The Press Gang – Medusa 5

Un altro delizioso e trascinante viaggio tra le note di un passato che continua imperterrito a vivere nelle note di gruppi come i The Press Gang.

Dieci anni all’insegna dell’hard & heavy ottantiano, un buon esempio di heavy metal che a braccetto con il punk rock attraversa decenni di musica dura con il suo affascinante concept fantascientifico in bella mostra.

I The Press Gang sono un gruppo canadese che quest’anno festeggia il decimo anno di attività con un nuovo album, Medusa 5, dalla bellissima copertina epico/fantascientifica in bella mostra e una valanga di note metal/rock al suo interno.
Nato appunto dieci anni fa, il gruppo di Calgary arriva così al suo quinto lavoro in studio di una discografia iniziata nel 2009 con il debutto omonimo e che lo scorso anno vedeva pubblicato l’ottimo Optimal Running Speed.
Medusa 5 continua imperterrito la tradizione del quartetto di Calgary, così che quando partiranno le prime note di Dagger For The Eye verrete travolti da una tempesta di hard & heavy vintage, ottantiano nell’anima metallica ma seventies nello spirito punk rock che anima i brani all’interno del cd.
Palla lunga e pedalare, intendiamoci, ma i The Press Gang sono divertentissimi e pure con il loro nuovo album vi assaliranno con il loro irresistibile sound pregno di quei cliché che sono il pane ed il vino di ogni rocker, almeno quelli dalla quarantina in su.
Nei solchi di queste dieci tracce ogni passaggio lascia nei padiglioni auricolari echi motorheadiani, maideniani e poi d’ incanto, una ritmica ci trasporta nel bel mezzo della Londra punk del 1978, o nei primi vagiti del metal estremo targato Voivod.
In tutta questa alternanza tra generi e miti di noi ormai attempati metallari, le canzoni funzionano benissimo e Colin McCulloch e soci ci regalano un altro delizioso e trascinante viaggio, tra le note di un passato che continua imperterrito a vivere nelle note di gruppi come i The Press Gang.

TRACKLIST
1.Dagger For The Eye
2.Churning The Rust
3.Bumblebee
4.Rise
5.Blister & Boil
6.Bone & Gravel
7.Die Inquisitor Die
8.Brontosaurus
9.Kill The Bastards
10.Ship & Sail

LINE-UP
Colin McCulloch – Lead Vox, Rhythm Guitar
Chad Laing – Lead Guitar
Lindsay Arnold – Bass Guitar
Derek Lindzon – Drums

THE PRESS GANG – Facebook

Four Star Revival – The Underdog EP

I Four Star Revival non si chiudono a riccio difendendo a spada tratta il metal old school, ma lo approcciano con un piglio moderno che, a conti fatti, dimostra come certe sonorità, se rinfrescate a dovere, possano ancora dire la loro.

Tornano con un nuovo ep di cinque brani i Four Star Revival, gruppo statunitense composto da vecchie volpi dell’hard rock ed heavy metal del nuovo continente.

Ed Girard (ex Common Social Phenomenon) al basso, Benny Bodine (ex Warminister) alla sei corde, il batterista Paul Strausburg ed il singer Jack Emrick, ex Live After Death e con un presente negli storici Armored Saint, formano questa sorta di super gruppo, che fece parlare di sé un paio di anni fa con il debutto sulla lunga distanza intitolato Knights of the Revival.
In attesa di un nuovo full length la band licenzia The Underdog ep che funge da parentesi tra il primo lavoro ed il prossimo.
Il sound del quartetto americano si compone di un’ottima amalgama di sonorità della tradizione metallica statunitense che vanno dall’hard rock all’heavy power, sorrette da potentissime bordate ritmiche, suoni chitarristici forgiati nell’U.S. metal ed una prestazione sontuosa del cantante, classico esempio della scuola d’ oltreoceano, dall’ugola maschia d’impostazione hard rock e molto interpretativa.
I Four Star Revival non si chiudono a riccio difendendo a spada tratta il metal old school, ma lo approcciano con un piglio moderno che, a conti fatti, dimostra come certe sonorità, se rinfrescate a dovere, possano ancora dire la loro.
The Underdog spara subito due cannonate come la title track e Liar, heavy power song con groove a manetta e solos tonanti, mentre il vocalist dimostra subito che, dietro al microfono degli Armored Saint non ci si finisce per caso.
Rumors Of War è un mid tempo leggermente più scontato , mentre con Broken si vola sulle ali di una semi ballad in crescendo e The Garden Of Good And Evil chiude alla grande questo ep con fuochi d’ artificio di scuola primi Savatage e i già citati Armored Saint.
Un ottimo mini che conferma la bontà del gruppo dell’Ohio e ci consegna un’altra band da seguire nel suo cammino metallico, sperando che i tempi di attesa per il prossimo album non siano troppo dilatati.

TRACKLIST
1.The Underdog
2.Liar
3.Rumors Of War
4.Broken
5.The Garden Of Good And Evil

LINE-UP
Jack Emrick – vocals
Benny Bodine – guitar
Ed Girard – bass
Paul Strausburg – drums

http://www.facebook.com/FourStarRevival

Invisible Mirror – On the Edge of Tomorrow

Un’altra band da annoverare tra le più brillanti scoperte dell’insaziabile WormHoleDeath, con un album da custodire gelosamente se siete amanti dell’heavy metal dai tratti progressivi e dark.

Che la Svizzera, oltre ad essere una terra incantevole, sia anche madre di molte importanti band del mondo metallico non è una novità.

Puntuali come i suoi famosi orologi, ogni anno spuntano nuove realtà che si affacciano sul mercato continuando la tradizione hard & heavy del paese del cioccolato, tra violenza estrema e melodie hard rock, continuando ad essere punto di riferimento degli amanti dei suoni metallici europei.
La WormHoleDeath, label che pesca talenti metallici come pesce azzurro sulle coste mediterranee, si aggiudica le prestazioni degli Invisible Mirror, band di heavy power melodic metal, all’esordio con questo bellissimo lavoro dal titolo On The Edge Of Tomorrow, prodotto niente meno che da Connie Andreska (ex Mystic Prophecy) e Dani Löble (Helloween), coppia d’assi del power metal europeo.
Ero curioso di ascoltare questo lavoro, non fosse altro per la scelta dell’etichetta italiana, al solito attenta a sonorità estreme, dal death al core, passando per il symphonic gothic metal, ma finora parca di proposte classiche e la mia curiosità è stata premiata.
La band, infatti, è protagonista di un heavy metal dalle melodie oscure, molto melodico, a tratti progressivo e di classe, non facendo mancare ritmiche riconducibili al power, ma elegante nel far confluire nel proprio sound elementi U.S. metal in un contesto che, comunque, rimane europeo.
E allora prendete il metal dalle tinte dark dei Metal Church e valorizzatelo con parti progressive alla Stygma IV o Evergrey, e power heavy metal di scuola Angel Dust, ed avrete un’idea di massima della musica prodotta dal quartetto: certo non manca qualche assolo e parti più classicamente indirizzate verso nomi altisonanti dell’heavy metal, ma l’eleganza artistica degli Invisible Mirror ne avvicina la musica a quei gruppi meno fruibili dalle masse, ma di livello altissimo in quanto a mera qualità musicale.
Menzione particolare per Chris Schwarz, un cantante dotato di qualità interpretative sopra la media , che funge da ciliegina sulla torta ad un gruppo tecnicamente buono, quanto basta per creare emozioni a profusione.
E di emozioni vive On The Edge Of Tomorrow, tragico, dark sontuosamente metallico e trascinato da un lotto di brani che trovano il loro punto più alto nelle notevoli Frozen River, nella monumentale title track e nella power progressiva The Loner.
Un’altra band da annoverare tra le più brillanti scoperte dell’insaziabile WormHoleDeath, con un album da custodire gelosamente se siete amanti dell’heavy metal dai tratti progressivi e dark.

TRACKLIST
1. Frozen River
2. Strike Back
3. Different Ways
4. Believe
5. Conspiracy of Minds
6. Life of a Stranger
7. Hungry for Love
8. On the Edge of Tomorrow
9. Beyond the Sky
10.The Loner

LINE-UP
Chris Schwarz – Lead Vocals
Ricky Bonazza – Bass, Vocal
Claude Magyar – Guitars
Seba Dixon – Drums

INVISIBLE MIRROR – Facebook

Mangog – Awakens

L’effetto di insieme è notevole e questo Awakens è un disco gigantesco, con pesanti giri di chitarra ed un’interpretazione canora affatto comune: la bestia avanza lentamente.

Ci sono luoghi dove certe cose vengono fatte meglio rispetto al resto del mondo, per esempio nel Maryland il doom classico lo fanno meglio, e il nuovo disco dei Mangog ne è la dimostrazione.

Questa nuova bestia che porta riff e cattiveria è formata da membri di altri notevoli gruppi del Maryland, come Beelzefuzz, Iron Man e Revelation. Tutti questi gruppi hanno in comune una visione classica del doom metal, fatta di grassi e lenti giri di chitarra, un basso ben piazzato e batteria piuttosto sabbathiana. L’effetto di insieme è notevole e questo Awakens è un disco gigantesco, con pesanti giri di chitarra ed un’interpretazione canora affatto comune: la bestia avanza lentamente.
Questo è un disco di doom underground al 100 % e ogni canzone scava a fondo, rompendo tutto ciò che incontra. Il suono della chitarra ha vari registri, e non ci sono solo giri lenti, ma anche canzoni più veloci, che testimoniano la versatilità del gruppo che rende di altro livello tutte le canzoni. In alcuni momenti ci sono anche offerte a dei di altri generi, tanto che la voce di Myke Wells sembra quasi heavy metal, e il gruppo offre sempre ottimi spunti.
Nell’insieme questa seconda prova dei Mangog, dopo l’ep del 2015 Daydreams Within Nightmares, è un disco meravigliosamente pesante, che farà la gioia di chi ama il doom classico, ma molti elementi musicali vanno ben oltre la classicità. I Mangog uniscono vari stili pera arrivare ad un risultato notevole, e Awakens sta riscuotendo già ottime accoglienze, sia per il peso dei nomi coinvolti sia per la sua qualità. Tutte le canzoni sono ottime, e la produzione minimale aggiunge ancora maggior peso al disco. Da Baltimora la musica del destino.

TRACKLIST
1. Time Is a Prison
2. Meld
3. Ab Intra
4. Of Your Deceit
5. Into Infamy
6. Modern Day Concubine
7. A Tongue Full of Lies
8. Daydreams Within Nightmares
9. Eyes Wide Shut

LINE-UP
Myke Wells – Vocals
Bert Hall, Jr. – Guitars, vocals, devices
Darby Cox – Basses
Mike Rix – Drums

MANGOG – Facebook

Screamer – Hell Machine

Lo spirito della macchina infernale, costruita nei primi anni ottanta a colpi di Iron Maiden, Thin Lizzy e Tyger Of Pan Tang, si è impossessata di questi cinque musicisti svedesi

Se avete amato e continuate ad amare l’heavy metal classico, allora non potete fare a meno degli Screamer e del loro Hell Machine.

Lo spirito della macchina infernale, costruita nei primi anni ottanta a colpi di Iron Maiden, Thin Lizzy e Tyger Of Pan Tang, si è impossessata di questi cinque musicisti svedesi che già avevano stupito tutti con i primi due album, Adrenaline Distractions, uscito nel 2011, ed il precedente Phoenix, licenziato tre anni fa: ci consegna una band indemoniata, completamente succube del demone ottantiano, ma assolutamente in grado di rinverdire i fasti delle opere storiche dell’heavy metal con una serie di brani eccezionali.
Intanto la produzione, senza essere troppo patinata, è perfettamente allineata alle produzioni dell’epoca, le ritmiche si mantengono serrate, le chitarre si ricorrono sui manici come facevano Dennis Stratton e Dave Murray sull’esordio dei Maiden, la voce di Andreas Wikström è perfetta per il genere, mentre l’epicità aleggia tra una serie di brani talmente belli che commuovono.
Ne parliamo continuamente di attitudine old school: di questi tempi i suoni vintage sono cool, specialmente in un certo tipo di hard rock, e nell’heavy metal hanno regalato più delusioni che gioie, ma qui siamo nell’inferno metallico, che brucia sotto le fiammate delle varie tracce che si susseguono una più bella dell’altra, conquistandoci al primo ascolto.
Il songwriting è perfettamente classico, senza un refrain che non sia esaltante, senza un assolo che non ferisca, schiacciato dentro quello strumento di tortura che si chiama vergine di ferro e che ha reso Steve Harris e soci immortali.
Ma Hell Machine non è solo Iron Maiden; tra i solchi di Alive, della title track, di Lady Of The Night, di Denim And Leather (se non sapete dove avete già sentito questo titolo, smettetela subito di leggere) e della cavalcata The Punishment troverete dettagli, note, sfumature che vi porteranno alla mente le band descritte e molte altre, in un delirio metallico splendidamente classico.
Che album, che gruppo; grazie al Dio del metal ci siamo noi a parlarvene, serve altro ?

TRACKLIST
1.Alive
2.On My Way
3.Hell Machine
4.Lady of the Night
5.Warrior
6.Denim and Leather
7.Monte Carlo Nights
8.The Punishment

LINE-UP
Andreas Wikström – Vocals
Anton Fingal – Guitar
Dejan Rosić – Guitar
Fredrik Svensson – Bass
Henrik Petersson – Drums

SCREAMER – Facebook

Ephedra – Can’ – Ka No Rey

Gli Ephedra vanno in profondità nello scrivere le loro canzoni e fanno provare all’ascoltatore un’esperienza nuova, ampliando le possibilità della musica strumentale, con la loro miscela di stoner doom ed heavy metal.

Le miscele se equilibrate e fatte bene sono irresistibili.

E’ questo il caso degli Ephedra, da Zofingen nel cantone Argovia, quartetto svizzero che propone un suono davvero particolare, a cavallo di molti generi, tra i quali lo stoner, il doom, ma con un fortissimo substrato di heavy metal, più che altro un sentire. In questo disco d’esordio gli Ephedra fanno sfoggio di un suono che non è facile da sentire, possiamo prendere come punto di partenza la musica pesante strumentale dei Karma To Burn. ad esempio, anche se qui la filigrana è più sottile, ma giusto per far capire all’ascoltatore cosa lo aspetta. Partendo da queste coordinate gli Ephedra viaggiano fra i generi, e nella stessa canzone possiamo ascoltare post rock, post metal ed altro. Ancora più in profondità la struttura della maggior parte delle canzoni è composta da un’epicità e classicità metal davvero peculiare. Gli Ephedra vanno in profondità nello scrivere le loro canzoni e fanno provare all’ascoltatore un’esperienza nuova, ampliando le possibilità della musica strumentale, rendendo Can’- Ka No Rey un disco molto particolare. Il titolo del disco deriva dal nome di un luogo nella saga della Torre Nera di Stephen King, e questo già rende bene l’idea dell’epicità fantasy insita in questo disco, che è davvero piacevole alle orecchie di chi lo sente, perché è strutturato davvero bene. Gli svizzeri fanno venire voglia di sentirli molte volte, e sarà interessante testarli dal vivo, anche perché il loro suono è stato costruito sui palchi delle loro numerose esibizioni di fronte al pubblico. Un album di esordio molto positivo, ma che soprattutto si distacca dalla media dei lavori di altre band a loro affini.

TRACKLIST
1.Vicious Circle
2.Bad Hair Day
3.Mother Stone
4.Cornfield Disaster
5.Monday Morning
6.Metamorphosis Calypso
7.Coco Mango Soup
8.Happy Threesome
9.Road Trip
10.Barstool Philosophy
11.Moonshiner
12.Southern Love

LINE-UP
Roman Hüsler -Guitar
Andy Brunner – Guitar
Kilian Tellenbach – Bass
Tomi Roth – Drums

EPHEDRA – Facebook

Eddy Malm Band – Northern Lights

Northern Lights è un ritorno all’hard rock classico, magari vintage, per qualcuno addirittura obsoleto, ma assolutamente irresistibile.

Non so quanti di voi, a meno che non siate ormai sulla via del mezzo secolo di vita, oppure cultori dell’ hard & heavy classico conosceranno Eddy Malm, un passato nei cult metallers svedesi Heavy Load e negli Highbrow, prima di sparire nell’oblio metallico.

L’incontro sul finire del secolo con Per Hesselrud gettò le basi per questo album, uscito come Eddy Malm Band ma, in tutto e per tutto figlio del sound dello storico gruppo svedese.
E l’anima degli Heavy Load rinasce in questa raccolta di brani tra inediti e tracce riarrangiate per l’occasione, battezzato Northern Lights.
Hard & heavy old school e non poteva essere altrimenti con un Malm in piena forma, una produzione vintage che però questa volta risulta perfetta per valorizzare canzoni che spaziano tra roboante rock da classifica (dell’epoca, ovviamente), fughe metalliche su sei corde che tanto hanno insegnato a Malmsteen (tanto per citare il più famoso tra gli eredi) e bruciante rock che, con lo sguardo alla Gran Bretagna, si divide tra sfumature epiche e forti richiami ai Thin Lizzy.
Una quarantina di minuti nella storia del genere, con Hesselrud che fa il fenomeno con la sei corde senza perdere una goccia di feeling ed una sezione ritmica rocciosa, composta da Tomas Malmfors al basso e Micke Kerslow alle pelli.
Licenziato dalla No Remorse, Northern Lights è un ritorno all’hard rock classico, magari vintage, per qualcuno addirittura obsoleto, ma assolutamente irresistibile.

TRACKLIST
1. Saturday Night
2. Heart Of A Warrior
3. I Had Enough
4. Turn It Down
5. Nasty Women
6. Dark Nights
7. Get Out Of Here
8. Danger
9. A Loser
10. Northern Lights

LINE-UP
Eddy Malm – Lead vocals
Per Hesselrud – Lead and rythm guitars, EBow, background vocals
Tomas Malmfors – Bass, background vocals
Micke Kerslow – Drums, percussion, background vocals

EDDY MALM BAND – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=CG30BZKHOvU

Hazzard’s Cure – Smoke Iron Plunder

Ogni traccia fa storia a sé nell’economia di Smoke Iron Plunder, ed è facile perdere la bussola in una scaletta così terogenea stilisticamente.

Gli Hazzard’s Cure sono un quartetto proveniente da San Francisco, il cui sound pesca più o meno da tutti i generi che formano il mondo del metal classico.

Smoke Iron Plunder è il nuovo parto, uscito per Lummox Records, un variopinto e violento quadro di heavy metal old school in cui la varietà di generi non viene supportata da una produzione di adeguato livello, pecca che inficia non poco la riuscita dell’album.
Il quartetto californiano passa con disinvoltura dall’heavy metal al doom, passando per violente ripartenze speed, sfuriate dai rimandi black e lenti passaggi al limite dello sludge.
Ogni traccia fa storia a sé nell’economia di Smoke Iron Plunder, e per molti può rivelarsi un difetto visto che è facile perdere la bussola tra le varie Master of Heathens, No Hope e via discorrendo.
L’ inizio dell’album è tutto incentrato su brani ispirati agli anni ottanta, poi, col passare dei minuti, la band vira verso un heavy metal stoner dai molti passaggi sludge (Siren’s Wail) confondendo non poco le idee all’ascoltatore di turno.
Si fanno apprezzare le tracce orientate sulle sonorità classiche (An Offering), mentre gli Hazzard’s Cure pagano dazio quando la loro musica prende strade stonate e desertiche, che poco hanno a che vedere con il mood di gran parte dei brani presenti.
Un album tra molti bassi e pochi alti, insufficienti ad elevarlo oltre la mediocrità.

TRACKLIST
1. Master of Heathens
2. An Offering
3. Hewn In Sunder
4. No Hope
5. Sirens’ Wail
6. War Pipe
7. Gracious Host
8. This Is Hell

LINE-UP
Chris Corona – Guitar, Vocals
Leo Buckley – Guitar Vocals
Shane Bergman – Bass, Vocals
Clint Baechle – Drums

HAZZARD’S CURE – Facebook

Chronic Hangover – Nero Inferno Italiano

Nero Inferno Italiano è un disco composto e suonato benissimo, pieno di novità e di carattere, originale dall’inizio alla fine, e diverte moltissimo, se solo ci fosse qualcosa da ridere.

Vizio, perdizione ed inutili giustificazioni, insomma la vita nel bel paese, o è solo il nero inferno italiano ?

Tornano i romani Chronic Hangover, con il loro ottimo stoner doom metal, con molto groove e canzoni composte molto bene. I ragazzi hanno ascoltato ed assorbito molte cose per poter fare un disco così, completato poi da ottimi testi in inglese. Questo è il loro debutto su lunga distanza, dopo l’ottimo ep del 2014 “Logicamente il Signore ci punirà per questo”, e a quanto pare non li ha puniti, o almeno non nel modo canonico. Il suono dei Chronic Hangover è un misto di elementi classici del metal, ma la loro rielaborazione è talmente buona che ne esce un qualcosa di davvero originale. La voce di Jacopo è il noi narrante del disastro dell’italica vita, e ci accompagna per mano in una galleria di quadri che descrivono la nostra vita, si è proprio la nostra vita, senza senso e deprimente. Ma non piangiamoci addosso, facciamo schifo perché lo vogliamo fare e questo splendido disco è qui per ricordarcelo. Ci sono tante cose qui dentro, dallo stoner al doom, dal groove metal all’heavy, ma è tutto Chronic Hangover, qualcosa di completamente nuovo. Nero Inferno Italiano è un disco composto e suonato benissimo, pieno di novità e di carattere, originale dall’inizio alla fine, e diverte moltissimo, se solo ci fosse qualcosa da ridere. La soluzione è quella della copertina, in più però al bar fate mettere questo gran disco.

TRACKLIST
1. Vituperio
2. Homunculus
3. Sociopatia
4. Regretudo
5. Tossine
6. Villa Triste
7. Alamut 2112
8. Nero Inferno Italiano
9. Lucifer In The Sky With Diamonds

LINE-UP
Jacopo: Vocals
Rutto: Bass
Charlo: Drums
Zorro: Guitars

CHRONIC HANGOVER – Facebook

Blind Justice – In the Name of Justice

I musicisti, tutti di provata esperienza rendono, il lavoro perfetto sotto l’aspetto formale e tecnico, mentre l’epicità che sprigiona dalle canzoni rende speciale l’atmosfera melodic heavy metal del disco.

I primi passi dei Blind Justice si perdono addirittura alla fine degli anni ottanta, quando diedero alle stampe due demo nel 1989 e nel 1990, per poi scomparire e tornare nel 2012 con il terzo demo.

Capitanata dall’ex Nightfall Mike G., la band di fatto debutta sulla lunga distanza quest’anno e lo fa con un buon lavoro che solca la strada tracciata dai Firewind e dai gruppi della scena metal ellenica.
In The Name Of Justice, infatti, risulta il perfetto esempio della scuola metallica classica del loro paese, con quel pizzico di neoclassicismo scandinavo ad impreziosire canzoni heavy power melodiche, potenti e dal piglio teatrale e drammatico.
I musicisti, tutti di provata esperienza rendono, il lavoro perfetto sotto l’aspetto formale e tecnico, mentre l’epicità che sprigiona dalle canzoni rende speciale l’atmosfera melodic heavy metal del disco.
Con la cover di Master Of The Wind dei Manowar a chiudere l’album e dieci tracce di metal potente ed elegante, il gruppo ateniese riesce in poco tempo a fare breccia nei cuori del metal fans; le tracce, che si trasformano in cavalcate ritmiche, son valorizzate da stacchi melodici e ripartenze power metal al fulmicotone, ed i titoli fanno capire da subito l’indirizzo stilistico (Heavy Metal Revolution, Kingdom Of The Gods, il brano top dell’album, ed Hell Of The War).
Dopo tanti anni, il primo traguardo è stato raggiunto da parte del gruppo greco, ora ci si attende da loro solo una maggiore costanza nelle uscite.

TRACKLIST
1.You Ain’t Got the Guts
2.Cursed by the Angels
3.Heavy Metal Revolution
4.Eternal Skies
5.Greek Warrior
6.World’s Destruction
7.Kingdom of the Gods
8.Hell of the War
9.A Night with an Angel
10.Born for the Underground
11.Master of the Wind (Manowar cover)

LINE-UP
Mike G. – guitars
Dimitris Aggelopoulos – guitars
Tassos Krokodeilos-vocals
Nikos Michalakakos – bass
Takis “Animal” Sotiropoulos – drums

BLIND JUSTICE – Facebook

Firewind – Immortals

Un album travolgente, una prova di forza per una delle migliori band europee nel genere, perfetta macchina da guerra tra power metal teutonico ed heavy prog.

Più che recensirlo (termine alquanto antipatico e che sinceramente non rappresenta il mio spirito di semplice narratore della musica che vado ad ascoltare) l’ennesimo album di una band importante come i Firewind di Gus G. va appunto descritto, o meglio raccontato, tanto lo sappiamo tutti che al suo interno troveremo nobile metallo epico, tra power e prog, drammatico, intenso, suonato e prodotto in modo impeccabile.

Apollo Papathanasio è uscito dal gruppo, il suo microfono è stato messo nelle mani del bravissimo Henning Basse che il suo mestiere lo sa fare alla grande, specialmente quando l’atmosfera si fa infuocata e, senza mezzi termini, si fa power heavy metal con gli attributi all’ennesima potenza, d’altronde si parla del tipo che fece fuoco e fiamme sugli album dei Brainstorm e Metalium.
I Firewind per questo lavoro hanno scelto di affrontare l’avventura monotematica del concept album per la prima volta in carriera, ed ovviamente la scelta non poteva che cadere sulla storia del loro paese, culla culturale del Mediterraneo e ricca, nella sua millenaria storia, di battaglie epiche e leggendarie come in questo caso quelle delle Termopili e di Salamina, durante la seconda invasione persiana del 480 a.C.
Immortals è poi stato messo nelle mani di Dennis Ward, che ha produtto, mixato e masterizzato l’abum (prima volta che il gruppo collabora con un produttore esterno), aiutando pure Gus G. nella sua stesura.
Insomma, Immortals per il gruppo assomiglia tanto ad un nuovo inizio, anche se le avvisaglie di un spostamento del sound verso un più diretto power metal dai rimandi tedeschi si era già intravisto nel precedente lavoro (Few Against Many), qui accentuato dall’epicità del concept, dal notevole lavoro di una sezione ritmica devastante e da un Gus G. che, se i fans me lo permettono, descriverei più diretto nelle sue scorribande chitarristiche da guitar hero (e se attualmente è l’uomo di fiducia di Ozzy, un motivo ci sarà).
Poi su tutti e tutto emerge l’enorme talento del singer tedesco che, senza fare inutili paragoni con il suo storico (per la band ed i suoi fan) predecessore conquista, annienta, stravolge e mette l’ombrellino su questo cocktail da consumare con parsimonia, altrimenti si rischia di uscirne ubriacati dalla pienezza della musica dei Firewind.
Un album travolgente, una prova di forza per una delle migliori band europee nel genere, perfetta macchina da guerra tra power metal teutonico ed heavy prog, tragico ed oscuro come gli attimi più estremi della musica di Michael Romeo ed i suoi Symphony X.
Fin dall’opener Hands Of Time verrete travolti dalla potenza delle battaglie: sangue, orgoglio, epicità, coraggio che la sei corde di Gus G. riesce a rendere reali, mentre Basse sfiora la perfezione, con una prova rabbiosa e colma di fierezza su spettacolari episodi veloci come il vento caldo che spazza i territori dell’antica Grecia, teatro di queste leggendarie imprese.
Ode To Leonidas, la successiva Back To The Throne, il mid tempo di Live And Die Bye The Sword sono il cuore pulsante, tenuto in mano e alzato al cielo dal guerriero Basse, di questo notevole lavoro, anche se troverete di che godere per tutta la sua intera durata.
Inutile dire che Immortals è uno dei primi top album di questo inizio 2017, obbligatorio per chiunque ami il genere e in senso lato per chi ama la musica metal in una delle sue più nobili forme.

TRACKLIST
01. Hands Of Time
02. We Defy
03. Ode To Leonidas
04. Back On The Throne
05. Live And Die By The Sword
06. Wars Of Ages
07. Lady Of 1000 Sorrows
08. Immortals
09. Warriors And Saints
10. Rise From The Ashes

LINE-UP
Gus G. – Guitars
Petros Christo – Bass
Bob Katsionis – Keyboards
Johan Nunez – Drums
Henning Basse – Vocals

FIREWIND – Facebook

Cromo – Hereafter

Hereafter è un disco intenso e perfettamente suonato e cantato: per i Cromo un esordio da non perdere.

I Cromo suonano heavy metal classico forgiato nell’acciaio, con fuoco e fiamme che modellano e domano la lega che dalla notte dei tempi accompagna l’arma degli eroi e delle leggende.

La band festeggia i dieci anni di attività con il debutto sulla lunga distanza che segue il primo demo uscito nel 2010 (Heavy Metal Lover) ed il primo mini cd (Unchained), licenziato quattro anni fa.
Hereafter è stato affidato per la produzione a Salvatore Addeo negli Aemme Recording Studios di Lecco, mentre per il mastering ci si è spinti fino ai Metropolis Studios di Londra (The Clash, The Cure, Led Zeppelin, Iron Maiden, The Who, Slipknot, Garbage).
Tanta gavetta live e palchi divisi con glorie metalliche come Girlschool ed Angel Witch hanno forgiato il sound ed i suoi creatori, ed ora le note metalliche di Hereafter possono conquistare la scena metallica underground a colpi di musica dura, a tratti epica come solo il metal classico sa essere, conquistando grazie ad  intrecci chitarristici che nascono negli anni ottanta per esplodere in tutta la loro magnifica potenza nel nuovo millennio: quale valore aggiunto ecco poi un vocalist (Matteo “Blade” Musolino) che a tratti commuove nel suo saper dosare quello che la storia del genere gli ha messo a disposizione, non un semplice emulo ma un animale di razza, tra Dickinson, Halford e … sé stesso .
I primi cinque brani dell’album sono da scolpire sulle tavole della legge dell’heavy metal: ritmiche serrate, solos potenti e melodici, chorus da urlare a squarciagola prima di tuffarsi nella mischia di uno scontro o semplicemente sotto il palco, cominciando dall’opener Unchained, dalla priestiana Supersonic e dall’inno Pedal To The Metal, a livello di sound una perfetta via di mezzo tra Primal Fear e Manowar.
Non mancano piacevoli riferimenti al Bruce Dickinson solista di The Chemical Wedding su questo lavoro, specialmente nelle ottime Heart Of The Brave e Waiting For The Death To Come, mentre si arriva in un attimo alla fine delle ostilità, passando per Desperate Cry e Desert Tales, fino all’epic folk heavy metal di Iron Call, altro brano su cui il gruppo comasco potrà costruire i prossimi fiammeggianti live.
Hereafter è un disco intenso e perfettamente suonato e cantato: per i Cromo un esordio da non perdere.

TRACKLIST
01. Unchained
02. Supersonic
03. Heart Of The Brave
04. Pedal To The Metal
05. Waiting For The Death To Come
06. Dreams Still Remain
07. Desperate Cry
08. Format
09. Desert Tales
10. You Are Not Alone
11. Iron Call
12. Silver Shade

LINE-UP
Marco “Edge” Musolino – basso, voce
Matteo “Blade” Musolino – voce, synth, chitarra
Davide “Iron” Zamboni – batteria, voce
Claudio “Clod” Conci – chitarra, voce

CROMO – Facebook

Sail Away – Welcome Aboard

I Sail Away propongono un hard’n’heavy dalle sonorità old school, ovviamente pervaso di quell’hard rock che faceva capolino nelle opere dei primi anni ottanta e con una buona e personale rilettura dei suoni cari ad Iron Maiden, Running Wild e con più di un riferimento ai Riot di Mark Reale.

Le nuove band che si affacciano sulla scena nostrana aumentano ogni giorno di più, fortunatamente mantenendo alta la qualità di un metal italiano mai così protagonista come in questi ultimi anni.

I torinesi Sail Away presentano il loro debutto, anche se si tratta di musicisti con una già buona esperienza alle spalle: infatti i due fondatori, Francesco Benevento (chitarra) e Federico Albano (voce), sono delle vecchie conoscenze della scena underground torinese e coppia collaudata in Savage Souls e Assedio.
Raggiunti da Luca Guglielminotti al basso e Alessio Piedinovi alle pelli, danno vita a questo progetto hard’n’heavy dalle sonorità old school, ovviamente pervaso di quell’hard rock che faceva capolino nelle opere dei primi anni ottanta e con una buona e personale rilettura dello stile caro ad Iron Maiden, Running Wild e con più di un riferimento ai Riot di Mark Reale: ne esce un album migliorabile a livello di suoni ma molto affascinante, con una serie di inni dal mood piratesco e volontà ribelle in puro stile heavy metal.
Heavy metal e hard’n’roll si danno il cambio nel comandare l’arrembaggio ai padiglioni auricolari degli ascoltatori, mentre la chitarra di Benevento spara assoli che sono cannonate da colpito ed affondato e Albano ci suggerisce cori epici e guerreschi che si stampano in testa al primo ascolto.
Tra i brani, The Artificial Impostor, l’irriverente hard rock di Sweet Dried Rose, la pesante e metallica Engraved In The Stone ed il tributo a Mark Reale ed i suoi Riot posto in chiusura (Immortals Hymns Shine One), brano dalle molte citazioni alla musica del grande chitarrista scomparso, sono vento tempestoso sopra il mare metallico su cui viaggia la nave Sail Away, e i mid tempo di cui è ricco Welcome Aboard non mancheranno di soddisfare gli equipaggi delle navi battenti bandiera heavy metal.

TRACKLIST
1.Welcome Aboard
2.Another Sunday
3.The Artificial Impostor
4.Petals Of Blood
5.Sweet Dried Rose
6.Engraved In The Stone
7.Giants Of The Dawn
8.Wine In My Glass
9.Immortal Hymns Shine On

LINE-UP
Federico Albano – vocals
Francesco Benevento – Guitars
Luca Guglielminotti – bass
Alessio Piedinovi – Drums

SAIL AWAY – Facebook

No Remorse – Wolves

Un bellissimo lavoro, e se la band voleva sondare il terreno per un successivo full length, la missione è compiuta nel migliore dei modi.

Quando il branco di Lupi accerchia la donna, gli ululati si fanno intensi, rituali e con famelica aggressione comincia lo scempio del corpo tra le grida dell’incolpevole vittima, le prime note metalliche di Wolves sprigionano scintille di puro acciaio, ed ancora una volta l’heavy metal trova una delle sue più convincenti espressioni.

Si continua a produrre grande musica metal su e giù per lo stivale, questa volta assolutamente classico, puro e caldo come il sangue che sgorga dalla giugulare dilaniata dalle fauci dei temibili fratelli della notte.
No Remorse, musicisti con qualche pelo in più sullo stomaco e neanche pochi capelli bianchi, provengono dalla fusione di due band toscane avvenuta nel 1999 e hanno dato alle stampe un album omonimo nel 2004 ed il full length Sons Of Rock ormai sei anni fa.
Era tempo di tornare e il gruppo lo ha fatto con questo mini cd di cinque brani intitolato Wolves, un concentrato di heavy metal perfettamente in linea con la tradizione, che si traduce in ritmiche potenti (Franco Birelli al basso e Massimiliano Becagli alla batteria), assoli affilati come gli artigli di un lupo affamato (Sandro Paoli e Aldo Tesi alle chitarre) e i suoi ululati alla luna, grazie alla voce del portentoso Maurizio Muratori.
Dimenticatevi qualsiasi sound che non sia puro acciaio metallico, il gruppo quello suona e lo sa fare al meglio, con un riff maideniano che mette in fuga le bestie e presenta la folgorante title track.
Un chorus da cantare ai bordi di un palco incendiato dalla carica del quintetto e via con Titanium, devastante metal song che ricorda non poco i Primal Fear, prima che Metal Queen lasci spazio all’anima hard rock dei No Remorse e ci spiazzi con un assolo meno aggressivo ma molto più elegante, in poche parole un brano sopra la media.
La ballad d’ordinanza ha le note di The Time To Say Goodbye, mentre con la conclusiva Steelage si fanno quattro passi nella new wave of british heavy metal, grazie al brano più maideniano di quella piccola raccolta di perle che è Wolves.
Un bellissimo lavoro, e se la band voleva sondare il terreno per un successivo full length, la missione è compiuta nel migliore dei modi.

TRACKLIST

1. Wolves
2. Titanium
3. Metal Queen
4. The Time to Say Goodbye
5. SteelAge

LINE-UP
Maurizio Muratori – Vocals
Sandro Paoli – Guitars
Aldo Tesi – Guitars
Franco Birelli – Bass
Massimiliano Becagli – Drums

http://www.facebook.com/NOREMORSEsince1999/?fref=ts

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Un bellissimo lavoro, certo che se la band voleva sondare il terreno per un eventuale full lenght, la missione è compiuta alla grande, il sottoscritto si è già messo in attesa e dopo l’ascolto di Wolves lo farete anche voi.

Attractha – No Fear to Face What’s Buried Inside You

Questo è heavy metal con i piedi ben piantati nel nuovo millennio che, senza spingersi troppo verso orizzonti moderni, riesce a risultare al passo coi tempi.

Heavy metal che amalgama una manciata di generi in un unico sound potente e a tratti diretto, mantenendo le caratteristiche peculiari delle migliori metal band nate in Brasile.

Debuttano sulla lunga distanza gli AttracthA e lo fanno con un lavoro estremamente metallico, dalle ottime intuizioni hard rock moderne e con  qualche soluzione progressive che valorizza il sound di cui è composto No Fear to Face What’s Buried Inside You.
Nato ormai da quasi una decina d’anni e con un ep all’attivo, il gruppo di San Paolo ha fatto le cose in grande per questo suo primo, importante lavoro, con Edu Falaschi (Angra, Almah) alla produzione e successivamente il mix e il mastering eseguiti a Los Angels da Damien Rainaud (Fear Factory, DragonForce and Babymetal).
Ne esce un buon lavoro, potente e metallico, tra soluzioni moderne ed ottime parti dove il metal tradizionale e l’hard rock fanno capolino tra il solchi dei nove brani in scaletta.
Un sound d’assalto, come già scritto, che non fa mancare ritmiche che alternano groove e parti più intricate, con la voce maschia del buon Cleber Krichinak che comanda le operazioni con piglio e tanta grinta.
I rimandi sono tutti al metal statunitense, con accelerazioni al limite del thrash Bay Area e chorus che mantengono un buon appeal anche nelle parti più aggressive.
Questo è heavy metal con i piedi ben piantati nel nuovo millennio che, senza spingersi troppo verso orizzonti moderni, riesce a risultare al passo coi tempi, basta soffermarsi sulla splendida No More Lies, mid tempo drammatico e progressivo dove convivono in armonia le varie ispirazioni del gruppo.
Più diretta la prima parte (Bleeding in Silence, Move On), dall’approccio diretto, più ragionata ed intimista la seconda, con i brani migliori del lavoro ad alzare il valore dell’album (oltre No More Lies si distinguono Holy Journey, altro mid tempo da applausi, e la progressiva Victorius).
In conclusione, No Fear to Face What’s Buried Inside You è un buon lavoro, se siete amanti del metal made in U.S.A. un ascolto è consigliato.

TRACKLIST
1.Bleeding in Silence
2.Unmasked Files (Revisited)
3.231
4.Move On
5.Mistakes and Scars
6.No More Lies
7.Holy Journey
8.Victorious
9.Payback Time

LINE-UP
Cleber Krichinak – Vocals
Humberto Zambrin – Drums
Ricardo Oliveira – Guitars
Guilherme Momesso – Bass

ATTRACTHA – Facebook

Sandness – Higher & Higher

Higher & Higher è un lavoro riuscito che, nutrendosi di metal e hard rock, soddisferà sicuramente una larga fetta di appassionati delle sonorità attualmente denominate old school.

La label greca Sleaszy Rider non manca di regalarci delle belle sorprese in campo hard & heavy, anche provenienti dal nostro paese, così dopo avervi parlato degli street rockers Roxin’ Palace, tocca al trio dei Sandness, band proveniente dal freddo Trentino ma dal caldo sound che amalgama hard/street rock ed heavy metal in un dinamitardo e trascinante esempio di rock old school.

Il gruppo arriva al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo due ep autoprodotti ed il primo full length uscito nel 2013, sempre per Sleaszy Rider, ed Higher & Higher non delude chi aveva apprezzato il gruppo nel recente passato, con una raccolta di brani che, appunto, spaziano tra il sound americano degli anni ottanta e l’heavy metal tradizionale.
Brani più diretti e dallo spirito rock ‘n’ roll si alternano con tracce hard rock, nelle quali il trio non manca di affilare gli artigli: le ispirazioni dei Sandness sono ben presenti, come la voglia di suonare rock senza preoccuparsi di essere originali, ma confezionando (questo sì) una raccolta di buone canzoni, tutta grinta e melodie, chorus come prevede la bibbia del genere e tanta attitudine.
Sono anche bravi i tre musicisti con gli strumenti, così che le parti dove i solos si fanno tradizionalmente metallici appaiono quale marcia in più per fare di brani come Street Animals e il singolo Perfect Machine delle piccole gemme hard & heavy.
Higher & Higher è un lavoro riuscito che, nutrendosi di metal e hard rock, soddisferà sicuramente una larga fetta di appassionati delle sonorità attualmente denominate old school.

TRACKLIST
01 – You Gotta Lose
02 – Street Animals
03 – Hollywood
04 – Promises
05 – Sunny Again
06 – One Life
07 – Light In The Dark
08 – Heat
09 – Perfect Machine
10 – Monster Inside Me.
11 – Play With Fire
12 – Will You Ever

LINE-UP
Mark Denkley – Bass guitar, lead and backing vocals
Metyou ToMeatyou – Drums and backing vocals
Robby Luckets – Rhythmic, lead and acoustic guitars, lead and backing vocals

SANDNESS – Facebook

Lurking Fear – Grim Tales in the Dead of Night

Chitarra, basso e batteria, le armi più semplici ma le più letali per suonare hard’n’heavy, basta saperlo fare come i Lurking Fear.

Inutile ribadire come negli ultimi tempi le sonorità old school stiano imperversando nella scena hard rock/metal, passati gli anni del crossover e dell’originalità spicciola a tutti i cost.

Non sembra affatto anacronistico, quindi, un album come l’esordio dei Lurking Fear, trio toscano di musicisti esperti e competenti quanto basta per confezionare un piccolo gioiellino hard’n’heavy come Grim Tales In Dead Of Night, caratterizzato da un  sound che più vintage di così non si può, ma che sa essere molto affascinante, pescando tanto dall’hard rock settantiano quanto dalla new wave of british heavy metal, forte di un’attitudine quasi commovente da parte dei tre musicisti e di un songwriting maturo.
Quelli che furono i primi passi della scena heavy metal che si affacciava sul mercato mondiale in quegli anni, prendendo la parte più oscura dell’hard rock e portandolo verso strade estreme che poi verranno in seguito sviluppate dalle prime orde thrash/death, sono valorizzate dai Luking Fear con questa raccolta di brani che alternano ritmiche sassoni, lenti passaggi sabbathiani, un’atmosfera horror che ricorda King Diamond con qualche passaggio in linea con le primissime gemme firmate dagli Iroin Maiden, il tutto reso sufficientemente macabro dai testi ispirati alla letteratura horror dei primi del ‘900 (The Lurking Fear, infatti, è un racconto di H. P. Lovecraft).
Dal primo riff dell’opener Watching Eye si viaggia dunque tra racconti macabri e grotteschi con la colonna sonora del gruppo, puro metallo ottantiano, ancora legato con il cordone ombelicale all’hard rock, ma già pregno di soluzioni che diventeranno in seguito la Bibbia (o se preferite, il Necronomicon) della nostra musica preferita.
Chitarra, basso e batteria, le armi più semplici ma le più letali per suonare hard & heavy, basta saperlo fare come i Lurking Fear 

TRACKLIST
1.Watching Eye
2.Lady of Usher
3.The Strain
4.I Am
5.Flesh and Soul

LINE-UP
Stefano Pizzichi – Drums
Mirko “Coscia” Pancrazzi – Guitars, Vocals (backing)
Fabiano Fabbrucci – Vocals, Bass

LURKING FEAR – Facebook

Barrow Wight – Kings in Saurons Service

Un buon lavoro che, se lascia molto sul campo a livello di suoni e produzione, non manca di incendiare i fans del genere grazie a brani diretti, con tanto heavy speed oscuro e malefico.

I canadesi Barrow Wight festeggiano i dieci anni di attività con l’uscita del loro primo lavoro sulla lunga distanza.

Attivi infatti dal 2006, iniziarono a calcare i palchi come cover band dei seminali Venom, per poi cominciare a scrivere brani inediti dal 2010, anno in cui uscì il primo demo.
Nel corso di questo ultimo periodo il trio di Ottawa ha licenziato una manciata di lavori minori, per arrivare in piena forma a Kings in Saurons Service, licenziato dalla Heavy Chains Records in cd e musicassette a ribadire la forte attitudine old school.
Sorvoliamo sulla produzione, in linea con l’attitudine di cui sopra e concentriamoci sul sound di questo primo album, una buona via di mezzo tra l’heavy metal ed il black di scuola Venom/Bathory.
Le liriche riprendono gli scritti epico/fantasy di Tolkien, ma invece del solito power metal i tra canadesi ci investono con sonorità black speed, dal taglio old school, amalgamandole con atmosfere che richiamano l’ epico incedere dei Bathory.
Ne esce un buon lavoro che, se lascia molto sul campo a livello di suoni e produzione, non manca di incendiare i fans del genere grazie a brani diretti, con tanto heavy speed oscuro e malefico.
Mezz’ora abbondante al cospetto della parte più cruda e diretta delle atmosfere che hanno fatto diventare le opere di Tolkien un fenomeno di massa (grazie anche alle trilogie cinematografiche), dunque con No Sleep till Gondor, la progressiva In League with Sauron e la conclusiva ed atmosferica The Palantir vi troverete immersi nel mondo della terra di mezzo, schivando asce di nani, trucchi di maghi e frecce di agguerriti elfi.
Non male, un lavoro old school (sia a livello di suoni che di produzione) che non manca di momenti ispirati, dategli un ascolto, specialmente se siete true defenders vecchia scuola.

TRACKLIST
1. Intro
2. No Sleep Till Gondor
3. Osgiliath
4. The Cult
5. Grond
6. Knights in Saurons Service
7. In League With Sauron
8. Dwimmerlaik
9. Harrower Of The Dark
10. The Palantir

LINE-UP
Antero: Vocals, Bass
Akiva: Guitars
Ace: Drums

BARROW WIGHT – Facebook

Vis – Vis Et Deus

Ancora una volta la Jolly Roger si distingue per un’iniziativa che aiuta a conoscere e comprendere la scena italiana dei primordi, valorizzando il lavoro e la passione di questi autentici pionieri del metal nel nostro paese.

Per suonare hard & heavy ci vuole anche forza (in latino Vis) e il gruppo nostrano di forza hard rock ne sprigionava molta, anche se Vis Et Deus, demo autoprodotto valse alla band un contratto con la Promosound che non portò successivamente altri frutti.

Fondata nel lontano 1984 dal batterista Mario Rusconi e dal chitarrrista Marco Becchetti, con il basso di Gino Ammaddio e la voce di Johnny Salani (con un passato nella Strana Officina), la band torna a far parlare di sé grazie al prezioso lavoro della nostrana Jolly Roger, che si è premurata di rimasterizzare l’album.
Vis Et Deus è un buon esempio dell’hard & heavy che si suonava all’epoca, con uno sguardo all’heavy metal britannico, all’hard rock che arrivava dalla terra dei canguri con qualche riff ispirato dai fratelli Angus e chiaramente debitore della band leggenda di quegli anni nel nostro paese, la Strana Officina.
L’album parte benissimo con Maria Stuarda, heavy rock dal retrogusto epico, ma la ballad Lacrime nella Pioggia riporta la band sulle strade dell’hard blues.
Inno Al Rock (dal titolo scontato) è forse il brano più puramente metallico di tutto il disco, dalle ritmiche che ricordano i primi Saxon, mentre Caronte è un mid tempo dove torna quel leggero tocco epico, già evidenziato sull’opener.
Il resto dei brani sono puro ottanta Style, perciò tanto entusiasmo da parte del gruppo (all’epoca non era così facile lasciare il segno per i gruppi metal) espresso tramnite inni hard & heavy che ora possono rivelarsi scontati, ma che all’epoca inorgoglivano i fans del genere.
Ancora una volta la Jolly Roger si distingue per un’iniziativa che aiuta a conoscere e comprendere la scena italiana dei primordi, valorizzando il lavoro e la passione di questi autentici pionieri del metal nel nostro paese.

TRACKLIST

1.Maria Stuarda
2.Lacrime Nella Pioggia
3.Inno Al Rock
4.La Ballerina Nera
5.Nanà La Gatta
6.Caronte
7.Rocker Batti Il Tuo Pugno
8.Vis Et Deus

LINE-UP

Johnny Salani – Vocals
Marco Becchetti – Lead Guitar
Gino Ammaddio – Bass
Mario Rusconi – Drums

VOTO
7.50

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Phazer – Un(Locked)

Un(Locked) si sviluppa su quasi un’ ora di ottime sonorità che dal rock tradizionale fluttuano tra le miriadi di generi che formano l’universo della nostra musica preferita

Il bello di muoversi nei meandri dell’underground metal/rock è quella sensazione che si prova quando (e fortunatamente capita spesso) ci si trova al cospetto di grandi album e gruppi sopra la media, che dal nulla o quasi si affacciano sul mercato, tramite piccole ma ottime label e ci travolgono con la loro musica.

Nell’hard rock moderno è diventata una prassi specialmente nei paesi latini, incontrare realtà che, ispirate da oltre quarant’anni di musica del diavolo, licenziano album di granitico, esplosivo e travolgente rock pesante.
Questa volta il gruppo in questione, i Phazer, arriva dal Portogallo (Lisbona) e tramite la Ethereal Sound Works, affiancata da altre due label (Raging Planet e Raising Legends) licenzia questo ottimo Un(Locked), secondo lavoro su lunga distanza: sono ormai una dozzina d’anni che il quintetto suona hard rock e, vista la qualità altissima del nuovo lavoro, si può affermare che lo faccia anche molto bene.
Un(Locked) si sviluppa su quasi un’ora di ottime sonorità che dal rock tradizionale fluttuano tra le miriade di generi che formano l’universo della nostra musica preferita: dal metal, all’alternative fino al groove hard rock moderno, con una serie di tracce dall’alto tasso adrenalinico, potenti, varie e a tratti dure come l’acciaio.
La maggiore dote di Paulo Miranda (un vocalist da applausi) e compagni risulta la totale mancanza di riferimenti espliciti: nell’ascolto dell’album si passa dal metal, all’hard rock, da sonorità moderne o ispirate dai gruppi storici, in un battito di ciglia, ma sempre mantenendo una qualità altissima.
Le ritmiche sono un contenitore di micidiale groove, le chitarre a tratti inventano melodie per poi strapparci le carni con solos taglienti come rasoi, Miranda trasforma la sua voce da singer metal per antonomasia a rocker di stampo moderno (Myles Kennedy, tanto per citarvi il numero uno) e poi via sull’ ottovolante Phazer, in un saliscendi di emozioni che Gone, Dance In The Fire, Wake Up To Die e via una dopo l’altra, tutte le altre canzoni regalano in questo splendido tributo al metal/rock del nuovo millennio.
Un album davvero bello ed ispirato, una band coi fiocchi e tanta grande musica.

TRACKLIST
1.Gone
2.The Last Warrior
3.The Blind King
4.Dance in the Fire
5.King Shit
6.Hold Me
7.Sun of Glory
8.Wake up to Die
9.No Remedy
10.Mystic Land
11.Drifter
12.Zygote
13.Mr. Frae
14.Locked Inside

LINE-UP
Paulo Miranda – Vocals
Gil Neto – Guitar
Carlos Falé – Bass
Nuno Cruz – Drums

PHAZER – Facebook