Vulgar Devils – Temptress Of The Dark

I Vulgar Devils non pretendono sicuramente di cambiare il corso della musica, bensì di farci passare mezz’ora di puro divertimento, peraltro riuscendoci …

Trentadue minuti di hard rock tripallico tra heavy metal e rock’n’roll, questo è Temptress Of The Dark, debutto del trio statunitense Vulgar Devils.

Licenziato dalla Pure Rock Records, l’album dei tre diavoli americani non mancherà di far saltare dalla poltrona più di un rocker, con il suo irriverente, ignorante ma assolutamente coinvolgente sound.
D’altronde la ricetta è semplice, e i tre cuochi usciti dalla cucina di hell’s metal non si sono fatti problemi a proporla a noi ingordi consumatori di hard rock.
Un pizzico di Motorhead, qualche spruzzata di Iron Maiden (For The Kill), una spolverata di Ac/Dc e tanto rock’n’roll, per un piatto ricco di adrenalina ed elettricità.
Temptress Of The Dark è il classico lavoro che nella sua diretta e semplice struttura conquista al primo ascolto e non si può fare a meno di scapocciare al frenetico ritmo dell’opener Devil Love, dell’hard rock scarno ed essenziale di Come And Get It, per poi urlare al cielo gli inni metallici For The Kill e Forget About Tomorrow.
Poco più di mezzora, tempistica perfetta per sparare a mitraglia una serie di brani che sono lampi metal rock nel buio della musica odierna, mandando al diavolo (ogni riferimento è voluto) tecnica ed eleganza per pogare fino allo sfinimento con questi tre rocker dall’attitudine old school.
I Vulgar Devils non pretendono sicuramente di cambiare il corso della musica, bensì di farci passare mezz’ora di puro divertimento, peraltro riuscendoci …

TRACKLIST
1. Devil Love
2. Come And Get It
3. For The Kill
4. Forget About Tomorrow
5. Worlds End
6. Slump Buster
7. Temptress Of The Dark
8. Vulgar Devils

LINE-UP
Vulgar Dave Overkill – vocals, guitar
Erin Lung – bass
Matt Flammable – drums

VULGAR DEVILS – Facebook

Mars Era – Dharmanaut

Dharmanaut non è un disco comune grazie alla sua intensità e potenza, con un’ottima unione fra desert stoner e psych settanta, e ci si può trovare anche uno spruzzo di grunge.

I Mars Era sono nati a Firenze nel 2014, ispirandosi allo stoner, e più in particolare alla scena desertica statunitense che tante gioie ha regalato.

Per il loro debutto discografico però questi ragazzi vanno ben oltre, confezionando un concept album che si basa sull’idea di un lungo dialogo fra lo Ying e lo Yang, che ci riporta al dualismo fra bene e male e a tanti altri dualismi sia della filosofia orientale che di quella occidentale. La musica dei Mars Era è molto energica e di forte impronta settantiana, con una potente benzina di modernità. Il disco è molto bello, con canzoni veloci ed altri momenti maggiormente dilatati, e stupisce la maturità sonora di questo gruppo esordiente, che certamente non propone novità rivoluzionarie, ma confeziona un disco molto ben fatto e piacevole, intenso e coinvolgente. Il suono è vitaminico e ben bilanciato, con una forte impronta anni settanta come si diceva prima, e partendo da qui i Mars Era sviluppano un suono peculiare ed importante, ben definito e con ulteriori margini di miglioramento. Dharmanaut non è un disco comune grazie alla sua intensità e potenza, con un’ottima unione fra desert stoner e psych settanta, e ci si può trovare anche uno spruzzo di grunge. Il concept si sviluppa con un film accompagnato da una musica davvero notevole, che rende l’opera molto interessante. Disco di rara intensità e pathos che spalanca un futuro davanti ai Mars Era.

TRACKLIST
01. Enemy Was a Friend of Mine
02. Emprisoned
03. The Leap
04. Revolution
05. Red Eclipse
06. Licancabur
07. Desolate Wasteland

LINE-UP
M. Verdelli _guitars
D. Ferrara_vocals
L. Storai_bass
T. Tassi_drums

MARS ERA – Facebook

Heart Avail – Heart Avail

Buon esordio per una band che sa di non poter strafare e si accontenta di dosare in buona misura grinta e melodie gotiche: per gli amanti di Evanescence e Within Temptation un ascolto soddisfacente.

Nuova proposta, in arrivo dagli States, di hard gothic metal sulla scia di Evanescence e Within Temptation, con un tocco moderno nelle ritmiche e nei suoni di chitarra prettamente americani che non guastano affatto.

Partendo da una base gothic metal, gli Heart Avail, band di Spokane capitanata dall’ugola della singer Aleisha Simpson, immettono nel proprio sound pesanti dosi di metal alternativo, a tratti potente, in altri sincopato e melodico stile primi Lacuna Coil, così da variare quel tanto che basta il mood dei brani presenti (cinque) tutti circondati da un’aura di già sentito ma tutto sommato carini.
La band è al debutto, quindi potenzialmente dal sound migliorabile anche se la Simpson è molto brava e le tracce si lasciano ascoltare, tra gothic ed alternative metal che si prendono a spintoni per regnare sul sound delle varie Broken Fairytale, dell’ottima Always e della conclusiva, metallica Pink Lace.
In sintesi, buon esordio per una band che sa di non poter strafare e si accontenta di dosare in buona misura grinta e melodie gotiche: per gli amanti di Evanescence e Within Temptation un ascolto soddisfacente.

TRACKLIST
1.Broken Fairytale
2.Vacillation
3.Always
4.No Remorse
5.Pink Lace

LINE-UP
Aleisha Simpson – Vocals
Greg Hanson – Guitar
Mick Barnes – Bass
Seamus Gleason – Drums

HEART AVAIL – Facebook

The Great Saunites – Green

I The Great Saunites spingono in maniera decisa e senza tentennamenti verso un impatto lisergico che avvolge nelle sue insidiose e piacevoli spire l’ascoltatore.

Dopo oltre 3 anni dall’ottimo The Ivy, del quale avevo già avuto occasione di parlare sulle pagine di In Your Eyes, e circa ad uno di distanza da Nero, arriva l’atto secondo della trilogia iniziata proprio con quest’ultimo lavoro da parte dei lombardi The Great Saunites.

Rispetto ai due lavori precedenti, il duo composto da Atros e Leonard K. Layola spinge in maniera decisa e senza tentennamenti verso un impatto lisergico che avvolge nelle sue insidiose e piacevoli spire l’ascoltatore di turno: i brani sono solo due ma, insieme, assommano più di tre quarti d’ora di musica, con Dhaneb che martella implacabilmente reiterando le poche variazioni sul tema fino a portare all’assuefazione, ed Antares che viaggia sulla stessa falsariga, con la grande differenza che, mentre la prima traccia si placa nella sua parte finale, la seconda dopo circa un quarto d’ora intensifica ulteriormente suoni e ritmi.
Anche se qualcuno potrà sostenere che The Ivy fosse senz’altro più vario, alla luce della sua distribuzione su cinque brani piuttosto diversi tra loro, personalmente ritengo che, con Green, la band riesca a focalizzare molto meglio le proprie naturali pulsioni, lasciando da parte una vena sperimentale che, invece, era stata evidenziata maggiormente in Nero: a livello di approccio, inoltre, Green sembra ripartire da quello che era il brano migliore dell’album d’esordio, Medjugorje, del quale riprende l’impagabile ed ossessivo incedere.
Ciò che ne resta (molto) è una sorta di lunghissima jam session nella quale la noia è bandita se si hanno nel proprio dna i primi Pink Floyd, gli Hawkwind o gli stessi Ozric Tentacles, rispetto ai quali però i The Great Saunites possiedono un’anima ben più robusta.
Per chi apprezza i nomi succitati Green è un’opera che darà molte soddisfazioni, mentre magari potrebbe trovare qualche ostacolo in più nel penetrare in chi non ha familiarità con questi suoni: di sicuro, il fatto che quest’album sia di assoluto valore è un dato oggettivo, che depone a favore delle doti compositive dei The Great Saunites, capaci di provocare con la loro musica alterazioni di coscienza senza dover ricorrere a sostanze illegali, nonché in grado di prodursi in una progressione stilistica costate e priva di calcoli di convenienza.

Tracklist:
1. Dhaneb
2. Antares

Line-up:
Atros – basso
Leonard K. Layola – batteria, tastiere, chitarra

THE GREAT SAUNITES – Facebook

Eddy Malm Band – Northern Lights

Northern Lights è un ritorno all’hard rock classico, magari vintage, per qualcuno addirittura obsoleto, ma assolutamente irresistibile.

Non so quanti di voi, a meno che non siate ormai sulla via del mezzo secolo di vita, oppure cultori dell’ hard & heavy classico conosceranno Eddy Malm, un passato nei cult metallers svedesi Heavy Load e negli Highbrow, prima di sparire nell’oblio metallico.

L’incontro sul finire del secolo con Per Hesselrud gettò le basi per questo album, uscito come Eddy Malm Band ma, in tutto e per tutto figlio del sound dello storico gruppo svedese.
E l’anima degli Heavy Load rinasce in questa raccolta di brani tra inediti e tracce riarrangiate per l’occasione, battezzato Northern Lights.
Hard & heavy old school e non poteva essere altrimenti con un Malm in piena forma, una produzione vintage che però questa volta risulta perfetta per valorizzare canzoni che spaziano tra roboante rock da classifica (dell’epoca, ovviamente), fughe metalliche su sei corde che tanto hanno insegnato a Malmsteen (tanto per citare il più famoso tra gli eredi) e bruciante rock che, con lo sguardo alla Gran Bretagna, si divide tra sfumature epiche e forti richiami ai Thin Lizzy.
Una quarantina di minuti nella storia del genere, con Hesselrud che fa il fenomeno con la sei corde senza perdere una goccia di feeling ed una sezione ritmica rocciosa, composta da Tomas Malmfors al basso e Micke Kerslow alle pelli.
Licenziato dalla No Remorse, Northern Lights è un ritorno all’hard rock classico, magari vintage, per qualcuno addirittura obsoleto, ma assolutamente irresistibile.

TRACKLIST
1. Saturday Night
2. Heart Of A Warrior
3. I Had Enough
4. Turn It Down
5. Nasty Women
6. Dark Nights
7. Get Out Of Here
8. Danger
9. A Loser
10. Northern Lights

LINE-UP
Eddy Malm – Lead vocals
Per Hesselrud – Lead and rythm guitars, EBow, background vocals
Tomas Malmfors – Bass, background vocals
Micke Kerslow – Drums, percussion, background vocals

EDDY MALM BAND – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=CG30BZKHOvU

Cowards – Still

Un ep fuori dal comune, potentissimo e bellissimo, di un gruppo tra i migliori nel panorama pesante mondiale.

I Cowards sono, in breve sintesi, un fenomenale gruppo di noise hardcore, con elementi sludge, ma soprattutto puntano alla vostra giugulare.

Raramente ascolterete un ep dell’intensità di Still, perché questi ragazzi francesi nelle loro canzoni mettono un quantità di rumore e pesantezza davvero notevoli, e si è notevolmente attratti da questo suono. Disperazione, urgenza e forse noia, quale sia la molla ben venga se la musica che ne esce fuori è questa. Dopo il secondo disco del 2015, Rise Of The Infamy, che è un’altra eccelsa opera, eccoli tornare a beve giro di posta su Throatruiner Records, garanzia di musica pesante e pensante. Still è un’ ep, tra l’altro in free download, che non vi lascerà un attimo di tregua, vi seguirà ovunque gridare con le cuffie, insieme ai Cowards, perché questo è veleno che ci si inietta per tentare di sopravvivere. Prendete i Converge, buttateli nella mischia noise anni novanta newyorchese, e capirete vagamene cosa siano i Cowards. Dato che questi ragazzi non sono un gruppo normale, i primi due pezzi sono loro inediti, mentre You Belong To Me è una canzone dei Police (che testimonia pure quanto fossero avanti Sting e soci) fatta alla Cowards, e scorre il sangue. One Night in Any City è la libera rielaborazione di One Night In New York degli Horrorist. Un ep fuori dal comune, potentissimo e bellissimo, di un gruppo tra i migliori nel panorama pesante mondiale.

TRACKLIST
1.Still (Paris Most Nothing)
2.Empty Eyes Smiles
3.Like Us (feat. Matthias Jungbluth)
4.You Belong To Me (*** ****** cover)
5.One Night In Any City (The Horrorist cover)

LINE-UP
Membri
J. H. – Chant
C. L. – Batterie
G. T. – Basse
T. A. – Guitare
A. L. – Guitare

COWARDS – Facebook

The Chasing Monster – Tales

Tales è un’opera d’arte, intesa nel senso più completo del termine: fatela vostra, ne godrete, vi commuoverete ed amerete il lavoro di questi ragazzi.

I viterbesi The Chasing Monster sono una band di formazione recente e, nonostante questo, hanno già modificato in maniera sensibile l’approccio rispetto agli esordi.

Dalle tendenze post hardcore racchiuse nell’ep autointitolato del 2014 giungono, infatti, con questo primo full length, ad esplorare territori post rock dalla struttura prevalentemente strumentale, ma arricchita dal ricorso a spoken word.
Nel caso di Tales, i ragazzi laziali si spingono anche oltre, offrendo, oltre alla versione standard, anche quella extended che porta come sottotitolo Today, Our Last Day On Earth, nella quale i vari brani vengono legati l’uno all’altro da una storia che racconta, appunto, le ultime fasi dell’esistenza terrena dei due protagonisti.
Un’operazione, questa, che si addice alla perfezione allo stile dei The Chasing Monster, autori di oltre quaranta minuti di musica intrisa di poesia e sempre pervasa, al contempo, da una malinconia di fondo che sfocia frequentemente in passaggi di grande impatto emotivo; personalmente ritengo un brano come The Porcupine Dilemma un vero e proprio capolavoro, che ha il solo difetto, paradossalmente, di offuscare con la sua struggente e drammatica bellezza altri brani di livello superiore alla media come Itai, La Costante e Today, Our Last Day On Earth, senza per questo dimenticare tutti gli altri.
Non so se la band abbia del tutto la percezione della portata di un lavoro del genere, anche perché, operando in un paese dalla ricettività del tutto relativa per tutto ciò che non sia di immediata fruizione, c’è il rischio di sottostimare il proprio potenziale, accontentandosi di quel minimo sindacale di consensi che dalle nostre parti appare già un risultato rilevante per chi opera al di fuori del mainstream.
Apro questo fronte ricollegandomi alla presenza di Theodore Freidolph, chitarrista degli Acres, quale ospite nel brano La Costante: il gruppo britannico, attivo da più tempo e fautore una forma di post rock senz’altro più abbordabile, in patria gode di un consenso meritato ma che, se lo si paragona a quello dei The Chasing Monster, appare sproporzionato rispetto al valore delle due band, segno che il problema è evidentemente tutto italiano.
Per questo invoco la massima attenzione ed il supporto, da parte di tutti gli addetti ai lavori, nei confronti del gruppo laziale: la nostra è una webzine piccola, attiva solo da qualche mese in maniera autonoma e di conseguenza in grado di raggiungere un numero ancora limitato di persone, ma mi auguro che le mie parole siano di stimolo a qualcuno di ben altro “peso”, affinché spinga un pubblico più ampio a godere di questo splendido lavoro.
Tales, nonostante la sua propensione chiaramente strumentale, sfugge alle controindicazioni che la soluzione alla lunga può comportare, grazie all’inserimento delle spoken word che, pur non sostituendo del tutto le parti cantate, conferiscono ai brani una sembianza diversa, attirando maggiormente l’attenzione dell’ascoltatore; poi, e è evidente che tutto risulterebbe vano se non ci fosse dietro una band come i The Chasing Monster, in grado di offrire con grande continuità momenti ora liquidi, ora più robusti, ma sempre intrisi di linee melodiche splendide, elemento fondamentale nell’economia di un album che non patisce neppure per un attimo di passaggi a vuoto o di riempitivi.
Tales è un’opera d’arte, intesa nel senso più completo del termine: fatela vostra, ne godrete, vi commuoverete ed amerete il lavoro di questi ragazzi.

Tracklist
1. Act I *
2. Itai
3. Act II *
4. The Porcupine Dilemma
5. Act III *
6. The Girl Who Travelled The World
7. Act IV *
8. Albatross
9. La Costante (feat. Theodore Freidolph from Acres)
10. Act V *
11. Creature
12. Today, Our Last Day On Earth

Line-up:
Leonardo Capotondi – Chitarra
Edoardo De Santis – Batteria
Riccardo Muzzi – Basso
Alessio Bartocci – Chitarra
Daniele Pezzato – Chitarra

THE CHASING MONSTER – Facebook

The Brain Washing Machine – Connections

Il sound è deciso, urgente, le note desertiche arrivano stonate ma piene di grinta heavy, mentre i The Brain Waghing Machine si fanno apprezzare anche nei momenti leggermente più introspettivi.

E non dite che nel nostro paese non si suona stoner rock !

Dalle Alpi alle terre che si affacciano sui deserti africani (che non saranno quelli americani ma in quanto a sabbia e caldo…) il nostro stivale pullula di gruppi heavy rock che all’hard rock moderno aggiungono sfumature settantiane e stoner di origine controllata, made in Sky Valley, così da uscirsene con bombe rock che, se lanciate in un cratere, sveglierebbero anche il più addormentato dei vulcani, devastando di lava e cenere le città della nostra penisola.
Nati più di dieci anni fa e con una più che rispettata attività live in compagnia di The Quill, Exilia e Karma To Burn, i padovani The Brain Washing Machine arrivano al secondo lavoro sulla lunga distanza dopo gli ottimi riscontri ottenuti con Seven Years Later, debutto licenziato nel 2013.
Il loro hard rock unisce come descritto rock zeppeliniano, alternative e stoner, niente di nuovo direte voi, di questi tempi: vero, ma il gruppo veneto lo fa con una grinta da heavy metal band, un appeal americano e quel tocco stonerizzato che sa tanto di desertiche passeggiate.
L’opener, che riprende il monicker del gruppo, è un clamoroso attacco alle coronarie tra ultimi Zeppelin e i primi Soundgarden, quelli selvaggi di una Seattle imprigionata dalla pioggia e lontana dai riflettori del music biz.
Il sound è deciso, urgente, le note desertiche arrivano stonate ma piene di grinta heavy (la title track, Waiting The Blow), mentre il quartetto si fa apprezzare anche nei momenti leggermente più introspettivi, come se riprendesse respiro per tornare ad esplodere in riff che avvicinano terribilmente ora i Black Label Society e gli Alice in Chains, ora i Kyuss con i Jane’s Addiction in un turbinio di varianti rock di rara efficacia.
Ottima la prova dei quattro musicisti, con il drummer Sidd a lasciare le braccia sulle pelli distrutte del suo drumkit, il cantante Baldo a trovare a tratti la magia del giovane Perry Farrell, il bassista Berto intento ad assecondare il suo compagno di ritmiche e la sei corde del chitarrista Muten, incisiva e graffiante.
Un ascolto obbligato per gli amanti del genere, ancora una volta prodotto una band italiana: sono bei tempi, questi, per l’underground nazionale a livello qualitativo.

TRACKLIST
1.The Brain Washing Machine
2.Are You Happy?
3.Connections
4.Reset
5.Restless Night
6.The Show
7.Waiting The Blow
8.Let Your Body Go
9.Feel Inside
10.Holy Planet

LINE-UP
Marco “Baldo” Baldassa – Vocals
Riccardo “Muten” Morandin – Guitars
Alberto “Berto” Chillon – Bass
Luca “Sidd” Baggio – Drums

THE BRAIN WASHING MACHINE – Facebook

Pain Of Salvation – In the Passing Light of Day

Daniel Gildenlöw riversa in questo disco tutte le esperienze vissute in questi ultimi anni, mettendosi a nudo di fronte agli ascoltatori e realizzando, con il fondamentale contributo dei suoi compagni d’avventura, il disco forse più maturo e completo dei Pain Of Salvation.

Negli anni a cavallo del nuovo millennio i Pain Of Salvation si palesarono sulla scena musicale come una sorta di inattesa supernova, proponendosi come band capace di rileggere, finalmente in maniera personale, fresca ed esaltante, la materia progressive, ammantandola di una robusta intelaiatura metallica e rifuggendo sempre il pericolo del tecnicismo fine a sé stesso.

Personalmente, dal 1997, anno di uscita dell’album d’esordio Entropia, fino al 2002, quando venne pubblicato Remedy Lane, ho considerato la band di Daniel Gildenlöw la manifestazione più eccitante e luminosa di talento musicale che quegli anni ci avessero regalato, riuscendo nella non facile impresa di lasciar riposare sugli scaffali, per molto più tempo del solito, i dischi dei grandi del passato, prossimo o remoto a seconda della sponda di approdo di ciascuno al prog metal (etichetta di comodo che è sempre stata stretta ai Pain Of Salvation).
Poi, quando tutti attendevano l’annunciata parte seconda del capolavoro The Perfect Element, arrivò invece Be, opera ambiziosa che provocò reazioni contrastanti e che, al di là di chi avesse torto o ragione, segnò l’inizio di una fase musicale sempre di alto livello ma, a mio avviso, meno brillante ed innovativa: seguirono infatti il controverso Scarsick e i due Road Salt, dischi questi ultimi senz’altro riusciti e capaci di portare nuovi estimatori alla band, ma decisamente differenti e in qualche modo dall’impatto meno dirompente rispetto ai primi quattro lavori.
Dopo di che il proscenio venne preso dall‘imprevedibilità della vita, ovvero la malattia gravissima che colpì Daniel nel 2014, seguita, fortunatamente, dalla sua lenta ma definitiva ripresa: un fatto del genere lascerebbe il segno in chiunque, figuriamoci in un artista di rara sensibilità come il musicista svedese. Tutto questo ha contribuito a far maturare, successivamente, un lavoro come In the Passing Light of Day che, fin dal titolo, è del tutto intriso di tematiche inerenti l’esile confine che separa la vita dalla morte e il concentrato di sensazioni e stati d’animo derivanti: tutti aspetti, questi, che assumono un altro spessore quando a parlarne è qualcuno rimasto sospeso a lungo su quella sottile fune, rischiando seriamente di piombare nel baratro.
Ne consegue che questo atteso album è il più duro e, al contempo, il più cupo tra quelli mai usciti a nome Pain Of Salvation, ritornando stilisticamente ai fasti di The Perfect Element, laddove la robustezza delle partiture metal andavano a sposarsi con naturalezza ad aperture melodiche capaci di commuovere ed imprimersi per sempre nella mente dell’ascoltatore; è anche vero, d’altronde, che a livello di tematiche lo si potrebbe considerare piuttosto l’ideale seguito di Remedy Lane, disco che non a caso viene citato in diversi momenti, soprattutto nei brani conclusivi.
Tutto questo ci conduce, tanto per sgombrare il campo da equivoci ed andare dritti al punto, al primo capolavoro di questo 2017, nonché all’album che, chi aveva amato i Pain Of Salvation nella prima fase della loro carriera, pensava di aver perso definitivamente la possibilità di ascoltare.
Detto questo, è necessaria una doverosa avvertenza: In the Passing Light of Day necessita d’essere ascoltato con la dovuta dedizione più e più volte, e solo dopo almeno 4 o 5 passaggi diverrà oggetto di un loop dal quale difficilmente ci si riuscirà a sottrarre.
L’impatto iniziale non lascia dubbi: l’incipit strumentale di On a Tuesday è metal ai limiti del djent, prima di aprirsi al più familiare riffing di matrice Pain Of Salvation, mentre le prime parole sussurrate da Gildenlöw, idealmente nel suo letto d’ospedale, fanno rabbrividire (sono nato in questo edificio / fu il primo martedì che io avessi mai visto / e se vivo fino a domani / quello sarà il mio martedì numero 2119) rivelando quella che sarà la portata emotiva dell’intero lavoro: la robustezza delle linee sonore si alterna a melodie vocali nelle quali, per la prima volta nella storia della band svedese, il leader si alterna ad un altro componente della band, il chitarrista islandese Ragnar Zolberg, dotato di una timbrica più sottile che ben si integra con quella di Daniel.
Tongues of God, che arriva subito dopo è una traccia notevole e dai toni robusti quanto oscuri, che non possiede però lo stesso carico emotivo di tutti gli altri brani: il primo di questi è Meaningless, per il quale è stato girato anche un video, secondo alcuni di dubbio gusto ma che, in realtà, se si ascoltano con attenzione le parole e lo si inquadra correttamente nel contesto lirico dell’album, appare crudo quanto funzionale alla causa; musicalmente non si rinvengono i crismi canonici del singolo apripista, essendo tutt’altro che una canzone orecchiabile, se si eccettua un chorus reso trascinante dal ricorso alle due voci all’unisono.
Silent Gold riporta l’album a toni più riflessivi e poetici, trattandosi di una e vera e propria ballad che prepara il terreno al quarto d’ora più robusto dell’album, rappresentato dalla magnifica Full Throttle Tribe e da Reasons, secondo brano scelto per essere accompagnato da un video: nella prima canzone si possono già cogliere accenni, pur se non troppo espliciti, a Remedy Lane, e riascoltare certe note è una sorta di ritorno a casa per gli estimatori di vecchia data dei Pain Of Salvation, sempre tenendo conto che il tutto non fa venire meno il pathos e la drammaticità dell’album e che l’ultimo minuto e mezzo riversa una dote di violenza degna dei connazionali Meshuggah (non del tutto un caso, se si pensa che l’ottimo bassista Gustaf Hielm ne ha fatto parte dal ’95 al ’98). Reasons riparte come si era chiusa la traccia precedente, rivelandosi alla fine l’episodio più definibile a ragion veduta come prog metal dell’intero album, nel suo alternare sfuriate di matrice djent e stop and go a melodie cristalline e deliziose parti corali.
Qui termina la prima metà dell’album e ne inizia un altra nella quale vengono quasi del tutto abbandonate le pulsioni metalliche, per regalare una mezz’ora abbondante di emozioni a profusione, difficili da descrivere se non dicendo che Angels of Broken Things possiede una tensione sempre sul punto di esplodere fino al prolungato sfogo chitarristico di un eccellente Zogberg, che The Taming of a Beast gode di un crescendo inarrestabile e che If This Is the End è, semplicemente, il brano più drammatico e intenso che i Pain Of Salvation abbiamo mai inciso, beneficiando dell’interpretazione sentita di chi ha vissuto davvero sulla propria pelle tutto quanto viene raccontato, inclusa l’invocazione rabbiosa di Dio, un momento capace di accomunare in certe circostanze atei e credenti, pur se con approcci diametralmente opposti.
Resta da parlare brevemente dell’ultima e lunghissima canzone, la title track, non a caso summa e manifesto sonoro e lirico dell’album, con suoi richiami (ora sì più scoperti) a Remedy Lane: un quarto d’ora in cui i Pain Of Salvation si concedono un lungo quanto gradito congedo, lasciandoci in eredità un nuovo e grande album che li riporta meritatamente nel ristretto novero delle band contemporanee per le quali ogni aggettivo appare superfluo ed ogni paragone fuori luogo.
Daniel Gildenlöw riversa in questo disco tutte le esperienze vissute in questi ultimi anni, mettendosi a nudo di fronte agli ascoltatori e realizzando, così, con il fondamentale contributo dei suoi compagni d’avventura, il disco forse più maturo e completo della storia della sua creatura; anche chi non dovesse trovarsi d’accordo con le mie valutazioni sulle diverse fasi del percorso dei Pain Of Salvation, non potrà fare a meno di approvare questa nuova svolta che non rappresenta, comunque, una completa inversione di marcia, bensì la definitiva forma di coesione tra le diverse espressioni musicali da loro esibite in questi vent’anni.
Mi piace l’idea di chiudere questa recensione riprendendo una dichiarazione di Daniel riportata nelle note di accompagnamento al promo dell’album, utile a capire quanto lo spessore dell’uomo non sia certo inferiore rispetto a quello del musicista : “ … quando sono uscito (dall’ospedale) ho dovuto imparare di nuovo come fare le scale. NON ho imparato, invece, che è necessario trascorrere più tempo con la mia famiglia, NON ho imparato che dovrei sprecare meno tempo della mia vita preoccupandomi o stressandomi, NON ho imparato che la vita è preziosa e che lo è ogni suo singolo secondo. No, io non ho imparato tutte queste cose, semplicemente perché già le conservavo nel mio cuore. Noi tutti lo facciamo. Le nostre priorità non cambiano di fronte alla morte, vengono solo rafforzate …
Grazie Daniel, anche solo per queste parole …

Tracklist:
1. On a Tuesday
2. Tongue of God
3. Meaningless
4. Silent Gold
5. Full Throttle Tribe
6. Reasons
7. Angels of Broken Things
8. The Taming of a Beast
9. If This Is the End
10. The Passing Light of Day

Line-up:
Daniel Gildenlöw – vocals, guitars, lute, additional keyboards, additional bass, additional drums and percussion, accordion, zither
Ragnar Zolberg – guitars, vocals, additional keyboards, samplers, accordion, zither
Daniel D2 Karlsson – grand piano, upright, keyboards, backing vocals
Gustaf Hielm – bass, backing vocals
Léo Margarit – drums, percussion, backing vocals

PAIN OF SALVATION – Facebook

Scream Of The Soul – Children Of Yesterday

Siamo solo agli inizi, ma gli Scream Of The Soul promettono molto: cercheremo di non perderli di vista, nel frattempo cercatevi questo gioiellino di hard rock.

L’Ethereal Sound Works è una delle label underground più importanti del Portogallo e non manca di farci partecipi delle ottime realtà che, dal metal estremo all’hard rock, si aggirano per la terra lusitana, non solo patria dei Moonspell ma con una sua profonda tradizione per quanto riguarda il metal/rock.

Ultimo gruppo proposto dall’etichetta sono gli Scream Of The Soul, quattro rockers provenienti da Vila Nova de Famalicão nel nord del Portogallo, e il loro primo album viene licenziato dopo aver dato alle stampe un ep, ormai sei anni fa, dal titolo Pathfinder.
Prodotto dal guru lusitano Pedro Alves, Children Of Yesterday è un hard rock album che spazia tra le sonorità classiche del periodo settantiano (Deep Purple) e hard rock moderno, creando atmosfere cangianti, dettate dal sempre presente hammond, arma in più del combo e del suo sound.
Infatti le tastiere sono protagoniste di questa fusione ben bilanciata tra suoni moderni e sfumature tradizionali, così, mentre la chitarra e le ritmiche mantengono un’aggressività di stampo grunge, le tastiere impregnano la musica del gruppo di fumi settantiani, tra Deep Purple ed un tocco immancabile di Led Zeppelin.
Ottime The Exorcist, Rainbow Night e Spectrum, ma è tutta la mezz’ora di durata che funziona alla grande, mettendo in mostra un quartetto affiatato e ogni pezzo del puzzle musicale è al posto giusto per regalare rock duro di buon livello.
Siamo solo agli inizi, ma gli Scream Of The Soul promettono molto: cercheremo di non perderli di vista, nel frattempo cercatevi questo gioiellino di hard rock.

TRACKLIST
1.Oblivious Waters
2.The Exorcist
3.Snail
4.Rainbow Knight
5.Brothers In Heart
6.Spectrum
7.Spiritual Leprosy

LINE-UP
Cristiano Silva – Guitars, Vocals
Andrè Silva – Bass
Rudi Sliva – Keyboards
Alexandre Vale – Drums

40 Watt Sun – Wider Than The Sky

Musica che risulta di difficile metabolizzazione nel suo dilatarsi all’infinito, perdendo non pochi punti per quanto riguarda la fruibilità e l’ interesse da parte dell’ascoltatore.

I 40 Watt Sun sono un trio londinese che con il primo album, uscito ormai più di cinque anni fa, aveva fatto gridare al miracolo gli addetti ai lavori ed i fans del doom.

Ma il metal, oggi, non fa più parte del sound del gruppo, ed in questo nuovo album vengono abbandonate la lentezza e la potenza del doom a favore di un alternative rock intimista, ipnotizzante e minimale.
Il ripetersi di accordi e melodie all’infinito porta inevitabilmente ad uno stato comatoso: Wider Than The Sky accentua l’ossessività dei nostri nel voler trascinare l’ascoltatore in un mondo parallelo, fermo al primo minuto ed alle prime note per poi continuare a proporre imperterrito la stessa atmosfera per oltre un’ora.
La voce di Patrick Walker accompagna la musica con quel tono che ricorda non poco Michael Stipe dei R.E.M, mentre Beyond You cambia di poco i propri parametri rispetto ai sedici minuti dell’opener Stages.
Una musica che non lascia indifferenti, perché la si ama per quello che sa regalare in termini di rilassatezza e pace interiore, o la si odia per gli stessi motivi, anche perché il cambiamento rispetto al primo album (The Inside Room) è notevole, tanto che dal confronto paiono scaturire lavori prodotti da due band diverse.
Fuori i fans del doom e dentro gli alternative rockers, forse ancora più provati dei primi, però, nel dover digerire tracce plumbee e dilatate come Another Room e Craven Road, mentre gli accordi continuano a ripetersi senza all’apparenza trovare la via per una conclusione che arriva inaspettata, così come il brano era iniziato.
Quella dei 40 Watt Sun è oggi musica che risulta di difficile metabolizzazione nel suo dilatarsi all’infinito, perdendo non pochi punti per quanto riguarda la fruibilità e l’ interesse da parte dell’ascoltatore.

TRACKLIST
1.Stages
2.Beyond You
3.Another Room
4.Pictures
5.Craven Road
6.Marazion

LINE-UP
William Spong – Bass
Christian Leitch – Drums
Patrick Walker – Guitars, Vocals

40 WATT SUN – Facebook

Wizard – The Evolution Of Love

Debutto con i fiocchi, The Evolution Of Love merita tutta l’attenzione degli amanti della buona musica, sperando che il trio possa recuperare, con gli interessi, il tempo trascorso prima di tagliare questo traguardo.

Finalmente giungono al traguardo del primo full length gli storici hard rockers napoletani Wizard, un trio fondato dal bassista Roy Zaniel e dal batterista Rino Musella, addirittura sul finire degli anni settanta.

Il gruppo campan,o dopo anni di attività live ed una serie di demo, dà così continuità alla sua discografia, dopo l’ep Straight to the Unknown, uscito un paio di anni fa.
The Evolution Of Love è dunque il primo lavoro su lunga distanza per uno dei gruppi più longevi dell’hard rock napoletano: magari poco conosciuti fuori regione, anche per la discografia piuttosto scarna, i Wizard si palesano come realtà di grande spessore, grazie ad un sound che, ovviamente, attinge dal decennio settantiano, ma senza risultare assolutamente vintage o nostalgico.
Melodie, buone soluzioni ritmiche che passano dal progressive al funky rock, ed una naturale predisposizione per il rock strumentale, seguito ovviamente dal tocco bluesy che è insito nei gruppi hard rock di ispirazione settantiana, sono le principali caratteristiche del trio, e il loro riferimento principale non può che essere il Glenn Hughes solista, assieme a Deep Purple e Led Zeppelin, il tutto amalgamato con la componete groove che accompagna la musica degli Wizard nel nuovo millennio.
Ad aprire le danze ci pensa il rock strumentale di W3/79, che verrà bissato nel corso dell’album dal capolavoro Metaphysical Journey, altro strumentale purpleiano dalle ottime reminiscenze progressive, poi The Evolution Of Love diviene un un emozionante viaggio nell’hard rock degli ultimi trent’anni, con un stile ora aggressivo (The Walking Dead), ora melodico e sognante (The Eden), e infine stupendamente progressivo nella conclusiva Lucy Is Coming.
Debutto con i fiocchi, The Evolution Of Love merita tutta l’attenzione degli amanti della buona musica, sperando che il trio possa recuperare, con gli interessi, il tempo trascorso prima di tagliare questo traguardo.

TRACKLIST
1.W3/79
2.You got the feeling
3.The walking dead
4.Intro
5.Take me away
6.Mainline
7.Loneliness
8.The Eden
9.Metaphysical Journey
10.The evolution of love
11.Lucy is coming

LINE-UP
Roy Zaniel – Bass, Vocals
Rino Musella – Drums
Marco Perrone – Guitars

WIZARD – Facebook

Hydronika – Alberi Dai Muri

Un disco che potrebbe essere tranquillamente tra i migliori dell’anno in campo rock, per chi ama fare classifiche, ma il consiglio è quello di ascoltare Alberi Dai Muri, perché ne vale davvero la pena e vi farà stare bene.

Gruppo campano fautore di un buon rock incentrato sulla tradizione italiana e sulla sua buona capacita compositiva.

La particolarità degli Hydronika è sapere coniugare molto bene testi affatto comuni con un rock felicemente imbastardito con altri generi, per arrivare ad un risultato molto accattivante e piacevole. La loro padronanza tecnica certamente porta qualità e si distaccano, per questo, da molti altri gruppi sia nostrani che non. Gli Hydronika nascono nel 2004 con una formazione molto diversa da quella attuale; nel 2006, dopo una grande attività dal vivo, arrivano a pubblicare il primo disco omonimo. Nel 2009 arriva Attraverso, completamente autoprodotto e disponibile in free download dal loro sito, il che li porta a a totalizzare più di 10.000 downlaod, confermando la felicità di tale scelta. Dopo sette anni e vari problemi di formazione, i ragazzi campani sono tornati con un gran bel disco che ripaga il loro entusiasmo e che è davvero notevole. Sentire gli Hydronika potrebbe cambiare la concezione che molti hanno erroneamente del rock italiano, soprattutto per colpa di band qualitativamente scarse, sebbene di successo. Gli Hydronika fanno canzoni molto belle e piacevoli, ci si diverte a sentire questo album, ma ci si emoziona pure, e poi in più c’è una musicalità davvero notevole che lo pervade. Un disco che potrebbe essere tranquillamente tra i migliori dell’anno in campo rock, per chi ama fare classifiche, ma il consiglio è quello di ascoltare Alberi Dai Muri, perché ne vale davvero la pena e vi farà stare bene.

TRACKLIST
1.La caduta
2.Contro tempo
3.Campione
4.Essenza
5.Radio Caroline
6.Ti sento
7.Sparito
8.Occhi chiusi

LINE-UP
Filippo De Luca – basso
Vins Provvido – batteria
Mario Fava – chitarra
Umberto Lume – voce e synth

HYDRONIKA – Facebook

Into My Plastic Bones – A Symbolic Tennis Pot

Un tuffo freschissimo nelle acque del miglior indie noise rock degli anni novanta, tanto per intenderci Touch & Go et similia.

Un tuffo freschissimo nelle acque del miglior indie noise rock degli anni novanta, tanto per intenderci Touch & Go et similia.

Nati a Torino nel 2006 come trio strumentale, questi ragazzi si sono poi trasformati in una macchina di noise math e dintorni. Il loro suono è scarno, minimalista ed estremamente affascinante e tocca corde a cui non si può rimanete indifferenti. La qualità del disco è davvero alta, si sarebbe voluto ascoltare un disco così anche in anni nel quale questo genere furoreggiava nelle orecchie alternative. Gli Into My Plastic Bones esprimono una forza ed un’energia incredibili, supportate da una forza compositiva che lascia stupefatti. Tutto sembra molto semplice e nervoso, con chitarre che sgusciano creando inusitate linee melodiche con la parte ritmica. Il disco è stato registrato in presa diretta all’Oxygen Recording Studio di Verzuolo in provincia di Cuneo e poi rimasterizzato da un certo Bob Weston a Chicago, e si sente. Il disco non contiene sovraincisioni o correzioni, e la sua vera imperfezione è ulteriore motivo di bellezza.
Un disco molto bello, che risente di una certa atmosfera che sembrava ormai dimenticata, ma che può ancora regalare molte gioie se fatta nella giusta maniera.

TRACKLIST
1.Sumizome / 666
2.Overstepping bounds
3.Cheap canvas
4.Sawn
5.This endless conversation
6.Supermarket macarena
7.Flyby
8.Ngunza

INTO MY PLASTIC BONES – Facebook

Magnum – Valley Of Tears – The Ballads

Una raccolta di emozioni non solo esclusiva per i fans del gruppo, ma per chiunque ami il rock melodico d’autore.

Un gruppo importante come i Magnum potrebbe permettersi un’uscita ogni sei mesi, anche apparentemente inutile come questo The Valley Of Tears, raccolta di ballad ri-registrate o rimasterizzate, pescate da varie opere dei menestrelli dell’hard rock mondiale.

Bob Catley , Tony Clarkin ed i loro fidi compagni non mancano certo di eleganza e talento raffinato, ed infatti i brani più profondi e melodici dei vari capolavori che il gruppo ha licenziato sono cardini della loro discografia, il meglio che il talento compositivo della band britannica abbia sfornato nella sua lunga carriera.
Nato dal suggerimento della figlia di Clarkin, questo best of delle migliori ballad create dalla band esce con le vacanze di Natale ormai alle spalle, un peccato, perché disco più natalizio non c’è trattandosi dell’immersione nel puro talento melodico, comodamente seduti in poltrona con le luci dell’albero che cambiano sequenza ogni trenta secondi ed il liquido ambrato di un buon cognac che crea piccole onde nella classica coppa, mentre Catley ci delizia con la sua inimitabile voce sulle note create da questo monumento all’hard rock melodico e adulto che sono e saranno sempre i Magnum.
L’ultimo lavoro Sacred Blood “Divine” Lies, uscito all’inizio di quest’anno, aveva ridato smalto ai cinque menestrelli inglesi, ora questa raccolta ritorna a far parlare di loro, dopo tantissimi anni dall’inizio di questa fantastica avventura, decine di album, progetti solisti e collaborazioni importanti; allora ben venga questo tuffo nel rock d’autore, melodico, sognante ed assolutamente perfetto nel trasmettere emozioni.
The Valley of Tears,  Your Dreams Won’t Die, The Last Frontier, A Face In The Crowd e via tutte le canzoni scelte per questo album non sono altro che una prova sontuosa delle meraviglie che l’inossidabile Catley ed i suoi compari sono riusciti a donare ai rockers sparsi per il mondo in quasi quarant’anni di carriera, una raccolta non solo esclusiva per i fans del gruppo, ma per chiunque ami il rock melodico, quello d’autore.

TRACKLIST
1. Dream About You (remastered)
2. Back in Your Arms Again (newly re-recorded)
3. The Valley of Tears (remixed, remastered)
4. Broken Wheel (newly re-recorded)
5. A Face in the Crowd (remixed, remastered)
6. Your Dreams Won’t Die (remastered)
7. Lonely Night (acoustic version, newly re-recorded)
8. The Last Frontier (remixed, remastered)
9. Putting Things In Place (remixed, remastered)
10. When The World Comes Down (new live version)

LINE-UP
Tony Clarkin – guitars
Bob Catley – vocals
Mark Stanway – keyboards
Al Barrow – bass
Harry James – drums

MAGNUM – Facebook

Klimt 1918 – Sentimentale Jugend

Il lungo silenzio discografico dei Klimt 1918 viene ampiamente compensato dalla pubblicazione di un lavoro di livello eccelso.

Un periodo lungo sei anni può apparire molto breve o pressoché eterno, dipende tutto dal contesto e dall’importanza che riveste per ciascuno il concetto di tempo.

Fatto sta che i Klimt 1918 si palesano nuovamente all’attenzione dei musicofili alla costante ricerca di sonorità nelle quali malinconia e melodia si rincorrono, senza mai ammiccare ad una facile fruibilità.
Del resto, solo l’idea di ripresentarsi al pubblico con quasi due ore di musica non sembra proprio indicare una scelta biecamente commerciale, in tempi di ascolti usa e getta portati alle estreme conseguenze; tra l’altro, la musica della band romana non è certo un qualcosa che possa essere affrontata con noncuranza, nonostante una sua levità del tutto apparente: il pop rock dei Klimt 1918, ora screziato di oscurità, ora sognante all’insegna del migliore shoegaze, gode di una profondità che lo rende peculiare, scoraggiando chiunque provi a cercare termini di paragone comodi quanto fuorvianti.
Sentimentale Jugend è un album che ha avuto una lunga gestazione, e quello che sorprende di più è l’apprendere, dalle parole di presentazione dello stesso Marco Soellner, quanto il tutto si manifesti ad un tale livello di perfezione malgrado uno sviluppo in tempi così dilatati e le naturali interferenze che la vita quotidiana piazza sulla strada di musicisti impossibilitati, purtroppo, a campare delle propria arte. Anche per questo, quando ci viene fornita la possibilità di ascoltare opere di un certo spessore, dovremmo provare ad immedesimarci nelle difficoltà che affrontano le nostre band rispetto, per esempio, a quelle del Nord Europa, agevolate da organizzazioni statali che sicuramente favoriscono chi voglia trovare uno sbocco alla propria indole artistica.
Fatte le dovute premesse, non resta che tuffarsi in questo vasto oceano di note che, fin dal titolo, riporta ad una Berlino crepuscolare e ad un afflato poetico che, pur ispirandosi negli intenti alla scena settantiana della capitale tedesca, trae linfa dalla Città Eterna e dall’esplorazione dei suoi meandri più oscuri, cosa che è stata fatta con successo in epoca recente, pur utilizzando differenti coordinate sonore, da altre band capitoline come Riti Occulti, Rome in Monochrome o Raspail (questi ultimi collegati ai Klimt 1918  per la presenza in line-up di elementi comuni).
Montecristo, Comandante e La Notte è il trittico d’apertura del CD Sentimentale, che da solo basterebbe a nobilitare l’intera carriera di centinaia di gruppi: tre maniere diverse, ma ugualmente convincenti, di interpretare la materia, con il mio personale picco di gradimento per La Notte, brano cantato in italiano contraddistinto da un fremente crescendo; la prima delle due parti dell’opera vede ancora Belvedere e la title track quali ulteriori vertici qualitativi, senza dimenticare la splendida cover di Take My Breath Away, canzone composta per i Berlin esattamente trent’anni fa dal più “berlinese” dei musicisti italiani, Giorgio Moroder.
Il secondo CD, Jugend, non differisce più di tanto dal precedente dal punto di vista stilistico, a parte forse un piglio leggermente più nervoso, ben esplicitato dai ritmi sostenuti di Sant’Angelo (The Sound & The Fury), preceduta però dalle ariose aperture melodiche di Ciudad Lineal; qui altri picchi sono The Hunger Strike, canzone che gode di una seconda parte in cui i fiati vanno a sovrapporsi ad una progressione sognante, e la poesia musicata di Stupenda e Misera Città.
In questa lunga traccia, la voce del noto doppiatore Max Alto interpreta la prima parte del poemetto pasoliniano “Il pianto della scavatrice” sopra un tessuto sonoro che ne enfatizza l’impatto evocativo: l’omaggio ad un grande poeta si rivela l’ideale chiusura di un opera che, proprio nella poesia, trova il suo aspetto più caratterizzante, pur se veicolato dai suoni per lo più liquidi e morbidi dello shoegaze d’autore.
La scelta di una produzione volutamente non troppo “leccata” aumenta il potenziale oscuro di un lavoro la cui lunghezza, se da una parte ne rende più laboriosa l’assimilazione, dall’altra consente di godere di un robusto fatturato di musica emozionante, senza momenti deboli salvo, forse, la canzone più sbilanciata verso il pop britannico, Nostalghia, ma che probabilmente mi appare tale più per gusto personale che non per oggettivi demeriti dei Klimt 1918.
Per concludere, una nota di servizio utile ai molti che (si spera) decideranno di fare proprio Sentimentale Jugend: l’opera è disponibile nel formato integrale in doppio CD, ma Sentimentale e Jugend possono essere acquistati anche separatamente, con due diverse copertine; ritengo però difficile, ed anche inopportuno, che qualcuno possa optare per l’uno o l’altro disco, vista la citata contiguità stilistica che li accomuna, per cui consiglio vivamente di non fare troppi calcoli scegliendo la versione completa, ne vale davvero la pena.

Tracklist:
CD 1 Sentimentale
1.Montecristo
2.Comandante
3.La Notte
4.It Was To Be
5.Belvedere
6.Once We Were
7.Take My Breath Away
8.Sentimentale
9.Gaza Youth

CD 2 Jugend
1.Nostalghia
2.Fracture
3.Ciudad Lineal
4.Sant’Angelo (The Sound & The Fury)
5.Unemployed & Dreamrunner
6.The Hunger Strike
7.Resig-nation
8.Caelum Stellatum
9.Juvenile
10.Stupenda e Misera Città
11.Lycans

Line-up:
Marco Soellner – vocals & guitars
Paolo Soellner – drums & percussions
Davide Pesola – bass
Francesco Conte – guitars

KLIMT 1918 – Facebook

Niterain – Vendetta

Prendete un pizzico di polvere da sparo, Motley Crue, Ratt, L.A Guns, Faster Pussycat, Gunners e tutti i protagonisti della scena ottantiana, agitate ed otterrete una bomba rock’n’roll pronta ad esplodere e quando succederà saranno dolori

Oslo come Los Angeles ?
A sentire la musica dei Niterain si direbbe che musicalmente la capitale norvegese si sia rifatta il trucco, abbia abbandonato il face painting da truce blackster satanista, si sia cotonata i capelli, abbia indossato gli spandex e via su e giù per il Sunset Boulevard finchè la luce dell’alba non rischiara gli angoli dove bottiglie vuote e preservativi sono gli unici testimoni di notti all’insegna del life style rock ‘n’ roll.

Il giovane quartetto entra prepotentemente in quella cerchia di gruppi che, negli ultimi tempi, hanno dato nuovo lustro allo sfavillante sound ottantiano, e licenzia il suo secondo album, firmando un contratto di promozione con la nostra Volcano Records e apprestandosi a conquistare l’Europa.
Di battaglie sui palchi, in giro per il vecchio e nuovo continente, la band ne ha già vinte parecchie, aprendo per Steel Panther, 69 Eyes, Sebastian Bach ed L.A. Guns e presentandosi con tutta la sua carica hard rock ‘n’ roll in diversi festival, mentre Vendetta prendeva forma ed ora è pronto per far innamorare i rockers sparsi per il globo.
Un sound che chiamare esplosivo è un eufemismo, una raccolta di canzoni in pieno stile ottantiano ma perfettamente in grado di tenere il passo in questo nuovo millennio, dove la voglia di divertirsi a colpi di metallico rock ‘n’ roll sembra tornata finalmente a rendere meno grigio questo vivere quotidiano targato 2016.
Vendetta è una fialetta di nitroglicerina infilata nei bassifondi di chi sostiene che il rock è morto, un bombardamento a tappeto di puro sleazy metal statunitense, un greatest hits del meglio della scena che faceva mettere in fila gli spettatori davanti al Whisky a Go Go ( a proposito i ragazzi ci hanno suonato non tanto tempo fa), quando non pochi dei musicisti, diventati in seguito delle star, arrivavano a Los Angeles con la valigia piena di speranze ed un passaggio su scalcinati bus partiti dalla provincia.
Dal primo riff dell’opener Lost And Wasted verrete scaraventati virtualmente nella bolgia di quel locale, sotto le sferzate dell’inno Come Out, della devastante No More Time, di Something ain’t right, per arrivare in fondo ai quasi quaranta minuti di durata in pieno shock da metal party.
Prendete un pizzico di polvere da sparo, Motley Crue, Ratt, L.A Guns, Faster Pussycat, Gunners e tutti i protagonisti della scena ottantiana, agitate ed otterrete una bomba rock’n’roll pronta ad esplodere e quando succederà saranno dolori.

TRACKLIST
01. Lost And Wasted
02. Come Out
03. The Threat
04. Rock N’ Roll
05. Romeo
06. One More Time
07. Something Ain’t Right
08. Don’t Fade Away
09. #1 Bad Boy
10. Electric
11. Vendetta

LINE-UP
Sebastian Tvedtnæs – vocals
Adrian Persen – guitar
Frank Karlsen – bass
Morten Garberg – drums

NITERAIN – Facebook

Sandness – Higher & Higher

Higher & Higher è un lavoro riuscito che, nutrendosi di metal e hard rock, soddisferà sicuramente una larga fetta di appassionati delle sonorità attualmente denominate old school.

La label greca Sleaszy Rider non manca di regalarci delle belle sorprese in campo hard & heavy, anche provenienti dal nostro paese, così dopo avervi parlato degli street rockers Roxin’ Palace, tocca al trio dei Sandness, band proveniente dal freddo Trentino ma dal caldo sound che amalgama hard/street rock ed heavy metal in un dinamitardo e trascinante esempio di rock old school.

Il gruppo arriva al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo due ep autoprodotti ed il primo full length uscito nel 2013, sempre per Sleaszy Rider, ed Higher & Higher non delude chi aveva apprezzato il gruppo nel recente passato, con una raccolta di brani che, appunto, spaziano tra il sound americano degli anni ottanta e l’heavy metal tradizionale.
Brani più diretti e dallo spirito rock ‘n’ roll si alternano con tracce hard rock, nelle quali il trio non manca di affilare gli artigli: le ispirazioni dei Sandness sono ben presenti, come la voglia di suonare rock senza preoccuparsi di essere originali, ma confezionando (questo sì) una raccolta di buone canzoni, tutta grinta e melodie, chorus come prevede la bibbia del genere e tanta attitudine.
Sono anche bravi i tre musicisti con gli strumenti, così che le parti dove i solos si fanno tradizionalmente metallici appaiono quale marcia in più per fare di brani come Street Animals e il singolo Perfect Machine delle piccole gemme hard & heavy.
Higher & Higher è un lavoro riuscito che, nutrendosi di metal e hard rock, soddisferà sicuramente una larga fetta di appassionati delle sonorità attualmente denominate old school.

TRACKLIST
01 – You Gotta Lose
02 – Street Animals
03 – Hollywood
04 – Promises
05 – Sunny Again
06 – One Life
07 – Light In The Dark
08 – Heat
09 – Perfect Machine
10 – Monster Inside Me.
11 – Play With Fire
12 – Will You Ever

LINE-UP
Mark Denkley – Bass guitar, lead and backing vocals
Metyou ToMeatyou – Drums and backing vocals
Robby Luckets – Rhythmic, lead and acoustic guitars, lead and backing vocals

SANDNESS – Facebook

AC Angry – Appetite For Erection

Un album ottimo per lasciare la patente al poliziotto munito di autovelox su un’autostrada che se, non porta all’inferno, sicuramente vi farà raggiungere qualche luogo piuttosto simile.

Che la Germania sia una delle terre più prolifiche per il metal/rock, non solo europeo è un fatto, poi se i suoni si fanno hard rock allora la terra tedesca diventa di un’importanza esponenziale nella storia della musica del diavolo.

Che sia hard rock classico, melodico o, come in questo caso, rock’n’roll per scaldarsi nei lunghi inverni del nord Europa niente e più adatto che un buon disco di esplosivo rock, da sentire in compagnia di fiumi di birra.
Il quartetto degli AC Angry dopo il primo album licenziato nel 2013 (Black Denim) firma con SPV/Steamhammer e ci sbatte sul muso mezzora abbondante di hard rock’n’roll come se piovesse elettricità dal regno dei cieli.
Un sound diretto che si avvale di un supporto a stelle e strisce ben inglobato nel sound che però non manca di rimarcare la sua provenienza, strutturandolo su ritmiche hard rock come da tradizione.
Ne esce un album ben congegnato con una buona fetta di brani adrenalinici ed un paio di ballad per sciogliere le ultime resistenze della vostra gentil donzella, mentre riprendete le forze per catapultarvi nel pogo sotto all’ennesimo palco.
L’America fa capolino nell’opener I Hate AC Angry, brano hard rock dove un’irriverente armonica ci porta dai locali persi nel buio delle città tedesche alle luci delle metropoli U.S.A,, con la città degli Angeli come capitale.
Ci si snoda piacevolmente tra solos affilati come rasoi, chorus da urlare in pieno deliro alcoolico e ritmiche dannatamente coinvolgenti, mentre l’acustica-bluesy No Way To Go But Down ci riporta dove il sole fa esplodere teste e la gola si riempie di polvere.
Siamo al cospetto di un gruppo che, fottendosene di mode e trend, ci accompagna per il mondo sguaiato e malinconico del rock, senza perdere quella vena metallica che è fondamentale per la riuscita di brani come la title track, The Balls Are Back In Town, che anche dal titolo ricorda i Thin Lizzy, e la conclusiva Testosterone.
Un album ottimo per lasciare la patente al poliziotto munito di autovelox su un’autostrada che se, non porta all’inferno, sicuramente vi farà raggiungere qualche luogo piuttosto simile.

TRACKLIST
01. I Hate AC Angry
02. 4TW
03. No Way To Go But Down
04. I Wanna Hurt Somebody
05. Appetite For Erection
06. Son Of A Motherfucker’s Son
07. The Balls Are Back In Town
08. Take You Shake You Break You
09. Cry Idiot Cry
10. Testosterone

LINE-UP
Dennis Kirsch – Bass
Sascha Waack – Drums
Stefan Kuhn – Guitar
Alan Costa – Vocals, Guitar

AC ANGRY – Facebook

Lurking Fear – Grim Tales in the Dead of Night

Chitarra, basso e batteria, le armi più semplici ma le più letali per suonare hard’n’heavy, basta saperlo fare come i Lurking Fear.

Inutile ribadire come negli ultimi tempi le sonorità old school stiano imperversando nella scena hard rock/metal, passati gli anni del crossover e dell’originalità spicciola a tutti i cost.

Non sembra affatto anacronistico, quindi, un album come l’esordio dei Lurking Fear, trio toscano di musicisti esperti e competenti quanto basta per confezionare un piccolo gioiellino hard’n’heavy come Grim Tales In Dead Of Night, caratterizzato da un  sound che più vintage di così non si può, ma che sa essere molto affascinante, pescando tanto dall’hard rock settantiano quanto dalla new wave of british heavy metal, forte di un’attitudine quasi commovente da parte dei tre musicisti e di un songwriting maturo.
Quelli che furono i primi passi della scena heavy metal che si affacciava sul mercato mondiale in quegli anni, prendendo la parte più oscura dell’hard rock e portandolo verso strade estreme che poi verranno in seguito sviluppate dalle prime orde thrash/death, sono valorizzate dai Luking Fear con questa raccolta di brani che alternano ritmiche sassoni, lenti passaggi sabbathiani, un’atmosfera horror che ricorda King Diamond con qualche passaggio in linea con le primissime gemme firmate dagli Iroin Maiden, il tutto reso sufficientemente macabro dai testi ispirati alla letteratura horror dei primi del ‘900 (The Lurking Fear, infatti, è un racconto di H. P. Lovecraft).
Dal primo riff dell’opener Watching Eye si viaggia dunque tra racconti macabri e grotteschi con la colonna sonora del gruppo, puro metallo ottantiano, ancora legato con il cordone ombelicale all’hard rock, ma già pregno di soluzioni che diventeranno in seguito la Bibbia (o se preferite, il Necronomicon) della nostra musica preferita.
Chitarra, basso e batteria, le armi più semplici ma le più letali per suonare hard & heavy, basta saperlo fare come i Lurking Fear 

TRACKLIST
1.Watching Eye
2.Lady of Usher
3.The Strain
4.I Am
5.Flesh and Soul

LINE-UP
Stefano Pizzichi – Drums
Mirko “Coscia” Pancrazzi – Guitars, Vocals (backing)
Fabiano Fabbrucci – Vocals, Bass

LURKING FEAR – Facebook