Infinight – Fifteen

I tedeschi Infinight tornano con questo ep, Fifteen, composto da quattro brani che continuano ad amalgamare, questa volta con risultati migliori, U.S. Metal e power di scuola europea.

Gli Infinight sono il classico gruppo power metal tedesco che, partito leggermente in ritardo sulla seconda esplosione del power (seconda metà degli anni novanta), è rimasto intrappolato nell’underground anche se tre full length e tre ep non sono affatto poca cosa per un gruppo autoprodotto.

Vi avevamo parlato del quintetto un paio di anni fa, in occasione dell’uscita del loro terzo album Apex Predator, lavoro riuscito in parte, non decollando grazie ad una fastidiosa prolissità.
Tornano con questo ep, Fifteen, composto da quattro brani che continuano ad amalgamare, questa volta con risultati migliori, U.S. Metal e power di scuola europea.
Atmosfere oscure e drammatiche che ricordano gli Iced Earth, qualche fuga ritmica sul purosangue teutonico ed il gioco è fatto, confermando il gruppo come un buon gruppo minore, da seguire se siete fans accaniti dei suoni classici di scuola classicamente heavy/power.
Goodbye II (this cruel World) è l’ esempio perfetto del sound degli Infinight e, insieme a Through The Endless Night e For The Crown, seguono il canovaccio del precedente full length: dunque heavy/power, potente ma mai troppo veloce, oscurità che man mano si fa sempre più pressante e buoni chorus, maschi e drammatici.
La seconda traccia è un brano acustico, a mio parere anche molto bello (Here To Conquer), di fatto una ballata acustica dove la chitarra e la voce riescono a mantenere la tensione alta, non alleggerendo di un grammo l’atmosfera drammatica che si respira in Fifteen.
Un ep che probabilmente traghetterà il gruppo verso il suo quarto lavoro, me che non cambia quelle che sono le sorti degli Infinight: rimanere ai margini dell’underground heavy/power mondiale.

TRACKLIST
1. Goodbye II (this cruel World)
2. Here to Conquer (unplugged)
3. For the Crown
4. Through the Endless Night

LINE-UP
Kai Schmidt – Bass
Hendrik “Harry” Reimann – Drums
Dominique Raber – Guitars
Marco Grewenig – Guitars
Martin Klein – Vocals

INFINIGHT – Facebook

Striker – Striker

Ritmiche dure come la roccia, scalfite da improvvise accelerazioni power, riff taglienti come rasoi e melodie dall’appeal elevato, sono le qualità che il gruppo mette sul tavolo.

Se siete degli amanti dell’heavy metal di lungo corso, allora l’omonimo quinto album dei canadesi Striker è l’ opera che vi mancava per rinverdire i fasti e le gesta dei gruppi storici che fecero meraviglie nei primi anni ottanta, specialmente sul territorio britannico.

Il quartetto, attivo da una decina d’anni e dallo scorso Stand In The Fire finito sulla bocca di fans e addetti ai lavori, viene descritto come uno degli eredi più credibili del sound classico creato da mostri sacri come Iron Maiden e Judas Priest, su cui la band inietta dosi letali di thrash metal e tanta melodia per un risultato altamente esplosivo.
In anni in cui la crisi del mercato e quella dei live, che nel genere sono praticamente ignorati (a parte i festival estivi ed i concerti evento), gli Striker potrebbero portare una nuova ventata di entusiasmo in una frangia del metal che, passata la tempesta di fine secolo scorso, è tornata ad arrancare per mancanza soprattutto di un importante supporto dai media.
Si cerca la new sensation che possa incendiare di passione i giovani, e gli Striker, dall’alto di un lavoro davvero bello a far coppia con il suo acclamato predecessore, si candidano come una delle realtà più agguerrite in tal senso.
Ritmiche dure come la roccia, scalfite da improvvise accelerazioni power, riff taglienti come rasoi e melodie dall’appeal elevato, sono le qualità che il gruppo mette sul tavolo, con i pugni al cielo a cantare refrain irresistibili, sperando che il dio del metal questa volta non sia distratto.
E Striker le carte in regola per fare colpo in terra ed in cielo le ha eccome, a partire dall’opener Former Glory, passando per una serie di tracce dirette e splendidamente metalliche, per finire con la cover di Desire dello zio Ozzy, che benedice la band giunta da Edmonton per risvegliare l’orgoglio sopito dei true defenders.
Un album che nella sua prevedibile natura porta con sé quello spirito che fece innamorare i rockers di quarant’anni fa, trasformati dopo l’ascolto di The Number Of The Beast, Pyromania, Unleashed in The East o Crazy Night in guerrieri metallici dal chiodo luccicante.
Saranno benedetti dal signore del metallo o rimarranno esclusiva degli amanti del genere molto attenti alle vicende del troppo spesso dimenticato underground? Nel dubbio non perdetevi questa cascata di acciaio fuso chiamata Striker, c’è esaltarsi non poco.

Tracklist
1. Former Glory
2. Pass Me By
3. Born to Lose
4. Cheating Death
5. Shadows in the Light
6. Rock the Night
7. Over the Top
8. Freedom’s Call
9. Curse of the Dead
10. Desire (cover)

Line-up
Dan Cleary – Vocals
Adam Brown – Drums
Timothy Brown – Guitars
Wild Bill – Bass

STRIKER – Facebook

Alpha Tiger – Alpha Tiger

Un album che alla lunga non riesce a decollare, facendo perdere un po’ d’attenzione all’ascoltatore, in affanno verso il traguardo dell’ultimo brano: da un gruppo al terzo album per una label così importante ci si aspetta sicuramente di più.

Nuovo album e nuovo cantante (Benjamin Jaino al posto di Stephan Dietrich) per i giovani metallers tedeschi Alpha Tiger, gruppo su cui punta non poco la Steamhammer/SPV.

Il sound proposto dal quintetto si allontana non poco dal classico heavy/power dei gruppi connazionali per un approccio più classico e old school.
Heavy metal quindi, potenziato ma non distante dai gruppi ottantiani, con un uso invece settantiano dei tasti d’avorio, chitarre che si rincorrono in solos taglienti ed una sezione ritmica presente ma non invadente, puntuale ma che rimane stabilmente su tempi medi.
Manca il classico brano che alza le antenne all’ascoltatore e Alpha Tiger come i suoi predecessori (Man Or Machine del 2011 e Beneath The Surface uscito nel 2013) risulta un buon lavoro, pur non avendo quei due o tre brani che fanno la differenza ed alzano l’adrenalina, rimanendo livellato su una qualità sufficiente per non sfigurare nell’immenso mondo dell’heavy metal ma nulla più.
L’album parte bene, Comatose e Feather In The Wind rompono gli indugi e ci introducono nel cuore del lavoro, che perde qualche colpo con il passare dei minuti, per tornare a far male con l’ottimo hard & heavy di Vice e soprattutto con Welcome To The Devil’s Town.
Il nuovo singer si conferma come un buon acquisto per il gruppo, mentre si continua a salire e scendere tra tracce più riuscite ad altre che prendono la strada della monotonia.
E questo è il difetto più grosso di Alpha Tiger, quello d’essere un album che alla lunga non riesce a decollare, facendo perdere un po’ d’attenzione all’ascoltatore, in affanno verso il traguardo dell’ultimo brano: da un gruppo al terzo album per una label così importante ci si aspetta sicuramente di più.

Tracklist
1. Road To Vega
2. Comatose
3. Feather In The Wind
4. Singularity
5. Aurora
6. To Wear A Crown
7. Vice
8. Welcome To Devil’s Town
9. My Dear Old Friend
10. If The Sun Refused To Shine
11. The Last Encore

Line-up
Peter Langforth – guitars
Benjamin Jaino – vocals
Alexander Backasch – guitars
Dirk Frei – bass
David Schleif – drums

ALPHA TIGER – Facebook

Taberah – Sinner’s Lament

Sinner’s Lament è un album riuscito che non mancherà di soddisfare gli appetiti metallici dei defenders di lunga data, ai quali va l’ invito di non perdersi questa nuova fatica dei Taberah.

Suoni classici ed old school a tutta birra con gli heavy/power metallers Taberah, quartetto di diavoli provenienti dalla Tasmania.

E proprio come il famoso ed agguerrito animaletto, la band australiana ci travolge con il suo heavy metal d’assalto, infarcito di melodie e reso portentoso da ritmiche ed accelerazioni power.
Attivi da ormai una dozzina d’anni, i Taberah tagliano il traguardo del terzo full length: Sinner’s Lament è un buon lavoro, sicuramente da non sottovalutare se siete defenders incalliti, con una manciata di brani interessanti e metallici il giusto per inorgoglire anche il più pacato dei fans.
Della cover in versione power della storica Hotel California degli Eagles posta in chiusura, lascio a voi ogni commento, mentre il resto dei brani si mantiene su una buona qualità aiutato da una produzione che, senza far gridare al miracolo, rende giustizia alla title track, alla maideniana Harlot, al singolo Child Of Storm, alla semi ballad The Dance Of The Damned ed alla power oriented The Final March of Man.
I Taberah danno l’impressione d’essere un gruppo con buone potenzialità, i brani funzionano con chorus che entrano in testa al primo giro, solos ricchi di pathos metallico ed una neanche troppo velata strizzatina d’occhio ad Iron Maiden, Helloween, Hammerfall e Sinner.
In conclusione, un album riuscito che non mancherà di soddisfare gli appetiti metallici dei defenders di lunga data, ai quali va l’ invito di non perdersi questa nuova fatica dei Taberah.

Tracklist
1.Sinner’s Lament
2.Wicked Way
3.Harlott
4.Horizon
5.Child of Storm
6.The Dance of the Damned
7.Crypt
8.The Final March of Man
9.Heal Me
10.Hotel California (The Eagles cover)

Line-up
Dave Walsh – Bass, Vocals
Tom Brockman – Drums, Percussion, Vocals
Myles “Flash” Flood – Guitars, Vocals
Jonathon Barwick – Guitars, Vocals

TABERAH – Facebook

Attic – Sanctimonius

Tagliare il cordone ombelicale con i propri numi tutelari dovrebbe essere per gli Attic la prima mossa del dopo Sanctimonius, pena il rischio d’essere considerati alla stregua di una buona cover band.

Dalla Germania arriva questo quintetto al secondo lavoro, licenziato per Ván Records ed intitolato Sanctimonius.

Attic è il nome del gruppo e i Mercyful Fate i loro padri spirituali, con il cugino che regna sul regno dell’horror metal col nome di King Diamond e gli amichetti Iron Maiden compagni di sadici giochetti tra i vicoli di città infestate dalla peste e posseduta dall’oscuro signore.
Impossibile avere dei dubbi, basta il primo acuto di Meister Cagliostro e l’incantesimo fa in modo che il ghigno del Re Diamante si materializzi davanti a noi.
Si potrebbe chiudere qui questo articolo, perché in Sanctimonius il sound è troppo simile a quello creato dal leggendario vocalist per trovare qualcosa che faccia da diversivo, a parte qualche maideniana fuga chitarristica.
L’hammond crea atmosfere orrorifiche che fungono da intro per alcune delle tracce, la produzione mantiene perfettamente l’aura old school dell’opera ma i quasi settanta minuti di copia e incolla tradiscono gli Attic ed il loro lavoro.
Non mi si fraintenda, Sanctimonius in definitiva non è affatto un brutto album, i brani in cui sono i Maiden a fungere da riferimento non sono affatto male (A Serpent In The Pulpit, Sinless), ma pure qui il gruppo si fa prendere dal troppo ricalcare pedissequamente le caratteristiche del gruppo di Steve Harris, senza trovare una propria personalità.
Tagliare il cordone ombelicale con i propri numi tutelari dovrebbe essere per gli Attic la prima mossa del dopo Sanctimonius, pena il rischio d’essere considerati alla stregua di una buona cover band.

Tracklist
1. Iudicium Dei
2. Sanctimonious
3. A Serpent in the Pulpit
4. Penalized
5. Scrupulosity
6. Sinless
7. Die Engelmacherin
8. A Quest for Blood
9. The Hound of Heaven
10. On Choir Stalls
11. Dark Hosanna
12. Born from Sin
13. There is no God

Line-up
Meister Cagliostro – Vocals
Katte – Guitar
Rob – Guitar
Chris – Bass
JP – Drums

ATTIC – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=UpJtujr691

Venom Inc. – Avé

Un buon album di nero metallo, Avè si può sicuramente descrivere così, lasciando che il nome della band non influisca troppo nell’ascolto e sul giudizio e cercando di lasciare il doveroso spazio alla musica.

L’incedere potente e cadenzato dell’opener Ave Satanas ci introduce al primo album di quella che è di fatto l’altra faccia dei Venom, quelli lontano da Cronos e che vedono all’opera la line up degli album a cavallo tra il decennio ottantiano e gli anni novanta (Prime Evil, Temple Of Ice e Waste Lands), quindi con Mantas alla sei corde, Abaddon alle pelli e Tony Dolan al basso e voce.

La nuova creatura chiamata Venom Inc. è nata due anni fa, debutta per Nuclear Blast con Avè, un buon album di heavy metal che alterna un approccio classico a qualche fugace velleità estrema, dosate sfumature industriali unite a quel black’n’roll che riportano al glorioso passato senza però cadere troppo nel nostalgico.
Il problema di questo lavoro è che probabilmente verrà giudicato con ben impresso il passato dei protagonisti ed il suo alter ego ancora attivo, mentre va detto che Avè vive di una sua spiccata personalità, più moderno di quello che ci si aspetta, prodotto egregiamente e con una serie di frecce scagliate che fanno davvero male.
Detto dell’opener, otto minuti di mid tempo maligno ed oscuro, la partenza a razzo della seguente Forged In Hell, che il lavoro alla consolle valorizza non poco, ci consegna una band che dall’alto dell’esperienza di Mantas e soci sa come maneggiare la materia metallica.
Chiaramente meno devoto alle veloci cavalcate dal flavour motorheadiano (a parte l’inno conclusivo Black N Roll che diventerà sicuramente il momento clou dei live) Avè ci propone un’ora di heavy metal moderno, come dovrebbe essere dopo l’avvento del nuovo millennio e le trasformazioni camaleontiche che il genere ha avuto nel corso degli anni, attraversato da venti estremi, dal thrash al death, fino all’industrial per poi essere riportato tra le braccia dei suoni classici.
Il mood oscuro ed evil che ovviamente aleggia sui brani di Avè non fa che conferirgli quei rimandi al passato che ne fanno un lavoro sicuramente apprezzato dai vecchi fans, ma che risulta ben piantato nel presente come dimostrano le devastanti Metal We Bleed e I Kneel To No God.
Un buon album di nero metallo, Avè si può sicuramente descrivere così, lasciando che il nome della band non influisca troppo nell’ascolto e sul giudizio e cercando di lasciare il doveroso spazio alla musica.

Tracklist
1. Ave Satanas
2. Forged In Hell
3. Metal We Bleed
4. Dein Fleisch
5. Blood Stained
6. Time To Die
7. The Evil Dead
8. Preacher Man
9. War
10. I Kneel To No God
11. Black N Roll

Line-up
Jeff “Mantas” Dunn – guitars
Tony “Demolition Man” Dolan – bass, vocals
Anthony “Abaddon” Bray – drums

VENOM INC. – Facebook

Blind Guardian – Live Beyond The Spheres

Un rito lungo ben tre dischetti ottici per glorificare il credo musicale e concettuale di un gruppo unico nel suo genere, ultimamente spesso dimenticato dagli addetti ai lavori quando si parla di metal classico, ma stabile ai primi posti nelle preferenze degli ascoltatori

Una volta gli album live erano soliti uscire per fermare su nastro il momento d’oro di un gruppo o un’artista: Made In Japan, Alive, The Song Remains The Same raccoglievano l’esperienze dal vivo delle band e dei loro fans, in un’epoca dove il tubo era quello del lavandino e non la più famosa diavoleria del web.

Nel corso degli anni tanto è cambiato e il gruppo che licenzia un album dal vivo non fa più notizia, a meno che non sia una band popolare o amata come i Blind Guardian.
I quattro bardi di Krefeld tornano con il terzo live nella loro ormai lunga carriera costruita su nove album che, in un modo o nell’altro, hanno fatto la storia del power metal tedesco e non solo, dal lontano Battalions Of Fear, datato 1988, passando per capolavori epocali come Imaginations From The Other Side e l’immenso Nightfall in Middle -Earth (probabilmente il picco più alto della discografia del guardiano cieco, e la migliore opera sull’immaginario tolkeniano in senso assoluto), per arrivare alle ultime produzioni, meno dirette e più pompose e progressive.
Beyond The Red Mirror ha dato il via due anni fa ad un lungo tour di supporto culminato in questo mastodontico triplo cd che raccoglie tutto il meglio della produzione di Hansi Kürsch e compagni, tra folletti, maghi, terre di mezzo, orchi, hobbit e tanto heavy power metal, splendidamente epico, melodico e suggestivo.
Se vi chiedete il perché del tanto amore con cui i fans si dedicano alla musica e al mondo dei Blind Guardian, Live Beyond The Spheres è la più esaudiente delle risposte.
Un rito lungo ben tre dischetti ottici per glorificare il credo musicale e concettuale di un gruppo unico nel suo genere, ultimamente spesso dimenticato dagli addetti ai lavori quando si parla di metal classico, ma stabile ai primi posti nelle preferenze degli ascoltatori, premiati da un’opera monumentale che attraversa trent’anni di metal teutonico in una delle sue migliori interpretazioni.
The Ninth Wave, tratta da Beyond The Red Mirror, apre le danze intorno al fuoco nella contea, seguita dai brani che hanno segnato la carriera del gruppo, dalla spettacolare Nightfall (Nightfall in Middle-Earth) a Imaginations From The Other Side, And The Story Ends e A Past And A Future Secret.
Il coro di The Bard’s Song apre squarci nei cuori degli amanti del guardiano cieco, così come Majesty (Battalions Of Fear), Valhalla (Follow The Blind) e Mirror Mirror, mentre le voci si fanno sempre più roche, le spade alzate al cielo luccicano di una luce intensa e la band ci saluta dal palco, perfettamente a suo agio dopo così tanti anni davanti ai suoi prodi e fedeli fans.
Un lavoro davvero bello che, per una volta lascia ad altri inutili giudizi tecnici, per farci concentrare sulle emozioni suscitate da una buona fetta di storia del power metal tedesco.

Tracklist
CD1
01. The Ninth Wave
02. Banish From Sanctuary
03. Nightfall
04. Prophecies
05. Tanelorn
06. The Last Candle
07. And Then There Was Silence
CD2
01. The Lord Of The Rings
02. Fly
03. Bright Eyes
04. Lost In The Twilight Hall
05. Imaginations From The Other Side
06. Into The Storm
07. Twilight Of The Gods
08. A Past And Future Secret
09. And The Story Ends
CD3
01. Sacred Worlds
02. The Bard’s Song (In The Forest)
03. Valhalla
04. Wheel Of Time
05. Majesty
06. Mirror Mirror

Line-up
Hansi Kürsch – Vocals
André Olbrich – Guitars
Marcus Siepen – Guitars
Frederik Ehmke – Drums

BLIND GUARDIAN – Facebook

Craving Angel – Redemption

Tutti gli ingredienti di base dell’heavy metal, usati in abbondanza dal gruppo, fanno dell’album un perfetto lavoro targato 1984 o giù di li: non un male a priori, visto che molti dei brani di Redemption sono perfetti esempi della più pura interpretazione del genere.

Ancora un’altra uscita marchiata dalla pavese Minotauro Records all’insegna dell’heavy metal old school.

Questa volta l’etichetta italiana vola negli States, precisamente a White Bear Lake (Minnesota) per catturare questi angeli dell’heavy metal classico e fermatisi negli anni ottanta.
I Craving Angel segnano come data di nascita nel documento d’identità metallico il 1984 ma, di fatto, l’unica uscita in trent’anni si fermava al demo omonimo uscito nel 1987.
Finalmente nel 2014 Dark Horse interrompeva il silenzio discografico con una raccolta di materiale scritto dal gruppo in tutti questi anni, mentre l’odierno Redemption si compone di brani più recenti, anche se attitudine, produzione, suoni e copertina rimangono confinati nel decennio ottantiano.
Tutti gli ingredienti di base dell’heavy metal, usati in abbondanza dal gruppo, fanno dell’album un perfetto lavoro targato 1984 o giù di li: non un male a priori, visto che molti dei brani di Redemption sono perfetti esempi della più pura interpretazione del genere.
Il leader ed unico membro superstite della formazione originale (il cantante Buddy Hughes) si accompagna per questa avventura con il chitarrista e batterista Jimmy Cassidy ed il bassista Erick Wright, mentre Dirty Girls apre le ostilità, tra heavy metal e street: così, passeggiando per il Sunset Boulevard, si incontrano le stesse, ormai rugose facce e Freak Show con il suo potente mid tempo si colloca tra gli Wasp ed i L.A Guns.
I Craving Angel non si fanno certo intimorire dall’età o dal tempo ormai passato e nel 2017 ci fanno ballare al ritmo irriverente e rock’n’roll di Bad Voodoo (Motley Crue DOC), mentre Dream Chaser solca territori più metallici e duri.
Hughes si dimostra cantate di razza , dando la giusta interpretazione alle vari atmosfere dei brani che continuano a saltellare tra l’heavy e lo street, mentre l’atmosfera da musicassetta consumata nella vecchia autoradio di papà è li a ribadire l’attitudine old school della proposta dei Craving Angel.
In conclusione, un lavoro ad uso e consumo dei nostalgici e con molti dei pochi capelli rimasti ormai imbiancati, ma valido, almeno per quanto riguarda il songwriting.

TRACKLIST
01. Dirty Girls
02. Crash and Burn
03. Chicaboom
04. Hells Waiting
05. Roses Are Red
06. Outta My Way
07. Freak Show
08. Bad Voodoo
09. Everything I do
10. Gonna Party
11. Dirty Little Secret
12. Dream Chaser
13. She’s No Lady
14. Gonna Getcha
15. New Day
16. Primadonna
17. Roses are Red (acoustic version)

LINE-UP
Buddy Hughes – Vocals
Jimmy Cassidy – Guitar, Drums
Erick Wright – Bass

CRAVING ANGEL – Facebook

Hell Done – The Dark Fairytale

Gli Hell Done si sono ritrovati ed hanno finito il lavoro iniziato tanti anni fa, raccontando con The Dark Fairytale una tragica storia d’amore supportata dalle note epiche, dure, a tratti violente, dell’heavy metal dai rimandi speed/thrash.

Gli Hell Done portano a termine quello che era stato iniziato anni fa, ed è così che The Dark Fairytale può finalmente vedere la luce e la storia del paladino Riccardo essere raccontata.

Un percorso iniziato nel 1998 ed interrotto più volte, quello della band bolognese, con i soliti problemi che affliggono molti gruppi underground, falcidiati da continui cambi di line up ed altrettante ripartenze che non impedirono agli Hell Done di registrare un ep intitolato The Dark Fairytale nel 2003 per poi sciogliersi nuovamente.
Lo scorso anno i musicisti si sono ritrovati per mettere le mani sul materiale targato Hell Done, con alle spalle esperienze passate e presenti in band come Old Flame, Tarchon Fist, e ora con Sange Main Machine e Badmotorfinger, per il singer Luigi Sangermano, Eva Can’t per il batterista Diego Molina, così come per il chitarrista Simone Lanzoni, a sua volta anche vocalist negli In Tormentata Quiete, mentre il presente per il bassista Andrea Sangermano si chiama Raw Pink e Iggy and His Booze.
Una sorta di super gruppo a tutti gli effetti, quindi, che oggi con The Dark Fairytale può raccontare una tragica storia d’amore supportata dalle note epiche, dure, a tratti violente dell’heavy metal dai rimandi speed/thrash.
Il concept narra di Riccardo, generale dell’esercito dei Franchi in guerra contro i Saraceni, un grande guerriero visto però con sospetto dai suoi compagni per essere figlio di una donna francese ed un saraceno, e della sua storia d’amore con Heleonore dal tragico epilogo; gli Hell Done raccontano la storia del paladino con la forza drammatica del metal, valorizzato da suggestive parti acustiche e sfuriate heavy/speed che, in alcuni casi, si avvicinano al thrash mantenendo in generale una struttura ben radicata nell’heavy metal classico.
L’album è colmo di duro metallo epico, di scuola tedesca tra power e thrash, ma sono le melodie che fanno la parte del leone, drammatiche, tragiche, a tratti oscure come se si trattasse di una poderosa jam tra Grave Digger e Kreator benedetti dal talento melodico degli Iced Earth, unica concessione al metal d’oltreoceano.
The Dark Fairytale cresce con il passare dei minuti mentre brani potenti ed epici come Realms In War Covering My Way ci accompagnano verso l’emozionante finale con The Seed Of Evil e la title track, brani top di questo ottimo lavoro, un saliscendi di emozioni in un crescendo drammaticamente metallico.
Bene hanno fatto i musicisti nostrani a portare a termine la storia dando lustro a questa raccolta di brani: il risultato è un album di heavy metal classico con tutte le caratteristiche per far innamorare i tanti defenders con una Heleonore nel cuore.

Tracklist
1 – 732 A.D.
2 – Realms in War
3 – And Though the silence
4 – Covering my way
5 – Just began
6 – Heleonore
7 – Betrayer
8 – The Seed of Evil
9 – The Dark Fairytale

Line-up
Luigi “Sange” Sangermano – vocals
Simone Lanzoni – guitars
Andrea Sangermano – bass
Diego Molina – drums

HELL DONE – Facebook

Quintessenz – To the Gallows

Il sound offerto in quest’album è piuttosto diretto, senza particolari fronzoli e se vogliamo, molto più attinente a livello tedesco allo spirito thrash che non a quello black, che invece di solito tende ad essere da quelle parti molto più introspettivo.

I Quintessenz sono l’ennesima one man band, questa volta proveniente dalla Germania e dedita ad un thrash/black piuttosto diretto e di discreta fattura.

Il musicista che sta dietro al progetto, Genözider, alle prese anche in altre band come Vulture e Luzifer, arriva con To the Gallows al suo secondo full length, dopo il precedente Back to the Kult of the Tyrants che aveva ottenuto buoni riscontri.
Il sound offerto in quest’album è piuttosto diretto, senza particolari fronzoli e se vogliamo, molto più attinente a livello tedesco allo spirito thrash che non a quello black, che invece di solito tende ad essere da quelle parti molto più introspettivo.
Tutto ciò da vita ad una forma musicale scorrevole, spesso dalle propensioni heavy che conferiscono ad alcuni brani un andamento piuttosto trascinante (su tutte Sounding the Funeral Bell, dall’accattivante linea chitarristica, e Endless Night, 100% in quota primi Savatage) ma che, nel suo complesso, non possiede la necessaria profondità.
Per chi ricerca un qualcosa di stuzzicante e con un pizzico di spirito innovativo sarà bene passare oltre ma se, invece, si vuole ascoltare musica che faccia scapocciare senza troppi patemi d’animo, To the Gallows è un disco ideale in quanto rifugge, grazie alle sue venature black e power, la tetragona linearità di certo thrash, lasciando un buon retrogusto, pur se di limitata durata.

Tracklist:
1. Zeitgeist
2. Of Majestic Shores
3. The Claws of Nosferatu
4. Her Spell
5. Sounding the Funeral Bell
6. To the Gallows
7. Endless Night
8. Seth
9. Gloomweaver
10. Cursed by Moonlight

Line-up:
Genözider

Guests:
M. Outlaw – vocals on “Zeitgeist”
Bonesaw – Vocals on “Sounding the Funeral Bell”
Tyrannizer – Vocals on “Seth”

QUINTESSENZ Facebook

Accept – The Rise Of Chaos

Gli Accept di oggi sono un gruppo di cui potersi fidare ciecamente, uno dei pochi dalla carriera ultra trentennale del quale vale la pena ascoltare ancora un album di inediti.

Se esiste una band che, senza essere mai arrivata al successo stellare di Iron Maiden o Metallica, incarna perfettamente la storia e lo sviluppo delle sonorità heavy, questa si chiama Accept, il gruppo che con gli Scorpions ha regnato per anni sulla scena hard & heavy tedesca ed oggi sempre capace di raggiungere ottimi livelli senza lasciare quel fastidioso odore di stantio che aleggia tra le note degli album di molti dei loro amici/rivali sopravvissuti alla storia del metal mondiale.

Tanti cambi di line up che, invece di minarne la stabilità, hanno rinfrescato il songwriting del gruppo, ed una discografia che parte addirittura dagli anni settanta con pochissime cadute di tono ed un bel numero di album divenuti dei classici.
Udo ormai fa parte del passato, così come gli altri musicisti che hanno contribuito a fare del suono Accept un marchio riconoscibile e personale: il presente si chiama Mark Tornillo, dietro al microfono da ormai quattro lavori ed affiancato da Wolf Hoffmann e Uwe Lulis alle chitarre, Peter Baltes al basso e Christopher Williams alla batteria.
Se la band dal vivo fa fuoco e fiamme, in studio estrae dal cilindro un album perfetto di heavy metal classico alla Accept, che tradotto vuol dire anthem a ripetizione fatti di chorus esaltanti (l’opener Die By The Sword risulta in questo caso un inizio straripante), riff granitici e solos in un crescendo sonoro diretto e senza orpelli di sorta, roba da duri insomma.
E dura è la musica di The Rise Of Chaos, una serie di pugni al volto, una tempesta di destro/sinistro che vi smorzeranno il fiato, mentre Tornillo il suo lo sa fare alla perfezione, come un vero animale metallico, incisivo, cartavetrato e dal carisma dei grandi.
The Rise Of Chaos, il riff di Koolaid dai rimandi neanche troppo velati ai fratelli Young, Carry The Weight e What’s Done Is Done regalano ottime atmosfere metalliche, confermate in blocco da una tracklist di tutto rispetto.
Gli Accept di oggi sono un gruppo di cui potersi fidare ciecamente, uno dei pochi dalla carriera ultra trentennale del quale vale la pena ascoltare ancora un album di inediti.

Tracklist
1. Die By The Sword
2. Hole In The Head
3. The Rise Of Chaos
4. Koolaid
5. No Regrets
6. Analog Man
7. What’s Done Is Done
8. Worlds Colliding
9. Carry The Weight
10. Race To Extinction

Line-up
Mark Tornillo – Vocals
Wolf Hoffmann – Guitars
Uwe Lulis – Guitars
Peter Baltes – Bass
Christopher Williams – Drums

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ACCEPT – Facebook

Pagan Altar – The Room Of Shadows

Dopo molti anni, durante i quali si era quasi persa la speranza, ecco tornare quando meno te li aspetti i Pagan Altar, semplicemente un pezzo di storia della NWOBHM.

Fondati nell’ormai lontano 1978, i Pagan Altar, insieme ai Witchfinder General, sono stati uno dei principali gruppi doom all’interno della nuova ondata del metal inglese, negli anni in cjui Britannia dominava i giradischi e gli stadi d’Europa. E tutto ciò avendo inciso solo un demo in quegli anni, ristampato dalla Oracle Records nel 1998 con il titolo Volume 1. Riformatisi nel 2004 grazie alle risposte positive ricevute da pubblico e critica per il disco Lords Of Hypocrisy, gli inglesi hanno continuato con la loro carriera con una buona qualità media, fino ad avere un lungo hiatus tra il 2006 fino all’attuale disco. The Room Of Shadows è un buon album, composto e suonato con eleganza, ricco di ricami barocchi, con forti richiami doom, ma anche una notevole epicità. I Pagan Altar raccontano storie come facevano i menestrelli, musicandole nella maniera giusta per farle arrivare ancora meglio al pubblico. Nel disco si sente molto la loro duplice natura che fa capo sia all’heavy metal classico inglese che al doom, e tutto ciò lo rende piacevolmente fuori dal tempo, perché suona in maniera molto diversa rispetto alle cose che siamo abituati a sentire. Le canzoni scorrono benissimo e si fa davvero fatica a pensare che il lavoro è stato composto tredici anni or sono e che, poi, per mille motivi, non sono riusciti a pubblicarlo se non oggi. E due anni fa è morto vinto dal cancro il cantante Terry Jones, del quale possiamo apprezzare l’ultima performance in questo disco, che acquista inevitabilmente maggiore valore. I Pagan Altar sono un grande gruppo e questo album, molto piacevole e classico in tutti i sensi, conferma la loro bravura. Un ottimo ritorno.

Tracklist
01 Rising Of The Dead
02 The Portrait of Dorian Gray
03 Danse Macabre
04 Dance of the Vampires
05 The Room of Shadows
06 The Ripper
07 After Forever

Line-up
Terry Jones
Alan Jones
Diccon Harper
Andrew Green

PAGAN ALTAR – Facebook

Argus – From Fields Of Fire

Sono evidenti gli ottimi intarsi sonori, figli del migliore heavy metal che ogni amante del genere ha bene presente, perché in questo genere non è tanto o solo importante la velocità, ma la classe e l’eleganza, e di queste ultime due gli Argus ne hanno in abbondanza.

Epico e sontuoso ritorno degli americani Argus, uno dei migliori gruppi attuali in campo heavy e epic tradizionale.

Questo disco è la conferma della loro grande classe, e dell’ottimo lavoro che stanno facendo. Quarto album per questa formazione che ha molto chiaro il suo percorso musicale, e lo sta percorrendo fino in fondo con ottimi risultati. Ascoltando From Fields Of Fire si rimane affascinati dalla visione epica che riescono a far nascere nella testa dell’ascoltatore gli Argus. La loro musica è limpida e cristallina, come l’acqua di una sorgente montana, possiede degli elementi doom che si fondono molto bene con il tappeto sonoro classicamente heavy ed epic. A distanza di quattro anni dal precedente Beyond The Martyrs, il gruppo della Pennsylvania conferma e supera le aspettative, elevando ulteriormente la loro asticella della qualità. Gli Argus raccontano storie fantasy e di eventi a noi lontani persi nella nostra triste quotidianità, e serve riavvicinarci a paradigmi epici ma comuni al nostro essere umani. Ritornelli azzeccati che, insieme a riff coinvolgent,i portano ad alzarsi in piedi e a cantare a squarciagola, infatti gli Argus sono rinomati per le loro esibizioni dal vivo, che hanno portato per tutto il mondo. Sono evidenti gli ottimi intarsi sonori, figli del migliore heavy metal, che ogni amante del genere ha bene presente, perché in questo genere non è tanto o solo importante la velocità, ma la classe e l’eleganza. E di queste ultime due gli Argus ne hanno in abbondanza.
Un disco lavorato molto bene, con una produzione molto valida, e i cambi di line up hanno migliorato il tutto. From Fields Of Fire uscirà solo a settembre, quindi segnatelo sulla vostra metallica agenda.

Tracklist
Into the Fields of Fire
2. Devils of Your Time
3. As a Thousand Thieves
4. 216
5. You Are the Curse
6. Infinite Lives Infinite Doors
7. Hour of Longing
8. No Right to Grieve
9. From the Fields of Fire

Line-up
Brian ‘Butch’ Balich – Vocals
Dave Watson – Guitars
Jason Mucio – Guitars
Justin Campbell – Bass
Kevin Latchaw – Drums

ARGUS – Facebook

Rage – Seasons Of The Black

Seasons Of The Black si può certamente considerare un Rage album DOC, magari non il migliore del gruppo, ma sicuramente buono per proseguire la strada nel mondo metallico nel ruolo di protagonisti, come sempre, a dispetto degli anni che passano.

I Rage vantano una discografia immensa e per una buona metà di altissima qualità, con geniali intuizioni che hanno praticamente inventato un genere, sommate ad un approccio ed una coerenza che hanno fatto della band e del suo uomo giuda Peavy Wagner un monumento ad un certo modo di intendere il metal.

Oggi una delle band più importanti nate in Germania sotto la bandiera del power torna con un nuovo album: archiviato il periodo (splendido) in cui il funambolico Victor Smolsky elargiva prove chitarristiche dal taglio progressivamente neoclassico, dal precedente The Devils Strikes Again i Rage si avvalgono del più essenziale Marcos Rodríguez.
Con l’ausilio di Vassilios Maniatopoulos, dietro ai tamburi come nel precedente lavoro, il trio non si risparmia consegnandoci a distanza di un solo anno un buon lavoro, diretto, potente e melodico come nella tradizione dei dischi più lineari offerti in tutti questi anni.
Chiariamo subito un fatto importantissimo: il periodo orchestrale è finito da un pezzo, con i Rage a suonare power sinfonico, epico ed oscuro quando gli idolatrati sovrani del symphonic power metal di oggi erano solo dei lattanti, così come, con l’allontanamento di Smolsky, il sound ha perso quel tocco progressivo che ne aveva valorizzato l’ultimo periodo; la band è tornata così a suonare puro e diretto power metal come ai tempi di Black In Mind, da molti (compreso il sottoscritto) considerato uno dei loro lavori cardine.
Quindi Seasons Of The Black, seguendo la nuova/vecchia strada intrapresa con il precedente lavoro, risulta un pezzo di granito power metal, con i Rage a picchiare come forsennati su brani che dosano potenza metallica, melodie, accelerazioni power di livello superiore e refrain che entrano in testa dopo pochi passaggi, confermando che Peavy, pur invecchiando, non perde un grammo in talento compositivo.
Il mastodontico (in tutti i sensi) bassista e cantante continua imperterrito nella sua missione, mentre, assecondato dai nuovi compari, ci porge la mano per poi scaraventarci in mezzo alla tempesta di suoni che dalla title track ci investe senza tregua, con l’album che altrerna brani top (Blackened Karma, la devastante Walk Among The Dead) a qualche passaggio più ordinario (Septic Bite).
Con il mixaggio curato da sua maestà Dan Swanö ed una produzione perfetta per il genere senza essere troppo patinata, Seasons Of The Black si può certamente considerare un Rage album DOC, ma sicuramente buono per proseguire la strada nel mondo metallico nel ruolo di protagonisti, come sempre, a dispetto degli anni che passano.

Tracklist
1. Season Of The Black
2. Serpents In Disguise
3. Blackened Karma
4. Time Will Tell
5. Septic Bite
6. Walk Among The Dead
7. All We Know Is Not
8. Gaia 1:02 9. Justify
10. Bloodshed In Paradise
11. Farewell

Line-up
Peter Peavy Wagner – Vocals, Bass
Marcos Rodriguez – Guitars, Vocals
Vassilios Lucky Maniatopoulos – Drums, Vocals

RAGE – Facebook

FS Projekt – Kredo Tvoyo

FS Projekt è l’espressione di un buon talento musicale che sicuramente merita un’esposizione adeguata al suo valore, poi come sempre sarà il pubblico a decretarne le fortune.

Anche se a noi italiani un simile monicker potrebbe far pensare ad una band dopolavoristica messa in piedi da un gruppo di ferrovieri, FS Projekt è in realtà frutto del talento musicale del moscovita Sergei Fomin (conosciuto anche come Efes o, appunto, FS).

Il musicista ci ha contattato per sottoporci tutto il materiale composto fin dal 2013, anno di partenza del progetto, che consta di due EP e quattro singoli, ultimo dei quali Kredo Tvoyo, risalente ai primi giorni del 2017.
Quindi utilizziamo il pretesto di parlare di quest’ultima uscita per scoprire anche la musica prodotta in precedenza, per un fatturato totale di una decina di brani a base di un solido e melodico power metal cantato in lingua madre dal bravo vocalist Oleg Mishin.
Efes, nella realizzazione delle canzoni si è fatto aiutare da un manipolo di colleghi dal buon pedigree e dalle sicure doti tecniche, il che rende davvero interessante questo excursus nella ancor breve storia degli FS Projekt, che prende il via con l’ep di tre brani Rozhdeniye Maga, in grado di fotografare in maniera piuttosto nitida la buona caratura di un heavy power dalle tematiche fantasy e ricco di spunti melodici di un certo pregio.
Il percorso prosegue con i due singoli Za Khladny Gory e Elfiyskiy Marsh, traccia ricca di cristallini spunti acustici e contraddistinta da un chorus decisamente arioso.
Con il secondo ep Garpiya il sound sembra irrobustirsi, avvicinandosi ancor più a livello di sonorità e certo power di matrice tedesca, senza però smarrire quella discreta peculiarità accentuata dalle liriche in russo, le quali rivestono il tipico ruolo di arma a doppio taglio, visto che a livello di scorrevolezza non ci può essere paragone con il più classico idioma anglofono.
E si arriva infine, agli ultimi due singoli: Iskusstvo Voiny, uscito circa un anno fa, dove per la prima volta fanno la loro apparizione vocalizzi in stile harsh, ed il già citato e più recente Kredo Tvoyo, intriso in maniera decisa di umori folk che, a mio avviso, si rivelano un vero e proprio valore aggiunto, indicando in qualche modo un’ideale strada da seguire con maggiore continuità in futuro.
Evidentemente il bravo Efes, giunto a questo punto, ha ritenuto fosse il caso di provare a farsi conoscere anche al di fuori dai patri confini, cercando magari di cogliere qualche opportunità che si dovesse concretizzare a livello di contratto discografico o di supporto promozionale.
FS Projekt è comunque l’espressione di un buon talento musicale che sicuramente merita un’esposizione adeguata al suo valore, poi come sempre sarà il pubblico a decretarne le fortune.

01 Rozhdeniye Maga – Rozhdeniye Maga
02 Rozhdeniye Maga – Lyod
03 Rozhdeniye Maga – Fingolfin
04 Za Khladny Gory
05 Elfiyskiy Marsh
06 Garpiya – Garpiya
07 Garpiya – Six Strings
08 Garpiya – Crimson Sail
09 Iskusstvo Voiny
10 Kredo Tvoyo

Line up:
Efes – music, lyrics, arrangements, guitars, bass, castanets, vocals, production, keyboard sound design

FS PROJEKT – Facebook

Nokturnal Mortum – Verity

Uno splendido ritorno dopo otto anni con una opera maestosa e affascinante, ricca di folk e musica estrema … “i’ll meet you in ancient darkness ”

Ci sono band che, lentamente, si ammantano di un alone di leggenda, proponendo la loro arte con pazienza, centellinando con cura le loro uscite, senza fretta.

E’ questo il caso dei Nokturnal Mortum, band ucraina di Kharkiv, che dal 1995 con il demo Twilightfall ha aperto la propria carriera improntata su un black metal dalle forti tinte symphonic; nel corso degli anni, guidati dal leader Varggoth, hanno svelato la loro arte con splendidi lavori come Goat Horns, Lunar Poetry e altre piccole gemme.
Dopo otto anni da The Voice Of Steel, altro fulgido lavoro che consiglio di recuperare, ritornano con una prova “diversa” che forse non è altro che la sublimazione di un percorso singolare all’ interno della scena BM. Non possiamo sapere cosa ci svelerà il futuro ma l’ attuale presente, con Verity, presenta in settantaquattro minuti un’opera che miscela radici BM, suoni heavy e una forte componente folk, mai così presente nelle loro precedenti uscite; i cinque artisti creano, con l’aiuto di una gran quantità di strumenti (cello, violino, bandura, dulcimer, sopilkas, jaw harp), un suono denso, maestoso, epico, intrecciato dove non vi è mai una netta distinzione tra i generi, ma tutto è fuso in modo naturale da un songwriting sempre molto ispirato.
Le vocals si sovrappongono con chorus molto suggestivi e, alternando clean e harsh vocals, generano un’atmosfera molto particolare: la componente estrema nel suono non è preponderante ma è ben bilanciata con quella folk e forse questo potrebbe non essere di totale gradimento ai true blacksters; il lavoro porta lentamente ad assuefazione (anche io al primo ascolto non ne ero rimasto conquistato) e, tramite una lenta assimilazione di tutti gli ingredienti usati, garantisce qualità alla musica e al suo ricordo.
La qualità del songwriting è eccelsa, brani come la lunga Molfa ricchi di idee mai forzate, ma molto naturali: la misteriosa e oscura Song of the snowstorm, la potente e primordiale Wolfish berries, la evocativa Lira e la maestosa Night of the gods, veramente un capolavoro, forgiano quell “ancient darkness” che la band declama come obiettivo di questo affascinante viaggio.
Una splendida cover e un booklet degno di un re devono invogliarvi ad ascoltare ed acquistare questa opera incredibile da parte di una leggenda.

Tracklist
1. I’ll Meet You in Ancient Darkness (Intro)
2. Molfa
3. With Chort in My Bosom
4. Spruce Elder
5. Song of the Snowstorm
6. Wolfish Berries
7. In the Boat with Fools
8. Wild Weregild
9. Lyre (Komu Vnyz cover)
10. Black Honey
11. Night of the Gods
12. Where Do the Wreaths Float Down the River? (Outro)

Line-up
Knjaz Varggoth – Vocals (lead), Guitars, Keyboards, Bass
Bairoth – Drums
Rutnar – Bass, Vocals (backing)
Jurgis – Guitars, Vocals (backing)
Hyozt – Keyboards

NOKTURNAL MORTUM – Facebook

Mega Colussus – HyperGlaive

Fans dell’heavy metal classico fatevi avanti, HyperGlaive nel suo essere un album di onesto metallo old school sa come inorgoglire chi del genere ne ha fatto da almeno trent’anni una religione.

Negli Stati Uniti non si vive di solo metal moderno, ma oltre ai generi estremi che da quelle parti hanno fatto storia (death e thrash) la tradizione metallica classica è viva e vegeta, magari nell’underground e fuori dai grandi carrozzoni che ogni anno portano in giro i soliti dinosauri hard rock.

Il metal classico non è solo U.S. power metal, ma i gruppi che pescano dalla tradizione britannica sono tanti e molti risultano interessanti, un po’ come questi Mega Colussus, un monicker bruttino in verità ma dal sound buono, specialmente per chi ama l’heavy metal duro e puro.
Licenziato dalla Killer Metal, HyperGlaive è un riuscito esempio di heavy metal, dal buon tiro, cantato bene, suonato discretamente, a tratti epico, colmo di chorus ed azzeccate melodie che si stagliano su ritmiche heavy di scuola europea.
Il quintetto proveniente dal Nord Carolina gioca con l’heavy metal old school a suo piacimento, molte volte riuscendo ad avere la meglio sulla voglia di modernizzare leggermente un sound che è storia.
Iron Maiden, e Judas Priest sono le influenze maggiori dei Mega Colussus e l’album vive di tutti gli elementi che hanno fatto grandi gli album dei primi anni ottanta di questi due monumenti del metal mondiale.
Le chitarre che tagliano l’aria, le cavalcate in crescendo e refrain dal buon appeal metallico fanno di brani forgiati nel vecchio continente come Gods And Demons, Betta Master e la conclusiva Star Wranglers un tributo ai gruppi citati ed a tutto un genere.
Fans dell’heavy metal classico fatevi avanti, HyperGlaive nel suo essere un album di onesto metallo old school sa come inorgoglire chi dell’heavy metal ne ha fatto da almeno trent’anni una religione.

TRACKLIST
1.Sunsword
2.Sea of Stars
3.Gods and Demons
4.The Judge
5.Betta Master
6.Behold the Worm
7.You Died
8.Star Wranglers

LINE-UP
Bill Fischer – Guitar/Vocals
Stephen Cline – Guitar/Vocals
Ry Eshelman – Mean Bass
Doza Cowbell – Drums
Sean Buchanan – Lead Vocals

MEGA COLOSSUS – Facebook

Leider – Alloys

Chitarre chirurgiche, solos di scuola priestiana e sezione ritmica precisa e potente, sono le caratteristiche principali del gruppo messicano, protagonista di una prova convincente.

Non solo il Brasile è terra di tradizione metallica, il centro/Sud del continente americano è infatti fucina di realtà in tutti i generi della musica dura, dall’Argentina al Cile, passando dunque per il più settentrionale Messico, paese di provenienza di questa notevole band hard & heavy chiamata Leider.

Il gruppo arriva al traguardo del terzo full length in tredici anni di attività, pochi lavori ma buoni fin dall’esordio Furia, uscito ormai dieci anni fa e seguito dal secondo Seven del 2012.
Sono passati cinque lunghi anni, e la band torna con Alloys, un concentrato di potenza heavy metal, classico ma nello stesso tempo ben saldo in questo tempo così da non dare all’ascoltatore una sensazione di vintage, puntando al bersaglio grosso per via di un’ottima produzione e un buon songwriting,
Il Dickinson Solista, ovviamente gli Iron Maiden e poi la potenza heavy power dei Primal Fear a dare quel tocco di Judas Priest, permettono ai brani di Alloys di esplodere in tutta la loro carica heavy metal, con Phoenix punta di diamante di un’ottima raccolta di canzoni che fa risplendere il talento di Diego Trejo, vocalist di scuola Red Siren, e dei suoi compagni d’avventura.
Chitarre chirurgiche, solos di scuola priestiana e sezione ritmica precisa e potente, sono le caratteristiche principali del gruppo messicano, protagonista di una prova convincente.
We Are Masters, Insanity, l’epica Blood Heroes (aperta da una suggestiva intro di cornamuse) sono i brani perfetti per un ascolto tutto metallo, sudore e sangue: l’originalità abita (forse) da lontano da Alloys, qui si fa heavy metal con la H e la M al loro posto.

Tracklist
1.We Are Masters
2.Flesh
3.Phoenix
4.Insanity
5.Dust from Hell
6.Boo
7.High Flying Bird
8.Blood Heroes

Line-up
Julio Romo – Bass
Japo Lopomontiel – Drums
Sergio Trejo – Guitars
Jhovany Lara – Guitars
Diego Trejo – Vocals

LEIDER

Disharmony – The Abyss Noir

Il sound dei Disharmony parla americano e The Abyss Noir ne è l’esempio perfetto, con i suoi umori oscuri ed una verve progressiva che spicca da un impatto thrash metal a tratti devastante.

La Grecia, pur con tutti i suoi problemi politico/sociali, vive un momento di grande spessore musicalmente parlando e riguardo ai generi che trattiamo su MetalEyes.

Hard rock, doom metal, alternative hard & heavy, suoni classici e moderni: nella terra degli dei dell’olimpo si fa rock e metal con buona qualità.
Parliamo di metal e di una band (i Disharmony) attiva da vent’anni, anche se per un lungo periodo ha sonnecchiato per debuttare nel 2014 sulla lunga distanza con Shades Of Insanity, album che segnava il vero ritorno del gruppo dopo il demo che, con lo stesso titolo, era apparso cinque anni prima.
Il nuovo lavoro si intitola The Abyss Noir, trentacinque minuti di sonorità heavy thrash metal progressive, drammatiche e teatrali in linea con il power metal americano.
Il sound dei Disharmony parla americano dunque e The Abyss Noir ne è l’esempio perfetto, con i suoi umori oscuri ed una verve progressiva che spicca da un impatto thrash metal a tratti devastantei.
Chris Kounelis viaggia su tonalità care al grande Warrel Dane, quindi avrete già capito che tra i solchi della title track e della seguente Vain Messiah troverete ad aspettarvi i Nevermore, ispirazione primaria del gruppo di Atene ma non l’unica.
Ma dove la band di Dane raggiungeva attimi estremi al limite del death/thrash, il suono dei Disharmony rimane ancorato al metal classico, duro, dall’enorme impatto ma pur sempre più vicino al thrash Bay Area (non è un caso la cover di Disposable Heroes dei Metallica).
Un buon lavoro, e se siete amanti dei Nevermore e dei Sanctuary, così come delle atmosfere oscure dell’U.S, metal classico, The Abyss Noir ve ne farà sentire meno la mancanza, con gioiellini di tragico metallo come Delirium e This Caravan.

TRACKLIST
01. The Abyss Noir
02. Vain Messiah
03. Delirium
04. This Caravan
05. Disposable Heroes (Metallica cover)
06. A Song For A Friend

LINE-UP
Chris Kounelis – Vocals
J. Karousiotis – Guitars
Stefanos Georgitsopoulos – Guitars
Panagiotis Gatsopoulos – Bass Guitar
Thanos Pappas – Drums

DISHARMONY – Facebook

Edguy – Monuments

In Monuments tutti gli album usciti fino ad oggi hanno il loro momento di gloria, rendendo la compilation una suggestiva e soddisfacente panoramica sulla musica dedli Edguy.

Ladies & gentlemen, prendete posto sulla vostra poltroncina riservata per lo spettacolo che tra poco andrà ad incominciare.

Chiudete gli occhi e fatevi trasportare dai primi cinque inediti scritti per l’occasione, che nulla aggiungono e nulla tolgono alla storia musicale di uno dei gruppi più influenti degli ultimi vent’anni di power/heavy metal, capitanato da un talento che ha dell’inumano visto le opere, non solo del gruppo in questione, ma pure del suo alter ego Avantasia, con il quale ha scritto alcune delle metal opera più belle nella lunga storia del metal classico.
Gli Edguy … chi l’avrebbe mai detto, venticinque anni dopo l’inizio dell’attività e quasi venti dal capolavoro Vain Glory Opera, album che irrompeva sul mercato, allora in pieno periodo di vacche grasse per il genere (almeno nel vecchio continente), dopo i buoni esordi con Savage Poetry e soprattutto Kingdom Of Madness: eppure eccoci a celebrare la band guidata da un ragazzaccio dal talento spropositato, un tipo che non prendendosi mai troppo sul serio sprigiona una simpatia unica, unita ad una bravura non solo come cantante ma specialmente come compositore.
Come Tobias sia riuscito a mantenere un livello così alto con le sue due anime rimarrà un mistero, anche quando il power divenne il genere di esclusiva competenza degli Avantasia e gli Edguy virarono verso l’hard & heavy,.
La Nuclear Blast festeggia questo importante traguardo per la band di Fulda con questa imperdibile raccolta: doppio cd e dvd con la registazione di un live del periodo Hellfire Club, più tutti i video che il gruppo ha registrato fino ad oggi.
Power metal, hard & heavy, hard rock che si fa ruffiano e melodico, ma sempre di una qualità che ha lasciato a bocca aperta migliaia di appassionati, mentre con Vain Glory Opera e Out Of Control si torna con una punta di nostalgia al periodo della clamorosa esplosione del gruppo, confermata dall’uscita di Theater Of Salvation nel 1999 (Babylon) e la coppia di capolavori Mandrake ed Hellfire Club (Tears Of A Mandrake, Mysteria, King Of Fools e Lavatory Love Machine).
In Monuments tutti gli album usciti fino ad oggi hanno il loro momento di gloria, rendendo la compilation una suggestiva e soddisfacente panoramica sulla musica del gruppo, consigliato non solo ai vecchi fans e collezionisti del verbo Sammet ma soprattutto ai giovanissimi, che avranno modo di fare la conoscenza del meglio che la macchina metallica Edguy abbia regalato in questi anni che sono passati, inesorabili e veloci come un lampo per tutti…

Tracklist
1. Ravenblack
2. Wrestle The Devil
3. Open Sesame
4. Landmarks
5. The Mountaineer
6. 929
7. Defenders Of The Crown
8. Save Me
9.The Piper Never Dies
10. Lavatory Love Machine
11. King Of Fools
12. Superheroes
13. Love Tyger
14. Ministry Of Saints
15. Tears Of A Mandrake
16. Mysteria
17. Vain Glory Opera
18. Rock Of Cashel
19. Judas At The Opera
20. Holy Water
21. Spooks In The Attic
22. Babylon
23. The Eternal Wayfarer
24. Out Of Control
25. Land Of The Miracle
26. Key To My Fate
27. Space Police
28. Reborn In The Waste

Line-up
Tobias Sammet – Vocals
Jens Ludwig – Guitar
Dirk Sauer – Guitar
Tobias Exxel – Bass
Felix Bohnke – Drums

EDGUY – Facebook