Warlord UK – We Die As One

Tornano i Guerrieri Warlord UK per un’altra battaglia a base di death/thrash.

Tornano in pista gli inglesi Warlord UK, devastatori sonori di Birmingham, con il loro death/thrash schiacciasassi, ignorante il giusto e dal tiro micidiale.

La band si forma nell’ormai lontano 1993 e l’esordio”Maximum Carnage” rislae al 1996, ma qualcosa va storto e due anni dopo si arriva allo scioglimento.
Il 2008 vede la reunion e nel 2010 esce il secondo album dal titolo “Evil Within”; il nuovo millennio porta finalmente anche stabilità e dopo soli tre anni, pochi per gli standard della band, ecco il nuovo full-length intitolato We Die As One.
Musica e testi sono all’insegna della guerra totale e, portano con loro schegge dei compatrioti Bolt Thrower e Benediction, violentati da scariche di thrash old school che, se vogliamo, aumentano la dose di violenza che gli Warlord UK riversano sullo spartito; il sound dell’album risulta alquanto epico, e non poteva essere altrimenti, vista l’atmosfera da battaglia sci-fi che prende corpo fin dalla copertina in stile “Starship Trooper”.
We Die Us One è pregno di riff molto ben eseguiti dalla coppia d’asce Lee Foley e Dan Brookes, mentre il growl brutale e bellico del bassista (e unico superstite della formazione originale) Mark White fa cadere le residue difese del nemico.
Il lavoro si sviluppa così su dieci brani serratissimi nei quali le chitarre, vere protagoniste del disco, puntano tutto sull’impatto sparando solos con la quinta inserita e il pedale del gas a tavoletta; tanto thrash old school tra le tracce del disco, come la sparata title-track e la devastante Strength Defeats Decay, i brani dove il songwriting della band offre il meglio, riuscendo ad essere brutale ma, allo stesso tempo, travolgente.
Infuria la tempesta guerrafondaia dei Bolt Thrower in Masses Gather in Masses e in Age of Extreme, altri due dei brani che elevano la qualità di questo buon esempio di metallo fuso sul cannone del carrarmato Warlord UK,
Un lavoro che piacerà sia ai fan del death che a quelli del thrash più tradizionale.

Tracklist:
1. When Worlds Collide
2. Human Inner Core
3. Masses Gather in Masses
4. Insurgents Breed
5. Strength Defeats Decay
6. Last of Our Legacy
7. Age of Extreme
8. Knights of the Godless
9. We Die As One
10. Remember Them

Line-up:
Mark White – Vocals, Bass
Gary ‘Gaz’ Thomas – Guitars
Dan Brookes – Guitars (lead)

WARLORD UK – Facebook

Devangelic – Resurrection Denied

L’esordio dei romani Devangelic è un altro album di brutal death da promuvere in toto.

Ancora brutal death dalla capitale, vero fulcro di una scena estrema vigorosa e mai doma, con l’esordio dei Devangelic grazie a questo riuscito primo lavoro intitolato Resurrection Denied.

La band accoglie tra le sue malefiche braccia musicisti attivi da un po’ di anni nel sempre più prolifico ambiente estremo romano, come il drummer Alessandro Santilli (già Embrace Of Disharmony, Lahmia, Necrotorture), il chitarrista Mario Di Giambattista (Corpsefucking Art, Disfigured, Stench of Dismemberment), il vocalsit Paolo Chiti (Corpsefucking Art, Putridity) e il bassista Damiano Bracci. Brutal death di scuola americana, fatto con palle e cervello, questo è il primo massacro della band romana, che non lesina le mitragliate tipiche del genere per quanto riguarda il lavoro ritmico, valorizzato dal notevole muro sonoro innalzato con buona tecnica e da brani che nella mezz’ora di durata non hanno un minimo di cedimento, creati come sono per devastare senza soluzione di continuità. E’ scorrevole il songwriting dei nostri, che lasciano ad altri passaggi troppo cervellotici per centrare subito il bersaglio e, alla fine, questa scelta si rivela azzeccata, perché Resurrection Denied piace proprio per la sua fluidità e per l’impatto diretto. Forti di un drummer talentuoso come Alessandro “Vender” Santilli, protagonista di una straordinaria prova nel torturare le pelli (coadiuvato puntualmente dal basso di Bracci), della chitarra di Di Giambattista al servizio del wall of sound della band e dal growl brutale e avvolgente di Chiti, i Devangelic riescono nell’intento di confezionare un bell’assalto di metal estremo, di chiara matrice statunitense (Suffocation su tutti) aggiungendo un altro tassello alle buone uscite di genere in quest’ultimo anno. Brani come la velocissima Entombment of Mutilated Angels, Eucharistic Savagery, Desecrate the Crucifix, che risulta la traccia più varia tra accelerazioni e parti più cadenzate, e la terremotante Unfathomed Evisceration, forniscono un’idea esaustiva delle potenzialità altissime di questo combo nostrano, che aggiunge al tutto una copertina gore blasfema d’antologia, confermando tutte le loro malefiche intenzioni. Resurrection Denied è un album consigliato a tutti i fan del brutal death, un prodotto all’altezza della situazione frutto del lavoro d una nuova Band che in futuro potrebbe regalarci ulteriori soddisfazioni.

Tracklist:
1. Eucharistic Savagery
2. Crown of Entrails
3. Disfigured Embodiment
4. Unfathomed Evisceration
5. Entombment of Mutilated Angels
6. Perished Through Atonement
7. Desecrate the Crucifix
8. Apostolic Dismembering
9. Devouring the Consecrated

Line-up:
Alessandro “Venders” Santilli – Drums
Mario Di Giambattista – Guitars
Paolo Chiti – Vocals
Damiano Bracci – Bass

DEVANGELIC – Facebook

Azooma – A Hymn Of The Vicious Monster

Gli iraniani Azooma sorprendono con il loro debutto fatto di un death metal tecnico e originale.

Mashhad è la capitale del Razavi Khorasan iraniano e la città da cui provengono i death metallers Azooma, all’esordio con un album uscito un paio di mesi fa intitolato A Hymn of the Vicious Monster.

Attivo dal 2004, il combo iraniano inizia la sua avventura nel mondo metallico suonando cover di Iron Maiden, Metallica, Iced Earth, Kreator e Death, ma già nel 2005 decide di scrivere brani propri confrontandosi con il death metal dai richiami prog e influenzati dalla cultura del loro paese.
È storia degli ultimi anni la firma con l’etichetta spagnola Xtreem Music, che licenzia questo Ep di esordio che ha del clamoroso.
Il materiale inserito nel lavoro dalla band è stato scritto negli anni e, fortunatamente, ha trovato modo di vedere la luce, in quanto trattasi di sei brani notevoli.
Il death progressivo suonato dagli Azooma, originalissimo e tecnico, da far invidia ai mostri sacri del genere, dal tiro micidiale ed impreziosito da atmosfere e suoni della cultura persiana, sempre sostenute da un tono epico e drammatico, rende A Hymn of the Vicious Monster un gioiello metallico tutto da ascoltare.
I musicisti della band, veri virtuosi del proprio strumento, regalano prestazioni sopra le righe creando un tornado di suoni che vi avvolgerà rischiando di portarvi via.
Ahmad Tokallou, chitarrista eccezionale, svolge un lavoro mastodontico alla sei corde, martirizzando il lo strumento con solos e ritmiche suonate alla velocità della luce ma sempre dal gusto eccelso; la sezione ritmica (Farid Shariat al basso e Saeed Shariat alla batteria) si rende protagonista di una massacrante dimostrazione di forza tra gli innumerevoli cambi di tempo e le scorribande potenti e distruttive.
Tra tutte queste meraviglie strumentali spicca il growl feroce del vocalist Shahin Vaqfipour, molto bravo anche con le clean vocals, benché usate solo in pochi frangenti (Gyrocompass), che accompagna la vena creativa dei propri compagni con timbriche cavernose e melanconici momenti intimisti.
C’è tanto progressive nel songwriting del gruppo (digressioni di scuola crimsoniana), mai così ben amalgamato con la furia metallica espressa dal death epico della band; i suoni di estrazione popolare della loro terra sono usati con parsimonia, ma inseriti sempre ottimamente nelle strutture complicate delle song che, una dopo l’altra, regalano momenti di esaltante musica estrema, improbabile ed alquanto affascinante jam tra i Death ed i King Crimson.
Da ascoltare e riascoltare questo ennesimo bellissimo lavoro proveniente da terre lontane dal consueto circuito metallico, ma che non ha davvero nulla da invidiare ai lavori dei tradizionali continenti di riferimento.

Tracklist:
1. Preface
2. Chapter I: Self-Inflected
3. Chapter II: Eridanus Supervoid
4. Chapter III: Encapsulated Delusion
5. Chapter IV: Gyrocompass
6. Appendix

Line-up:
Farid Shariat – Bass
Saeed Shariat – Drums
Ahmad Tokallou – Guitar
Shahin Vaqfipour – Vocals

AZOOMA – Facebook

Demonic Resurrection – The Demon King

The Demon King è un lavoro assolutamente da ascoltare, un macigno di metal estremo sinfonico che vi stupirà.

L’India regala band e gioiellini metallici ogni qualvolta il nostro sguardo ma, soprattutto, il nostro udito si rivolge verso il lontano paese asiatico.

I Demonic Resurrection non sono neanche dei novellini della scena metallica del paese, a ben vedere, e il loro debutto (“Demonstealer”) risale addirittura al 2000; per arrivare e prima di questo ultimo The Demon King hanno pubblicato altri due full-length, “A Darkness Descends” (2005) e “The Return to Darkness” (2010).
Il gruppo di Mumbai continua per la sua strada fatta di un black/death sinfonico sulla scia dei Dimmu Borgir, contaminato dal death progressivo alla Opeth, molto ben riuscito, suonato alla grande e dall’impatto devastante.
Il nuovo album, sempre per Candlelight, non sposta di una virgola le coordinate del gruppo e piacerà agli amanti dei generi estremi sopracitati, portando con sè lo spirito e le strutture che hanno fatto grandi le band di riferimento.
Le tastiere di Mephisto sono le protagoniste del sound della band, molto ben inserite nel contesto sonoro, il songwriting viaggia a ritmi veloci con pochi intermezzi per musicisti che vanno subito al sodo, intrattenendoci con la giusta cattiveria e buone idee.
Facing the Faceless, la title-track e Shattered Equilibrium sono le song che, ad un primo ascolto, mi hanno entusiasmato, ma il disco nel complesso gira che è un piacere, mantenendosi al di sopra della media nel genere proposto.
Non è la prima volta che incontro album cosi ben riusciti provenienti dall’India, probabilmente l’essere al di fuori dei circuiti europei o americani permette alle band di sviluppare il proprio credo musicale senza farsi condizionare troppo dalle mode del momento e andando dritte per la loro strada; i Demonic Resurrection ne sono l’ennesima prova: ottimi musicisti, produzione perfetta e composizioni che stupiscono per maturità e talento.
Ottime le parti in growl e riuscite anche quelle pulite ad opera di The Demonstealer, anche chitarrista, e perfetta la sezione ritmica, sia nelle sfuriate black sia nelle parti più cadenzate dal sapore death; l’elemento sinfonico è sempre presente, aggiungendo un tocco epico al sound di questo bellissimo lavoro e richiamando alla memoria un altro nome, magari meno famoso, come quello dei Bal-Sagoth, che hanno influenzato più gruppi di quanto si possa immaginare.
The Demon King è un lavoro assolutamente da ascoltare, un macigno di metal estremo sinfonico che vi stupirà.
Monumentale.

Tracklist:
1. The Assassination
2. Facing the Faceless
3. The Promise of Never
4. Death, Desolation and Despair
5. The Demon King
6. Architect of Destruction
7. Trail of Devastation
8. Shattered Equilibrium
9. Even Gods Do Fall
10. The End Paradox

Line-up:
The Demonstealer – Vocals, Guitars
Mephisto – Keyboards
Virendra Kaith – Drums
Ashwin Shriyan – Bass
Nishith Hegde – Guitars (lead)

DEMONIC RESURRECTION – Facebook

Bloodstrike – Necrobirth

Esordio all’insegna di un death old school per i Bloodstrike.

Capitanati da una “gentil donzella”, Holly Wedel, dal growl di un orco in preda a devastanti dolori addominali, i Bloodstrike licenziano il demo d’esordio dal titolo Necrobirth: tre brani di feroce death metal old school, influenzato dalle band nordeuropee che del genere hanno fatto la storia.

La band di Denver si forma nel 2013 e immette sul mercato questo massacro che dà alle fiamme tutto il Colorado e cerca di attecchire anche nel resto di un mondo che riesce purtroppo ad essere più malvagio anche della musica dei nostri. In Death We Rot, brano che funge anche da singolo/video promozionale, è un buon biglietto da visita per il gruppo americano che, fregandosene di mode e altre amenità sfoggia una passione morbosa per il death scandinavo dei primi anni novanta. Il groove dei pezzi è elevato all’ennesima potenza e l’impatto garantito da un’attitudine “in your face” che si dimostra l’arma letale dei Bloodstrike. Rhiannon Wisniewsky e Ryan Alexander Bloom formano, rispettivamente al basso e alla batteria, una sezione ritmica dirompente, mentre le due asce, tra gli artigli di Jeff Alexis e Joe Piker, distruggono a suon di riff ogni nostra resistenza, ricordandoci che Dismember, Entombed, Grave e primissimi Hypocrisy non sono solo “band”, ma i padri fondatori di un genere che ha fatto la storia della musica. Buon inizio per un prosieguo che spero ricco di soddisfazioni per questi cinque death metallers statunitensi.

Tracklist:
1. In Death We Rot
2. Skeletal Remains
3. Serpent Son

Line-up:
Holly Wedel – Vocals
Jeff Alexis – Guitars
Joe Piker – Guitars
Rhiannon Wisniewski – Bass
Ryan Alexander Bloom – Drums

BLOODSTRIKE – Facebook

Haemophagus – Atrocious

Death metal da standing ovation per i siciliani Haemophagus.

Tornano sul mercato, tramite Razorback Records, i siciliani Haemophagus con questo bellissimo ultimo lavoro intitolato Atrocious.

La band, attiva dal 2005 e autrice di una miriade di split e con un primo full-length alle spalle, targato 2009, dal titolo “Slaves to the Necromancer”, devasta a suo modo tutto quello che incontra, sparando bordate di death old school da cui non si può sfuggire.
Atrocious è un album molto maturo dalla copertina prog anni settanta, bissata da un’Intro spaziale,due minuti e mezzo di strumentale tra Goblin e King Crimson, prima che la furia del tornado death si accanisca su di noi distruggendo ogni resistenza.
Ottimi musicisti al servizio di un metal estremo che ha nei rallentamenti doom momenti di sublime fascino sinistro arrivando a toccare vette altissime: mi hanno fatto tornare in mente quel capolavoro che fu “Forest of Equilibrium” dei Cathedral di Lee Dorrian, nella prima parte di Surgeon of Immortality e, comunque, tutto il lavoro scorre su questa altalena tra momenti rallentati e sfuriate devastanti, dove le doti tecniche del combo saltano immediatamente all’orecchio.
Le pelli di David, picchiatore impietoso, formano con il basso di Gas una sensazionale sezione ritmica che ben supporta le due chitarre, rispettivamente Gioele e Giorgio, protagonista anche dietro al microfono, con una prestazione che ricorda il buon Dave Vincent, non a caso il vocalist della band che più di ogni altra si pone quale nume tutelare del gruppo palermitano: i Morbid Angel.
Gli Haemophagus si confermano come band sopra la media, con una personalità da veterani consumati ed un magnifico songwriting che fa di questo lavoro uno dei più riusciti nel genere, con brani che rasentano la perfezione, una valanga di riff ora iperveloci, ora spaventosamente lenti ma pesantissimi, autentici macigni che vi scuoteranno le interiora e vi lasceranno spossati al termine dell’ultima nota.
Grandissime, tra le varie tracce, la title-track con quel riff iniziale che mi fa frullare nella testa il periodo settantiano, Dismal Apparition, la violentissima Siege of Murderous Beasts e la monumentale doom/death Naked in the Snow, perle nere che faranno impazzire gli amanti di queste sonorità che suggellano il grandissimo ritorno di una band fenomenale con un album da standing ovation!

Tracklist:
1. Intro
2. Partying at the Grave
3. Atrocious
4. Exaltation for a Dying Victim
5. Dismal Apparition
6. Ice Cold Prey
7. Surgeon of Immortality (Alfredo Salafia)
8. Siege of Murderous Beasts
9. Swollen With Parasites
10. Naked in the Snow
11. Choked on a Cadaver’s Dick
12. The Honourable Society of Black Sperm
13. From the Sunken Citad

Line-up:
David – Drums
Giorgio – Guitars, Vocals
Gas – Bass
Gioele – Guitars, Backing Vocals

HAEMOPHAGUS – Facebook

Origin – Omnipresent

Spettacolare ritorno della band di Topeka con questo devastante massacro brutal death dal titolo “Omnipresent”.

Spettacolare ritorno della band di Topeka (U.S.A.) con questo devastante massacro brutal death dal titolo Omnipresent, che conferma le capacità dimostrate dagli Origin nei primi cinque capitoli, dall’esordio omonimo all’inizio del nuovo millennio fino ad arrivare a “Entity” del 2011.

Siamo al cospetto di un gruppo che non necessita di particolari presentazioni o riferimenti, d’altronde Omnipresent è come detto già il sesto full-length che continua senza indugi la devastazione sonora, perciò troverete nei solchi del nuovo album quel technical brutal death che è il marchio di fabbrica dei musicisti statunitensi: un TIR impazzito che travolge a suon di riff, scale melodiche, velocità disumana e macigni cadenzati, tutto ciò che incontra con una facilità disarmante. Gli Origin hanno la peculiarità di non fare semplicemente brutal, nel loro swongwriting convivono diverse anime estreme perfettamente in armonia, ed allora nella strada che percorrerete dall’inizio alla fine di quest’album troverete grind, death old school, elementi classici e thrash, riff marziali ed epiche atmosfere che fanno di questo disco un ciclone di metal estremo. Jason Keyser è il solito disumano cantore che, con il suo growl, spaventerebbe l’esercito di orchi in attesa dell’attacco al fosso di Elm, Mike Flores e John Longstreth (basso e batteria), inumane macchine da guerra, formano una sezione ritmica da distruzione totale, essendo dotati di una tecnica fuori categoria, mentre Paul Ryan è, probabilmente, il chitarrista migliore in circolazione nel genere, dotato com’è di una fantasia e di un eclettismo spaventosi. Basta poco più di mezz’ora di musica agli Origin per aprire le porte dell’inferno e convincere Lucifero che non è il caso di mettersi contro questo tornado, formato da dodici brani che vorticosamente imperversano nell’empireo del metal estremo. Manifest Desolate, Source of Icon O, i fantastici due minuti di scale neoclassiche di Continuum, Unattainable Zero, l’altro bellissimo strumentale Obsolescence e Malthusian Collapse, riempiono questo disco di musica enorme nel vero senso del termine, riconsegnandoci in questa metà dell’anno una delle band guida di tutto il movimento.

Tracklist:
1. All Things Dead
2. Thrall:Fulcrum:Apex
3. Permanence
4. Manifest Desolate
5. The Absurdity of What I Am
6. Source of Icon O
7. Continuum
8. Unattainable Zero
9. Redistribution of Filth
10. Obsolescence
11. Malthusian Collapse
12. The Indiscriminate
13. Kill Yourself (S.O.D. cover)

Line-up:
Paul Ryan – Guitars, Vocals (backing)
Jason Keyser – Vocals (lead)
Mike Flores – Bass, Vocals (backing)
John Longstreth – Drums

ORIGIN – Facebook

Valyria – Collatus

Per gli amanti del death/power melodico un buon esordio per i canadesi Valyria con questo Collatus.

“I Fuochi di Valyria” è la seconda parte del quinto romanzo facente parte della saga “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, capolavoro letterario di George R.R Martin, conosciuto in Italia per essere l’autore del “Trono di Spade”, serie TV alla ribalta dei palinsesti televisivi negli ultimi mesi.

La band che prende ispirazione per il proprio monicker dal bellissimo romanzo è canadese ed è protagonista di questo lavoro di death metal melodico dai tratti power/epici nonché loro esordio discografico dal titolo Collatus. Senza far gridare al miracolo, i ragazzi nordamericani picchiano sui propri strumenti di buona lena, ripassando il buono che il melodic ed il power hanno regalato in questi ultimi anni, facendo propria la lezione di band quali: primi In Flames, Amon Amarth, Blind Guardian, Rhapsody e un po’ tutte le maggiori realtà che accomunano i due generi. Una buona mezz’ora in cui verrete travolti dall’entusiasmo della band nel saper affrontare un genere che è tutto fuorchè facile, ma i Valyria ci mettono del loro nell’apparire, se non originali, sicuramente piacevoli, con buone cavalcate heavy/power nelle quali spiccano le due asce in mano ai bravi Jeremy Puffer e Andrew Traynor e le agguerrite vocals in growl, ereditate dagli Amon Amarth e proposte dall’uomo “Oltre la Barriera”, Cam Dakus, alle prese anche con il basso e che forma insieme al drummer Mitchell Stycalo una potente sezione ritmica. Dopo la classica Intro atmosferica, Polaris dà il via all’assalto a “Grande Inverno” con bordate di power/death melodico bissata dalla furiosa Karbala. Gli ultimi tre brani sono quelli dove la band sa anche entusiasmare, con intermezzi pianistici e una vena che diventa più sinfonica dando vita a song riuscite e dal sicuro impatto, con l’apice nella conclusiva Starborn, quasi dieci minuti di atmosfere che si alternano, tra momenti epici e stacchi strumentali di quiete, prima che la tempesta metallica ci travolga ancora una volta. Buon esordio, che fa ben sperare per un roseo futuro: se siete amanti del death melodico come del power metal, dategli un ascolto.

Tracklist:
1. Praeludium
2. Polaris
3. Karbala
4. Crown Of Creation
5. The Blinded Torch
6. Starborn

Line-up:
Cam Dakus – Vocals,Bass
Jeremy Puffer – Guitars,B.vocals
Andrew Traynor – Guitars,B.vocals
Mitchell Stycalo – Drums

Incantation – Dirges of Elysium

Gli Incantation regalano, a chi ha orecchie per intendere, cinquanta minuti di death che non necessita di alcun altro aggettivo per essere descritto.

Gli Incantation, per chi ascolta metal, non dovrebbero avere bisogno di presentazioni, visto che ormai da un quarto di secolo torturano puntualmente i nostri padiglioni auricolari con un death privo di compromessi ma, probabilmente anche per questo motivo, il loro nome è rimasto leggermente sotto traccia rispetto ad altri ben più famosi, pur se non necessariamente di superiore caratura.

Dirges Of Elysium è il decimo full-length di una discografia dal livello qualitativo medio elevatissimo e che, paradossalmente per una band dalla storia così lunga ed importante, si dimostra in costante crescendo negli ultimi anni; tutto ciò avviene senza ricorrere ad ammiccamenti groove-melodici o ad audaci sterzate stilistiche, bensì conferendo al proprio consolidato death dai tratti morbosi, che sovente sconfina in caliginose sonorità doom, un’intensità di gran lunga superiore a quella, comunque apprezzabile, mostrata dalla nouvelle vague del genere. Insomma, se anche molti dei nomi storici paiono segnare il passo o forse, non hanno più la convinzione o la forza per portare avanti pervicacemente queste sonorità sature di tenebrosa veemenza, gli Incantation regalano, a chi ha orecchie per intendere, cinquanta minuti di death che non necessita di alcun altro aggettivo per essere descritto: questa è l’essenza del genere, l’evocazione della morte, del disfacimento, la cronaca impietosa della caduta in voragini dove ogni parvenza di vita è stata fagocitata da una blasfema ed informe materia putrescente. La componente doom non mostra alcun parvenza malinconica o caratteristiche auto consolatorie come sovente accade nel genere in questione; i rallentamenti, piuttosto, appaiono funzionali alla rappresentazione di un immaginario ancora più cupo e denso di maligna oscurità. Se Carrion Prophecy è un brano che, per gli standard degli Incantation, potrebbe essere perfino definito “orecchiabile” se non si rischiasse di cadere nel grottesco, tracce come Debauchery o From A Glaciate Womb portano letteralmente a scuola decine di band di più recente formazione che, mi duole dirlo, hanno ancora molta strada da fare prima di raggiungere i livelli di intensità e di coinvolgimento raggiunti dai deathsters della Pennsylvania. Anche cimentandosi in un brano di oltre sedici minuti come la conclusiva Elysium, John McEntee e soci non perdono un’oncia della propria convinzione, chiudendo in maniera eccellente il miglior album death ascoltato dal sottoscritto da parecchio tempo a questa parte, con buona pace di chi non ritiene degno di attenzione chi “si limita” a perpetrare ai massimi livelli la tradizione di un genere con il quale tutti, piaccia o meno, dovranno fare i conti ancora molto a lungo.

Tracklist:
1. Dirges of Elysium
2. Debauchery
3. Bastion of a Plague Soul
4. Carrion Prophecy
5. From a Glaciate Womb
6. Portal Consecration
7. Charnel Grounds
8. Impalement of Divinity
9. Dominant Ethos
10. Elysium (Eternity Is Nigh)

Line-up:
John McEntee – Guitars (lead), Vocals
Kyle Severn – Drums
Chuck Sherwood – Bass

INCANTATION – Facebook

]]>

Infecting The Swarm – Pathogenesis

“Pathogenesis“ è un buon disco che mette in mostra un gruppo in grado di fare sicuramente molto bene,

Death metal brutale cantato in growl per questo duo tedesco attivo dal 2012: Pathogenesis è la loro prima uscita sulla lunga distanza, dopo un demo pubblicato nel 2013.

Il disco è un concentrato di furia e devastazione, e gli Infecting Swarm hanno molto da dire, ma lo fanno con troppa foga a volte, rendendo tutto un po’ confuso.
Il gruppo ha un talento certo e il loro brutal death metal è davvero buono, ma se andassero leggermente più lenti sarebbero un gruppo fantastico.
I loro testi si basano sulla fantascienza, le vite aliene e la biologia, argomenti piuttosto atipici per un gruppo brutal, rivelandosi un punto di interesse notevole.
Il cantato in growl a volte aggiunge qualcosa, a volte toglie fascino alla canzone, nonostante la produzione sia buona.
Pathogenesis è un buon disco, che mostra un gruppo che può fare sicuramente molto bene, poiché i mezzi sono notevoli.
Il massacro sarà presto completato.

Tracklist :
1. Ionic Anomaly
2. Unknown
3. Exogenous Corruption
4. Aberated Antibiosis
5. Contamination
6. Cellular Shifting
7. Parasitic Mutation
8. Reshaping Life
9. Exponential Growth

Line-up:
Hannes S. – Vocals, Guitars, Bass Drums

Sonus Mortis – Propaganda Dream Sequence

Sonus Mortis è l’ennesima entusiasmante scoperta all’interno di un underground metal che sforna a getto continuo autoproduzioni di livello assoluto.

Se il monicker catacombale ed alcuni riferimenti biografici parrebberro indirizzare i Sonus Mortis verso territori death-doom, è sufficiente, dopo aver dato una rapida occhiata alla copertina dai tratti futuristici, ascoltare le prime note dell’opener The Cyber Construct per capire che verremo immersi a viva forza in un symphonic industrial doom sorprendente e, a tratti, addirittura entusiasmante.

Kevin Byrne, conosciuto (si fa per dire … non me ne voglia) fino ad oggi per essere il bassista dei melodic deathsters irlandesi Valediction, si dimostra un musicista dallo spessore inatteso e, facendo tutto da solo, spara oltre un’ora di musica capace di innestare su un mood tendente al malinconico gli influssi di band seminali quali ultimi Samael (soprattutto), Nine Inch Nails e Fear Factory, aggiungendoci quel pizzico di (in)sana follia alla Devin Townsend, la vis creativa dei magnifici americani Mechina e orchestrazioni che rimandano ai più recenti lavori dei Septicflesh.
Il death-doom, se vogliamo, lo possiamo rinvenire nella cappa di oscurità che tutto sommato aleggia costantemente su un lavoro che, a voler cercare il pelo nell’uovo, è forse un po’ troppo lungo per un genere che, con le sue ritmiche squadrate, un growl spesso filtrato e le frequenti incursioni sinfoniche mette talvolta a dura prova i padiglioni auricolari dell’ascoltatore.
Difetto minimo, se comparato all’abilità di Kevin nel costruire brani ricchi di spunti melodici mai banali, che raggiungono le vette dell’eccellenza nella già citata The Cyber Construct, nella doppietta centrale composta dall’allucinata The Flock Obscenity e dalla solenne Automated Future, nel sinfonico crescendo della title-track ma, soprattutto nel coinvolgente lirismo di Decompression Countdown, dove i ritmi rallentano e i suoni vengono avvolti da un’aura drammatica, e nella caleidoscopica Scolecophagous, traccia che riesce mirabilmente a fondere tutte le fonti alle quali il musicista ha attinto per comporre la propria opera.
The Ephemeral Sempiternity of Time chiude nel migliore dei modi un lavoro che nella sua fase discendente assume sicuramente tonalità più cupe ma che non perde mai di vista l’equilibrio tra la parti aggressive e quelle più melodiche.
La versione in cd prevede anche due bonus track, l’ultima delle quali è la cover di Valentines Day di Marlyn Manson: entrambi i brani sono senz’altro riusciti ma, alla fine, nulla aggiungono al valore di Propaganda Dream Sequence, anzi, per certi versi rischiano di risultare controproducenti allungando ulteriormente la durata di un lavoro che, come detto, già di suo sia attesta sui sessanta munti.
Poco male, però, quando un album riesce ad essere così intenso, ricco e tutt’altro che scontato, attentandosi a cavallo di stili musicali differenti ma amalgamati con naturalezza disarmante da un musicista nuovo per questi palcoscenici come Kevin Byrne.
Sonus Mortis è l’ennesima entusiasmante scoperta all’interno di un underground metal che sforna a getto continuo autoproduzioni di livello assoluto come questa che, se finisse, nelle sapienti mani delle maggiori label di settore, potrebbe anche ottenere un insperato successo a livello commerciale.

Tracklist:
1. The Cyber Construct
2. Propaganda Dream Sequence
3. To Lament, Mourn and Regret
4. Enter Oblivion
5. The Flock Obscenity
6. Automated Future
7. A Doctrine for the End Times
8. Decompression Countdown
9. And the Foundations Start to Decay
10. Scolecophagous
11. The Ephemeral Sempiternity of Time
12. Children of Dune
13. Valentines Day

Line-up:
Kevin Byrne – All instruments, Vocals

SONUS MORTIS – Facebook

Fragarak – Crypts Of Dissimulation

Ottimo lavoro, indicato per gli amanti degli Opeth, con il quale i Fragarak vi sorprenderanno.

Non male l’album di debutto di questa band, nata a Nuova Dehli nel 2012 ed arrivata all’esordio discografico lo scorso anno (l’album e’ datato 2013).

I Fragarak sono protagonisti di un death metal progressivo sullo stile dei primi Opeth, specialmente nelle numerose parti atmosferiche ma, mentre la band svedese nei primi album univa alla componente dark una forte connotazione black metal, gli indiani sono più orientati verso un old school death comunque sempre di matrice scandinava. L’album consta di sei brani dall’ottimo piglio, a partire dall’apertura acustica della bellissima Savor the Defiance, dove l’intro viene spezzato dall’entrata della ritmica e dall’urlo disumano del bravissimo singer Supratim Sen, ottimo sia nel cavernoso e animalesco growl sia nell’uso a tratti dello scream. Atmosfere drammatiche dall’impronta dark ed ottimi momenti acustici incontrano sfuriate elettriche dove la band, con cambi di tempo ed il buon uso delle soliste, riesce ad emozionare e quando l’acustica sfuma si riparte a mille con Insurgence, brano dall’impatto ultra heavy, dalle ritmiche vicine al black, per poi tornare a deliziarci con cambi di tempo, mentre sono sempre i due axeman (Arpit Pradhan e Ruben Franklin) a guidare il gruppo con solos drammaticamente malinconici. Stupendo il momento acustico che ci regala Effacing the Esotery, prima che il brano esploda in un vortice di suoni ed il basso introduca l’ennesima cavalcata chitarristica. Continua alla grande l’altalena tra momenti acustici ed altri elettrici (Dissimulation: An Overture), così l’album risulta affascinante e mai noioso, grazie al sapiente uso da parte della band di cangianti momenti tra calma apparente e furia death (Cryptic Convulsion). Tecnicissimi tutti i musicisti coinvolti, anche se la bravura tecnica non inficia l’emozionalità di un lavoro veramente ben riuscito. Crypts Of Dissimulation si chiude con un’altra perla acustica dal titolo Psalm of Deliverance, che mette la parola fine ad un disco sorprendente inciso da una band che merita d’ essere scoperta.

Tracklist :
1. Savor the Defiance
2. Insurgence
3. Effacing the Esotery
4. Dissimulation: An Overture
5. Cryptic Convulsion
6. Psalm of Deliverance

Line-up:
Kartikeya Sinha – Bass
Sagar Siddhanti – Drums
Ruben Franklin – Guitars
Arpit Pradhan – Guitars
Supratim Sen – Vocals

FRAGARAK – Facebook

Morbo – Addiction To Musickal Dissection

Death metal puro ed incontaminato per l’esordio dei Morbo.

E’ incredibile come nella musica non si debba mai dare nulla per scontato.

Dopo anni in cui il death metal è stato usato come base di partenza per arrivare ad altre sonorità, contaminandolo con qualsivoglia diavoleria, ora come dal nulla spuntano, ovunque, band che tornano a suonarlo puro, incontaminato, ovvero quello che oggi viene riconosciuto come l’old school death; un po’ come il thrash, due generi che il destino ha voluto fossero i più utilizzati dalle nuove band per trovare una propria strada nel groviglio di vie che compongono la Highway to Hell della musica estrema di oggi. Quando ormai tutti davano per morti i due generi a livello classico ecco che da ogni parte le radici del male tornano a spuntare dal terreno ed i germogli di questa malefica pianta ricominciano a distribuire nell’aria il putrido lezzo del frutto metallico. I Morbo sono una band di Roma, al debutto per Memento Mori, etichetta che ha dato non poche chance ai gruppi che si cimentano nel death classico, hanno all’attivo un demo del 2010 dal titolo “Eternal City of the Dead” e ci danno in pasto questo massacro senza compromessi, vicino al sound di Autopsy e Benediction. Produzione senza orpelli, molto asciutta e otto brani per mezz’ora di devastante viaggio nel più puro modo di concepire il genere. Growl da manuale, solos sparati e rallentamenti al limite del doom fanno di questo lavoro un must per gli amanti del genere, che troveranno tra i solchi di Abominangel, Pagan Seducer, Dawn of the Dying Living e Anesthesia Awareness attitudine da vendere, legata ad un buon songwriting, il che rende il debutto della band romana l’ennesimo pugno in faccia assestato dal genere a chi pensa che il death metal classico sia ormai di questi tempi obsoleto. Se ne ricomincia a parlare frequentemente nell’underground di band come i Morbo e di album come Addiction to Musickal Dissection, ora aspettiamo la benedizione dei luminari del mainstream metallico per la totale conferma che il death metal è tornato ad essere cool, così forse riusciremo a non pronunciare più quel fastidioso “old school”.

Tracklist:
1. Abominangel (Let Them Stink of Fear)
2. Decomposmopolitan
3. Pagan Seducer
4. Dawn of the Dying Living
5. Kaleidoscopic Incubus
6. Rending the Ephemeral Veil
7. As Sharp as the Blade of Blasphemy
8. Anesthesia Awareness

Line-up: Giorgio – Guitars, Bass
David – Drums
Andrea “Corpse” Cipolla – Guitars
Mirko “Offender” Scarpa – Vocals

MORBO – Facebook

]]>

Infest – Cold Blood War

Quinto full length del combo serbo degli Infest, devastante monolite death/thrash dai rimandi slayerani.

Jagodina, Serbia centrale, sulle rive del fiume Belica: il death/thrash si chiama Infest, combo dalla ormai nutrita discografia che conta dall’anno di esordio (2002) due demo, un Ep e quattro full-length.

Il loro ultimo, malefico parto si intitola Cold Blood War, un carro armato che schiaccia sotto i suoi micidiali cingoli i nostri poveri padiglioni auricolari a forza di mitragliante death thrash, diviso in parti uguali tra la tradizione dell’Est europeo e il metal estremo di scuola Slayer. Ne escono trenta minuti di belligeranza musicale dove i nostri sguazzano come soldati in un campo di battaglia, tra violentissime accelerazioni collocate in un songwriting già di per sé votato alla velocità e alla pura violenza sonora; death metal che non lascia spazio a nessuna traccia di melodia, per attaccarci con sfuriate metalliche precise mirate a uccidere senza nessuna pietà. Questo devastante platter, oltretutto, è suonato in maniera impeccabile dai quattro musicisti, ormai con la dovuta esperienza per far risultare il loro suono estremamente godibile nella sua furia iconoclasta, partendo dalle vocals di Zoran Sokolovic, neo Tom Araya perfetto con il suo vocione rabbioso, dalle graffianti rasoiate dell’axeman Tyrant e finendo con una sezione ritmica composta dal martellante drumming della piovra Zombie e dal basso di Warlust. In tutto questo monolitico e spaccaossa lotto di brani spiccano Destroyer of Their Throne, song successiva alla classica Intro dai tratti horror apocalittici, Among the Fallen Ones, la superba e unica traccia dove la velocità lascia spazio ad un accenno di ritmica leggermente più cadenzata ed intitolata Demonic Wrath, la title-track dal riff più modernista che si trasforma in un macigno thrash/death che tutto travolge e il razzo terra-aria Terror Lord, esaltante brano dal riff esplosivo che sarà colpevole di spaccare non poche teste in sede live. Album da avere se siete amanti di queste sonorità, uno dei più riusciti degli ultimi mesi, senza se e senza ma.

Tracklist:
1. Intro
2. Destroyer of Their Throne
3. Of Everlasting Hate
4. Kill Their Weakness
5. Among the Fallen Ones
6. Demonic Wrath
7. Nuclear Warlust
8. Cold Blood War
9. Terror Lord
10. Neka Vatre Gore (bonus)

Line-up:
Tyrant – Guitars (lead)
Vandal – Vocals, Guitars
Zombie – Drums
Warlust – Bass

INFEST – Facebook

Hour Of Penance – Regicide

Capolavoro brutal death confezionato dalla band romana Hour Of Penance.

Devastante sotto ogni punto di vista, il nuovo album dei romani Hour Of Penance è a tutti gli effetti un prodotto di livello internazionale e si iscrive di diritto alla sfida per il miglior album del genere in questo 2014.

Un’avventura, quella del combo della capitale, iniziata nel 2000 ed arrivata al sesto full-length che segue “Sedition”, pubblicato due anni fa.
E’ cambiata la sezione ritmica, con gli innesti di Marco Mastrobuono al basso e della macchina da guerra James Payne, dietro le pelli nell’ultimo album degli Hiss From The Moat ed autore di una prova eccezionale.
Si ha la sensazione di trovarci ad un livello talmente alto che, per descriverne il sound a chi ancora non li conoscesse, non si deve parlare di influenze ma, al limite, di somiglianze, proprio perché gli Hour Of Penance hanno dalla loro una personalità da grande band che li aiuta ad avere un loro suono distinguibile; il loro brutal death, che definire tecnico è un eufemismo, a questo giro fa meraviglie risultando un macigno nichilista, di una profondità e magniloquenza disarmante.
Copertina da ultimi fotogrammi dell’apocalisse, con un ultimo processo inferto dai suoi tirapiedi al figlio dell’altissimo e una bordata sonora che annichilisce, una discesa senza freni tra drumming disumano, assoli e riff spettacolari e suonati alla velocità della luce, accenni di canti gregoriani che arricchiscono l’atmosfera di devastazione con un quid sinistro di epico disfacimento (Desecrated Souls, Sealed Into Ecstasy).
Non c’è speranza né il benché minimo accenno di salvezza, l’atmosfera di caos è sovrana e il gruppo sguazza in questo sfacelo, lasciando che il growl da Oscar di Paolo Pieri infligga il colpo mortale ai nostri poveri padiglioni auricolari.
Senza un attimo di respiro si fugge inseguiti dai quattro, che continuano il massacro senza soluzione di continuità, la sezione ritmica offre la sensazione di un palazzo che crolla, precisa e potente asseconda le due chitarre (lo stesso Paolo Pieri e Giulio Moschini) che come mitragliatori impazziti sparano riff sull’ascoltatore sterminando chiunque e non lasciando prigionieri.
Album che alla fine lascia la gradevole sensazione di aver potuto godere della prova di una delle migliori band brutal in circolazione, inutile dire che l’acquisto è assolutamente obbligato.

Tracklist:
1. Through the Triumphal Arch
2. Reforging the Crowns
3. Desecrated Souls
4. Resurgence of the Empire
5. Spears of Sacred Doom
6. Sealed into Ecstasy
7. Redeemer of Atrocity
8. Regicide
9. The Sun Worship
10. The Seas of Light
11. Theogony

Line-up:
Paolo Pieri – Vocals, Guitars
Marco Mastrobuono – Bass
James Payne – Drums
Giulio Moschini – Guitars

HOUR OF PENANCE – Facebook

Necrodeath – The 7 Deadly Sins

“The 7 Deadly Sins” è l’essenza del metal estremo, è tutto quanto vorrebbe ascoltare chi apprezza sonorità potenti, dirette, asciutte e tecnicamente ineccepibili in costante bilico sul sottile confine tra black, death e thrash.

The 7 Deadly Sins è l’essenza del metal estremo, è tutto quanto vorrebbe ascoltare chi apprezza sonorità potenti, dirette, asciutte e tecnicamente ineccepibili in costante bilico sul sottile confine tra black, death e thrash.

Il fatto che questo risultato venga ottenuto dai Necrodeath, ovvero coloro che in Italia hanno fatto la storia del genere, in occasione del loro undicesimo full-length, non deve sorprendere né d’altra parte, deve costituire un motivo per sminuire il resto delle band che animano una scena in grande fermento.
Semplicemente, dopo gli esordi a fine anni ‘80 che li ha fatta assurgere allo status di band di culto, il terremotante ritorno a cavallo dello scorso secolo con una coppia di dischi eccellenti, la fase di lieve appannamento nella seconda metà dello scorso decennio coincisa qualche lavoro contraddistinto da scelte stilistiche non sempre condivisibili, e l’ottimo ritorno tre anni fa con l’ispirato “Idiosincrasy”, la band genovese torna ad impadronirsi del trono che le spetta di diritto, mettendo sul piatto una quarantina di minuti di furia iconoclasta veicolata da capacità tecniche sopra la media e presentando un rilevante elemento di novità, racchiuso non tanto nel versante stilistico quanto in quello lirico.
Per la prima volta, infatti, i Necrodeath utilizzano in maniera continua e convincente la lingua italiana per descrivere la loro personale visione dei sette vizi capitali, un esperimento che riesce alla perfezione anche perché abilmente mediato dalla costante alternanza con il più tradizionale idioma inglese.

Sloth (accidia, assieme al’avarizia il peggiore dei sette vizi, sempre ammesso che gli altro lo siano tutti realmente …), Envy e Wrath sono sfuriate che lasciano il segno e che in maniera sintetica ed ugualmente efficace ribadiscono le coordinate di un genere, mentre Greed chiude l’elencazione dei Seven Deadly Sins esulando parzialmente dal contesto con l’esibizione di una componente melodica che consente a Pier Gonella di liberare le sue indiscusse di chitarrista.

La reincisione di due classici, provenienti rispettivamente da “Fragment Of Insanity” (Thanatoid) e “Into The Macabre” (Graveyard of the Innocents), sono il gradito omaggio volto ad impreziosire un disco che conferma quanto una storia ormai quasi trentennale (anche se dei protagonisti originari è rimasto il slo Peso) sia ben lungi dall’essere vicina al suo epilogo.
Chi si è entusiasmato, peraltro con più di una buona ragione, per quelle band che in quest’ultimo periodo hanno riportato all’attenzione il thrash riproponendolo sia nella sua versione più pura sia contaminandolo con il black o con il death, provi ad ascoltare con attenzione quest’album che chiarisce in maniera inequivocabile quali siano le gerarchie all’interno del genere.

Tracklist:
1. Sloth
2. Lust
3. Envy
4. Pride
5. Wrath
6. Gluttony
7. Greed
8. Thanatoid
9. Graveyard of the Innocents

Line-up:

Peso – Drums
GL – Bass
Pier – Guitars
Flegias – Vocals

NECRODEATH – Facebook

Morbid Flesh – Embedded In The Ossuary

Copertina che più death metal non si potrebbe, un’intro che ci prepara al massacro e via, si viaggia tra i gironi infernali dell’old school insieme agli spagnoli Morbid Flesh

Copertina che più death metal non si potrebbe, un’intro che ci prepara al massacro e via, si viaggia tra i gironi infernali dell’old school insieme agli spagnoli Morbid Flesh, ex Undertaker, al terzo lavoro dopo un demo del 2009 ed il full-length “Reborn in Death” del 2011.

Embededd In The Ossuary è un EP di cinque brani più intro, totalmente devoto allo scandinavian death di Dismember, Entombed e compagnia malefica, un buon tuffo nelle sonorità dei primi anni novanta, quando quelle band erano alla testa dell’esercito che, partendo dal freddo nord, di lì a poco avrebbe conquistato tutta l’Europa metallica. I ragazzi spagnoli ci fanno riassaporare tutto il buono di dischi che hanno fatto la storia del metal estremo europeo, come “Left Hand Path” (Entombed) e “Like An Ever Flowing Stream” (Dismember), riuscendoci alla perfezione grazie a una buona padronanza strumentale e ad un dischetto ben prodotto, che si rivela un piccolo orgasmo di ventitre minuti per tutti i fan della vecchia scuola. Dopo l’intro la band mette la quarta e parte il massacro dove si staglia feroce il growl del singer Vali: i ritmi si mantengono velocissimi per tutto l’Ep con il brano Under Ragged Hoods vero apice della distruzione sonora messa in campo dai nostri, fino ad arrivare alla bellissima e conclusiva Summoning The Sorcery Of Death, nella quale un’iniziale atmosfera doom/death sulla falsariga degli Asphyx si trasforma in una cavalcata da antologia. Buon prodotto dunque, questo Ep che, pur non portando alla causa niente di nuovo, si fa apprezzare risultando un buon antipasto in vista del prossimo album che, a questo punto, aspettiamo fiduciosi.

Tracklist:
1. Entrance to the Ossuary (Intro)
2. Charnel House
3. Under Ragged Hoods
4. Rising of Shadows
5. From Beyond the Bounds
6. Summoning the Sorcery of Death

Line-up:
Makeda – Bass
Mitchfinder General – Drums
C. – Guitars
Gusi – Guitars, Vocals (backing), Drums
Vali – Vocals

MORBID FLESH – Facebook

Nefesh – Contaminations

Album d’autore per i Nefesh, splendida realtà del metal tricolore e grande acquisto in casa Revalve.

Secondo album per gli anconetani Nefesh, creatura prog/death dal notevole impatto che, sotto l’attenta Revalve, licenzia questo bellissimo lavoro.

Fondata nel 2005 e, dopo il classico demo di esordio, l’anno successivo la band registra nel 2011 il primo full-length dal titolo “Shades and Light”, masterizzato presso i famosi Finnvox Studios di Helsinki e che portano una discreta notorietà al gruppo anche fuori dai confini nazionali. Arriviamo così a ottobre dello scorso anno, quando i Nefesh cominciano i lavori per questo nuovo Contaminations, consegnato a noi all’inizio di aprile. È un lavoro tragicamente oscuro, pregno di rabbia, controllata dall’immensa tecnica dei nostri e incanalata in un songwriting eccelso, nel quale trovano spazio spunti di più generi metallici, che vanno dal power al thrash, dal death al prog e dove non mancano momenti di pura poesia in musica, avallata da un cantato in italiano che rarissime volte ho trovato così ben inserito in un contesto del genere. Produzione stellare ed uno spirito prog mai domo, fanno di questo album un viaggio entusiasmante nell’arte delle sette note che arriva all’apice nella trilogia My Black Hole / Figlio Della Vita / My White Star, praticamente una suite divisa in tre parti dove la lingua italiana e quella inglese convivono in perfetta, drammatica armonia, in un crescendo tragico pari solo a una “Trial Before Pilate”, da Jesus Christ Superstar di Andrew Lloyd Webber (My Black Hole) suonata dai King Crimson. L’album, pur mantenendo una tensione altissima, passa da momenti ultraheavy a bellissimi passaggi acustici, piccoli sprazzi di ariose aperture melodiche per tornare in un attimo nel più oscuro tunnel dove non si trova via d’uscita, accompagnati dalla voce del superlativo Paolo Tittarelli, grandissimo vocalist dalle mille risorse, passionale, teatrale, bravissimo nello screaming e meraviglioso quando il suo tono pulito si fa drammatico: in poche parole uno dei più bravi cantanti in circolazione. Non da meno i picchiatori del combo Michele Baldi alla Batteria e Diego Brocani,nuovo arrivato in casa Nefesh, al basso; Luca Lampis alla sei corde e Stefano Carloni alle tastiere completano una squadra perfetta, vera macchina che sa trasmettere emozioni come pochi altri, confezionando un’opera d’arte che va aldilà del mero genere, per inserirsi tra quei pochi artisti che regalano musica a 360°. Reborn Together, The Shades, la bellissima Una Piacevole Sorpresa, ancora cantata in italiano, sono esempi della grandezza di questa band che, a modo suo, è riuscita a far compiere un balzo in avanti al prog metal, un genere che, troppe volte, supportato solo dalla tecnica dei musicisti, si dimentica di toccare l’anima di chi lo ascolta. Album da avere assolutamente!

Tracklist:
1. Intro
2. Reborn Together
3. Una piacevole sorpresa
4. The Shades
5. My Black Hole (Trilogy Part I)
6. Figlio della vita (Trilogy Part II)
7. My White Stars (Trilogy Part III)
8. Dreams Beyond the Sky
9. Oltre me
10. After the End
11. Outro

Line-up:
Diego Brocani – Bass
Michele Baldi – Drums
Luca Lampis – Guitars
Stefano Carloni – Keyboards
Paolo Tittarelli – Vocals

NEFESH – Facebook

]]>

Dead End Finland – Season Of Withering

I Dead End Finland fanno centro con il rolo melodic death grazie ad un grande vocalist ed ad un ottimo songwriting: un album tutto da ascoltare.

Nereo Rocco diceva: datemi un portiere che para e un centravanti che segna … la frase di questo grande mister, ben si adatta al disco in questione: infatti i Dead End Finland, per far piacere il loro album, hanno dalla loro delle belle canzoni ed un vocalist bravissimo, peculiarità che, in un genere inflazionato come il melodic death fanno decisamente la differenza.

I quattro ragazzi di Helsinki arrivano al secondo album dopo l’esordio, “Stain Of Disgrace” del 2011, ed il loro death melodico infarcito da abbondanti tastiere e con strizzate d’occhio a sonorità moderniste, non tralasciando puntate verso melodie vicine agli ultimi e connazionali Amorphis.
La punta di diamante del combo finnico è il vocalist Mikko Virtanen, perfetto nel growl e splendido nell’utilizzo delle clean vocals, il che, abbinato ad un ottimo songwriting, rende l’ascolto del disco una vera goduria per gli amanti di queste sonorità, una quarantina di minuti di metal trascinante che passeranno alla velocità della luce, in modo tale che non vi rimarrà che riascoltare il tutto dall’inizio.
Dai suoni moderni della title-track ai tastieroni in tipico Children of Bodom style, accompagnati da clean vocals degne di Tomi Joutsen, cantore del Kalevala in casa Amorphis, è tutto un susseguirsi di ben accolti clichè, bissati da Zero Hours, altro bellissimo esempio di metal scandinavo, dove il drumming impetuoso di Miska Rajasuo prende per mano il brano e ritorna prepotentemente protagonista anche nella durissima Silent Passage, nella quale spuntano richiami ai Dark Tranquillity.
Sinister Dream, Shape of the Mind e la conclusiva Dreamlike Silence alzano, e non di poco, il parere positivo su questo album: tre canzoni nelle quali in una quindicina di minuti viene convogliato il meglio del genere, con i Dead End Finland intenti a sparare le loro frecce avvelenate dai suoni di Amorphis, In Flames, Dark Tranquillity e primi Sentenced, mettendo la parola fine al lavoro tra i doverosi applausi, da estendere anche alla produzione da top album che rende il suono piacevolmente cristallino.
In conclusione mi permetto una considerazione: negli anni in cui il melodic death dettava legge sul mercato metallico trovarono la gloria band considerate allora fenomenali ma sicuramente di gran lunga inferiori agli attuali Dead End Finland.
Quindi fidatevi e date un ascolto a Season Of Withering.

Tracklist:
1. Season of Withering
2. Zero Hour
3. Hypocrite Declaim
4. Paranoia
5. An Unfair Order
6. Bag of Snakes
7. Silent Passage
8. Sinister Dream
9. Shape of the Mind
10. Dreamlike Silence

Line-up:
Miska Rajasuo – Drums
Santtu Rosen – Guitars, Bass
Jarno Hänninen – Keyboards
Mikko Virtanen – Vocals

DEAD END FINLAND – Facebook

)

Warknife – Amorphous

Gli Warknife con il loro nuovo lavoro hanno veramente fermato l’attimo, spingendosi non troppo lontano dalla perfezione

Ora stiamo veramente esagerando (in positivo): la nostra bistrattata penisola sta diventando la culla del metal in tutte le sue forme e non esiste più regione, città o paesino dove non ci siano gruppi di altissimo livello, da prendere seriamente in considerazione.
Per esempio quella dei Warknife, da Lecce, una creatura post hardcore, evolutasi in questo secondo magnifico album, in un mostruoso connubio tra death moderno, prog e sonorità core, è solo l’ultima in ordine di tempo tra le uscite in grado di destabilizzare il mercato.
Formatasi nel 2005, con all’attivo un demo ed un primo full-length uscito nel 2009 dal titolo “Dream of Desolation”, i quattro ragazzi salentini stupiscono con Amorphous per intensità, maturità compositiva e tecnica strumentale, confezionando un lavoro superbo.
Tecnica strumentale: partendo dalla performance di Simone Mele alla sei corde, chitarrista dalla tecnica ed emozionalità unica, passando da una sezione ritmica, fondamenta del disco, sempre perfetta sia nei brani dove deve picchiare il dovuto sia nei momenti nei quali il sound si apre su scenari death-prog e composta da Cesare Zuccaro alle pelli e Daniele Gatto al Basso, si arriva a Marco Landolfo, vocalist di razza, superlativo cantore su tutto l’album.
Intensità: ogni nota di questo disco sembra di vederla uscire dagli strumenti, la tensione rimane altissima così come l’emozionalità.
Maturità compositiva: un songwriting stellare costringe non solo a sentire l’album ma a viverlo per tutta la sua durata e ad ogni ascolto si scopre sempre un dettaglio,una nota nuova; non di semplice ascolto, ma i brani sono talmente belli che si arriva alla fine con la voglia di ricominciare tutta l’esperienza dall’inizio.
The Veil Fragments è la song dove, credo, tutto quanto ho scritto viene confermato dalla musica della band, il punto più alto di questo gioiello musicale tutto da scoprire: Machine Head, Lamb of God, Dark Tranquillity e Opeth sono solo nomi che potrete trovare nei solchi dell’album ma, ad un ascolto attento, troverete molto di più.
Gli Warknife con il loro nuovo lavoro hanno veramente fermato l’attimo, spingendosi non troppo lontano dalla perfezione …
Grande album, grande band.

Tracklist:
1. Act I. Shapeless Birth
2. The Infected Enigma
3. A Bleeding Sunset
4. Behold Regression
5. A Veil Fragments
6. Act II. Shape Shifting
7. Hateseed
8. Ill Becomes Order
9. Shining Phoenix
10. F.A.I.L.

Line-up:
Cesare Zuccaro Drums
Simone Mele Guitars
Marco Landolfo Vocals
Daniele Gatto Bass

WARKNIFE – Facebook