Recensione

Chiunque sfogli le pagine virtuali di questa webzine conoscerà alla perfezione la band di Halifax così come conoscerà la suaevoluzione storica, tanto eclettica quanto coraggiosa e, in alcuni casi, al limite del bizzarro.

Facendo un’analisi discografica i Paradise Lost sono sempre stati una band che ha sfornato album (di qualità sempre sopra la media) a gruppi di tre o quattro, nel senso che ogni tot album la band si evolveva, modificava, maturava per poi ricambiare pelle e addentrarsi in nuovi meandri e avventure.
La cosa strabiliante è la disinvoltura disarmante con la quale ogni volta questa mutazione avveniva, regalando ai fan lavori di qualità sempre eccezionale.
Se la prima tripletta di album (da Lost Paradise a Shades of God) ci presentava una band più dedita al culto doom ai limiti del death, i successivi Icon e Draconian Times, autentici capolavori non solo della band ma di tutto il mondo metal, rappresentavano il lato più gotico del quintetto.
Già dal successivo One Second, però, si intravedeva la voglia della band di perlustrare nuovi mondi contaminati da influenze più elettroniche, a volte al limite del dark (cosa comune a svariate altre band in quegli anni; basti pensare ai Moonspell con Sin/Pecado, ai Tiamat con A deeper kind of slumber o ai Kreator con Endorama, giusto per citare solo alcuni), per poi sfociare nel successivo Host (caso isolato in tutta la loro discografia per quanto riguarda le sonorità) che andava a prendere ispirazione a piene mani dai Depeche Mode e qualcosina dei Sister of Mercy più sperimentali, facendo storcere il naso a non pochi vista l’assenza totale di chitarre e batteria a favore dei synth.
Con questo Believe in Nothing, uscito originariamente all’ alba del 2001, si aprì la quarta epoca della band: pertanto dopo il doom death, il gothic e la sperimentazione elettronica, l’unica cosa da fare era riprendere in braccio le chitarre, e iniziare nuovamente a distorcere i suoni pestando sulla batteria e dando inizio a quella che fu una vera e propria rinascita della band.
Oggi Believe in Nothing ci viene riproposto, a diciassette anni dalla sua pubblicazione, in una versione del tutto nuova, rimasterizzata e riprodotta. E’ noto, infatti, che la band ai tempi non fu del tutto soddisfatta del lavoro fatto in consolle ne per quanto riguardava l’ artwork: “Non è un segreto che non fossimo mai stati del tutto contenti della produzione dell’album, nonostante ci piacessero le canzoni”, dichiara il cantante Nick Holmes. “C’è voluto parecchio tempo, ma finalmente è venuto il momento di tornare in studio con Gomez per rimetterci mano. Ci auguriamo che la nuova versione del disco vi piaccia: finalmente queste canzoni suonano come avrebbero dovuto suonare già all’epoca”.
Ai primi ascolti in effetti il risultato è decisamente buono, con suoni più potenti che enfatizzano le chitarre rendendole più potenti e meno in sordina rispetto alla versione originale del disco, così come la batteria che ha un suono decisamente più “metal” che da disco di musica rock/pop. L’ artwork, in origine imbarazzante, è più minimale, tenendo comunque il tema dell’ ape, già presente nella cover del 2001.
Nessuna rivoluzione, pertanto, (a parte qualche intro di un paio di brani allungato o qualche sfumatura qui e là) da un album che è sempre stato troppo sottovalutato ma che ha un’importanza fondamentale per l’evoluzione della band per come ci si presenta oggi nel 2018.
Se di capolavoro non si può parlare, dire che si tratta di un buon disco non è assolutamente sbagliato. Un buon disco rock.
Le influenze electro “Depeche Modiane” si fanno sentire ancora in maniera più o meno vivida (Divided e Never Again) cosi come una certa vocazione al dark rock nel senso più stretto del termine (Illumination) o qualche retrogusto addirittura post/grunge (Fader e Mouth). Ma è con la finale World Pretending che una lampadina si accende nella nostra testa (o in quella della band?) e che ci riporta come attitudine a un One Second o, anche se lontanamente, a una ventata seppur leggera di Draconian Times, con il suo incedere lento e oscuro con un Holmes che lo si sente finalmente, anche se per pochi istanti, ruggire un minimo dietro quel microfono come non lo faceva da ormai svariati anni.
Niente ritorno alle radici, nessun passo indietro, cosa mai fatta da questa band formidabile, ma guardare sempre avanti mettendosi sempre in gioco andando spesso e volentieri contro corrente alla faccia di tutto e tutti.
Believe in Nothing non rimarrà negli annali degli album metal/rock ma di sicuro ha segnato il ritorno a sonorità più “dure” del combo inglese, che sfoceranno in quegli album che compongono questa quarta epoca della band: Symbol of Life, Paradise Lost e In Requiem, prima del definitivo ritorno alle radici con il capolavoro assoluto Faith Divide Us – Death Unite Us.
Una “reissue” che scorre via che è un piacere, suonata in maniera egregia e di ascolto scorrevole, da avere non solo per la sua qualità, passata inosservata negli anni, ma anche per il mero valore storico che racchiude. In questa versione 2018 si aggiunge una produzione davvero ottima che ne valorizza la resa e, nella versione Digipack, due bonus tracks che, nonostante la loro bontà, nulla aggiungono al già buon lavoro fatto ai tempi in sede di songwriting finale.

Tracklist
1 – I Am Nothing
2 – Mouth
3 – Fader
4 – Look At Me Now
5 – Illumination
6 – Something Real
7 – Divided
8 – Sell It To The World
9 – Never Again
10 – Control
11 – No Reason
12 – World Pretending
13 – Gone (bonus track)
14 – Leave This Alone (bonus track)

Line-up
Stephen Edmondson Bass
Gregor Mackintosh Guitars (lead), Keyboards
Aaron Aedy Guitars (rhythm)
Nick Holmes Vocals
Lee Morris Drums

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