanti band metal italiane: il loro thrash black metal continua a mietere vittime e i trentatré anni passati dal primo storico demo non hanno lasciato alcuna cicatrice.

Non è mai facile recensire un album come l’ultimo Necrodeath, si rischia sempre la caduta nella retorica, celebrando una band di valore assoluto ed una manciata di nuovi brani che tornano a far parlare la storia del metal estremo, non solo nazionale.

I Necrodeath sono una delle icone del metal italiano, un gruppo che ha scandito con la sua discografia trent’anni abbondanti di musica metal in Italia, più facile al giorno d’oggi, meno se parliamo degli anni ottanta e novanta.
Peso, Pier, Flegias e G.L sono ancora qui con un album che celebra i trentatré anni dal primo seminale demo The Shining Pentagram, uscito nel 1985, tanti anni quanti quelli del Cristo prima di finire appeso ad una croce sulla collina del Golgotha, come è ben raffigurato nell’artwork che riporta il logo storico del combo genovese.
Ne sono passati di anni e di musica sotto i ponti dell’inferno dove si celebra il metal estremo di matrice thrash/black genere di cui la band è maestra, valorizzato da una tecnica sopraffina e da una furia estrema mai sopita.
The Age Of Dead Christ arriva ad un anno dal bellissimo split con la regina nera del metal nazionale Cadaveria, quel Mondoscuro che vedeva interagire le due band in modo totale, al punto da coverizzarsi a vicenda, e quattro dal precedente The 7 Deadly Sins, opera sui sette vizi capitali nella quale i Necrodeath per la prima volta usavano la lingua italiana, alternandola con l’idioma inglese.
Una band che non ha mai avuto timore di sperimentare torna però al più classico death/black, una mazzata estrema violentissima ed oscura che ci sputa in faccia tutta la sofferenza del mondo tramutata in livore e furia, fin dall’opener The Whore Of Salem, una traccia di metal estremo old school, seguita dal devastante thrash/black di The Master Of Mayhem.
The Age Of Dead Christ non ha pause, con la band che alterna velocissime ripartenze a mid tempo di schiacciante potenza: Peso dimostra d’essere uno dei batteristi più bravi della scena estrema mondiale con una prestazione che ha nei dettagli e nelle tante finezze ritmiche sparse qua e là il suo maggior pregio, G.L. supporta con una prova gagliarda il collega e la furia tecnicamente ineccepibile di Pier Gonella, con Flegias che sputa veleno, demone inarrestabile dietro al microfono.
The Kings Of Rome infuria tempestosa, The Triumph Of Pain rallenta i ritmi ma, in quanto ad atmosfera, è uno dei brani più riusciti dell’ opera; The Return Of The Undead è il tributo al passato e al primo full length Into The Macabre, in quanto nuova versione del classico The Undead con A.C. Wild degli storici Bulldozer come ospite.
L’album si chiude con un trittico di perle estreme come The Crypt Of Nyarlathotep, The Revenge Of The Witches e la title track, che formano un delirio musicale tra atmosfere nere e diaboliche ed il thrash/black metal nella sua forma più convincente, chiudendo come meglio non si poteva questo bellissimo nuovo capitolo della trentennale e leggendaria storia dei Necrodeath.

Tracklist
1. The Whore Of Salem
2. The Master Of Mayhem
3. The Order Of Baphomet
4. The Kings Of Rome
5. The Triumph Of Pain
6. The Return Of The Undead
7. The Crypt Of Nyarlathotep
8. The Revenge Of The Witches
9. The Age Of Dead Christ

Line-up
Flegias – Vocals
Pier – Guitars
G.L. – Bass
Peso – Drums

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Aorlhac – L’Esprit des Vents

Di questo lavoro va apprezzato soprattutto il risultato d’insieme, perché i brani si concatenano tra loro proprio per la continuità stilistica e per un’intensità che non si placa, travolgendo l’appassionato di turno per il suo impatto ritmico e melodico.

Il black metal proveniente dalla Francia non sempre è sinonimo di sonorità complesse e dalle venature sperimentali e dissonanti: in questi ultimi tempi ci stiamo imbattendo in diverse band che, al contrario, offrono un’interpretazione molto accattivante grazie all’inserimento di una pesante componente epica , ponendosi come obiettivo un coinvolgimento emotivo immediato dell’ascoltatore.

E’ questo il caso per esempio dei Nydvind (dei quali si parlerà tra qualche giorno) e degli Aorlhac, gruppo che nella sua decina d’anni di attività arriva al terzo full length, L’Esprit des Vents, a otto anni di distanza dal precedente, La cité des vents, e appunto a dieci dal quello d’esordio, À la croisée des vents.
Con il vento quale termine ricorrente nei titoli, la band di Aurillac omaggia la propria città utilizzandone il nome in occitano quale monicker, mentre musicalmente l’immaginario medioevale si traduce in una musica dal potente impatto evocativo, con sfumature che vanno dal pagan/epic al folk metal, il tutto eseguito con notevole maestria.
Di questo lavoro va apprezzato soprattutto il risultato d’insieme, perché i brani si concatenano tra loro proprio per la continuità stilistica e per un’intensità che non si placa, travolgendo l’appassionato di turno per il suo impatto ritmico e melodico.
L’Esprit des Vents è il classico lavoro il cui ascolto sicuramente tiene alla larga dalla noia: il piede batte furiosamente mentre Spellbound recita aspramente in lingua madre testi che raccontano di vicende del passato, facendoci realmente vivere in maniera credibile questi sbalzi temporali; all’interno del sound degli Aorlhac si trovano anche diversi passaggi che rimandano all’heavy metal, per cui non si disdegnano neppure ottimi assoli chitarristici (La révolte des tuchins), anche se la sei corde viene impiegata di norma in tremolo per tessere incessantemente linee melodiche bellissime (valgano per tutti brani magnifici come Ode à la croix cléchée e un’esaltante L’ora es venguda).
L’Esprit des Vents è un album che merita davvero il plauso di chiunque ami il metal, perché nonostante la sua base black possiede tutti i crismi per trovare favori anche in chi predilige di norma altri generi e, aggiungerei, è del tutto in linea con l’elevata qualità del materiale normalmente offerto dalla piccola ma attivissima etichetta transalpina Les Acteurs de L’Ombre Productions.

Tracklist:
1. Aldérica
2. La révolte des tuchins
3. Infâme Saurimonde
4. Ode à la croix cléchée
5. 1802-1869 | Les méfaits de Mornac
6. Mandrin, l’enfant perdu
7. La procession des trépassés
8. Une vie de reclus (quand les remparts ne protègent plus)
9. L’ora es venguda
10. L’esprit des vents

Line-up:
NKS – Guitars, Bass
Spellbound – Vocals
Lonn – Lead Guitars
Ardraos – Drums

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Enoid – Livssyklus & Dodssyklus

Trattandosi di una rivisitazione di quanto fatto da Ormenos circa un decennio fa, il tutto deve essere visto come l’occasione per fare la conoscenza di una realtà musicale interessante e degna della massima stima, per la coerenza e la passione che il musicista elvetico immette nella sua riproposizione piuttosto fedele della tradizione del genere.

Lo svizzero Ormenos è il titolare di questa one man band denominata Enoid, anche se nel primo anno di attività ha avuto diverse denominazioni prima di quella attuale.

Livssyklus & Dodssyklus è una compilation che raccoglie i primi due full length usciti a nome Enoid (intitolati appunto Livssyklus e Dodssyklus), anche se il primo in realtà era già uscito come demo a nome Organ Trails nel 2004 per essere poi riedito nel 2014 con il titolo Organ Trails 2004.
Dopo avevi confuso il giusto le idee, veniamo al contenuto dell’opera, che offre un’ora complessiva di buon black metal di matrice scandinava, lineare, melodico e di gradevole ascolto.
Il musicista di Losanna è piuttosto arrivo nella scena elvetica, essendo impegnato a vario titolo con almeno un’altra decina di band, per cui il fatto di riproporre per l’ennesima volta questi due lavori (soprattutto il primo) non deve far pensare ad una particolare aridità compositiva; l’operazione della Grimm Distributin appare quindi valida perché offre la possibilità di ascoltare black metal di buona fattura, con il secondo dei due che si rivela leggermente più aspro del predecessore, spingendosi a livello artistico dalle parti degli Arckanum, il che tutto sommato è un modello di sicuro pregio.
In generale, trattandosi di una rivisitazione di quanto fatto da Ormenos circa un decennio fa, il tutto deve essere visto come l’occasione per fare la conoscenza di una realtà musicale interessante e degna della massima stima, per la coerenza e la passione che il musicista elvetico immette nella sua riproposizione piuttosto fedele della tradizione del genere.
Per finire, ma solo a livello di curiosità, i titoli dei brani non fanno riferimento a qualche antica lingua mesopotamica ma, perché abbiano un senso, devono essere semplicemente letti al contrario …

Tracklist:
1. Riruop
2. Ecnassian
3. Ridnarg
4. Erviv
5. Rillieiv
6. Riruom
7. Noitpecnoc
8. Edicius
9. Ecnarffuos
10. Edulretni
11. Trom
12. Noitcurtsed
13. Dlrow eht Kcuf

Line-up:
Ormenos – Drums, Guitars, Vocals

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