Brainstorm – Scary Creatures

Scary Creatures conferma quanto di buono fatto in vent’anni di carriera dalla band tedesca che, a distanza di un paio d’anni dall’ultimo Firesoul, regala un album irrinunciabile per gli amanti del power.

I Brainstorm sono uno dei gruppi più sottovalutati della scena power metal tedesca che incendiò il mercato nella seconda metà degli anni novanta, sempre collocati dagli addetti ai lavori un passo indietro a Gamma Ray, Grave Digger e compagnia, eppure negli anni sono riusciti a scaldare i cuori degli appassionati con una serie di opere di genere entusiasmanti, soprattutto con il trittico Ambiguity (2000), Soul Temptation (2003) e Downburst (2008).

La band, capitanata dal vocalist Andy B. Franck (ex Symphorce e Ivanhoe), torna con l’undicesimo album in studio di una carriera che l’ha vista muovere i primi passi nel 1989, ed arrivare nel nuovo millennio con una carica ed un’energia invidiabile, mostrate in questa nuovo lavoro che, se non porta grosse novità all’interno della proposta del gruppo, lo conferma come un punto fermo per chi ama il power metal ed i suoni metallici tradizionali.
Potenti, devastanti e, come tradizione nel genere, alquanto melodici, i Brainstorm con Scary Creatures dichiarano la loro appartenenza al gotha del power metal europeo alla luce dell’ esperienza e del talento al servizio del genere, e in controtendenza rispetto ai mezzi passi falsi dei gruppi più quotati, ormai non più sulle prime pagine delle riviste di settore, visto il momento di poco interesse da parte dei fans di uno dei generi storici del metal.
Il nuovo lavoro torna così a far risplendere il sound del gruppo con una raccolta di brani compatti, ruvidi ed oscuri, Andy B. Franck non ha perso un’oncia del suo talento interpretativo: singer sanguigno ed eclettico, anima il sound del gruppo, sempre perfetto nel portare avanti la tradizione tedesca nel power, lasciando che sfumature metalliche di derivazione statunitense entrino nel cuore delle composizioni, facendo dei Brainstorm il gruppo più americano della nidiata famelica nata in terra germanica.
Non sono così distanti, infatti, le drammatiche ed oscure atmosfere che troverete nel sound dei Circle II Circle di Zack Stevens, altra band da considerare in questi anni come una delle massime esponenti del power metal classico, anche se il gruppo tedesco ne violenta la struttura con le ritmiche devastanti tipiche del sound europeo.
Prova sopra le righe di tutta la band, composta da musicisti dall’esperienza e bravura indiscutibili, produzione perfetta, e via per questa discesa senza freni nelle travolgenti trame offerte dai Brainstorm, con una serie di brani che hanno nella cadenzata ed epica How Much Can You Take, nella devastante Where Angels Dream, nell’oscura e americana title track e nella maideniana Caressed By The Blackness, i picchi di un lavoro che riconcilia con un sound dato per morto troppe volte.
Niente da aggiungere se non che Scary Creatures conferma quanto di buono fatto in vent’anni di carriera dalla band tedesca che, a distanza di un paio d’anni dall’ultimo Firesoul, regala un album irrinunciabile per gli amanti del power.

TRACKLIST
1. The World to See
2. How Much Can You Take
3. We Are…
4. Where Angels Dream
5. Scary Creatures
6. Twisted Ways
7. Caressed by the Blackness
8. Scars in Your Eyes
9. Take Me to the Never
10. Sky Among the Clouds

LINE-UP
Andy B. Franck – Vocals (lead)
Dieter Bernert – Drums
Milan Loncaric – Guitars, Vocals (backing)
Torsten Ihlenfeld – Guitars, Vocals (backing)
Antonio Ieva – Bass

BRAINSTORM – Facebook

Ravensire – The Cycle Never Ends

Per gli amanti dell’heavy metal classico, l’album è una raccolta di canzoni perfette per tornare, ancora una volta, ad immergersi nelle atmosfere del genere e godere del suo spirito più puro.

Il metal non muore, magari per un periodo si lecca le ferite, si accompagna ad altri generi ma rimane un punto fermo della musica rock, trovando sempre nuovi figli e adepti in ogni parte del mondo.

Lisbona, nella capitale del Portogallo nascono nel 2011 i Ravensire, fieri guerrieri metallici, tornati in questo inizio anno con il secondo lavoro sulla lunga distanza, The Cycle Never Ends, buon esempio di heavy metal old school, dai tratti epici, successore dell’esordio We March Forward del 2013 e di un paio di lavori minori.
La band portoghese, è protagonista di una prova convincente, buon songwriting, ottime trame chitarristiche in un crescendo maideniano alquanto esaltante, ed un cantante aggressivo e ruvido quanto basta per donare alle canzoni un buon impatto.
The Cycle Never Ends si aggira tra gli spartiti delle band storiche degli anni ottanta, la produzione risulta perfetta per il genere proposto, non troppo patinata, ma sufficiente per far rendere al meglio l’atmosfera epica del lavoro.
Dall’opener Comlech Revelations in poi è un susseguirsi di riff e cavalcate heavy metal style, le chitarre intonano inni alla gloria, i chorus sono composti di pura epicità, ed il senso di deja vu è compensato da un buon songwriting e tanta attitudine old school.
La band ci catapulta in un mondo di battaglie, scudi che si spezzano, spade che stridono quando le lame si incocciano nel mezzo dello scontro, il tutto accompagnato da melodie di chiara ispirazione maideniana, anche se non manca lo spirito guerriero ed epico dei Manowar e l’orgoglio metallico di band come Heavy Load e Slough Feg.
Per gli amanti dell’heavy metal classico, l’album è una raccolta di canzoni perfette per tornare, ancora una volta, ad immergersi nelle atmosfere del genere e godere del suo spirito più puro che l’ottima trilogia finale, composta dalle tre parti di White Pillars Trilogy, riesce a conferire nei true metallers meno distratti.

TRACKLIST
1. Cromlech Revelations
2. Crosshaven
3.Solitary Vagrant
4. Procession of the Dead
5. Trapped in Dreams
6. White Pillars Trilogy: Part I – Eternal Sun
7. White Pillars Trilogy: Part II – Blood and Gold
8. White Pillars Trilogy: Part III – Temple at the End of the World

LINE-UP
F – Drums
Zé – RockHard Guitars
Nuno Mordred – Guitars
Rick Thor – Bass

RAVENSIRE – Facebook

Shotgun Justice – State of Desolation

L’esordio della band vive tra alti e bassi, risultando nella sua totalità un lavoro sufficientemente piacevole, specialmente per i fans dei suoni classici.

Ci hanno messo ben tredici anni i tedeschi Shotgun Justice per dare alle stampe il primo full length, la band infatti aveva licenziato due demo, ed una compilation, un po’ poco visto il tempo trascorso dalla loro fondazione.

Finalmente, per gli amanti dei suoni metallici old school, ecco che il 2016 porta con se l’esordio sulla lunga distanza del gruppo, questo State Of Desolation, che richiama alla mente l’heavy metal ottantiano, anche se il quintetto sassone lo ricama con ritmiche hard rock ed una piccola dose di potenza thrash.
L’album che si sviluppa su liriche a sfondo sociale e politico che si discosta dai soliti cliché dei gruppi heavy metal classici, tutti spade e guerrieri senza paura, è incentrato su brani dai ritmi che viaggiano con il freno a mano tirato, mai troppo veloci, molto melodici, ed in linea con le metal band dal taglio classico.
Ne esce un lavoro che alterna brani ruvidi ad altri molto più eleganti, ed è proprio su questi che il gruppo costruisce il suo songwriting.
Sarà per una produzione classicamente old school, sarà per le buone melodie dal taglio drammatico nei brani meno aggressivi, ma Shotgun Justice regala buone canzoni dove il sound si contorna di un’aura intimista e tragica, con il picco qualitativo rappresentato dall’oscura Nemes ( a Global Killer), heavy song dove una voce soprano duetta con il singer.
Qualche accenno alla vergine di ferro nei numerosi riff e solos delle due asce e ritmiche di scuola Saxon, potenziati da sventagliate thrash, sono il mood della maggior parte dei brani che compongono State Of Desolation, con ancora una piccola gemma heavy, Head Full Of Bullets, dal solos settantiano e dall’andatura cadenzata e in crescendo.
L’esordio della band vive così tra alti e bassi, risultando nella sua totalità un lavoro sufficientemente piacevole, specialmente per i fans dei suoni classici, lodevole il lavoro delle sei corde, ma leggermente monotona la voce, piccolo difetto che toglie qualche punto al valore dell’album.
Ora che il ghiaccio è stato rotto aspettiamo buone nuove dalla band tedesca che, con qualche ritocco, potrebbe migliorare sensibilmente la propria proposta.

TRACKLIST
1. Proclamation of War
2. Blood for Blood
3. Blessed with Fire
4. Nothing Left to Fear
5. Nemes (A Global Killer)
6. The Scales of Justice
7. Head Full of Bullets
8. Forsaken
9. Harvest the Storm
10. State of Desolation

LINE-UP
Tobias Gross – Drums, Percussion, Vocals
Erik ”Kutte” Dembke – Guitars
Thomas ”Tom” Schubert – Bass
Marco Kräft – Guitar Vocals
Kai Brennecke – Guitar

SHOTGUN JUSTICE – Facebook

Skullthrone – Biomechanical Messiah

Gli Skullthrone confermano l’ottimo livello che da anni contraddistingue l’underground dei paesi sudamericani, tane di fiere metalliche pericolosissime e dall’attitudine spiccatamente anticristiana

Bogotà, Colombia, tra le strade di una delle città più pericolose del mondo, si aggira questo spirito malefico, dal nome che è tutto un programma, Skullthrone.

Metal estremo, un’entità demoniaca che fa del black/death metal la sua arte nera, portando nel mondo il verbo satanico accompagnato da un’ayrea guerrafondaia.
Il quintetto sudamericano è al debutto sulla lunga distanza, in archivio ha solo un demo, le prime avvisaglie di una guerra portata al mondo, uscito nel 2011 (Abyssmal Hymns for Satan), confermando l’ottimo impatto del proprio sound in questo primo lavoro dal titolo Biomechanical Messiah.
Death/black di scuola est europea, in particolare influenzato dai blacksters Behemoth, è quello che il gruppo mette sul piatto e non è poco, considerato la già buona compattezza, il gran lavoro delle sei corde e buone sfuriate in blast beat della sezione ritmica.
Senza fronzoli, e con pochi attimi per riprendere fiato, veniamo inseguiti da questo oscuro mostro satanico, famelico e vorace, che inghiotte male e risputa puro odio.
Nemici dichiarati del cristianesimo, gli Skullthrone, aggrediscono con un lotto di brani assolutamente evil, il growl diabolico e le chitarre che non lasciano tregua con riff e solos che grindano sangue innocente, faranno la gioia degli amanti dei suoni oscuri e da tregenda del genere, con svariate songs che superano abbondantemente la sufficenza, per impatto e violenza.
Niente di che non sia assolutamente originale, ma un ascolto consigliato per chi aspetta con ansia i parti blasfemi di Behemoth e Vader, sicuramente ripagati dal mood satanico e brutale di Imperial Satanic Artillery, Sadism Ex Machina, Antichristian Retaliation ed Empire of the Skull.
Gli Skullthrone confermano l’ottimo livello che da anni contraddistingue l’underground dei paesi sudamericani, tane di fiere metalliche pericolosissime e dall’attitudine spiccatamente anticristiana … astenersi posers e ragazzini dai pruriti evil.

TRACKLIST
1. Imperial Satanic Artillery
2. There’s No God at All
3. Biomechanical Messiah
4. Hell’s Oblivion
5. Technomancer Revelation
6. Sadism Ex Machina
7. Antichristian Retaliation
8. Goatlust
9. Carnal
10. Empire of the Skull

LINE-UP
Marius Alhazred – Bass
Cerberus – Guitars
Goatlust – Drums
Demiurge – Vocals
Lucipagho – Vocals, Guitars

SKULLTHRONE – Facebook

Primitiv – Immortal & Vile

Candlemass, Black Sabbath, Obituary, Morbid Angel, Cathedral e tanto talento, fanno parte del dna di questo notevole gruppo indiano, ed il loro album un disco da avere assolutamente, specialmente se siete amanti di queste sonorità.

Other bands are old school, we are Primitiv.

Così si definiscono i Primitiv, gruppo heavy/doom/death metal di Mumbai, India, altro gruppo che arriva a noi tramite la Transcending Obscurity, meritevole di molta attenzione da parte dei fans dei suoni old school di matrice estrema.
Composti da membri dei fenomenali Albatross, i Primitiv licenziano questo monolitico esordio, dal titolo Immortal & Vile, massiccio, cadenzato e potentissimo esempio di metal estremo dai rimandi doom classici, con chitarroni ultra heavy, presi in prestito dal metal ottantiano e la maligna e brutale atmosfera death metal che rende il tutto, un molosso di suoni metallici fusi nell’acciaio.
Accompagnato da una copertina old school epicissima, Immortal & Vile non può che conquistare, forte di brani notevoli a livello atmosferico, ottimamente suonati ed originali nel saper amalgamare i generi descritti, costruendo un sound, ruvido, aggressivo, a tratti altalenate tra i suoni hard & heavy dai rimandi settantiani, e l’heavy metal del decennio successivo, dove la band, non contenta, ammanta il tutto con l’elemento estremo, quell’aura death che fa dell’album un gioiellino metallico.
Nei solchi di questo primitivo lavoro, spicca il growl guerresco di Nitin Rajan, leggendario vocalist della scena indiana (Sledge, Morticide), dall’enorme vocione che ricorda un’antica e maligna divinità di qualche imprecisata leggenda epica, accompagnato da una sezione ritmica che non può non essere monolitica (Riju Dasgupta al basso e Pushkar Joshi alle pelli) e le due asce che incendiano, devastano, lanciano fulmini e saette, tra solos heavy, ritmiche dal lento incedere doom e attimi di bombardamenti death, molto più americani di quanto si evince ad un primo ascolto (Rajarshi Bhattacharya e Kiron Kumar).
Clash Of The Gods e World War Zero aprono il lavoro nel segno del doom/death, ma da The Demon Science in poi l’esplosivo sound del combo esce in tutta la sua natura e Lake Rancid regala una song doom classica, dove il riff nasce da qualche montagna settantiana e sfocia in una valle di suoni hard & heavy da stropicciarsi gli occhi.
Bellissima Taurus, doom death psychedelico e lisergico, così come la storica Lords Of Primitiv che chiude il lavoro, ancora metal old school, dall’incedere settantiano e dalla forza di un carro armato death metal.
Candlemass, Black Sabbath, Obituary, Morbid Angel, Cathedral e tanto talento, fanno parte del dna di questo notevole gruppo indiano, ed il loro album un disco da avere assolutamente, specialmente se siete amanti di queste sonorità.

TRACKLIST
1.Clash of the Gods
2.World War Zero
3.The Demon of Science
4.Lake Rancid
5.Dead Man’s Desert
6.Taurus
7.Lords of Primitiv

LINE-UP
Rajarshi Bhattacharya – Guitars
Riju Dasgupta – Bass Guitar
Pushkar Joshi – Drums
Nitin Rajan – Vocals
Kiron Kumar – Guitars

PRIMITIV – Facebook

Swarming – Cacophony of Ripping Flesh: Recordings 2010-2012

Questa compilation raccoglie i brani composti dai due musicisti dal 2010 al 2012, più i due brani dell’unica uscita ufficiale della band, lo split con i Fetid Zombie risalente al 2010.

Nascosto in una fredda e putrida cantina di qualche maniero nascosto nelle desolate lande scandinave, trovato e rispolverato dalla Dead Beat Media questo inno al death metal old school, marcio e cattivissimo, non è altro che l’ennesimo progetto di Rogga Johansson, leader dei Paganizer e musicista instancabile, vero stakanovista del metal estremo, qui insieme a Lasse Pyykkö dei Hooded Menace.

Questa compilation raccoglie i brani composti dai due musicisti dal 2010 al 2012, più le due songs dell’unica uscita ufficiale degli Swarming, lo split con i Fetid Zombie uscito nel 2010.
Johansson alle prese con chitarra e voce , mentre al musicista finlandese toccavano batteria, basso e sei corde per questo altro buon esempio di death metal orrorifico e selvaggio, a tratti crust, con il growl catacombale di Rogga in arrivo dall’oltretomba.
Senza compromessi e con buon mestiere il duo scandinavo, creò un sound sporco, largamente influenzato dalla scena nordica, underground nel senso più puro del termine, musica infestata dai vermi della putrefazione, tra le sempre presenti accelerazioni e le frenate classiche del death metal vecchia scuola.
Una ventina di minuti immersi nel puro orrore in musica, in questa compilation spicca il growl di Johansson, uno zombie incatenato, nascosto al mondo nel buco di una caverna dove i resti umani fanno da pasto alle fameliche orde di ratti dal morso mortale.
Molto belle Hacksaw Holiday e Convulsing into Eternal Doom, brano tratto dallo split del 2010, per il resto il sound di questa compilation è death metal che più evil non si può, quindi una vero gioiellino per gli amanti del genere e per chi ama la musica del musicista svedese.
Se volete avere tutto, ma proprio tutto quello che esce da casa Johansson, fatelo vostro.

TRACKLIST
1. The Hideous Incantation
2. Reeking of the Bowels
3. It Came from the Graveyard
4. Hacksaw Holiday
5. Feasting on Drowned Flesh
6. Amputation Frenzy
7. Convulsing into Eternal Doom
8. Premature Embalming

LINE-UP
Lasse Pyykkö – Guitars, Bass, Drums
Rogga Johansson – Vocals, Guitars

SWARMING – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=IB8WEXt3P4A

Blackhour – Sins Remain

Il 2016 inizia come meglio non potrebbe per la Transcending Obscurity, label asiatica mai avara nel proporci ottime realtà metalliche provenienti da quei lontani paesi.

Il 2016 inizia come meglio non potrebbe per la Transcending Obscurity, label asiatica mai avara nel proporci ottime realtà metalliche provenienti da quei lontani paesi.

Già ascoltati sulla compilation che la label ha messo a disposizione dei fans , per questo Natale appena trascorso, arriva il secondo lavoro dei Blackhour, band giunta a noi dal Pakistan che propone il suo prorompente sound, figlio della vergine di ferro ma con più di un piede nel moderno hard & heavy.
Nato ad Islamabad, quasi una decina di anni fa, il quintetto pakistano ha debuttato con il primo full length nel 2011 (Age of War), quindi sono passati cinque anni prima di tornare sul mercato e far esplodere questo ottimo Sins Remains.
Come ormai ci hanno piacevolmente abituato le realtà proposte dall’etichetta, anche i Blackhour si distinguono per la bravura strumentale, unita a soluzioni fuori dalle mode occidentali, così che l’album, oltre ad essere suonato e cantato molto bene ( bellissima e personale la voce del singer Tayyab Rehman), vive di vita propria, per nulla vintage, anche se l’influenza maideniana è ben presente, così come qualche impennata estrema di estrazione scandinava ed un leggero tocco alternativo che rende il tutto molto personale.
Gran lavoro delle due asce (Mubbashir Sheikh Mashoo e Hashim Mehmood) che passano con disinvoltura da crescendo maideniani (Wind of Change) a ritmiche che si irrobustiscono, sfornando estremi riff dal mood death, oscuro e drammatico (Life Brings Death, Love Brings Misery) aiutati da una sezione ritmica compatta (Salman Afzal al basso e Daim Mehmood alle pelli).
Ne esce un dischetto davvero piacevole, con brani (cinque) che a tratti esaltano ( Battle Cry ), non avendo paura di confrontarsi con le proprie influenze, calando il jolly Rehman, bravissimo ad alternare toni da vero singer metallico, e ruggiti dove i suoi compari tirano fuori le unghie e graffiano con potenti zampate.
La title track conclude il lavoro con un classico brano maideniano, una ballad che con il passare dei minuti si trasforma in un crescendo metallico, stracolma di riff di scuola Smith/Murray molto suggestiva e dal piglio epico.
Ottimo lavoro dunque, ed altra band da seguire nel panorama metallico, ulteriore conferma dell’enorme potenzialità della scena asiatica.

TRACKLIST
1. Losing Life
2. Wind of Change
3. Life Brings Death, Love Brings Misery
4. Battle Cry
5. Sins Remain

LINE-UP
Salman Afzal – Bass
Daim Mehmood – Drums
Mubbashir Sheikh Mashoo – Guitars
Hashim Mehmood – Guitars
Tayyab Rehman – Vocals

BLACKHOUR – Facebook

Dead Behind The Scenes – White EP

Con i Dead Behind The Scenes tutto è il contrario di tutto, ma alla fine perfettamente al suo posto, così da regalare rock per chi, ogni tanto, ama vagare per lo spartito senza una guida sicura godendo delle molte sorprese che riserva un album come questo The White ep.

Una ventina di minuti di musica rock fuori dai soliti schemi, pazza e alternativa nel senso più puro del termine, pregna di sonorità che riportano alla mente gruppi che hanno fatto del proprio songwriting, un modo per distinguersi dalle solite rock band, eppure così originale e personale, da sembrare tutt’altro che un combo al debutto.

Bene ha fatto l’Atomic Stuff a prendere nel proprio roster i milanesi Dead Behind The Scenes, rock band di Milano che, con talento, amalgama rock alternativo e punk & roll, licenziando White Ep, primo lavoro di cinque brani che si spera li possa portare verso un potenziale full lenght esplosivo.
Il gruppo, attivo dal 2010 come The Scream, ha in Dave Bosetti (voce e chitarra), Marco Tedeschi (chitarra) e Lorenzo Di Blasi (tastiere) lo zoccolo duro della band, ai quali nel tempo si sono aggiunti il bassista Valerio Romano ed il batterista Chris Lusetti, a formare la line up che firma questo ep in cui il rock non ha barriere né confini, così da inglobare nel proprio sound le pazzie alternative dei Primus, sonorità reggae-folk e rock & roll.
Molta importanza nel sound dei nostri i tasti d’avorio, così come la voce particolare del Bosetti, tra Les Claypool e Maynard James Keenan in versione punk, che segue i binari di musica trasformandosi ad ogni passaggio, così come ogni canzone è diversa dall’altra, ora più rock alternative come in I Love Matt, ora improntata su un reggae-soul come nella successiva Bulletproof Soulmate, per diventare intimista nella semiballad No Name Song.
L’hammond prende per mano il sound di Sex Rock & Rock’N’Roll una traccia hard rock dai rimandi settantiani, con quel tono vocale che tanto sa di punk rock, mentre gli anni sessanta e un’aura surf sono i protagonisti della conclusiva e solare Sometimes You Just Have To…
Con i Dead Behind The Scenes tutto è il contrario di tutto, ma alla fine perfettamente al suo posto, così da regalare rock per chi, ogni tanto, ama vagare per lo spartito senza una guida sicura godendo delle molte sorprese che riserva un album come questo White Ep.
Con tutto questo potenziale li aspettiamo con fiducia alla prova del full length, ci sarà da divertirsi.

TRACKLIST
1. I Love Matt
2. Bulletproof Soulmate
3. No Name Song
4. Sex Rock & Rock ‘n’ Roll
5. Sometimes You Just Have To…

LINE-UP
Dave Bosetti- lead vocals, guitar
Marco Tedeschi- guitar
Lorenzo Di Blasi, keyboards- piano
Valerio Romano- bass
Chris Lusetti- drums, backing vocals

DEAD BEHIND THE SCENES – Facebook

Raze – Mankind’s Heritage

L’album letteralmente vi rivolterà come calzini, una centrifuga thrash metal di una lavatrice impazzita, cavalcate metalliche alla velocità della luce, riff, chorus e solos che entrano in testa al primo colpo

Ecco che, come un fulmine a ciel sereno, arriva in zona Cesarini ( modo di dire preso in prestito dal mondo pallonaro) in questi ultimi scampi del tanto dannato 2015, l’album thrash che ti fa saltare sulla sedia come in preda ad un attacco di formiche rosse, un perfetto e devastante esempio di metal made in bay area, esaltante, come solo il vecchio thrash sa essere, quando è suonato così bene e composto da brani trascinanti ed in your face, come quelli composti dagli spagnoli Raze e che vanno a formare il loro debutto Mankind’s Heritage.

Il quartetto di thrashers provenienti dalla terra dei tori, nasce nel 2007 ed all’attivo ha un solo ep, uscito nel 2011, la Suspiria Records lo ha preso per le corna, così che Mankind’s Heritage esce sotto la sua ala.
L’album letteralmente vi rivolterà come calzini, una centrifuga thrash metal di una lavatrice impazzita, cavalcate metalliche alla velocità della luce, riff, chorus e solos che entrano in testa al primo colpo, non una ritmica che non abbia un appeal esagerato e vocals che sono prese dai dieci comandamenti del come si suona il genere, specialmente se ci si rivolge agli States e alla scena classica.
Bad News è un pugno a tradimento in pieno stomaco, il respiro si blocca, gli occhi lacrimano e non ci si riprende, anche perché arriva come un bolide L.O.B. a darci il colpo di grazia.
Questi quattro ragazzi fanno male, le due asce spingono a tavoletta ( Marcos e David ) e la sezione ritmica è un treno che corre irrefrenabile su binari metallici che prendono fuoco al passaggio del gruppo (Macaco al basso protagonista di una prova da urlo al microfono e Sebas alle pelli).
Raze The Earth e The Church Is On Fire sono spettacolari songs da cantare a squarciagola sotto il palco, presi per le palle da questi quattro indiavolati sacerdoti del thrash metal, che lasciano alla conclusiva Streets Of Wickedness il compito di darci il colpo di grazia, sette minuti di metallo old school che esplode nelle teste ormai sanguinanti .
Volete dei nomi? Death Angel, Annihilator e primi Testament, vi basta?

TRACKLIST
1. Bad News
2. L.O.B.
3. Evil Waits
4. The Siege
5. Raze the Earth
6. The Church Is on Fire
7. Do You Wanna Die?
8. Streets of Wickedness

LINE-UP
Macaco – Bass, Vocals
Sebas – Drums
Marcos – Guitars
David – Guitars

RAZE – Facebook

With The Dead – With The Dead

Album trascinante e ossessivo, un ascolto obbligato per chi si ritiene un fan del doom.

Torna a due anni di distanza dallo split dei Cathedral il messianico sacerdote del doom anni novanta Lee Dorrian, personaggio avvolto da un’aura di carisma tale da far risplendere di luce propria ogni uscita discografica dove mette lo zampino.

Per la sua etichetta (la Rise Above Records), specializzata ( e non poteva essere altrimenti) nei suoni doom/stoner, esce il primo lavoro omonimo del progetto With The Dead, dove il grande vocalist britannico è accompagnato da Tim Bagshaw (Chitarra, Basso) e Mark Greening (Batteria, Organo Hammond), musicisti provenienti da due band seminali del genere, gli Electric Wizard e i Ramesses.
With The Dead non gode al suo interno di grosse novità stilistiche, il sound marcissimo e sporco, accompagnato da suoni ribassati e da atmosfere catacombali, è una via di mezzo tra i suoni della cattedrale e le band di provenienza dei due musicisti che accompagnano il prelato del doom, perfettamente a suo agio in questa cascata di lava dai rimandi classici e stravolta da iniezioni di stoner metal, che nei primi anni novanta lui più di altri ha portato all’attenzione dei fans con album magnifici.
Suoni lenti e brutali, una produzione sporca che dona ai brani sfumature catacombali, fuzz e riverberi a palla, su cui la talentuosa e storica voce di Dorrian, gioca con il genere, lasciando, a chi si confronta con lei, solo la parte dei chierichetti, tanto sprizza carisma e personalità, confermandosi come il punto più alto dell’espressione vocale nel genere suonato, fanno di questo lavoro un must per gli amanti dei suoni messianici e sabbatici, una lunga discesa nelle catacombe dove ad aspettarci ci sono tre sacerdoti pazzi, dimenticati dal tempo negli antri e nei cunicoli dove resti umani, rettili e fiumi di lava bollente sono gli spiacevoli incontri, prima di lasciare ogni speranza di ritorno alla luce.
Ed è così che questi tre musicisti ci regalano otto bordate messianiche, dall’andamento cadenzato, ossianiche e orrorifiche, colme di distorsioni e watt al limite dell’umano, una brutale dimostrazione di forza e potenza, aggressive e ritmate (The Cross), evocative e sabbathiane (Nephthys), ipnotizzanti, destabilizzanti e acide (Living With The Dead), spettacolarmente lentissime ed ossessive, tornando a scuotere fondamenta sotto i colpi di un’inesorabile bombardamento cupo e magmatico con la conclusiva Screams From My Own Grave, apice del disco, dove Dorrian dà prova di non aver perso un briciolo della disperata e ossessiva magniloquenza che lo ha reso il miglior interprete del doom/stoner degli ultimi trent’anni.
Album trascinante e ossessivo, un ascolto obbligato per chi si ritiene un fan del genere, e altro grande album firmato Rise Above.

TRACKLIST
01. Crown of Burning Stars
02. The Cross
03. Nephthys
04. Living With the Dead
05. I Am Your Virus
06. Screams From My Own Grave

LINE-UP
Lee Dorrian – Voce
Tim Bagshaw – Chitarra, Basso
Mark Greening – Batteria, Organo Hammond

WITH THE DEAD – Facebook

Hell In The Club – Shadow Of The Monster

il nuovo album continua a fare la voce grossa nella scena hard rock, confermando il respiro internazionale che gli Hell In The Club hanno raggiunto in così poco tempo

Letteralmente irresistibile, pura dinamite hard, street rock’n’roll fatta esplodere in questo inizio 2016 dalla nostrana Scarlet che, a distanza di poco più di un anno dal precedente e folgorante Devil On My Shoulder, torna a dar fuoco alle polveri con il nuovo album di questa banda di fenomenali rockers, al secolo Hell In The Club.

Come ben saprete il gruppo nostrano è composto da un nugolo di musicisti della scena nazionale che, con le loro band di origine( Elvenking, Secret Sphere e Death SS) hanno regalato perle metalliche di assoluto valore nobilitando la scena tricolore, poi unitisi in questo combo arrivando al terzo album facendo filotto, con un tre su tre, davvero entusiasmante.
Tre album a distanza di appena cinque anni, uno più bello dell’altro, partendo dal debutto Let The Games Begin, esordio del 2011, passando per Devil On My Shoulder, magnifico parto uscito sul finire del 2014 ed arrivando a questo mostruoso (è il caso di dirlo) Shadow Of The Monster.
Registrato, mixato e masterizzato ai Domination Studios da Simone Mularoni, il nuovo album continua a fare la voce grossa nella scena hard rock, confermando il respiro internazionale che gli Hell In The Club hanno raggiunto in così poco tempo: difficile, infatti, trovare un sound così perfetto come quello creato dal gruppo italiano, un mix di street, hard rock che guarda al passato ma mantiene un taglio moderno, portando il rock’n’roll esplosivo delle grandi band degli anni ottanta/novanta nel nuovo millennio ed aggiungendo valanghe di melodie dall’appeal enorme.
Forse, ancora più che in passato, il sound di questo lavoro guarda oltreoceano, facendo di Shadow Of The Monster l’opera più americana del gruppo, un mix riuscito tra i Guns’n’Roses di Slash ed i Jon Bon Jovi, che escono prepotentemente quando l’elettricità si fa leggermente meno ruvida e viene accompagnata da linee melodiche scritte per mano di talenti smisurati.
Il burattinaio in copertina, sempre diabolico ma ispiratore di un sound che vi farà innamorare al primo ascolto di questo straordinario pezzo di musica rock, domina menti e corpi e ci fa sbattere teste, scalciare come cavalli impazziti, letteralmente drogati dall’adrenalina che scorre all’ascolto di Dance!, opener dell’album e dall’inno Hell Sweet Hell.
Impossibile non cantare il refrain della title track,bonjoviana fino al midollo, così come una moderna ballatona da arena rock si rivela The Life & Death of Mr. Nobody.
Appetite for destruction? No solo Appetite, ma l’effetto è lo stesso, hard rock irrefrenabile, ruvido, che aggredisce con schiaffoni street metal, senza perdere un’oncia in melodia.
Anche questo album rimane su di un livello altissimo in tutta la sua durata, regalando ancora due spettacolari hard rock song, Le Cirque des Horreurs e l’irresistibile Try Me, Hate Me, canzone che in sede live sarà la colpevole di poghi irrefrenabili, ammucchiate paurose, malattie mentali e croniche ubriacature, insomma rock’n’roll all’ennesima potenza.
Hell In The Club, in un mondo ideale, sarebbe il nome più gettonato tra i rockers, ancora troppi legati a dinosauri estinti o ridotti a cover band di se stessi, non mi rimane quindi che ribadire l’assoluto valore di questo album e lasciarvi con una citazione…….CI SCAPPA DEL ROCK CICCIO !!!! Approfittatene.

TRACKLIST
01. DANCE!
02. Enjoy the Ride
03. Hell Sweet Hell
04. Shadow of the Monster
05. The Life & Death of Mr. Nobody
06. Appetite
07. Naked
08. Le Cirque des Horreurs
09. Try Me, Hate Me
10. Money Changes Everything

LINE-UP
Andrea “Andy” Buratto – Bass
Federico “Fede” Pennazzato – Drums
Andrea “Picco” Piccardi – Guitars (lead)
Davide “Dave” Moras – Vocals

HELL IN THE CLUB – facebook

Chronos Zero – Hollowlands ( The Tears Path Chapter One)

Settanta minuti di metallo drammatico e regale, figlio legittimo del sound dei maestri Symphony X, ma talmente ben eseguito da risultare un’opera per la quale certe similitudini finiscono solo per sminuire il talento dei musicisti coinvolti.

Tornano con il secondo lavoro i nostrani Chronos Zero, band che aveva entusiasmato nel 2013 con il debutto A Prelude Into Emptiness:The Tears Path Chapter Alpha, opera metallica che risplendeva di furore power/prog, uno spettacoloso vulcano di note che portava la band sul podio dei gruppi dediti a queste sonorità.

Un debutto clamoroso e tanti complimenti da fans e addetti ai lavori devono aver portato non poche pressioni al gruppo cesenate, positive direi, visto di che pasta è fatto il nuovo lavoro che risulta un’altra esplosione di suoni power e progressivi, dalla forza sovraumana e dalla tecnica invidiabile.
Tragico ed oscuro, emozionale e devastante, bombastico e pregno di fierezza metallica, Hollowlands conferma la band come una delle migliori uscite dallo stivale negli ultimi anni, almeno per quanto riguarda il genere.
Con qualche piccolo aggiustamento nella line up ed album affidato al sempre geniale Simone Mularoni, protagonista di un lavoro perfetto in fase di produzione, mix e mastering, Hollowlands vede lo stesso chitarrista dei DGM come ospite insieme a Matt Marinelli (Borealis) e Jan Manenti (Love.Might.Kill.) contributi che vanno ad impreziosire questi settanta minuti di metallo drammatico e regale, figlio legittimo del sound dei maestri Symphony X, ma talmente ben eseguito da risultare un’opera per la quale certe similitudini finiscono solo per sminuire il talento dei musicisti coinvolti.
The Compression Of Time apre l’album con l’irruenza classica a cui i Chronos Zero ci hanno abituati, ritmiche velocissime ed intricate, chitarre che sputano fuoco metallico, tastiere ed orchestrazioni che riempiono e nobilitano il sound e la spettacolare alternanza delle voci, perfetta nello scambiarsi il centro del palcoscenico, in un rincorrersi tra le fitte ragnatele di note orchestrate dai musicisti.
L’entrata in pianta stabile di una voce femminile (Margherita Leardini), molto più presente che sul primo lavoro, non inficia la devastante aggressività che il gruppo riversa nel sound, i momenti di quiete, sono solo bellissime affreschi, attimi suggestivi, che fanno calare un poco, l’altissima tensione che si respira a più riprese, mentre la vocalist è protagonista di una prova gagliarda, soprattutto quando, si erge sulle tracce drammatiche e rabbiose e dal mood orchestrale, molto più sinfonico che sul disco precedente.
Si, perché l’album, diversamente dal primo, è molto più sinfonico, le fughe progressive sono accompagnate da un suono bombastico, dando ad Hollowlands un tocco quasi cinematografico che valorizza ancora di più il sound, così che non si può non rimanere folgorati da questa raccolta di gemme metalliche che hanno in Fracture, nella ballad On Tears Path, Phalanx Of Madness, nelle tre parti di Oblivion, cuore del lavoro ed assoluto capolavoro del gruppo, gli episodi migliori di un lavoro decisamente sopra le righe.
I Chronos Zero si apprestano a raggiungere i cuori degli appassionati del genere, forti di un disco bellissimo, anche se a mio parere il sound del gruppo potrebbe piacere anche a chi si nutre di metal estremo, proprio per la sua disumana potenza e l’uso in molte occasioni del growl.
Grande ritorno e gradita conferma.

TRACKLIST
1. The Compression of Time
2. Fracture
3. Shattered
4. On the Tears of Path
5. Who Are You? (A Shape of Nothingness)
6. Who Am I? (Overcame by Blackwater Rain)
7. Ruins of the Memories of Fear
8. Phalanx of Madness
9. Oblivion Pt. 1 – The Underworld
10. Oblivion Pt. 2 – The Trial of Maat
11. Oblivion Pt. 3 – The Harp
12. The Fall of the Balance
13. Near the Nightmare
14. From Chaos to Chaos

LINE-UP
Federico Dapporto – Bass
Enrico Zavatta – Guitars, Piano, Keyboards
Davide Gennari – Drums, Percussion
Jan Manenti – Vocals
Giuseppe Rinaldi – Keyboards
Manuel Guerrieri – Vocals
Margherita Leardini – Vocals

CHRONOS ZERO – Facebook

Enthrallment – Eugenic Wombs

Eugenic Wombs non molla un attimo, l’assalto brutale del gruppo bulgaro è di quelli che attaccano al muro per più di mezzora di death feroce

Eugenic Wombs è un bombardamento a tappeto di death metal brutale che a tratti sfocia nel grindcore, l’arma letale colpevole di questa carneficina si chiama Enthrallment, band di Pleven, città della Bulgaria.

Ancora dall’est europeo arrivano le avvisaglie di una guerra musicale senza esclusione di colpi, portata avanti dalle ottime realtà che si aggirano come mostri famelici tra le città dei paesi che fanno da confine con il continente asiatico, altro nido di serpi metalliche, pronte a mordere ed a lasciare dentro di noi il loro mortale veleno.
Gruppo attivo da una quindicina d’anni, questo devastante quintetto annovera nella propria discografia un buon numero di full length, di cui Eugenic Wombs è il quinto e segue The Voice of Human Perversity, uscito lo scorso anno.
Una buona continuità, mantenuta in questi anni, aggiungendo un’altra manciata di lavori minori, che accompagnano le opere sulla lunga distanza, segno che la band c’è, risultando una garanzia per i fans del metal estremo.
Eugenic Wombs non molla un attimo, l’assalto brutale del gruppo bulgaro è di quelli che attaccano al muro per più di mezzora di death feroce, tecnicamente ineccepibile e violentissimo, con soluzioni ritmiche entusiasmanti, un gran lavoro delle sei corde ed intuizioni nel sound che avvicinano la band alle frange più tecniche del genere.
Trombe d’aria si abbattono sull’ascoltatore, vortici di musica estrema dirompente, blast beat a manetta, solos e mitragliate ritmiche che non fanno prigionieri, in questa battaglia dove, a rendere il tutto ancora più brutale ci pensa un growl cavernoso e cattivissimo.
Quindici anni a far danni non sono pochi, ed infatti la band risulta compatta, bravissimi tecnicamente, il gruppo bulgaro non ha punti deboli, non mostrando il fianco nell’enorme lavoro della sezione ritmica, (Ivo Ivanov è straordinario alle pelli) ne nella tempesta di riff e solos creati dalle due asce, a tratti spettacolari ( Andrey Gegov e Vasil Furnigov).
Completano la formazione Rumen Pavlov al basso e Plamen Bakardzhiev dietro al microfono, così che Last Judgment Waltz, Inspired Lunatic e la conclusiva Enslaved by Your Own Seed (un piccolo capolavoro brutal death) possano esplodere come bombe scagliate da uno stormo di caccia sui cieli europei.
Se siete amanti del genere Eugenic Wombs non può mancare nella vostra discografia, supportate gli Enthrallment.

TRACKLIST
1. Deserved Fears
2. Few Are Those Who Find It
3. Last Judgment Waltz
4. Totally Dismembered
5. Defame the Incarnation
6. Inspired Lunatic
7. Path to Silence
8. Nature Dose Not Allow Doubling
9. Enslaved by Your Own Seed

LINE-UP
Ivo Ivanov- Drums
Plamen Bakardzhiev- Vocals
Vasil Furnigov- Guitars
Andrey Gegov- Guitars
Rumen Pavlov- Bass

ENTHRALLMENT – Facebook

Supreme Carnage – Sentenced By The Cross

Un altro ottimo album che riprende le storiche sonorità dei primi anni novanta, tornate a far sanguinare orecchie negli ultimi anni

Tedeschi, ma musicalmente devoti al death metal old school di matrice scandinava, tornano con un nuovo lavoro i devastanti Supreme Carnage, nati da una covata malefica in quel di Monaco nel 2010, ed al terzo lavoro, dopo aver incendiato impianti stereo a go go, con il debutto A Masterpiece of Execution, ep del 2012 ed il primo full length licenziato due anni fa, Quartering the Doomed.

Giunge dunque, in questo ultimo rigurgito del 2015, questo nuovo album, accompagnato da una bellissima copertina e da undici brani di massacrante, terribile ed epico death metal vecchia scuola, intitolato Sentenced By The Cross, goduria irrefrenabile per gli amanti del buon vecchio metal estremo, suonato tanti anni fa nelle fredde lande del nord Europa.
Il quintetto cala sul tavolo un poker di sonorità che ormai hanno raggiunto lo status di leggenda, portando nel nuovo millennio, con buoni risultati gli insegnamenti delle band madri del movimento estremo dei primi anni novanta.
E allora, fuori grinta e cattiveria e via, all’assalto, con questi cinquanta minuti scarsi di death metal, suonato alla grande, prodotto come si faceva una volta, dall’impatto disumano e dai cliché, magari abusati ma sempre affascinati.
Accelerazioni, doppia cassa a manetta, rallentamenti doom/death ed un growl uscito da una putrida caverna, dove i demoni, nascono e si moltiplicano sono le virtù principali di Sentenced By The Cross.
La band senza strafare sa giocare con la materia, ed usa tutti i mezzi per piacere a chi, nella sua libreria, ha ancora in bella mostra i cd di Dismember, Grave, primi Entombed e Unleashed.
Death metal old school senza compromessi, dunque, ma ben fatto, molto coinvolgente e compatto, un monolito di musica estrema che travolge, forte di una sezione ritmica terremotante, un vocalist in continua possessione demoniaca e asce che torturano, seviziano e urlano dolore.
Non c’è una song che prevale sulle altre, l’album parte a mille e non si ferma finché l’ultimo giro del dischetto viene letto dal laser ottico, a meno che, distrutti da cotanta potenza non siate voi a fermare il massacro, violentati dal genere estremo per eccellenza.
Buon lavoro, un altro ottimo album che riprende le storiche sonorità dei primi anni novanta, tornate a far sanguinare orecchie negli ultimi anni, specialmente nell’underground, per i fans consigliato senza riserve.

TRACKLIST
1. Intro
2. Sentenced by the Cross
3. Skin Turns Black
4. The Sewerage of God
5. One Pound of Iron
6. Compurgation
7. Right of Sanctuary
8. Sodomized
9. Cup of Wrath
10. Burn for Me
11. Fire

LINE-UP
Svensson – Bass
Acker – Guitars
Dragoncolmont – Vocals
Mirko – Drums
Nova – Guitars

SUPREME CARNAGE – Facebook

Cauldron – In Ruin

Una band onesta, un sound che è storia del nostro genere preferito, ed un lotto di buone canzoni, fanno di In Ruin un album consigliato agli amanti dell’heavy metal tradizionale di scuola ottantiana.

In questo periodo di ritorno dei suoni vintage e classici, anche l’heavy metal trova i suoi adepti, che tornano al sound di metà anni ottanta con ritrovata verve ed un pizzico di attitudine nostalgica.

A label come la tedesca Pure Steel, ormai punto di riferimento per il metal/rock dai suoni classici, si aggiungono piccole etichette che, con ritrovato entusiasmo, ci regalano lavori dallo spirito vintage, ma di per se molto affascinanti, un viaggio sulla macchina del tempo musicale e fermata nel Regno Unito, intorno al 1982 o giù di li.
La High Roller Records distribuisce in Europa, l’ultimo lavoro dei canadesi Cauldron, trio di Toronto con in testa l’heavy metal old school e la scena britannica, conosciuta come new wave of british heavy metal.
In Ruin è il quarto full length di un’avventura iniziata nel 2006 con l’esordio Live 7 e continuata tra ep, split e tre album, Chained to the Nite del 2009, Burning Fortune del 2011 e Tomorrow’s Lost dell’anno dopo e che ha visto la band calcare i palchi insieme a gruppi di notevole spessore come Nevermore, gli storici Diamond Head, i thrashers Death Angel e le leggende Metallica.
Non male direte voi, beh i Cauldron ci sanno fare, il loro sound così devoto al genere storico per antonomasia di tutto il panorama metallico, non lascia niente all’originalità, ma in quanto ad attitudine sembra davvero di essere al cospetto di un album ed una band uscita tra i vicoli di una Manchester o Londra di primi anni ottanta.
Tutto è perfetto nel suo spirito nostalgico, ritmiche e cavalcate elettriche, cori, refrain e riff che non risparmiano melodie, un tono vocale perfetto per il melodic heavy metal e canzoni sufficientemente buone per tenere l’ascoltatore con le cuffie ed il volume al massimo, dall’opener No Return / In Ruin, giù per Hold Your Fire, Santa Mira, fino alla bellissima semiballad dai rimandi sassoni Delusive Serenade, che avvicina alla conclusione questo buon esempio di heavy metal vecchia scuola, non prima di averci fatto sbattere le capocce con Outrance, che mette la parola fine sul nuovo album dei Cauldron.
Una band onesta, un sound che è storia del nostro genere preferito, ed un lotto di buone songs, fanno di In Ruin un album consigliato agli amanti dell’heavy metal tradizionale di scuola ottantiana.
Da ascoltare stando attenti alle lacrimucce, effetto collaterale per i vecchi true metallers.

TRACKLIST
1. No Return / In Ruin
2. Empress
3. Burning at Both Ends
4. Hold Your Fire
5. Come Not Here
6. Santa Mira
7. Corridors of Dust
8. Delusive Serenade
9. Outrance

LINE-UP
Jason Decay – bass/ vocals
Ian Chains – guitar
Myles Deck – drums

CAULDRON – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=LNibgkOIXEw

Xpus – Sanctus Dominus Deus Sabaoth

Gli Xpus non scherzano e le varie Desecration of the Image of God, The Cherub’s Throne, Primordial Evil Essence non lasciano spazio all’ascolto distratto di ascoltatori che non siano amanti del genere.

Esordio sulla lunga distanza per gli Xpus, band italiana nati dalle ceneri degli Unholy Land, black metal band nata a Bergamo nel 1998 e con all’attivo due album tra il 2003 ed il 2008 ( The Fall of the Chosen Star, Dethrone the Light).

Il gruppo tricolore è protagonista di un oscuro e devastante black metal d’ispirazione satanica, dove non mancano accenni al death, specialmente nel growl, il resto del sound è totalmente devoto all’oscuro signore, malatissimo e putrido metal estremo, dove non mancano parti cadenzate pesanti come macigni, cori ecclesiastici e furiose sfuriate evil.
Quaranta minuti scarsi di delirio black/death, blasfemo e senza compromessi, una via di mezzo tra la tradizione polacca ed il black metal oltranzista della scena nordica, il tutto circondato da un’aura satanica difficile da riscontrare nelle band di ultima generazione.
Impatto, attitudine anti cristiana ed una buona dose di violenza, fanno di Sanctus Deus Sabaoth il classico album must per i true black metal fans, un inno di glorificazione alla morte, alla distruzione del genere umano ed al satanismo davvero notevole.
Gli Xpus non scherzano e le varie Desecration of the Image of God, The Cherub’s Throne, Primordial Evil Essence non lasciano spazio all’ascolto distratto di ascoltatori che non siano amanti del genere.
Il trio composto da questi sacerdoti del male vede Aren al basso e a vomitare blasfemie con un growl demoniaco, mentre la sei corde di Normak sputa riff black direttamente dall’inferno, accompagnata dalla batteria di L.(Luca Mazzucconi), per una tempesta di note estreme, malvagie, disturbanti e brutali.
Album affascinante e pregno di vero male in musica, una vera opera oscura.

TRACKLIST
01. Intro
02. Desecration of the Image of God
03. Die as a Sinner
04. The Cherub’s Throne
05. LHP
06. Wirlwind of Fire
07. The Great Worm of the Third Circle
08. Primordial Evil Essence
09. Eternal Flame
10. Outro

LINE-UP
Aren – Vocals, Bass
Mornak- Guitars
“L”- Drums

XPUS – Facebook

DESCRIZIONE SEO / RIASSUNTO

Fleshgod Apocalypse – King

La raffinatezza e l’eleganza della musica sinfonica e classica, violentata dalle ritmiche indiavolate e devastanti del brutal, produce un risultato che lascia esterrefatti candidando il gruppo nostrano come uno dei migliori ensemble estremi in circolazione.

Brutal death metal e musica sinfonica o classica, come vi pare, niente di più distante, per i detrattori del metal e in questo caso, di quello estremo.

Eppure, come ormai è consolidato, il mondo metallico è talmente vicino alla musica classica da essere perfettamente in simbiosi con essa, non una novità per chi ha vissuto sulla sua pelle le varie fasi di questa unione, uno scandalo per altri ed un piacevole diversivo ai soliti suoni per chi i due generi li conosce in modo superficiale.
Uno dei gruppi maestri nel coniugare le due filosofie dello spartito è italiano, si chiama Fleshgod Apocalypse, esce per Nuclear Blast ed il nuovo lavoro è la sublime esaltazione di questo fenomeno che nobilita, a mio parere, non solo il mondo metal ma anche quello apperentemente lontano (concettualmente parlando) della musica classica.
Siamo al cospetto di una band unica, creatrice di un sound magniloquente, un’apocalisse di suoni epici e sinfonici dove la brutalità del metal si unisce all’epicità ed alla monumentalità della classica, per donare forti emozioni che nascono dalla grandezza spirituale dell’arte.
Come i più grandi maestri che, nel corso dei secoli hanno forgiato per noi musica immortale, i Fleshgod Apocalypse tornano con il nuovo lavoro, l’opera ( è il caso di dirlo) King, quarto parto di una nidiata di capolavori iniziata nel 2009 con Oracles e continuata imperterrita con Agony (2011) e Labyrinth (2013), tralasciando le uscite minori, confermandosi come una delle realtà più spettacolari dell’universo estremo mondiale.
Brutal death metal, devastante ed ipertecnico, a fare da tappeto sonoro e compagnia ad uno tsunami di musica sinfonica che, all’unisono, sfociano in un delirio di suoni drammatici, da tregenda, epici e tragici, teatrali nel senso più angosciante del termine.
La raffinatezza e l’eleganza della musica sinfonica e classica, violentata dalle ritmiche indiavolate e devastanti del brutal, produce un risultato che lascia esterrefatti candidando il gruppo nostrano come uno dei migliori ensemble estremi in circolazione.
Ho ancora nelle orecchie le sinfonie accompagnate dal sound futurista dei fenomenali Mechina, mentre In Aeternum, Cold as Perfection, And the Vulture Beholds e A Million Dephts, giungono a riempire il mio spazio cosmico di perfezione estrema, magniloquenza classica e monolitica pesantezza brutal, distanti concettualmente ma uniti da un sapiente uso delle sinfonie.
Saprete che sarete alla fine dell’album perché il sole tornerà a splendere, la pioggia torrenziale si placherà ed una luce divina risplenderà sul vostro soffitto di casa, anche per oggi l’apocalisse è stata solo sfiorata, almeno finché non rischiaccerete il tasto play del vostro lettore … solo applausi a cotanta magnificenza.

TRACKLIST
1. Marche Royale
2. In Aeternum
3. Healing Through War
4. The Fool
5. Cold as Perfection
6. Mitra
7. Paramour (Die Leidenschaft Bringt Leiden)
8. And the Vulture Beholds
9. Gravity
10. A Million Deaths
11. Syphilis
12. King

LINE-UP
Paolo Rossi – Bass, Vocals (clean)
Francesco Paoli – Drums, Guitars, Vocals (backing)
Cristiano Trionfera – Guitars, Vocals (backing), Orchestration
Tommaso Riccardi – Vocals (lead), Guitars
Francesco Ferrini – Piano, Orchestration

FLESHGOD APOCALYPSE – Facebook

Fractal Reverb – Songs to Overcome the Ego Mind

Album che va assaporato, avendo la pazienza ed il tempo per farlo propiro, ed una band che assolutamente da supportare e rispettare per la personalità ed il coraggio nel proporre un’opera così ambiziosa al primo colpo.

Premessa: fate molta attenzione quando si parla di rock alternativo o, superficialmente di grunge, perché (lo dico da anni) il grunge a mio parere come genere musicale non esiste, o meglio, quello che fu chiamato così era solo una moda che non riguardava assolutamente la musica scritta dalle band di Seattle, troppo diverse tra loro, troppe anime contrapposte per unirle in un unico calderone musicale.

Così il primo full length dei nostrani Fractal Reverb, band di rockers nati da pochi anni in quel di Milano, con un ep all’attivo licenziato lo scorso anno dal titolo How To Overcome The Ego Mind, alla fine risulta un buon album di rock alternativo, debitore sì del decennio novantiano, ma dall’anima moderna e noise, come se il lato più intimista dei Sonic Youth si fosse appartato con i Pearl Jam e i Tool e facesse l’occhiolino al rock del nuovo millennio.
Voce femminile (Carolina Locatelli) ancora da perfezionare come interpretazione dei brani, ma comunque sufficientemente personale e rock per non sfigurare nel mezzo dei deliri elettrici dei suoi compagni di viaggio( Davide Trombetta alla chitarra e Alessandro Pinotti alle pelli) e un gusto quasi psichedelico per il rock moderno, fatto di brani lunghi, molte volte vicini strutturalmente a delle jam, che perdono in appeal solo per l’eccessiva durata di un album che supera abbondantemente l’ora.
Ecco, questo è l’unico appunto che mi viene da fare al gruppo, ottantadue minuti sono davvero troppi, specialmente in tempi dove, purtroppo anche nel rock, manca il tempo di assimilare lavori di questo genere causa la marea di uscite discografiche e la poca attenzione degli ascoltatori a musica che chiede un minimo d’impegno nell’ascolto.
Sì, perché Songs to Overcome the Ego Mind è un album impegnativo, adulto, poco incline alle facili melodie di band pop rock contrabbandate per il fantomatico post grunge che, se non esisteva l’originale, figuriamoci i facili surrogati.
Se vi avvicinate alla band milanese pensando di ascoltare i nuovi Nickelback ( tanto per intenderci) avete sbagliato indirizzo, qui si fa rock, sporcato di noise e dall’anima punk statunitense, magari nascosta da umori cantautorali, in un’escalation di vibrazioni progressive dove la voce femminile non è il classico specchio per le allodole, ma un modo alquanto personale di raccontare il loro concept, un percorso che parte da una dimensione prettamente estroversa per arrivare ad una introversa, trovando così il perfetto equilibrio … e scusate se è poco.
Album che va assaporato, avendo la pazienza ed il tempo per farlo propiro, ed una band che assolutamente da supportare e rispettare per la personalità ed il coraggio nel proporre un’opera così ambiziosa al primo colpo.

TRACKLIST
1.Introspective
2.I’ll find my way
3.Song of nothing
4.Dystonic wave
5.Spleen
6.Song of something
7.Natural sounds
8.20 January 2013
9.Fall in leaves
10.Test yourself
11.Trees in circles
12.Hidden places
13.Blindfolded
14.Song of everything
15.Outroot

LINE-UP
Carolina Locatelli – basso, voce
Davide Trombetta – chitarra
Denny Cavalloni – batteria

FRACTAL REVERB – Facebook

Shivers Addiction – Choose Your Prison

Basta poco per farsi piacere questa raccolta di brani, serve solo non avere paraocchi di sorta e riuscire ad apprezzare ogni sfumatura che la band ci riserva, senza un attimo di tregua, lungo l’intero lavoro.

E’ tempo di tornare sul mercato per i nostrani Shivers Addiction: il nuovo lavoro, licenziato dalla Revalve Records ed intitolato Choose Your Prison, scaraventa la band tra le realtà più significative dell’hard & heavy nostrano, regalandoci un’oretta di metal rock dalle grandi potenzialità.

Fondato da una decina d’anni, in cui la band ha dato alle stampe il primo demo nel 2007 e successivamente l’esordio sulla lunga distanza tre anni dopo (Nobody Land’s), il gruppo dopo vari cambi di line up, può contare sulle prestazioni del chitarrista Gino Pecoraro dei Nuclear Simphony e soprattutto sul talentuoso vocalist Marco Cantoni dei prog metallers Cyrax, messisi in mostra in questi ultimi due anni con due perle di metallo progressivo ed originalissimo come Reflections del 2013 e Pictures, uscito quest’anno.
Completano la line up i bravissimi Angelo De Polignol alle pelli, Marco D. Panizzo alla seconda ascia e Fabio Cova al basso, un combo compatto e di altissimo livello, così che Choose Your Prison possa risultare un ottimo album che, in modo sapiente ed originale, amalgama alla perfezione thrash metal, progressive, rock e metal classico.
Ed eccoci qua, come Zio Paperone nei dollari, a tuffarci nel variegato mondo musicale del gruppo nostrano che, al primo ascolto riesce nell’impresa di confezionare un album maturo ma godibilissimo, con sorprese che ci investono ad ogni passaggio.
Basta poco per farsi piacere questa raccolta di brani, serve solo non avere paraocchi di sorta e riuscire ad apprezzare ogni sfumatura che la band ci riserva, senza un attimo di tregua, lungo l’intero lavoro.
Come ci ha abituato sui dischi targati Cyrax, Cantoni ne esce alla grande, eclettico, interpretativo e passionale, davvero bravo nel modulare la sua voce tra le sfuriate thrash del gruppo, che, in un attimo si trasformano, in passaggi progressivi, molto vicini al genere classico, lasciando poco al prog metal, abituati a sentire negli ultimi anni.
Bellissime le parti dove armonie acustiche dal sapore folk prendono il sopravvento, accompagnate da un delicato flauto che sa tanto di prog settantiano, per poi essere investiti da tempeste elettriche, dove le chitarre ci assalgono con ritmiche thrash e solos dai rimandi metallici e con la sezione ritmica che al momento opportuno sa picchiare e cambiare tempo come se fossimo in alta montagna.
Preferisco parlare di generi che di band, anche perché la musica dei Shivers Addiction è talmente colma di idee ed atmosfere che risulta cangiante, cambiando pelle in modo repentino anche nello stesso brano.
Un lavoro notevole in fase di songwriting, crea questo arcobaleno musicale dove trovare un brano più significativo è impresa ardua, ma la cattiva We Live on a Lie, la progressiva The King and the Guillotine e l’epica Painted Arrow, sono i brani che più mi hanno entusiasmato.
Cresce a dismisura con gli ascolti Choose Your Prison, pregno di note che appaiono dal nulla ogni volta che vi riavvicinerete con l’udito e con la mente alla musica di questa grande band.

TRACKLIST
1. Eternal Damnation
2. We Live on a Lie
3. La mort qui danse
4. The King and the Guillotine
5. Money Makes the Difference
6. Freedom
7. Where Is My Future
8. Painted Arrow
9. Against We Stand
10. Death Has Nothing to Teach

LINE-UP
Gino Pecoraro – Guitars
Angelo De Polignol – Drums
Marco D. Panizzo – Guitar
Fabio Cova – Bass
Marco Cantoni – Vocals

SHIVERS ADDICTION – Facebook

Pedophile Priests – Dark Transgression Of The Soul

Album che lascia molti dubbi, la musica estrema è arte e non basta fare i cattivi musicalmente o presentarsi con un monicker forte per convincere.

Esordio sulla lunga distanza di questa band polacca (ma di stanza a Dublino) dal monicker a mio parere forzato e che con la musica ci azzecca poco o nulla.

Facile buttare un preti pedofili così, tanto per accalappiare ascoltatori, magari indifferenti al prodotto musicale ma indubbiamente attratti dal nome provocatorio, specchio di una società (badate bene, non religione, ma società) dove ormai certi valori primari sono andati definitivamente persi, a discapito, come sempre, degli innocenti, che siano le frange più
povere dell’umano vivere, gli animali o i bambini poco importa.
I Pedophile Priests, con Dark Transgression Of The Soul, arrivano all’esordio sulla lunga distanza tramite la Metal Scrap Records: la loro proposta è un death metal dalle reminiscenze thrash, che, al primo ascolto risulta di sufficiente presa, anche se, sinceramente un po’ di confusione regna tra le tracce che compongono l’album, colpevole una produzione deficitaria e le troppe idee vomitate sullo spartito ma sviluppate solo in parte.
Eppure Presentiment of Evil, brano che funge da opener, si presenta come una canzone estrema che, alle varie influenze classic death, aggiunge un thrash progressivo alla Mekong Delta, così da fungere da ottimo biglietto da visita per il combo.
Peccato che la produzione deficitaria comprometta il buon lavoro della sezione ritmica, facendo perdere molti punti alle successive tracce e compromettendo il lavoro svolto dai musicisti su brani estremi e devastanti come Crush, Kill, Destroy, Scars at the Sky e The Kingdom Hospital.
Album che lascia molti dubbi, la musica estrema è arte e non basta fare i cattivi musicalmente o presentarsi con un monicker forte per convincere, troppa concorrenza, specialmente nell’underground, mondo che pur non vendo i giusti riscontri a livello commerciale, mediamente regala prodotti avanti anni luce rispetto a questo.

TRACKLIST
1. Presentiment of Evil
2. Czarne Xięstwo
3. Crush, Kill, Destroy
4. Crescent Guided Tributary
5. Sean Ross Abbey – Mother and Baby Home
6. Scars at the Sky
7. Nightcrawler (The Fall)
8. The Kingdom Hospital
9. Pogański

LINE-UP
Piotr “Niemiec” Niemczewski – guitars, vocals,
Krystian “Kruszon” Mistarz – drums
Krystian Mazur – bass

PEDOPHILE PRIESTS – Facebook