Davide Laugelli – Soundtrack of a Nightmare

L’esperimento di Davide Laugelli è senz’altro convincente, nonostante il bassista scenda su un terreno normalmente non battuto, a dimostrazione di una preparazione inattaccabile ed anche di una certa ispirazione, sfuggendo agli stucchevoli tecnicismi che spesso ammorbano gli album strumentali.

Davide Laugelli è un musicista dal curriculum  piuttosto ricco in ambito metal, facendo parte attualmente dei Disease Illusion e degli Heller Schein ed avendo ricoperto nel recente passato il ruolo di bassista on stage al servizio degli storici Electrocution, senza contare la passata militanza in altre band e svariate collaborazioni.

Soundtrack of a Nightmare esula formalmente da tutto questo, trattandosi di un primo esperimento di musica interamente strumentale eseguita utilizzando due bassi (uno tradizionale ed uno fretless, suonati ovviamente da Laugelli),  synth (a cura di Fausto De Bellis) e batteria (Michele Panepinto): l’intenzione del musicista bergamasco (ma da tempo di stanza a Bologna) è quello insito nel titolo dell’ep, ovvero la creazione di una sorta di colonna sonora per gli incubi che, sovente, rendono piuttosto agitate le notti di ognuno.
Anche se il lavoro mostra aspetti per lo più imprevedibili, non sorprende la prima traccia visto che la Johannes Brahms Op.49 n. 4 altro non è che la ninna nanna per antonomasia, rivista con un certo gusto e senza stravolgerne l’essenza; il breve intermezzo onirico La Nave di Pietra introduce una più movimentata A Night At Stonehenge, nella quale si apprezza il lavoro dei musicisti che si snoda su coordinate progressive anche se non nell’accezione più comune del genere.
Hell With You è un altro brano piuttosto breve, nel quale il basso di Laugelli si fa minaccioso ed ossessivo, mentre Climbing The Wrong Mountain, con il suo andamento potrebbe rievocare quelle affannose rincorse a cui la nostra mente ci costringe mentre il corpo solo apparentemente riposa: anche qui va segnalato un lavoro strumentale di prim’ordine, prima che il trillo di una sveglia ci sottragga all’incubo per riportarci alla realtà, non necessariamente più rassicurante di quella elaborata dalla psiche durante il sonno.
L’esperimento di Davide Laugelli è senz’altro convincente, nonostante il bassista scenda su un terreno normalmente non battuto, a dimostrazione di una preparazione inattaccabile ed anche di una certa ispirazione, sfuggendo agli stucchevoli tecnicismi che spesso ammorbano gli album strumentali, e riuscendo infine a tenere fede alla dichiarazione d’intenti contenuta nel titolo dell’ep, grazie ad un sound cangiante che alterna passaggi più nervosi ad altri più rarefatti e vicini all’ambient.
La breve durata ne aiuta senz’altro l’assimilazione, ma l’ascolto di Soundtrack of a Nightmare offre la ragionevole certezza che Davide sia in grado, in futuro, di replicare quanto fatto in quest’occasione anche su un eventuale lavoro su lunga distanza.

Tracklist:
1. Johannes Brahms Op. 49 n. 4 (insane version)
2. La nave di pietra
3. A night at Stonehenge
4. Hell with you
5. Climbing the wrong mountain

Line up:
Davide Laugelli: bass
Michele Panepinto: drums
Fausto de Bellis: synth

DAVIDE LAUGELLI – Facebook

Egon Swharz – In The Mouth Of Madness

Quello degli Egon Swharz, pur non mostrando elementi di novità, si rivela al mio orecchio superiore ad altre uscite di questo tipo, grazie ad un suono più profondo ed intenso.

Egon Swharz è il nome di un trio abruzzese che si lancia in un segmento stilistico piuttosto affollato negli ultimi tempi, come è quello dello stoner doom strumentale.

Il mio pensiero, per quel che possa valere, l’ho già ribadito più volte: la rinuncia ad un vocalist nella maggior parte dei casi si fa sentire, e sono poche le band che riescono a sopperirvi brillantemente, in virtù di un approccio più deciso e soprattutto non manieristico.
In The Mouth Of Madness possiede una buona percentuale di tali caratteristiche, per cui l’operato degli Egon Swharz si snoda con una certa fluidità, nonostante non vengano meno momenti in cui la reiterazione ossessiva dei riff potrebbe indurre a pensare il contrario (valga quale esempio la conclusiva Hobb’s End Horror).
L’album è intriso di atmosfere che attingono ad un immaginario cinematografico contiguo all’horror lovecraftiano, ben raffigurato dalla copertina, opera del sempre bravo SoloMacello, traendo linfa musicalmente da quei tre o quattro nomi che la band stessa cita quali propri riferimenti (Electric Wizard, Iron Monkey, Sleep).
La chitarra si concede rare escursioni soliste, prediligendo semmai, in alternativa ad un riffing roccioso e pachidermico, sequenze di arpeggi che segnano i momenti più rarefatti (in particolare la parte centrale
della lunga Green Breathing Tunnel), mentre la base ritmica svolge il suo puntuale lavoro di robusto puntello dell’intera struttura musicale.
Quello degli Egon Swharz, pur non mostrando elementi di novità, si rivela al mio orecchio superiore ad altre uscite di questo tipo, grazie ad un suono più profondo ed intenso, capace di evocare le immagini di un ipotetico film tratto da qualche terrificante racconto del solitario di Providence.
Purtroppo, parafrasando quello che si dice a proposito di animali particolarmente intelligenti od espressivi, a questo album manca solo la parola …

Tracklist:
1.The Feeding
2.The Thing In The Basement
3.Green Breathing Tunnel
4.Haunter (Visions From An Abyss)
5.Hobb’s End Horror

Line up:
Enzo P.Zeder – bass
Gianni Narcisi – drums
Vittorio Leone – guitars

EGON SWHARZ – Facebook

Fabio La Manna – EBE

In EBE potrete trovare progressive metal, progressive rock, post rock e ambient, il tutto perfettamente inglobato in un’opera davvero riuscita, complimenti.

Godere di opere progressive in tempi come questi, in cui la musica si è adeguata allo scorrere velocissimo del tempo senza dare più tempo alle persone di metabolizzare alcunché, diviene un rito a cui purtroppo pochi si assoggettano, consumati dall’usa e getta abituale purtroppo anche nella musica rock.

E così diventa una battaglia contro i mulini a vento cercare di raccontare a chi non è amante dei suoni progressivi un album come EBE, ancora di più se pensiamo ad un opera strumentale.
La musica dell’album si sviluppa su un concept fantascientifico e sull’incontro con UFO ed altre civiltà, ed è stato creato dal musicista Fabio La Manna, polistrumentista con un passato nei metal progsters Alchemy Room e nei My Craving, band gothic rock.
EBE è il secondo album solista, successore di Res Parallela uscito nel 2013, in cui La Manna si avvalse dell’aiuto del batterista Andy Monge, come in questo ultimo lavoro, mentre per le uscite live è prevista l’entrata in formazione di un bassista nella persona di Fausto Poda.
EBE è un viaggio tra mondi e civiltà perdute in compagnia del talentuoso musicista e compositore nostrano, che non lascia dubbi sulle sue notevoli capacità di creare musica strumentale senza scadere in una semplice dimostrazione tecnica, ma lasciando che ha parlare siano le emozioni.
Un album progressive tout court che mantiene un approccio classico, solo a tratti attraversato da venti metallici, provenienti da pianeti sconosciuti, mentre accenni alla musica progressiva dai rimandi settantiani guidano l’ascoltatore, poi deliziato da una musica che riesce a descrivere situazioni e scenari fuori dai nostri canoni grazie allo spartoto di brani come la bellissima title track , l’incedere doomy di Elohim Song o i raffinati ricami dell’elegante Starchild.
Come suggerisce Fabio La Manna in sede di presentazione all’album, su EBE potrete trovare progressive metal, progressive rock, post rock e ambient il tutto perfettamente inglobato in un’opera davvero riuscita, complimenti.

TRACKLIST
1.Being Of Light
2.EBE
3.Closer
4.In Love And Silence
5.Elohim Song
6.The Little People
7.The Vanishing Of Enoch
8.Starchild
9.Luna2

LINE-UP
Fabio La Manna – All Instruments
Andy Monge – Drums

FABIO LA MANNA – Facebook

Godzilla In The Kitchen – Godzilla In The Kitchen

I tre giovani ragazzi tedeschi si lanciano senza particolari remore in un impresa dagli esiti incerti ma dalla quale escono alla fine piuttosto bene, pur non restando immuni da qualche pecca.

I Godzilla In The Kitchen, trio proveniente dall’ex Germania Est (Jena), si propongono sulla scena con un’interessante progressive strumentale, adottando una formula connotata, di norma, da diverse controindicazioni alle quali questo album d’esordio non si sottrae.

Prendendo come spunto primario una band come i Tool (e, quindi, per proprietà transitiva, i King Crimson) i tre giovani ragazzi tedeschi si lanciano senza particolari remore in un impresa dagli esiti incerti ma dalla quale escono alla fine piuttosto bene, pur non restando immuni da qualche pecca.
La mancanza della voce come sempre presenta il conto dopo qualche decina di minuti, nel corso dei quali si ha la possibilità di apprezzare le apprezzabili intuizioni dei nostri ma che, alla lunga, creano una certa assuefazione; in aggiunta, va anche segnalata una produzione non impeccabile per quanto riguarda i suoni della batteria, a mio avviso troppo secchi ed eccessivamente in primo piano rispetto a chitarra e basso.
Cercato (e trovato) il pelo nell’uovo, la prova dei Godzilla In The Kitchen (monicker strambo ma di una certa efficacia) si rivela tutt’altro che riprovevole, tra brani brevi e quindi maggiormente concisi (Broken Dance, The Fridge, Provoking As Teenage Sex), alcuni più lunghi nei quali prendono corpo pulsioni psichedeliche (Stick To Your Daily Routine) ed altri in cui emerge in maniera ben definita una vena più robusta e dinamica (Up The River) che potrebbe essere sfruttata meglio, costituendo un discreto elemento di discontinuità rispetto a buona parte del lavoro.
La sensazione è che il terzetto abbia buone potenzialità ma sia ancora leggermente acerbo sia dal punto di vista compositivo, sia da quello esecutivo, cosicché, alla lunga, certe soluzioni tendono a ripetersi, ma evidentemente si parla di imperfezioni comprensibili in un gruppo all’esordio: buona la prima, in definitiva, per i Godzilla In The Kitchen, tenendo ben presente che si può certamente fare meglio.

Tracklist:
1.Up The River
2.Broken Dance
3.The Turn
4.Elis Speech
5.Propagation Of Violence
6.Dr.Moth
7.Stick To Your Daily Routine
8.Provoking As Teenage Sex
9.The Universe Is Yours
10.The Fridge

Line-up:
Eric Patzschke – Guitars
Felix Rambach – Drums
Simon Ulm – Bass

GODZILLA IN THE KITCHEN – Facebook

Elemento – Io

Un gran bel disco, fatto di grandi melodie e di un metal davvero progressivo.

Disco giustamente ambizioso che esplora i sentimenti umani, usando come sonda un metal progressivo unito a djent, mathcore e tanto altro.

In questo viaggio siamo guidati da Time, una figura umanoide che mostra al protagonista un’ampia gamma di sentimenti umani. Provenienti da una provincia italiana, e non serve sapere quale, gli Elemento parlano molto bene con la loro musica, che è un gran bel viaggio tra vari generi, rimanendo sempre nell’universo dello strumentale. Come i grandi dischi Io deve essere sentito molte volte, poiché si articola su diversi livelli, riuscendo ad esprimere molte emozioni, ricercando la natura profonda dell’uomo. Come in un processo alchemico la natura umana viene processata attraverso vari stadi, dove cambiando stato raggiunge il suo vero io. Gli Elemento riescono a rendere benissimo un discorso musicale che non è per nulla semplice, poiché oltre a trattare generi difficili, se non viene composto bene risulta confuso, mentre invece le loro melodie escono sgorgando come in una fresca sorgente. Un gran bel disco, fatto di grandi melodie e di un metal davvero progressivo.

TRACKLIST
1.Life – Izanagi
2.Violence – Vehement Mantra
3.Fear – Consuming The Light
4.Hate – Energy Flows
5.Wrath – The Eraser
6.Corruption – Infinite
7.Wrong – Paranoia
8.Death – Foreshadow
9.Nobility – In Reality
10.Courage – Create!
11.Love – Severance
12.Peace – Clear Mind, Clear Thoughts
13.Truth – Upside Now
14.Right – Old
15.Time – Spirit Of Fire

LINE-UP
Rick – Guitar
Nick -Guitar
Thomas -Drums

ELEMENTO – Facebook

Firmam3nt – Firmament

Siamo negli ormai classici territori del prog metal moderno, perciò troverete pane per i vostri denti specialmente se siete fans accaniti di Opeth e Porcupine Tree.

Sempre bilanciata tra progressive rock e post metal moderno, la musica di questo quartetto madrileno arriva a noi come un fiume di note tragiche, dal mood oscuro ed intimista, attraversata da umori metallici che gli conferiscono un buon appeal per gli amanti del prog di ultima generazione.

I Firmam3nt licenziano il loro primo album omonimo e si ritrovano catapultati nel calderone delle ormai tantissime proposte del genere, ma con un po’ di attenzione da parte dell’ascoltatore quest’opera dedicata ai quattro punti cardinali (i brani infatti si intitolano North, East, West, Sud) alla fine vi convincerà.
Un album strumentale è già di per sé alquanto ostico se non si è fans accaniti della musica che racconta, se poi la stessa si riveste di abiti vari che passano dal metal progressivo, al post rock, dal prog tradizionale a puntate elettriche dal gusto estremo, diventa difficile da assorbire completamente.
Il buon songwriting, unito ad una tecnica assolutamente obbligatoria nel genere e una buona produzione, fanno però di Firmament un lavoro da applaudire, anche per la durata non eccessiva.
I brani scorrono discretamente, le atmosfere plumbee, violentate da rabbiose impennate metalliche e non troppo lunghe pause espressive, lasciano che la musica sgorghi senza trovare grossi intoppi: gli attimi dove il sound risulta di ottima fattura non mancano, mentre le influenze del gruppo giocano a rimpiattino tra lo spartito delle quattro tracce.
Siamo negli ormai classici territori del prog metal moderno, perciò troverete pane per i vostri denti specialmente se siete fans accaniti di Opeth e Porcupine Tree.
Classico album da prendere con le pinze, curarlo e coccolarlo, alla larga amanti del rock usa e getta.

TRACKLIST
1.North
2.East
3.West
4.Sud

LINE-UP
Jorge Santana – Drums & Percussion
Alberto Garcia – Guitars
Txus Rosa – Guitars
Sergio González – Bass

FIRMAM3NT – Facebook

Ciconia – Winterize

Un album che, pur tra qualche imperfezione, convince e lascia nell’ascoltatore la sensazione di essere al cospetto di una band con ancora molti margini di miglioramento.

L’affascinante bootleg che accompagna il cd ci mostra attimi di vita di un borgo perso tra le montagne delle Sanabria, nella Spagna nordoccidentale molti anni fa: sono immagini poetiche di gente semplice assolutamente fuori dal nostro modo di vivere, mentre la musica descrive note progressive tra l’armonia suadente ed intimista che fuoriesce dagli strumenti acustici e l’irruenza del metal più sofisticato, ma a suo modo aggressivo, così da conferire all’album umori diversi tra bianco e nero, luce ed ombra, semplicità e complessità.

Winterize è il secondo lavoro degli spagnoli Ciconia (il primo album The Moon Sessions è targato 2014), band proveniente da Valladolid, il sound proposto è un rock/metal strumentale ed influenzato da esponenti diversi del fare musica progressiva, passando dal classico sound alla Liquid Tension Experiment, a quello più oscuro degli Opeth, fino a raggiungere intimisti lidi rock dove ad aspettarci ci sono Porcupine Tree ed Anathema.
Più di un’ora di musica in cui gli strumenti creano le atmosfere cangianti di cui sopra, Winterize risulta una lunga suite divisa in dieci capitoli, tra maschia e tecnicamente ineccepibile elettricità e momenti di ottime soluzioni acustiche dal sapore folk, ma dure nel loro mood, come la vita in montagna.
La musica del trio spagnolo (Jorge Fraguas al basso, Javier Altonaga alla chitarra e Aleix Zoreda alle pelli) si specchia poco nel tecnicismo, lasciando al valore del songwriting tutti i pregi di quest’opera strumentale, che risulta ostica solo per la lunga durata e l’impegno che l’ascoltatore deve assolutamente mettere sul conto al primo approccio con la musica in essa contenuta, ma che diventa perfettamente leggibile man mano che gli ascolti si intensificano.
Limbus, The Forgotten e i sedici minuti conclusivi della mini suite Towards the Valley si compongono dei migliori momenti del disco, un album che, pur tra qualche imperfezione (alcune slegature tra le varie atmosfere), convince e lascia nell’ascoltatore la sensazione di essere al cospetto di una band con ancora molti margini di miglioramento.

TRACKLIST
1. Snowfields
2. Eloina’s Inn
3. Limbus
4. Scarsman
5. The Forgotten
6. A Wolf Never Comes Alone
7. Reel of Trevinca
8. Forestwalk
9. Fiadeiro
10. Towards the Valley

LINE-UP
Jorge Fraguas – Bass
Javier Altonagae – Guitars
Aleix Zoreda – Drums

CICONIA – Facebook

Raff Sangiorgio – Rebirth

Un lavoro che piacerà agli amanti della band madre, ma che non mancherà di conquistare i divoratori di opere strumentali composte da virtuosi delle sei corde.

I Gory Blister sono una delle band storiche del panorama metallico estremo nazionale, dal 1997 sul mercato con una proposta che ha sempre mantenuto un’ottima qualità seguendo i binari di un feroce death metal tecnico.

Non sono poi molte le band che oltre a cinque full length possono vantare un curriculum live sontuoso come quello dei deathsters italiani, che hanno suonato con il gotha del metal estremo mondiale (Testament, Nile, Nevermore, Sadus, Darkane, Entombed, Sinister, Obituary tra le altre).
Raff Sangiorgio è lo storico chitarrista di questo nostro orgoglio metallico, ora alle prese con Rebirth, lavoro solista che ha visto il musicista alle prese con tutti gli strumenti.
Una sorta di one man band dunque, dove Sangiorgio oltre a sfoderare la sua bravura alla sei corde se la cava alla grande con gli altri strumenti.
Ne esce un’opera strumentale gradevole, sicuramente sorprendente se si pensa al background del musicista, che su Rebirth non disdegna piacevoli passaggi in altri lidi musicali come il blues, mantenendo una carica metal notevole.
Abituati ai ricami dei guitar heroes, il disco ha un impatto originale perchè Sangiorgio non dimentica di essere figlio del metal estremo così da mantenere una tensione altissima, specialmente nelle ritmiche, conservando intatta la sua natura musicale.
Virtuosimi dosati ed inseriti senza stancare nell’economia dei brani, un songwriting vario che permette di godere di sfumature che vanno appunto dal blues al progressive, fanno di Rebirth un lavoro vario e dannatamente coinvolgente, una virtù non così facile da trovare nei lavori strumentali di molti dei suoi colleghi.
Quick Trigger, Lil’ Chuck Blues, Cosmic Seed e Fragile Existence sono i brani che al sottoscritto sono piaciuti di più, in un lavoro che va assolutamente assaporato in tutta la sua interezza, anche per la scelta intelligente del nostro di limitare la durata dell’opera a poco più di mezzora, che si riassume in impatto e talento senza specchiarsi troppo.
Buon lavoro, dunque, che piacerà agli amanti della band madre, ma che non mancherà di conquistare i divoratori di opere strumentali composte da virtuosi delle sei corde.

TRACKLIST
1.Quick Trigger
2.Lil’ Chuck Blues
3.Back To Glory
4.GlaringSoul
5.Rebirth
6.Cosmic Seed
7.Magic River
8.Fragile Existence
9.Voices From The Sea

LINE-UP
Raff Sangiorgio – All Instruments

RAFF SANGIORGIO – Facebook

Fuzz Orchestra – Uccideteli Tutti! Dio Riconoscerà I Suoi

Tutto funziona, ma sembra mancare la possibilità di intravedere ulteriori sviluppi

A quattro anni dall’ottimo “Morire Per La Patria”, la Fuzz Orchestra, power trio strumentale composto da Luca Ciffo, Fabio Ferrario e Paolo Mongardi, ritorna per Woodworm Label con gli otto brani di Uccideteli Tutti! Dio Riconoscerà I Suoi. Il nuovo capitolo, combinando le idee della band con estratti sonori provenienti da film socio-politici anni ’60-’70 e con partiture sviluppate per l’occasione da Enrico Gabrielli (accompagnato dai suoi Esecutori Di Metallo Su Carta: Bucci, Santoro, De Gennaro, Manzan), propone una sequenza di attacchi sonori compatta e uniforme.

Il mix metal/orchestrale di Nel Nome Del Padre, procedendo inesorabile fra colpi di pistola, parole allucinate e un galoppare sonico che travolge e trascina via, introduce l’incombente incalzare ed evolvere (parte centrale più calma, finale angosciante) della feroce Todo Modo.
Il cerebrale svilupparsi della ipnotica e cadenzata Born Into This (gustosissimi gli inserti di fiati), invece, apre alle atmosfere funeree generate da L’Uomo Nuovo (l’ossatura del pezzo è data dal nero vuoto generato dall’ospite Riccardo Gamondi), lasciando che a seguire siano il sofferto e tortuoso dipanarsi della scura e inquietante Una Voce Che Verrà e l’epic metal deviato su binari intellettuali e socio-politici dell’ottima Il Terrore E’ Figlio Del Buio.
La fantasmatica Lamento Di Una Vedova, infine, concedendo una breve pausa fatta di polvere ed ectoplasmi, cede il compito di chiudere al lento trascinarsi della tetra e pesante The Earth Will Weep.

Il nuovo capitolo discografico della Fuzz Orchestra, riprendendo in tutto e per tutto il sound del passato, presenta come quasi unica variazione l’aggiunta della componente orchestrale. Il risultato è assolutamente solido e convincente (tutti i pezzi esploderanno nelle vostre orecchie e vi appassioneranno, garantito), ma, allo stesso tempo, mette in luce come il sommare sonorità metal/noise con estratti sonori provenienti da film, incominci ad essere un’idea ormai difficile da rinnovare in maniera originale. Tutto funziona, ma sembra mancare la possibilità di intravedere ulteriori sviluppi.

TRACKLIST
01. Nel Nome Del Padre
02. Todo Modo
03. Born Into This
04. L’Uomo Nuovo
05. Una Voce Verrà
06. Il Terrore E’ Figlio Del Buio
07. Lamento Di Una Vedova
08. The Earth Will Weep

LINE-UP
Luca Ciffo
Fabio Ferrario
Paolo Mongardi

FUZZ ORCHESTRA – Facebook

Clouds Taste Satanic – Your Doom Has Come

Il secondo album dei Clouds Taste Satanic è una gustosa pietanza alla quale manda l’ingrediente decisivo che la renda irrinunciabile e, soprattutto, l’ennesimo buon lavoro che corre il rischio d’essere ignorato

I newyorchesi Clouds Taste Satanic sono una band di formazione recente che, con Your Doom Has Come arrivano al secondo album dopo quello d’esordio (To Sleep Beyond the Earth) uscito lo scorso anno.

Il quartetto statunitense propone un doom del tutto strumentale e a questo punto, da parte di chi si è imbattuto in qualche mia recensione in passato, ci si aspetterà la solita tirata sull’opportunità o meno di questo tipo di scelta: non intendo deludere tale attesa e quindi lo farò nuovamente, a maggior ragione in questo caso, visto che la propsta dei Clouds Taste Satanic possiede tutti i crismi qualitativi richiesti, salvo appunto la voce.
Con la presenza di un cantante all’altezza, Your Doom Has Come potrebbe collocarsi tranquillamente all’altezza delle migliori cose ascoltate di recente, anche se a volte può apparire forzato pensare d’inserire delle linee vocali laddove, a livello compositivo, si è operato a priori con la consapevolezza di farne a meno.
Detto questo, l’album consta di una mezza dozzina di brani incisivi, intesi e davvero ben suonati: la competenza e la passione del quartetto statunitense è fuori discussione e chi è avvezzo a questo modus operandi non potrà che goderne; peraltro va sottolineato come l’opener Ten Kings sia un brano solido, in grado convogliare in maniera eccellente le diverse sfumature del doom nel corso dei suoi otto minuti, resta il fatto che tutto ciò che segue finisce per brillare di luce riflessa, venendo meno quella variabile decisiva di cui si è ampiamente detto.
Il secondo album dei Clouds Taste Satanic è una gustosa pietanza alla quale manca l’ingrediente decisivo che la renda irrinunciabile e, soprattutto, l’ennesimo buon lavoro che corre il rischio d’essere ignorato; cominciano ad essere troppo le band che praticano questo tipo di soluzione quando, invece, sono pochi quelli che possiedono il talento smisurato necessario per emergere …

Tracklist
1. Ten Kings
2. One Third of the Sun
3. Beast from the Sea
4. Out of the Abyss
5. Dark Army
6. Sudden…Fallen

Line-up:
Sean Bay Bass
Christy Davis Drums
Steven Scavuzzo Guitar
David Weintraub Guitar

CLOUDS TASTE SATANIC – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=JqiJWrIuTQw

Luna – On the Other Side of Life

Dopo aver sperimentato qualcosa di diverso in occasione del recente Epi, DeMort ripropone le sonorità dedite ad un funeral atmosferico devoto in maniera financo eccessiva agli Ea.

Secondo album per la one man band ucraina Luna, della quale abbiamo già parlato in occasione sia del full length d’esordio sia dell’Ep uscito non troppo tempo fa.

Dopo aver sperimentato qualcosa di diverso in quell’occasione con buoni risultati, DeMort è tornato in toto alle sonorità dedite ad un funeral atmosferico devoto in maniera financo eccessiva agli Ea.
Come in quel frangente, infatti, il nuovo lavoro vive delle stesse contraddizioni: atmosfere evocative guidate per lo più dalle tastiere che ricalcano in maniera fedele, pur se con la dovuta competenza, quel tipo di sound.
Due soli brani, interamente strumentali, per circa un’ora complessiva di durata, che costituiscono pur sempre un’esperienza gradevole per chi ama queste sonorità, lasciano in eredità, purtroppo, la sensazione d’avere ascoltato un buon surrogato di una delle band più particolari dell’intera scena doom, piaccia o meno.
Tutto ciò, quindi, mi costringe a replicare a grandi linee il giudizio fornito in occasione di “Ashes To Ashes” anche se, dal raffronto, emergono sensibili passi avanti sia sotto l’aspetto esecutivo sia per quanto riguarda quello compositivo, che appare decisamente meno essenziale.
Credo che DeMort, se vorrà provare a ritagliarsi uno spazio più importante, dovrà cercare di personalizzare ulteriormente il sound, magari provando ad inserire anche le parti vocali, altro elemento in grado di apportare a sua volta una certa varietà, quand’anche dovesse essere utilizzato con parsimonia.

Tracklist:
1. Grey Heaven Fall
2. On the Other Side of Life

Line-up:
DeMort – All Instruments

Bug – Alpha

Un concept futurista ed un ottimo esempio di metal strumentale per l’esordio di Bug.

Buon esempio di progressive metal strumentale l’esordio di Lorenzo Meoni, che sotto il monicker Bug licenzia questa quarantina di minuti tutti da ascoltare.

Alpha è un concept molto originale: la storia raccontata attraverso il solo uso delle note si sviluppa sul conflitto tra la metà umana e quella robotica racchiusi in un unico corpo, quello del protagonista, che crea la metà cyborg con lo scopo di difendersi sia a livello fisico che mentale.
Col passare del tempo la parte creata si ribella diventando autonoma, iniziando una dura lotta che porterà alla morte questa sorta di creatura metà uomo, metà robot.
Sotto l’aspetto musicale il lavoro è molto vario, passando dal metal, al progressive moderno, con ottimi risultati di fruibilità; Lorenzo Meoni suona tutti gli strumenti con buona padronanza dei mezzi, passando dai suoni cari a Devin Townsend al thrash panterizzato, fino ad esplorare il metal prog di Anthony Lucassen, con ottimi risultati.
Scariche elettriche si alternano a momenti più rilassati sempre tenendo alta la tensione e sopratutto l’attenzione dell’ascoltatore: l’atmosfera di scontro tra le due metà è avvertibile da una drammaticità di fondo ed una violenza musicale che non viene mai meno.
Davvero interessante poi, che in un album strumentale non si avverta il minimo accenno al virtuosismo fine a se stesso, ogni nota racconta di questo inevitabile e drammatico scontro, catturando e affascinando con sfuriate thrash e bellissimi momenti di melodie progressive.
Album realizzato in modo molto professionale, come ormai ci hanno abituato i lavori targati Qua’Rock, Alpha racchiude undici brani, tutti ottimamente prodotti e suonati, da ascoltare tutto di un fiato per assaporare tutti i vari passaggi che porteranno alla tragica fine del protagonista.
Prodotto non solo consigliato agli amanti dei dischi strumentali, ma un po’ a tutti gli amanti della buona musica.

Tracklist:
1.Alpha
2.Tears Of Silicon
3.Ethernet Express
4.The Rebellion Of The System
5.Formatted
6.No Parameter
7.You’re Just A Number
8.Synchro
9.Remove My Circuits
10.Session Terminated
11.Null

Line-up:
Lorenzo Meoni- All Instruments

BUG – Facebook

Cold Insight – Further Nowhere

Chi ha apprezzato l’operato di Sebastien negli Inborn Suffering e nei Fractal Gates, si avvicini comunque senza indugi a a questo progetto di sicuro interesse e ragguardevole qualità, in attesa di seguirne i prossimi sviluppi.

Sebastien Pierre è un musicista francese, conosciuto soprattutto per la sua militanza negli Inborn Suffering e nei Fractal Gates, che non ha certo il timore di lanciarsi in nuovi e stimolanti progetti.

I Cold Insight nascono diversi anni orsono come solo project, con l’intento tutt’altro che celato di unire le atmosfere malinconiche del death-doom con quelle sonorità post-metal che hanno fatto la fortuna, tra gli altri, dei connazionali Alcest. Further Nowhere, che andiamo ad esaminare in quest’occasione, non è il vero e proprio full-length, bensì una pre-produzione alla quale manca, inoltre, la parte vocale, ed è testimonianza tangibile di questa “provvisorietà” la sua reperibilità esclusivamente on-line, ma di certo la sua divulgazione è stata utile al musicista transalpino per cogliere umori e reazioni degli appassionati. Nonostante la sua veste di “work in progress” questo abbozzo di album merita ugualmente d’essere ascoltato perché, in primis, a differenza di molte altre uscite dello stesso tenore, ha il pregio di non annoiare mai, ma soprattutto perché Sebastien va dritto all’obiettivo con brani contraddistinti da melodie e ritmi ben memorizzabili, tralasciando tentazioni di stampo ambient o sperimentali. In una track-list priva di momenti deboli spiccano le splendide armonie dell’opener The Light We Are, della lunga Sulphur (che si fa ricordare anche per gli eleganti sprazzi elettronici che si fanno strada tra riff vigorosi) e la sognante Even Dies A Sun. A differenza di molti altri progetti solisti dalle caratteristiche prevalentemente strumentali (almeno per ora), i Cold Insight possiedono una vena più oscura e riflessiva, naturale se la musica è composta da un musicista dal retaggio death-doom come Pierre, e ciò finisce per conferire al lavoro una compattezza ed un’intensità sconosciuta in operazioni che, invece, troppo spesso optano per un minimalismo sonoro fine a se stesso. Tirando le somme, si può affermare che a Further Nowhere, per ora, manca solo “la parola”, e siamo davvero curiosi di vedere cosa potrà riservarci il prodotto finito. Chi ha apprezzato l’operato di Sebastien negli Inborn Suffering e nei Fractal Gates, si avvicini comunque senza indugi a a questo progetto di sicuro interesse e ragguardevole qualità, in attesa di seguirne i prossimi sviluppi.

Tracklist :
1. The Light We Are
2. Midnight Sun
3. Sulphur
4. Close Your Eyes
5. Above
6. Rainside
7. Stillness Days
8. Even Dies A Sun
9. Distance
10. I Will Rise
11. Further Nowhere

Line-up :
Sebastien Pierre – All instruments, Vocals

COLD INSIGHT – Facebook