Recensione

Personalmente ascolto metal da inizio anni ’90 e giuro che mai avevo visto una copertina più brutta, orribile, insulsa e fastidiosa di questa al punto che non si riesce a capire bene cosa ci sia disegnato (un tempio blu e fucsia agghiacciante, uomini incappucciati di spalle, e un varco spazio temporale con un mendicante intento a chiedere la carità).

Il quintetto proveniente dal North Carolina con questo Ancestral Blood esordisce nel mercato discografico; né Ep, né demo, né nulla di nulla prima di questo lavoro e, se non avessi letto la provenienza, avrei messo le mani sul fuoco che si sarebbe trattato dell’ ennesima band proveniente dal Nord Europa, senza ombra di dubbio.
Detta così potrebbe sembrare d’essere alle prese con un disco derivativo e così è! I Rites to Sedition fanno dei generi succitati un collage come se stessero giocando a tetris, per oltre un’ora di musica divisa in otto canzoni e altrettante quattro tracce strumentali che fungono da vari intro e outro.
Dopo svariati ascolti si può affermare comunque che, musicalmente,  questi metallers ci sanno davvero fare e tirano fuori un album discreto, se non fosse per alcune pecche che purtroppo si susseguono canzone dopo canzone.
Oggigiorno avere una buona produzione non è cosa così impossibile o alla portata solo di pochi eletti, anzi, spesso e volentieri basta rivolgersi al buono studio di registrazione della città che vi tira fuori un prodotto degno di esistere.
Ancestral Blood non è prodotto così dannatamente male, ma non rende giustizia alle canzoni che ci sono all’interno: spesso e volentieri sembra un insieme di suoni non definiti dandoci difficoltà a distinguere le chitarre e le tastiere, mentre la batteria rimane leggermente a volumi più bassi risultando caotica, sporca e per nulla definita. Ovviamente la voce in primo piano in più frangenti rischia di coprire gli arrangiamenti tastieristici che dovrebbero offrire maggiore atmosfera al disco.
Oltre questo difetto non da poco ma comunque perdonabile, visto e considerato che si tratta di una prima uscita discografica assoluta per la band, devo dire che qui c’è gente che picchia duro, e lo fa con capacità davvero elevata.
I ragazzi di Charlotte spingono costantemente sull’acceleratore senza grazia e arroganza ma con precisione chirurgica, alternando parti più indiavolate a dei riff più evocativi e marziali con le chitarre sempre sugli scudi a tessere melodie epiche ed eteree e le tastiere poste a ruolo di comprimario, quasi in sordina.
Tuttavia dopo svariati ascolti nel disco qualcosa non mi ha del tutto soddisfatto: di sicuro la produzione, che come detto sopra risulta molto caotica e confusionaria, e un senso di copia incolla tra le varie canzoni davvero pericoloso. La durata media dei brani, poco meno di otto minuti di media,  fa sì che l’ assimilazione sia lenta e, spesso, la voglia di premere il tasto skip è forte.
E’ pure vero che se si suona un certo genere nel 2018 è difficile inventarsi qualcosa di nuovo, ma i Rites to Sedition cadono addirittura nel rischio di autoplagiarsi (incredibile come l’ opener Waveform 66 abbia praticamente lo stesso identico giro di chitarra di Echelons of Imposition, salvo poi evolversi nel proseguo del brano.
Le linee melodiche di chitarra, così come le linee vocali, risultano parecchio standardizzate e spesso non ci si rende conto se si ascolta un brano anziché un altro.
Le cose migliorano nel lato B del disco, per intenderci quello che inizia con Spells and Incantations per poi proseguire con Sorcerers of Atlantis e Wartide (non a caso tra i pezzi più brevi di tutto il platter), due autentiche martellate nei denti dove doppia cassa e tremolo la fanno da padrone, con la speranza che i Rites to Sedition abbiano chiesto a Ihsahn e Samoth il permesso di attingere dai loro seminali album.
Ma è con la conclusiva The golden age of Saturnia che la band trova la quadratura del cerchio, tirando fuori davvero una pietra preziosa dalla palude nella quale stava rischiando di annegare, una vera e propria suite di oltre undici minuti, potente, fiera, epica e sognante, che mai annoia nel suo lungo e maestoso incedere.
Alti e bassi, luci e ombre, euforia e noia il tutto penalizzato da suoni non all’altezza; ecco cosa è Ancestral Blood, un disco dalla doppia faccia che non convince appieno ma che lascia molto ben sperare per il futuro della band. La strada tutto sommato è quella giusta.

Tracklist
1. Waveform 66
2. The Moon Titan Phylon
3. Echelons of Imposition
4. Ancestral Blood
5. Sorcerers of Atlantis
6. Wartide
7. The Soul-Mind Catechism
8. The Golden Aeon of Saturnia

Line-up
Jesse Lane – Bass Mitch Moore Drums
Jon Westmoreland – Guitars (rhythm)
Gabriel Lucia – Guitars, Keyboards, Vocals

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