Kings Will Fall – Thrash Force.One

I Kings Will Fall scendono dalle Alpi del Tirolo, con attitudine sfrontata, per portare guerra e distruzione con nove bombe che piovono dal cielo.

Thrash metal from the Alps, così si presentano i Kings Will Fall, quartetto altoatesino attivo dal 2013 per volere del batterista Lukas Gross e del bassista Daniel Vanzo, presto raggiunti dal cantante Fabian Jung e dal chitarrista Rene Thaler.

Thrash Force.One è il secondo lavoro, considerato l’ep Death Comes Early uscito due anni fa, album che ha dato alla band la possibilità di farsi conoscere tra l’Italia e la vicina Austria: vi troviamo thrash metal vecchio stampo, reso ancora più violento dall’uso del growl di stampo death e soluzioni punk hardcore, con ritmiche indiavolate che il quartetto usa in abbondanza nel loro debutto sulla lunga distanza.
I Kings Will Fall scendono dalle Alpi del Tirolo con attitudine sfrontata, per portare guerra e distruzione con otto bombe che piovono dal cielo, più la cover di We Are Motörhead ad accompagnare i titoli di coda di questo attacco fulmineo e letale portato anche da Toxic War, Endless Pain e Buster.
Slayer e la sacra triade teutonica sono le ispirazioni maggiori di questi massacratori di padiglioni auricolari chiamati Kings Will Fall, consigliati ai fans accaniti del thrash metal di scuola ottantiana e dai consumatori di metal estremo violento, diretto e senza fronzoli.

Tracklist
1.In Dead & Mud & Misery
2.Toxic War
3.Shots for Glory
4.Burn All Fuel
5.Endless Pain
6.Damage Crown
7.Buster
8.Gängster 1948
9.We Are Motörhead (Motörhead cover)

Line-up
Daniel Vanzo – Bass, Vocals (backing)
Lukas Gross – Drums
Rene Thaler – Guitars
Fabian Jung – Vocals

KINGS WILL FALL – Facebook

Prayers of Sanity – Face of the Unknown

I Prayers Of Sanity ci investono con una tempesta di thrash metal statunitense veloce, melodico ed arrabbiato quel tanto che basta per far nascere un tornado, tra ispirazioni che vanno da un inchino agli Exodus fino ad una vera adorazione per i Testament ripuliti dalle scorie death metal.

In Portogallo non si vive di solo Cristiano Ronaldo o, metallicamente parlando, di Moonspell: oltre ad una scena black metal underground che sta facendo parlare di sé per un ritorno all’attitudine e l’impatto dei primi anni novanta, ci sono realtà valide e da non perdere in tutti i generi.

Oltre all’alternative rock e metal, generi di cui ho parlato un po’ di tempo fa, il metal classico é ben presente nel dna dei metallers lusitani, con il thrash si palesa con il terzo album del terzetto Prayers Of Sanity.
La band, nata nel 2007, torna dopo cinque anni licenziando questa bomba sonora dal titolo Face of the Unknown, con una formazione a tre dopo la dipartita di due quinti della formazione con Tião alle prese con chitarra e voce, Carlos al basso e Artur alle pelli.
Il gruppo proveniente da Lagos non le manda certo a dire e ci investe con una tempesta di thrash metal statunitense veloce, melodico ed arrabbiato quel tanto che basta per far nascere un tornado, tra ispirazioni che vanno da un inchino agli Exodus fino ad una vera adorazione per i Testament ripuliti dalle scorie death metal.
Ne esce mezzora di fiammeggiante metallo, thrash nella più pura concezione del termine, almeno se si guarda alla scuola americana, con una serie di brani che, dalla title track che fa da opener passano per il massacro perpetuato da Unturned e Someday.
Leggendo qua e là mi è capitato di imbattermi in una diatriba dei soliti possessori della verità sulle preferenze tra thrash americano ed europeo: bene, i due fratellini metallici sono figli di un unico padre e, quando vengono suonati con l’impatto e la passione di cui è ricco questo lavoro, diventano imprescindibili nella storia del metal mondiale, lo confermano i Prayers Of Sanity.

TRACKLIST
1. Face of the Unknown
2. Dead Alive
3. Past, Present, None
4. Unturned
5. In Between
6. March Forward
7. Someday
8. Betrayer
9. Nothing

LINE-UP
Artur – Drums
Carlos -Bass
Tião – Vocals, Guitars

PRAYESR OF SANITY – Facebook

The Haunted – Strength In Numbers

Thrash metal, melodic death ed un approccio hardcore fanno di questa ennesima decina di bombe metalliche un altro massiccio muro estremo a firma The Haunted

I The Haunted furono alla nascita uno dei primi gruppi della seconda ondata del death metal melodico che presto presero le distanze dalle soluzioni dei padri fondatori, per portare il Gothenburg sound verso territori thrash metal.

L’esordio omonimo del 1998 e Made Me Do It (forse l’album più riuscito e famoso della band svedese) furono due bombe thrash/hardcore scagliate sul mercato ancora in brodo di giuggiole per le melodie classiche di In Flames e Dark Tranquillity, ma già abbondantemente presi per il colletto dai primi devastanti Soilwork.
Quello che per tutti era di fatto un super gruppo, vedeva sotto il monicker The Haunted una manciata di musicisti impegnati in passato con la crema del melodic death come At The Gates o In Flames, ma non solo, portando così nuova linfa ed impatto ad una scena che cominciava a rivolgere lo sguardo aldilà dell’ Atlantico.
Nel 2017 possiamo sicuramente affermare che i The Haunted sono diventati una presenza ed una garanzia nel panorama metallico dai rimandi estremi, sempre orientati al thrash metal, sempre maestri nell’amalgamare furia e melodie vincenti, mantenendo un mood devastante nel sound ormai lontano ricordo per alcuni dei loro colleghi.
Certo, non sono mancati gli album meno incisivi nel corso della carriera, ma, con il ritorno di Marco Aro dietro al microfono e Adrian Erlandsson alla batteria, dallo scorso Exit Wounds il sound del gruppo è tornato a fare danni con l’efficacia di un tempo.
Strenght In Numbers è dunque un buon lavoro, con brani dall’impatto per i quali The Haunted sono famosi, rabbiose ripartenze, potenti mid temppo dove si scagliano solos dal buon potenziale melodico, mantenendo un approccio diretto classico della seconda ondata melodic death scandinava.
Thrash metal, melodic death ed un approccio hardcore fanno di questa ennesima decina di bombe metalliche un altro massiccio muro estremo a firma The Haunted: niente di più, niente di meno, quindi se amate il gruppo svedese le varie Brute Force, Preachers Of Death e Means To An End non vi deluderanno, circondate da tracce pesanti come incudini e dalla forte impronta live.
La bravura dei musicisti non si discute, il songwriting è buono, la produzione è esplosiva e l’album viaggia senza intoppi fino alla sua conclusione, direi che la band ed i suoi fans possono essere ampiamente soddisfatti.

Tracklist
1.Fill the Darkness with Black
2.Brute Force
3.Spark
4.Preachers of Death
5.Strength in Numbers
6.Tighten the Noose
7.This Is the End 8.The Fall
9.Means to an End
10.Monuments

Line-up
Jonas Björler – Bass
Adrian Erlandsson – Drums
Patrik Jensen – Guitars (rhythm)
Marco Aro – Vocals
Ola Englund – Guitars

THE HAUNTED – Facebook

Tau Cross – Pillar of Fire

Secondo eccellente lavoro per questo supergruppo che, unendo ingredienti come darkwave,crust,trash, sforna un’opera intensa, coinvolgente e da non lasciarsi sfuggire.

Essenziale e potente! Con questi aggettivi si può definire la seconda prova offerta da questo supergruppo internazionale che affonda le radici in Canada, in U.S.A. e in United Kingdom.

Nel 2015 la prima opera omonima in cui grandi musicisti come Rob “The Baron” Miller alle vocals e Michael “Away” Langevin alla batteria, hanno dimostrato una volta di più il loro valore musicale; mi auguro che non ci sia bisogno di spiegare chi siano e da che band provengano! Con l’aiuto di altri quattro validi musicisti, dal passato meno importante e dopo due anni dal debutto, ci regalano altri cinquanta minuti di grande musica, dove le coordinate sonore sono similari al debutto e forse meglio messe a fuoco: l’unione tra post-punk, crust, darkwave (versante Killing Joke di Wardance e Requiem e in alcuni tratti ritmici i primi Red Lorry Yellow Lorry), trash e musica heavy genera, soprattutto nella prima parte del disco, una serie di brani potenti, trascinanti dove si erge in modo sontuoso il suono del basso, suonato da Tom Radio e dallo stesso Rob Miller (inizio di Deep State), che accompagna e crea muri sonori dove le chitarre intessono melodie semplici ma incisive; la voce rauca, ruvida, vissuta e spesso disperata di “The Baron” crea un contrasto efficace con la macchina da guerra precisa degli strumenti.
La prima parte, come si diceva, esprime la potenza e l’essenzialità di un suono (Raising Golem) seguendo derive trash, punk e post-punk, mentre la seconda parte rallenta i ritmi e da maggiore sfogo ad armonie darkwave e atmosferiche come nella splendida Killing the King, nella title track, dove si toccano vette dark-folk molto intense ricordanti le piccole gemme solistiche di Steve Von Till (Neurosis). Ultima nota di merito per il magnifico brano What Is a Man, che con suggestive note tastieristiche porta a compimento un lavoro che difficilmente lascerà il vostro lettore cd.

Tracklist
1. Raising Golem
2. Bread and Circuses
3. On the Water
4. Deep State
5. Pillar of Fire
6. Killing the King
7. A White Horse
8. The Big House
9. RFID
10. Seven Wheels
11. What Is a Man

Line-up
Rob (The Baron) Miller Bass, Vocals
Michel (Away) Langevin Drums
Andy Lefton Guitars
Jon Misery Guitars
Tom Radio Bass

TAU CROSS – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=3gd3xYtars8

Paralysis – Life Sentence

Tutto funziona esattamente come deve essere un album di genere, la voce cartavetrata e l’alternanza tra potentissimi mid tempo ed accelerazioni sono il pane dei Paralysis che non fanno nulla, però, per uscire dai binari del genere.

Il thrash meta è più che mai vivo e vegeto: Europa e Stati Uniti, ma pure la nuova frontiera rappresentata dai paesi asiatici, continuano a proporre band capaci di offrire album di genere molto interessanti, e Life Sentence degli americani Paralysis è uno di questi.

La band del New Jersey licenzia il primo full length dopo che nei tre anni precedenti sono usciti tre diversi ep, dunque un momento prolifico per il quartetto composto da Jon Plemenik (chitarra e voce), Patrick Harte (basso), Ron Iglesias (chitarra) e Matt Pavlik (batteria).
Life Sentence risulta un bel macigno thrash metal, di matrice old school ovviamente, senza il minimo compromesso, rabbioso, graffiante e di scuola americana.
Non ci sono alternative, tutto funziona esattamente come deve essere un album di genere, la voce cartavetrata e l’alternanza tra potentissimi mid tempo ed accelerazioni sono il pane dei Paralysis, che non fanno niente per uscire dai binari del genere.
Dieci brani che urlano l’ urgenza di far male, senza preamboli, cercando di abbatterci mentre riff e ripartenze segnano il sound del gruppo e delle varie Ignorance, Misery e Nothing But Death.
Un lavoro dedicato ai fans del thrash metal più incazzoso e dal taglio punk e di gruppi come Whiplash, Municipal Waste e Nuclear Assault.

Tracklist
1.Ignorance
2.Your Will
3.Life Sentence
4.Misery
5.Think It’s Right
6.Deepest Void
7.All Your Lies
8.Nothing but Death
9.Cut Deep
10.Karma

Line-up
Matt Pavlik – Drums
Ron Iglesias – Guitars (lead), Vocals (backing)
Jon Plemenik – Vocals (lead), Guitars (rhythm)
Patrick Harte – Vocals (backing), Bass

PARALYSIS – Facebook

Impalers – The Celestial Dictator

Ovviamente siamo nel mondo del thrash metal e di qui non ci si schioda, ma se siete amanti della scuola tedesca The Celestial Dictator è un album da non perdere.

Se credete ancora che nel 2017 non si possa suonare thrash metal old school tripallico, violentissimo e senza compromessi, ma attraversato da una vena melodica sopra le righe, allora senza indugi fate vostro The Celestial Dictator, nuovo lavoro dei thrashers danesi Impalers.

Terzo album e squadra di musicisti al proprio posto ed in assetto di guerra per la nuova avventura del quartetto di Haderslev, che quest’anno festeggia il decimo anno dalla nascita con un esplosivo full length  di thrash/speed metal influenzato dalla scena teutonica ma fatto proprio con una prova convincente.
Già all’epoca del precedente God From The Machine, Søren Crawack e compagni avevano dimostrato buone potenzialità e, passati due anni ed un ep, possiamo senz’altro affermare che gli Impalers non hanno tradito le attese confermando le buone impressioni suscitate.
Ovviamente siamo nel mondo del thrash metal e di qui non ci si schioda, ma se siete amanti della scuola tedesca The Celestial Dictator è un album da non perdere.
Il padre, il figlio e lo spirito santo del thrash metal teutonico guidano gruppo danese, inferocito alla partenza con una doppietta (Terrestrial Demise e Terrorborn) da far impallidire il giovane Petrozza, per poi placarsi (Into Doom) e tornare più violenti che mai con What Is One.
E’ ottima Believe, maligna e diretta, una vera thrash speed song con la voce cartavetrata che nel chorus torna melodica, mentre il gruppo non leva il piede dal pedale dell’acceleratore con il contachilometri inchiodato sui 200.
La title track, varia nelle atmosfere, funge da sunto di tutto l’album che alterna metal estremo e cattivissimo, ottime soluzioni melodiche e chorus riusciti, mentre in un attimo siamo già ad Antithesis, brano che chiude le ostilità.
Gli Impalers si confermano come ottima band underground, in un genere che ha trovato nuova verve in questi ultimi tempi, sia per le ultime buone prove dei gruppi storici e, soprattutto, per le ottime proposte in arrivo dal sottosuolo metallico internazionale.

Tracklist
1.Intro
2.Terrestrial Demise
3.Terrorborn
4.Color Me White
5.Into Doom
6.What Is One
7.Sun
8.Believe
9.Celestial Dictator
10.Antithesis

Line-up
Søren Crawack – Rhythm Guitar & Vocals
Kenneth Frandsen – Bass Guitar
Rasmus Kjær – Drums
Thomas Carnell – Lead Guitar

IMPALERS – Facebook

Dementia – Persona

Persona lo si ascolta e scivola addosso, pur essendo consapevoli che è il disco di un gruppo che potrebbe fare ben altro.

I Dementia sono un gruppo nato nella regione parigina nel 2009, con l’intento di fare un rock metal moderno.

Le loro influenze attraversano uno specchio molto ampio della musica veloce, dal metal più groove passando per cose più melodiche e radiofoniche, con uno spizzico di cadenza nu metal in alcuni momenti. Il suono dei francesi è il risultato di un accurata ricerca sonora, figlio di molti ascolti e di una capacità compositiva al di sopra della media. Il problema del disco è che pur essendo piacevole non decolla mai, non si ha mai l’impressione che si riesca ad andare oltre. Persona è un disco ben costruito e ben suonato, il gruppo ha qualità innegabili, eppure non si rimane colpiti da questo metal moderno un po’ freddo. Le tracce sono molto simili fra loro, nonostante i mezzi possano permettere ben altro, e il risultato è quello di rendere il disco un compitino bene fatto ma nulla più. La produzione di Francis Caste, già con Refused e Bukowski fra gli altri, è accurata ed appropriata, ma è proprio il peso specifico del disco che rimane basso: lo si ascolta e scivola addosso, pur essendo consapevoli che è opera di un gruppo che potrebbe fare ben altro. Il rammarico più grande è proprio questo, l’essere consapevoli che la band abbia grandi possibilità ma che sia preoccupata dal piacere ad un pubblico il più ampio possibile. Può darsi che questo disco piaccia al pubblico, il cui giudizio è sovrano, perché ognuno ha il proprio metro di giudizio, ma aspettiamo la prossima prova dei Dementia per poter cancellare quanto detto prima.

Tracklist
01 BLUR
02 SPEEDBALL
03 LIES
04 TOO LONG
05 DRIVE
06 RED PANDA
07 ENDGAME
08 HATE
09 ENTER PHOENIX
10 INTERLUDE
11 SCREENSAVER
12 LOVE TONIGHT
13 REASON TO CALL
14 LITTLE BOAT

Line-up
Chrisuke – VOCALS
Nicolas – Leade Guitar
Arnaud – Rhythm Guitar
Thierry – Bass

DEMENTIA – Facebook

Hell Done – The Dark Fairytale

Gli Hell Done si sono ritrovati ed hanno finito il lavoro iniziato tanti anni fa, raccontando con The Dark Fairytale una tragica storia d’amore supportata dalle note epiche, dure, a tratti violente, dell’heavy metal dai rimandi speed/thrash.

Gli Hell Done portano a termine quello che era stato iniziato anni fa, ed è così che The Dark Fairytale può finalmente vedere la luce e la storia del paladino Riccardo essere raccontata.

Un percorso iniziato nel 1998 ed interrotto più volte, quello della band bolognese, con i soliti problemi che affliggono molti gruppi underground, falcidiati da continui cambi di line up ed altrettante ripartenze che non impedirono agli Hell Done di registrare un ep intitolato The Dark Fairytale nel 2003 per poi sciogliersi nuovamente.
Lo scorso anno i musicisti si sono ritrovati per mettere le mani sul materiale targato Hell Done, con alle spalle esperienze passate e presenti in band come Old Flame, Tarchon Fist, e ora con Sange Main Machine e Badmotorfinger, per il singer Luigi Sangermano, Eva Can’t per il batterista Diego Molina, così come per il chitarrista Simone Lanzoni, a sua volta anche vocalist negli In Tormentata Quiete, mentre il presente per il bassista Andrea Sangermano si chiama Raw Pink e Iggy and His Booze.
Una sorta di super gruppo a tutti gli effetti, quindi, che oggi con The Dark Fairytale può raccontare una tragica storia d’amore supportata dalle note epiche, dure, a tratti violente dell’heavy metal dai rimandi speed/thrash.
Il concept narra di Riccardo, generale dell’esercito dei Franchi in guerra contro i Saraceni, un grande guerriero visto però con sospetto dai suoi compagni per essere figlio di una donna francese ed un saraceno, e della sua storia d’amore con Heleonore dal tragico epilogo; gli Hell Done raccontano la storia del paladino con la forza drammatica del metal, valorizzato da suggestive parti acustiche e sfuriate heavy/speed che, in alcuni casi, si avvicinano al thrash mantenendo in generale una struttura ben radicata nell’heavy metal classico.
L’album è colmo di duro metallo epico, di scuola tedesca tra power e thrash, ma sono le melodie che fanno la parte del leone, drammatiche, tragiche, a tratti oscure come se si trattasse di una poderosa jam tra Grave Digger e Kreator benedetti dal talento melodico degli Iced Earth, unica concessione al metal d’oltreoceano.
The Dark Fairytale cresce con il passare dei minuti mentre brani potenti ed epici come Realms In War Covering My Way ci accompagnano verso l’emozionante finale con The Seed Of Evil e la title track, brani top di questo ottimo lavoro, un saliscendi di emozioni in un crescendo drammaticamente metallico.
Bene hanno fatto i musicisti nostrani a portare a termine la storia dando lustro a questa raccolta di brani: il risultato è un album di heavy metal classico con tutte le caratteristiche per far innamorare i tanti defenders con una Heleonore nel cuore.

Tracklist
1 – 732 A.D.
2 – Realms in War
3 – And Though the silence
4 – Covering my way
5 – Just began
6 – Heleonore
7 – Betrayer
8 – The Seed of Evil
9 – The Dark Fairytale

Line-up
Luigi “Sange” Sangermano – vocals
Simone Lanzoni – guitars
Andrea Sangermano – bass
Diego Molina – drums

HELL DONE – Facebook

Quintessenz – To the Gallows

Il sound offerto in quest’album è piuttosto diretto, senza particolari fronzoli e se vogliamo, molto più attinente a livello tedesco allo spirito thrash che non a quello black, che invece di solito tende ad essere da quelle parti molto più introspettivo.

I Quintessenz sono l’ennesima one man band, questa volta proveniente dalla Germania e dedita ad un thrash/black piuttosto diretto e di discreta fattura.

Il musicista che sta dietro al progetto, Genözider, alle prese anche in altre band come Vulture e Luzifer, arriva con To the Gallows al suo secondo full length, dopo il precedente Back to the Kult of the Tyrants che aveva ottenuto buoni riscontri.
Il sound offerto in quest’album è piuttosto diretto, senza particolari fronzoli e se vogliamo, molto più attinente a livello tedesco allo spirito thrash che non a quello black, che invece di solito tende ad essere da quelle parti molto più introspettivo.
Tutto ciò da vita ad una forma musicale scorrevole, spesso dalle propensioni heavy che conferiscono ad alcuni brani un andamento piuttosto trascinante (su tutte Sounding the Funeral Bell, dall’accattivante linea chitarristica, e Endless Night, 100% in quota primi Savatage) ma che, nel suo complesso, non possiede la necessaria profondità.
Per chi ricerca un qualcosa di stuzzicante e con un pizzico di spirito innovativo sarà bene passare oltre ma se, invece, si vuole ascoltare musica che faccia scapocciare senza troppi patemi d’animo, To the Gallows è un disco ideale in quanto rifugge, grazie alle sue venature black e power, la tetragona linearità di certo thrash, lasciando un buon retrogusto, pur se di limitata durata.

Tracklist:
1. Zeitgeist
2. Of Majestic Shores
3. The Claws of Nosferatu
4. Her Spell
5. Sounding the Funeral Bell
6. To the Gallows
7. Endless Night
8. Seth
9. Gloomweaver
10. Cursed by Moonlight

Line-up:
Genözider

Guests:
M. Outlaw – vocals on “Zeitgeist”
Bonesaw – Vocals on “Sounding the Funeral Bell”
Tyrannizer – Vocals on “Seth”

QUINTESSENZ Facebook

Wraith Rite – Awaken

La strada per ritagliarsi un po’ di spazio, anche a livello underground, è ancora  molto lunga e dagli esiti incerti, ma la voglia di provarci di sicuro non fa difetto ai Wraith Rite.

Demo d’esordio per gli spagnoli Wraith Rite, giovane band spagnola che riversa su questi cinque brani una carica incontenibile di entusiasmo ed esuberanza metallica.

D’accordo, da qui a riscrivere la storia dei generi estremi che i nostri cercano di fondere con foga e convinzione ce ne corre, anche perché il demo, in quanto tale, suona esattamente come ce lo si aspetta, ovvero sporco, molto diretto e pieno di approssimazioni quanto di irresistibile vitalità.
In fondo, quando si parla di musica, dipende sempre da quale punto di vista la si vuole approcciare: se dovessimo basarci su tecnica, produzione e sobrietà nell’espressione musicale e visiva, i Wraith Rite non avrebbero speranze; per fortuna c’è sempre un qualcosa di istintivo ed irrazionale che spinge uno naturalmente propenso alla lacrima ascoltando il proprio genere d’elezione (il doom) a prendere in simpatia questo manipolo di giovani madrileni, dei quali potrei (a anche vorrei, tutto sommato) essere il padre, perché intuisco in loro, oltre a una grande passione, delle potenzialità che per ora sono ancora sommerse da un suono ovattato e da scelte stilistiche opinabili.
Partiamo dalla voce della vocalist Dirge Inferno, che alterna uno screaming insufficiente ad un growl in stile brutal senz’altro più accettabile come resa ma che, comunque, c’entra poco con il thrash/black/death esibito con sufficiente proprietà e qualche buona idea nel corso delle prime quattro tracce, con nota di merito per la trascinante Eternal Hunt, mentre fa eccezione lo pseudo doom della conclusiva Hurt Yourself.
Qualche buono spunto chitarristico e sprazzi di di virulento killing instict fanno ritenere tutt’altro che superflua questa uscita, a patto che nelle prossime occasioni i Wraith Rite trovino un giusto compromesso nell’uso della voce e spingano in maniera più decisa sul versante death/black’n’roll che mi pare essere più naturalmente nelle loro corde.
La strada per ritagliarsi un po’ di spazio, anche a livello underground, è ancora  molto lunga e dagli esiti incerti, ma la voglia di provarci di sicuro non manca alla band e, per quanto mi riguarda, questo è sicuramente un dato sufficiente per incoraggiare questi giovani affinché realizzino le proprie aspirazioni.

Tracklist:
1.Eternal Hunt
2.Werewolf’s Moon
3.Beheaded Rider
4.Crown of Bones
5.Hurt Yourself

Line-up:
Vocals: Dirge Inferno
Guitars: Yandros and Soulbutcher
Bass: Schizo
Drums: Morgul

WRAITH RITE – Facebook

Pokerface – Game On

Ottimo ritorno dei thrashers russi Pokerface con il nuovo album Game On, un devastante esempio di thrash/death metal diretto e senza compromessi, valorizzato dalla prestazione della singer Lady Owl, nuova ammaliante strega dietro al microfono.

Dalla Russia con Amore si intitolava uno dei tanti film incentrati sulle avventure della spia più famosa del cinema, James Bond il famoso agente 007 creato dalla penna di dello scrittore britannico Ian Fleming.

I Pokerface arrivano dalla Russia ma di amore ne portano poco in giro, anzi il loro thrash/death metal è una bordata metallica estrema devastante.
Ci eravamo già occupati del gruppo proveniente da Mosca all’epoca dell’uscita di Divide And Rule, licenziato due anni fa, ora capitanato dalla singer Lady Owl, al secolo Alexandra Orlova, una strega scatenata tra growl, urla e presenza di un certo impatto tra le fila del quartetto, nuova spacca microfoni che sostituisce la già notevole Delirium.
Le novità non si fermano qui, ed oltre alla singer due chitarristi nuovi di zecca (Vadim Whitevad e Xen Ritter) fanno sfoggio di cattiveria in questo nuovo lavoro, per un sound che affonda le sue radici nel thrash old school di scuola europea, tra la triade tedesca (Sodom-Destruction-Kreator). ed un tocco di Slayer, tanto per rendere la proposta ancora più estrema, diretta e senza compromessi.
Una strega, una diavolessa, una diabolica sirena, chiamatela come volete, tanto il risultato non cambia e la Lady al microfono vi travolgerà, accompagnata da un impatto di tutto rispetto, tra accelerazioni e mid tempo potentissimi, in un delirio metallico che dalla prima nota dell’opener The Bone Reaper non smetterà un attimo di torturarvi i padiglioni auricolari, un concentrato di thrash metal tripallico che la singer tiene stretto per i cosiddetti, tra urla belluine e growl da far impallidire un orso arrabbiato.
Tra i brani, Creepy Guests è quello più legato al thrash metal duro e puro, con un occhio alla scena americana e quello che personalmente mi è piaciuto di più, ma il resto della tracklist non deluderà sicuramente la voglia di massacro dei fans di queste sonorità. Un ottimo ritorno.

Tracklist
1.The Bone Reaper
2.The Fatal Scythe
3.Play or Die
4.Blackjack
5.Straight Flush
6.Cry. Pray. Die.
7.Creepy Guests
8.Bow! Run! Scream!
9.Jackpot
10.Game On

Line-up
DedMoroz – Bass
Doctor – Drums, Percussion
Whitevad – Guitars
Xen Ritter – Guitars (lead)
Lady Owl – Vocals

POKERFACE – Facebook

Urn – The Burning

The Burning è un disco che riassume i motivi per cui siamo metallari, poiché la velocità, la cattiveria e l’adrenalina che possiede sono in gran parte i motivi per cui ascoltiamo la musica del caprone.

I finlandesi Urn pubblicano il loro quarto album ed è subito massacro, ossa che volano, sangue ovunque e tutto ciò è bellissimo.

Il loro stile musicale è pressoché unico, ma se si devono dare delle coordinate, allora siamo nei pressi black e death, comunque morte e distruzione. Nati nel 1994, gli Urn sono uno dei gruppi da scoprire, perché i loro dischi sono molto belli, ma non se ne parla granché, anche se la risposta per The Burning è già buona, nonostante sia uscito da pochi giorni. Il suono è il frutto della libera rielaborazione di cose già sentite nel metal, ma il loro speed black death è veramente qualcosa di unico. Nel loro maelstorm si posso ascoltare echi dei connazionali Impaled Nazarene, soprattutto per le parti più veloci e furiose, anche per quel retrogusto punk hardcore che accomuna le due realtà finniche. The Burning è un disco che riassume i motivi per cui siamo metallari, poiché la velocità, la cattiveria e l’adrenalina che ha questo disco sono in gran parte i motivi per cui ascoltiamo la musica del caprone. Gli Urn vanno a mille, ma sanno anche fare stop and go, con quella cadenza vocale che ricorda il metal anni ottanta e novanta. La produzione è accurata ma non troppo, perché un’alta fedeltà troppo elevata pregiudicherebbe il tutto. L’ascolto di The Burning diventa compulsivo, come una dipendenza da crack, e anche in questa era di fruizione molto veloce di ogni prodotto fonografico si può sentire e risentire un disco con avidità. Consiglio l’ascolto del disco abbinato al fumetto Lobo della Dc Comics, massacri galattici e metal ovunque.

Tracklist
01 INTRO – RESURRECTION
02 CELESTIAL LIGHT
03 HAIL THE KING
04 MORBID BLACK SORROW
05 SONS OF THE NORTHERN STAR
06 NOCTURNAL DEMONS
07 WOLVES OF RADIATION
08 ALL WILL END IN FIRE
09 FALLING PARADISE
10 THE BURNING

Line-up:
Sulphur Bass, Vocals
Axeleratörr- Lead Guitar
Tooloud- Guitar
Revenant- Drums

URN – Facebook

Infernäl Mäjesty – Unholier Than Thou

Questa ristampa mette in evidenza l’approccio malvagio e senza compromessi del gruppo canadese, con una serie di brani violenti che alternano mid tempo a veloci sfuriate dal piglio speed thrash assolutamente old school.

Negli anni ottanta, quando le vicende dei gruppi erano raccontate dai passaparola e da pochi articoli lasciati alle riviste cartacee, le storie diventavano leggende, e molti gruppi vissero di rendita creandosi un’aura malefica difficile da riscontare nella realtà, specialmente se si proveniva da paesi fuori dai circuiti musicali abituali.

Il metal estremo è pieno di storie incredibili e band diventate leggende, magari poco conosciute ai più e diventate cult solo per i fans accaniti del genere proposto.
I canadesi Infernäl Mäjesty fanno parte di quei gruppi divenuti di culto, con soli tre album all’attivo pur essendo in pista dal 1986, con il quarto (No God) in uscita proprio quest’anno ed una discografia ristampata più volte.
L’album di cui ci occupiamo è Unholier Than Thou, risalente al 1998, undici anni dopo l’esordio sulla lunga distanza intitolato None Shall Defy e ristampato dalla Vic Records con l’aggiunta di cinque brani pescati dal live Chaos In Copenaghen, licenziato all’alba del nuovo millennio.
Un passato tra le fila di Roadrunner e varie vicende di cronaca hanno da sempre minato la carriera del gruppo, divenuta una band cult più per l’estremismo concettuale che per il sound proposto, un thrash metal grezzo, diretto ma assolutamente ordinario.
Questa ristampa mette in evidenza l’approccio malvagio e senza compromessi del gruppo canadese, con una serie di brani violenti che alternano mid tempo a veloci sfuriate dal piglio speed thrash assolutamente old school.
Ottima l’idea di inserire le tracce live, così da avere una più ampia idea di quello che il gruppo propone, anche se rimane sicuramente una proposta per i soli fans di quel metal estremo che chiamare underground è un eufemismo.
In giro sono sicuro che ci sia chi apprezza ancora questo tipo di approccio diretto e senza compromessi, ed è esclusivamente a loro che va l’invito ad ascoltare gli Infernäl Mäjesty.

TRACKLIST
1.Unholier Than Thou
2.The Hunted
3.Gone the Way of All Flesh
4.Black Infernal World
5.Roman Song
6.Where is Your God
7.Death Roll
8.The Art of War
9.Birth of Power & Unholier then Thou (Live Copenhagen)
10.Where is Your God (Live Copenhagen)
11.R.i.p. & Night of the Living Dead (Live Copenhagen)
12.The Hunted (Live Copenhagen)
13.S.o. (Live Copenhagen)

LINE-UP
Chris Bailey – Vocals, Lyrics (track 7)
Kenny Hallman – Guitars
Steve Terror – Guitars, Lyrics
Chay McMullen – Bass
Kevin Harris – Drums

Infernäl Mäjesty – Facebook

Mindcrushers – Born In Doom

Born In Doom risulta un album diretto, potente e devastante, dalle reminiscenze old school ma perfettamente inserito nel contesto estremo odierno, anche per la sua soffocante atmosfera in cui si aggirano spiriti metallici provenienti da più di un genere.

Tra le montagne e le valli del Veneto si aggira questa creatura oscura, dal 2010 conosciuta come Mindcrushers, con un demo all’attivo uscito ormai sei anni fa.

Dopo vari assestamenti nella line up, la band (ora un quartetto) si presenta al popolo metallico con questo ottimo lavoro dal titolo Born In Doom, composto da una raccolta di brani pesanti come macigni, tra thrash metal ottantiano, death metal, ed atmosfere pregne di oscura malignità dark.
Ne esce un album diretto, potente e devastante, dalle reminiscenze old school , ma perfettamente inserito nel contesto estremo odierno, anche per la sua soffocante atmosfera in cui si aggirano spiriti metallici in arrivo da più di un genere.
I Mindcrushers con sagacia alternano parti veloci e thrash ad altre dove le ritmiche si trasformano in potentissimi mid tempo e i solos riportano l’ascoltatore a godere dell’heavy metal oscuro degli anni ottanta.
L’ottima partenza con Death Is A Straight Procession, Slaves Of The White One e Boredom (da cui è stato tratto un video) mette subito le cose in chiaro, la band veneta non fa prigionieri, ci investe con il suo thrash death oscuro, valorizzato da spunti di metallo classico, formando un pezzo di granito mastodontico, un monumento di metal maligno che oscura il sole e forma un bombardamento di tuoni e fulmini senza soluzione di continuità, mentre Crystal Night Of Knives e la coppia conclusiva formata dalle notevoli Rise The Fallen e Dark Endless, sono altre tracce che alzano il livello di questo ottimo lavoro.
L’opera scivola come un mamba nerissimo e pericolosissimo, tra mid tempo e sfuriate death metal, come se i Morbid Angel, gli Asphyx e i Kreator sotto la guida dei Metal Church più oscuri, dessero vita ad una jam, un rito infernale dove non si perde tempo, si sacrifica e si uccide, senza pietà.
Una band che finalmente (visto i risultati) arriva all’esordio con una personalità ed un approccio da gruppo navigato: si può quasi toccare, tra i solchi dell’album, una forte convinzione dei propri mezzi, oltre a tutte le carte in regola per regalare agli amanti di queste sonorità ottima musica anche in un prossimo futuro.

Tracklist
1.Intro
2.Death Is a Straight Procession
3.Boredom
4.Slave of the White One
5.Tragedy of Happiness
6.Ogre
7.Inverted Buddah
8.Crystal Night of Knives (Kristallnacht)
9.Stone in a Glass
10.Rise of the Fallen
11.Dark Endless (Heart)

Line-up
Obscure – voice, bass
Francesco Brunello – rythmic, lead guitar
Diego Bordin – drums
Mauro Ferracin . guitar

MINDCRUSHERS – Facebook

Anubi’s Servants – Duat

A tratti il lavoro del gruppo entusiasma e le varie atmosfere create all’interno dei vari brani, pur mantenendo l’approccio estremo e consolidato nel genere, danno all’ascoltatore molti buoni motivi per ripartire daccapo al termine dell’ascolto.

Thrash metal old school pregno di sfumature death, epico e chiaramente ispirato all’antico Egitto, è la proposta degli Anubi’ s Servants, quartetto estremo in arrivo dall’Abruzzo.

La band ha mosso i primi passi già nel 2012 come gruppo punk e, in seguito, dopo vari assestamenti della line up, il tiro musicale si è spostato definitivamente verso un thrash metal classico, dalle ispirazioni consolidate nelle terre germaniche nel periodo a cavallo tra gli anni ottanta ed il decennio successivo e dal concept che rimanda alle sacre terre del Nilo.
I servi di Anubis, il dio dei morti, non lasciano scampo, il loro sound vi mostra una via particolare al male, fatta di cunicoli, labirinti costruiti nella notte dei tempi, antiche tombe in cui maledizioni ed ogni tipo di trappola sono lì a custodire segreti millenari.
Appena le vostre infedeli membra si poseranno sui tesori custoditi al buio dei templi, gli Anubi’ s Servants vi daranno la caccia senza pietà e vi colpiranno con una serie di brani diretti, aggressivi e mortali: il loro sound vi entrerà nelle viscere per esplodere da dentro, in uno tsunami di ritmiche che alternano velocità ed epici mid tempo, mentre il dio dei morti urlerà la sua rabbia, bestiale e rabbioso.
Duat è un gran bel disco, un concentrato di metal vecchio stile assolutamente non originale, ma in possesso di una carica e di una forma canzone che lascia senza fiato.
A tratti il lavoro del gruppo entusiasma, le varie atmosfere create all’interno dei brani, pur mantenendo l’approccio estremo e consolidato nel genere, danno all’ascoltatore molti buoni motivi per ripartire daccapo al termine dell’ascolto.
Alternanza di velocità e mid tempo, ottimi solos, refrain perfetti e impatto che decolla per non tornare sotto i livelli di massacro, in sede live faranno probabilmente un alto numero di vittime.
The God Of The Dead, Sentence (preceduta da un intro epico cinematografica) e la lunga Damned-Intermezzo-Psycostasia sono il fulcro di Duat, un lavoro che di adrenalinico thrash/death in arrivo direttamente dalle catacombe nascoste all’interno delle piramidi.

Tracklist
1.Intro-The Veil Of Isis
2.The God Of The Dead
3.Intro-Sentence
4.Evocation
5.Crossing The River
6.Damned-Intermezzo-Psycostasia
7.Duat
8.Slave Blood-Outro

Line-up
Gianluca Iannotti – Bass
Andrea Strino – Drums
Karim Shokry – Guitars
Omar Shokry – Vocals

ANUBI’S SERVANTS – Facebook

Overkhaos – Beware Of Truth

Un debutto al di sopra di ogni aspettativa, del quale basta solo dire che tra le sue trame si trova tutto ciò che anima lo spirito musicale di capisaldi del genere come Symphony X, Nevermore ed Iced Earth.

Prima di dispensare elogi ad un’altra ottima realtà made in Italy,  permettetemi di fare i complimenti all’ennesima label che ci regala grande musica metallica dall’anima progressiva, la Rockshots Records, che dopo l’ultimo lavoro degli Hidden Lapse  ci delizia con un altro gioiellino in arrivo dalla Puglia, intitolato Beware Of Truth, full length di debutto per i notevoli Overkhaos.

Nato quattro anni fa con il monicker Imperium, il gruppo dopo un paio di avvicendamenti nella line up, vira dall’heavy metal classico ad un più raffinato progressive metal dalle forti connotazioni heavy/thrash e ne esce questo bellissimo album, incentrato su una storia che prende spunto dalla società in cui viviamo, in mano a politici e lobbies che si arricchiscono sulla pelle dei comuni cittadini, ormai impoveriti e spogliati di qualsiasi briciolo di dignità.
Si parte da qui per stupire con la colonna sonora di una storia non troppo originale (ma non è poi colpa della band se certe storture sono divenute ormai un vissuto quotidiano) per la verità, ma che incide non poco quando il gruppo parte in quarta e vola sulle ali di un power metal progressivo e dannatamente trainante.
Mimmo D’Oronzo è il singer, interpretativo, vero animale metallico che ricorda Warrel Dane, la punta d’acciaio di una freccia scagliata mirando al cuore degli appassionati da un’arco che si fregia di musicisti sopra la media come Davide Giancane e Giuliano Zarcone alle chitarre e la sezione ritmica composta da Anna Digiovanni al basso e Andrea Mariani alla batteria, mentre il sangue sgorga copioso dalla ferita mortale che gli Overkhaos hanno aperto nel nostro petto.
Beware Of Truth è heavy/thrash metal in stato di grazia che, elegantemente vestito di abiti progressivi, ci scaraventa al muro, con la schiena che scalfisce il cemento e le ossa che scricchiolano sotto i colpi inferti da queste dieci bordate che formano quasi un’ora di musica a tratti entusiasmante.
Khaos, The Lie You Need, Die Catsaw!, Anna’s Song sono forse le migliori tra queste, ma potrei nominarle tutte all’interno di un debutto al di sopra di ogni aspettativa, del quale basta solo dire che tra le sue trame si trova tutto ciò che anima lo spirito musicale di capisaldi del genere come Symphony X, Nevermore ed Iced Earth.

Tracklist
01 Prelude
02 Silent Death
03 Solar Starvation
04 Khaos
05 The Lie you Need
06 Crumbling
07 White Light
08 Die Catsaw!
09 Anna’s Song
10 Deadline

Line-up
Mimmo D’Oronzo – voce
Davide Giancane – chitarra
Giuliano Zarcone – chitarra
Anna Digiovanni – basso
Andrea Mariani – batteria

OVERKHAOS – Facebook

Infinitas – Civitas Interitus

Civitas Interitus è un lavoro piacevole, a tratti suggestivo, in altri più indicato per svuotare boccali di birra scura in qualche festa sperduta tra le vallate elvetiche: un album per divertirsi e, perché no, anche sognare.

Interessante progetto in arrivo dai monti della vicina Svizzera quello degli Infinitas, i quali danno alle stampe il loro primo full length.

La band, dalle forti connotazioni medievali, prende spunto da gruppi storici come gli Skyclad e debutta con Civitas Interitus, album dal sound che amalgama thrash, folk, reminiscenze power e qualche accenno estremom, dando vita ad un incalzante e a tratti epica storia fuori dal tempo.
Si potrebbe sintetizzare (come fa il gruppo stesso) in melodic thrash metal la musica che compone l’album, chiaramentedi matrice old school, su cui la cantante Andrea con buon impatto e interessanti soluzioni si destreggia con risultati che vanno aldilà delle aspettative.
Aggressiva e melodica, ma pur sempre d’impatto metal, la voce accompagna questi dieci brani, tra le foreste ed i castelli persi nelle Alpi in un tempo indefinito, se non per le ambientazioni epico folkloristiche che non solo accompagnano i brani più aggressivi (Alastor e Samael) ma creano atmosfere suadenti e pregne di sfumature tradizionali in tracce come la bellissima Amon, perla folk/thrash metal di questo lavoro.
Civitas Interitus è un lavoro piacevole, a tratti suggestivo, in altri più indicato per svuotare boccali di birra scura in qualche festa sperduta tra le vallate elvetiche: un album per divertirsi e, perché no, anche sognare.

Tracklist
1.The Die Is Cast
2.Alastor
3.Samael
4.Labartu
5.Aku Aku
6.Skylla
7.Rudra
8.Morrigan
9.Amon
10.A New Hope

Line-up
Andrea Böll – Vocals, Percussion
Laura Kalchofner – e-Recorder, Background Vocals
Pauli Betschart – Bass, Background Vocals
Pirmin Betschart – Drums, Vocals, Percussion, Clarinette
Selv Martone – Guitar, Virtual Instruments

INFINITAS – Facebook

Veins – Innocence

Nel sound dei Veins troviamo un thrash metal che non disdegna parti classiche e sfuriate metalliche che si trasformano, in un attimo, in bellissime ed atmosferiche parti acustiche.

Ci sono voluti tre anni ai Veins per licenziare il loro debutto discografico, ma diciamo subito che ne è valsa la pena.

Innocence è un concept che parla di giovani, del loro perdere ben presto l’innocenza dovendo affrontare un mondo sempre più difficile, mentre la disperata voglia di crescere per essere pronti ad affrontarlo si traduce in un death/thrash moderno, dal buon tasso tecnico e dall’impatto di un carro armato.
Rabbia, frustrazione e rancore che cresce per una società che, senza aspettare, mette il giovane individuo di fronte ad una vita sicuramente non simile a quella vista e raccontata da chi lo vuole mentalmente schiavo, mentre la tensione sale sempre più.
Il quartetto romano spiega tutto ciò con l’aiuto di bordate estreme che ricordano il death americano delle nuove generazioni (Lamb Of God), ma non solo, perché nel sound del gruppo troviamo un thrash metal che non disdegna parti classiche e sfuriate metalliche che si trasformano, in un attimo, in bellissime ed atmosferiche parti acustiche; le chitarre, da parte loro, sono protagoniste di riff e solos da applausi, mentre la voce urla, ma sa anche essere delicata, prima di tornare a sfogare rabbia con l’ausilio di una sezione ritmica personale, varia e potente.
Album ottimo per intensità e coinvolgimento, Innocence non concede tregua ed anche le parti in cui la tempesta elettrica lascia spazio a sfumature acustiche la tensione è sempre ai massimi livelli: Dawn, Dying, l’eccezionale Bullet In The Head, l’atmosfera intimista della title track che esplode in Take My Hand, fanno di questo debutto un prodotto consigliato agli amanti del genere.

Tracklist
01. Animula Vagula Blandula
02. Part I
03. Dawn
04. Reflections
05. Part II
06. Dying
07. Bullet In The Head
08. Innocence
09. Take My Hand
10. Time Doesn’t Exist

Line-up
Francesco De Canio – voce, chitarra
Lorenzo Natale – chitarra
Fabio Romano – basso
Riccardo Piazza – batteria

https://www.facebook.com/veins666

Dope Out – Scars & Stripes

Un ottimo album underground e una band in cui rifugiarsi quando la voglia di rock è tanta così come quella di un nome nuovo da fare vostro.

Quello tra hard rock e groove è un binomio che negli ultimi tempi si è consolidato grazie ad una miriade di uscite, più o meno interessanti, ma sicuramente tutte pregne di grinta ed irriverenza rock’n’roll.

I Dope Out arrivano da Parigi, il loro sound è statunitense di origine controllata, un hard & heavy potenziato da tonnellate di groove ed attitudine rock’n’roll appunto, come una band street impossessata dal demone del groove o semplicemente un hard rock band che suona cool (almeno di questi tempi).
Scars & Stripes è il secondo lavoro che segue di tre anni l’ album d’esordio Bad Seeds: si può dire tutto su questo lavoro, ma è indubbio che il sound in esso contenuto riesca a catturare l’attenzione dell’ascoltatore, bombardato da cannonate senza soluzione di continuità, con la melodia che fa a spallate con la mastodontica potenza ritmica e la sei corde che piazza solos che sprizzano rock’n’roll da tutti i pori.
Ritmiche rocciose, riff debordanti e chorus che si attaccano alla pelle come sanguisughe, sono le virtù di queste dieci deflagrazioni hard rock, dall’iniziale title track, passando per Dive, Lady Misfits e Balls To The Wall.
Ci si fa del male con Scars & Stripers, d’altronde difficilmente si riesce a stare fermi, mentre il mobilio di casa salta, sollecitato dal rock’n’roll moderno e pregno di groove del combo francese, tarantolato dopo essere stato sottoposto alle radiazioni rock di Sixx A.M., Velvet Revolver, Black Stone Cherry ed Alter Bridge.
Un ottimo album underground e una band in cui rifugiarsi quando la voglia di rock è tanta così come quella di un nome nuovo da fare vostro.

TRACKLIST
1.Scars & Stripes
2.Dive
3.The Freakshow
4.Lady Misfits
5.Clan Of Bats
6.Shooting Gun
7.Nose White
8.Balls To The Wall
9.Again
10.Soulmate

LINE-UP
Stoner – Vocals, Guitar
Crash – Lead Guitar, Backing vocals
Doc – Bass, Backing vocals
Mad – Drums

DOPE OUT – Facebook

Assent – We Are The New Black

I francesi Assent irrompono con il loro sound estremo, partendo da una base struttrata su un groove metal moderno, per contornarla di rabbioso black metal, sfumature atmosferiche e death melodico per un risultato sicuramente interessante.

Ottimo esordio in formato ep del duo francese Assent, cinque brani più intro di metal estremo vario, prodotto benissimo e dalle mille sfaccettature.

Opera che potete trovare in streaming sul web, We Are The New Black si sviluppa su una ventina di minuti abbondanti dove Grégoire Debord (chitarra) e .Aurélien Fouet-Barak (voce, basso e batteria programmata), aiutati da una manciata di musicisti della scena, irrompono con il loro sound estremo, partendo da una base struttrata su un groove metal moderno, per contornarla di rabbioso black metal, sfumature atmosferiche e death melodico per un risultato sicuramente interessante.
Si parte con un intro suggestiva, con viola, violoncello e violino che sfumano in un carillon, prima che gli strumenti elettrici entrino con tutta la loro potenza; la title track è un brano moderno e devastante in cui la voce pulita conferisce un tocco metalcore alla rabbiosa proposta del gruppo parigino, che mantiene alta la tensione con Reaching Out, perla estrema dove cambi di tempo e violenza vanno a braccetto con la parte melodica sempre tenuta in primo piano.
Apart Of Me e le melodie pianistiche di Remain In Darkness, brano dai rimandi post black, lasciano ad Insomnia il compito di darci l’arrivederci ad un eventuale full length che, mantenendo le premesse emerse da questo lavoro, potrebbe regalarci grandi soddisfazioni.

TRACKLIST
1.The Dust & the Screaming
2.We Are the New Black
3.Reaching Out
4.A Part of Me
5.Remain in Darkness
6.Insomnia

LINE-UP
Grégoire Debord – Guitars
Aurélien Fouet-Barak – Vocals, Bass, Drum Programming

ASSENT – Facebook