Damnation Gallery – Black Stains

Ottimo esordio su lunga distanza per questa eccellente band italiana di metal occulto. Un vero must per chi ama Death SS e Mercyful Fate ed in generale i suoni anni Ottanta.

Nuovo gruppo italiano, di Genova per la precisione, alla ribalta. E nuovo, validissimo debutto su lunga distanza.

Abbiamo potuto apprezzare i Damnation Gallery già al Teatro Carignano del capoluogo ligure, a inizio maggio 2017, occasione nella quale la band presentò di fatto il proprio mini cd d’esordio. Ora quei brani, risuonati e remixati, figurano accanto a nuove tracce su questo ottimo Black Stains, all’insegna di un solido e tradizionale dark metal, che sa rileggere la grande eredità (musicale ed iconografica) dei Death SS e dei Mercyful Fate – tematiche horror incluse, pertanto – sposandola ad elementi black, thrash e HM classico anni Ottanta. Il disco è quindi vario, la scrittura musicale già matura, le qualità tecniche di sicuro pregio, la voce della bravissima Scarlet tanto inquietante quanto splendida. Oscuri e melodici, cadenzati e potenti, oppure veloci ed aggressivi a seconda delle situazioni, i Damnation Gallery ci regalano un tributo in musica al fascino delle tenebre che, sin dal primo impatto, colpisce nel segno e promette ulteriori e interessanti sviluppi sonori. Pezzi come l’iniziale Equilibrium et Chaos, Transcendence Hymn, la title-track, Dark Soul e la kantiana Noumeno illuminano un percorso – sia artistico, sia lirico – davvero notevole e da seguire con la dovuta attenzione. Un gran bel disco e non solo per gli appassionati di doom e dintorni.

Tracklist
1. Equilibrium et Chaos
2. Damnation Gallery
3. Black Stains
4. Evil Supreme
5. Transcendence Hymn
6. Rest in Pestilence
7. Dark Soul
8. Noumenon
9. Addiction
10. Psychosis

Line-up
Scarlet – Vocals
Lord Edgard – Guitars
Low – Bass
Lord of Plague – Guitars
Coroner – Drums

DAMNATION GALLERY – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=VdV6DVUvwhc

Avatarium – Hurricanes And Halos

Sin dal primo pezzo si capisce che questo disco è qualcosa di diverso, le immagini messe in musica sono forti e suscitano emozioni nell’ascoltatore.

Gli Avatarium sono un gruppo dai diversi punti forti, hanno una grande potenza e sanno bilanciare molto bene con un suono contaminato dagli anni 70 .

Il gruppo svedese ha saputo sviluppare una propria poetica molto appropriata nel trattare il doom classico, ma non c’è soltanto questo bensì una moltitudine di sensazioni e di musiche diverse, che entrano nel cuore dell’ascoltatore attraverso canzoni che lasciano il segno.
Questo disco è sicuramente un lavoro da sentire con molta cura e molta curiosità, perché nel panorama odierno l’offerta di questo tipo di musica non manca, ma la qualità degli Avatarium è assai difficile da trovare in giro. Sin dal primo pezzo si capisce che questo disco è qualcosa di diverso, le immagini messe in musica sono forti e suscitano emozioni nell’ascoltatore, la voce femminile di Jeannie-Ann Smith riesce a toccare vette molto alte, soprattutto nella drammatizzazione della musica. Una cosa che può sembrare ovvia, ma non lo è affatto, è la corretta e ottima pronuncia inglese della cantante che, a differenza di quanto accade in molti altri gruppi, riesce ad essere davvero credibile. Un altro elemento molto importante della musica degli Avatarium è l’organo, che dà un tocco di anni 70 sempre molto elegante ed incisivo, riesce a coinvolgere e trasforma le canzoni in qualcosa di unico. Troviamo anche nelle canzoni un pizzico di magia metal, nel senso di epicità della canzone, e momenti con melodie molto aperte ed epiche. Dentro questo gruppo convivono molti generi ma soprattutto il punto di forza degli Avatarium è il riuscire a fare un disco originale con elementi che non lo sono, ma che per essere proposti al meglio necessitano di un’ottima rielaborazione. Questo lavoro può essere ascoltato da persone con gusti differenti, perché una musica così può mettere tutti facilmente d’accordo, e il risultato è una vera e propria altalena di emozioni. Per rendersi conto della grandezza di questo disco basta ascoltare la traccia che dà il titolo al disco, Hurricanes And Halos, un manuale di cosa si può fare di veramente originale in un genere che dà possibilità, a chi ne ha il talento e la capacità, di creare determinate atmosfere. Questo disco è consigliabile a tutti quelli che vogliono sentire qualcosa di ben fatto e composto, non tanto per la tecnica ma quanto per il sentire, perché le sensazioni che offre sono quelle che ci fanno amare questo tipo di musica, sia esso doom o metal o blues, basta che questa fiamma bruci ancora.

TRACKLIST
01. Into The Fire / Into The Storm
02. The Starless Sleep
03. Road To Jerusalem
04. Medusa Child
05. The Sky At The Bottom Of The Sea
06. When Breath Turns To Air
07. A Kiss (From The End Of The World)
08. Hurricanes And Halos

LINE-UP
Jennie-Ann Smith: Vocals
Marcus Jidell: Guitar
Lars Sköld: Drums
Mats Rydström: Bass
Rickard Nilsson: Organ

AVATARIUM – Facebook

Alchimia – Musa

Musa è davvero ispirato da un’entità superiore, e come i processi alchemici prende degli elementi, li distrugge e li fa rinascere attraverso un processo materiale ma soprattutto spirituale, che in questo caso è la fusione di metal e folklore partenopeo.

Alchimia è la nuovo ideazione di Emanuele Tito, già fautore del progetto Shape.

Questo disco è un ponte gettato tra varie forme di metal e la musica mediterranea, ed in particolare quella napoletana. Musa è però molto di più di quanto sopra, ed il valore del disco è davvero alto. La ricerca musicale di Emanuele è molto profonda, parte dal metal usandolo come codice per poter decifrare linguaggi diversi, e riesce ad accomunate una composizione goticheggiante con le peculiarità della musica popolare napoletana. Il disco è figlio della terra in cui ha le radici, ovvero Napoli e la sua provincia, che hanno una musica e tradizioni tutte loro, che si stanno ormai perdendo, ma dischi come questo e quello di Scuorn valgono oro, perché le tradizioni partenopee sono esplosive come la terra sotto i Campi Flegrei, ed attraversano il sottosuolo per arrivare in superficie e palesarsi in diverse forme, come in questo disco. La bravura di Emanuele è molteplice e si dirige in diverse direzioni e Musa è sicuramente parte di un disegno più grande che sta nella sua testa, e che speriamo possa palesarsi nella sua interezza, perché già così è fantastico. Come generi e sottogeneri del metal qui ne abbiamo in abbondanza, dal gothic al doom, ad un incedere death metal, però il sentire è sempre decadente, ben rappresentato dalla copertina, che è un dipinto di Ettore Tito intitolato Le Ondine. Musa appare davvero ispirato da un’entità superiore, e come i processi alchemici prende degli elementi, li distrugge e li fa rinascere attraverso un processo materiale ma soprattutto spirituale, che in questo caso è la fusione di metal e folklore partenopeo, ma come detto sopra l’opera di Emanuele fonde in sé diversi elementi per diventare un qualcosa di sublime e davvero sentito. Dischi come questo fanno sì che il metal si avvicini ad essere un’arte nel senso classico, ovvero nel tradurre in immagini i movimenti dell’esistenza. Un disco dannatamente vicino ad uno splendido cielo pagano.

TRACKLIST
1. Orizzonte
2. Lost
3. Exsurge Et Vive (Alchemical Door)
4. My Own Sea (Fading)
5. Whisper of the Land
6. Waltz of the Sea
7. Leaves
8. Oceano: Tempesta
9. The Fallen One
10. Assenza (Memory)

LINE-UP
Emanuele Tito – songwriting, guitars, vocals
Fabio Fraschini – bass
David Folchitto – drums
Gianluca Divirgilio – ghost ethereal guitars

ALCHIMIA – Facebook

Don’t Try This – Wireless Slaves

Un esordio che non passerà inosservato quello dei Don’t Try this: un perfetto connubio tra rabbia, potenza e melodia sorprenderà anche l’ascoltatore più esigente.

I Don’t Try This ci provano eccome, con questo disco d’esordio ricco di musica, pensieri ed energia.

Nonostante la band tedesca definisca la propria musica come “Modern-Metal”, devo dire che risulta davvero difficile inquadrarli in un qualche genere di sorta.
Proprio per questa ragione, ho pensato che potrebbe essere un po’ più utile fare una breve analisi delle songs che compongono questo intenso Wireless Slaves.
Il disco si apre con due pezzi molto potenti e diretti, nei quali screaming e growling si alternano a momenti di pura energia, ma anche di una strana quiete apparente (Suffocation e When They Rise); successivamente, i Don’t Try This ci fanno ascoltare qualcosa di più melodico, meno aggressivo grazie a Nothing Is Like Before e My Burden; il colpo di scena lo incontriamo con la piacevole e acustica Falling Deeper, di cui è presente anche la demo registrata nel 2013.
I momenti di melodia continuano attraverso The End of Everything, una delle tracce che ho apprezzato maggiormente per il suo ritornello e il cantato pulito; la potenza della band riprende con la collaborazione di Rudi Schwarzer in I Will Never Forget, di cui troveremo la Piano Version alla fine dell’album; Living A Lie mostra un lato più malinconico e introspettivo del gruppo, un pezzo che permette di tirare un pò il fiato, mentre I.W.N.E. vs. Polytox è un qualcosa di inspiegabile, sembra provenire dai Depeche Mode, molto intensa la presenza di componenti elettronici ad arricchire e “stranire” il sound, non so davvero se fosse necessaria questa canzone.
Wireless Slaves arriva alla fine con due brani (Falling Deeper e The Requiem) tratti dal demo del neanche troppo lontano 2013, utili per dimostrare il progresso generale di questi ragazzi, e I Will Never Forget eseguita magnificamente con il piano.
Ascoltando questo primo lavoro dei Don’t Try This , si nota molto chiaramente quanto la voglia di distinguersi sia tanta, ma anche quanto impegno e studio ci sia dietro tutto questo.
Non si tratta quindi di una decina di canzonette buttate lì solo per dire di aver “scritto un cd”, bensì di un qualcosa di ben strutturato e pensato razionalmente.
Considerando anche la giovane formazione, ritengo che Wireless Slaves si dimostri come una piacevole rivelazione e non posso che incoraggiare il talento dimostrato.
Dovrebbe partire a breve il loro tour, io non me li farei sfuggire se fossi amante del metal più forte, ma comunque ricercato e non solo urlato.

TRACKLIST
01 – Suffocation
02 – When They Rise
03 – Nothing Is Like Before
04 – My Burden
05 – Falling Deeper
06 – The End Of Everything
07 – I Will Never Forget (feat. Rudi Schwarzer)
08 – Living A Lie
09 – I.W.N.F. Vs. Polytox
10 – Falling Deeper (Demo 2013)
11 – The Requiem (Demo 2013) [feat. David Baßin]
12 – I Will Never Forget (Piano Version)

LINE-UP
Carlo Kasanya – voce
Markus Kopitzki – basso
Stephan Renner – chitarra
Philipp Müller – chitarra
René Wähler – batteria

DON’T TRY THIS – Facebook

Light Of The Morning Star – Nocta

Nocta è la summa di quanto di meglio possa offrire il metal più tenebroso quando si fonde con un senso gotico della melodia, e il disco potrebbe essere la colonna sonora della notte di un vampiro, che desidera lascivamente nottetempo ma al contempo è conscio di essere maledetto.

Non si sa granché di O-A, unico deus ex machina di Light Of The Morning Star, ma spiega molto più la sua musica che mille parole.

Dopo aver esordito nel 2016 con l’ep Cemetery Glow, andando ad esplicare le coordinate del progetto, O- A torna con questo debutto sulla lunga distanza, che è notevole. Nocta è la summa di quanto di meglio possa offrire il metal più tenebroso quando si fonde con un senso gotico della melodia, e il disco potrebbe essere la colonna sonora della notte di un vampiro, che desidera lascivamente nottetempo ma al contempo è conscio di essere maledetto. Questi nove cantici oscuri sono pieni di melodie sensuali e di distorsioni che accompagnano una tenebrosa eppure calda narrazione, senza fronzoli o autocompiacimenti, ma solo tanta nera sostanza. Molti sono i generi trattati, da una radice funeral doom melodica si passa ad un gothic metal con sfumature black melodiche, ma su tutto domina la melodia. Le canzoni sono strutturate in maniera da creare un climax che trasporta l’ascoltatore in un limbo piacevole, ma assai vicino alla morte, che è comunque uno stadio della nostra natura. O-A compone e suona da solo un album di canzoni bellissime e lascive, sensuali e vampiresche, il tutto con una lucidità ed una facilità musicale che non possono che stupire. Si rimane fortemente attratti da questa musica magnetica che sa di castelli polverosi e cimiteri con la nebbia, da ascoltare al buio e con le cuffie.
Nocta piacerà molto a chi ama il doom ed il metal più dark, ed è propenso a fare incursioni sonore in altri ambiti musicali.

TRACKLIST
1.Nocta
2.Coffinwood
3.Serpent Lanterns
4.Grey Carriages
5.Crescentlight
6.Oleander Halo
7.Ophidian
8.Lord of All Graves
9.Five Point Star

LIGHT OF THE MORNINGSTAR – Facebook

The Hero – Miracles

Dopo tanto metal estremo, farsi cullare tra le note dark/gotiche dei The Hero, magari in compagnia di una affascinante creatura della notte, è un toccasana irrinunciabile.

Arrivano da Stoccolma i The Hero, band melodic metal con influenze gotiche, alle prese con Miracles, album che non lascia dubbi sulle loro ispirazioni, mentre scorrono una ad una varie band che si sono affacciate sul mercato negli ultimi venti/venticinque anni.

Voce profonda ed espressiva, chitarre e ritmiche a tratti potenti e con qualche accenno al groove tanto di moda di questi tempi, giri di piano malinconici e dark fanno di Miracles un buon album sia per gli appassionati di sonorità gothic/dark che hard rock.
L’ascolto rimane piacevole, tra dolci armonie notturne e riff che accentuano non poco la componente hard rock, con qualche brano che sopra agli altri alza la media, come la title track, Via Dolorosa, Corpus Christi (in stile Saviour Machine) e la super melodica Crying In The Rain.
Inutile scrivere che l’originalità non abita tra le note di Miracles, ma se siete amanti di Him, ultimi Sentenced e Saviour Machine l’ album possiede spunti e sfumature interessanti ed una facilità d’ascolto che conferisce alle tracce la virtù di entrare subito in sintonia con l’ascoltatore.
Dopo tanto metal estremo, farsi cullare tra le note dark/gotiche dei The Hero, magari in compagnia di una affascinante creatura della notte, è un toccasana irrinunciabile.

TRACKLIST
1.Kill the Monster
2.The Broken Hearted
3.Miracles
4.Tell the World
5.Via Dolorosa
6.Corpus Christi
7.Melancholiah
8.Crying In the Rain
9.Join Me in Life
10.When Evil Blooms
11.Shot
12.Mr Rigot Mortis
13.Viva Victoria
14.The Swedish National Anthem

LINE-UP
Michael Hero – Lead Vocals & Guitar
Daniel Mouton – Drums & Vocals
Emanuel Wärja – Guitar & Vocals
Henrik Deleskog – Bass

THE HERO – Facebook

Bethlehem – Bethlehem‬

L’ottava fatica su lunga distanza dei Bethlehem è sicuramente un qualcosa che non deve essere trascurato, anche per il tentativo, spesso riuscito, di scandagliare l’oscurità in musica in tutti i suoi meandri, specialmente quelli più inaccessibili e ripugnanti: resta il fatto che, per il mio gusto personale, manca sempre il canonico centesimo per fare l’euro.

Ho sentito più di una persona attendere con una certa fiducia questo nuovo album dei Bethlehem, alla luce di una storia che colloca la band tedesca tra quelle fondamentali per la crescita e lo sviluppo di un certo modo di interpretare la materia estrema.

Allo stesso modo, da parte mia, c’erano diversi dubbi legati al precedente Hexakosioihexekontahexaphobia, album che non mi aveva lasciato ricordi indelebili, e questa nuova fatica autointitolata ne dissipa alcuni ma ne fa crescere altri.
Sicuramente la creatura che, ormai da molti anni, viene guidata dal solo Bartsch , non produce musica che possa lasciare indifferenti e, nonostante la matrice black sia sempre bene in vista, il risultato finale non può essere mai scontato.
D’altra parte, però, pur non volendo togliere ai Bethlehem il titolo di band seminale e imprescindibile per quella che sarebbe diventata poi la scena black metal tedesca, resta il fatto che la loro produzione è sicuramente di buon livello, considerando anche che il leader si e circondato di musicisti di spessore (tra tutti il notevole batterista Stefan Wolz) ma senza raggiungere picchi corrispondenti allo status acquisito.
Anche questo nuovo lavoro, quindi, non sposta il mio giudizio pur se, rispetto al suo predecessore, si rivela leggermente più diretto e meglio focalizzato su un’indole black doom che offre più di un passaggio avvincente e ben memorizzabile.
Un altro aspetto che potrebbe fungere da spartiacque per più di un ascoltatore è l’interpretazione fornita dalla vocalist polacca Onielar, improntata su un registro isterico, a tratti anche molto teatrale, comunque più adatto a un disco di natura totalmente depressive piuttosto che ad un contesto simile, e che a mio avviso, oltre che stucchevole alla lunga, si rivela decisamente inferiore e meno versatile rispetto alla prova fornita da Guido Meyer su Hexakosioihexekontahexaphobia.
In definitiva, l’album dei Bethlehem mostra diversi sprazzi di genialità, ma i passaggi che si ricordano più volentieri sono quelli strumentali afferenti alla matrice doom e non quelli che, invece di stupire, finiscono solo per compromettere la fluidità di certe tracce.
Così è la diretta opener Fickselbomber Panzerplauze a convincere, così come i brani più meditati e melodicamente lineari quali Kynokephale Freuden im Sumpfleben e Arg tot frohlockt kein Kind, nelle quali trova spazio in maniera più concreta il qualitativo lavoro chitarristico di Karzov, mentre tra le tracce più anomale spicca Verderbnisheilung in sterbend’ Mahr, oscillante tra riff plumbei e minacciosi e liquide pulsioni dark wave .
Bartsch si conferma compositore di vaglia e senz’altro una delle migliori menti musicali in circolazione, ma sono troppe le scelte che personalmente ritengo cervellotiche e non del tutto funzionali al risultato finale, incluso il rutto che accoglie l’ascoltatore all’inizio del lavoro e che fa solo venire voglia di restituirlo al mittente …
Detto questo, l’ottava fatica su lunga distanza dei Bethlehem è sicuramente un qualcosa che non deve essere trascurato, anche per il tentativo, spesso riuscito, di scandagliare l’oscurità in musica in tutti i suoi meandri, specialmente quelli più inaccessibili e ripugnanti: resta il fatto che, per il mio gusto personale, manca sempre il canonico centesimo per fare l’euro.

Tracklist:
1. Fickselbomber Panzerplauze
2. Kalt’ Ritt in leicht faltiger Leere
3. Kynokephale Freuden im Sumpfleben
4. Die Dunkelheit darbt
5. Gängel Gängel Gang
6. Arg tot frohlockt kein Kind
7. Verderbnisheilung in sterbend’ Mahr
8. Wahn schmiedet Sarg
9. Verdammnis straft gezügeltes Aas
10. Kein Mampf mit Kutzenzangen

Line-up:
Bartsch – Bass, Keyboards
Wolz – Drums
Karzov – Guitars, Keyboards
Onielar – Vocals

BETHLEHEM – Facebook

Root – Kärgeräs – Return from Oblivion

Kärgeräs – Return from Oblivion è un album coinvolgente, probabilmente il migliore tra quelli editi dai Root nel nuovo millennio, e rappresenta una maniera personale e non inflazionata di interpretare la materia metallica.

Il traguardo del decimo album per i cechi Root rappresenta qualcosa in più rispetto a un semplice dato statistico: infatti, il gruppo guidato da quasi un trentennio da un mito del metal europeo come Jiří Valter (aka Big Boss) è a tutti gli effetti una di quelle realtà emerse prima dell’esplosione del black metal in Norvegia, appartenendo quindi alla genia delle band dedite a sonorità oscure, epiche ma non così estreme ed ancora legate ad un più tradizionale heavy metal.

I Root non sono notissimi dalle nostre parti e, in generale, non possono essere certo avvicinati per fama a Venom e Bathory, tanto per fare un esempio di band contigue per ispirazione e genesi, ma la considerazione di cui gode un personaggio come Valter nella scena europea è testimoniata dalla sua partecipazione come ospite su album di Moonspell e Behemoth, oltre ad essere stato chiamato dai Winterhorde ad interpretare il ruolo di voce narrante sul loro recente capolavoro Maestro.
E se non un maestro, il nostro è sicuramente uno dei decani dell’ambiente metallico ma, a giudicare dagli esiti non sembra proprio che l’età anagrafica costituisca un peso: infatti, il timbro caldo e profondo di Big Boss non è stato certo incrinato dal passare del tempo e ciò caratterizza ovviamente questo ultimo lavoro, che fin dal titolo si pone quale ideale seguito del concept album Kärgeräs, uscito esattamente vent’anni fa e considerato uno dei punti più alti raggiunti dai Root nel corso della loro lunga storia.
Rispetto a certe asprezze del passato, il sound appare decisamente meno ruvido, mettendo in luce un approccio maggiormente epico e folk, ovviamente sempre irrobustito da una massiccia dose di heavy metal.
Diciamo pure che, più dell’immarcescibile vocalist, i segni del tempo sono più visibili nella struttura musicale, ma ciò non deve essere inteso come un aspetto negativo, anzi: proprio il suo essere piacevolmente avulso da qualsiasi tentazione modernista, ammanta il lavoro di un fascino ulteriormente esaltato dalla carismatica interpretazione vocale di Valter e dal buon lavoro strumentale dei suoi compagni d’avventura.
E se, per piegarsi alle esigenze di quello che è pur sempre un concept, i Root indulgono più del solito in passaggi acustici e rarefatti, ciò non è certo un male, anche se i momenti migliori li riservano brani ben focalizzati ed incisivi come l’opener Life Of Demon e The Book Of Death.
Kärgeräs – Return from Oblivion è un album coinvolgente, probabilmente il migliore tra quelli editi dai Root nel nuovo millennio, e rappresenta una maniera personale e non inflazionata di interpretare la materia metallica.

Tracklist:
1. Life of Demon
2. Osculum Infame
3. Moment of Fright
4. The Book of Death
5. Black Iris
6. Moment of Hope
7. The Key to the Empty Room
8. New Empire
9. Up to the Down
10. Do You Think Is it the End?

Line-up:
Big Boss – Vocals
Alesh A.D. – Guitars
Igor – Bass
Paul Dread – Drums
Hanz – Guitars

ROOT – Facebook

Moon – Render the Veils

Miasmi , vortici, uragani e vertigini possono sostenere a malapena un’isteria immaginifica in cui ottanta minuti vengono sostenuti a malapena.

Dopo la catastrofe rimane solo l’eco impronunciabile del dramma. Miasmyr Moon conferma il suo status, devoto al manifesto intitolato “Caduceus Chalice” firmato nel 2010 in Australia, terra nativa di credenze, rituali e fantasie bizzarre.

“Apparitions ” e “Blood”, in quanto ep, sono stati dei validi tentativi per creare le basi di un pavimento marcio e lercio, aggettivi che suonano bene come chiasmo per definire lo stile unico e riconoscibile !
Non ci sono paragoni che possano competere come esempi e per questo è ancora più godibile l’ascolto che ci riporta in un ossario, probabilmente, dopo un alluvione o uno smottamento. Render the Veils ha lo stesso schema del precedente disco,  unico nel suo genere e nella futura cronologia, ma con un’attenzione maggiore nel suono. A malapena si distingue cosa venga suonato (gli Abruptum nel 90 avevano suoni ben più definiti) e la lontananza sonora crea un effetto cosmico e interstellare riconducibile solo ad un viaggio catartico che l’anima compie al momento del decesso. Miasmi , vortici, uragani e vertigini possono sostenere a malapena un’isteria immaginifica in cui ottanta minuti vengono sostenuti a malapena. E non di certo perché sia mal suonato. Neptune Towers risulta addirittura più ostico, per cui i fan di Moon possono solo essere contenti del nuovo prodotto; i neofiti come me possono invece rimanere sbalorditi con una nuova scia da seguire per strade buie e desolate come pomeriggi soleggiati a 35° all’ombra. Undici tracce compatte, escatologiche e rinunciatarie possono fare da sottofondo per qualsiasi situazione, sembra cinico dire che in solitudine o in compagnia l’effetto è travolgente: non c’è bisogno di alcuna alterazione artificiale per sentire calare la notte o il giorno. Dipende da quale sia l’emisfero (o pianeta) in cui ci troviamo.

TRACKLIST
1. Immolation Euphoria
2. Modraniht
3. Oration as Vessel of the Void
4. Casting the Shadow
5. As Stars Merge with Ice
6. Souls Secreted in Transparent Cells
7. Tunnels of Lost Thoughts
8. Hanged at the Gates
9. Mirror of Black Souls
10. Corrosion Delirium
11. Cold Delusions

LINE-UP
Miasmyr Moon

MOON – Facebook

Heimdalls Wacht – Geisterseher

Pagan black metal dalla Germania: ruggente, frizzante e devoto a temi anti cristiani.

Pagan black metal dalla Germania: ruggente, frizzante e devoto a temi anti cristiani.

Geisterseher segna 10 anni di attività nei quali Saruman (chitarra) e Herjann (basso) hanno avuto da lavorare per riuscire a comporre l’attuale line-up vincente, testata l’anno scorso con lo split con Trollzorn. Skjeld dona voce, vernice e grinta ad un disco che apre una nuova era, come nel sito web viene dichiarato: l’uscita di Narhemoth, per quanto sia presente nello spirito della ideologia della band. Ben mixato, buona tecnica negli arrangiamenti e adatto per affezionati al genere, ma piacevole e di semplice ascolto per chi non ha criteri di paragone (come me ad esempio, e questo non significa affatto che sia un prodotto anonimo e leggero).
Attitudine schiva ma aperta allo stesso tempo, lampi di grim e saette vocali che compensano le fughe vocali , come ad esempio in Scyomantia, adattabile a singolo. Taedium Vitae riporta riccioli di malinconia ai primi Pyogenesis, magari tra Ignis Creatio e Twinaleblood, ma appena un accenno. Un tocco di cascadian non fa che alleggerire un disco che se avesseavuto schemi “quadrati” sarebbe stato scaraventato da subito nell’anonimato.

TRACKLIST
1. Spoekenkieker
2. Wir sind die Waechter
3. Der kommende Gott Treffen mit Sabazios
4. Scyomantia-Der Thron im Schatten
5. Tairach
6. Taedium_Vitae
7. Anderswelt

LINE-UP
Narhemoth – Voce
Saruman – Voce, Chitarra
Herjann – Basso, Voce
Teja – Chitarra
Feuerriese – Batteria

HEIMDALLS WACHT – Facebook

Impurity / Sex Messiah – Vomiting Blasphemies Over The World

Primitivismo black metal, ma non solo, per un netto e felice revival di un certo suono norvegese che non smette mai di risuonare per cattiveria nel mondo tutto, come ben testimonia questo split.

Blasfemia per due ottimi gruppi black metal underground.

Gli Impurity vengono dal Brasile, e si inseriscono nel filone black metal classico, con chiari riferimenti ai Sarcofago, gloria nazional metal brasiliana.
I Sex Messiah vengono invece dal Giappone, hanno inciso demo, compilation e degli split, e fanno un black metal marcio e corrosivo. Tutto nasce da un tour in terra nipponica, dopo il quale la misteriosa etichetta High Society Satanic Records fece uscire questo split in cd in edizione limitata. Da qui questa edizione in vinile della Nuclear War Now !. Ascoltando lo split si capisce quanto siano simili le anime di questi simpaticoni, visto il simile approccio alla nera materia. Primitivismo black metal, ma non solo, per un netto e felice revival di un certo suono norvegese che non smette mai di risuonare per cattiveria nel mondo tutto, come ben testimonia questo split.

TRACKLIST
01. Cult Anti – Matutinal
02. Anti – Dominical
03. Preaching Mark Of The Beast
04. Maniac Lust
05. Holy Death
06. Vampire
07. Eternal Winter

SEX MESSIAH – Facebook

Mayfair – My Ghosts Inside

Emozioni, è proprio di questo che non smettiamo mai di aver bisogno, e fortunatamente ci ancora sono artisti come i Mayfair che ne elargiscono a profusione

Era il lontano 1993, quando aprivo il portafoglio nel mio negozio di fiducia per procurarmi l’opera prima dei Mayfair, band unica nell’universo del progressive, specialmente dopo lo scioglimento delle catene che tenevano il genere legato ai clichè settantiani e all’apertura ad altri suoni, magari mal digerita dai vecchi fans di dinosauri in continua e drammatica estinzione, ma assolutamente essenziale per portare il genere in salute, nel nuovo millennio, senza risultare obsoleto.

La band austriaca è stata una delle prime ad approcciarsi al progressive con brani dalla durata limitata, evitando lunghe suite, ma puntando tutto sull’emozionalità della propria musica e non sono pochi i gruppi odierni, sicuramente più famosi, che devono non poco al sound di quel Behind che all’epoca fu un ascolto fondamentale, almeno per chi ebbe la fortuna di poterlo fare.
My Ghost Inside torna a far parlare del gruppo dopo Schlage Mein Herz, Schlage che, tre anni fa, ne segnava il ritorno dopo un silenzio lungo quindici anni, con la sezione ritmica completamente rinnovata, ed i soli Mario e Renè a fungere da superstiti della line up originale.
I Mayfair continuano la loro evoluzione, lasciando che l’alternative metal depressivo dei vari Anathema e Katatonia, prenda il sopravvento sulle sonorità progressive: rimane l’impronta inconfondibile del sound originario, ma la tendenza di questo lavoro è più orientato verso un mood teatrale e drammatico, non lasciando indietro neppure qualche accenno toolliano.
Rimane il talento per atmosfere intimiste e rarefatte, sviluppate su tonalità grigie, pregne di un’eleganza del tutto personale, mentre le lancette dell’amplificazione arrivano al massimo solo nella metallica Schrei Es Raus, posta come penultimo atto di un lotto di brani dal mood plumbeo.
Un ascolto rilassato, arpeggi scritti su di un specchio ricoperto dalla polvere di molte primavere ormai passate, un autunno che con i suoi colori spenti riempie l’aria di malinconia, mentre brani di raffinato dark prog alternativo come Loss, Blinded By Your Light, When Angels And Demons Meet e Andermal colmano di rilassate sfumature tragico malinconiche quaranta minuti di una classica giornata di estenuante mal di vivere.
Emozioni, è proprio di questo che non smettiamo mai di aver bisogno, e fortunatamente ci ancora sono artisti come i Mayfair che ne elargiscono a profusione, bentornati.

TRACKLIST
1. Loss
2. My Ghosts Inside
3. Desert
4. Blinded By Your Light
5. When Angels And Demons Meet
6. Our Fire Starts Here
7. Ghostrider
8. Boom
9. Andermal
10. Schrei Es Raus
11. Until We Meet Again

LINE-UP
Mario – vocals
René – guitars
Johannes – bass
Jolly – drums

MAYFAIR – Facebook

Dalkhu – Descend … Into Nothingness

Un disco che non può lasciare indifferenti, davvero ricco di molti spunti positivi e con una grande forza.

Dalla fertile Slovenia, che pur essendo una nazione di soli tre milioni di abitanti riesce sempre ad esprimere ottimi gruppi metal, ecco i Dalkhu alla seconda opera, dopo Imperator del 2010.

I Dalkhu fanno un death metal con forti dosi di black, soprattutto nella ritmica delle canzoni, che sono ben strutturate e mai solo bieca potenza, ma hanno una struttura ben definita. La melodia c’è e si sente, anche grazie ad una produzione molto accurata e soprattutto funzionale allo scopo. In questi ultimi tempi vi sono molti gruppi che fanno death tinto di nero, ma pochi escono dalla media, mentre i Dalkhu si distaccano nettamente, anche perché in un genere non molto originale riescono ad avere un timbro personale e ben preciso. Infatti qui si realizza ciò che si proclamava nel titolo, ovvero una discesa nel nulla, attraverso gli scalini della sofferenza e della presa di coscienza della tragica condizione umana. Un disco che non può lasciare indifferenti, davvero ricco di molti spunti positivi e con una grande forza.

TRACKLIST
1. Pitch Black Cave
2. The Fireborn
3. In The Woods
4. Distant Cry
5. Accepting The Burried Signs
6. Soulkeepers
7. E.N.N.F.

LINE-UP
J.G. – guitar, bass, music.
P.Ž. – vocals

DALKHU – Facebook

DESCRIZIONE SEO / RIASSUNTO

Abysmal Grief – Strange Rites of Evil

Strange Rites of Evil non delude, grazie ad un pacchetto di brani eccellenti che, pur restando entro schemi consolidati, regalano il tipico olezzo dolciastro dei fiori in decomposizione in piccoli cimiteri dimenticati e si rivelano l’ideale accompagnamento musicale di una danza macabra dei quali i nostri gli sono gli interpreti d’elezione.

Ritornano i necrofori del doom per riportarci di peso nel bel mezzo dell’umana tragedia connessa con l’ineluttabile momento del trapasso.

La formula della cult band genovese è ormai ben consolidata, tanto da costituire un ormai riconoscibilissimo marchio di fabbrica: le macabre tastiere di Labes C.Necrothytus occupano la scena punteggiata dallo stile vocale dello stesso, sorta di versione deviata di McCoy.
In quest’album, però, anche la chitarra di Regen Graves si ritaglia diversi nonché apprezzabili spazi solisti, in ossequio ad un mood per certi versi più diretto e meno ostico, pur con tutte le dovute distinzioni del caso: la sensazione è che gli Abysmal Grief releghino le proprie pulsioni sperimentali alle uscite di più breve minutaggio (EP o split) per rendere i full length mirati ad una fascia di ascoltatori che, oltre agli appassionati di doom, possa comprendere anche chi è avvezzo a sonorità horror-dark o a quelle progressive di matrice esoterica.
Strange Rites of Evil, quindi, non delude, grazie ad un pacchetto di brani eccellenti che, pur restando entro schemi consolidati, regalano il tipico olezzo dolciastro dei fiori in decomposizione in piccoli cimiteri dimenticati e si rivelano l’ideale accompagnamento musicale di una danza macabra dei quali i nostri gli sono gli interpreti d’elezione.
Gli Abysmal Grief in questi ultimi anni hanno intensificato la propria attività, sia in studio che dal vivo e, a tale proposito, segnaliamo che il ventennale della loro fondazione verrà onorato da un un tour europeo che partirà ad aprile in compagnia dei veneti Epitaph.

Tracklist:
1. Nomen omen
2. Strange Rites of Evil
3. Cemetery
4. Child of Darkness*
5. Radix malorum
6. Dressed in Black Cloaks

Line-up:
Regen Graves – chitarra, synth
Labes C. Necrotytus – voce, tastiera
Lord Alastair – basso
Lord of Fog – batteria

Madness Of Sorrow – III: The Beast

Sterzando leggermente il tiro su sonorità più metalliche, ma non snaturando assolutamente il proprio credo musicale, il gruppo ha regalato ai fan il degno successore dell’ottimo primo album.

La bestia che si annida tra le note create dai nostrani Madness Of Sorrow, non si è mai estinta e torna con tutto il suo terribile bagaglio di nefandezze, nascosta nell’ombra dei palazzi apostolici, contaminando, possedendo, liberando ogni tipo di istinto e il male, quello vero che rovina vite, distrugge speranze, annienta personalità e umanità.

III: The Beast è il terzo capitolo creato dalla band di Muriel Saracino, factotum dei Madness Of Sorrow, che con il precedente “Take The Children Away From The Priest”, aveva impressionato gli addetti ai lavori con un album di genere che pescava tanto dal metal dei Death SS quanto dal dark ottantiano, risultando uno dei più riusciti lavori del 2013.
Il nuovo album non tradisce le aspettative, il sound della band ormai è ben canalizzato sulle coordinate date dal leader, lasciando a pochi dettagli le differenze con il suo bellissimo predecessore.
Un gran bel lavoro quello fatto da Saracino, questa volta aiutato dal nuovo chitarrista e bassista Shark, anche in fase di scrittura: l’album riparte da dove “Take The Children Away From The Priest” ci aveva lasciati, quindi molto più metallico specialmente in avvio con i primi due brani, Welcome to Your Suicide e Three Meters Underground, che partono a razzo.
Si torna ad atmosfere oscure con il capolavoro Seed of Evil, uno stupendo affresco colorato con pastelli dark ed horror metal perfettamente bilanciati creando un arcobaleno di tonalità nere e drammatiche, interpretate da Muriel con rabbiosa personalità.
Sia chiaro, la teatralità delle classiche band di genere qui è sostituita da un’atmosfera di drammatica pesantezza, denuncia e sofferenza: l’alchimia tra metal moderno (continuo a trovare nella musica del gruppo più di un riferimento al reverendo Manson, oltre ai maestri Death SS) ed il dark rock continua ad imperversare nel sound di una band matura, poco incline a note ruffiane ma solidamente ancorata al proprio percorso musicale, che con il nuovo album si conferma in tutto il suo cupo incedere.
The Army of Sinners durissima e moderna richiama i Nefilim di Zoon, mentre The Black Lady risulta l’esempio lampante del buon mix tra Manson ed i Death SS, prima che la devastante Vatican’s Ruins ci consegni il brano più estremo del lavoro, almeno per quanto riguarda le ritmiche e la buona dose di velocità.
Non mancano due graditi ospiti sul nuovo album: Simon Garth, già presente sul precedente lavoro e qui alle prese con la chitarra acustica in Crucifixed, e Bolthorn, bassista degli epic metallers Avoral sulla devastante Three Meters Underground.
Evilangel superba e malefica song metallica fino al midollo, in compagnia della superba Drowned, chiude III: The Beast e conferma i Madness Of Sorrow come una delle realtà più fulgide del panorama horror metal nazionale.
Sterzando leggermente il tiro su sonorità più metalliche, ma non snaturando assolutamente il proprio credo musicale, il gruppo ha regalato ai fan il degno successore dell’ottimo primo full length, sta a voi ora immergervi nelle atmosfere di questo ennesimo bellissimo lavoro da non perdere per alcun motivo.

Tracklist:
1. Welcome to Your Suicide
2. Three Meters Underground
3. Seed of Evil
4. The Army of Sinners
5. The Black Lady
6. Vatican’s Ruins
7. No Redemption
8. Crucifixed
9. Evilangel
10. Drowned

Line-up:
Muriel – Vocals, rithm/lead guitar
Shark – Rithm/lead guitar
Derrick – Live drums

MADNESS OF SORROW – Facebook

Filii Eliae – Cimiterivm

Il metal occulto di scuola italiana e una consistente spruzzata di black in salsa mediterranea sono gli ingredienti di base che rendono “Cimiterivm” un gran bel disco.

La genesi dei Filii Eliae va ricercata molto indietro nel tempo: erano infatti gli anni 80 quando i fratelli Maurizio e Roberto Figliolia muovevano i primi passi nella scena metal campana con le loro band dai monicker come Mayhem ed Enslaved, che vennero poi resi famosi ad altre latitudini, .

Dopo un lunghissimo silenzio la nuova creatura, che prende il nome dalla latinizzazione del cognome dei nostri, si manifesta con l’ottimo “Qvi Nobis Maledictvm Velit”, album capace di riscuotere unanimi consensi a livello di critica.
La ritrovata vena creativa di Martirivm ed Ossibvs Ignotis (nomi d’arte adottati dai due) porta la band salernitana a produrre, a meno di un anno di distanza, un nuovo lavoro, Cimiterivm, che ne sancisce in tutto e per tutto l’innegabile valore.
Il sound dei fratelli campani, che si avvalgono al basso dell’ausilio di Vastvm Silentivm, si può definire a buona ragione come black/doom, poiché del primo assimila le ritmiche nei passaggi più veloci mentre dal secondo attinge soprattutto al suo saper essere solenne, epico e allo stesso tempo, pesante come un macigno.
Allo stesso modo non è azzardato intravvedere negli Abysmal Grief un nobile influsso per quanto riguarda i tratti più funerei dell’album, contrassegnati da un uso piuttosto simile delle tastiere, come pure un minimo debito nei confronti del maestro The Black, non fosse altro che per il ricorso ai testi in latino, anche se, va detto subito, lo stile dei Filii Eliae è molto più composito e ricco di sfumature.
Non a caso, Martirivm si rivela musicista di grande spessore sia quando tesse atmosfere macabre con le tastiere e la chitarra, con la quale si lascia andare con gradita frequenza ad assoli intrisi di melodia, sia con uno screming/growl alla Sakis, mai superfluo e sempre incisivo pur nella difficoltà di interpretare i testi nell’antica lingua.
Per capire quali siano gli intenti dei Filii Eliae basta ascoltare il primo brano, lo strumentale Introitvs, che si rivela tutt’altro che una consueta intro, costituendo invece il primo dei tre splendidi strumentali che esplicitano, senza lasciare alcun dubbio, le doti compositive ed il gusto melodico non comune della band salernitana.
La successiva title-track è la virtuale partenza di un rituale che si snoderà tra una serie di brani avvincenti, vari e perfettamente eseguiti (anche da una sezione ritmica che svolge il suo compito in maniera essenziale ma efficace); il metal occulto di scuola italiana e una consistente spruzzata di black in salsa mediterranea sono gli ingredienti di base che rendono Cimiterivm un gran bel disco.
Tra le tracce (ognuna di eccellente livello, qui di filler non se ne parla neppure) mi sentirei di segnalare ancora la furiosa Tabvula Rasa e la migliore del lotto, Odivm Aeternvm, episodio dai ritmi che avvincono apparendo un’ipotetica e mirabile fusione tra i Rotting Christ ed i Satyricon di “K.I.N.G.” ma risultando, invece, la ciliegina sulla torta messa sull’album da una band dai tratti del tutto personali come i Filii Eliae.

Tracklist:
1. Introitvs
2. Cimiterivm
3. Cinis Cineri
4. Tabvla Rasa
5. Exeqviae
6. Plvrimvm Sangvinis
7. Ivs Vitae Ac Necis
8. Fvneralis
9. Odivm Aeternvm
10. Extrema Pars

Line-up:
Ossibus Ignotis – Drums
Martirium – Vocals, Guitars
Vastum Silentium – Bass

FILII ELIAE – Facebook

Tristana – Virtual Crime

L’album è una gradita sorpresa, trattandosi di un metal melodico ricco di atmosfere dark ed ottime soluzioni elettroniche.

I Tristana di crimini virtuali ne hanno già commessi diversi: nati nella prima metà degli anni novanta, hanno dato vita inizialmente ad una serie di demo, arrivando all’esordio sulla lunga distanza nel 2003 con “Back To The Future”, primo di un trio di album completato con “Zircon Street” del 2010 e quest’ultimo lavoro uscito per Bakerteam.

Il nuovo album è una gradita sorpresa, trattandosi di un metal melodico, pregno di atmosfere dark ed ottime soluzioni elettroniche, prodotto benissimo e molto ben congegnato.
Si passa infatti da brani dalla marcata impronta dark wave, dove le soluzioni elettro/industrial e nu metal fanno da struttura portante alla musica della band, ad altri dove il death melodico prende il sopravvento, aggiungendo verve ed energia alle ottime soluzioni che la band inserisce a più riprese nel proprio songwriting.
Di buon impatto l’uso delle due voci (clean e growl) che crea un’alternanza di atmosfere tra violenza e melodia altamente riuscito, e sopra le righe appaiono le ritmiche, vero punto di forza dell’album, ora sincopate e potenti su binari nu metal, ora lasciate scorrere cavalcando fiere metalliche mai dome.
L’elettronica è inserita con ottimo gusto nella struttura dei brani, dando modo a Virtual Crime di piacere sia a chi che predilige sonorità metalliche, sia a chi è affascinato da soluzioni moderniste.
L’album parte alla grande con l’accoppiata Resurrection / Fallen, grintose canzoni dove l’estremismo del growl si scontra con linee melodiche dall’appeal elevato, la prima spettacolarizzata da un ottimo solo, la seconda orchestrata a meraviglia con tasti d’avorio che svariano tra sonorità classiche e moderne.
Bloody Snow è un ottimo esempio della musica della band, le ritmiche moderniste, il ritornello melodico ed il tappeto di tastiere in sottofondo creano un ibrido affascinante tra i suoni alternative e la tradizione dark wave, mantenendo intatta l’impronta metallica, motore del brano.
Stupenda Jannies’ Dying, impreziosita dalla voce e dal talento di Chiara Tricarico dei Temperance, top song dell’intero lavoro che, da qui alla fine, si mantiene comunque su ottimi livelli, offrendo un lotto di brani che, senza essere troppo originali, risultano estremamente piacevoli.
La band slovacca si avvicina al bersaglio grosso, offrendo un prodotto ottimo sotto tutti gli aspetti.

Tracklist:
1.Resurrection
2.Fallen
3.Wasted time
4.Bloody snow
5.Beg for death
6.Jannies’s dying
7.Bella donna deadly nightshade
8.Killer
9.Lost the whole life
10.Hunting fever
11.Ending (outro)

Line-up:
Peter Wilsen- vocals
Laco Krabac- bassguitar
Dusan Homer- guitar
Andrea Almasi- keyboard
Roman Elevo Lasso- drums

TRISTANA – Facebook

Bethlehem – Hexakosioihexekontahexaphobia

L’ultimo disco dei Betlehem, pur non essendo imprescindibile, mostra un progresso rispetto al materiale più recente pubblicato dalla storica band tedesca.

Nell’ascoltare il settimo album dei Bethlehem, a vent’anni di distanza esatti dall’esordio “Dark Metal”, non si può fare a meno di cogliere quanto la band tedesca abbia mutato nel frattempo le proprie coordinate stilistiche.

Il black-doom degli esordi è lontano nel tempo ma è anche vero che, paradossalmente, il sound ha subito gran parte delle proprie mutazioni nel corso del primo decennio, mentre il gap stilistico tra l’ultimo full-length originale (“Mein Weg”, del 2004) e quest’ultimo parto è decisamente più ridotto, non volendo tener conto della breve parentesi di fine decennio con Kvarforth al microfono, culminata con la controversa riedizione del “S.U.I.Z.ID. album” e il successivo rigurgito black dell’Ep “Stönkfitzchen”.
Hexakosioihexekontahexaphobia è un disco che mostra sicuramente un volto più raffinato e maturo dei Bethlehem: infatti, qui il leader e unico superstite della formazione originale, Jürgen Bartsch, si preoccupa soprattutto di presentare, assieme alle immancabili tracce dai tratti sperimentali, brani soprattutto in grado di catturare l’attenzione senza sforzi sovrumani da parte degli ascoltatori.
Questo almeno è quanto avviene per le prime due tracce (Ein Kettenwolf greint 13:11-18 e Egon Erwin’s Mongo-Mumu), all’insegna di un dark metal piuttosto sinuoso che l’idioma tedesco rende ancor più decadenti nel loro incedere, ma indubbiamente è il quarto brano, Gebor’n um zu versagen, che si candida come uno dei picchi dell’album, grazie ad un refrain decisamente azzeccato.
Nazi Zombies mit Tourette-Syndrom (titolo notevole), riporta la band su territori sperimentali con risultati altalenanti, mentre Spontaner Freitod, dopo un furioso avvio, si trasforma ben presto in un limaccioso brano dai tratti doom.
La bella ed evocativa Höchst alberner Wichs riporta l’album ad un sound in linea con la sua parte iniziale, e l’azzeccato strumentale Ich aß gern’ Federn e la più intimista Letale Familiäre Insomnie confermano la bontà di tale scelta.
Dopo una non troppo efficace Kinski’s Cordycepsgemach, è Antlitz eines Teilzeitfreaks che ha il compit di chiudere un album che sicuramente trae giovamento dalla buona prestazione vocale di Guido Meyer de Voltaire, valido sia nelle parti pulite sia in quelle “harsh”
In definitiva, quando una band, che in passato ha fatto dell’originalità della proposta il proprio vessillo, risulta più convincente proprio nella parti maggiormente fruibili è inevitabile porsi qualche domanda ma, come detto in fase di introduzione, proprio la maturità esibita dal trio finisce per compensare, senza però riuscire a rimpiazzarla, la carica innovativa degli esordi facendo sì che, in effetti, i brani più ambiziosi ed intricati nella loro costruzione alla fine risultino soprattutto cervellotici.
In questo senso l’assimilazione del lavoro non viene agevolata da una durata che supera l’ora, anche se nel complesso si può affermare che Hexakosioihexekontahexaphobia non è certo un disco deludente e, in ogni caso, mostra un passo avanti rispetto al materiale più recente pubblicato dai Bethlehem.
Buono, ma non imprescindibile, quindi, con nota di demerito per una copertina francamente insulsa oltre che di pessimo gusto …

Tracklist:
1. Ein Kettenwolf greint 13:11-18
2. Egon Erwin’s Mongo-Mumu
3. Verbracht in Plastiknacht
4. Gebor’n um zu versagen
5. Nazi Zombies mit Tourette-Syndrom
6. Spontaner Freitod
7. Warum wurdest du bloß solch ein Schwein?
8. Höchst alberner Wichs
9. Ich aß gern’ Federn
10. Letale familiäre Insomnie
11. Kinski’s Cordycepsgemach
12. Antlitz eines Teilzeitfreaks

Line-up:
Jürgen Bartsch – Guitars, Electronics, Bass, Keyboards
Florian “Torturer” Klein – Drums, Samples
Guido Meyer de Voltaire – Vocals, Bass

BETHLEHEM – Facebook

Madness Of Sorrow – Take The Children Away From The Priest

Un lavoro che non deve passare inosservato a chi di queste sonorità horror-gothic ne fa il pane quotidiano.

Nel cinema, da trent’anni i media ci continuano a far credere che in Italia siamo capaci solo a produrre cinepanettoni da dare in pasto alle masse nel periodo natalizio, ultimamente sconfinando anche negli altri mesi dell’anno, e arrivando, al massimo, a far girare nelle sale filmetti pseudo intellettuali, che fa tanto figo e politicamente corretto dire di aver visto ad amici e colleghi, dimenticando invece che abbiamo una tradizione nel cinema horror capace di influenzare gli ultimi decenni anche e, soprattutto, in America.

Lucio Fulci, Lamberto Bava, il Pupi Avati de “La casa dalle finestre che ridono” e “Zeder”, Umberto Lenzi, il primo Dario Argento, sono solo i più famosi protagonisti di una scena tutta italiana che ha fatto storia nel mondo.
Chiaramente anche nella musica, soffocati da sempre dalle tirannie mediatiche, solo pochi fortunati hanno la consapevolezza che nel nostro paese esiste una scuola rock di altissima qualità, parlando poi di metal, direi che mai come in questi ultimi tempi in tutti i vari generi che si raggruppano sotto la stessa etichetta, abbiamo avuto così tanto spessore.
Fanno sicuramente parte di questo tesoro purtroppo, ancora sommerso, almeno da noi, i Madness Of Sorrow, band nata dopo lo scioglimento dei Filthy Teens e capitanata dal polistrumentista e factotum Muriel Saracino, cantante e chitarrista che, oltre a suonare il basso in alcuni brani, ha prodotto e mixato l’album, aiutato da Freddy Delirio dei Death SS.
Altri musicisti che gravitano nell’ambito della band di Steve Sylvester hanno accompagnato Muriel nel suo progetto: Ross Lukater nei live, che ha visto protagonista la band dopo l’uscita dell’album “Signs”, insieme a Simon Garth, presente anche sul nuovo disco che, a scanso di equivoci è veramente ben fatto.
Sostanzialmente il lavoro si divide in due parti: la prima è un’esaltante mix tra l’horror metal e il dark di band quali Sisters Of Mercy e Fields Of The Nephilim, grazie al drumming programmato ma sopratutto al cantato di Muriel, che in certi passaggi ricorda le due icone del dark anni ‘80 Andrew Eldritch e l’inarrivabile Carl McCoy.
Caged, I Hate You e la bellissima Martial Execution, spinta da un riff marziale e quel “Kill” ripetuto marchio di fabbrica dei Fields Of The Nephilim.
Fino a I’m No Perfect, l’influenza Death SS si riscontra nei suoni delle tastiere e sporadicamente in qualche assolo; fin qui ci sarebbe già da applaudire la band, ma il bello arriva da Guilty in poi: l’anima metal prende il sopravvento, i suoni di chitarra si induriscono e ne escono brani dal tiro micidiale come Don’t Talk About Church, The Death Crusade, la riuscitissima Spirit, con i cori di Alexandra Lynn nuovamente ad impreziosire il tutto, la mansoniana The Ogre, un brano dove Muriel prende sottobraccio Steve Sylvester e il reverendo americano con una prova maiuscola alle vocals.
Chiude il lavoro Ghost, il pezzo più gothic dell’album, dove protagonista è la voce di Alexandra e un giro di piano melanconico che mette la parola fine ad un lavoro che non deve passare inosservato a chi di queste sonorità ne fa il pane quotidiano, ponendosi come ennesima conferma di quanto la nostra scena sia fucina di artisti di ottimo livello.
Bravi.

Track list:
1. Caged
2. King must die
3. I hate you
4. Martial execution
5. I’m not perfect
6. Guilty
7. Don’t talk about the church
8. The death crusade
9. Spirits
10. The ogre
11. Ghost

Muriel Saracino: Vocals, Guitars
Simon Garth: Guitars
Federico Dalli: Drums
David Dalcò: Bass
Francis Fury: Keyboards

MADNESS OF SORROW – Facenbook

Abysmal Grief – Feretri

Lungi da tentazioni sciovinistiche, si può tranquillamente affermare che un disco con tali caratteristiche poteva estrarlo dal cilindro solo una band italiana.

Arrivando un po’ in ritardo sull’uscita di questo disco, si rischia inevitabilmente di essere ripetitivi o, ancor peggio, di fare un bignamino di tutte le recensioni già uscite.

Ciò che mi resta, a questo punto, è provare a parlare, da genovese, di una band della mia città che perpetua un filone musicale che, all’ombra della Lanterna, trae ispirazione da un immaginario agli antipodi della modernità, fatto com’è di riferimenti ai mitici sceneggiati tv in bianco e nero e all’horror all’italiana, più Fulci-Bava che Argento, e lo dimostra scegliendo come copertina un’immagine tratta da uno dei rivalutati B-movies dei primi anni ’70.
In una città che si sta decomponendo seppellita dalla crisi, prima ancora morale che economica, avvilita dall’ignavia dei governanti e aggrappata alle sorti di un porto che fatica a reggere l’accresciuta competitività della concorrenza, gli Abysmal Grief come sfondo per le loro (rare) foto promozionali non scelgono, come parrebbe logico, i monumenti funebri di Staglieno, simbolo decadente della nobiltà di una Superba che ha cessato di esistere da decenni, bensì i piccoli cimiteri di periferia o di campagna, nei quali anonimi resti contrassegnati da una semplice croce faticano a ritagliarsi spazio tra le erbacce e l’incuria volte a simboleggiare, anch’esse, un degrado che appare irreversibile.
Seguendo la strada tracciata, perlomeno a livello di immaginario retrospettivo, dai Malombra prima e da Il Segno Del Comando poi, gli Abysmal Grief esorcizzano il terrore della morte nel miglior modo possibile, ovvero con un doom malsano e dai tratti antichi, nel quale è un magnifico hammond a condurre le macabre danze contrappuntato da un basso pulsante e, talvolta, dominante anche su una chitarra che, quando si ritaglia spazio in versione solista, lascia sempre il segno; a piantare gli ultimi chiodi sulla bara è, idealmente, la voce di Labes C. Necrothytus che ricorda in senso lato quella del grande Carl McCoy, almeno nell’impostazione, passando da tonalità baritonali ad un growl profondo ma sempre comprensibile, e nella capacità di comunicare il funesto contenuto lirico dei brani.
Questo disco mostra un volto diverso, più orrorifico e morboso, del doom, che in tutte le sue versioni mantiene le proprie caratteristiche di musica per pochi, e pazienza se la sua visibilità a livello di media è nulla e se, conseguentemente, chi organizza i concerti fatica a riempire locali anche piccoli; il doom è un modus vivendi (e non “moriendi” come potrebbe erroneamente pensare qualcuno) e per suonarlo ed ascoltarlo è necessaria una sensibilità diversa che consente di godere di sensazioni e vibrazioni psichiche precluse alla maggioranza delle persone.
Feretri in definitiva, corrisponde per filo e per segno a ciò che ogni appassionato avrebbe voluto ascoltare dagli Abysmal Grief; l’insinuante e malefica tastiera che pervade questi tre quarti d’ora di grande musica si è incuneata nel mio cervello e non ha nessuna intenzione di abbandonarlo in tempi brevi.
Lungi da tentazioni sciovinistiche, si può tranquillamente affermare che un disco con tali caratteristiche poteva estrarlo dal cilindro solo una band italiana.
Letteralmente imperdibile.

Tracklist :
1. Lords of the Funeral
2. Hidden in the Graveyard
3. Sinister Gleams
4. Crepusculum
5. The Gaze of the Owl
6. Her Scythe

Line-up :
Lord Alastair – Bass
Regen Graves – Guitars, Drums
Labes C. Necrothytus – Keyboards, Vocals