Lung Flower – Effigy

Gruppo di culto, musica per pochi, ma esperienza da vivere chiudendo gli occhi e ritrovandoci legati ad un totem con stregoni che agitano feticci davanti ai nostri occhi prima di darci la morte.

Si sa poco di questo quartetto canadese, quanto basta però per farvi conoscere la sua musica, di ottima qualità e che raccoglie in se un po’ di quel metal rock americano che ha imperversato negli ultimi venticinque anni.

Loro sono i Lung Flower, si destreggiano da qualche anno nei locali di Vancouver con una musica che, personalmente, mi ricorda non poco quella della piovosa Seattle.
Attenzione però, non si parla di facili melodie post grunge o alternative rock, i Lung Flower sono una creatura psichedelica che attinge tanto dal grunge più nervoso e metallico dei primi Soundgarden e Alice in Chains, quanto dallo stoner/doom, facendolo rimbalzare come una pallina magica tra gli anni novanta e indietro fino al periodo settantiano.
I ritmi sono a tratti lentissimi e claustrofobici, le chitarre sature, ed il canto richiama lo spirito di Layne Staley, tornato per raccontarci la propria disperazione nell’affrontare l’aldilà.
I Black Sabbath aleggiano con il loro sound che rallenta gli energici strappi alternative metal, mentre la sensazione di viaggio lisergico e jam session fa di questo lavoro una chicca per gli amanti dell’alternative doom metal.
Il gruppo canadese arriva così al secondo album, successore di Under A Dying Sun, debutto sulla lunga distanza del 2012, seguito dall’ep Death On The Crowsnest, uscito tre anni fa, continuando imperterrito a stordire con questo notevole esempio di musica del destino drogata di hard rock ed alternative metal, tutto made in U.S.A.
Gruppo di culto, musica per pochi, ma esperienza da vivere chiudendo gli occhi e ritrovandoci legati ad un totem con stregoni che agitano feticci davanti ai nostri occhi prima di darci la morte.

TRACKLIST
1. Ascend
2. Death On The Crowsnest (Hwy 3)
3. Beyond Burnt Out
4. Stoned & Alone
5. Bottomfeeders
6. Effigy (…of Man)
7. (Bonus Track) Everything I Burn

LINE-UP
Marcus Salem – Rhythm Guitar
Kyle Arellano – Bass
Tyler Mayfield – Vocals
Jimmy Lanz- Drums

LUNG FLOWER – Facebook

DSW – Tales From The Cosmonaut

Ogni canzone è molto bella e vive di vita propria, con un suono che è filo conduttore, un rumoroso tema che si dispiega per la durata di tutto il disco, ora declinato in forma stoner, ora in momenti che farebbero invidia a molti gruppi degli anni settanta.

I DSW sono un gruppo di Lecce, e l’acronimo significa Dust Storm Warning, ma questa tempesta di sabbia è piacevolissima.

Secondo disco dopo quattro anni dal debutto discografico e siamo su livelli molto alti. Lo stile dei DSW attinge da varie fonti e dentro Tales From The Cosmonaut si può trovare l’amore per il suono desertico, un grande stoner e su tutto un incredibile groove molto anni settanta. Negli ultimi anni si è andata a formare una scena dedita alla musica pesante molto interessante, basti pensare al sito doomcharts.com, vero e proprio collettore di questi suoni, ed infatti i DSW sono passati in quella grande classifica mensile del sito. Ascoltando il disco si può capire il perché. Ogni canzone è molto bella e vive di vita propria, con un suono che è filo conduttore, un rumoroso tema che si dispiega per la durata di tutto il disco, ora declinato in forma stoner, ora in momenti che farebbero invidia a molti gruppi degli anni settanta. I DSW non sono certo i primi a coniugare stoner e anni settanta, anzi il primo deriva pesantemente dai secondi, ma amalgamarli con tale stile non è affatto facile, e ancora più difficile è farlo così. Le canzoni sono quasi tutte di lunga durata e danno modo di apprezzare anche le ottime capacità compositive del gruppo, perché mantenere l’attenzione dell’ascoltatore oltre i quattro minuti al giorno di oggi non è facile, ma con i DSW non ti puoi proprio staccare. Un disco davvero bello, continuo e davvero stonerico,che lascia molto soddisfatti e anzi ne fa venire ancora voglia, come solo pochi gruppi sanno fare.

TRACKLIST
1.Vermillion Witch
2.The Well
3.Mother In Black
4.El Chola
5.Classified
6.Crash Site
7.Acid Cosmonaut

LINE-UP
Stefano – Bass Guitar
Marco – Guitar
Luca – Drums
“Wolf” – Vocals

DSW – Facebook

The Picturebooks – Home Is A Heartache

I titoli sono solo un proforma, un modo per dare un senso di inizio e di fine ai deliri contenuti i questo Home Is A Heartache, che non lascia scampo e si insinua come un serpente sotto la coperta.

Se volete ascoltare qualcosa di davvero intenso ed affascinate, un rock capace di contenere nelle sue note diverse anime ed atmosfere come la psichedelia, il blues, lo stoner e l’ alternative, ma scarno ed essenziale, crudo e diretto anche perché suonato solo con chitarra e percussioni, allora Home is a Heartache, nuovo album del duo tedesco dei The Picturebooks, dovrebbe essere il vostro prossimo acquisto.

Il duo tedesco è formato da Fynn Claus Grabke (voce e chitarra) e Philipp Mirtschink (batteria), suona un rock alternativo influenzato dal blues acido e come già detto ingloba varie atmosfere per un viaggio tra il deserto americano tra la polvere lasciata dalle gomme delle moto (altra passione del duo) ed il sole che accieca, stordisce alla pari di sostanze di dubbia provenienza e legalità e ci scaraventa in un mondo di streghe, tra pozioni ricavate dalle sacche velenifere di mortali crotali ed incantesimi sabbatici.
Una lunga jam dove i colpi mortali delle percussioni danno il tempo alla sei corde di torturarci con riff ora dai rimandi alternative, ora ultra heavy, avvolti in un atmosfera southern stoner metal a tratti disturbante.
I The Picturebooks, che voleranno a Londra, dove faranno compagnia ai grandi Samsara Blues Experiment nel Desert Fest in programma ad Aprile, sono arrivati già al quarto lavoro e il trip non accenna a diminuire, scandito dalle ritmiche che fecero da contorno ai riti tribali di vecchi stregoni pellerossa e lunghe marce bluesy, in cui la psichedelia è signora e padrona del sound di questo duo sciamanico.
I titoli sono solo un proforma, un modo per dare un senso di inizio e di fine ai deliri contenuti i questo Home Is A Heartache, che non lascia scampo e si insinua come un serpente sotto la coperta.

TRACKLIST
01. Seen Those Days
02. Wardance
03. Home Is A Heartache
04. Fire Keeps Burning
05. On These Roads I’ll Die
06. I Need That Oooh
07. The Murderer
08. Zero Fucks Given
09. Cactus
10. I Came A Long Way For You
11. Get Gone
12. Bad Habits Die Hard
13. Heathen Love
14. Inner Demons

LINE-UP
Fynn Claus Grabke – Vocals, guitars
Philipp Mirtschink – Drums

THE PICTUREBOOKS – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=U_6tc9vkh1

Void Cruiser – Wayfarer

Lenta possenza, giri acidi, grunge e space desert stoner fanno di questo disco un qualcosa di davvero interessante, dove chi ama la musica pesante troverà la sua raison d’etre.

A chi piace la musica pesante viene difficile spiegarne il perché.

Certamente la musica spiega la propria essenza molto meglio di qualsivoglia discorso, perché solo certe vibrazioni che vogliamo cogliere ci entrano dentro. Di vibrazioni e riverberi questo disco ne è pieno, come di riff e lentissimi ma possenti giri di basso e batteria. In Wayfarer giace l’essenza della musica pesante, che è una materia vastissima, perché al suo interno possono convivere molti elementi e definizioni. In questo caso siamo davanti ad un grandissimo disco di stoner desert estremo con puntate nello space più visionario e psichedelico, degli Hawkwind più lisergici ed interessanti. Il gruppo finlandese fa decollate nello spazio profondo un desert rock molto dilatato, distorto e magnifico. Si parte dal deserto per arrivare a quello che è illustrato sulla bella copertina, ovvero una desolata catena montuosa, che potrebbe sia essere sul nostro pianeta che su qualsiasi altro nell’universo. Ascoltando i Void Cruiser essi tengono fede al loro nome, facendoci viaggiare davvero tanto e lungamente. La voce sussurra quasi nelle nostre orecchie ed ha una forte impronta grunge, perché l’incedere tipico di quel genere è molto radicato in queste composizioni, perché gli Alice In Chains in particolare fanno capolino in desertiche cime lunari, in tute dove viene rilasciato il soma per far sopravvivere i nuovi coloni. I Void Cruiser sono insieme dal 2011, legati prima di tutto da forti vincoli di amicizia cementati dall’amore comune per certe musiche. Nel 2015 hanno esordito positivamente con Overstaying My Welcome, ma Wayfarer è il disco più riuscito fa i due.
Lenta possenza, giri acidi, grunge e space desert stoner fanno di questo disco un qualcosa di davvero interessante, dove chi ama la musica pesante troverà la sua raison d’etre.

TRACKLIST
1. A day on which no man was born
2. I didn’t lie but I know now that I should have
3. As we speak
4. Madonnas and whores
5. Seven years late
6. All over nowhere
7.Maailman kallein kaupunki

LINE-UP
T-Hug – Low Frequency Engine.
V-Salo – Soundscape System.
T-Bag – Battering Apparatus.
S-Salo – Fuzz Machinery & Communications.

VOID CRUISER – Facebook

Tre Chiodi – Murmure

Un album affascinante e sicuramente originale, ma complicato e difficile da’assimilare se non si riesce ad entrare in simbiosi con ciò che i Tre Chiodi vogliono descrivere: per questo c’è bisogno di tempo e della dovuta attenzione nell’ascolto.

Affascinante progetto alternativo, non solo musicalmente parlando, ma anche concettualmente per i temi trattati.

Nato nel 2014, il progetto Tre Chiodi è formato da Babu (batteria), Enrico (voce e chitarra) e Zilty (basso): il loro sound si manifesta urgente, dalla tensione palpabile mentre alternative rock, stoner e grunge nirvaniano si alleano per sommergerci di watts.
Il concept scelto per Murmure riguarda il corpo umano ed ognuno dei nove brani prende ispirazione da una sua parte in una pazza e quanto mai originale proposta.
Passati i primi ascolti e digeriti i testi, a tratti leggermente forzati nel voler essere originali a tutti i costi, rimane l’ottima parte strumentale, dove i Tre Chiodi giocano con il rock alternativo americano degli anni novanta, partendo dal grunge della piovosa Seattle, viaggiando tra il deserto della Sky Valley ed arrivando al noise newyorchese.
A livello lirico i brani sono dei monologhi tra il parlato ed il cantato, mentre la chitarra urla torturata dall’elettricità, il basso pulsa come il cuore affaticato di chi si è perso nel deserto e le pelli si strappano sotto i colpi inferti da Babu.
Cuore, bellissima, intensa ed attraversata da una vena psichedelica, è a mio avviso il punto più alto di questo intrigante ed intricato lavoro, nel quale il trio viene aiutato da ospiti che duettano con Enrico, come Mirko (8ful Strike) e Folake (Hit-Kunkle).
Murmure, che in latino indica il suono dei polmoni mentre respirano, è un album affascinante e sicuramente originale, ma complicato e difficile da assimilare se non si riesce ad entrare in simbiosi con ciò che i Tre Chiodi vogliono descrivere: per questo c’è bisogno di tempo e della dovuta attenzione nell’ascolto.

TRACKLIST
1.Trago
2.Lingua
3.Anche
4.Cuore
5.Denti
6.Vertebra
7.Orbite
8.Colon
9.Capelli

LINE-UP
Babu – Drums
Enrico – Vocals, Guitars
Zilty – Bass

TRE CHIODI – Facebook

Rhino – The Law Of Purity

I Rhino riescono sempre a trovare la giusta concatenazione di note, il ritornello adatto e la sfuriata di classe, ed è gran stoner rock.

Dall’assolata e bellissima Catania arriva questo ottimo gruppo di stoner e fuzz, che fanno musica di gran spessore.

Il loro suono è un distorto e potente stoner rock di forte impronta psichedelica, costruito su jam molto potenti con un groove notevole. Il suono del deserto si sente prepotentemente nel dna di questo gruppo, ma non è derivativo, bensì è ulteriore carburante per il loro suono. Le influenze spaziano temporalmente tra anni settanta e novanta, che sono poi le coordinate spazio temporali comuni a molti gruppi stoner. I Rhino di loro ci mettono una particolare furia, e suonano come fossero dal vivo e i loro concerti devono essere infuocati, perché qui ci sono le stimmate del rock passionale e dionisiaco. L’impronta dei Rhino si sente in maniera netta, il loro suono è molto riconoscibile, tra un incedere rock e momenti maggiormente duri. Tutte le tracce del disco sono coinvolgenti e potenti, tenendo sempre l’ascoltatore incollato alla cassa, trascinandolo come su di un cavallo impazzito nella prateria. Il gruppo catanese sa quando usare l’acceleratore e quando rallentare, e tutto suona davvero bene, di grande effetto. Fondamentalmente qui c’è lo spirito rock, ma non quello finto e strombazzato, bensì quel substrato che anche se fai principalmente stoner ti accompagna come uno spirito guida. I Rhino riescono sempre a trovare la giusta concatenazione di note, il ritornello adatto e la sfuriata di classe, ed è gran stoner rock.

TRACKLIST
1.Intro
2.The Law of Purity
3.Bursting Out
4.Grey
5.Nuclear Space
6.Eat My Dust
7.Nine Months
8.A.&B. Brown
9.Cock of Dog
10.I See the Monsters

LINE-UP
Marco “Frank The Door” – Bass
Seby “Red Frank” – Rhythm Guitar
Alfredo “Lord J.Frank” – Drums
Luca “Frank Real Tube” – Lead Guitar
Niko “Frank The Doc” – Lead Vocal

RHINO – Facebook

Black Rainbows – Carmina Diabolo

Carmina Diabolo è forse il loro disco maggiormente duro, con meno spazio alla psichedelia rispetto ad altri momenti, qui c’è più velocità ed aderenza al verbo desertico.

Dolcissimo perdersi nuovamente nella musica di Carmina Diabolo dei romani Black Rainbows, che riassumono molto bene il meglio della musica pesante psichedelica.

Una delle caratteristiche migliori del trio è quella di saper sintetizzare in ottima maniera generi diversi, riproponendo il tutto in maniera personale ed originale. La cosa che risalta maggiormente è però il loro groove, poiché quando suonano sembra di avere davanti una ragazza sinuosa che balla musiche lascive e sensuali, e si viaggia lontano, perché bisogna abbandonarsi a questa musica. Riascoltando Carmina Diabolo, alla luce degli album successivi, si rimane stupiti della maturità musicale del progetto romano fin dagli inizi. Certamente il loro suono deriva da grandi nomi come Kyuss, Mc5, Hawkwind ed altri, ma il novanta per cento del risultato è loro. Le canzoni sono strutturate molto bene e sono delle jam portate in fondo e perfezionate. La musica ipnotica e coinvolgente del trio romano è un qualcosa che è uscito molto presto dall’Italia, basti vedere dove hanno suonato nella loro carriera, e per non smentirsi ora sono in America, terra che li ama, poiché i Black Rainbows non sbagliano un disco, cosa che non si può affermare per molti gruppi a stelle e strisce. Carmina Diabolo è forse il loro disco maggiormente duro, con meno spazio alla psichedelia rispetto ad altri momenti, qui c’è più velocità ed aderenza al verbo desertico. Sia come sia, è davvero un gran disco, che doveva essere ristampato perché stava diventando difficile trovarlo, e per un lavoro così ne vale davvero la pena.

TRACKLIST
1.himalaya
2.babylon
3.under the sun
4.what’s in your head
5.bulls & bones
6.carmen diabolo
7.in the city
8.return to volturn
9.the witch
10.space kingdom

LINE-UP
GABRIELE FIORI
ALBERTO CROCE
GIUSEPPE GUGLIELMINO

BLACK RAINBOW – Facebook

88 Mile Trip – Blame Canada

Gli 88 Mile Trip trasformano le montagne del Canada nel deserto della Sky Valley e ci consegnano un’altra bordata di hard rock stonato, questa volta intitolato Blame Canada, ep composto da cover di nomi conosciuti o meno del panorama rock.

Come per il precedente full length la band stoner 88 Mile Trip trasforma le montagne del Canada nel deserto della Sky Valley e ci consegna un’altra bordata di hard rock stonato, questa volta intitolato Blame Canada, ep composto da cover di nomi conosciuti o meno del panorama rock.

Per chi si era perso la recensione del primo lavoro ricordo che la band di Vancouver è al quarto parto, dopo il primo ep omonimo del 2013 (anno di fondazione del gruppo), un live e, appunto il primo album Through the Thickest Hazem, uscito due anni fa.
Un viaggio iniziato tra le nevi e le foreste del Canada e lungi dall’essere concluso, persi nel deserto, miglia e miglia verso sud dove gli 88 Mile Trip si ritrovano a ballare in un sabba, in compagnia di Kyuss, Orange Goblin, Fu Manchu ed una buona fetta dei nomi storici dell’hard rock settantiano.
Il quintetto ci scarica una montagna di watt stonati ed in venti minuti abbondanti ci consegna un macigno di hard rock drogato, un passo avanti rispetto ai precedenti lavori, grazie alle cover di vari artisti tra cui Crosby, Stills Nash and Young (Ohio).
Blame Canada è pesantissimo ma allo stesso tempo fruibile, gli accordi e le armonie bruciate dal sole del deserto dell’opener Not Fragile (Bachman Turner Overdrive) confermano l’ottima vena del gruppo così come Cowboys In Hong Kong dei Red Rider.
Cathedral, Black Sabbath e Kyuss sono al servizio del doom acido di cui gli 88 Mile Trip sono i sacerdoti tossici, i cerimonieri settantiani (in Tomcat Prowl) o i rockers nostalgici di un momento storico per la musica rock (60/70) che non tornerà mai più (Ohio).
A volte ritornano, e si tratta di band del cui cammino MetalEyes è fiero di continuare a farvi partecipi, in un mondo come quello del rock sempre e comunque in continuo movimento.

TRACKLIST
1. Not Fragile (Bachman Turner Overdrive cover)
2. Cowboys In Hong Kong (Red Rider cover)
3. Tomcat Prowl (Doug and The Slugs Cover) Feat. Simon Kendall
4. Ohio (Crosby, Stills Nash and Young Cover)
5. Wild Eyes (Stampeders cover)

LINE-UP
David Bell – Vocals
Pat Hill – Guitar
Darin Wall – Bass
Eddie Riumin – Drums

88 MILE TRIP – Facebook

Mars Era – Dharmanaut

Dharmanaut non è un disco comune grazie alla sua intensità e potenza, con un’ottima unione fra desert stoner e psych settanta, e ci si può trovare anche uno spruzzo di grunge.

I Mars Era sono nati a Firenze nel 2014, ispirandosi allo stoner, e più in particolare alla scena desertica statunitense che tante gioie ha regalato.

Per il loro debutto discografico però questi ragazzi vanno ben oltre, confezionando un concept album che si basa sull’idea di un lungo dialogo fra lo Ying e lo Yang, che ci riporta al dualismo fra bene e male e a tanti altri dualismi sia della filosofia orientale che di quella occidentale. La musica dei Mars Era è molto energica e di forte impronta settantiana, con una potente benzina di modernità. Il disco è molto bello, con canzoni veloci ed altri momenti maggiormente dilatati, e stupisce la maturità sonora di questo gruppo esordiente, che certamente non propone novità rivoluzionarie, ma confeziona un disco molto ben fatto e piacevole, intenso e coinvolgente. Il suono è vitaminico e ben bilanciato, con una forte impronta anni settanta come si diceva prima, e partendo da qui i Mars Era sviluppano un suono peculiare ed importante, ben definito e con ulteriori margini di miglioramento. Dharmanaut non è un disco comune grazie alla sua intensità e potenza, con un’ottima unione fra desert stoner e psych settanta, e ci si può trovare anche uno spruzzo di grunge. Il concept si sviluppa con un film accompagnato da una musica davvero notevole, che rende l’opera molto interessante. Disco di rara intensità e pathos che spalanca un futuro davanti ai Mars Era.

TRACKLIST
01. Enemy Was a Friend of Mine
02. Emprisoned
03. The Leap
04. Revolution
05. Red Eclipse
06. Licancabur
07. Desolate Wasteland

LINE-UP
M. Verdelli _guitars
D. Ferrara_vocals
L. Storai_bass
T. Tassi_drums

MARS ERA – Facebook

Atlas – Death & Fear

Il quartetto crea così un lavoro colmo di contrasti tra la forza e la pesantezza del genere e veloci ripartenze thrash di scuola statunitense.

Non solo suoni estremi nella fredda Scandinavia, la tradizione hard rock consolidatasi da quelle parti questa volta ci porta tra le sonorità che più hanno dato soddisfazioni in questi primi anni del nuovo millennio.

Con gli Atlas si parla di doom/stoner, più stoner che doom a dirla tutta, di ispirazione statunitense, con un occhio agli anni settanta e piedi ben saldi negli anni duemila.
Come nel nostro paese, foriero di grandi band di genere, lo stoner ha trovato terreno fertile un po’ ovunque e gli Atlas con questo secondo ep si accodano alla scia dei gruppi che seguono la pista tracciata nella Sky Valley, ma con una loro personale interpretazione.
Composto da sei tracce, Death & Fear è un concentrato di suoni hard rock desertici, influenzati da umori settantiani e potenza che in alcuni casi (Black Smoke), sfiora il thrash, per poi tornare a muoversi lento e cadenzato tra i fumi dello stoner/doom (Dog With Two Bones).
Il quartetto crea così un lavoro colmo di contrasti tra la forza e la pesantezza del genere e veloci ripartenze thrash, anche in questo caso di scuola statunitense, muovendosi così tra la sabbia della Sky Valley e quella della Bay Area.
Un gran lavoro della sezione ritmica, sommata a riff che tra irruenza e pesantezza sono scolpiti nel rock/metal americano, fanno di Death & Fear un altro buon tassello aggiunto alla ancora limitata discografia del gruppo svedese che, se saprà utilizzare le sue ispirazioni ed influenze in un futuro full length, si potrebbe ritagliare uno spazio nel mercato stonerizzato.
A Waltz, immancabile jam dai tratti psichedelici, si regala momenti atmosferici e drogati ed esplosioni di metal devastante, risultando il brano top di questo album.
Lasciamo la Svezia e aspettiamo pazienti il primo lavoro sulla lunga distanza, prova del nove per gli Atlas.

TRACKLIST
01.Wermland
02.Black Smoke
03.Dog With Two Bones
04.Covered In Gold
05.A Waltz
06.Death & Fear

LINE-UP
Kalle Persson – guitar
Alexander Huss – bass/vocals
Claes Josefsson – drums
Torsten Gabrielsson – guitar

ATLAS – Facebook

Monsternaut – Monsternaut

Il disco non dura molto e la durata è giusta, ma se ne vorrebbe ancora dei Monsternaut, ed il perché lo capirete ascoltandoli.

Suoni stoner desertici dalla Finlandia, sulla traccia dei Fu Manchu, Kyuss e Queens Of The Stone Age, ma con una forte personalità.

Fondati nel 2012 da Tuomas Heiskanen e Perttu Härkönen, i Monsternaut hanno cambiato diversi batteristi prima di arrivare ad una stabilità con Jani Kuusela, nel gruppo dal 2014. I tre da Kerava fanno uno stoner rock con influenze desertiche, e di loro ci aggiungono molta personalità ed un tocco di attitudine punk che ci sta sempre bene. Il disco è molto potente e convince in pieno, perché ha una struttura forte ed inoltre il groove è davvero possente. La produzione è assai adatta a questo disco perché mette in risalto le peculiarità del lavoro e soprattutto quelle distorsioni così lascive che lavorano così bene. L’impasto sonoro dei Monsternaut non è nulla di nuovo, ma è fatto molto bene, con forza e personalità. Certamente i punti di partenza sono ben noti, e forse solo ora si sta comprendendo fino in fondo che influenza abbiano avuto gruppi come Kyuss, Fu Manchu e Queens Of The Stone Age, che con il loro suono hanno indirizzato profondamente le scelte di generazioni di musicisti attuali, soprattutto con la loro idea di impalcatura sonora. Il disco non dura molto e la durata è giusta, ma se ne vorrebbe ancora dei Monsternaut, ed il perché lo capirete ascoltandoli. Il disco è l’unione di due differenti sessioni di registrazioni, una del 2012 e l’altra del 2014, per cui ci sono ancora ore di Monsternaut da gustare nel nostro futuro.

LINE-UP
Tuomas Heiskanen – Guitars / Vocals
Perttu Härkönen – Bass
Jani Kuusela – Drums

MONSTERNAUT – Facebook

Wyld – Wyld

Il pregio del quintetto è tutto nel saper suonare il genere senza risultare troppo psichedelico: in Wyld non troverete jam sabbathiane o lunghe suite drogate, ma buoni brani dall’elevato appeal radiofonico.

Ancora senza il supporto di una label, ma con tanta voglia di sfondare tornano i parigini Wyld, heavy rock band di cui vi avevamo parlato un paio di anni fa in occasione dell’uscita del loro primo ep Stoned.

Il gruppo transalpino continua la sua marcia nel nuovo continente, attraverso la sua musica che più statunitense di così non si può, ma sicuramente d’impatto, stonerizzata il giusto per piacere alle nuove leve dell’hard rock moderno, colma di groove e dall’ottimo appeal.
Capitanati dalla voce calda e desertica del buon Raphael Maarek , i Wyld hanno dalla loro un sound caldo e potente, abbinano hard rock desertico sfumature southern metal e post grunge, in un sound che dei Black Label Society è figlio legittimo.
La ricetta è semplice: prendete questi ultimi, un pizzico di Down, una bella manciata di Seattle sound, et voilà, il ricco piatto a base di heavy hard rock è servito, in uno dei tanti ristoranti di Parigi, dove i Wyld sono cresciuti a baguette e rock ‘n’ roll.
Questo debutto omonimo sulla lunga distanza piace, i brani hanno presa immediata sull’ascoltatore, grazie ad un buon songwriting che, se mi passate il termine, risulta ruffiano il giusto per fare bella mostra di sé in sede live, dove la musica del gruppo trova terreno fertile per sfondare con tutta la sua potenza e groove.
I brani presenti nell’ep ci sono tutti, raggiunti da una manciata di tracce che confermano l’indirizzo stilistico del gruppo, mentre il basso pulsa come un cuore impazzito, le chitarre mantengono per tutta la durata dell’album un suono pieno, ed il vocalist gioca con tonalità che sono legge per il rock dall’alto potenziale heavy stoner.
Il pregio del quintetto è tutto nel saper suonare il genere senza risultare troppo psichedelico: in Wyld non troverete jam sabbathiane o lunghe suite drogate, ma buoni brani dall’elevato appeal radiofonico.
Un buon ritorno o ancor meglio un’ottima vera partenza con questo album omonimo, a conferma che un paio di anni fa ci avevamo visto giusto.

TRACKLIST
1. Stoned
2. Venomous Poison
3. Heads or Tails
4. Just Another Lie
5. The Last Man Standing
6. Bring Me the Night
7. Wyld N’Loud
8. Hyperion
9. The Fugitive
10. Ritual

LINE-UP
Raphael Maarek – Lead vocals
Chante Basma – Rhythm guitars
Jeffrey Jacquart – Lead & rhythm guitars
Jérôme Sérignac – Bass guitar & backing vocals
Rémi Choley – Drums & percussions

WYLD – Facebook

Buzzard Canyon – Hellfire & Whiskey

Un lavoro sui generis, dalle buone atmosfere e qualche anthem carico di allucinato hard rock, ma dedicato a chi del genere vuole ascoltare veramente tutto.

Poche notizie ma tanto stoner rock per la band del Connecticut Buzzard Canyon, in questo autunno fresca di stampa con il nuovo Hellfire & Whiskey.

Un ep omonimo uscito lo scorso anno è l’unico dato tangibile sul passato del gruppo, e la firma per Salt Of The Earth e l’entrata in studio per registrare questo nuovo lavoro ne sono la conseguenza, mentre i musicisti attraversano il deserto americano con l’autoradio che a bomba spara Kyuss, Queen Of The Stone Age e compagni di avventure nel mezzo della Sky Valley.
Hellfire & Whiskey segue le avventure musicali stonate dei paladini dello stoner rock anni novanta e, passo dopo passo, seguono le impronte lasciate sulla sabbia da Josh Homme e soci.
Poco più di mezz’ora rimembrando trip risalenti ad una ventina di anni fa, con la voce della singer che, alternata a vocalizzi maschili sinceramente più consoni al genere, ripercorrono sentieri bruciati dal sole con brani ordinari come Highway Run e Wyoming, con un solo picco che per un poco allontana la band dal deserto americano per seguire la bruma britannica nel riff di Louder Than God, che sa tanto di Cathedral con la benedizione del sommo pontefice Lee Dorrian.
Un lavoro sui generis, dalle buone atmosfere e qualche anthem carico di allucinato hard rock, ma dedicato a chi del genere vuole ascoltare veramente tutto.

TRACKLIST
1.Highway Run
2.Soma’ Bitch
3.Red Beards Massacre
4.Wyoming
5.Louder Than God
6.The End
7.Feathered Serprent
8.Not My Cross

LINE-UP
Matt Raftery
Randy Dumas
Aaron Lewis
Amber Leigh
Mike Parkyn

BUZZARD CANYON – facebook

Whores. – Gold.

Una botta spaventosa da parte una band che potrebbe ritagliarsi fin d’ora uno spazio davvero importante.

Se non hai nelle tue corde l’ispirazione per produrre qualcosa di veramente innovativo (cosa che capita comunque di rado), hai perlomeno l’obbligo morale di mettere tutta l’intensità possibile nella musica che proponi.

Quanto sopra è ciò che accade ad una band come gli statunitensi Whores., i quali si lanciano con un approccio rabbioso e in maniera spasmodica in una corsa che rade al suolo tutto ciò che incontra.
La band di Atlanta è al proprio full length d’esordio, che arriva dopo alcuni ep, senza aver omesso di mettere in cascina il fieno rappresentato da una consistente attività live, con la possibilità di condividere il palco con i migliori gruppi della scena rock/noise a stelle e strisce.
Il risultato è tangibile: Gold. è un album che deflagra senza perdersi in troppi preamboli e, anche se supera di poco la mezz’ora di durata, il suo minutaggio ridotto basta ed avanza, visto che una tale intensità sarebbe persino difficile da sostenere più a lungo.
Punk, rock, noise e, in misura inferiore, sludge, confluiscono in un unico condotto sotto forma di rumore fragoroso che, quando fuoriesce, si trasforma assumendo una sembianza musicale ugualmente godibile e sempre contraddistinta da un filo conduttore ben delineato.
Proprio qui sta il bello: anche se i georgiani sembrerebbero farsi trascinare, a prima vista, da un istinto animalesco, in realtà il frutto del loro impegno è una decina di brani ben ponderati e costruiti con sagacia, tra i quali la noia non fa capolino neppure per un attimo. Ghost Trash, Of Course You Do e I See You Also Wearing A Black Shirt sono alcuni tra gli ordigni più efficaci scagliati sulla folla dalle “puttane” di Atlanta.
Una botta spaventosa da parte una band che potrebbe ritagliarsi fin d’ora uno spazio davvero importante.

Tracklist:
1.Playing Poor
2.Baby Teeth
3.Participation Trophy
4.Mental Illness As Mating Ritual
5.Ghost Trash
6.Charlie Chaplin Routine
7.Of Course You Do
8.I See You Also Wearing A Black Shirt
9.Bloody Like The Day You Were Born
10.I Have A Prepared Statement

Line-up:
Christian Lembach – Vocals, guitar
Casey Maxwell – Bass
Donnie Adkinson – Drums

WHORES. – Facebook

Wendigo – Initiation

I Wendigo, se sapranno sviluppare ed amalgamare l’elemento stoner con l’hard rock di scuola australiana, nel prossimo futuro ci faranno divertire non poco.

L’hard rock di ispirazione settantiana ha trovato in questi ultimi anni, anche grazie al successo dello stoner rock, nuova linfa vitale, così da accontentare gli amanti del genere stufi dei soliti nomi, ormai molti sepolti da una spessa coltre di polvere.

Anche quest’anno non sono mancati una manciata di lavori che si sono ritagliati una spazio importante nei cuori dei rockers sparsi per il mondo e neppure nuove realtà che si sono affacciate per la prima volta su di un mercato in continuo fermento.
Questa giovane band tedesca, al suo primo lavoro autoprodotto, non manca di sorprenderci con tre brani che vanno a formare il loro primo ep Initiation.
Nati pochi anni fa come cover band di Ac/Dc e ZZ Top, i Wendigo finalmente escono con musica tutta loro, ed il risultato è senz’altro positivo.
Il loro hard rock pesca a piene mani dalle atmosfere settantiane, ma senza fermarsi al solo copiare una data band, colmano il loro sound di sfumature hard rock (Ac/Dc), southern rock’n’roll (ZZ Top) e stoner così da risultare freschi e vari nell’approcciarsi al genere.
La prima traccia infatti (Play It) è un classico rock robusto alla Ac/Dc con ritmiche dal buon appeal ed il cantato maschio e ruvido che dona quel tocco bluesy al pezzo.
Sail On ha nel giro di basso stonerizzato il suo motore ritmico, mentre il brano prende una piega statunitense e ci prepara a quella che è la traccia migliore dell’ep.
Holy Hypocrite, infatti è una danza stoner nel bel mezzo del deserto, i ritmi si dilatano in una lavica andatura prettamente stoner rock, mentre i nostri si trasformano in sacerdoti di cerimonie illegali.
Non male questo ep, specialmente nell’ultimo brano:  i Wendigo, se sapranno sviluppare ed amalgamare l’elemento stoner con l’hard rock di scuola australiana (non solo la band dei fratelli Angus, ma anche Rose Tattoo), nel prossimo futuro ci faranno divertire non poco.

TRACKLIST
1.Play It
2.Sail On
3.Holy Hypocrite

LINE-UP
Jörg Theilen-Vocals
Eric Post-Guitars
Jan Ole Möller-Vocals, guitars
Lennard Viertel-Bass, vocals
Steffen Freesemann-Drums

WENDIGO – Facebook

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Blind Marmots – Spore

Una mezza dozzina di brani intriganti, coinvolgenti, sufficientemente freschi e irriverenti il giusto per cogliere nel segno.

Ritroviamo i padovani Blind Marmots due anni dopo l‘ep d’esordio autointitolato: questo nuovo Spore è di poco più lungo ed arriva dopo diversi cambi di formazione che, alla fine, paiono aver dato dei buoni risultati.

La band fagocita, rumina e restituisce (meglio non sapere attraverso quale orifizio) svariate influenze che fanno capo al rock e al metal alternativo, lasciando sul terreno un melting pot di stoner, sludge, grunge, funky, psichedelia, che si rivela piuttosto organizzato nonostante l’ approccio scanzonato alla materia possa far temere, in prima battuta, il contrario.
Ne deriva così una mezza dozzina di brani intriganti, coinvolgenti, sufficientemente freschi e irriverenti il giusto per cogliere nel segno: i Blind Marmots manifestano apertamente il proprio atteggiamento ironico e pungente (in questo vedo una certa similitudine con gli alassini Carcharodon), a partire da testi che ci portano a spasso tra maniaci incendiari, marmotte, topolini, sbronze e conseguenti minzioni, ma ciò non impedisce loro di fare molto sul serio a livello musicale, visto che la mezz’oretta scarsa che ci vene offerta riesce a lasciare il segno specialmente nei primi tre brani, davvero eccellenti nella loro spontanea robustezza e molto più diretti rispetto a restanti, pervasi invece da un più accentuato mood psichedelico
Il potenziale per emergere c’è tutto, ma è chiaro quanto non sia semplice in un settore piuttosto frequentato e nel quale, al di là dello spingere in una direzione musicale piuttosto che in un’altra, il rischio è quello di restare confinati allo status di band divertente (e non c’è dubbio alcuno che il quartetto padovano lo sia), specie dal vivo.
Ma, immaginando che quest’obiettivo, peraltro ampiamente raggiunto, sia una delle priorità per i Blind Marmots, in attesa di risentirli all’opera magari su lunga distanza, non resta che unirci alla loro invocazione: Dio salvi la marmotta!

Tracklist:
1. Pyromaniac
2. God Save The Marmot
3. Mice In The Attic
4. The Hangover
5. Pissing
6. Storm

Line-up:
Carlo Titti – Lead Guitar
Ale “Teuvo” – Voice
Luca Cammariere – Drums
Pietro Gori – Bass

BLIND MARMOTS – Facebook

Elepharmers – Erebus

Un’opera che ti avvolge come un serpente, ti ipnotizza con le sue letali spire e ti ingoia senza che tu te ne accorga

L’Italia del rock e del metal ha trovato una sua chiara identità in questi ultimi anni, perdendo completamente quel fastidioso provincialismo nei confronti delle scene oltreconfine.

Se il metal classico ed estremo ha sempre patito l’esterofilia di fans e addetti ai lavori, il rock ha vissuto per decenni all’ombra dei soliti nomi provenienti dalla scena cantautorale o dal progressive settantiano.
Con il successo dell’hard rock stonerizzato e dai rimandi al decennio settantiano per esempio, negli ultimi tempi band dalle indubbie capacità sono nate nel nostro paese, molte giocandosela alla pari con le più note realtà straniere.
Sulle due isole maggiori i caldi venti che soffiano dal deserto africano trasformano il territori nelle soleggiate ed invivibili pianure arse dal sole della Sky Valley, non è un caso infatti che i migliori gruppi di genere provengano dalla Sicilia e dalla Sardegna.
Ed in Sardegna nascono nel 2009 gli Elepharmers, gruppo di Cagliari al secondo lavoro per Go Down Records dopo l’ottimo debutto Weird Tales from the Third Planet, uscito tre anni fa.
Aprite bene le orecchie cari miei rockers, perché Erebus risulta un altro straordinario lavoro di musica stonata che raccoglie l’eredità delle grandi band degli anni settanta, la fa amoreggiare tra la sabbia del deserto con il sound dei gruppi statunitensi della scena stoner e la scaraventa nel 2016, per un sabba psichedelico lungo quarantadue minuti.
Difficile trovare un brano che non catalizzi l’attenzione, ipnotizzando l’ascoltatore perso in questo vagare per una galassia di suoni e note che clamorosamente, pur non nascondendo le proprie fonti di ispirazione, riesce nell’impresa di risultare personale e tremendamente affascinante.
Gli undici minuti strumentali della title track basterebbero ad altre band per costruirci un’intera discografia, una bomba sonora che esplode senza pietà nei nostri padiglioni auricolari, scheggiando irrimediabilmente i crani di chi senza precauzioni si avvicina troppo al sound degli Elepharmers.
Psichedelia, doom, hard rock, blues sporcato di stoner, continuano a dettare legge nello spartito del gruppo, molto più liquido rispetto al debutto, come se il calore letale del sole ha trasformato la pietra in lava.
E The River, appunto, è un fiume di lava sabbatica che scende inesorabile dalla cima del monte da dove lo stregone lancia i suoi anatemi, per distruggere qualsiasi forma di vita incontri nel suo inesorabile e lento incedere.
Cannibal Supernova, un piccolo gioiello di stoner psichedelico, non da tregua alle nostre povere menti, ormai in balia dell’ipnotico sabba creato dal quartetto sardo, ma il blues acustico dal flavour zeppeliniano e dalle atmosfere southern di Of Mud And Straw lasciano che il nostro corpo e la nostra mente, si perdano per non ritrovarsi più nell’oscura danza della conclusiva Nereb.
Un’opera che ti avvolge come un serpente, ti ipnotizza con le sue letali spire e ti ingoia senza che tu te ne accorga, uno dei dischi dell’anno nel genere, parola di MetalEyes.

TRACKLIST
1. Erebus
2. Spiders
3. The River
4. Cannibal Supernova
5. Of Mud And Straw
6. Deneb

LINE-UP
El Chino – vocals; rhythm guitar; bass; harmonica
Andrea “Fex” Cadeddu – lead & rhythm guitars –
Maurizio Mura – drums
Matteo “Baro” Carta- synth, bass, vocals

ELEPHARMERS – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=fqXiBIUSJ90″>

• DESCRIZIONE SEO / RIASSUNTO
, uno dei dischi dell’anno nel genere, parola di metaleyes.

Bells Of Ramon – Jamie Lee

I Bells Of Ramon rialsciano un sette raffinato, ben suonato e ben prodotto che lascia ben sperare per il futuro disco.

Dopo un po’ di attesa e vari concerti positivi, ecco uscire il 7″ che precede il debutto dei Bells Of Ramon previsto per l’autunno del 2016.

I Bells Of Ramon sono un gruppo genovese che suona uno stoner molto influenzato dall’hard rock, ma anche viceversa va bene, ovvero hard rock influenzato dallo stoner. Il loro suono è composto molto attentamente e nulla viene lasciato al caso. Il primo pezzo, Jamie Lee, ha un incedere elegante e sinuoso, con un suono molto stelle e strisce, riuscendo ad essere originale e particolare anche in un ambito dove non è facile. Ascoltando questi due pezzi si può sentire anche un forte sapore di grunge, perché a noi di una certa età è rimasto in testa, e non c’è nulla da fare. I Bells Of Ramon rilasciano un sette raffinato, ben suonato e ben prodotto che lascia sperare il meglio per il futuro disco.

TRACKLIST
Side A – Jamie Lee
Side B – Smoke Stung

LINE-UP
Luca Baldini- Voice, Guitar
Fabio Leonelli – Guitar
Sandro Carraro – Bass
Martino Sarolli – Drums

BELLS OF RAMON – Facebook

Black Rainbows – Stellar Prophecy

I Black Rainbows, con un talento spropositato per l’hard rock vintage e le sonorità settantiane, prendono il meglio da quel magico periodo e lo drogano con lo stoner rock creato dalle generazioni cresciute negli anni novanta

E’ ora di dare a Cesare quel che è di Cesare, in questo caso è venuto il momento di spazzar via il vostro provincialismo quando si parla di rock per dare la giusta importanza ad una scena italiana che ormai può tranquillamente guardare dall’alto molte realtà europee ed andare a braccetto con quelle britanniche e statunitensi.

A ribadire lo stato di grazia del rock nazionale ci pensano i romani Black Rainbows, ormai da più di dieci anni in giro con il loro rock psichedelico contaminato da elettrizzante stoner; la band, attiva dal 2005, è giunta al quinto lavoro sulla lunga distanza, un viaggio lisergico nel mondo delle sette note, iniziato con Twilight in the Desert del 2007, per proseguire con Carmina Diabolo del 2010, Supermothafuzzalicious!! del 2011, ed il bellissimo Hawkdope dello scorso anno, con in mezzo un ep, due split ed un singolo.
Vi ho elencato tutta la discografia perché sono sicuro che, se non conoscete il gruppo capitolino e siete amanti del genere, dopo l’ascolto di questo ultimo lavoro farete di tutto per rifarvi del tempo perduto, ed ascoltare tutta la musica prodotta da questo trio di psychedelic rockers nostrani.
Giuseppe Guglielmino (basso), Alberto Croce (batteria) e Gabriele Fiori (chitarra, voce e tastiere), con un talento spropositato per l’hard rock vintage e le sonorità settantiane, prendono il meglio da quel magico periodo (Hawkwind, MC5, Led Zeppelin, Black Sabbath) e lo drogano con lo stoner rock creato dalle generazioni cresciute negli anni novanta come Monster Magnet, Kyuss, QOTSA: ne esce un sound che può tranquillamente essere considerato un viaggio nella musica rock dalle connotazioni space e psichedeliche, dove perdere la strada che riporta alla realtà spazio temporale è facile e pericolosissimo.
Electrify e Woman ci introducono al meglio nel mondo di Stellar Prophecy: l’opener è un brano diretto, molto rock’n’roll, mentre con Woman si entra nel mondo di Black Sabbath e Hawkwind.
Golden Widow regala undici minuti di pura psichedelia space, una danza lisergica tra le stelle, una lunga passeggiata tra le scie di supernova in caduta libera, nella galassia che si apre nelle menti sotto l’effetto di sostanze illegali, il primo dei due brani capolavoro che può vantare Stellar Prophecy.
Evil Snake, It’s Time To Die e Keep The Secret tornano all’hard rock stonerizzato, sempre accompagnate da chitarre ipersature, una perfetta amalgama tra MC5, Monster Magnet e Kyuss e ci preparano al secondo capolavoro, la conclusiva The Travel, un crescendo emozionale allucinante, quasi dieci minuti di apoteosi psych/stoner/doom lisergico da infarto, un incubo elettrico di enormi proporzioni, la colonna sonora della caduta di un asteroide sulla terra.
Stellar Prophecy si conclude così, con il vocalist che cammina sulle macerie, in un paesaggio diventato lunare, splendido ed emozionante finale di un disco stupendo, fatelo vostro.

TRACKLIST
1. Electrify
2. Woman
3. Golden Widow
4. Evil Snake
5. It’s Time To Die
6. Keep The Secret
7. The Travel

LINE-UP
Giuseppe Guglielmino – Bass
Alberto Croce – Drums
Gabriele Fiori – Vocals, Guitars, Keyboards

BLACK RAINBOWS – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=Po3b3qW4Xck