Demon Eye – Prophecies And Lies

Le tracce che compongono l’album non sono mai troppo doom o troppo psichedeliche, la potenza è bilanciata e l’hard rock vintage comanda le operazioni così da mantenere una linea per tutta la durata, senza picchi clamorosi ma pure senza cadute ragguardevoli.

Si palesano sonorità heavy doom che, come una pioggia nera, creano un’alluvione di atmosfere vintage: il mercato in questi ultimi anni, non ha smesso un attimo di proporre agli amanti dell’ hard rock sabbathiano nuove opere ed altrettante band, molte autentiche sorprese, altre più ordinarie ma comunque in grado di risvegliare maghi, streghe e folletti in giro per il mondo.

I Demon Eye sono un quartetto del North Carolina attivo da cinque anni, il loro nome è ispirato dal famoso brano dei Deep Purple ed arrivano al terzo full length dopo l’esordio Leave The Light licenziato nel 2014 ed il precedente Tempora Infernalia uscito un paio di anni fa.
Anche il sound di Prophecies And Lies si stabilizza su un hard rock settantiano che, a braccetto con il doom, balla intorno al fuoco intonando canti e riti psichedelici, sicuramente non originale ma indubbiamente piacevole.
Le tracce che compongono l’album, infatti, non sono mai troppo doom o troppo psichedeliche, la potenza è bilanciata e l’ hard rock vintage comanda le operazioni così da mantenere una linea per tutta la durata, senza picchi clamorosi ma pure senza cadute ragguardevoli.
Prophecies And Lies scivola via e si consuma come un falò che alle prime luci dell’alba si spegne inesorabilmente, lasciando un gradevole odore di legna e i partecipanti al rituale si allontanano, con ancora nelle orecchie le note di In The Spyder’s Eye, Dying For It e la conclusiva Morning’s Son, parentesi zeppeliniana dell’album.
Per il resto si viaggia su tempi dettati da Pentagram, Sabbath e compagnia di sacerdoti metallici, mentre la luce del giorno nasconde gli incantesimi e le magiche pozioni preparate tra il buio e le ombre che le fiamme creano, alimentate dal sound dei Demon Eye.

Tracklist
1. The Waters and the Wild
2. In the Spider’s Eye
3. The Redeemer
4. Kismet
5. Infinite Regress
6. Dying For It
7. Politic Devine
8. Power of One
9. Vagabond
10. Prophecies and Lies
11. Morning’s Son

Line-up
Erik Sugg – Vocals,Guitars
Larry Burlison – Guitars
Paul Walz – Bass
Bill Eagen – Drums, Vocals

DEMON EYE – Facebook

Dead Woman’s Ditch – Seo Mere Saetan

Folklore albionico, horror, doom, sludge e black: ecco la ricetta per un buonissimo esordio da una band con grandi potenzialità.

Una cupa cover, opera dell’artista rumena Luciana Nedelea, già autrice nel 2017 delle copertine di Digir Gidim, Ghost Bath e Scath na Deithe, ci introduce all’opera prima sulla lunga distanza dei Dead Woman’s Ditch, quartetto albionico attivo dal 2014 con tre demo disponibili in digital download.

La band, originaria del Somerset, prende il suo peculiare nome dal folklore della zona ricco di storie oscure e orrorifiche: il ditch si trova nelle Quantock Hills e ha contenuto il corpo senza sepoltura, per un anno e un giorno, di Sarah Walford uccisa dal marito John nel 1789. Questa insana storia rappresenta l’immaginario di questo side project creato dal chitarrista Glenn Charman, noto per aver suonato il basso nei grandi Electric Wizard dal 2012 al 2014; gli altri musicisti presenti, pur non avendo ugual notorietà, accompagnano con competenza il percorso musicale. Il suono creato è intrigante e miscela con buone capacità compositive doom, sludge, black e intensi aromi psichedelici. I brani sono intensi e insinuanti, entrano lentamente sottopelle e lasciano un’atmosfera che non si dimentica facilmente, marcando in modo indelebile i nostri sensi. Fin dal primo brano, The Ugly Truths, la band colpisce con linee melodiche sinistre e colme di di visioni orrorifiche, potenziando il tutto con uno sgraziato scream, alternato a un ruvido clean; i tempi sono lenti e dilatati e si sfibrano in parti elettroacustiche che accentuano la tensione del brano. Anche gli altri cinque brani ammantano l’atmosfera di insano orrore, avvolgendoci in una brumosa attesa colma di sinistri presagi; l’andamento profondamente doom e le vocals salmodianti sfregiate da influssi black di We Are Forgiven sono la rappresentazione di una lenta ascesa verso un patibolo ricolmo di indicibili sofferenze. Break The Mind e Mr.Ripper, con i loro influssi marcatamente sludge, si attorcigliano addosso impedendoci di muoverci e respirare e le chitarre marcano il territorio con pregevoli linee melodiche acide e visionarie. L’ultimo brano Crusade, ben oltre gli undici minuti di durata, rincara la dose rielaborando tutti gli ingredienti fin qui usati e offrendoci un lento, desolato viaggio dove le chitarre riempiono l’aria con note intense, inquiete e acide, soprattutto nella parte finale nella quale registrazioni audio sovrapposte chiudono il cerchio di un orrore senza fine. Buonissimo esordio per una band dalle grandi potenzialità.

Tracklist
1. The Ugly Truths
2. Failed to Rot
3. We Are Forgiven
4. Break the Mind
5. Mr. Kipper
6. Crusade

Line-up
Glenn Charman – vocals,guitar,noise
George Rhone – vocals,guitar
Chris Rust – bass
Robin Corbet – drums

DEAD WOMAN’S DITCH – Facebook

Brume – Rooster

Album di nicchia per un genere già di per sé ad uso e consumo di pochi fans, ma consigliato se siete amanti delle trame pesanti di Revelation, Sleep e St. Vitus.

Doom metal pesante come una pioggia di incudini in caduta libera sulle nostre teste, o una colata lavica che inesorabilmente travolge e liquefa ogni cosa al suo passaggio.

Una liturgia musicale che fa dell’ esasperante lentezza l’ arma per colpire e diffondere il suo messaggio stordente e che non lascia speranza di vedere la luce fuori dal tunnel in cui ci relegano i doomsters statunitensi Brume.
Il trio originario di San Francisco, composto dalla sacerdotessa Susie Mcmullan (voce e basso), Jordan Perkins-Lewis (batteria) e Jamie McCathie(chitarra), è il creatore di Rooster, debutto sulla lunga distanza dopo l’ep Donkey uscito due anni fa, monolite metallico che non può non scandire il tempo agli amanti del genere, un rituale in cui la singer intona canti su pachidermici riff, doom/psichedelici e, a tratti, dal retrogusto fok/blues.
Sei brani per cinquanta minuti di musica agonizzante, minutaggi altissimi ed incedere inesorabile con l’opener Grit And Pearls, Call The Serpent’s Bluff e la conclusiva Tradewind a creare incantesimi dai quali si viene sopraffatti.
Album di nicchia per un genere già di per sé ad uso e consumo di pochi fans, ma consigliato se siete amanti delle trame pesanti di Revelation, Sleep e St. Vitus.

Tracklist
1. Grit and Pearls
2. Harold
3. Reckon
4. Call the Serpent’s Bluff
5. Welter
6. Tradewind

Line-up
Susie McMullan -Bass, Vocals
Jordan Perkins-Lewis – Drums
Jamie McCathie – Guitars

BRUME – Facebook

Lento – Fourth

I Lento sono un magnifico vortice che ti attrae al suo interno, un’ipnosi musicale che non vorresti finisse mai, rompono i confini dei generi e fluttuano inesorabilmente attraverso dimensioni diverse, mondi persi dentro al nostro io.

Fourth è un disco da ascoltare e riascoltare all’infinito per poterne conoscere almeno la maggior parte dei sentieri, delle vie battute da questo gruppo italiano che sta facendo una poetica musicale unica, con una traiettoria che mi ricorda quella dei Neurosis, dato che la loro epica è simile. Abbiamo imparato a conoscere il suono dei Lento in questi anni grazie agli ottimi dischi precedenti, ed è proprio il suono la caratteristica principale, il motore primo e il fine ultimo di Fourth. Giri, droni, riffs, momenti di tempesta e momenti di calma ieratica, fluidi e pietre che cadono dal cielo. Fourth è un gioiello che arriva dopo altri gioielli, ma forse è il più luminosamente tenebroso e visionario di tutti i sei dischi del gruppo romano. La durezza viene mitigata da pezzi di ambient davvero ben fatto, che ci trasportano in un’altra dimensione. Ci sono ovviamente le parti più dure e veloci e sono titaniche, ma il cielo è un obiettivo troppo basso per questo gruppo, che ha fatto della ricerca sonora per creare una certa atmosfera una ragione di vita. Tutto viene trasfigurato e cambiato, si gira, si vola e si va sotto terra per cercare un qualcosa che è nascosto ai nostri occhi perché non abbiamo la chiave giusta per cercarlo. Fourth è strutturato benissimo a cerchi concentrici e i Lento ci accompagnano come fece Virgilio per Dante in questo viaggio pesantemente lisergico. Il gruppo romano è uno dei migliori esempi di musica pesante e pensante al mondo, rilasciano magia musicale che cola in mille rivoli, diventa gas e sale fino al cielo. Questo disco può generare infiniti ascolti, e ogni ascolto sarà diverso, perché muta come mutiamo noi.

Tracklist
1. Persistency
2. Disinterested Pleasures
3. Or A Hostile Levity
4. Resentment
5. Before The Crack
6. Compromise
7. Or Belief
8. Bygones (A Grievence)
9. Urgency

Line-up
Emanuele Massa – Bass
Federico Colella – Drums and live samples
Donato Loia – Guitars
Giuseppe Caputo – Guitars
Lorenzo Stecconi – Guitars

LENTO – Facebook

71TonMan – Earthwreck

Chiaramente sconsigliato a chi nella musica ricerca ricami e svenevolezze assortite, questo monolite firmato 71TonMan è esattamente ciò che si vorrebbe sempre ascoltare da una band sludge.

Il secondo full length dei polacchi 71TonMan è uno di quei lavori la cui pesantezza potrebbe far crollare il pavimento sul quale sta appoggiato il mobiletto con lo stereo e le casse.

Del resto, la band di Wroclaw tiene fede al proprio monicker, per cui queste 71 tonnellate di sludge doom si riversano come una cascata di fango sull’ascoltatore, seppellendolo definitivamente a colpi di riff densi e rallentati come da copione.
Non è solo pachidermico il sound dei nostri, però: benché una certa ossessività stia alla base della proposta, sottotraccia si celano linee che attribuiscono una precisa definizione ai diversi brani, anche se la resistenza uditiva viene messa a dura prova da quest’ora scarsa di sludge d’autore.
Messa così, a qualcuno potrebbe sembrare che Earthwreck sia essenzialmente un susseguirsi di riff senza arte né parte: invece qui di arte musicale ce n’è da vendere, perché non è affatto banale far coincidere una potenza di fuoco inarrestabile ad una (sempre relativa, naturalmente) fruibilità di fondo.
Chiaramente sconsigliato a chi nella musica ricerca ricami e svenevolezze assortite, questo monolite firmato 71TonMan per quanto mi riguarda è esattamente ciò che vorrei sempre ascoltare da una band sludge: forza, compattezza e idee chiare, che consentono di piazzare, dopo quasi venti minuti di randellate inferte senza soluzione di continuità, un arioso assolo di chitarra, oppure spingersi a lambire il funeral nella seconda parte di brani come Phobia e Torment, senza che il tutto vada ad attenuare o travalicare il senso di un impatto di rara efficacia.
Earthwreck è molto vicino ad un ipotetico stato dell’arte dello sludge, nel suo versante più vicino al death doom e al funeral piuttosto che a quello dello stoner e della psichedelia e, francamente, credo sia davvero molto difficile rendere questo genere in maniera più efficace.

Tracklist:
01. Lifeless
02. Negative
03. Phobia
04. Zero
05. Torment
06. Spiral

Line up:
K.K. vocals
M.Z. guitar
T.G.guitar
J.W. bass
J.K drums

71TONMAN – Facebook

Crimson Altar – Clairvoyance

Buoni riff che denotano la devozione per il sound ottantiano, interessanti e auspicabilmente incrementabili interventi del flauto, che conferiscono al tutto un’aura particolare, ed una sincera attitudine per il genere, rendono Clairvoyance una prova interessante soprattutto in prospettiva.

Un anno dopo la sua uscita come demo su musicassetta, il primo atto discografico dei Crimson Altar, Clairvoyance, viene pubblicato in versione cd dalla Loneravn Records.

La band proviene da Portland ed è dedita ad un doom di concezione piuttosto antica, dai richiami occulti e psichedelici, caratterizzato dalla voce femminile e dall’uso del flauto, sempre da parte della stessa Alexis Kralicek.
Trattandosi di un esordio assoluto non è il caso d’essere troppo esigenti, per cui si può perdonare qualche imperfezione perché musicalmente il lavoro scorre via bene ed ha decisamente un suo fascino; quindi si può passare sopra al fatto che l’interpretazione vocale non sia sempre impeccabile, complice anche una produzione minimale che impedisce di dare una minima sistematina dove ce ne sarebbe stato bisogno: nel complesso la timbrica di Alexis è intrigante ma nei passaggi più rallentati emergono dei limiti che invece vengono superati allorché i ritmi accelerano.
Chiaramente tutto ciò intacca solo in parte l’esito di un ep che mostra diversi spunti notevoli, con il brano di apertura Soul Seer che si rivela piuttosto emblematico di come potrà svilupparsi il sound dei Crimson Altar nel momento in cui riusciranno a curare al meglio ogni dettaglio.
Buoni riff che denotano la devozione per il sound ottantiano, interessanti e auspicabilmente incrementabili interventi del flauto, che conferiscono al tutto un’aura particolare, ed una sincera attitudine per il genere, rendono Clairvoyance una prova interessante soprattutto in prospettiva, anche se al netto delle imperfezioni il lavoro si rivela fin d’ora meritevole di un ascolto.

Tracklist:
01. Soul Seer
02. Break Free
03. Dead Winter
04. Clairvoyance

Line up:
Rob Turman – Bass
Jesse Fernandez – Drums
Mat Madani – Guitars
Alexis Kralicek – Vocals, Flute

CRIMSON ALTAR – Facebook

Kroh – Altars

Altars è il secondo full length dei doomsters britannici Kroh, ottimi cultori del verbo sabbathiano portato ad un livello di misticismo occulto affascinante e ricco di sfumature oniriche.

Liturgie doom in arrivo dalle strade bagnate dall’umidità del Regno Unito, sabbatiche litanie, lenti e monolitici cammini pregni di musica del destino e metal d’annata, tradizionalmente fermo tra gli anni settanta e i primi passi nel decennio successivo.

I Kroh non sono una band al debutto, il primo album omonimo risale al 2011, poi seguito da una manciata di split e singoli, fino alla creazione di questo ultimo lavoro intitolato Altars, una lunga e sacrale litania doom metal, che una voce femminea rende ancora più sabbatica.
Un album che mette in ombra la pura tecnica e pulizia del suono, per un approccio da messa occulta, con l’atmosfera che ad ogni passaggio si fa sempre più intensa, come l’aria irrespirabile dal profumo d’incenso che la sacerdotessa Oliwia Sobieszek elargisce sull’altare dove rimangono i poveri resti umani di quello che una volta era un dio, votato al male e maledetto.
Altars rievoca antichi costumi e riti, celebrati ancora una volta intonando note doom metal con la chitarra satura di watt che crea riff mastodontici su tempi lenti e dilatati.
Mother Serpent, il mid tempo psichedelico Living Water, l’ipnotica Malady e la conclusiva, lentissima e rituale Precious Bones segnano il tempo trascorso imprigionati nell’incantesimo creato dal gruppo di Birmingham, ottimo cultori del verbo sabbathiano portato ad un livello di misticismo occulto affascinante e ricco di sfumature oniriche.

Tracklist
1.Krzyżu święty
2.Mother Serpent
3.Living Water
4.Feed the Brain
5.Malady
6.Break the Bread
7.Stone into Flesh
8.Cold
9.Precious Bones

Line-up
Oliwia Sobieszek – Vocals
Paul Kenney – Guitar
Paul Harrington – Guitar
Darren Donovan – Bass
Rychard Stanton – Drums

KROH – Facebook

Descrizione Breve

Three Eyes Left – The Cult Of Astaroth

Chitarre ribassate, basso che schiaccia per terra, mentre la batteria ci percuote i neuroni e la voce di un caprone che ci comanda: tutto ciò è pesante, bellissimo e sta in questo disco.

I Three Eyes Left sono un rumoroso ensemble bolognese attivo dal 2004, con la loro miscela di stoner, doom, fuzz e psichedelia pesante.

Dopo alcuni demo ed ep approdano su Go Down Records con due dischi che li mettono sulla cartina delle migliori band del genere. Grazie a queste due uscite suonano molto in giro con gruppi di grosso calibro, riuscendo sempre a farsi notare. Ascoltando The Cult Of Astaroth si intuisce presto il perché: il disco è un concentrato astrale di musica pesante in varie forme, da momenti doom alla Candlemass, allo stoner più marcio, passando per iniezioni di sludge in vena, il tutto fatto con grande equilibrio. Non ci si annoia mai, sia grazie a riff che vengono sparati nell’etere fino a pianeti molto lontani, e con il contributo della sezione ritmica si produce un connubio potente e ritualistico, anche perché l’intero disco parla di culti che per fortuna non si sposano molto bene con le religioni dominanti. The Cult Of Astaroth è un invito ad aprire la mente e a togliere il velo che abbiamo davanti a gli occhi, ascoltare musica pesante che ci può portare a captare la nostra vera essenza carnale. Uno dei pregi maggiori del gruppo bolognese è quello di comporre e suonare canzoni di lunga durata mai noiose, poiché dentro ad esse vi sono momenti, stili e generi diversi. Chitarre ribassate, basso che schiaccia per terra, mentre la batteria ci percuote i neuroni e la voce di un caprone che ci comanda: tutto ciò è pesante, bellissimo e sta in questo disco.

Tracklist
1. Sons of Aries
2. You Suffer… I, the Evil Dead
3. Spiritic Signals Through the Beyond
4. Chants into the Grave
5. The Satanist
6. Demon Cult
7. De Umbrarum Regni
8. Funeral of an Exorcist
9 … And Then God Will Die…

Line-up
Maic Evil – voice-guitar
Andrew Molten – bass
K. Luther Stern – drum

THREE EYES LEFT – Facebook

Grand Delusion – Supreme Machine

Supreme Machine è un lavoro sufficiente, nel quale non manca qualche difetto ma che nel suo insieme può sicuramente dire la sua, specialmente al cospetto degli amanti dei suoni doom/stoner e vintage

Da poco entrati nelle grazie della Minotauro, gli hard rockers svedesi Grand Delusion tornano con un nuovo lavoro intitolato Supreme Machine.

Hard rock stonerizzato e vintage è quello che ci propina il quartetto scandinavo, attivo dal 2011 e con alle spalle un ep di debutto seguito dal primo lavoro sulla lunga distanza uscito un paio di anni fa (The Last Ray of the Dying Sun).
La band di Umeå bada al sodo e spara sei cannonate heavy/doom/stoner metal senza risparmiarsi, con le chitarre che urlano riffoni metallici e le ritmiche che, senza mai affondare completamente negli abissi del doom, si fanno grosse di mid tempo heavy stoner.
Non mancano accenni alla psichedelia (Trail Of The Seven Scorpions) e quel tocco desertico tanto cool di questi tempi a mietere vittime tra gli amanti del genere.
La declamatoria Imperator si piazza sul gradino più alto del podio nelle preferenze del sottoscritto, mentre avrei lasciato l’onore di aprire l’album ad un brano più convincente che non la debole Just Revolution, ma sono dettagli, mentre a seguire l’atmosfera soffocante di Infinite ci pensa la conclusiva Ghost Of The Widow McCain, brano che attinge sia a Black Sabbath che ai Pink Floyd.
Supreme Machine è un lavoro sufficiente, nel quale non manca qualche difetto ma che nel suo insieme può sicuramente dire la sua, specialmente al cospetto degli amanti dei suoni doom/stoner e vintage, ai quali è rivolto l’invito ad ascoltare questi rockers svedesi e la loro musica.

Tracklist
1. Just Revolution
2. Mangrove Blues
3. Trail of the Seven Scorpions
4. Imperator
5. Infinite
6. Ghost of the Widow Mccain

Line-up
Mikael Olsson – Bass, Keyboards, Vocals (backing)
Magnus Rehnman – Drums
Per Clevfors – Guitars
Björn Wahlberg – Guitars, Vocals

GRAND DELUSION – Facebook

Celesterre – The Wild

Il sound dei Celesterre convince soprattutto nei momenti in cui il sound si fa più epico ed evocativo, un po’ meno negli altri frangenti: resta comunque apprezzabile l’approccio non convenzionale della band olandese, che ha il merito di provare a svincolarsi dagli schemi consolidati.

Primo full length per questa band olandese denominata Celesterre, che si cimenta con un heavy doom dai tratti epici uscendo parzialmente dagli schemi stilistici più cupi ed estremi ai quali ci hanno abituato la Naturmacht e la sua sub-label Rain Without End.

Il sound della band di Den Haag è abbastanza arioso, pur conservando la cadenza tipica del classic doom, complice anche un’interpretazione sentita e stentorea del cantante/chitarrista/bassista Wouter Klinkenberg e di una serie non così scontata di assoli dallo splendido impatto melodico.
The Wild è un album strano, nel senso che il più delle volte sembra intraprendere strade imprevedibili per poi riportarsi in un alveo più tradizionale, lasciando però sempre la sensazione che queste divagazioni siano funzionali nel rendere più efficace il cammino all’interno dei sentieri sicuri e conosciuti.
Complessivamente il lavoro gode di una prima parte davvero brillante, grazie ad un pugno di brani intensi, melodici e venati di un’epicità che costituisce un deciso valore aggiunto: in Burst Into Life e Ramfight At Sundown, soprattutto, tali schemi compositivi vengono eseguiti in maniera brillante, mentre la più pacata ed acustica Endure The Cold è una piacevole oasi prima che l’istrionica (e forse un po’ fuori contesto) title track inauguri una fase del lavoro meno ispirata, pur mantenendosi su livelli più che accettabili, fino alla conclusiva e nuovamente efficace A Celebration Of Decay.
Di collocazione non semplice ma sicuramente dotato di una sua impronta personale, il sound dei Celesterre convince soprattutto nei momenti in cui il sound si fa più epico ed evocativo, un po’ meno negli altri frangenti: resta comunque apprezzabile l’approccio non convenzionale della band olandese, che ha il merito di provare a svincolarsi dagli schemi consolidati dimostrando una vis compositiva foriera di sviluppi interessanti nel presente e, ancor più, in futuro.

Tracklist:
1. Burst Into Life
2. Instinct
3. Ramfight At Sundown
4. Endure The Cold
5. The Wild
6. Hunger
7. The Pecking Order
8. A Celebration Of Decay

Line up:
Tim Zuidema – Drums
M. – Vocals (female)
Wouter Klinkenberg – Vocals, Guitars, Bass
Floris Kerkhoff – Guitars

CELESTERRE – Facebook

The Father Of Serpents – Age Of Damnation

Cercando di mettere contemporaneamente sul piatto gli influssi provenienti soprattutto da Moonspell, My Dying Bride e Paradise Lost, i The Father Of Serpents riescono senza dubbio nella non facile impresa e, laddove viene sacrificata in parte la freschezza della proposta, si riceve in cambio un’interpretazione pulita e ricca di buoni spunti melodici.

Gothic death doom di buona fattura è quello che ci arriva da Belgrado grazie ai The Father Of Serpents.

Cercando di mettere contemporaneamente sul piatto gli influssi provenienti soprattutto da giganti del genere come Moonspell, My Dying Bride e Paradise Lost, i nostri riescono senza dubbio nella non facile impresa e laddove viene sacrificata in parte la freschezza della proposta si riceve in cambio un’interpretazione pulita e ricca di buoni spunti melodici.
In effetti, l’unica critica attribuibile alla band serba è proprio quella di sembrare ogni tanto una congrega di bravissimi assemblatori delle intuizioni altrui, sensazione che prende piede, per esempio, fin dal secondo brano The Flesh Altar, con il suo riff portante simile a quello di Lesbian Show dei Nightfall, e che si protrae sino al termine, con l’appassionato più esperto che si diletterà nel rinvenire passaggi che rievocano, in maniera comunque mai troppo marcata, il meglio offerto dal genere negli ultimi vent’anni.
Detto ciò, veniamo ai lati positivi, che poi sono nettamente prevalenti su qualsiasi altra considerazione: i The Father Of Serpents, con Age Of Damnation mettono assieme un’opera dal notevole spessore qualitativo, con una decina di brani caratterizzati da un invidiabile equilibrio tra ruvidezza e melodia, esprimendo un gothic doom spesso elegante nel quale l’utilizzo appropriato del violino (ad opera di Pavle Sovilj, che si occupa anche delle clean vocals) conferisce in più di un frangente un decisivo tocco malinconico.
Il sestetto slavo fornisce una prova priva di sbavature, i suoni sono ottimi così come gli arrangiamenti, l’uso della doppia voce risulta inattaccabile (l’ottimo growl è opera di Tamerlan, il quale però ha da poco abbandonato la band) e si fatica davvero a trovare un brano che non sia all’altezza della situazione, con menzione d’obbligo per la notevole Tainted Blood e non solo per la citazione dantesca (“lasciate ogni speranza voi che entrate”, declamata con una dizione invero rivedibile).
Questo quadro complessivo ci suggerisce che Age Of Damnation è un album rimarchevole, prodotto da una band dal sicuro potenziale che deve fare, però, solo un piccolo sforzo per imprimere un marchio personale alla propria musica, pena la permanenza nel confortevole limbo delle realtà di buon livello ma nulla più.

Tracklist:
1. The Walls of No Salvation
2. The Flesh Altar
3. Tale of Prophet
4. The Grave for Universe
5. Tainted Blood
6. The Afterlife Symphony
7. The Quiet Ones
8. The God Will Weep for You
9. The Last Encore
10. Viral

Line-up:
Tamerlan – Vocals (growls/screams/narrations)
Pavle Sovilj – Vocals (clean) & Violin
Igor Lončar – Guitars
Željko Zec – Guitars
Milan Šuput – Bass
Aleksandar Maksimović – Drums

THE FATHER OF SERPENTS – Facebook

Mesmur – S

S è un’opera magnifica, che si propone come la migliore per distacco del 2017 in ambito funeral.

Attendevo da tempo un nome nuovo che andasse ad arricchire con la propria presenza la scena funeral doom, stante il prolungato fermo negli ultimi anni di gran parte delle band storiche.

I Mesmur giungono a colmare questo momentaneo vuoto con un’opera monumentale come S, non solo confermando quanto di buono avevano già fatto con l’omonimo album d’esordio ma addirittura perfezionando e focalizzando al meglio le caratteristiche del genere.
Il questo d’ora di Singularity profuma già di capolavoro, con il funeral che ascende alle vette sulle quali stanno assise band come Esoteric, Evoken, Ea, Mournful Congregation, Monolithe e Worship, dalle quali i Mesmur attingono il meglio per tessere il loro dolente disegno musicale.
Il fondatore e compositore principale della band, lo statunitense Jeremy Lewis, con il suo lavoro alla chitarra e alle tastiere delinea un incedere sofferto ma carico di emotività, almeno nella traccia d’apertura e nell’altrettanto lunga e successiva Exile: qui la sei corde produce un lamento lancinante prima che il growl dell’australiano Chris G, vocalist anche degli ottimi Orphans Of Dusk, prenda il sopravvento scaraventando il sound in un abisso di oscurità.
Il gruppo è completato da una coppia ritmica decisamente incisiva ed altrettanto dinamica (se rapportata al genere, ovviamente) formata dal batterista John Devos (assieme a Lewis nei blacksters DallaNebbia) e dal bassista italiano Michele Mura (ex Lightless Moor): un’internazionalità che conferma per i Mesmur lo status di progetto (almeno per ora) esclusivamente da studio (del resto anche nel precedente album il basso era affidato ad un musicista residente nel vecchio continente, nella persona del norvegese Aslak Karlsen Hauglid).
Distension, terza traccia che viaggia sempre sul quarto d’ora abbondante di durata, mostra maggiori dissonanze e, se possibile, si trascina in maniera ancor più sofferta rispetto ai precedenti brani, ritrovando uno struggente barlume melodico nella sua part finale.
S = k ln Ω chiude questo splendido lavoro con sei minuti strumentali in cui l’ambient drone iniziale si stempera in note intrise di una malinconia cosmica, tratto preponderante di un’opera magnifica che si propone come la migliore per distacco del 2017 in ambito funeral, salvo auspicabili smentite in questi ultimi mesi.

Tracklist:
1. Singularity
2. Exile
3. Distension
4. S = k ln Ω

Line up:
Jeremy Lewis – Guitars/Synth
John Devos – Drums
Michele Mura – Bass
Chris G – Vocals

MESMUR – Facebook

Usnea – Portals into Futility

Magnifico disco degli statunitensi che raggiungono il loro apice creativo: funeral, sludge e death fusi in modo magistrale.

A tre anni da un ottimo lavoro come Random Cosmic Violence la band statunitense di Portland si ripresenta con una magnifica opera, sempre su Relapse Records.

La band raggiunge, forse, il suo apice creativo, mantenendo il proprio trademark improntato su un suono dove si mescolano funeral-doom, death, sludge e aromi black: gli Usnea non sono i primi a cimentarvisi, ma  lo fanno con grande passione e importante conoscenza della materia; il songwriting è di alto livello e la capacità della band di creare suggestive atmosfere e melodie sempre su una base molto heavy, li fanno primeggiare. I cinque brani, tutti di lungo minutaggio, com’è giusto per il genere proposto, non sono particolarmente complessi ma sono ricchi di idee compositive sempre adeguate e la band si permette di suggerire la lettura di alcune opere distopiche e sci-fi, per meglio metabolizzare la struttura dei brani: ad esempio il brano Demon haunted world, disperato, cupo e opprimente è legato strettamente all’ omonimo libro di Carl Sagan del 1996. Altri scrittori noti e importanti come Frank Herbert (Dune) e Philip Dick (Valis) rappresentano suggestioni importanti per addentrarsi in cangianti brani come Pyrrhic Victory e A crown of desolation: nel primo la pesantezza del suono, l’alternarsi di vocals in scream e growl e l’atmosfera disperata si sfalda lentamente, nella parte centrale, in note cosmiche dove oscure dimensioni creano incubi in cui si smarrisce la memoria di sé. Nel brano finale A crown of desolation, mostro di abbondanti sedici minuti, si sublima la profondità emotiva della band, la devastante disperazione prende il sopravvento e un “io” travolto da minacce arcane perde completamente la speranza di ritrovare fragili equilibri; le vocals urlate, sgraziate accompagnate da un oscuro coro delineano scenari in cui la mente si spegne ed esplode come un nero cristallo impazzito.
Veramente un lavoro magnifico da assaporare lentamente, nota per nota, lasciandosi coinvolgere dalla notevole arte degli Usnea.

Tracklist
1. Eidolons and the Increate
2. Lathe of Heaven
3. Demon Haunted World
4. Pyrrhic Victory
5. A Crown of Desolation

Line-up
Joel Williams Bass, Vocals
Zeke Rogers Drums
Johnny Lovingood Guitars
Justin Cory Guitars, Vocals, Piano

USNEA – Facebook

Nephilim’s Howl – Through The Marrow Of Human Suffering

I Nephilim’s Howl risultano credibili nel proporre ognuna delle diverse sfumature stilistiche immesse nell’album, dimostrando una buona varietà compositiva e nel contempo chiarezza di intenti su come sviluppare la propria idea di black doom.

Dal sempre ricco scrigno della I,Voidhanger ecco sbucare una nuova gemma intitolata Through The Marrow Of Human Suffering, opera prima dei finlandesi Nephilm’s Howl.

Il trio presenta un black doom che, se assimila per forza di cose le linee guida basilari fornite dai seminali Bathory, si sposta maggiormente verso un’interpretazione più aspra e nel contempo evocativa in stile Primordial. La splendida seconda traccia, Of Ordeals And Triumph, è abbastanza emblematica in tal senso, andando a lambire in maniera convinta le sonorità tipiche della band irlandese.
Questo accostamento serve sostanzialmente ad inquadrare il sound offerto dai Nephilim’s Howl, perché poi ogni entità dotata di un minimo di personalità fa storia a sé, immettendo nel proprio sound elementi di discontinuità rispetto ai propri modelli: i nostri, infatti, prendendo la mossa dalle basi citate, si muovono obliquamente tra pulsioni post metal (Hate Revelations) o sludge (Against The Worlds That Bind Us), per poi far confluire il tutto in una traccia più complessa ma dannatamente intrigante come la conclusiva Through The Marrow Of Human Suffering I, II & III.
L’album si snoda inizialmente esibendo il proprio lato più intenso ed epico per poi progressivamente incupirsi fino, appunto, ad un finale dagli accenni talvolta claustrofobici: il bello è che i Nephilim’s Howl risultano credibili nell’esibizione di ognuna di queste sfumature, dimostrando una buona varietà compositiva e nel contempo chiarezza di intenti su come sviluppare la propria idea di black doom.
L’interpretazione vocale di Reavhan è efficace in ogni sua veste mentre VJR tesse con sapienza tutte le trame strumentali ben coadiuvato dal lavoro percussivo di AEK, e tutto questo rende Through The Marrow Of Human Suffering un album ineccepibile sotto ogni aspetto, capace di offrire peraltro spunti stilistici molto meno inflazionati di altri: direi che gli elementi per tenere nella dovuta considerazione questo debutto dei Nephilim’s Howl ci sono davvero tutti.

Tracklist:
1. Void Reflections I – Remembrance
2. Of Ordeals And Triumph
3. Hate Revelations
4. Against The Worlds That Bind Us
5. Through The Marrow Of Human Suffering I, II & III

Line-up:
Reavhan – Vocals
AEK – Drums & percussions
VJR – Guitars, bass & synth

NEPHILIM’S HOWL – Facebook

I, Forlorn – My Kingdom Eclipsed

Il death doom offerto in My Kingdom Eclipsed è focalizzato al 100% al richiamo di impulsi emotivi ammantati di malinconia ma non di drammaticità o disperazione, il tutto grazie ad un sempre solido impianto esecutivo che demanda soprattutto alla chitarra solista il compito di delineare le migliori melodie.

Il primo full length del progetto solista denominato I, Forlorn, dietro al quale troviamo il musicista olandese Jurre Timmer, si propone come uno dei debutti su lunga distanza più riusciti in ambito death doom melodico negli ultimi tempi.

My Kingdom Eclipsed è un album nel quale viene sviluppato al meglio il potenziale atmosferico ed evocativo del genere, e ciò avviene attraverso un’interpretazione magistrale sia a livello vocale che strumentale, in aggiunta a doti compositive di primo livello.
Timmer, che in quest’occasione si firma con il nickname I, non è uno sconosciuto nell’ambiente, in quanto attivo già da qualche anno con un altro progetto solista denominato Algos, mentre dalle nostri parti ha collaborato in veste di vocalist alla riuscita del primo album de Il Vuoto, ma non c’è dubbio che quanto fatto con il monicker I, Forlorn lo ponga ancor di più all’attenzione generale.
Il death doom offerto in My Kingdom Eclipsed, pur con qualche sconfinamento nel funeral, è focalizzato al 100% al richiamo di impulsi emotivi ammantati di malinconia ma non di drammaticità o disperazione, il tutto grazie ad un sempre solido impianto esecutivo che demanda soprattutto alla chitarra solista il compito di delineare le migliori melodie.
Chiaramente I, Forlorn non apre un nuovo fronte nel genere ma raccoglie il meglio delle istanze già espresse in passato da Saturnus, Officium Triste, Doom Vs. e When Nothing Remains, mettendo sul piatto un’ora abbondante di musica dolente e coinvolgente che trova il suo picco, come è giusto che sia, nella title track, un monumento di depressiva bellezza che si sublima in un finale davvero toccante.
My Kingdom Eclipsed è un album inattaccabile per qualità e potenziale evocativo, composto da una musicista come Jurre Timmer dotato di quella innata sensibilità che è poi la dote in comune con la fascia di ascoltatori ai quali la sua opera è rivolta.

Tracklist:
1. Behind the Sun
2. House of Glass
3. My Kingdom Eclipsed
4. Hysteria
5. Spiral’s End
6. Through Her Eyes
7. The Fragile Beast
8. Embers

Line up:
I – All instruments, Vocals

I, FORLORN – Facebook

Caronte – Yoni

Yoni è musicalmente molto ricco e avrà una lunga durata nei vostri stereo, perché ha tante stanze e passaggi segreti come il castello di un alchimista, anche perché questa è alchimia in musica, così su disco come nel vostro cervello, e viceversa.

Terzo album per la band parmense dei Caronte, uno dei nomi di punta italiano non solo del panorama sludge stoner: Yoni è il terzo capitolo della trilogia dedicata alla sciamanesimo e a Crowley e la sua legge di Thelema.

I Caronte sono uno dei pochi gruppi realmente interessati e competenti dell’occulto nelle sue accezioni più vere. Il gruppo suona uno sludge stoner in continuo mutamento, compatto e molto influenzato dalla psichedelia pesante degli anni settanta. L’atmosfera creata dalla band è una felice e tenebrosa aura nera che si espande come un funghetto allucinogeno nel nostro cervello, e ci fa rivolgere l’attenzione verso le cose nascoste che stanno fuori e dentro di noi. Rispetto ai dischi precedenti Yoni è musicalmente più psichedelico e stoner, con uno svolgimento strutturato in maniera simile alle altre opere, ma risultando ugualmente un importante capitolo a sé. In netta controtendenza rispetto a ciò che ci offre la nostra società, i Caronte ci offrono gli elementi che riportano la musica alle sue originarie funzioni catartiche e di coadiuvatrice dei misteri. In Yoni c’è un mondo che si trova alla nostra portata, dobbiamo solo cambiare il nostro cervello e la visione davvero ristretta che abbiamo del mondo, ricercando archetipi soffocati per troppo tempo. Per ottenere ciò i Caronte fanno un disco che colpisce al cuore chi ama la musica fatta con totale immedesimazione e competenza: qui ogni canzone è da esplorare con profondità e il gruppo dà alle stampe il proprio album migliore e più accessibile. In realtà tutta la produzione dei Caronte è ottima, e questo è un ulteriore passo in avanti. Si rimane colpiti da queste visioni e dalla profondità della loro musica, che ha molteplici livelli di fruizione e di lettura. Yoni è molto ricco e avrà una lunga durata nei vostri stereo, perché ha tante stanze e passaggi segreti come un castello di un alchimista, anche perché questa è alchimia in musica, così su disco come nel vostro cervello, e viceversa.

Tracklist
01. ABRAXAS
02. Ecstasy Of Hecate
03. Promethean Cult
04. Shamanic Meditation Of The Bright Star
05. TOTEM
06. The Moonchild
07. V.I.T.R.I.O.L

Line-up
Dorian Bones – Voice
Tony Bones – Guitars & Chorus
Henry Bones – Desecrator Bass
Mike De Chirico – Drums

CARONTE – Facebook

Church Of Void – Church Of Void

Il gruppo ha un suono trasversale che accoglie molti generi, e che può quindi essere apprezzato da amanti di diverse sonorità metalliche.

Finalmente sono tornati i maestri del doom finlandese, i Church Of Void.

Questi ultimi sono uno dei gruppi più influenti e validi del genere, e basta ascoltare questo disco per venire rapiti dal loro doom che va a braccetto con un hard rock molto anni settanta. I Church Of Void nascono nel 2010 in Finlandia per opera del cantante Magnus Corvus e di G.Funeral, ex membro degli Horna e dei Battlelore. Dopo il primo ep Winter Is Coming, pubblicano nel 2013 il loro debutto sulla lunga distanza per la migliore etichetta finnica, la Svart Records. Il disco fu accolto molto bene sia dalla critica che dal pubblico, anche perché il gruppo ha un suono trasversale che accoglie molti generi, e che può quindi essere apprezzato da amanti di diverse sonorità metalliche. Il cuore del loro suono è il doom classico, leggermente più veloce di altri gruppi simili, ma i giri di chitarra sono sempre poderosi e magniloquenti e sono la struttura principale delle canzoni. Il disco ha un suo sviluppo naturale, i temi trattati sono le tenebre e i residui di certe antichità che sono state molto più grandi della civiltà attuale. C’è anche una canzone su Lovecraft, che è un’ottima lettura mentre si ascolta questo disco, anche se H.P. è una buona lettura a prescindere. Oltre al doom qui ci sono robusti innesti di hard rock anni settanta che rendono il suono ancora più potente, e non manca una psichedelia molto funzionale al tutto. L’incedere è lento e maestoso ma non troppo, perché come detto sopra, nell’ossatura è presente l’hard rock. Certamente i Black Sabbath sono un’influenza e non potrebbe essere altrimenti, ma qui si va bene oltre, elaborando una nuova poetica. Una delle cose che stupisce maggiormente del doom classico è come possa essere vario e melodico se fatto bene, innalzando un muro di suono nel quale però è sempre ben riconoscibile una melodia. Un disco di ottima qualità da sentire a volume molto alto.

Tracklist
1. Prelude
2. Passing the Watchtower
3. Harlot’s Dream
4. Moonstone
5. Lovecraft
6. Beast Within
7. World Eater

Line-up
Magus Corvus -Voice
G. Funeral – Lead Guitar
A. D. – Lead Guitar
H. Warlock – Bass Guitar, Bc Vox.
Byron V.- Drum Attack

CHURCH OF VOID – Facebook

Moribundo – Raíz Amarga

Raíz Amarga è un’ottima opera che inserisce di diritto i Moribundo tra i nomi da tenere in considerazione anche nel prossimo futuro in ambito death doom.

Di norma non è che la lingua spagnola associata al rock e al metal mi entusiasmi più di tanto, ma credo che ciò dipenda soprattutto dall’allegria sudata e plastificata della sonorità latino/americane che ci deturpano l’udito in ogni dove, dai supermercati alle autoradio dei troppi “minus-habens” che la sparano a palla lungo le strade delle nostre città; va anche detto che, oltre agli storici Heroes Del Silencio, i trasgressivi Brujeria ed i brillanti Mago De Oz non sono poi molti altri quelli che hanno realmente lasciato il segno esprimendosi nell’idioma ispanico.

I Moribundo, non fosse altro che per il genere suonato, non hanno alcuna chance di sfiorare la popolarità raggiunta questi gruppi, ma trovo che la lingua castigliana si addica invece alla perfezione al loro ottimo death doom melodico: il duo, composto dal polistrumentista Evilead, conosciuto in quest’ambito in quanto membro dei Nangilima e live session con i Famishgod, e dal vocalist Luis Miguel Merino, appartenente alla band death thrashVanagloria , maneggia la materia con grande disinvoltura offrendo oltre mezz’ora di sonorità dolenti e malinconiche ad infiorettare i testi drammatici composti da Mortvs Vyrr.
Le influenze sono disparate ma restano comunque nel solco di una scena iberica che, oltre alle citate band nelle quali è coinvolto Evilead, vede tra le sue punte di diamante Evadne, Helevorn, Autumnal, In Loving Memory e Dantalion: troviamo così due brani melodicamente ineccepibili come Vida ed Antithesis, entrambi dal notevole impatto emotivo enfatizzato da una robusta ma comunicativa interpretazione vocale da parte di Merino, mentre le altre due tracce Suicidio Ilustrado e Luz esibiscono in parte una minore intensità, forse per un andamento meno lineare dovuto a cambi di ritmo e ad interventi pianistici gradevoli ma che finiscono per spezzare, in qualche modo, la tensione creata nella parte iniziale dell’album.
Niente che vada comunque a compromettere la bontà del lavoro nel suo insieme: Raíz Amarga è un’ottima opera che inserisce di diritto i Moribundo tra i nomi da tenere in considerazione anche nel prossimo futuro.

Tracklist:
01. Vida
02. Antitesis
03. Suicidio Ilustrado
04. Luz (Ciego Color)

Line up:
Evilead – All instruments
Luis Miguel Merino – Vocals
Mortvs Vyrr – Lyrics

MORIBUNDO – Facebook

Stratus Nimbus – Stratus Nimbus

Album da ascoltare immersi nella luce di decine di candele, in una stanza dove il respiro si mischia all’odore di incenso, o persi tra le rocce di polverosi e inviolati canyon, preferibilmente se siete amanti di queste sonorità e perciò abituati a perdervi nei meandri della vostra mente.

Progetto che più underground di così non si può, i tre musicisti dietro al monicker Stratus Nimbus debuttano con questo primo omonimo lavoro incentrato su uno doom/stoner metal psichedelico e diviso tra ispirazioni vintage e allucinazioni portate dalle troppe sostanze illecite consumate, oltre che dall’ascolto dei fondamentali (per il genere) Sleep.

Il gruppo proveniente dalle terre arse dell’Arizona risulta in trip perenne, così come la sua musica vintage e psichedelica, stordita da una neanche troppo velata attitudine space rock , tra gli anni sessanta ed il decennio successivo, periodo d’oro per la musica fumata.
Anche la produzione viaggia nella stessa direzione a ritroso intrapresa dal gruppo, quindi aspettatevi suoni ovattati, voce strascicata lasciata in secondo piano rispetto agli strumenti ed un album che sembra registrato in una caverna aperta su di un canyon, dove gli unici abitanti sono da sempre, pipistrelli e crotali.
Il bello è che Stratus Nimbus sprigiona un minimo di quel fascino vintage essenziale per non passare inosservato (anche se la proposta rimane ai limiti), una raccolta di mistiche tracce che, all’ascolto, fermano il tempo e vi porteranno in un universo parallelo, fluttuando sotto gli effetti allucinogeni di Equality, Can’t Break Free e Galaxy Girl.
Album da ascoltare immersi nella luce di decine di candele, in una stanza dove il respiro si mischia all’odore di incenso, o persi tra le rocce di polverosi e inviolati canyon, preferibilmente se siete amanti di queste sonorità e perciò abituati a perdervi nei meandri della vostra mente.

Tracklist
1.Equality
2.Can’t Break Free
3.A Walk in the Dark
4.Galaxy Girl
5.You Take
6.Rain Jam

Line-up
Tom Davies – Bass
Doug Dowd – Drums, Vocals
Dan Dowd – Guitars

STRATUS NIMBUS – Facebook