Red Morris – Time

Lavoro difficile da rinchiudere tra le pareti di un solo genere e per questo affascinante e ricco di sorprese, Time conferma la bontà del progetto Red Morris che ci regala un altro piccolo gioiello musicale.

Se cercate qualcosa in più del solito album di genere e vi piacciono le sfide, arriva il secondo album del chitarrista e compositore bresciano Maurizio Parisi, alias Red Morris, accompagnato da una manciata di ottimi musicisti tra cui suo figlio Alberto al basso, Beppe Premi alle tastiere, Mirco Parisi alla tromba, Marco Carli alla batteria e Marcello Spera alla voce.

Time segue di tre anni Lady Rose, primo lavoro interamente strumentale che fece parlare non poco di Red Morris e del suo progetto gli addetti ai lavori, i quali saranno sicuramente ancora più entusiasti quando premeranno il tasto play e si immergeranno all’ascolto di quest’opera che, se vede la novità del cantato (il primo album era interamente strumentale), conferma l’alta qualità della musica proposta dal chitarrista nostrano.
Time è un condensato di musica che supera barriere fino ad oggi invalicabili, accomunando nello stesso spartito mondi musicali lontani nel tempo; progressive, hard rock settantiano, arena rock e metal del decennio successivo, il tutto viene  splendidamente tenuto legato dalla chitarra di Parisi, concettualmente shred, ma perfettamente inserita nel sound che accompagna i vari brani, uno diverso dall’altro.
Varietà è la parola d’ordine e i Red Morris riescono nell’impresa di risultare una fonte inesauribile di idee, mantenendo un filo conduttore che attraversa l’album, dalle prime note di San Sebastian passando per le splendide New York, Blessed Imelda e la spettacolare Opera, un geniale incrocio tra ritmiche soul, tromba che segue un filo di notturno jazz ed epiche atmosfere orchestrali.
L’apporto di tromba e tastiere aiutano non poco l’album nel suo apparire uno scrigno di ispirazioni, spettacolari ed efficaci le seconde che passano dal classico tocco alla Deep Purple a quello più pomposo dell’hard & heavy radiofonico degli anni ottanta.
Lavoro difficile da rinchiudere tra le pareti di un solo genere e per questo affascinante e ricco di sorprese, Time conferma la bontà del progetto Red Morris che ci regala un altro piccolo gioiello musicale.

Tracklist
1. San Sebastian
2. My Father
3. Transylvania
4. New York
5. Time
6. Money Kills
7. Blessed Imelda
8. Opera

Line-up
Red Morris – chitarra
Alberto Parisi – basso
Marco Carli – batteria
Beppe Premi – tastiera
Mirco Parisi – tromba
Marcello Spera – voce

RED MORRIS – Facebook

Spock’s Beard – Noise Floor

Noise Floor è un album che non delude le attese di chi ricerca un progressive d’autore di qualità garantita, e pazienza se l’ispirazione non è esattamente quella di un tempo perché, come si suol dire, “chi si accontenta gode” …

Se una ventina d’anni fa gli Spock’s Beard erano tra gli esponenti emergenti di maggior spicco del new prog di marca statunitense, oggi ci avviciniamo al loro ultimo lavoro con la deferenza ma anche con il disincanto di chi si trova al cospetto di una band storica che nulla deve più dimostrare.

Nel bene e nel male, questo è l’approccio naturale ad un disco come Noise Floor, al quale non si chiede certo di entrare nel novero delle opere imprescindibili del 2018, bensì di consolidare lo status di suoi autori ed offrire musica di qualità inattaccabile ai sempre numerosi estimatori del genere.
Per chi approdasse a queste righe da un diverso pianeta musicale è bene ribadire che, come per molte altre band in ambito prog (e non solo), c’è stato un momento per gli Spock’s Beard che ha rappresentato il classico spartiacque, corrispondente in questo caso alla fuoriuscita del fondatore e principale compositore Neal Morse; appare quindi naturale scindere la disocgrafia fino a Snow da tutto ciò che ne è venuto in seguito.
Il ricorso ad una soluzione interna, promuovendo al ruolo di vocalist il batterista Nick D’Virgilio ci ricorda senz’altro ciò che avvenne con i Genesis, quando Gabriel lasciò la band e venne rimpiazzato da Collins (tra l’altro anche il quel caso dopo aver pubblicato un doppio album di grande successo). La differenza sostanziale sta nel fatto che Neal Morse, come detto, si faceva carico di gran parte dell’aspetto compositivo, per cui ciò ha comportato anche un cambio di registro, che ha dato vita subito dopo ad album dalla struttura leggermente più robusta ma privi sostanzialmente di quelle intuizioni melodiche che ne caratterizzavano la precedente produzione.
Nel nuovo decennio la band statunitense ha visto un nuovo cambio dietro al microfono, con la sostituzione del defezionario D’Virgilio da parte di Ted Leonard, vocalist dei magnifici Enchant e dalla timbrica ancor più differente da quella del fondatore; Noise Floor ci riporta piacevolmente ad atmosfere più datate, offrendo una serie di brani invero molto belli, con menzione per quelli che rinverdiscono i fasti del passato come Have We All Gone Crazy Yet su tutti, senza tralasciare un singolo efficace e di immediata presa come l’opener To Breathe Another Day o l’evocativa Beginnings, degna chiusura di un lavoro certo non trascurabile.
Il ritorno di D’Virgilio alla batteria conferisce una marcia in più ad un tessuto sonoro dalla qualità esecutiva ovviamente ineccepibile, grazie alla maestria di musicisti formidabili come i vari Alan Morse, Dave Meros e Ryo Okumoto (il cui funambolico contributo si può apprezzare in Armageddon Nervous, una delle quattro tracce facenti parte del bonus Ep Cutting Room Floor, inserito in coda all’album).
Anche se, naturalmente, la voce di Leonard porta ad un’“enchantizzazione” dell’insieme, Noise Floor è un album che non delude le attese di chi ricerca un progressive d’autore di qualità garantita, e pazienza se l’ispirazione non è esattamente quella di un tempo perché, come si suol dire, “chi si accontenta gode” …

Tracklist:
Noise Floor
1 To Breathe Another Day
2 What Becomes Of Me
3 Somebody’s Home
4 Have We All Gone Crazy Yet
5 So This Is Life
6 One So Wise
7 Box Of Spiders
8 Beginnings

Cutting Room Floor EP
1 Days We’ll Remember
2 Bulletproof
3 Vault
4 Armageddon Nervous

Line up:
Alan Morse – Guitar, Vocals
Dave Meros – Bass Guitar, Vocals
Ryo Okumoto – Keyboards
Nick D’Virgilio – Drums, Vocals
Ted Leonard – Vocals, Guitar

SPOCK’S BEARD – Facebook

Death Alley – Superbia

La varietà del songwriting potrebbe far storcere il naso a più di un ascoltatore, ma passate le prime burrasche motorheadiane che portano nuvoloni color cremisi, il sound dei Death Alley si apre all’ascoltatore come un libro aperto e sfogliato dalla rude carezza del vento.

La scena rock/metal olandese, spesso dimenticata a favore di quelle statunitensi e nord europee, ma altrettanto importante, ha sempre regalato gruppi e realtà di un certo spessore specialmente in generi come il metal estremo.

Si osa e molto nei Paesi Bassi parlando di musica, una libertà di espressione che ha portato alla nascita di band originali o comunque coraggiose nel proporre la loro idee di musica rock.
I Death Alley sono una di queste: attivi da circa sei anni e con una discografia che vede, oltre ad una manciata di lavori minori, un album licenziato nel 2015 dal titolo Black Magic Boogieland e la firma con la Century Media, tornano sul mercato con Superbia, lavoro che nel suo essere assolutamente vintage brilla per personalità, con quel tocco di insana originalità che contribuisce ad una innata follia artistica.
D’altronde non è così semplice inglobare in un sound che all’apparenza risulta scarno, poco lavorato e dal mood rituale e fumoso, schegge punk rock, jam psichedeliche e mood progressivo facendone un piccolo scrigno di musica old school ma ben salda nel presente musicale, in questo inizio di millennio.
La band, guidata dal chitarrista Oeds Beydals, ci consegna un album che senza alcuna riverenza amalgama King Crimson e Motorhead, The Stooges e Hawkwind, Mc5 e primi Pink Floyd, passando da brani diretti e garage punk come The Chain o Shake The Coil, a lunghe jam progressive/psichedeliche come l’opener Daemon, Feeding The Lions o la conclusiva The Sewage.
Ovviamente al primo ascolto la varietà del songwriting potrebbe far storcere il naso a più di un ascoltatore, ma passate le prime burrasche motorheadiane che portano nuvoloni color cremisi, il sound dei Death Alley si apre all’ascoltatore come un libro aperto e sfogliato dalla rude carezza del vento.
Abituati ormai da alcuni anni al ritorno di sonorità che credevamo ormai esclusiva di rocker nostalgici, Superbia non può che diventare un punto fermo degli ascolti dei giovani amanti del rock di scuola 60’/70′, mentre la curiosità per dove andrà a parare il sound del gruppo olandese è pari alla sua imprevedibilità.

Tracklist
01. Daemon
02. The Chain
03. Feeding The Lions
04. Headlights In The Dark
05. Shake The Coil
06. Murder Your Dreams
07. Pilgrim
08. The Sewage

Line-up
Douwe Truijens – Lead Vocals
Oeds Beydals – Guitars, Backing Vocals
Sander Bus – Bass
Uno Bruiniusson – Drums

DEATH ALLEY – Facebook

Labyrinthus Noctis – Opting For The Quasi-Steady State Cosmology

Il gruppo milanese fa un disco che commuove e che, come accadeva in alcuni concept prog degli anni settanta, porta l’ascoltatore lontanissimo, ponendo la maggiore distanza possibile fra lui e la Terra, luogo di eterno dolore.

Disco esoterico di gothic prog metal, una magia per ricordarci che non apparteniamo a questa terra, e che questa terra non è la nostra casa, ma siamo fatti per andare oltre, molto oltre, forse verso Marte che è il protagonista di questa terza prova dei milanesi Labyrinthus Noctis, un gruppo che difficilmente sbaglia un disco.

La novità più grossa è l’entrata in formazione della dotatissima cantante Ivy che porta la band ad un livello superiore. Il disco è un viaggio esoterico oltre il nostro pianeta ospitante, verso il pianeta rosso, e ovviamente ciò vale anche per ciò che sta dentro di noi. Il concept è diviso in tre diversi movimenti, e tutti assieme concorrono a descrivere un viaggio cosmico verso e dentro Marte. Quest’ultimo pianeta è una delle mete più anelate dalla razza umana, una delle ultime Thule, un confine anche angusto per le dimensioni dell’universo, ma un passo enorme e forse impossibile per noi umani. Il gruppo milanese ha sempre fuso nel suo stile musicale diversi generi con grande sapienza e gusto, ma qui si supera. Opting For The Quasi-Steady State Cosmology è un disco di gothic prog doom, uno spartito terrestre per musica celestiale, e l’andamento è praticamente cinematografico, come se la musica descrivesse i fotogrammi di un film inquietante ed inquieto, dove tutto si muove, e il moderno si sfasa per copulare con l’estremamente antico, in una fusione che genera diversi multiversi, descritti mirabilmente dai Labyrinthus Noctis. Il gruppo milanese fa un disco che commuove e che, come accadeva in alcuni concept prog degli anni settanta, porta l’ascoltatore lontanissimo, ponendo la maggiore distanza possibile fra lui e la Terra, luogo di eterno dolore. Un gran bel disco che assicura tanti ascolti e molti sospiri di cuore. Il disco si conclude con la cover di Padre Davvero di Mia Martini, una canzone che parla davvero al cuore, che si lega a Marte e che qui è interpretata magistralmente.

Tracklist
Chapter One: DISCUSSION AND CONTROVERSIES IN THE LIGHT OF FURTHER X-RAY
OBSERVATIONS
1. Reaching The Last Scattering Surface
2. Cygnus X-1 (con Chiara Tricarico alla voce)
3. Melancholia
4. Negentropy
Chapter Two: DARK ENERGY EQUATION-OF-STATE (EOS) AND ITS APPLICATIONS
5. Lament Of Melusine
6. Linear A
7. Kosmonaut Vladimir Komarov
8. Amborella Trichopoda
Chapter Three : FROM HYPERSPACE TO MULTI MESSENGER ASTRONOMY
9. Noctis Labyrinthus
10. Hydrocarbon Lakes
11. Kiss The Scorpion, or The Ballad Of Lilith And Mars
12. Wings Of Honneamise
13. Padre Davvero

Line-up
Moreno: Guitars
Ark: Keyboards, Theremin, Effects
Aeb: Drums
Sin: Bass, Backing Vocals
Ivy: Lead Vocals

LABYRINTHUS NOCTIS – Facebook

+Mrome+ – Noetic Collision On The Roof Of Hell

Il duo polacco mette in scena un album che sembra un sorta di bignami di gran parte del metal estremo e non, ricco com’è di brani dalle sfumature differenti ma, magicamente, tutti assolutamente coerenti e funzionali alla resa finale del lavoro.

Benchè sia il loro full length d’esordio, si capisce fin dalla prima nota di questo Noetic Collision On The Roof Of Hell che gli +Mrome+ sono musicisti in possesso di solide basi che provengono da un attività iniziata addirittura alla fine del secolo corso (infatti, l’unica uscita precedente con questo monicker raccoglie tracce demo edite tra il ’97 ed il ’99).

Il duo polacco mette in scena un album che sembra un sorta di bignami di gran parte del metal estremo e non, ricco com’è di brani dalle sfumature differenti ma, magicamente, tutti assolutamente coerenti e funzionali alla resa finale del lavoro.
Death, thrash, black, a tratti anche sludge, vanno a confluire in una tracklist che convince proprio perché, nonostante la sensibile differenza di fondo che si può riscontrare tra un brano e l’altro, utilizza un collante formidabile come la capacità di scrittura e una tecnica solida e al servizio di una forma canzone sempre ben delineata.
Infatti, Noetic Collision On The Roof Of Hell non è il classico lavoro sperimentale con il quale musicisti estrosi saltabeccano senza preavviso da una genere all’altro spiazzando anche l’ascoltatore più scafato: le varie pulsioni stilistiche confluiscono normalmente all’interno dei singoli brani senza che questo vada a frammentare il risultato d’insieme, così le sfuriate thrash hardcore di Locust Follows Words hanno lo stesso diritto di cittadinanza dello sludge di Piss & Laugh o del death di Colors, e convivono al meglio con la cover di How the Gods Kill di Danzig.
Ecco, una delle cartine di tornasole della creatività di una band è il metodo utilizzato per coverizzare brani altrui: la maggior parte esegue una versione piuttosto aderente all’originale accelerandola o rallentandola, indurendola o conferendo comunque un qualcosa attinente allo stile musicale praticato; i +Mrome+, invece, stravolgono una delle brani simbolo del nerboruto statunitense facendolo diventare una traccia completamente nuova e differente, mantenendo di fatto il solo testo e, sia pure sufficientemente deviato, il riff che segue il chorus.
Credo che tutto questo basti per incuriosire il giusto chi ha voglia di scoprire nuovi nomi, e il passo successivo è quello di fare una capatina sulla pagina bandcamp dei +Mrome+ per farsi un’idea della loro proposta, che risulta sufficientemente originale pur senza ricorrere a sperimentalismi cervellotici.

Tracklist:
1.Colors
2.Crush the Moon
3.Migration Cult
4.How the Gods Kill (Danzig cover)
5.Trust
6.Generation Anthem
7.Piss & Laugh
8.Locust Follows Word
9.Magister Figurae Morte
10.The Arsonist

Line-up:
Key V – vocals, guitars
P – drums

Sammal – Suuliekki

Psichedelia condita con funghi allucinogeni, rock anni settanta con venature prog per un risultato di altissimo livello.

Psichedelia condita con funghi allucinogeni, rock anni settanta con venature prog per un risultato di altissimo livello.

Con una musica così poco importa il fatto che cantino in finlandese, perché va benissimo ugualmente . I Sammal pubblicano su Svart Records il loro terzo disco, ed è stata una gestazione lunga, ma da come si può ascoltare ne è assolutamente valsa la pena. La musica di questi finnici è molto ricca e cresce spontaneamente come in una lunga jam, dove i limiti ed i generi vengono abbattuti, e tutto nasce, muore e si ricrea continuamente. Suuliekki è un groove contunuo, un respiro musicale ininterrotto fatto da musicisti di grande talento per una psych prog di grande effetto, dove nulla è lasciato a casa, studiando a fondo la composizione di ogni canzone, smussando e perfezionando in maniera continua. I Sammal ricevono una grande influenza dagli anni settanta, ma oltre ad essere originali riescono anche ad innovare questo suono, soprattutto nel mischiare vari strumenti e diverse situazioni. Ci sono assoli alla Pink Floyd, momenti di psych latinoamericana come nel primo Santana, intarsi totalmente rock anni settanta e su tutto ciò c’è la firma stilistica di un gruppo come i Sammal che raramente sbaglia una canzone. Il disco è davvero godibile e di effetto, e va ascoltato dall’inizio alla fine, ma si può anche scegliere una traccia e soffermarsi su di essa a lungo, dato che sono tutte molto ricche. Suuliekki ha diverse anime, che possono vivere di luce propria ma anche compenetrarsi molto bene, per un risultato finale davvero buono.

Tracklist
1.Intro
2.Suuliekki
3.Lukitut päivät, kiitävät yöt
4.Ylistys ja kumarrus
5.Pinnalle kaltevalle
6.Vitutuksen valtameri
7.Maailman surullisin suomalainen
8.Herran pelko
9.Samettimetsä

Line-up
Jura
Janu
Tuomas
Lasse
Juhani

SAMMAL – Facebook

Synaptik – Justify & Reason

Tecnicamente bravissima, ma con ancora qualcosa in termini di personalità da perfezionare, la band inglese è una realtà metallica da seguire con attenzione cercando di non perderne le tracce, perché l’opera sopra le righe potrebbe arrivare da un momento all’altro.

I Synaptik sono una band inglese attiva dal 2012 ma poco conosciuta dalle nostre parti.

Suonano progressive thrash metal e Justify & Reason è il loro secondo album che segue di tre anni il debutto The Mechanisms of Consequence, riprodotto nel secondo cd che completa l’opera.
Meriterebbero molta più attenzione di quella che gli è stato attribuito fino ad ora i thrashers britannici, perché il sound prodotto su queste due fatiche risulta un devastante, tecnicissimo e melodico esempio di thrash metal progressivo accostabile alle opere di Sanctuary e Nevermore, così come Fates Warning e Watchtower, con il vocalist Alan Tecchio (anche con gli Hades) in veste di ospite su Your Cold Dead Trace, brano tratto dal primo lavoro.
Grande tecnica al servizio di brani trascinati e dalle atmosfere drammatiche, un cantante (John Knight) che segue le orme del compianto Warrel Dane e per i Synaptik il gioco è fatto, semplice a dire molto più difficile da elaborare.
Il sound del gruppo, a tratti, si specchia un po troppo nelle intricate trame del metal progressivo, affacciandosi sullo spartito in mano ai Dream Theater, mentre si rivelano un portento quando attaccano al muro con ritmi incalzanti e sfumature nevermoriane.
Justify & Reason va giudicato per quello che è, un ottimo lavoro supportato da un songwriting di buon livello e dall’ottima tecnica dei suoi protagonisti: brani come The Incredible Machine o Esc Ctrl hanno il solo difetto di seguire trame già scritte a suo tempo dai gruppi citati, un peccato veniale che non inficia la buona qualità generale della loro musica.
Tecnicamente bravissima, ma con ancora qualcosa in termini di personalità da perfezionare, la band inglese è una realtà metallica da seguire con attenzione cercando di non perderne le tracce, perché l’opera sopra le righe potrebbe arrivare da un momento all’altro

Tracklist
Disc 1
1.The Incredible Machine
2.Human / Inhuman
3.Conscience
4.White Circles
5.Esc Ctrl

Disc 2
1.Truths That Wake
2.A Man Dies
3.I Am The Ghost
4.Your Cold Dead Trace (feat. Alan Tecchio)
5.Irresistable Shade
6.Vacancy Of Mind
7.As I Am, As I Was
8.Utopia In Our Eyes
9.All Lies
10.Allies
11.Your Cold Dead Trace [Tecchio Mix]

Line-up
John Knight – Vocals
Ian knight – Guitars
Kev Jackson – Bass
Jack Murton – Guitars
Pete Loades – Drums

Kino – Radio Voltaire

Radio Voltaire è un lavoro dedicato non solo ai fans dei gruppi da cui i musicisti provengono, ma ad uso e consumo anche di tutti quelli che amano la musica rock infarcita di grandi melodie.

Tredici anni dopo il loro debutto Picture tornano i Kino, super gruppo che vede impegnati John Mitchell (Arena, It Bites, Lonely Robot), Pete Trewavas (Marillion), Craig Blundell (Steven Wilson) e John Beck (It Bites), pubblicano questo sognante esempio di rock progressivo dal titolo Radio Voltaire.

Un album, questo, che conferma il talento dei musicisti, soprattutto per quanto riguarda il songwriting di altissima qualità supportato dalla tecnica sopraffina, ma che lascia spazio a canzoni che risultano una più bella dell’altra.
Rock e pop vengono rivisitati in chiave progressiva e moderna, per una raccolta di emozionanti brani che, nel corso dei cinquantacinque minuti di durata, non scendono mai da un livello qualitativo eccellente, regalando note ariose, magnificamente melodiche e progressive, come se i Genesis orfani di Peter Gabriel e Steve Hackett, incontrati gli Yes e i Marillion, cominciassero a suonare diretti da Gary Hughes dei Ten (I Don’t Know Why).
Radio Voltaire sorprende ad ogni passaggio, alternando brani dal piglio radiofonico a delicate ballad dal sapore folk, in un saliscendi emozionale che vede l’ascoltatore circondato da un sound pieno e a tratti melodicamente pomposo, o cullato da note acustiche di rara bellezza.
Non c’è un brano che sia uguale all’altro nella track list di questo lavoro, arrivato dopo una lunga attesa dei fans, i quali vengono ripagati dalle trame progressive di Out Of Time, dai ritmi rock wave di Grey Shapes On Concrete Fields e dalla ballad dal sapore aor Keep The Faith.
In poche parole, Radio Voltaire è un lavoro dedicato non solo ai fans dei gruppi da cui i musicisti provengono, ma ad uso e consumo anche di tutti quelli che amano la musica rock infarcita di grandi melodie.

Tracklist
1. Radio Voltaire
2. The Dead Club
3. Idlewild
4. I Don’t Know Why
5. I Won’t Break So Easily Any More
6. Temple Tudor
7. Out Of Time
8. Warmth Of The Sun
9. Grey Shapes On Concrete Fields
10. Keep The Faith
11. The Silent Fighter Pilot
Bonus tracks
12. Temple Tudor (Piano Mix)
13. The Dead Club (Berlin Headquarter Mix)
14. Keep The Faith (Orchestral Mix)
15. The Kino Funfair

Line-up
John Mitchell – Vocals, Guitars
Pete Trewavas – Bass, Synths
Craig Blundell – Drums
Special guest:
John Beck – keyboards

KINO – Facebook

La Bottega Del Tempo A Vapore – Viaggi Inversi

Composto da sette tracce che hanno nella lunga suite Dama Di Spade il cuore di questo secondo capitolo nonché il sunto compositivo del gruppo, Viaggi Inversi è un viaggio che l’ascoltatore intraprende in compagnia del misterioso guerriero, tra splendide parti progressivamente melodiche, aperture tastieristiche dal mood epico e digressioni metalliche.

La Bottega Del Tempo A Vapore è il monicker con il quale agisce un sestetto di musicisti provenienti da Benevento: il gruppo è attivo dal 2014 ed è entrato a far a parte della grande famiglia Revalve che si occupa della distribuzione e comunicazione.

Viaggi Inversi è il secondo capitolo di una storia ispirata da un racconto di Alfredo Martinelli, e segue di un paio d’anni Il Guerriero Errante, lavoro che aveva di fatto dato il via alla carriera della band.
L’album, prodotto da Simone Mularoni ai Domination Studio, racconta le gesta leggendarie di un guerriero sannita/longobardo, mentre la musica è un ottimo esempio di rock/metal progressivo diviso tra la tradizione settantiana ed il più moderno metallo progressivo.
Un lavoro affascinante, cantato in italiano così da riportare alla mente gli storici lavori dei maestri che hanno fatto la storia del progressive nazionale (PFM, Banco del Mutuo Soccorso), ma supportati da arrangiamenti potenti ed epici, avvicinando l’opera a quelle dei migliori act prog metal (Dream Theater).
Composto da sette tracce che hanno nella lunga suite Dama Di Spade il cuore di questo secondo capitolo nonché il sunto compositivo del gruppo, Viaggi Inversi è un viaggio che l’ascoltatore intraprende in compagnia del misterioso guerriero, tra splendide parti progressivamente melodiche, aperture tastieristiche dal mood epico e digressioni metalliche.
E’ ottima la voce di Angelo Santo, supportato dal recitato di Alfredo Martinelli, mentre sono molti i cambi di atmosfera che consentono all’ascoltatore di non perdere l’attenzione, venendo catturato dagli eventi musicali che si susseguono senza soluzione di continuità.
Un’opera che non deve spaventare per il cantato in lingua madre, perché il lavoro nel suo insieme mantiene un taglio internazionale espresso da un suono cristallino ed una meticolosa cura in tutti i dettagli.
Oltre ai venticinque minuti di Dama Di Spade, una menzione particolare va  a Urla e Perdonami, bellissimo brano metal/prog con i tasti d’avorio che creano un’atmosfera settantiana a metà del pezzo.
Viaggi Inversi è comunque un album da gustarsi nella sua interezza per apprezzare ancora di più le atmosfere con cui viene descritta la storia, ed è consigliato agli amanti del progressive tradizionale così come ai consumatori di quello animato dalla componente metal.

Tracklist
1. Flashback
2. Goccia di Tenebra
3. Urla e Perdonami
4. Tempo Inverso PT1- Il Viaggio
5. Tempo Inverso PT2- La Lettera
6. Dama di Spade
7. Mestieri

Line-up
Alessandro Zeoli – Guitar
Alfredo Martinelli – Story Writer
Angelo Santo – Voice
Gabriele Beatrice – Drums
Giuseppe Sarno – Keyboard
Luca Iorio – Bass

LA BOTTEGA DEL TEMPO A VAPORE – Facebook

Goblin 4 – Four Of A Kind

Four Of A Kind risulta ritorno molto convincente, ancora di più se pensiamo alla qualità altissima di queste nuove composizioni che non risentono minimamente dell’anagrafe dei loro creatori, musicisti eccezionali con ancora molto da dire nel panorama progressivo nazionale ed internazionale.

I Goblin sono, insieme ad una manciata di altri nomi illustri, la storia del progressive rock tricolore, famosi in tutto il mondo per aver legato il proprio nome alle fortunate pellicole dalle tematiche horror di Dario Argento.

Nel corso degli anni il loro monicker è stato modificato più volte per non inciampare in diatribe legali con il membro fondatore e tastierista Claudio Simonetti, riavvicinatosi alla band nel 2011, ma subito tornato ai suoi Claudio Simonetti’s Goblin.
New Goblin, Goblin Rebirth, Claudio Simonetti’s Goblin e Goblin 4: la quarta anima del folletto più importante della storia del progressive rock è formata dai quattro quinti della band originale, quindi Fabio Pignatelli al basso, Massimo Morante alla chitarra, Maurizio Guarini alle tastiere e Agostino Marangolo alla batteria.
Four Of a Kind segue il precedente Back To The Goblin e risulta un viaggio strumentale nel mondo progressivo, misterioso e oscuro di chi del genere è diventato l’icona, realtà intoccabile da quarant’anni di un certo modo di fare musica, sempre con quelle sfumature da colonna sonora che ne sono il marchio di fabbrica.
Fin da Uneven Times, splendida apertura, questo nuovo lavoro ci presenta un sound immortale, personalissimo, prodotto e suonato come il monicker in calce alla copertina richiede, pregno di atmosfere pressanti ma valorizzate da un’eleganza compositiva rimasta intatta dopo tutti gli anni trascorsi.
Si passa così da ovvie celebrazioni di sé stessi, a brani capolavoro come Kingdom o Dark Blue(s), sofferto blues dove la sei corde lacrima solos sanguigni, in un contesto che rimane progressivo ed altamente emozionale.
Un ritorno molto convincente, ancora di più se pensiamo alla qualità altissima di queste nuove composizioni che non risentono minimamente dell’anagrafe dei loro creatori, musicisti eccezionali con ancora molto da dire nel panorama progressivo nazionale ed internazionale.

Tracklist
1. Uneven Times
2. In the Name of Goblin
3. Mousse Roll
4. Bon Ton
5. Kingdom
6. Dark Blue(s)
7. Love & Hate
8. 008
9. Goblin [Recorded live in Austin]

Line-up
Maurizio Guarini – keyboards, Hammond orgena, clavicembalo
Fabio Pignatelli – bass, keyboards
Massimo Morante – electric & acoustic guitars, bouzouki
Agostino Marangolo – drums, keyboards

Guest:
Antonio Marangolo – sax (1)

GOBLIN – Facebook

Sanguine Glacialis – Hadopelagic

Non ci si annoia tra i tentacoli del Kraken raffigurato sulla copertina, e a tratti ci si esalta, mentre la band ci scarica addosso un’enormità di musica senza confini, stupendo manifesto di cosa può dare il metal estremo al mondo delle sette note se maneggiato da autentici geni come dimostrano di essere i Sanguine Glacialis.

Un album estremo che è uno spettacolo di generi e sfumature, come serpenti in amore che si aggrovigliano lascivi per poi separarsi e tornare all’unisono a formare un muro di suono in movimento perpetuo ipnotico e letale

Furia death metal, tecnica sopraffina, gothic e symphonic e poi divagazioni progressive, jazz, pop e quant’altro passa per la mente di questi geniali musicisti canadesi uniti sotto il monicker Sanguine Glacialis: è musica che riempie lo spazio quella che compone questo bellissimo lavoro intitolato Hadopelagic, composto da un’ora di note che lasciano senza fiato, in un perfetto incontro tra generi diversi spostando il confine del gothic metal verso l’infinito, se ancora il sound del gruppo si può definire tale.
I Sanguine Glacialis strappano un contratto di distribuzione con la Wormholedeath e partono alla conquista degli ascoltatori meno legati ai generi e più aperti alle sperimentazioni, ai quali regalano questo stupendo affresco di musica a 360°, dove la parola d’ordine è stupire con una serie di brani in cui lo spartito viene travolto da una valanga di note senza una loro definitiva collocazione, se non nella musica dei Sanguine Glacialis.
Attiva dal 2012, dopo un primo album (Dancing with a Hanged Man) ed ancora un ep giunono alla definitiva consacrazione, almeno per quanto riguarda la qualità della propria proposta che si avvale, nella sua assoluta originalità, di un songwriting che ha del miracoloso per la fluidità e presa sull’ascoltatore.
Non ci si annoia tra i tentacoli del Kraken raffigurato sulla copertina, a tratti ci si esalta, mentre la band ci scarica addosso un’enormità di musica senza confini, stupendo manifesto di cosa può dare il metal estremo al mondo delle sette note se maneggiato da autentici geni come dimostrano di essere i Sanguine Glacialis.
Prodotto da Chris Donaldson dei Cryptopsy, per Hadopelagic non c’è a mio avviso un altro lavoro al momento che si avvicini per poter solo lontanamente fare un paragone, bisogna solamente sedersi comodi, premere il tasto play e farsi accompagnare dalla musica nel mondo dei Sanguine Glacialis.

Tracklist
1.Aenigma
2.Kraken
3.Libera Me
4.Le cri tragique d’une enfant viciée
5.Funeral for Inner Ashes
6.Oblivion Whispers
7.Deus Ex Machina
8.Missa di Angelis
9.Un ineffable mal-être
10.Monsters

Line-up
Maude Théberge – Vocals & Keyboards
Jonathan Fontaine – Guitar & Backvocals
Remi LeGresley – Guitar & Backvocals
Marc Gervais – Bass & Backvocals
David Gagné – Pavy – Drums

SANGUINE GLACIALIS – Facebook

SirJoe Project – Letze Baum

A tratti sembra davvero di vivere l’emozione visiva di terre lontane e la bellezza del mondo animale, tra canti e cori etnici, trasportati e cullati dalla musica di questo splendido lavoro, che del progressive prende la sua caratteristica di non genere, o meglio di un’unione di stili che formano un quadro musicale in l’arcobaleno scaglia come frecce i suoi colori.

Nel mondo della musica le sorprese sono sempre dietro l’angolo e dopo quasi quarant’anni di ascolti, lo stupore e la consapevolezza di essere al cospetto di un lavoro sopra le righe è sempre vivo e rappresenta il motore per continuare ad ascoltare, senza costruirsi inutili barriere, cercando il bello in ogni angolo del mondo musicale rock/metal.

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso, vi accorgerete… che non si può mangiare il denaro.
Questa bellissima, tragica e drammatica frase è lo spunto da cui nasce Letze Baum, concept ideato dai SirJoe Project, che altri non è che un musicista storico della scena dark/progressive/rock, il chitarrista Sergio Casamassima dei Presence, qui aiutato da una manciata di bravissimi musicisti come il cantante Alessandro Granato, il bassista Mino Berlano, il tastierista Luciano Longo ed il batterista Peppe Iovine.
Il musicista, compositore e maestro, crea questo viaggio di denuncia attraverso il nostro pianeta, a bordo di una macchina musicale che non trova ostacoli, tra bellissimi brani che ci portano dall’Africa, all’Oceania, dalla vecchia Europa alle Americhe, passando per i poli denunciando e difendendo il pianeta e la sua splendida madre, la natura.
A tratti sembra davvero di vivere l’emozione visiva di terre lontane e la bellezza del mondo animale, tra canti e cori etnici, trasportati e cullati dalla musica di questo splendido lavoro, che del progressive prende la sua caratteristica di non genere, o meglio di un’unione di stili che formano un quadro musicale in l’arcobaleno scaglia come frecce i suoi colori.
Grandi melodie all’interno di un sound vario e progressivo, dunque, per più di un’ora (non poca di questi tempi) nel corso della quale i SirJoe Project tessono spartiti, legano ispirazioni diverse tra musica etnica e rock riuscendo ad unire terre, popoli e natura, in tempi in cui le divisioni purtroppo sono sempre più nette.
Gli impulsi musicali quindi arrivano dal rock, come dal metal, dal progressive come da stili lontanissimi dal normale sentire per chi si nutre di queste sonorità, come la musica etnica e la world music, il tutto unito da trame melodiche affascinanti.
Settantadue minuti di musica, divisa in tredici perle musicali che trovano il sottoscritto in difficoltà nel suggerirne una piuttosto che un’altra: quindi prendete un po’ del vostro tempo e dedicatelo a qualcosa che vi riempia il cuore, come questo splendido lavoro, non ve ne pentirete.

Tracklist
1.Forgive Us
2.Thieves In The Temple
3.Coltan Grave
4.I Pray The Rain
5.The Power Of The Sea
6.Deadly Waltz
7.Anyway
8.Binary Codes
9.The King Of All
10.I Need Time
11.Maybe Today
12.Raimbow Warriors
13.Selfdestruction

Line-up
Sergio Casamassima – Lead Guitar
Alessandro Granato – Voice
Mino Berlano – Bas
Luciano Longo – Keybaords
Peppe Iovine – Drums

SIRJOE PROJECT – Facebook

Metamorphosis – The Secret Art

Quello che impressiona, nell’operato del bravo Boris, è la non comune capacità di disseminare ogni brano di passaggi di grande impatto, siano essi sfuriate di matrice black, piuttosto che assoli chitarristici eleganti e melodici o irresistibili progressioni di stampo prog death/thrash.

Se dopo oltre vent’anni di attività e cinque full length prima di questo The Secret Art, Boris Ascher è ancora qui a proporre un black metal di qualità con il suo progetto solista Metamorphosis, qualcosa vorrà pur dire.

Il fatto che alla guida ci sia un musicista esperto lo si percepisce subito, perché la capacità di manipolare la materia estrema rendendola varia e accattivante senza ricorrere a trucchi da avanspettacolo si manifesta fina dalle prima note della title track, degna apertura di un lavoro che sorprende, perché nonostante il considerevole stato di servizio, i Metamorphosis prima di oggi erano solo una delle molte band che si avvalgono di questo monicker, due delle quali anch’esse tedesche, sia pure del tutto marginali e non più attive da tempo.
A ben vedere il black metal è solo una delle componenti principali di un sound che spazia non poco tra i vari generi estremi, regalando anche ottimo sprazzi di death melodico così come di thrash, ma questo non deve far pensare ad uno scorrimento farraginoso dell’album, visto che l’orecchiabilità è uno dei sui massimi pregi, in virtù di un lavoro chitarristico davvero incalzante e gradevolissimo in ogni frangente.
Quello che impressiona, nell’operato del bravo Boris, è la non comune capacità di disseminare ogni brano di passaggi di grande impatto, siano essi sfuriate di matrice black, piuttosto che assoli chitarristici eleganti e melodici o irresistibili progressioni di stampo prog death/thrash; il tutto viene poi arricchito da una prestazione vocale convincente e da una produzione che non sacrifica alcun elemento dell’album.
The Secret Art è un lavoro che dovrebbe essere apprezzato non poco da chi predilige un black death melodico che abbraccia un ampio spettro sonoro, comprendente Amorphis e Catamenia per sfiorare anche gli Edge Of Sanity, restando nel Nord Europa o, spostandoci più a sud, Rotting Christ e Septic Flesh di inizio millennio, tutte band accomunate da uno spiccato gusto melodico che non va mai a limitare l’impatto del metal estremo che ne costituisce la base fondante.
Non essendoci un solo brano trascurabile nell’album, cito quelli che meglio restano ancorati alla memoria, ovvero God Of The Dead (dalla magnifica progressione chitarristica) e Invictus (trascinante ed in linea con la citata scena ellenica), episodi che trainano agevolmente un resto di tracklist capace di regalare ulteriori soddisfazioni all’ascoltatore.

Tracklist:
1. The Secret Art
2. The Beckoning
3. Night on Bare Mountain
4. As Legions Rise
5. God of the Dead
6. A Fateful Night
7. Holy Wounds
8. Invictus
9. The Crypt
10. Domine Lucifere

Line-up:
Boris Ascher – All instruments, Vocals

METAMORPHOSIS – Facebook

Pryapisme – Epic Loon OST

Sono più pazzi i Pryapisme o quelli che, elaborando un nuovo video game da lanciare sul mercato, hanno pensato di affidare loro la composizione della soundtrack?

Sono più pazzi i Pryapisme o quelli che, elaborando un nuovo video game da lanciare sul mercato, hanno pensato di affidare loro la composizione della soundtrack?

Un quesito destinato a restare irrisolto, visto che anche chi ascolta periodicamente le bizzarre espressioni musicali della band francese non è che se la passi benissimo in quanto a sanità mentale: del resto in occasione del loro ultimo album, per così dire “normale”, mi ero trovato a citare tra le varie pulsioni che ne animavano il sound l’utilizzo di passaggi davvero molto simili a quelli dei primi giochi per Pc degli anni ’90, per cui nonostante l’elevato rischio di essere trascinati nel gorgo del fallimento preconizzato per sé stessi dai cinque disturbatori, quelli dei Macrales Studio sono voluti andare fino in fondo per vedere cosa sarebbe successo.
Quindi i nostri hanno elaborato una trentina di brani (dai titoli insensati quanto esilaranti) della durata oscillante tra i due ed i tre minuti, distribuendoli su due cd affidandone la diffusione alle sapienti mani di Jehan Fillat della Apathia Records.
Ovviamente, se già il contenuto dei precedenti lavori dei Pryapisme era un emblema di geniale schizofrenia musicale, figuriamoci cosa può essere scaturito da un occasione particolare come questa: del resto qui, se si vogliono fare le pulci ai nostri, non abbiamo neppure la scusa dell’inesistenza della forma canzone, dato che per forza di cose non viene neppure richiesta.
Nonostante (o forse grazie a) tali premesse, la follia dei Pryapisme trova quasi una sua sublimazione, anche se mi riesce difficile pensare a qualcuno che possa ascoltare un tale frullato di musica in maniera disgiunta dalle immagini del video game.
Il risultato è che, benché sia da qualche era geologica che non mi piazzo più davanti al computer per cimentarmi in un videogioco, mi sta venendo una voglia insopprimibile di comperare Epic Loon solo per potervi giocare accompagnato dalla musica dei Pryapisme, consapevole del fatto che smetterei solo quando l’essere dominante della casa, il gatto, salirà sulla tastiera interrompendo il gioco facendomi regredire al primo livello (a livello mentale la regressione a livello più basso è già avvenuta da tempo…).

Tracklist:
1.Epic Loon Theme
2.In space, no one can hear you make yourself a sandwich
3.Nostromo cryo system : fresh ice cream guaranteed !
4.An S.O.S from LV426 takes 6M years to reach Belgium
5.Acheron, the Calpamos moon, is also the name of our cat
6.Xenomorphs are just big chickens after all
7.For the smile of a child with a dolphin t-shirt
8.Evil nutshells with hay fever vs all people named Renee
9.Did prehistoric giraffes wear long ties ?
10.It’s way too hot to drink rustproof engine oil
11.The best vacuum cleaners were produced during the Cenozoic era
12.Tyrannosaure+Châlet/7=Taupiniere-(n/Saumon)²
13.Damned raptors !
14.Programming naughty pictograms in Python
15.Epic Boss Theme
16.Un quadrilobe à palmette fleurdelysé, ça a du chien
17.Even in the Carpathians, taking a train is still faster than riding a ghoul
18.What would Chester Copperpot have to say about this ?
19.A quantum mirror may generate self-petrified gorgons
20.Tidal energy through a rat’s perspective
21.Cette année, on anticipe les mites avec un inhibiteur de la pompe à proton
22.Fishermen’s villages usually hide ninjas
23.Luckily, reptiles use condoms. Phew ! No chlamydia this time…
24.Bubbles will be crapped in glue over Tokyo’s harbour
25.Muzzle, snout, fire, muzzle
26.Death by uranium hexafluoride
27.Mullet haircut Grand finale
28.Score Theme Extended (Bonus Track)
29.Epi the Clown (Bonus Track)

Line-up:
Nicolas Sénac: Guitars
Antony Miranda: Bass, Moog, Guitars
Ben Bardiaux: Keyboards
Aymeric Thomas: Drums, Percussions, Keyboards, Electronic
Nils Cheville: Guitars, Keyboards

PRYAPISME – Facebook

Arca Progjet – Arca Progjet

Come quella che migliaia d’anni fa galleggiò per lungo tempo sulle acque che ricoprirono la terra, la nuova e più moderna arca ci porterà verso la salvezza cullati dalla musica, un rock progressivo dall’alto tasso melodico, raffinato ed elegante, creato da una manciata di musicisti dall’esperienza invidiabile.

Chi ci salverà questa volta dalla distruzione prima di una nuova rinascita, se non un’arca spaziale?

E come quella che migliaia d’anni fa galleggiò per lungo tempo sulle acque che ricoprirono la terra, la nuova e più moderna arca ci porterà verso la salvezza cullati dalla musica, un rock progressivo dall’alto tasso melodico, raffinato ed elegante creato da una manciata di musicisti dall’esperienza invidiabile.
La band chiamata Arca Progjet nasce a Torino da un’idea di Alex Jorio ( Elektradrive) e Gregorio Verdun al basso e tastiere, a cui si aggiungono Sergio Toya alla voce, Carlo Maccaferri alla chitarra e Filippo Dagasso alle tastiere e programmazioni.
Con l’aiuto di ospiti d’eccezione come Mauro Pagani (PFM – Premiata Forneria Marconi), Gigi Venegoni e Arturo Vitale (Arti & Mestieri), il gruppo parte per un viaggio nello spazio nel quali si amalgamano il progressive tradizionale, ovviamente ispirato alla scena tricolore, e sonorità più moderne come quelle scritte da Arjen Anthony Lucassen per i lavori firmati Ayreon.
Da qui si parte per questa esplorazione alla ricerca di un mondo nuovo, con il suo carico di musica da tramandare a chi darà nuova linfa vitale per un futuro quanto mai incerto.
Ma l’atmosfera ariosa di brani progressivamente melodici come l’opener Arca o la splendida Metamorfosi riempiono di luminosa speranza questo nuova avventura con l’arca, che continua il suo viaggio tra spettacolari tappeti che i tasti d’avorio creano tra cambi di tempo e ricami progressivi dal taglio settantiano.
Modernità e tradizione sono il tesoro che ritroviamo in Sulla Verticale, traccia che sottolinea la tecnica invidiabile dei protagonisti senza che si perda un briciolo di fluidità nell’ascolto e lasciando che l’hard rock raffinato e melodico di Cielo Nero, la sontuosa Pozzanghere di Cielo e le armonie acustiche della conclusiva Aqua (bonus track della versione in cd), confermino questo riuscito connubio tra hard rock melodico e progressive.
Cantato interamente in italiano, Arca Progjet risulta un opera affascinante e spettacolare: speriamo che l’Arca in futuro continui il suo viaggio e che i cinque capitani al comando ci raccontino ancora delle sue avventure nello spazio.

Tracklist
01. Arca
02. Metà Morfosi
03. Requiend
04. Battito D’Ali
05. Sulla Verticale
06. Neanderthal
07. Cielo Nero
08. Delta Randevouz
09. Un. Inverso
10. Pozzanghere Di Cielo
11. Aqua (Cd Bonus Track)

Line-up
Sergio Toya – Vocals
Gregorio Verdun – Bass
Carlo Maccaferri – Guitar
Alex Jorio – Drums
Filippo Dagasso – Keys, Programmings

ARCA PROGJET – Facebook

Vyre – Weltformel

Chi vuole ascoltare un metal avanguardista, atmosferico e progressivo con reminiscenze black, qualora si imbatta nei Vyre non ha sicuramente sbagliato strada, anzi …

Ritroviamo i Vyre a quattro anni dall’ottimo The Initial Frontier pt 2.

La band tedesca è formata in buona parte da musicisti che hanno fatto parte dei Geist (poi Eis) e questo è senz’altro un elemento che depone a favore della loro competenza in materia.
I Vyre possono essere assimilati alla scena black soprattutto per il background perché, in sostanza, fin dagli inizi la loro offerta è orientata ad un metal atmosferico e progressivo, con l’aggiunta questa volta di connotazioni cosmiche a livello concettuale che vanno poi a ripercuotersi anche nel sound.
Certo, quando arrivano le sfuriate che tengono fede alle origini della band, Weltformel si rivela come da pronostico un buonissimo lavoro anche se, rispetto al predecessore, mancano forse quei picchi emozionali che avevano fatto la differenza in tale frangente.
Questo non vuol dire che l’album sia deludente, tutt’altro, perché l’offerta dei Vyre è sempre a suo modo preziosa, spingendoci ad approdare in un’area musicale nella quale il black metal incontra il progressive, in qualche modo simile a quella dove operano oggi nomi come Arcturus o Ihsahn, e dopo una lunga intro atmosferica (Alles Auf Ende), Shadow Biosphere testimonia ampiamente quanto appena detto, anche se un brano splendido come A Life Decoded riporta a spunti più evocativi e impattanti emotivamente, nel suo alternare sfuriate in blast beat a delicati arpeggi chitarristici.
Tardigrade Empire spezza quel mood che si era creato nel brano precedete, con il suo incedere prevalentemente cervellotico, mentre nella strumentale The Hitch predomina un’elettronica che prelude ad una finale notevole, tra fughe di chitarra solista e riff squadrati e davvero pesanti.
Chiudono Weltformel un altro episodio sostanzialmente melodico come We are the Endless Black e una lunga ed incalzante Away Team Alpha, brani che confermano d’essere al cospetto di una band di grande livello tecnico e compositivo, forse un po’ meno ispirata che in passato in virtù di sonorità che appaiono meno spontanee sebbene ottimamente costruite.
Ribadisco che la mia è una sensazione, perché chi vuole ascoltare un metal avanguardista, atmosferico e progressivo con reminiscenze black, qualora si imbatta nei Vyre non ha sicuramente sbagliato strada, anzi …

Tracklist:
1. Alles Auf Ende
2. Shadow Biosphere
3. A Life Decoded
4. Tardigrade Empire
5. The Hitch (We Are Not Small)
6. We are the Endless Black
7. Away Team Alpha

Line-up:
Cypher – VOCALS KG
Hedrykk F. Gausenatt – GUITARS & BASS
Zyan – GUITARS
Priebot – GUITARS
Android – DRUMS
Doc Faruk – SYNTH, SOUNDS
Akku Volta – VIOLINE
Nostarion – CELLO

VYRE – Facebook

Barren Earth – A Complex Of Cages

Progmetal, atmosfere estreme, sfumature progressive di ispirazione settantiana, suoni dilatati che guardano verso sud, variano e accrescono questo insieme di note che dal metal prendono la forza espressiva, in un crescendo emozionale che porta ad una armonia tra le parti raramente così riuscita.

Quello che per molti sembrava un progetto nato come semplice fuga dagli Amorphis, è diventato uno dei gruppi più geniali che il “nuovo” metallo progressivo può vantare, lontano anni luce dai meri intrecci ritmici fine a sè stessi della frangia moderna tanto cara alle nuove leve e rivolto a chi dalla musica chiede sempre e comunque emozioni.

Senza cercare di mettere in competizione due realtà che risultano un patrimonio musicale infinito in arrivo dalla terra dei mille laghi, come Amorphis e Barren Earth, si può sicuramente affermare, senza essere tacciati di troppo entusiasmo, che il nuovo album del gruppo dello storico bassista Olli-Pekka Laine abbia tutte le carte in regola per essere considerato un capolavoro.
Orfani del tastierista e co-fondatore Kasper Martenson e con un Jon Aldarà ormai stabilmente dietro al microfono e protagonista con il suo talento dell’ulteriore salto verso l’olimpo del genere, con A Complex Of Cages la band raggiunge vette emozionali altissime ed una qualità compositiva straordinaria.
D’altonde, che i Barren Earth possano essere considerati alla stregua di un supergruppo non è sicuramente un’eresia, parla il curriculum vitae di cui si possono fregiare i sei musicisti, provenienti da gruppi dalle più svariate forme musicali, dagli Amorphis ai Moonsorrow, passando per i Kreator e gli Hamferð.
A Complex Of Cages quindi vive di queste ispirazioni e del talento espressivo che la band sfrutta a dovere, e non me ne vogliano i fans di band più considerate e famose se sostengo che Jon Aldarà vince per distacco contro chiunque possa posizionasi dietro ad un microfono provando ad interpretare il metal progressivo odierno: infatti, le emozioni scaturite dall’ascolto della sua voce, sommata allo stato di grazia compositivo del gruppo, portano l’ascoltatore a vivere un’esperienza d’ascolto entusiasmante.
Progmetal, atmosfere estreme, sfumature progressive di ispirazione settantiana, suoni dilatati che guardano verso sud, variano e accrescono questo insieme di note che dal metal prendono la forza espressiva, in un crescendo emozionale che porta ad una armonia tra le parti raramente così riuscita.
Al centro di questo bellissimo lavoro c’è Solitude Pith, capolavoro progressivo che ingloba tutti gli elementi di cui si fregia A Complex Of Cages, ma sarebbe perlomeno ingiusto citare un brano rispetto ad un altro, perché la moltitudine di note e colori fanno dei brani pezzi pregiati di un puzzle musicale fuori dal comune.
Citare i Barren Earth come una delle massime espressioni del metal del nuovo millennio diventa quantomeno obbligatorio dopo questo splendido ultimo album.

Tracklist
1.The Living Fortress
2.The Ruby
3.Further Down
4.Zeal
5.Scatterprey
6.Solitude Pith
7.Dysphoria
8.Spire
9.Withdrawal

Line-up
Olli-Pekka Laine – Bass, B.vocals
Marko Tarvonen – Drums
Janne Perttila – Guitars, B.vocals
Sami-Yli Sirnio – Guitars, B.vocals
Jon Aldarà – Vocals
Antti Myllynen – Keyboards

BARREN EARTH – Facebook

Paolo Carraro Band – Newborn

Assolutamente priva di inutili diavolerie tecniche fine a se stesse, la musica contenuta in Newborn non stanca ed è consigliata anche a chi non stravede per i lavori strumentali e per i maestri delle sei corde, proprio per la sua notevole fluidità e per la cura alla forma canzone che il gruppo non perde mai di vista.

Inizia con il pianto di un neonato questo viaggio musicale nel mondo di Paolo Carraro e la sua band, una strada da percorerre con la mente libera facendo proprie tutte le influenze che il sound di questi cinque brani ci consegnano.

Un rock strumentale attraversato da una vena heavy prog è quello che ci presenta questo quintetto capitanato da chi gli dà il nome, chitarrista vicentino con un percorso che negli anni lo ha portato a confrontarsi in vari concorsi nazionali, a dare vita un primo ep (You’d Better Run) e tornare con la Paolo Carraro Band con questo ottimo lavoro intitolato Newborn e con l’Atomic Stuff ad occuparsi della promozione.
I cinque brani proposti coprono almeno una quarantina d’anni di musica rock, partendo dal progressive e dall’hard rock anni classico di ispirazione settantiana, al più diretto heavy metal per sfiorare accenni blues e metal prog.
Assolutamente priva di inutili diavolerie tecniche fine a se stesse, la musica contenuta in Newborn non stanca ed è consigliata anche a chi non stravede per i lavori strumentali e per i maestri delle sei corde, proprio per la sua notevole fluidità e per la cura alla forma canzone che il gruppo non perde mai di vista.
La band si diverte e fa divertire seguendo uno spartito colorato di note progressive, ma che non dimentica il rock nella sua forma più pura e bluesy, come nella spettacolare ed hendrixiana Expetions o nella divertente Prog’n’roll, un brano tirato e sfacciatamente rock’n’roll , ma con una verve progressiva che scatena il gruppo, in una ipotetica jam tra Chuck Berry e John Petrucci.
Ancora grande musica blues con Blue Jay River e la più hard & heavy Beck In Town, brano che chiude l’album in un crescendo di scale ipertecniche, su un tappeto di ritmiche groove rock da trattenere il fiato.
Una gradita sorpresa, quindi,  questa band che con Newborn ci consegna uno dei lavori strumentali più belli sentiti ultimamente.

Tracklist
01. Introduction 1257
02. Exeptions
03. Prog’n’Roll
04. Blue Jay River
05. Beck in Town

Line-up
Paolo Carraro – Guitar
Daniele Asnicar – Guitar
Federico Saggin – Bass
Federico Kim Marino – Drums

PAOLO CARRARO – Facebook

Arya – Dreamwars

Una musica che è interpretazione e drammatica teatralità, con i brani che formano una suite alienante ma suo modo originale, soprattutto in un genere come quello del rock progressivo moderno dove ormai diventa difficilissimo trovare strade musicali non ancora battute.

Album coraggioso e di difficile catalogazione, Dreamwars è il secondo lavoro degli Arya, band riminese al debutto nel 2015 con In Distant Oceans e tornata dunque dopo tre anni con un’opera intrigante, ma a cui ci si deve dedicare molto tempo prima che i suoni che inglobano nello stesso sound post rock e progressive riescano a fare breccia nell’ascoltatore.

Ritmiche marziali, marcette, la teatralità innata nel canto particolare della singer Virginia Bertozzi (uscita poi dalla band e sostituita da Clara J. Pagliero), una tecnica sopraffina che esce timida dalle nebbie di una musica intimista ed a suo modo dark, fanno di questo Dreamwars una complessa narrazione delle difficoltà dell’uomo, tra solitudine, incomunicabilità e suicidio, conseguenze della competitività in atto nella società contemporanea.
Quello degli Arya è un rock moderno, attraversato da una vena progressiva, un fiume di ritmiche e dissonanze strumentali su cui la cantante interpreta i vari stadi che l’uomo attraversa in questo inferno reale che è la vita.
Una musica che è interpretazione e drammatica teatralità, con i brani che formano una suite alienante ma suo modo originale, soprattutto in un genere come quello del rock progressivo moderno dove ormai diventa difficilissimo trovare strade musicali non ancora battute.
Gli Arya ci sono riusciti, anche se il loro album rimane un’opera di difficile assimilazione e per questo molto affascinante, adatto a chi non si spaventa al cospetto di brani intricati più per la loro atmosfera di altissima tensione emotiva che per la mera tecnica strumentale.
Non esistono singoli e brani che possano spiegare in modo soddisfacente quello che troverete in Dreamwars, un album da ascoltare per intero più volte per trovare la chiave che vi aprirà la porta per entrare nel concept degli Arya.

Tracklist
01. Sirens
02. Irriverence
03. NAND you
04. Commuters
05. Faith
06. Transistors
07. Arjuna
08. Rhinos
09. Eyes in eyes
10. Dreamwars
11. Gandharva

Line-up
Virginia Bertozzi – Vocals
Simone Succi – Guitars
Luca Pasini – Guitars
Namig Musayev – Bass
Alessandro Crociati – Drums
*Nicola Renzi – Vocals on NAND You

ARYA – Facebook

Letters From The Colony – Vignette

Un lavoro assolutamente in grado di soddisfare solo chi ama per la tecnica fine a se stessa: i Letters From The Colony sono molto bravi ma non riescono a provocare nessuna emozione.

La Nuclear Blast negli ultimi tempi sembra divertirsi ad alternare ottimi album licenziati da vecchie volpi del metal estremo e nuove promesse, per poi licenziare album sinceramente bruttini come l’esordio del combo svedese Letters From The Colony, intitolato Vignette.

Accompagnato da una copertina vintage che raffigura il cervo nobile, presente in molte leggende nord europee, Vignette non è altro che il solito cervellotico e alquanto pachidermico lavoro di progressive moderno e djent, debitore nei confronti dei Meshuggah, con parti più estreme e intricate ad altre atmosferiche che smorzano la tensione dei brani, una formula trita e ritrita che la band svedese sa strutturare a dovere, ma che risulta glaciale.
Che i musicisti impegnati in questo lavoro sappiano suonare è fuor di dubbio, la tecnica esposta per tutta la durata dell’album è di alto livello, ma come spesso accade in questo genere va ad inficiare la fruibilità delle composizioni.
Meshuggah, Gojira e compagni di merende estreme sono i nomi a cui i Letters From The Colony fanno riferimento, in un lavoro che purtroppo rimane avvinghiato a stilemi abusati e che non decolla, trasformando il leggendario cervo in copertina in un mastodontico e stanco mammut che si trascina stanco e si accascia morente quando le ultime note della title track chiudono l’album.
Un lavoro assolutamente in grado di soddisfare solo chi ama per la tecnica fine a se stessa: i Letters From The Colony sono molto bravi ma non riescono a provocare nessuna emozione.

Tracklist
01. Galax
02. Erasing Contrast
03. The Final Warning
04. This Creature Will Haunt Us Forever
05. Cataclysm
06. Terminus
07. Glass Palaces
08. Sunwise
09. Vignette

Line-up
Alexander Backlund – Vocals
Sebastian Svalland – Guitar
Johan Jönsegård – Guitar
Emil Östberg – Bass
Jonas Sköld – Drums

LETTERS FROM THE COLONY – Facebook