Ctulu – Seelenspiegelsplitter

Seelenspiegelsplitter si rivela un lavoro riuscito, a conferma delle buone doti già evidenziate dai nostri con il precedente “Sarkomand”

I tedeschi Ctulu, con il loro terzo disco Seelenspiegelsplitter pongono un altro tassello ad una carriera di buon livello, del tutto in linea con quello delle migliori black metal band del loro paese.

Il sound del combo teutonico è intriso di una certa epicità e possiede un carattere melodico ben delineato, in grado di conferire ad ogni brano una sua riconoscibilità; al riguardo Amokkoma, che segue la pur buona apertura affidata a Seelenbrand, si rivela una traccia emblematica e spicca sicuramente come uno degli episodi più riusciti del disco.
Il black dei Ctulu non si spinge quasi mai a velocità parossistiche, ma predilige affidarsi a mid-tempo che ben si adattano ad atmosfere ammantate da uno sfondo malinconico (Insignia Dagonis), ma anche quando i ritmi si fanno più sostenuti intervengono repentini cambi di ritmo, con le chitarre a tessere trame mai scontate.
Tomasuk, che si apre con l’invocazione alla nota divinità lovecraftiana che presta il suo monicker alla band, reca in maniera piuttosto marcata l’impronta degli Immortal più epici, e tutto sommato questo aspetto si ripresenta più volte all’interno del lavoro senza che ciò renda eccessivamente derivativo il risultato complessivo.
L’utilizzo della lingua madre , consuetudine diffusa nell’ambito del black tedesco, come sempre si dimostra azzeccata e chi ne conosce il lessico non farà neppure troppa fatica a comprendere i testi ottimamente scanditi tramite uno scream non troppo acuto.
Da segnalare lo sconfinamento in territori dark di Tiara Aus 10 Phobien, che spinge i Ctulu sulle tracce dei Nocte Obducta, aprendo un ulteriore e interessante sbocco compositivo.
Seelenspiegelsplitter si rivela pertanto un lavoro riuscito, a conferma delle buone doti già evidenziate dai nostri con il precedente “Sarkomand” e che ci “costringe” piacevolmente, ancora una volta, ad omaggiare la scena black metal tedesca.

Tracklist:
1. Seelenbrand
2. Amokkoma
3. Im Widerlicht…
4. Durch Sturmbruch Corridore
5. Insignia Dagonis
6. Bleichenblass
7. Tornasuk
8. Flammengesterin
9. Tränenfinsternis
10. Tiara aus 10 Phobien
11. Serenadenhallen

Line-up:
Mathias Junge – Guitars / Vocals
Arne Uekert – Guitars / Vocals
Lasse Bodenstein – Bass
Roman Szymura – Drums

CTULU – Facebook

Negura Bunget – Gind A Prins

L’unica maniera per apprezzare pienamente i dieci minuti di musica contenuti in Gind A Prins è quello di liberarsi dell’ingombrante pregiudizio che può derivare dal nome della band stampato sulla copertina.

Non volendo prendere le parti di alcuno, l’unica osservazione che si può fare è che forse sarebbe stato meglio che anche Negru, così come i suoi ex-compagni che in seguito allo split hanno dato vita ai Dordeduh, avesse scelto di utilizzare un nome diverso per il suo attuale progetto, a maggior ragione ora che ha nuovamente rivoluzionato la line-up rispetto a “Poarta de Dincolo”; del resto la qualità della musica espressa è comunque innegabile e, in caso contrario, mantenere un monicker già affermato non sarebbe servito a coprire eventuali pecche.

Ma tant’è … , i Negura Bunget, come anticipazione del loro secondo album nella versione “mark II”, pubblicano questo incantevole 7” che, in linea con le tendenze già manifestate nelle uscite più recenti, è costituito da un folk ambient dal sapore ancestrale e che reca impressa a fuoco la propria provenienza geografica.
Curgerea Muntelui e Taul Fara Fund sono due brani piuttosto brevi in ossequio al formato prescelto, il che non fa che aumentare il desiderio di sentire al più presto nuove composizioni; mentre la prima delle due possiede un struttura canzone più tradizionale e si rivela un episodio maestoso ed emozionante , con la bella voce di Tibor Kati a declamare i consueti testi in lingua madre adagiati su un tappeto di tastiere e strumenti a fiato, la seconda è un esempio ben riuscito di ambient dalla forte componente etnica, dove una litania corale diviene un tutt’uno con il flauto di Petrica Ionutescu.
La magnificenza di “Om” è un ricordo lontano, un paragone improponibile e pure ingiusto, e l’unica maniera per apprezzare pienamente i dieci minuti di musica contenuti in Gind A Prins è quello di liberarsi dell’ingombrante pregiudizio che può derivare dal nome della band stampato sulla copertina.

Tracklist:
1. Curgerea Muntelui
2. Taul Fara Fund

Line-up:
Negru – drums / percussion / dulcimer / xylophone / horns
Tibor Kati – vocals / guitars / keyboards / programming
Adrian Neagoe – guitars / vocals / keyboards
Petrică Ionuţescu – pipes / horns / traditional instruments
Ovidiu Corodan – bass
Vartan Garabedian – percussions / vocals

NEGURA BUNGET – Facebook

From Oceans To Autumn – A Perfect Dawn

Grande band di post rock, ma quante emozioni sono escluse da questa fredda, seppur esaustiva, definizione ?

Ascoltando i From Oceans To Autumn se ne provano molte di emozioni, con un post rock o diversamente rock alla maniera degli Isis e dei Rosetta, suonato con vigore, potenza e melodia.

Non si può rimanere indifferenti a questa musica, a questa ricerca della bellezza sonora, e ve n’è davvero bisogno di bellezza in questo putridume di mondo. A Perfect Dawn porta molto lontani, laddove l’aria è più rarefatta e il nostro stanco corpo è più leggero, più permeato di anima. Il nome del gruppo è riferito alla città di Charlotte nel North Carolina, dove si passa dall’oceano alle montagne in breve tempo. In questo spazio compreso tra mare e terra, c’è posto per un grande post rock che si fonde con l’ambient. La produzione rende al meglio la potenza dei From Oceans To Autumn, senza far cmai perdere la loro capacità di emozionare. Se il vostro cuore e il vostro cervello ancora si struggono per la musica, questo disco vi darà grandi gioie. Il cd è anche la terza uscita targata Argonauta Records, la prima che non sia dei Varego, il cui il chitarrista Gero è l’anima dell’etichetta. E come prima uscita è davvero notevole e da tenere d’occhio assolutamente. L’album uscirà l’11 novembre.

Tracklist :
1 Aurora
2 Zenith
3 Eos
4 Halo
5 Visible light
6 Legend
7 Split Sky
8 The Absolute
9 The illusion of a Moving Sun
10 Faultless

Line-up:
Brandon
Eddie
Jodi
Allen

FROM OCEANS TO AUTUMN – Facebook

Root – Viginti Quinque Annis In Scaena

“Viginti Quinque Annis In Scaena” contiene un’ora di musica ruspante , messa su cd così come è stata suonata senza ricorrere a trucchi da studio.

Il nome di Jiri Valter dalle nostre parti dice poco o nulla e, probabilmente, lo stesso vale per il nome d’arte con il quale è conosciuto in ambitoo musicale, Big Boss.

In realtà il personagio del quale stiamo parlando è una sorta di istituzione del metal nell’est europeo, in particolare in Repubblica Ceca dove è nato e svolge la propria attività. Superati da poco i 60 anni , etò sempre inusuale per chi si dedica al metal estremo, il nostro è stato anche il fondatore del ramo della Church Of Satan in Cecoslovacchia, poco prima che la nazione sparisse per dar vita ai due paesi indipendenti che conosciamo oggi. Dopo aver preso le distanze in un secondo tempo dall’organizzazione di Anton LaVey, Big Boss non ha certo rinnegato il satanismo, continuando coerentemente a condurre una vita, artistica e non, all’insegna del “do what thou wilt”
Questa introduzione si rende necessaria dato che nella recensione si parlerà del live celebrativo della band fondata proprio da Big Boss, i Root, che mossero i primi passi ben venticinque anni fa: il combo ceco viene immortalato (oltre alla versione audio esiste anche un dvd con altre immagini live e diversi contenuti extra) nel corso di un concerto tenuto nel 2011 a Brno, fornendo la possibilità di ascoltare i brani migliori di una carriera lunga e prolifica, con ben nove album incisi oltre a demo, split, compilation, live e quant’altro .
La collocazione teorica dei Root all’interno del black metal non deve trarre in inganno: qui non si ascolta nulla di avvicinabile al sound delle band nordiche bensì un heavy metal che prende le mosse da quanto fatto qualche anno prima dai Venom, anche se , con il senno di poi, il satanismo che ne permea i testi appare decisamente più sincero e meno di facciata rispetto a quello di Cronos e soci.
Viginti Quinque Annis In Scaena contiene un’ora di musica ruspante , messa su cd così come è stata suonata senza ricorrere a trucchi da studio, mantenendo intatti gli effetti dell’interazione di Big Boss con i fan, anche se purtroppo, il ricorso alla lingua madre ci impedisce di capire ciò che dice, con ogni probabilità piuttosto divertente a giudicare dalle reazioni del pubblico …
Hrbitov, In Nomine Satanas, Lucifer sono alcuni degli anthem eseguiti dai Root nel corso di un’esibizione di circa un’ora, che sicuramente non annoia pur senza rappresentare qualcosa di epocale.
Piuttosto, quello che abbiamo tra le mani è un documento interessante, che fotografa un evento al quale, chi avesse avuto l’opportunità di parteciparvi si sarebbe divertito un mondo ma che, ridotto ad un semplice supporto sonoro, perde gran parte del suo potenziale fascino; il metal dei Root infatti si rivela alquanto essenziale e l’impressione è che trovi proprio nella già citata interazione tra pubblico e musicisti la propria sublimazione. Meglio quindi, per chi volesse approfondire la conoscenza della storica band ceca, optare per la versione in dvd.

Tracklist:
1. Talking Bones
2. Sonata of the Choosen Ones
3. Hrbitov
4. The Endowment
5. In Nomine Satanas
6. The Festival of Destruction
7. And They Are Silent
8. Lucifer
9. The Aposiopesis
10. The Old Ones
11. Písen Pro Satana
12. 666

Line-up :
Big Boss – Vocals
Ashok – Guitars
Igor Hubík – Bass
Pavel Kubát – Drums
Jan Konečný – Guitars

ROOT – Facebook

Demonical – Darkness Unbound

Gli svedesi Demonical tagliano il traguardo del quarto album nel corso di una carriera contrassegnata da uscite mediamente di buon livello.

Gli svedesi Demonical con Darkness Unbound tagliano il traguardo del quarto album nel corso di una carriera contrassegnata da uscite mediamente di buon livello.

Questo nuovo lavoro non fa eccezione, muovendosi all’insegna di un death metal dai tratti piuttosto classici ma capace di integrare con una certa disinvoltura sia ingredienti più melodici sia passaggi contrassegnati da una discreta dose di brutalità. Darkness Unbound ha una durata piuttosto limitata, così come gran parte delle tracce che scivolano via alla stregua di brevi stilettate, risultando senz’altro gradevole all’ascolto ma carente di elementi peculiari in grado di impressionare realmente. Il growl di Sverker Widgren è oggettivamente uno dei migliori ascoltati recentemente e il resto della band sa decisamente il fatto proprio, pigiando sull’acceleratore quando serve senza alcuna sbavatura, agevolato in questo dall’ennesimo buon lavoro di produzione proveniente da uno studio svedese. Il problema di questo disco, come di molti altri usciti di recente, è quello d’essere impeccabile formalmente oltre che dotato di una certa sostanza, non abbastanza però per evitare che dopo qualche ascolto il tutto venga accantonato per passare a qualcos’altro di simile, perpetrando così una sorta di infinita catena di Sant’Antonio senza che le singole band, in fondo, abbiano colpe particolari per questo andazzo. Infatti i Demonical sono sicuramente un combo preparato e sono certo che anche dal vivo il loro death chirurgico e malevolo non faccia prigionieri, resta il fatto che forse, per certi generi musicali, l’unico modo per salvaguardare e valorizzare le band più meritevoli (tra le quali anche i Demonical, sia chiaro) potrebbe essere, per assurdo, l’introduzione del numero chiuso come avviene per l’accesso a certe facoltà universitarie … Al di là delle mie pessimistiche considerazioni, che possono lasciare il tempo che trovano, Darkness Unbound è un lavoro di indiscutibile qualità in grado di risultare sicuramente gradito a molti e non solo ai consumatori bulimici di death metal.

Tracklist:
1. Darkness Unbound
2. The Order
3. An Endless Celebration
4. Contempt and Conquest
5. King of All
6. The Healing Control
7. Hellfire Empire
8. Words Are Death
9. Deathcrown
10. The Great Praise
11. World Beyond (Kreator cover)
12. Burned Alive (re-recording)

Line-up :
Sverker Widgren – vocals
Martin Schulman – bass
Daniel Gustavsson – guitars
Johan Haglund – guitars
Ämir Batar – drums

DEMONICAL – Facebook

Vàli – Skogslandskap

Musica senza tempo, capace di ricondurci al nostro naturale status di ospiti del pianeta, che più ci si addice rispetto a quello di usurpatori di un regno che non ci appartiene.

Dimenticate l’inconcludente ripetitività di certo ambient o la spiritualità a buon mercato di gran parte della musica new age; se volete provare ad ascoltare composizioni strumentali in grado di accarezzare il vostro udito facendovi riappacificare con l’universo intero, anche se farete un pò di fatica nel pronunciarlo, Skogslandskap fa al caso vostro.

Risulta senza dubbio più semplice memorizzare il nome dell’artista che si cela dietro l’omonimo progetto, il norvegese Vàli che, con la sua chitarra acustica supportata di volta in volta da altri quattro magnifici musicisti, ci regala tre quarti d’ora di musica delicata quanto emozionante. Skogslandskap è suddiviso in quindici brevi tracce che si susseguono senza che affiori nemmeno per un attimo il senso di noia o di assuefazione ad un tipo di sound normalmente a rischio da questo punto di vista; basta ascoltare l’opener Nordavindens Klagesang , un gioiello che dà il via a questo viaggio all’interno delle foreste norvegesi nell’arco di tempo compreso tra il tramonto e l’alba successiva, per percepire quanto la musica prodotta da Vàli rifugga stucchevoli tecnicismi rivelandosi, invece, una magica successione di suoni capaci di muoversi all’unisono con la natura circostante. Il cammino per il quale Vàli ci conduce, si snoda armonioso tra i mormorii delle piante, lo zampettare frenetico degli animali notturni, l’effluvio inebriante della terra bagnata dall’umidità notturna per concludersi con i quattro minuti finali di Morgenry, un concentrato di pura magnificenza e di commovente poesia che rende ineluttabile la necessità di riascoltare dalla prima traccia questo capolavoro. Skogslandskap riprende il discorso laddove si era interrotto ben nove anni fa con “Forlatt”, facendo apparire breve come un soffio di vento un lasso di tempo oggettivamente piuttosto lungo. Riscoprire quel disco è pertanto doveroso, come pure lo è ascoltare questa musica senza tempo, capace di ricondurci al nostro naturale status di ospiti del pianeta, che più ci si addice rispetto a quello di usurpatori di un regno che non ci appartiene.

Tracklist:
1 Nordavindens Klagesang
2 I Skumringstimen
3 Gjemt Under Grener
4 Langt I Det Fjerne
5 Mellom Grantraer
6 Himmelens Groenne Arr
7 Et Teppe Av Mose
8 Sevjedraaper
9 Dystre Naturbilder
10 Flytende Vann
11 Stein Og Bark
12 Lokkende Lyder
13 Skyggespill
14 Roede Blader
15 Morgengry

Line-up : Vàli – All Instruments

Guests:
Rosamund Brown – Cello
Marit Charlotte Steinum – Flute
Kjetil Ottersen – Piano
Mira Ursic – Violin

VALI – Facebook

Plateau Sigma – White Wings Of Nightmares

Viene un po’ difficile spiegare, a qualcuno che non l’ha mai provato, il brivido malinconico che regala un certo doom metal, quella dolce decadenza, morte eppur poesia.

Provenienti dall’estremo lembo di Liguria che si chiama Ventimiglia, i Plateau Sigma nascono alla fine dell’inverno del 2010 per iniziativa di Manuel Vicari e Nino Zuppardo.

Manuel ha appena interrotto la sua militanza negli Screaming Jesus, un gruppo di dark wave, e con i Plateau Sigma torna alle sue radici doom. Il loro suono è un doom venato di death ed heavy metal, molto vicino allo stile francese anni ottanta. Ci sono parti cantate in growl quando l’atmosfera si appesantisce, ed invece parti cantate molto bene nei passaggi più atmosferici. I Plateau Sigma riescono benissimo nell’intento di regalare emozioni all’ascoltatore, portandoci ora in lande desolate, ora in profonde tombe. In questi ultimi tre anni il gruppo si è sicuramente evoluto, questo disco è già maturo e contiene composizioni studiate molto bene. Viene un po’ difficile spiegare, a qualcuno che non l’ha mai provato, il brivido malinconico che regala un certo doom metal, quella dolce decadenza, morte eppur poesia. Come ritorno alle scene della Beyond Prod. non c’è niente male, anzi gran colpo. Ventimiglia entra prepotentemente nella mappa del doom metal, e lo fa con un’eccellenza.

Tracklist:
1. In the air
2. Lunar stream hypnosis
3. Dreaming to dissolve
4. The cult of Mithra
5. Maira and the Archangel

Line-up:
Nino Zuppardo – Drums, Vocals
Manuel Vicari – Guitars, Vocals
Francesco Genduso – Guitars, Vocals
Maurizio Avena – Bass

PLATEAU SIGMA – Facebook

Taketh – Ignorance Is Strength

Questo secondo full-length dei Taketh, che giunge a ben otto anni dal quello d’esordio, potrebbe segnare l’inizio di una fase nuova della carriera per gli svedesi, autori di una prova assolutamente gradevole pur se non ancora degna d’essere tramandata ai posteri.

Ignoranza è forza, ci urlano in faccia i Taketh e, in fondo, come dare loro torto, sia che si voglia intendere la cosa in senso negativo (essere disinformati o comunque “ignorare” i problemi altrui sotto certi aspetti può aiutare a vivere meglio), sia che invece il significato venga associato all’ambito musicale, dove viene definito “ignorante”, in senso positivo, chi suona in maniera spontanea e senza porsi troppi problemi di carattere estetico o formale.

La band svedese è in circolazione da oltre un decennio, prima con il monicker Pergamon e, dal 2003, con quello attuale; vista la provenienza geografica non è così sorprendente scoprire che i nostri sono dediti ad uno degli stili musicali che a quelle latitudini è nato, cioè il death melodico. In effetti, i poco rassicuranti cinque figuri di Linköping ci spiazzano parzialmente con l’incipit elettronico dell’opener Moving One, e il brano stesso, scelto dalla band come signolo, ci porta a spasso per insidiosi sentieri vicini al metalcore, con tanto di ritornello con (rivedibile) voce pulita; nonostante questo però, si intuisce ugualmente che non tarderemo ad ascoltare episodi molto più canonici ed oggettivamente riusciti, dai chiari rimandi ai campioni indiscussi del genere quali i Dark Tranquillrty. Alla band guidata dai fratelli Dahl va riconosciuta la volontà di ricercare qualche sbocco compositivo meno canonico ma l’operazione spesso non riesce del tutto, pur risultando comunque lodevole (vedere la già citata Moving One o Your Master, con le sue parti corali); molto meglio, quindi, quando vengono esplorati territori conosciuti facendo venire meno qualsiasi effetto sorpresa ma colpendo efficacemente con brani inappuntabili come Burning o 1984. Il buon David prova a variare per quanto possibile la gamma vocale a sua disposizione e il resto della band ci dà dentro con sufficiente convinzione, ma appare comunque evidente che il livello raggiunto dai modelli compositivi di riferimento si trova ancora diversi passi più avanti; ciò nonostante, questo secondo full-length dei Taketh, che giunge a ben otto anni dal quello d’esordio, potrebbe segnare l’inizio di una fase nuova della carriera per gli svedesi, autori di una prova assolutamente gradevole pur se non ancora degna d’essere tramandata ai posteri …

Tracklist:
1. Moving On
2. We Are Slaves
3. Your Master
4. In Memory
5. Burning
6. Flaws
7. Innocent Again
8. Inside of Me
9. 1984
10. Mind Numbing Crap

Line-up :
David Dahl – Vocals
Mikael Lindquist – Bass
Johan Dahl – Drums
Atahan Tolunay – Guitar
Johan Ejnarsson – Guitar

TAKETH – Facebook

Ataraxie – L’Etre et La Nausée

Dopo due ottimi dischi come “Slow Transcending Agony” e “Anhedonie”, i ritrovati francesi Ataraxie scrivono quello che potrebbe essere il definitivo manifesto della loro musica.

Dopo due ottimi dischi come “Slow Transcending Agony” e “Anhedonie”, i ritrovati francesi Ataraxie scrivono quello che potrebbe essere il definitivo manifesto della loro musica.

L’Etre et La Nausée, ultima fatica discografica del quartetto transalpino, dovrebbe essere portato ad emblema della capacità di esibire sfumature diverse da parte di un genere musicale che, essenzialmente per comodità ma talvolta in maniera semplicistica, viene definito funeral doom. Infatti, appiccicare tale etichetta a quest’album appare assai riduttivo perché, se è vero che non mancano rallentamenti ai limiti dell’asfissia, passaggi talmente densi ed opprimenti che il sangue quasi fatica a trasportare ossigeno al cervello, dall’altra abbiamo momenti nei quali viene sprigionata una rabbia quasi ferina e dagli accenti disperati, ma capace di stemperarsi un attimo dopo in delicati quanto instabili ricami acustici. Per una volta, in questo genere di lavori, l’elemento in più, quello capace di evocare i differenti stati d’animo, è proprio la voce di Jonathan Thery, in grado di interpretare (nel senso vero del termine) le liriche contenute nei brani, passando con eccellente versatilità dal growl più profondo ad un lancinante screaming ai confini del depressive, oppure modulando la voce in una sorta di punto d’incontro tra questi due stili senza dimenticare i passaggi quasi sussurrati che accompagnano i momenti più rarefatti del lavoro. L’Etre et La Nausée consta di quattro lunghi brani più un breve strumentale, suddivisi in due cd per un totale di un’ora e venti di musica al contempo avvolgente e straniante, che rappresentano l’ennesimo travagliato viaggio nei meandri della nostra psiche, un luogo dove in ogni individuo si nasconde il mostro in grado di generare debolezze, paure e rimpianti, in definitiva tutte le sensazioni che ci assalgono nel preciso momento in cui proviamo a porci qualche quesito appena più profondo rispetto alla routine del nostro vivere quotidiano. “La Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza” scrive Sartre in quello che è il suo romanzo più noto, e gli Ataraxie, che fin dal titolo dell’album citano il loro illustre compatriota, rappresentano come meglio non potrebbero, tramite la loro musica, lo sgomento che si impadronisce di un individuo allorché realizza quanto il suo passaggio terreno non solo sia effimero ma addirittura insignificante, se valutato da un punto di vista universale. Per una volta preferirei evitare di affrontare quest’opera “track by track” in maniera tradizionale: L’Etre et La Nausée va vissuto dall’ascoltatore nella sua interezza e con l’opportuna dedizione; gli Ataraxie indulgono in ben poche concessioni o aperture melodiche e proprio per questo, quando ciò accade, assumono ancor più valore all’interno dell’album. Ma se avrete la pazienza e la tenacia di dedicare all’ascolto diverse ore del vostro tempo, scoprirete che il brano preferito in prima battuta, la volta successiva verrà soppiantato da un altro; così, se la prima volta amerete l’opener Procession Of The Insane Ones per la sua capacità d’essere terribilmente “pesante” anche nelle sue fasi acustiche, successivamente sarà Face The Loss Of Your Sanity ad incantarvi per la sua anima profondamente death, poi sarà il turno di Dread The Villains, che in ”soli” undici minuti si rivela un’ideale sintesi delle doti del quartetto di Rouen, finendo poi per godere appieno della sfibrante bellezza dell’infinita Nausee. Come i connazionali Monolithe, anche gli Ataraxie, svincolandosi parzialmente dai consueti schemi compositivi, hanno impresso alla loro carriera una svolta decisiva che consentirà loro d’entrare di diritto nel gotha del doom metal.

Tracklist:
1. Procession Of The Insane Ones
2. Face The Loss Of Your Sanity
3. Etats d’Âme
4. Dread The Villains
5. Nausée

Line-up :
Jonathan Théry – vocals, bass
Frédéric Patte-Brasseur – guitars
Sylvain Esteve – guitars
Pierre Sénécal – drums

ATARAXIE – Facebook

Graveyard Of Souls – Shadows Of Life

L’album ha il difetto di perdere un po’ in intensità nella sua seconda parte e l’uso di un growl abbastanza piatto alla lunga certo non aiuta, ma resta il fatto che i Graveyard Of Souls, alla fine, ci offrono tre quarti d’ora di musica oltremodo gradevole.

I Graveyard Of Souls sono una band spagnola di recente formazione dedita a un death-doom melodico dagli evidenti rimandi novantiani.

Raul e Angel, che non sono certo musicisti alle prime armi e che sono attivi anche con le death band Authority Crisis e Mass Burial, in questo loro disco d’esordio sfogano evidentemente il loro lato più malinconico, oltre all’esplicita devozione verso le sonorità che portarono in auge, tra gli altri, i primi Tiamat (quelli fino a “Clouds”), i Crematory e, per chi se li ricorda, i Godgory.
Quindi più che di death-doom, per Shadows Of Life, potrebbe essere più appropriato parlare di death melodico, però nella sua accezione più oscura e comunque piuttosto lontana da quello che conosciamo anche come “Gothenburg Sound”.
Detto questo, l’esordio dei Graveyard Of Souls non arriverà a stravolgere le gerarchie dei sottogeneri citati, ma si segnala come un’opera ben più che dignitosa anche se, probabilmente, si rivelerà di maggiore interesse per i “diversamente giovani”, come il sottoscritto, che vissero quell’epoca già in età adulta.
Il lavoro della coppia iberica si fa apprezzare per la sua genuinità, unita ad una serie di melodie azzeccate, il tutto realizzato tramite un approccio piuttosto naif e privo di particolari raffinatezze stilistiche ma ugualmente efficace: brani come la title-track o la successiva Dreaming Of Some Day To Awake convincono grazie a linee chitarristiche capaci di imprimersi nella memoria senza eccessive difficoltà e la stessa cover di Mad World dei Tears For Fears, operazione dal notevole rischio di effetto boomerang, viene proposta in una maniera piuttosto credibile.
L’album ha il difetto di perdere un po’ in intensità nella sua seconda parte e l’uso di un growl abbastanza piatto alla lunga certo non aiuta, ma resta il fatto che i Graveyard Of Souls, alla fine, ci offrono tre quarti d’ora di musica oltremodo gradevole.

Tracklist :
1. Genesis
2. Shadows of Life
3. Dreaming of Some Day to Awake
4. Memories of the Future (We Are)
5. Follow Me
6. Mad World
7. Solitude’s My Paradise
8. Dead Earth
9. There Will Come Soft Rains

Line-up :
Raúl
Angel

GRAVEYARD OF SOULS – Facebook

HellLight – No God Above, No Devil Below

La scelta di un suono di batteria troppo secco (tale da sembrare quasi una drum-machine) e, soprattutto, il ciclico ricorso a una voce pulita che è rimasta quella stridula e un po’ incerta già esibita ai tempi di “Funeral Doom”, costringono la band paulista a restare un gradino al di sotto dell’eccellenza assoluta.

Ho amato da subito la musica degli HellLight, fin da quel “Funeral Doom” (titolo programmatico anche se per certi versi fuorviante), secondo full-length nel quale, pur tra diverse imperfezioni, la band paulista mostrava un potenziale melodico ed evocativo in grado di esplodere da un momento all’altro.

Il successivo “…And Then, The Light Of Consciousness Became Hell…” aveva confermato quelle impressioni, rafforzate da un evidente progresso dal punto di vista della tecnica strumentale e della produzione. Tutto ciò faceva pensare che il quarto album sarebbe potuto essere quello della definitiva consacrazione ma, pur essendo stato compiuto un ulteriore passo avanti, non è andata proprio così, perché quei piccoli difetti strutturali che gli HellLight si trascinano dietro fin dagli esordi non sono ancora del tutto scomparsi. Intendiamoci, No God Above, No Devil Below, è un bellissimo disco, straconsigliato a chi apprezza il doom nella sua versione più melodica, malinconica ed accessibile, ma l’impressione che resta, al termine di questi quasi 80 minuti di musica, è quella di una band che non è ancora riuscita a compiere il passo decisivo per raggiungere un livello prossimo a quello dei Saturnus, tanto per restare nel medesimo ambito stilistico, anche se mi rendo conto che non stiamo parlando di un qualcosa alla portata di tutti. Pregi e difetti della band guidata dal chitarrista e cantante Fabio De Paula sono essenzialmente racchiusi negli oltre venti minuti complessivi della title-track e della successiva Shades Of Black: uno spiccato senso melodico al servizio di meste partiture tastieristiche, l’alternanza tra un profondo growl ed una stentorea voce pulita, ritmiche pachidermiche e assoli di chitarra di stampo classico nonché di eccellente gusto e fattura. Sfido chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità a non commuoversi ascoltando l’incipit di Shades Of Black, il tipico brano che da solo vale un intero disco, peccato che la scelta di un suono di batteria troppo secco (tale da sembrare quasi una drum-machine) e, soprattutto, il ciclico ricorso a una voce pulita che è rimasta quella stridula e un po’ incerta già esibita ai tempi di “Funeral Doom”, costringano la band paulista a restare un gradino al di sotto dell’eccellenza assoluta. Perché, diciamocela tutta, ogni volta che Fabio De Paula decide di prodursi nelle sue evoluzioni chitarristiche riesce a regalare momenti realmente indimenticabili, e questo è sicuramente un significativo punto di contatto con i Saturnus; ma, mentre in questi ultimi Thomas Jensen si limita saggiamente ad esibire, oltre al proprio profondo growl, soltanto alcune parti recitate, negli HellLight l’uso delle clean vocals appare forzato se non addirittura superfluo, visto che già la sola struttura compositiva dei brani contribuisce a creare emozioni in abbondanza. Il resto dell’album segue di norma uno schema consolidato, con brani contraddistinti da una lunga e più pacata parte introduttiva che sfocia in un finale nel quale si erge a protagonista la sei corde del leader , fatta eccezione per Path Of Sorrow, con la sua struttura di stampo autenticamente funeral; tutto ciò rischia talvolta di appesantire l’ascolto di No God Above, No Devil Below, anche se per chi apprezza il genere la cosa si rivelerà un piacevole sacrificio. Forse sono stato eccessivamente critico nei confronti degli HellLight, e ciò che mi ha trasmesso davvero questo loro ultimo lavoro lo mostra chiaramente il voto piuttosto elevato assegnatogli; purtroppo, però, in un’ottica di ricerca del meglio, non si può sorvolare su quei particolari che, per ora, impediscono il definitivo decollo ad una band capace di creare con una simile naturalezza melodie talmente coinvolgenti. Ma, si sa, a volte il troppo amore rende le persone particolarmente esigenti …

Tracklist :
1. Intro
2. No God Above, No Devil Below
3. Shades of Black
4. Unsacred
5. Legacy of Soul
6. Path of Sorrow
7. Beneath the Lies
8. The Ordinary Eyes

Line-up :
Fabio De Paula – Guitars, Vocals, Keyboards
Alexandre Vida – Bass
Rafael Sade – Keyboards
Phill Motta – Drums

HELLLIGHT – Facebook

Varego – Blindness Of The Sun

Ritornano i liguri Varego, con un ep di quattro pezzi.

Questo ep è un capolavoro per intensità, varietà, è un’epifania esoterica. Prodotto dalla sapiente mano di Billy Anderson, già longa manus per Sleep e Eyehategod, Blindness Of The Sun è un disco che piacerà tantissimo a chi aveva già apprezzato Tvmvltvm.

Anche qui i Varego giocano benissimo con il medium del concept album, dato che Blindness Of The Sun
è la continuazione esoterica del precedente concept album. Si parte con Hesperian, un pezzo massiccio nel quale i Varego passano con disinvoltura da un genere all’altro, finendo addirittura con potenti stacchi death metal ; si può tranquillamente affermare che Hesperian sia uno dei migliori pezzi mai composti dai ragazzi liguri: “hesperian” è l’occidente, la linea dalla quale sorge il Sole, luogo femminino di concezione.
Legata alla precedente traccia da un outro/intro arriva Secrets Untold, dove continua il tono epico di questo ep, con la chitarra che descrive un riff in stile doom, ma molto più veloce, confermando che lo stile chitarristico di Gero e di Alberto è inconfondibile. Alla batteria c’è il solito grandissimo lavoro di Simone Lepore, che congiuntamente a Marco Damonte al basso fa sempre faville. Al terzo minuto di questa traccia c’è uno stacco che fa diventare il pezzo molto arioso, per poi tornare alla consueta durezza poco dopo. Rimane nell’aria un sentore di rivelazione, di segreto svelato.
Nel terzo pezzo i Varego si avvalgono della speciale collaborazione del sassofonista Giovanni Sansone, già con Casino Royale e La Crus, che aggiunge alla canzone un sapore molto speciale. Con l’aggiunta di questo sax free jazz, i Varego ci fanno intravedere la possibilità che la loro carriera sfoci nella sperimentazione, cosa auspicabile, poiché i ragazzi possiedono tutti i requisiti necessari.
Davvero un gran bel pezzo, un vero volo del nostro io.
Per il quarto e definitivo pezzo ecco arrivare la sacerdotessa Jarboe: per chi non la conoscesse, basti dire che è stata la fondatrice degli Swans, e che tutta una certa scena musicale, dai Neurosis ai A Perfect Circle, l’ha avuta come straordinaria collaboratrice. Ascoltando Of Drowning Stars potrete comprendere meglio il concetto. Questa canzone è come un summa di tutto ciò che hanno creato fino ad adesso i Varego, che già hanno nei loro ranghi la grande voce di Davide Marcenaro, ma con Jarboe si arriva sulle stelle. Il tappeto sonoro è in puro stile Varego, mentre il cantato della signora americana è celestiale e terribile al tempo stesso, come potrebbero essere delle stelle sommerse.
Ci troviamo quindi di fronte ad uno dei migliori dischi mai usciti in Italia in un ambito musical-esoterico che non ha nulla di commerciale, ma è anzi un viaggio iniziatico, per chi desidera intraprenderlo. Quattro pezzi che hanno al loro interno un numero infinito di mondi e di aperture verso altre dimensioni. Da rimarcare anche, per chiudere un cerchio già perfetto, la magnifica copertina di Marco Castagnetto, un’altro che s’intende di aprire mondi e dimensioni.

Tracklist:
1 Hesperian
2 Secrets Untold
3 The flight of the I
4 Of drowning stars

VAREGO – Facebook

Demonic Death Judge – Skygods

Una prova sorprendente per qualità e chiarezza delle idee riversate in questa cinquantina di minuti che volano via in un amen, proprio grazie alla capacità dei finnici di comporre brani dotati di profondità, pur senza rivelarsi eccessivamente ostici ai primi ascolti.

I Demonic Death Judge provengono dalla Finlandia e la loro proposta è incentrata su uno sludge/doom dai tratti avvincenti e soprattutto dotato di un notevole groove.

Il quartetto nasce nel 2009 da una costola degli industrial deathsters Total Devastation, il che tutto sommato fa capire quale sia la versatilità dei nostri, alle prese con generi oggettivamente piuttosto distanti tra loro. Skygods è il secondo full-length, che segue a poca distanza il pregevole esordio “The Descent”, e ne parliamo solo ora nonostante sia uscito effettivamente negli ultimi mesi dell’anno scorso. In quest’album, contrariamente a quanto potrebbe far pensare il retaggio musicale del quartetto, lo sludge assume sembianze tutto sommato accessibili, ovviamente relativizzando il tutto, mostrando un approccio alla materia fresco e accattivante. Difficile non restare coinvolti da brani come la title-track, la successiva Salomontaari dagli accenni blues, la lisergica Knee High, la sabbathiana Aqua Hiatus o la splendida ed oscura Pilgrimage, posta in chiusura del lavoro. Una prova sorprendente per qualità e chiarezza delle idee riversate in questa cinquantina di minuti che volano via in un amen, proprio grazie alla capacità dei finnici di comporre brani dotati di profondità, pur senza rivelarsi eccessivamente ostici ai primi ascolti. Skygods è un disco vivamente consigliato a tutti coloro che apprezzano questo tipo di sonorità, sicuramente non ne resteranno delusi.

Tracklist :
1. Skygods
2. Salomontaari
3. Latitude
4. Knee High
5. Aqua Hiatus
6. Cyberprick
7. Nemesis
8. Pilgrimage

Line-up :
Pasi Hakuli – Bass
Lauri Pikka – Drums
Saku Hakuli – Guitars
Jaakko Heinonen – Vocals

DEMONIC DEATH JUDGE – Facebook

Helrunar / Árstíðir Lífsins – Fragments: A Mythological Excavation

“Fragments: A Mythological Excavation” è uno split album, nato dalla collaborazione tra le due label tedesche Prophecy Productions e Vàn Records, che vede impegnate due band forse non troppo conosciute dalle nostre parti ma sicuramente di grande spessore artistico.

Fragments: A Mythological Excavation è uno split album, nato dalla collaborazione tra le due label tedesche Prophecy Productions e Vàn Records, che vede impegnate due band forse non troppo conosciute dalle nostre parti ma sicuramente di grande spessore artistico.

Parliamo degli Helrunar, senz’altro più noti anche perché attivi da ben oltre un decennio, anch’essi tedeschi, e degli Árstíðir Lífsins, combo dalla formazione recente che racchiude musicisti provenienti da diverse nazioni del nord Europa: li accomuna, oltre il genere suonato, anche una passione e una conoscenza tutt’altro che superficiale della mitologia nordica (e non solo, come vedremo).
Entrambe dedite a una forma di black epico, atmosferico e dalla forte componente etnica, le due band colgono questo occasione per presentare ognuna un lungo brano che ne ribadisce una volta di più le capacità già espresse in passato.
Lo split si apre con Wein Fur Polyphem degli Helrunar, i quali , attraverso il proprio leader Skald Draugir, spostano la loro attenzione verso la mitologia mediterranea, affrontando quello che probabilmente ne è il poema più conosciuto, l’Odissea. Il brano è un perfetto esempio di musica colta ed evocativa a 360 gradi: nel suo quarto d’ora si alternano parti corali, passaggi di enorme impatto caratterizzati da riff, ora chirurgici, ora capaci di evocare il fascino mai sopito delle gesta di Ulisse e dei suoi compagni di avventura.
Gli Árstíðir Lífsins, se come già detto si possono considerare in qualche maniera appartenenti allo stesso filone dei propri compagni di split, in realtà spostano ancora più l’asticella verso il lato maggiormente malinconico e sinfonico del genere; intendiamoci, qui non abbiamo a che fare con tastiere bombastiche bensì con strumenti classici che si integrano alla perfezione con le sfuriate di matrice black. Ammetto colpevolmente di non conoscere quanto composto in passato da questa magnifica band, ma il livello compositivo di Vindsvalarmál è tale da indurmi a pensare d’essermi perso qualcosa di importante.
In questi venti minuti la band condotta dal polistrumentista Stefan ci conduce per mano nel mondo dei miti norreni e il tutto avviene con la competenza e la cognizione di causa che proviene solo da uno studio approfondito della materia (lo stesso vale anche per Skald Draugir): tutto ciò trova nella musica il suo naturale sbocco rendendo questo brano una vera e propria perla, superiore al già di per sé notevole contributo degli Helrunar.
Devo dire che ho sempre considerato gli split album alla stregua di opere minori e dal carattere un po’ dispersivo, ma non posso che approvare al 100% quest’operazione, che ci consegna mezz’ora abbondante di ottima musica, oltre ad aumentare l’attesa per le prossime uscite su lunga distanza delle due band.

Tracklist :
1. Helrunar – Wein für Polyphem
2. Árstíðir Lífsins – Vindsvalarmál

Line-up :
Helrunar:
Skald Draugir – Vocals
Alsvartr – Drums, Bass
Discordius – Guitars, Vocals

Árstíðir Lífsins:
Stefán – Guitars, bass, vocals & choirs
Árni – Drums, viola, double bass, vocals & choirs
Georg – Vocals & choirs
Marsél – Vocals & choirs
Sveinn – Piano, keyboards & effects
Kristófr – Percussions & choirs
Tómas – Choirs
Teresa – Vocals
Kristín – Organ

HELRUNAR – Facebook

ARSTIDIR LIFSINS – Facebook

Black Oath – Ov Qliphoth And Darkness

“Ov Qliphoth And Darkness” è l’ennesimo grande disco doom metal pubblicato da una band italiana.

Dire che l’Italia in questo momento è una delle avanguardie della scena doom mondiale potrebbe apparire un eccesso di ottimismo o, nel peggiore dei casi, un incontrollabile attacco di sciovinismo: forse non sarà così dal punto di vista quantitativo, ma sotto l’aspetto qualitativo le nostre band non temono davvero confronti.

Per evitare di scontentare o dimenticare qualcuno non sciorinerò l’elenco piuttosto lungo dei nomi che, in questi ultimi anni, hanno dato alle stampe lavori di elevato spessore e che, non a caso, hanno ricevuto maggiore attenzione e risonanza all’estero che non in casa nostra, ma per i veri appassionati sarebbe tutto sommato un’operazione inutile.
In questo novero entrano di diritto i Black Oath, realtà dalla storia ancora relativamente breve ma già ricca di uscite in vari formati: questo Ov Qliphoth And Darkness è di fatto solo il loro secondo full-legth e non fa che rafforzare le positive impressioni destate con l’esordio “The Third Aeon” risalente a due anni fa.
Il doom della banda milanese afferisce al ramo più classico del genere, quello, per intenderci, che fa propria la lezione di Candlemass, Pentagram, Saint Vitus e compagnia, il tutto insaporito però da quel’oscuro fascino esoterico che dalle nostre parti è una regola e non un’eccezione.
In fondo la ricetta dei Black Oath non è affatto sconvolgente: brani lenti ma non dai tratti pachidermici, che seguono una linea melodica ben precisa, assecondata da un cantato sobrio, lineare, ma assolutamente efficace, a cura dell’ottimo A.Th.
Dopo la consueta intro, For His Coming apre le danze con un brano evocativo quanto in linea con la tradizione, e lo stesso si può dire anche per le altrettanto convincenti Sinful Waters e Scent Of A Burning Witch.
Witch Night Curse viene introdotta da una cupa tastiera (che ricorda i mai abbastanza rimpianti Cultus Sanguine) per poi dipanarsi in una lenta marcia verso l’abisso, mentre A.Th. continua ad evocare con maestria riti terrificanti ed oscuri.
Drakon, Its Shadow Upon Us fa il paio con il brano precedente per la sua carica evocativa e sembra lecito affermare che questo quarto d’ora complessivo di musica rappresenti al meglio le capacità indiscutibili del trio.
La title–track e la conclusiva (in tutti i sensi…) … My Death sono le tappe finali dell’ennesimo, affascinate viaggio musicale senza ritorno verso l’ignoto.
Nonostante il meritato elogio alla scena doom nostrana con il quale ho iniziato la recensione, nel cercare però qualche affinità con altri dischi usciti recentemente, collocherei Ov Qliphoth And Darkness nello stesso segmento stilistico dell’altrettanto valido “Doominicanes” dei polacchi Evangelist.
Ma, in casi come questi, i termini paragone sono utili solo per fornire un’idea approssimativa a chi non avesse ancora avuto la ventura di ascoltare qualche frammento di questo pregevole lavoro che, per quanto inevitabilmente devoto a chi in passato ha già percorso questo cammino misterioso e costellato di dolore, ha ben impresso il marchio di fabbrica della band che lo ha composto e inciso.

Tracklist :
1 – Esbat: Lamiae Sinagoge Pt 2
2 – For His Coming
3 – Sinful Waters
4 – Scent Of A Burning Witch
5 – Witch Night Curse
6 – Drakon, Its Shadow Upon Us
7 – Ov Qliphoth And Daekness
8 – …My Death

Line-up :
A.Th – Vocals, Guitars
Paul V – Bass
Chris Z – Drums, Clean Guitars, Synth
pagina face book

BLACK OATH – Facebook

Cold Insight – Further Nowhere

Chi ha apprezzato l’operato di Sebastien negli Inborn Suffering e nei Fractal Gates, si avvicini comunque senza indugi a a questo progetto di sicuro interesse e ragguardevole qualità, in attesa di seguirne i prossimi sviluppi.

Sebastien Pierre è un musicista francese, conosciuto soprattutto per la sua militanza negli Inborn Suffering e nei Fractal Gates, che non ha certo il timore di lanciarsi in nuovi e stimolanti progetti.

I Cold Insight nascono diversi anni orsono come solo project, con l’intento tutt’altro che celato di unire le atmosfere malinconiche del death-doom con quelle sonorità post-metal che hanno fatto la fortuna, tra gli altri, dei connazionali Alcest. Further Nowhere, che andiamo ad esaminare in quest’occasione, non è il vero e proprio full-length, bensì una pre-produzione alla quale manca, inoltre, la parte vocale, ed è testimonianza tangibile di questa “provvisorietà” la sua reperibilità esclusivamente on-line, ma di certo la sua divulgazione è stata utile al musicista transalpino per cogliere umori e reazioni degli appassionati. Nonostante la sua veste di “work in progress” questo abbozzo di album merita ugualmente d’essere ascoltato perché, in primis, a differenza di molte altre uscite dello stesso tenore, ha il pregio di non annoiare mai, ma soprattutto perché Sebastien va dritto all’obiettivo con brani contraddistinti da melodie e ritmi ben memorizzabili, tralasciando tentazioni di stampo ambient o sperimentali. In una track-list priva di momenti deboli spiccano le splendide armonie dell’opener The Light We Are, della lunga Sulphur (che si fa ricordare anche per gli eleganti sprazzi elettronici che si fanno strada tra riff vigorosi) e la sognante Even Dies A Sun. A differenza di molti altri progetti solisti dalle caratteristiche prevalentemente strumentali (almeno per ora), i Cold Insight possiedono una vena più oscura e riflessiva, naturale se la musica è composta da un musicista dal retaggio death-doom come Pierre, e ciò finisce per conferire al lavoro una compattezza ed un’intensità sconosciuta in operazioni che, invece, troppo spesso optano per un minimalismo sonoro fine a se stesso. Tirando le somme, si può affermare che a Further Nowhere, per ora, manca solo “la parola”, e siamo davvero curiosi di vedere cosa potrà riservarci il prodotto finito. Chi ha apprezzato l’operato di Sebastien negli Inborn Suffering e nei Fractal Gates, si avvicini comunque senza indugi a a questo progetto di sicuro interesse e ragguardevole qualità, in attesa di seguirne i prossimi sviluppi.

Tracklist :
1. The Light We Are
2. Midnight Sun
3. Sulphur
4. Close Your Eyes
5. Above
6. Rainside
7. Stillness Days
8. Even Dies A Sun
9. Distance
10. I Will Rise
11. Further Nowhere

Line-up :
Sebastien Pierre – All instruments, Vocals

COLD INSIGHT – Facebook

Doomraiser / Caronte – Split

Uno split che si rivela un’autentica chicca per gli appassionati, oltre che un prezioso e gradito antipasto in grado di lenire l’attesa per le prossime prove su lunga distanza di due band dallo status ormai consolidato.

Piatto decisamente succulento, questo split album che vede alle prese due delle punte di diamante della scena doom tricolore, i romani Doomraiser ed i parmensi Caronte.

Dopo tre lavori che l’hanno imposta all’attenzione non solo in ambito nazionale, la band della capitale propone un lungo brano che tutto sommato riassume quella che è stata la sua progressione stilistica in questi anni: elementi di doom primordiale vanno ad amalgamarsi con quelle pulsioni psichedeliche che hanno caratterizzato in particolare l’ultimo “Mountain Of Madness”: in Dream Killers viene evidenziato un ottimo equilibrio tra le varie componenti del sound che appare, soprattutto nella parte iniziale, più diretto del solito; come sempre da rimarcare la prestazione di Nicola “Cynar” Rossi, capace di offrire senza sbavature diversi range vocali. La proposta dei Caronte su articola invece su due brani che, pur mantenendo ben saldo il trademark della band, esplorano in maniera differente la materia stoner psichedelica che i nostri sanno maneggiare sempre con maestria: più lineare e fruibile al primo impatto Tales From The Graves, traccia oscura e avvolgente, resa ancor più affascinante dal sapiente uso dell’hammond, mentre maggiormente disturbata da pesanti influssi dark-esoterici appare Journey Into The Moonlight, brano cangiante nel quale, quando il sound si distende nei suoi passaggj più evocativi, l’interpretazione vocale di Dorian Bones ricorda da vicino per intensità quella del miglior Danzig. Uno split che si rivela, quindi, un’autentica chicca per gli appassionati, oltre che un prezioso e gradito antipasto in grado di lenire l’attesa per le prossime prove su lunga distanza di due band dallo status ormai consolidato.

Tracklist :
1. Doomraiser – Dream Killers
2. Caronte – Back from the Grave
3. Caronte – Journey into the Moonlight

Line-up :
Doomraiser
Cynar – Vocals
Drugo – Guitar
Willer – Guitar
BJ – Bass
Pinna – Drums

Caronte
Tony Bones – Guitars
Mike De Chirico – Drums
Henry Bones – Bass Dorian
Bones – Vocals

DOOMRAISER – Facebook

CARONTE – Facebook

Infinita Symphonia – Infinita Symphonia

Gli Infinita Symphonia vanno ad aggiungersi al cospicuo numero di band tricolori dedite ad un heavy metal dai tratti sinfonici e lo fanno senza sfigurare al cospetto dei nomi più celebrati della scena.

Gli Infinita Symphonia vanno ad aggiungersi al cospicuo numero di band tricolori dedite ad un heavy metal dai tratti sinfonici e lo fanno senza sfigurare al cospetto dei nomi più celebrati della scena.

Il sound della band nettunese unisce in maniera efficace power e prog, mantenendo comunque sempre connotati alquanto melodici senza per questo risultare necessariamente stucchevoli. L’opener If I Could Go Back è un perfetto esempio di ciò che riserverà il resto dell’album, trattandosi di un brano immediatamente memorizzabile e lo stesso dicasi per la successiva (e ancor più efficace) The Last Breath; il quartetto laziale pare trovarsi perfettamente a proprio agio con brani di questo tipo, e lo stesso accade con una ballad come l’emozionante In Your Eyes (a noi una canzone con questo titolo deve piacere per forza …) dal vago sentore Shadow Gallery, nella quale Luca Micioni, coadiuvato da una voce femminile, sfodera una prestazione di assoluto rilievo. Pregevoli anche Fly, non solo per il contributo vocale del “mostro sacro” Michael Kiske, e la coinvolgente Waiting For A Day. La chiusura di quest’album autointitolato è affidata a Limbo, degno epilogo per un lavoro che, pur essendo forse un po’ “leggerino” per chi è abituato a sonorità più robuste, mostra una sorprendente crescita dopo ogni ascolto, denotando una tenuta sulla lunga distanza non sempre rinvenibile in uscite di questo genere. Se cercate novità epocali passate pure oltre, altrimenti, se vi “accontentate” di ascoltare del buon metal melodico, suonato con gusto e padronanza della materia, gli Infinita Symphonia fanno sicuramente al caso vostro.

Tracklist :
1. If I Could Go Back
2. The Last Breath (Slideshow)
3. Welcome to My World
4. Drowsiness
5. In Your Eyes
6. Fly
7. Interlude
8. Waiting for a Day of Hapiness
9. X IV
10. Limbo

Line-up :
Luca Micioni – Vocals
Gianmarco Ricasoli – Lead Guitar & Backing Vocals
Alberto De Felice – Bass & Backing Vocals
Ivan Daniele – Drums

The Great Saunites – The Ivy

The Ivy merita di entrare a far parte della discografia degli ascoltatori dalle vedute più aperte.

Quando ogni tanto, nello smazzare il materiale che ci arriva, mi imbatto in un disco che esula dai generi che meglio conosco, il problema maggiore è quello di aver poco da raccontare e soprattutto d’essere sprovvisto di adeguati termini di paragone.

Per fortuna questo lavoro dei The Great Saunites non mi ha lasciato affatto spiazzato benché sia apparentemente lontano dalle forme di doom che costituiscono il mio habitat naturale: The Ivy mostra infatti, tra le proprie caratteristiche, un volto psichedelico che omaggia in maniera competente il sound pinkfloydiano dei primi anni ’70, senza però tralasciare diverse pulsioni derivanti dallo stoner più opprimente, oltre a una sviluppata componente noise.
La breve opener Cassandra è un’assaggio del delirio sonoro costituito dalla successiva Medjugorje, otto minuti in grado di stordire ed affascinare allo stesso tempo, grazie ai suoi ritmi ossessivi e lisergici; Bottles & Ornaments appare invece come una sorta di citazione del trittico “Alan’s Psychedelic Breakfast” che chiudeva il geniale (quanto ingiustamente sottostimato rispetto ad altri album più celebrati) “Atom Heart Mother”.
Ocean Raves regala qualche minuto di pace acustica prima che la scena venga occupata dalla lunghissima title –track, nella quale i The Great Saunites danno libero sfogo alla propria creatività amalgamando gli umori psichedelici con un sapiente utilizzo dell’elettronica; questi venti minuti sono emblematici dell’attitudine sperimentale e priva di alcuna linea di demarcazione dei due musicisti lombardi e, nonostante una durata indubbiamente impegnativa, la traccia scorre senza lasciare alcun sentore di noia.
Da segnalare, infine, che questo ep esce sotto l’egida di un pool di etichette (Bloody Sound Fucktory, Hypershape, HysM?, Il Verso del Cinghiale, Lemming, Neon Paralleli, Terracava, Villa Inferno) che si sono mosse per consentire a The Ivy di entrare meritoriamente a far parte della discografia degli ascoltatori dalle vedute più aperte.

Tracklist :
1.Cassandra
2.Medjugorje
3.Bottles & Ornaments
4.Ocean Raves
5.The Ivy

Line-up :
Leonard Kandur Layola (drums,effects,guitar,keyboards)
Atros (bass,keyboards,guitar,vocals)

THE GREAT SAUNITES – pagina Facebook

Tethra – Drown Into The Sea Of Life

Un lavoro consigliato vivamente a chi apprezza il doom nella sua forma più genuina e spontanea.

Dopo un Ep ed un intensa attività dal vivo nel corso di questi ultimi anni, i Tethra approdano al full- length d’esordio che costituisce, contemporaneamente, anche la prima uscita per la nuova label milanese House of Ashes Prod.

Nata dall’incontro tra il chitarrista Belfagor (Horrid) e il cantante Clode (ex-Coram Lethe), la band, completata da Miky (Vexed) alla batteria e dall’ultimo entrato, Giuseppe al basso , pur essendo relativamente di recente formazione è in realtà composta, come si può intuire, da musicisti esperti e Drown Into The Sea Of Life ne è la logica conseguenza. La musica dei Tethra prende le mosse dai Candlemass più evocativi ammantandosi sovente di ombrose atmosfere death-doom, senza concedere ammiccamenti a facili melodie ma mostrando in prevalenza un volto plumbeo pur se non propriamente funereo; i brani, infatti, pur essendo ovviamente caratterizzati da ritmi lenti, non debordano mai in un’opprimente pesantezza.
Dopo la canonica intro strumentale, Sense Of The Night inaugura l’album presentando Clode alle prese con profonde tonalità in stile Ribeiro, caratteristica che nel corso del lavoro riproporrà con buoni risultati, in costante alternanza a vocals più stentoree ed al growl .
Questo brano, così come il successivo Drifting Islands, brilla per la sua forza evocativa e si rivela l’indicatore attendibile di un songrwriting in grado di coinvolgere adeguatamente l’ascoltatore.
Più ritmata è, invece, Vortex Of Void, anche se è evidente che il concetto di velocità in un disco di questo tipo è del tutto relativo, mentre la title-track si mostra come la traccia più elaborata, con diversi cambi di tempo, la consueta varietà vocale e ottime linee chitarristiche
Se Ocean Of Dark Creations è caratterizzata da un bel contributo del basso, strumento che viene messo in bella evidenza dalla produzione a cura dello stesso Clode e di Mat Stancioiu, la successiva Ode To A Hanged Man si fa ricordare per un incipit dal sapore epico, anche se si rivela leggermente inferiore a livello di coinvolgimento emotivo rispetto al contesto.
Questo tribolato viaggio in acque perigliose (i testi dell’intero album hanno come tema portante il mare e l’oceano) si conclude con End Of The River, degno finale di un lavoro convincente anche se di non semplicissima assimilazione.
Cio che piace dei Tethra è proprio questa loro scelta di mantenersi in linea con l’ortodossia del genere, aspetto che può penalizzare la fruizione del disco durante i primi ascolti ma che finisce per svelare la sua oceanica profondità nelle successive occasioni.
Un lavoro consigliato vivamente a chi apprezza il doom nella sua forma più genuina e spontanea.

Tracklist :
01 Intro
02 Sense Of The Night
03 Drifting Islands
04 Vortex Of Void
05 Drown Into The Sea Of Life
06 The Underworld
07 Ocean Of Dark Creations
08 Ode To A Hanged Man
09 End Of The River

Line-up :
Miky – Drums
Belfagor – Guitars
Clode – Vocals
Giuseppe – Bass

TETHRA – pagina Facebook

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