M.I.L.F. – More Than You

Divertente, a tratti esuberante, rock’n’roll perfetto per scatenati party, il sound del gruppo fiorentino non risulta una rivisitazione nostalgica dei fasti dei gruppi storici e, pur con le influenze in cui si specchia, la freschezza che emana non può che risultare determinante per la sua buona riuscita.

L’acronimo M.I.L.F. potrebbe far pensare a conturbanti donne mature alla ricerca di sollazzi con giovani toy boy, insegnanti preparatissime della sublime arte del sesso, magari accompagnate nelle loro prestazioni dalla colonna sonora composta da queste undici trascinanti hard rock/glam/street songs che compongono More Than You, primo lavoro sulla lunga distanza del gruppo toscano fondato a Firenze nel 2010 con all’attivo un ep autoprodotto e che arriva alla pubblicazione di questo primo full length grazie alla label Buil2KillRecords.

Invece M.I.L.F. sta per Make It Long ‘n Fast e la musica prodotta riconduce senza mezzi termini all’hard rock stradaiolo, ispirato agli eroi del Sunset Boulevard, con un pizzico di punk rock e ritmiche che a tratti prendono ispirazione dalla famiglia Young più famosa del rock.
Divertente, a tratti esuberante, rock’n’roll perfetto per scatenati party, il sound del gruppo fiorentino non risulta una rivisitazione nostalgica dei fasti dei gruppi storici e, pur con le influenze in cui si specchia, la freschezza che emana non può che risultare determinante per la sua buona riuscita.
Ed infatti, dopo l’intro, il riff su cui si struttura Let Me Believe ci scaraventa ai bordi del palco a sbattere natiche e riempire le nostre gole di birra in un selvaggio party rock, che continua imperterrito con la title track, elettrizzante rock song dal piglio punk assolutamente irresistibile.
Let’s go è un altro rock’n’roll ipervitaminizzato trascinante, mentre Thief of Love risulta una ballatona che si trasforma in un mid tempo, ma sono le armonie acustiche di Beach Blues che ci portano sulle assolate spiagge della California, tra bikini e voglia di surf.
Un riff alla Ac/Dc ci introduce all’elettrizzante Dancing Savage, con finale sulla corsia di sorpasso con tre songs irresistibili come Hang On, Midnight e la conclusiva Can’t Stop.
More Than You risulta un ottimo lavoro, il genere è quello, perciò se cercate l’originalità in album come questo avete sbagliato indirizzo: i M.I.L.F. si divertono e fanno divertire e tanto basta, in fondo it’s only rock’n’roll.

TRACKLIST
01. Prelude
02. Let Me Believe
03. More than You
04. Don’t Care
05. Let’s Go
06. Thief of Love
07. Beach Blues
08. Dancing Savage
09. Hang On
10. Midnight
11. Can’t Stop

LINE-UP
Matt Lombardo – Lead Vocals, Keyboards
Zip Faster – Lead Guitar
Ciccio – Guitar, Acustic Guitar, Backing Vocals
Dani – Bass
Toby Alley – Drums, Backing Vocals

M.I.L.F. – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=uPJbhMLRqkE

Duality – Elektron

Un album riuscito che offre sicuramente all’ascoltatore la piacevole sensazione di essere al cospetto di un gruppo sopra la media

Death metal, jazz e musica classica, uniti ad un buon spirito progressivo: Elektron, primo lavoro di questa band italiana, si può certamente spiegare in così poche parole.

Nati nell’ormai lontano 2002 i Duality arrivano solo ora al primo lavoro sulla lunga distanza: nella loro discografia compaiono solo due mini cd. il primo demo uscito più di dieci anni fa e l’ep Chaos_Introspection, del 2011.
Si sono presi quindi il loro tempo per arrivare al traguardo del full length, ma il risultato non può che essere soddisfacente, sia per la band che per i fans del technical death metal nobilitato da partiture classiche e jazz/fusion.
Il genere, portato all’attenzione degli appassionati di musica estrema da gruppi storici come Cynic e Atheist, per certi versi ormai non sorprende più, ma non è questa la virtù principale di Elektron, che si snoda piacevolmente lungo otto brani dove la furia del death metal incontra e va a braccetto con queste differenti atmosfere, all’apparenza lontane, ma come ben sanno gli amanti di questi suoni, mai così vicini ed in armonia.
Il metal estremo del quale il gruppo fa buon uso si avvicina a soluzioni più moderne e core, la violenza sprigionata e l’ottima produzione risaltano il lavoro delle chitarre e, soprattutto, della sezione ritmica davvero sopra la media, mentre l’appropriato uso del violino e la pregevole tecnica strumentale alzano la qualità generale del disco.
Non manca, a mio parere, come in molte opere di questo tipo, una vena progressive, magari nascosta tra le pieghe delle sfumature jazz/fusion, ma presente ad un ascolto attento, facilitato dal songwriting dal buon livello del gruppo marchigiano.
La sensazione che Elektron lascia è quella di un album che, pur nella sua non facile interpretazione, specialmente per chi non è avvezzo a tali sonorità, tiene molte porte aperte per fare in modo di entrare dentro all’anima del disco senza troppa fatica; la musica scorre come l’acqua cristallina di un ruscello, senza trovare ostacoli, i vari passaggi dalle parti estreme a quelle jazzate sono perfettamente bilanciate, così come l’ottimo growl porta con sé la rabbia estrema mantenendo il mood core.
Un album da ascoltare nella sua interezza, non si riscontrano cedimenti per tutta la sua durata lasciando agli undici minuti della conclusiva Hanged On A Ray Of Light il compito di riassumere il credo musicale del gruppo italiano.
Sicuramente un album riuscito che, anche se non porta grosse novità, offre sicuramente all’ascoltatore la piacevole sensazione di essere al cospetto di una band sopra la media: il futuro ci dirà se, finalmente, i Duality troveranno quella costanza nelle uscite discografiche che diventa basilare per non essere dimenticati in fretta.

TRACKLIST
1. Six Years Locked Clock
2. Azure
3. Chaos_Introspection
4. Along the Crack
5. Motions
6. Plead for Vulnerability
7. Hybrid Regression
8. Hanged on a Ray of Light

LINE-UP
Tiziano Paolini – Bass
Dario Fradeani – Drums
Diego Bellagamba – Guitars
Giuseppe Cardamone – Vocals, Guitars, Violin

DUALITY – Facebook

Forklift Elevator – Killerself

I Forklift Elevator si sono trasformati definitivamente in una macchina da guerra e questi sei pugni nello stomaco dimostrano che la strada è quella giusta.

Tornano i Forklift Elevator con questo nuovo ep, successore di quel Borderline, debutto sulla lunga distanza, molto apprezzato dal sottoscritto per un songwriting vario che amalgamava in una mistura esplosiva, attitudine hard rock e violenza thrash metal, il tutto supportato da una dose letale di groove che avvicinava il sound al moderno metal statunitense.

Killerself porta con sé importanti novità in seno alla band: intanto il buon Stefano Segato ha lasciato la sei corde in mano al nuovo arrivato, Uros Obradovic e ha preso posto dietro al microfono sostituendo il precedente vocalist (Enrico M. Martin), mentre il sound del gruppo ha abbandonato le atmosfere hard rock per tuffarsi nel groove metal irrobustito da abbondanti dosi di thrash metal moderno.
Prodotto ottimamente da Oscar Burato agli Atomic Stuff Recording Studios con l’aiuto di Mirco “SD” Maniero, Killersef letteralmente esplode in una valanga di sonorità moderne, violentissime e trascinanti, sei brani più intro che non lasciano spazio a facili melodie, ma aggrediscono con scariche metalliche, vere esplosioni di nitroglicerina, con una carica devastante.
Enorme il lavoro del vocalist, un animale ferito che urla, sbraita ma che dalla sua ha un carisma notevole e viene supportato dall’assalto sonoro che il gruppo confeziona come un pacco sospetto, pronto ad esplodere.
Nessuna ballad, oggi i Forklift Elevator si sono trasformati definitivamente in una macchina da guerra e questi sei pugni nello stomaco dimostrano che la strada è quella giusta.
Ritmiche irresistibili che passano da mid tempo potentissimi, a veloci ripartenze per poi sincoparsi, ricordando i Disturbed, mentre le sei corde tengono il sound ben incollato alle strade violente del thrash metal, che a tratti si insaporisce dell’aria salina della Bay Area e compongono questo massacro sonoro che non ha punti deboli.
Ed è per questo che Killerself è da sparasi tutto di un fiato, esaltandosi non poco alla tempesta di note che fuoriesce da Life Denied, The 8th Sin e dalla mostruosa I Executor.
Pantera, Disturbed, Soil, Exodus e Lamb Of God, la musica del gruppo padovano è un perfetto cocktail di questi ingredienti che vanno a formare un metal moderno dall’impatto devastante, aspettiamoci grandi cose, siamo solo all’inizio.

TRACKLIST
1. Life Denied
2. Bagger 288
3. The 8th Sin
4. Deception
5. Black Hole
6. I Executor
7. Hidden Side

LINE-UP
Stefano Segato – Lead Vocals
Uros Obradovic – Lead Guitar
Mirco Maniero – Rhythm Guitar
Marco Daga – Bass
Andrea Segato – Drums

FORKLIFT ELEVATOR – Facebook

Terrorway – The Second

The Second non mancherà di trovare nuovi estimatori al sound dei Terrorway, confermando il gruppo nostrano come una realtà consolidata dei suoni estremi dal taglio moderno

Nella scena italiana l’alto livello raggiunto dai gruppi dediti ai suoni metal/rock non fa più notizia, ogni genere può fare affidamento su un nugolo di artisti di tutto rispetto autori negli ultimi tempi di album che possono tranquillamente competere con i lavori dei gruppi stranieri.

Il confine tra le scene che pullulano nel nostro paese e quelle europee, a mio avviso non esiste più, cancellato appunto da questa invasione di opere dal taglio sempre più internazionale.
Un altro ottimo esempio risulta The Second, secondo lavoro sulla lunga distanza dei thrashers Terrorway, gruppo sardo in attività dal 2009 e con un ep (Absolute del 2010) ed un full length (il precedente Blackwaters uscito tre anni fa) alle spalle.
Thrash metal moderno potenziato da una cascata di groove, ritmiche violente, tanto metallo moderno ma anche atmosfericamente ben confezionato da una tragicità rabbiosa che coinvolge non poco.
Registrato presso i V-Studio di Cagliari e mixato e masterizzato da Jacob Olsen (Hatesphere, Moonspell, Born From Pain), The Second è un pesantissimo monolite di metal moderno, la band partita come realtà ispirata alle gesta di Meshuggah e Strapping Young Load, ha cercato in questo lavoro di prendere la propria strada e direi che senz’altro non ha fallito l’intento, mantenendo nei brani più violenti le caratteristiche peculiari del thrash/groove metal moderno, ma inserendo ottimi brani dove ricercate atmosfere intimiste ed oscure e drammatiche sfumature cyber variano e personalizzano il sound di The Second.
Metal estremo che chiamare adulto non è poi così lontano da quello che il gruppo ha cercato di esprimere, e brani come il capolavoro On The Edge, la death oriented Columns o la devastante accoppiata di modern thrash metal composta da Trails Of Ashes e The Wanderer, dimostrano su quante armi possono contare i Terrorway.
Grande il lavoro tecnico dietro ai ferri del mestiere con la sezione ritmica sugli scudi (Giovanni Serra al Basso e Cosma Secchi alle pelli) una sei corde che grida (bellissimi i lancinanti interventi solisti di Ivan Fois su T.F.B.T.M. altro brano top del disco) e Andrea Orrù che dietro al microfono sfodera una prestazione perfetta.
Da brividi i quasi tre minuti di Lights Turn Black che sfumano nella conclusiva Threshold Of Pain, un oscuro paesaggio di morte e distruzione, prima descritto da un’atmosferica base cyber/dark, poi violentata da frustate di thrash metal industrialoide ed altamente schizzato.
The Second non mancherà di trovare nuovi estimatori al sound dei Terrorway, confermando il gruppo nostrano come una realtà consolidata dei suoni estremi dal taglio moderno, come detto in apertura non solo sul suolo italico.

TRACKLIST
1. Under the Light of a Broken Down
2. Eye of the Sun
3. Torment
4. On the Edge
5. T.F.B.T.M. (The Face Behind the Mask)
6. Enter the Columns
7. Columns
8. Trails of Ashes
9. The Wanderer
10. Lights Turn Black
11. Threshold of Pain

LINE-UP
Cosma Secchi – Drums
Giovanni Serra – Bass
Ivan Fois – Guitars
Andrea Orrù – Vocals

TERRORWAY – Facebook

Hypersonic – Existentia

Settanta minuti di power metal sinfonico sopra le righe, un masterpiece che si preannuncia come opera irrinunciabile per gli amanti del metallo melodico e power.

Settanta minuti di power metal sinfonico sopra le righe, un masterpiece che si preannuncia come opera irrinunciabile per gli amanti del metallo melodico e power, suonato e cantato alla grande e valorizzato da due fenomenali special guest: Michele Luppi (Secret Sphere, Vision Divine, Whitesnake) e Tommy ReinXeed Johansson (ReinXeed, Golden Resurrection).

Si parla del nuovo lavoro dei nostrani Hypersonic, in uscita su Revalve in questa metà dell’anno di grazia 2016, al secondo lavoro sulla lunga distanza e con tutte le carte in regola per salire sul podio delle migliori realtà del genere.
La firma con Revalve porta, a cinque anni dal’ultima uscita, a Existentia, un album davvero riuscito ed emozionate, un viaggio attorno all’esistenza dell’uomo prima e dopo la morte, perciò cari miei guerrieri del metal epico, lasciate all’entrata scudi e spadoni ed inoltratevi nel concept maturo ed intimista creato dai cinque musicisti catanesi, che non mancheranno di cavalcare e correre su e giù per le strade impervie della vita, così come su quelle misteriose della morte.
Il sound non manca di sorprendere, la band non rinuncia a picchiare duro con ritmiche veloci ed assolutamente power, mentre le armonie tastieristiche sono arcobaleni di note sinfoniche ed eleganti e la voce femminile (Alessia Rapisarda) rapisce senza intonare canti operistici tanto cool di questi tempi.
Per niente facile riuscire a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore per un’ora abbondante, ma gli Hypersonic ci riescono, grazie soprattutto ad un songwriting straordinario su cui sono costruite le canzoni che compongono Existentia.
Power metal sinfonico, ma molto progressivo, Existentia vive di due anime che giocano tra i suoi solchi, la prima aggredisce con le classiche sonorità power care alle maggiori band europee, la seconda più elegante e progressiva si riempie degli umori cangianti di chi ha valorizzato il genere dalle reminiscenze prog, passando dai maggiori gruppi nostrani (Labyrinth, Vision Divine) ai loro colleghi d’oltralpe (Kamelot, Reinxeed e Royal Hunt).
Ne esce un lavoro bellissimo, dove la band non rinuncia ad inserire vocals in growl che drammatizzano il mood di brani come Life’n Death e Love Is Pain, ma non rinuncia all’eleganza e la raffinatezza dei migliori act del genere con stupendi ricami che i tasti d’avorio di Dario Caruso cuciono su questo esempio di metallo regale (As An Angel).
Conquista già dal primo ascolto Existentia e non potrebbe essere altrimenti, l’alternanza di luci e ombre potenza power ed eleganza prog risulta un mix di micidiale musica splendidamente metallica, dove la sezione ritmica sa imprimere la sua rabbiosa aggressione in veloci e potentissime cavalcate (Francesco Caruso al basso e Salvo Grasso alle pelli) e la chitarra trafigge con solos taglienti (Emanuele Cangemi).
Di questi tempi, in cui il genere ha perso l’appeal di qualche anno fa, la scena nostrana ci regala opere entusiasmanti, di cui Existentia non è che l’ultimo straordinario esempio non lasciatevelo sfuggire.

TRACKLIST
01. Principium
02. The First Sound Of Life
03. The Eyes Of The Wolf (feat. Michele Luppi)
04. As An Angel
05. Blind Sins (feat. Jo Lombardo)
06. Living In The Light (feat. Tommy ReinXeed)
07. Embrace Me (feat. Roberta Pappalardo)
08. Love Is Pain (Heartbroken)
09. God’s Justice
10. Life’n Death
11. Pilgrim’s Path
12. Prayer In The Dark
13. The Meaning Of…
14. …Existence

LINE-UP
Salvo Grasso – Drums, Vocals
Emanuele Gangemi – Guitars
Francesco Caruso – Bass
Alessia Rapisarda – Vocals (female)
Dario Caruso – Keyboards

HYPERSONIC – Facebook

Angarthal – Uranus And Gaia

Ottimo lavoro, consigliato sia ai vecchi rocker che alle nuove leve, che si troveranno al cospetto di quanta magia può scaturire dall’attempato ma immortale hard & heavy di scuola classica, splendidamente interpretato da questo protagonista della scena tricolore.

Non sono pochi i guitar heroes nostrani che si cimentano in album solisti dove ovviamente la protagonista assoluta è la loro sei corde.

Opere che a discapito del mero shred lasciano all’ascoltatore l’impressione di essere al cospetto di artisti completi, ottimi logicamente a livello strumentale ma non male neppure alle prese con il songwriting.
Arriva a noi dopo il bellissimo lavoro di Raff Sangiorgio, axeman della metal band estrema Gory Blister, il lavoro solista di Angarthal, chitarrista di Fire Trails, Dragon’s Cave, Rezophonic e Pino Scotto.
Aiutato in qualche brano da altri musicisti come Luca Saja (Dragon’s Cave), Angelo Perini (Fire Trails), Mauri Belluzzo (Alchemy Divine) e Sergio Pescara (Groovydo), ma di fatto da considerarsi una one man band, visto che il musicista nostrano si occupa di basso, tastiere, voce ed ovviamente chitarra, Uranus And Gaia risulta un bellissimo album incentrato sull’hard & heavy classico, ben rappresentato dalla forma canzone ed assolutamente fuori da ogni mero virtuosismo fine a se stesso.
Certo la bravura di Anghartal è risaputa e non manca di brillare in questa raccolta di brani, dal sound vario e dall’ottima presa.
Oltre alla chitarra, non mancano atmosfere tastieristiche di scuola Rainbow, valorizzate dall’ottima prestazione del nostro dietro al microfono, maschio, grintoso e perfettamente a suo agio con partiture tutto meno che facili.
Non siamo di fronte ad un album innovativo, Uranus And Gaia vive delle atmosfere care al metal più nobile suonato negli anni ottanta, ma la carica epica e sontuosa di molte delle songs presenti non può che fungere da gradito regalo ad ogni metal/rocker che si rispetti.
Più di un’ora in compagnia del classico hard & heavy, accompagnato da spumeggianti brani dai chorus grintosi ma eleganti (Rainbow, Dio, e qualche spunto del Malmsteen meno egocentrico) e tre strumentali, in cui il chitarrista nostrano non manca di stupire, senza diventare prolisso nelle scale su e giù per il manico della sei corde (bellissime Leviathan Rising e Wielders Of Magic).
Non manca la ballatona d’ordinanza (Losing My Direction), lasciata giustamente alla fine dell’opera ed almeno altre tre songs da spellarsi le mani in applausi, la title track, l’epica Sailing At The End Of The World e la Dio oriented After The Rain.
Ottimo lavoro, consigliato sia ai vecchi rocker che alle nuove leve, che si troveranno al cospetto di quanta magia può scaturire dall’attempato ma immortale hard & heavy di scuola classica, splendidamente interpretato da questo protagonista della scena tricolore.

TRACKLIST
01. Punch
02. Uranus And Gaia
03. Morrigan
04. Sailing At The End Of The World
05. Leviathan Rising
06. Holy Grail
07. Miles In The Desert
08. Unbroken
09. The Abyss Of Death
10. Wielders Of Magic
11. A Lie
12. After The Rain
13. Losing My Direction

LINE-UP
Steve Angarthal – Guitars, Keyboards, vocals, Bass
Luca Saja – Drums
Angelo Perini – Bass
Mauri Belluzzo – Keyboards
Sergio Pescara – Drums

ANGHARTAL – Facebook

Sepvlcrvm – Vox In Rama

Il rito dei Sepvlcrvm è un convolgere piani diversi della nostra esistenza.

Cosmogonie di una musica che si fa contemporaneamente religione e logos.

Il duo che risponde al nome Sepvlcrvm arriva al secondo disco, dopo Hermeticvm del 2010. Con quest’ultimo avevano fatto un deciso ingresso nella musica rituale, o nel rito musicale qual dir si voglia. I droni si allacciano ad una intelaiatura di improvvisazioni con un gusto kosmische. Il rito dei Sepvlcrvm è un coinvolgere piani diversi della nostra esistenza. Il duo opera una seria ricerca esoterica sia musicale che religiosa, perché l’aspetto ritualistico della musica è quello più antico, e qui viene recuperato in toto. Le cinque canzoni in realtà sono due, poiché I e III sono più intermezzi funzionali alle due tracce più lunghe II e IV che vanno oltre i venti minuti. Il percorso dei Sepvlcrvm è un continuum di passaggi debitori ad un sapere antico che abbiamo rifiutato, svendendolo per una falsa sapienza. In questo disco ognuno può ricercare ciò che vuole, ma l’unica condizione è lasciarsi andare a questo flusso, questa forza che nasce e che sembra inerte, ma in realtà è fortissima. Vox In Rama è un’esperienza che si fonda sull’immutabilità e la forza di credenze e coscienze pagane forti come querce. Non ci sono molti paragoni per i Sepvlcrvm, se non loro stessi. Ad impreziosire il tutto l’artwork è a cura di Marco Castagnetto.

TRACKLIST
I
II
III
IV

LINE-UP
Marcvs F
Marcvs Ioannes

SEPVLCRVM – Facebook

Lightless Moor – Hymn For The Fallen

Il secondo lavoro dei Lightless Moor non può che meritarsi l’etichetta di opera riuscita, costituendo un enorme passo avanti per il gruppo

Vero è che alla nostrana WormHoleDeath non si può negare un fiuto incredibile nel pescare, nel metal estremo in giro per il mondo, talenti che impreziosiscono l’underground e non sono neppure pochi i generi che la label colma di opere davvero interessanti, sempre con un orecchio attento ai suoni più violenti ma anche madrina di un ormai folto numero di gothic metal band sopra le righe.

In questo anno solare l’etichetta di Carlo Bellotti ci ha deliziato con una manciata di lavori bellissimi e soprattutto mai banali, a conferma di ciò arriva questo ottimo Hymn For The Fallen, seconda prova sulla lunga distanza per gli italiani Lightless Moor.
Ormai attiva da più di dieci anni, la band sarda esordì nel 2006 con l’ep Renewal, che li portò alla firma con Worm e al primo lavoro (The Poem – Crying My Grief to a Feeble Dawn), recensito su queste pagine tre anni fa e che faceva intravedere le ottime potenzialità del gruppo capitanato dalla sublime Ilaria Falchi.
Preciso che il sottoscritto predilige le sonorità che guardano ai maestri dei primi anni novanta, diciamo old school, lasciando in disparte le patinate e bombastiche parti sinfoniche care alle band di oggi, a favore di un approccio più gotico e doom, proprio come nelle corde dei primi The Gathering, Celestial Season e Within Temptation e come molti dei gruppi sotto l’ala della label fiorentina.
Hymn For The Fallen continua l’ascesa della band, migliorata di molto dal primo lavoro e sapiente nel proporre il proprio sound, non dimenticando qualche spunto e sfumatura ruffiana che aumenta l’appeal di alcuni brani, pur mantenendo le caratteristiche del genere proposto.
La Falchi è splendida nel proporre con la sua voce, ripulita in parte dalla verve operistica, tutte le atmosfere decadenti di Hymn For The Fallen, duettando con la “bestia” Federico Mura, dal growl profondo e feroce, creando un contrasto dall’alto tasso emozionale e incantando quando il gruppo concede sprazzi di gothic sinfonico.
L’album procede in linea con queste caratteristiche, più di un’ora di musica immersi nel mondo decadente e raffinato dei Lightless Moor dove non mancano songs oscure e contornate da lucida disperazione, altre dove un lieve mood sinfonico alleggerisce il pesante fardello ritmico, altre dove sfumature elettroniche e moderne avvicinano il gruppo a sonorità care ai Lacuna Coil, ma sempre rimanendo nei confini del gothic doom di storica memoria.
Le asce non mancano di graffiare, valorizzate dal gran lavoro di Federico Mura e Alberto Mannucci Pacini, le sezione ritmica a tratti forma un muro sonoro che lentamente ma inesorabilmente avanza e travolge (Giuseppe Siddi al basso e Stefano Spanu alle pelli) mentre i tasti d’avorio legano e avvolgono il sound con ricami melanconici e suadenti.
L’opener Fairytales of Lies, The Rain that Clears My Sins Away, When My Mind Sleeps e The Cascade and the Shadow possono essere certamente considerate come le canzoni più significative dell’album, anche se Hymn For The Fallen va assaporato in tutta la sua oscura e melanconica bellezza.
Il secondo lavoro dei Lightless Moor non può che meritarsi l’etichetta di opera riuscita, costituendo un enorme passo avanti per il gruppo: non lasciatevelo sfuggire.

TRACKLIST
1. Fairytales of Lies
2. Deadly Sin
3. The Unlocked Door to the Other World
4. The Rain that Clears My Sins Away
5. Qualcosa Vive Attraverso
6. The Greatest Lie
7. When My Mind Sleeps
8. King with the Sulphur Crown
9. In Death She Comes
10. A Dream Written in the Sand
11. The Cascade and the Shadow
12. Deviances

LINE-UP
Ilaria Falchi – Vocals
Federico Mura – Guitars, Vocals
Alberto Mannucci Pacini – Guitars
Giuseppe Siddi – Bass
Edoardo Fanni – Keyboards
Stefano Spanu – Drums

LIGHTLESS MOOR – Facebook

Grimness – A Decade Of Disgust

Ristampa celebrativa del primo album dei Grimness.

Ristampa celebrativa del primo album di questa band romana di black death metal.

La loro prima uscita discogafica fu nel 2002 con l’ep autoprodotto Dogma, poi fu la volta di Increase Humanity Disgust, che è stato ristampato ora con l’ep Dogma dentro, un nuovo artwork, una versione live di una canzone e un altro inedito tratto dalle registrazioni di Trust in Decay. Questo debutto è un grandissimo album di black death, di grande potenza, ottima tecnica e melodia. Per fare un paragone improprio, tutti vorrebbero ascoltare un nuovo album dei Satyricon che suonasse prprio così. In questi anni i Grimness hanno suonato molto e prodotto un altro grande disco, ma il loro primo album a mio avviso è davvero di un altro livello, e perderselo in questa nuova edizione sarebbe un vero peccato. A Decade Of Disgust è un lavoro che testimonia un momento magico per il genere, come di un gusto che si è un po’ perso, ovvero quello di saper fondere due ma anche tre generi insieme senza perdere la propria originalità e nemmeno il senso di ciò che si vuole esprimere.
Questo è un grande disco di un gruppo che merita molto per ciò che ha seminato, soprattutto dentro le nostre orecchie.

TRACKLIST
1-Introspection of the engine
2-Dimension Evil
3-Katharsis in Vain
4-Slay the Demiurge
5-From the cosmic chaos
6-Nihil addiction
7-Blood calls blood
8-N.d.e
9-Outroofthebody
10-A new version of reality
11-Evil in men
12-At night’s dawn
13-River of the damned
14-Punishment
15-Proud to be damned

LINE-UP
Valerio Di Lella – vocals and guitars.
Jonah Padella – drums.
Andrea Chiodetti- guitars.
Giulio Moschini- bass.

GRIMNESS – Facebook

Overtures – Artifacts

Una proposta che accontenta i fans del prog metal, per tecnica esecutiva e passaggi mai banali, ma non manca di ammiccare agli amanti dei suoni power, grazie a cavalcatein cui predomina un’ottima vena melodica.

Power prog metal ad alto voltaggio quello proposto ancora una volta dai friulani Overtures, partiti come classica band power ed ora arrivati a toccare lidi progressivi con ottimi risultati.

Il nuovo lavoro, masterizzato in Germania ai Gate Studios, tra le cui mura ha lavorato gente del calibro di Avantasia, Edguy ed Epica è un buon esempio di prog metal vario, molto melodico, a tratti dal piglio drammatico, il che avvicina non poco la band nostrana ai maestri Symphony X, anche se gli Overtures usano molto bene l’arma della melodia e delle ritmiche hard rock, riuscendo a rendere il proprio lavoro personale ed oltremodo affascinate.
Una proposta che accontenta i fans del prog metal, per tecnica esecutiva e passaggi mai banali, ma non manca di ammiccare agli amanti dei suoni power, grazie a cavalcatein cui predomina un’ottima vena melodica.
Prova sopra le righe di tutti i musicisti, iniziando dall’ottimo singer Michele Guaitoli personale ed interpretativo a sufficienza per imprimere il suo marchio sulla raccolta di brani che compongono Artifacts, e sontuosa la parte ritmica con il basso di Luka Klanjscek e le pelli di Andrea Cum, potenti nelle cavalcate power e dalla buona tecnica esecutiva dove i brani richiedono fantasia ed eleganza, virtù peculiari nel metallo progressivo.
Marco Falanga incornicia con la sua sei corde questo quadro metallico, dai mille colori e sfumature, dove potenza e melodia vanno a braccetto per le strade del metallo classico.
Un lavoro che si mantiene su coordinate medio alte a livello qualitativo per tutta la sua durata, anche se non mancano i picchi che alzano la media di un disco imperdibile per gli amanti di queste sonorità, come la classic metal Gold, Il cuore dell’album composto dalle progressive Unshared Worlds e My Refuge, e la bellissima suite dal piglio drammatico Teardrop, dove le anime del gruppo si alleano per donare dieci minuti di prog metal davvero entusiasmante.
Artifacts risulta così un ottimo ascolto, la band in questi anni è cresciuta non poco e si appresta a conquistarvi, non opponete resistenza.

TRACKLIST
1. Repentance
2. Artifacts
3. Gold
4. As Candles We Burn
5. Profiled
6. Unshared Worlds
7. My Refuge
8. New Dawn, New Dusk
9. Teardrop
10. Angry Animals
11. Savior

LINE-UP
Luka Klanjscek – Bass
Marco Falanga – Guitars
Michele Guaitoli – Vocals
Andrea Cum – Drums

OVERTURES- Facebook

Misteyes – Creeping Time

Poco più di un’ora di musica dall’anima cangiante, sempre in bilico tra la teatralità delle orchestrazioni gotiche e la furia del metallo estremo

Un’altra ottima band si affaccia sulla scena nazionale in ambito symphonic gothic metal anche se, nel proprio sound, è forte un’impronta death metal che ne accentua la parte metallica.

Il suo nome è Misteyes, ed è proprio dal continuo scontro tra la parte estrema e la quella più sinfonica, dove il gruppo a mio parere è maestro, che viene coniato “light and dark metal” descrizione con cui si identifica la band stessa.
Nato quattro anni fa, il gruppo piemontese ha dato alle stampe un primo singolo e successivamente, due anni dopo e qualche aggiustamento nella line up con l’entrata di una voce femminile e l’aggiunta fondamentale dei tasti d’avorio, il secondo singolo, presente nella track list dell’album, Lady Loneliness, brano di una bellezza disarmante e uno dei picchi di questo ottimo lavoro.
Licenziato dalla label canadese Maple Metal Records e prodotto dalla stessa band con l’aiuto in fase di mastering e masterizzazione di Alessio Sogno negli Alarm studio di Torino, Creeping Time risulta un debutto coi fiocchi, debordante nelle molte parti estreme, davvero straordinario in quelle sinfoniche ed operistiche valorizzate, senza nulla togliere alle ottime prove degli altri musicisti, proprio dagli ultimi entrati in seno alla band, la favolosa cantante Denise “Ainwen” Manzi, brava nelle clean vocals, straordinaria in quelle operistiche, e dal tastierista Gabriele “Hyde” Gilodi, alle prese con piano ed orchestrazioni che rendono teatrale emozionante e a tratti cinematografico il sound del disco.
La parte più estrema è condotta con ottima capacità dagli altri membri del gruppo, il death metal (la parte dark) che si scontra con le ariose parti sinfoniche risulta un sostenuto melodic death metal, dove la parte ritmica è affidata al basso di Andrea “Hephaestus” Gammeri ed alle pelli di Federico “Krieger” Tremaioni, mentre le asce ricamano solos dal taglio classico e riffoni dark metal sotto il comando di Daniele “Insanus” Poveromo e Riccardo “Decadence” Tremaioni.
Poco più di un’ora di musica dall’anima cangiante, sempre in bilico tra la teatralità delle orchestrazioni gotiche e la furia del metallo estremo su cui Edoardo “Irmin” Iacono scarica tutta la sua potenza alternando rabbiosi screams e profondi growls.
Non un cedimento, Creeping Time tiene inchiodato l’ascoltatore fino all’ultima nota, la varietà del sound richiama più di una band e più di una sfumatura del variegato mondo estremo, si passa così da rimandi ai primi Anathema e Paradise Lost, fino ai Dark Tranquillity intimisti dell’immenso Projector, mentre le sinfonie orchestrali e l’enorme prova della vocalist continuano a soprendere.
Brains In A Vat, The Prey e The Demon Of Fear, insieme a Lady Loneliness trascinano l’album verso l’eccellenza, mentre gli ospiti danno il loro contributo per fare di Creeping Time un disco imperdibile( Björn “Speed” Strid dei Soilwork, Nicole Ansperger violinista degli Eluveitie, Roberto Pasolini singer dei nostrani Embryo e Mattia Casabona degli Aspasia).
Un lavoro davvero sorprendente, il debutto dei Misteyes si candida come uno dei lavori di punta del genere in questo 2016, non fatevelo scappare.

TRACKLIST
1. The Last Knell (Intro)
2. Creeping Time
3. Brains In A Vat
4. Inside The Golden Cage
5. Lady Loneliness
6. The Prey
7. Destroy Your Past
8. The Demon Of Fear
9. A Fragile Balance (Awake The Beast – Part 1)
10. Chaos (Awake The Beast – Part 2)
11. Decapitated Rose
12.Winter’s Judgment

LINE-UP
Edoardo “Irmin” Iacono -Voci Growl e Scream
Denise “Ainwen” Manzi -Voci Clean e Liriche
Daniele “Insanus” Poveromo- Chitarre
Riccardo “Decadence” Tremaioni -Chitarre
Gabriele “Hyde” Gilodi -Pianoforte, Synth e Orchestrazioni
Andrea “Hephaestus” Gammeri -Basso e Basso Fretless
Federico “Krieger” Tremaioni -Batteria
OSPITI:
Björn “Speed” Strid
Nicole Ansperger
Roberto Pasolini
Mattia Casabona degli Aspasia

MISEYES – Facebook

Dominhate – Emissaries of Morning

Emissaries Of Morning ribadisce in toto le buone sensazioni che il primo full length aveva lasciato ai fans e agli addetti ai lavori, conquistando chi si nutre di metal estremo dai chiari rimandi old school

Towards The Light fu uno dei più riusciti esempi di puro death metal usciti un paio di anni fa, la band friulana con il debutto poneva le basi per una carriera che, anche dopo l’uscita di questo mini cd, non potrà che essere foriera di grandi soddisfazioni.

Emissaries Of Morning ribadisce in toto le buone sensazioni che il primo full length aveva lasciato ai fans e agli addetti ai lavori, conquistando chi si nutre di metal estremo dai chiari rimandi old school, per il clamoroso impatto, l’alta qualità tecnica ed un songwriting anche in questo caso sopra la media.
Quattro brani più intro per una ventina di minuti di devastante death metal, oscuro e pesantissimo, un armageddon di suoni estremi che, come in passato posa le basi sui maestri del genere, ma viene affrontato dal gruppo senza complessi di inferiorità, lasciando nell’ascoltatore la sensazione (come nel precedente lavoro) di essere al cospetto di una band navigata.
Così come in passato veniamo travolti dal sound da tregenda dei Dominhate, un salto nell’abisso dove le acque putride di cadaveri in decomposizione entrano dalla bocca e dalle narici e ci infettano mortalmente a colpi di metal estremo, un infernale e senza compromessi metallo di morte, un bombardamento perpetrato da una chirurgica e massacrante sezione ritmica, laceranti solos e rallentamenti di scuola old school, come ormai se ne sentono sempre meno, circondati dai suoni core di moda in questi ultimi anni.
Le quattro songs formano un compatto monolito di metal estremo, un’aggressione senza compromessi, una devastante carica bestiale che prende spunto dalle nefandezze sonore di Morbid Angel, Asphyx ed Hate Eternal.
Questo ep dovrebbe fungere da spartiacque tra il primo lavoro e la prossima prova sulla lunga distanza, state sintonizzati, noi ci saremo.

TRACKLIST
1. Saturn Rising
2. Awakening Confessiones
3. Faith Delirius Imago
4. Immolation Carmen Astri
5. Creation Quies Monumenti

LINE-UP
Steve – Bass, Vocals
Alex – Guitars
Slippy – Drums
Jesus – Guitars

DOMINHATE – Facebook

Black Rainbows – Stellar Prophecy

I Black Rainbows, con un talento spropositato per l’hard rock vintage e le sonorità settantiane, prendono il meglio da quel magico periodo e lo drogano con lo stoner rock creato dalle generazioni cresciute negli anni novanta

E’ ora di dare a Cesare quel che è di Cesare, in questo caso è venuto il momento di spazzar via il vostro provincialismo quando si parla di rock per dare la giusta importanza ad una scena italiana che ormai può tranquillamente guardare dall’alto molte realtà europee ed andare a braccetto con quelle britanniche e statunitensi.

A ribadire lo stato di grazia del rock nazionale ci pensano i romani Black Rainbows, ormai da più di dieci anni in giro con il loro rock psichedelico contaminato da elettrizzante stoner; la band, attiva dal 2005, è giunta al quinto lavoro sulla lunga distanza, un viaggio lisergico nel mondo delle sette note, iniziato con Twilight in the Desert del 2007, per proseguire con Carmina Diabolo del 2010, Supermothafuzzalicious!! del 2011, ed il bellissimo Hawkdope dello scorso anno, con in mezzo un ep, due split ed un singolo.
Vi ho elencato tutta la discografia perché sono sicuro che, se non conoscete il gruppo capitolino e siete amanti del genere, dopo l’ascolto di questo ultimo lavoro farete di tutto per rifarvi del tempo perduto, ed ascoltare tutta la musica prodotta da questo trio di psychedelic rockers nostrani.
Giuseppe Guglielmino (basso), Alberto Croce (batteria) e Gabriele Fiori (chitarra, voce e tastiere), con un talento spropositato per l’hard rock vintage e le sonorità settantiane, prendono il meglio da quel magico periodo (Hawkwind, MC5, Led Zeppelin, Black Sabbath) e lo drogano con lo stoner rock creato dalle generazioni cresciute negli anni novanta come Monster Magnet, Kyuss, QOTSA: ne esce un sound che può tranquillamente essere considerato un viaggio nella musica rock dalle connotazioni space e psichedeliche, dove perdere la strada che riporta alla realtà spazio temporale è facile e pericolosissimo.
Electrify e Woman ci introducono al meglio nel mondo di Stellar Prophecy: l’opener è un brano diretto, molto rock’n’roll, mentre con Woman si entra nel mondo di Black Sabbath e Hawkwind.
Golden Widow regala undici minuti di pura psichedelia space, una danza lisergica tra le stelle, una lunga passeggiata tra le scie di supernova in caduta libera, nella galassia che si apre nelle menti sotto l’effetto di sostanze illegali, il primo dei due brani capolavoro che può vantare Stellar Prophecy.
Evil Snake, It’s Time To Die e Keep The Secret tornano all’hard rock stonerizzato, sempre accompagnate da chitarre ipersature, una perfetta amalgama tra MC5, Monster Magnet e Kyuss e ci preparano al secondo capolavoro, la conclusiva The Travel, un crescendo emozionale allucinante, quasi dieci minuti di apoteosi psych/stoner/doom lisergico da infarto, un incubo elettrico di enormi proporzioni, la colonna sonora della caduta di un asteroide sulla terra.
Stellar Prophecy si conclude così, con il vocalist che cammina sulle macerie, in un paesaggio diventato lunare, splendido ed emozionante finale di un disco stupendo, fatelo vostro.

TRACKLIST
1. Electrify
2. Woman
3. Golden Widow
4. Evil Snake
5. It’s Time To Die
6. Keep The Secret
7. The Travel

LINE-UP
Giuseppe Guglielmino – Bass
Alberto Croce – Drums
Gabriele Fiori – Vocals, Guitars, Keyboards

BLACK RAINBOWS – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=Po3b3qW4Xck

Bologna Violenta – Discordia

Discordia è Bologna Violenta, una persona che bestemmia come noi, ma che le sue paure le mette in musica veloce, e questo è il suo disco più bello.

Nicola Manzan è uno, se non l’unico, musicista italiano veramente originale, e che ha creato nel suo piccolo un qualcosa molto simile a John Zorn.

Discordia è il primo lavoro che crea a quattro mani con Alessandro Vagnoni, degno compare di rumore. Nicola è un musicista che vede e crea cosa dove le persone comuni vedono solo rumore. Le sue sinapsi e quindi le sue mani hanno una visione particolare e totalmente distopica rispetto alla musica comune. Qui non c’è agibilità o fruizione musicale, ma solo la pienezza e la completezza del suono. Se si dovesse trovare una stupida definizione del suono di Bologna Violenta in questo disco, poiché ogni suo lavoro è differente dal precedente e dal successivo, azzarderei un cinematic grind pop core, che significa che dovete ascoltarlo e farvi una vostra idea. Discordia è una sinfonia italiana, un incubo nella misura in cui lo è questo paese, dopo Uno Bianca del 2014, che è forse il suo migliore disco, e certamente un’opera di cui il pubblico non ha capito un emerito cazzo, l’unico tentativo riuscito di raccontare l’essenza dell’orrore dei fratelli Savi e coperture. Bologna Violenta qui suona anche, come lui stesso ammette, brani lunghi che sembrano canzoni, ma non lo sono in pieno, perché le creazioni di Nicola sono molto di più che canzoni. Sono paure, ansie, fobie, orgasmi e gioie. Addirittura questo lavoro lo vedo vicino a gruppi come i Fleshgod Apocalypse, fatte le dovute distinzioni metalliche. Discordia è Bologna Violenta, una persona che bestemmia come noi, ma che le sue paure le mette in musica veloce, e questo è il suo disco più bello.

TRACKLIST
1.Sigle di telefilm
2.Il canale dei sadici
3.Incredibile lite al supermercato
4.Un mio amico odia il prog
5.Il tempo dell’astinenza
6.Leviatano
7.Chiamala rivolta
8.L’eterna lotta tra il bene e le macchine
9.I postriboli d’oriente
10.Binario morto
11.Discordia
12.Lavoro e rapina in Mongolia
13.Il processo
14.Passetto
15.I felici animali del circo
16.Colonialismo

LINE-UP
Nicola Manzan – Chitarra, violino, viola, violoncello, sintetizzatori, programmazione.
Alessandro Vagnoni – Batteria, basso.

http://www.facebook.com/bolognaviolenta

Atom Made Earth – Morning Glory

I sette brani di cui si compone Morning Glory formano una lunga jam che vi trascinerà in un vortice di suoni e colori irresistibile

Premessa: Il rock è morto, anzi no!

Lontane dai deliri di certi scribacchini che, alla scomparsa di una bella fetta delle icone rock che hanno imperversato negli ultimi trent’anni di storia della musica contemporanea, hanno creduto di celebrare la messa funebre al genere, ed immersi nelle vicissitudini di una scena underground mai così prolifica e dall’altissima qualità, le ‘zine di riferimento continuano imperterrite a presentarvi realtà di spessore provenienti da ogni parte del mondo.
A fare la voce grossa c’è anche il nostro paese, troppo spesso dimenticato soprattutto dai fans nati sul territorio nazionale e che all’ombra delle luci accese su spettacoli indecorosi trasmessi in tv, o a festival imbruttiti da una ricerca spasmodica del nuovo re del pop melodico, risulta patria di splendide realtà in tutti i generi con cui il rock ed il metal si nutrono.
Morning Glory conferma l’ottima salute che gode il rock nel nostro paese e ci presenta una band formata da quattro straordinari musicisti che, senza barriere e schemi prestabiliti, inglobano nel proprio sound diverse atmosfere, sfumature ed ispirazioni creando musica totale ed assolutamente progressiva.
Non smetterò mai di affermare che album come questo secondo lavoro del gruppo marchigiano sia quanto di più progressivo il rock del nuovo millennio possa riservare ai suoi estimatori, splendidamente strumentale ma intenso, cangiante e tecnicamente ineccepibile.
Non è assolutamente semplice trovare un lavoro di sole note, dove il canto sarebbe un di più, ci pensano gli strumenti a raccontare l’emozionante viaggio che gli Atom Made Earth hanno memorizzato sul loro navigatore musicale in un crescendo di sorprese che vi accompagneranno per tutta la durata dell’opera e la voglia irrefrenabile che avrete di schiacciare il tasto play ancora una volta.
Accompagnato dalla bellissima copertina curata dall’artista argentino Hernàn Chavar, registrato da Gianni Manariti e masterizzato dall’ex leader dei Khanate James Plotkin, Morning Glory è un album di rock progressivo che, da una forte base pinkfloydiana si dirama in più direzioni, e come un fiume in piena trascina con sé svariati mood, passando con disinvoltura dai Goblin allo stoner rock degli anni novanta, da soluzioni funky care a band come i Primus a divagazioni alternative e post rock inglobate in un sound che sprizza psichedelia da tutti i pori.
I sette brani di cui si compone Morning Glory formano una lunga jam che vi trascinerà in un vortice di suoni e colori irresistibile, confermando come detto non solo l’assoluto valore del gruppo di Ancona, ma l’inesauribile falda aurifera di cui si nutre la scena underground dello stivale.

TRACKLIST

1.Noil
2.Thin
3.October Pale
4.Reed
5.Baby Blue Honey
6.staC
7.Lamps Like An African Sun

LINE-UP

Daniele Polverini – Guitars, Loop, Synth, Effects
Nicolò Belfiore – Keyboards, Synth, Piano
Testa “Head” – Drum, Percussions
Lorenzo Giampieri – Bass

ATOM MADEEARTH – Facebook

Psychedelic Witchcraft – The Vision

The Vision è quello che dice il titolo, ovvero una bella visione di un tempo andato e di sensazioni dimenticate ma estremamente piacevoli.

Secondo disco per l’emergente Virginia Monti che cambia band ed etichetta per il suo nuovo disco.

I Psychedelic Witchcraft sono un gruppo giovane fondato nel marzo 2015 che, con la vecchia line up, aveva pubblicato per la Taxi Driver il 10″ di esordio Black Magic Man, che era andato presto esaurito, ed è anche un pezzo da collezione poiché vi era la playlist sbagliata. Il nuovo lavoro per Soulseller Records mette maggiormente in risalto l’aspetto settantiano del gruppo, che riesce a riportare molto bene un certo clima musicale che si muoveva fra hippy ed occultismo, senza estremizzare come i Coven, e con solide basi musicali. Virginia ha una voce ed un eclettismo canoro che le permette di spaziare molto bene fra i vari registri, ed il resto del gruppo è notevole. I Psychedelic Witchcraft ci portano in un mondo dove si luce e tenebre si fondono e la ricerca è costante, senza mai rimanere fermi. The Vision è quello che dice il titolo, ovvero una bella visione di un tempo andato e di sensazioni dimenticate ma estremamente piacevoli. In un settore dove ci sono molti dischi simili, questo spicca per solidità e per l’avere una Virginia Monti che fa la differenza. Addentratevi in un’oscura luce e in sottili piaceri.

TRACKLIST
1. A Creature
2. Witches Arise
3. Demon Liar
4. Wicked Ways
5. The Night
6. The Only One That
7. War
8. Different
9. Magic Hour Blues

LINE-UP
Virginia Monti – Vocals
Riccardo Giuffrè – Bass
Jacopo Fallai – Guitar
Daniela Parella – Drums

PSYCHEDELIC WITCHCRAFT – Facebook

Raff Sangiorgio – Rebirth

Un lavoro che piacerà agli amanti della band madre, ma che non mancherà di conquistare i divoratori di opere strumentali composte da virtuosi delle sei corde.

I Gory Blister sono una delle band storiche del panorama metallico estremo nazionale, dal 1997 sul mercato con una proposta che ha sempre mantenuto un’ottima qualità seguendo i binari di un feroce death metal tecnico.

Non sono poi molte le band che oltre a cinque full length possono vantare un curriculum live sontuoso come quello dei deathsters italiani, che hanno suonato con il gotha del metal estremo mondiale (Testament, Nile, Nevermore, Sadus, Darkane, Entombed, Sinister, Obituary tra le altre).
Raff Sangiorgio è lo storico chitarrista di questo nostro orgoglio metallico, ora alle prese con Rebirth, lavoro solista che ha visto il musicista alle prese con tutti gli strumenti.
Una sorta di one man band dunque, dove Sangiorgio oltre a sfoderare la sua bravura alla sei corde se la cava alla grande con gli altri strumenti.
Ne esce un’opera strumentale gradevole, sicuramente sorprendente se si pensa al background del musicista, che su Rebirth non disdegna piacevoli passaggi in altri lidi musicali come il blues, mantenendo una carica metal notevole.
Abituati ai ricami dei guitar heroes, il disco ha un impatto originale perchè Sangiorgio non dimentica di essere figlio del metal estremo così da mantenere una tensione altissima, specialmente nelle ritmiche, conservando intatta la sua natura musicale.
Virtuosimi dosati ed inseriti senza stancare nell’economia dei brani, un songwriting vario che permette di godere di sfumature che vanno appunto dal blues al progressive, fanno di Rebirth un lavoro vario e dannatamente coinvolgente, una virtù non così facile da trovare nei lavori strumentali di molti dei suoi colleghi.
Quick Trigger, Lil’ Chuck Blues, Cosmic Seed e Fragile Existence sono i brani che al sottoscritto sono piaciuti di più, in un lavoro che va assolutamente assaporato in tutta la sua interezza, anche per la scelta intelligente del nostro di limitare la durata dell’opera a poco più di mezzora, che si riassume in impatto e talento senza specchiarsi troppo.
Buon lavoro, dunque, che piacerà agli amanti della band madre, ma che non mancherà di conquistare i divoratori di opere strumentali composte da virtuosi delle sei corde.

TRACKLIST
1.Quick Trigger
2.Lil’ Chuck Blues
3.Back To Glory
4.GlaringSoul
5.Rebirth
6.Cosmic Seed
7.Magic River
8.Fragile Existence
9.Voices From The Sea

LINE-UP
Raff Sangiorgio – All Instruments

RAFF SANGIORGIO – Facebook