Necroart – Lamma Sabactani

Musica oscura,adulta, i Necroart ci consegnano un album da ascoltare senza riserve, per i fans di Sadness,Samael e My Dying Bride.

Fautori di un metal estremo che negli anni novanta spopolava, i Necroart arrivano al terzo full-length di un percorso artistico iniziato all’alba del nuovo millennio, che li ha portati a licenziare tre demo nei primi quattro anni e due album, “The Opium Visions” nel 2005 e “The Suicidal Elite” nel 2010. Lamma Sabactani punta su un sound più diretto e aggressivo, pur mantenendo le coordinate stilistiche del combo lombardo, votate ad un dark metal doom, a tratti progressivo e dalle sfuriate black, oscuro e malato, una manna per i fan orfani di tali sonorità che, diciamolo, ridicolizzano tante gothic band di questi anni, con i loro suoni puliti e dalle belle fanciulle in copertina ma, in quanto ad attitudine, neanche paragonabili a gruppi come i Necroart.

Iniziando dalla copertina, di una semplicità pari ad un impatto blasfemo disarmante, la band vomita suoni oscuri e voci malate dall’impatto dark e scream di matrice black che si rincorrono su tutto l’album, le melodie toccano emozioni ormai sopite, travolte dai suoni bombastici di questi ultimi anni, come solo le grandi band di metà anni novanta sapevano regalare, ancora influenzate dal dark ottantiano e dal doom/death. E’ un piacere riscoprire tra i solchi della title-track, di Agnus Dei, di Redemption, echi dei Sadness di “Ames De Marbre” e “Danteferno”, il dark doom dei My Dying Bride e le sfuriate black dei primi Samael; teatrali e malvagiamente neri come la pece, i brani di questo album conquistano fin da subito, anche per una vena progressive che rende il tutto molto maturo. Con la loro musica oscura e adulta, i Necroart non scherzano e ci consegnano un lavoro da ascoltare e far vostro senza riserve, degni eredi di un modo di suonare musica estrema che continua ad affascinare, in barba alle mode dettate dalle regole del mainstream!

Tracklist:
1. Lamma Sabactani
2. Magma Flows
3. The Demiurge
4. Agnus Dei
5. Redemption
6. Joining the Maelstrom
7. Stabat mater
8. Of Ghouls, Maggots and Werewolves
9. Cyanide and Mephisto

Line-up:
Francesco Volpini – Bass
Marco Binda -Drums
Filippo Galbusera – Guitars
Davide Zampa – Guitars
Davide Quaroni – Keyboards
Massimo Finotello – Vocals

NECROART – Facebook

Witches Of Doom – Obey

Obey, primo album dei romani Witches of Doom, raccoglie il meglio del dark, doom, gothic mondiale e attraverso nove brani dal grande appeal.

Premessa: quest’album è di una bellezza straordinaria, almeno per chi, con un po’ di musica rock oscura sul groppone ed una mentalità abbastanza aperta per seguire la quarantina d’anni di evoluzione che il metal dalle tinte dark ha regalato a chi è affascinato da queste sonorità.

Obey, primo album dei romani Witches of Doom, raccoglie il meglio del dark, doom, gothic mondiale e attraverso nove brani dal grande appeal, a tratti violentato da pesanti scosse stoner, esplode in una cinquantina di minuti entusiasmanti, passando dal doom settantiano dei Black Sabbath ai maestri del dark ottantiano Sisters Of Mercy e Mission, da Jirki e i The 69 Eyes (quelli appena passati dal rock’n’roll delle origini al capolavoro “Wasting the Dawn”) ai Type 0 Negative del mai troppo compianto Peter Steele.
Band formatasi solo lo scorso anno, ma dotata di personalità da vendere, le “Streghe” ci deliziano di questo vademecum del dark/gothic che risulta vario proprio per la sua ecletticità, passando da brani più orientati al dark (sempre molto potenti), resi ipnotici da un riuscito vortice di suoni creati da una sezione ritmica devastante (Jacopo Cartelli al basso e Andrea Budicin alle pelli) e dal chitarrismo graffiante e dal forte impatto seventies del bravissimo Federico Venditti.
Senza nulla togliere agli ottimi musicisti, a cui si aggiungono le tastiere di Fabio Recchia e Graziano Corrado, entrato in pianta stabile nella band, il vero mattatore del disco è il cantante Danilo Piludu, un po’ Jirki 69, un po’ Jim Morrison, sempre sul pezzo nel dare alle songs la giusta tonalità, teatrale quando il songwriting si fa drammatico, superandosi nella lunghissima title-track posta in chiusura, una lunghissima jam dark/stoner da antologia, vero viaggio “acido” nel mondo degli Witches of Doom.
Non una nota fuori posto in questo debutto, dall’iniziale The Betrayal, con una slide guitars dai rimandi Fields of the Nephilim, devastata da massicci chitarroni stoner, alla gothic’n’roll Witches of Doom, bissata dalla trascinante To the Bone, dalla smiballad Crown of Thorns, improbabile ma efficacissimo mix tra Black Label Society e Sisters of Mercy.
Dance of the Dead Flies e Rotten to the Core sono brani dall’andamento freak cadenzato, devastanti sotto l’aspetto dell’impatto, macigni metallici dove i generi descritti si incontrano in una danza sabbatica che avvolge, come un serpente che scivola sul corpo di una bellissima strega.
It’s My Heart arriva giusto prima della fantastica Obey e, purtroppo, si arriva anche in fondo a questo bellissimo album che, a mio parere, eguaglia l’ultimo lavoro dei grandi Bloody Hammers, forse l’unica band che si avvicina alle streghe romane, anche se lo stoner settantiano prevale nel songwriting del gruppo americano, mentre qui l’alternanza di atmosfere e influenze è l’asso nella manica della band capitolina.
In conclusione, album fantastico.

Tracklist:
1. The Betrayal
2. Witches of Doom
3. To the Bone
4. Neeedless Needle
5. Crown of Thorns
6. Dance of the Dead Flies
7. Rotten to the Core
8. It’s My Heart (Where I Feel the Cold)
9. Obey

Line-up:
Jacopo Cartelli – Bass (2013-present)
Andrea “Budi” Budicin – Drums
Federico “Fed” Venditti – Guitars
Danilo “Groova” Piludu – Vocals
Graziano “Eric” Corrado – Keyboards

WITCHES OF DOOM

Ravenscry – The Attraction Of Opposites

“The Attraction of Opposites” è un ottimo lavoro che conferma le enormi potenzialità dei Ravenscry.

Tornano alla ribalta con questo nuovo album i Ravenscry, band milanese salita alla ribalta con il precedente “One Way Out”, nel non troppo lontano 2011.

Registrato al Ravenstudio e mixato al Bohus Sound Recordings in Svezia da Roberto Laghi e Dragan Tanaskovic, il nuovo disco conferma le buone impressioni suscitate dal primo episodio della saga Ravenscry, rivelandosi un lavoro originalissimo nel quale viene manipolata la materia gothic con assoluta maturità, e dove viene impressa al sound un’impronta che si allontana dalle facili catalogazioni mostrando un approccio vario, dalle mille sfumature e sfruttando al meglio ogni opportunità per rilasciare un prodotto distinguibile, tra le tante uscite discografiche in questo ambito.
Protagonista assoluta è la cantante Giulia Stefani, dotata di una voce che, usata in modo originale (talvolta pare di essere al cospetto di una cantante jazz), travolge per bellezza e personalità.
Il gruppo, da par suo, non si fa pregare nel picchiare il giusto sui propri strumenti, mantenendo viva una forte impronta metallica, e lo ricorda agli ascoltatori con una sezione ritmica tosta che non risparmia soluzioni progressive e sviluppi sonori che ricordano generi lontani dal mondo propriamente metal e gothic, sempre alla costante ricerca di una soluzione originale e mai scontata.
Luxury Of A Distraction apre il disco ed il mondo dei Ravenscry comincia a girare vorticosamente intorno a noi, con luci e ombre, tensione e pacatezza, esplosioni elettriche e divagazioni swing che ci sommergono dal primo all’ultimo minuto, all’inseguimento della sirena Giulia che, con la sua voce, ci sorprende ad ogni passaggio.
La band compatta sciorina riff e ritmiche tra gothic e metal moderno, inserendo armonie di fiati, dalla tromba (Living Today) al sax (Alive), alimentando atmosfere che passano dal progressive ai ritmi jazzati con facilità disarmante, non risparmiandosi e lasciando l’ascoltatore in attesa del prossimo, stupefacente, cambio di registro con il quale i Ravenscry andranno incontro a soluzioni più canoniche, oppure travolgeranno con soluzioni musicali e canore originalissime (The Big Trick).
Produzione ad altissimi livelli, artwork semplicemente fantastico e combo ai nastri di partenza per la definitiva consacrazione: difficile oggi trovare una band così peculiare nel genere e con questi elevati livelli di espressività.
Chapeau!

Tracklist:
01. Luxury Of A Distraction
02. The Witness
03. Missing Words (il video)
04. Alive
05. The Big Trick
06. Touching The Rain
07. Cynic
08. Living Today (il video)
09. Third Millennium Man
10. Noir Desire
11. Ink
12. Your Way
13. ReaLies

Line-up:
Giulia Stefani – Vocals
Mauro Paganelli – Guitars
Paolo Raimondi – Guitars
Andrea Fagiuoli – Bass
Simone Carminati – Drums

RAVENSCRY – Facebook

Sercati – The Rise Of The Nightstalker (Tales Of The Fallen PT II)

Continua la saga del Nigthstalker, concept atmospheric black metal ideato dai belgi Sercati.

Secondo capitolo della saga del Nightstalker ad opera dei belgi Sercati, trio black metal molto atmosferico, che esordì con due demo nel 2009 ed arrivò al primo capitolo intitolato “Tales Of the Fallen” nel 2011.

La storia fantasy raccontata in questa saga parla di un angelo e della sua discesa sulla terra per salvare se stesso e l’umanità, aiutato e protetto da un’entità, appunto il Nightstalker.
Il trio di Liegi, musicalmente, è molto vicino al dark/gothic più che al black: l’album, infatti, risulta molto melodico e solo lo screaming, peraltro punto debole del lavoro, avvicina l’album al black metal.
Le orchestrazioni sono ben congegnate, l’uso del piano e degli strumenti acustici, che in questo lavoro trovano molto spazio,rendono l’ascolto molto vario.
Anche nelle parti dove la band velocizza il suono, l’aura e’ sempre atmosferica e non si va oltre ad una ritmica cadenzata; peccato, ripeto, per lo screaming da folletto (sullo stile del primo Mortiis) che rovina un po’ l’eleganza mostrata dal songwriting.
Accenni al dark (Hunt Between Fallen) e poi tanta melodia per un lavoro, che potrebbe risultare appetibile a molti fan dai gusti diversi, ma anche spunti vicini al folk metal ed uno spirito prog che aleggia su gran parte di un disco oggettivamente ben suonato dai ragazzi belgi, peraltro ancora molto giovani.
Meritano un accenno Until My Last Breath, strutturata su un riff classico, l’appendice acustica di In Equilibrium, accompagnata da delicate tastiere, bissata da My Legacy, anch’essa di chiara ispirazione primo Mortiis e la conclusiva The Hero We Don’t Deserve, brano che racchiude tutte le atmosfere di un lavoro da ascoltare in completo relax per farsi accompagnare, sulle ali dell’angelo, dentro i meandri della musica dei Sercati.

Tracklist:
1. Rememberance
2. Hound from Hell
3. Until My Last Breath
4. Hunt Between Fallen
5. In Equilibrium
6. My Legacy
7. Face to Face
8. No More Fear
9. The Hero We Don’t Deserve

Line-up:
Steve “Serpent” Fabry – Bass, Vocals
Yannick Martin – Drums
Florian Hardy – Guitars

SERCATI – Facebook

Lenore S. Fingers – Inner Tales

Un lavoro alle tinte decadenti e dal sound atmosferico, riflessivo ed elegante quello proposto, con ottimo piglio, dai Lenore S. Fingers.

In copertina una camera stile anni trenta, una ragazza sdraiata sul letto, lo sguardo verso una finestra illuminata dai raggi del sole: fuori è già cominciata la primavera, la natura si risveglia, tutto dovrebbe essere più gioioso e la stagione che nasce dovrebbe portare via il malessere che inevitabilmente l’inverno porta con sé; invece, qualcosa non va in lei: un primo amore perduto?

Lo scoprirete tra i solchi dell’esordio dei Lenore S Fingers, band calabrese accasatasi presso la My Kingdom Music (etichetta che, in quanto a band di talento se ne intende), protagonista di un lavoro intimista, delicato e di classe, impreziosito dalla voce suggestiva di Federica Lenore Catalano, anche alla chitarra e ai synth e indiscussa leader del combo. Formatosi nel 2010, il gruppo arriva all’esordio con una personalità da band navigata, costruendo un songwriting che pesca in varie direzioni senza perdere una spiccata originalità di fondo, lasciando che la musica fluisca senza alcuna forzatura e rendendo l’ascolto estremamente piacevole. The Gathering, Katatonia e e il dark ottantiano sono nomi e genere che più si avvicinano alla musica della band calabrese che, quando serve, non rinuncia ad indurire il suono, come nella stupenda Victoria o nella sinfonica Doom, pur mantenendo un’eleganza non comune. La buona produzione fa sì che gli strumenti non coprano la bellissima voce di Federica, che in certe circostanze si fa eterea e molto emozionale: esempio lampante è Cry Of Mankind, dove un alternarsi di momenti acustici ed elettrici sono supportati in egual modo dal tono sulfureo della cantante e, sul finire, la song è impreziosita da un bell’assolo di chitarra che metallizza l’atmosfera. Song To Eros è un bellissimo brano dalle coordinate stilistiche vicine al gruppo olandese che fu della divina Anneke van Giesbergen, mentre nella conclusiva An Aching Soul la chitarra acustica accompagna la voce di Federica pere l’episodio più intimista del lotto chiudendo il lavoro con atmosfere dai rimandi dark wave. Inner Tales è un lavoro che potrebbe piacere ad una vasta fetta di pubblico, rivelandosi adatto sia ai fan del gothic metal, sia a chi preferisce un approccio più dark rock ma, soprattutto è l’ennesima buona prova di una band tutta italiana.

Tracklist:
1. Inner Tales
2. The Last Dawn
3. Victoria
4. Cry of Mankind
5. To the Path of Loss
6. Song to Eros
7. Doom
8. The Calling Tree
9. An Aching Soul

Tracklist:
Federica Lenore Catalano – Vocals,Guitars,Guitar synth
Patrizio Zurzolo – Guitars,Guitar synth
Domenico Iannolo – Bass
Gianfranco Logiudice – Drums
Giuseppe Giorgi – Keyboards

LENORE S FINGERS – Facebook

Lenore S Fingers – Inner Tales

Lavoro dalle tinte decadenti e dal sound atmosferico, riflessivo ed elegante quello proposto, con ottimo piglio, dalla band calabrese dei Lenore S Fingers.

In copertina una camera stile anni trenta, una ragazza sdraiata sul letto, lo sguardo verso una finestra illuminata dai raggi del sole: fuori è già cominciata la primavera, la natura si risveglia, tutto dovrebbe essere più gioioso e la stagione che nasce dovrebbe portare via il malessere che inevitabilmente l’inverno porta con se; invece, qualcosa non va in lei: un primo amore perduto?

Lo scoprirete tra i solchi dell’esordio dei Lenore S Fingers, band calabrese accasatasi presso la My Kingdom Music (etichetta che, in quanto a band di talento se ne intende), protagonista di un lavoro intimista, delicato e di classe, impreziosito dalla voce suggestiva di Federica Lenore Catalano, anche alla chitarra e ai synth e indiscussa leader del combo.
Formatosi nel 2010, il gruppo arriva all’esordio con una personalità da band navigata, costruendo un songwriting che pesca in varie direzioni senza perdere una spiccata originalità di fondo, lasciando che la musica fluisca senza alcuna forzatura e rendendo l’ascolto estremamente piacevole.
The Gathering, Katatonia e e il dark ottanti ano sono nomi e genere che più si avvicinano alla musica della band calabrese che, quando serve, non rinuncia ad indurire il suono, come nella stupenda Victoria o nella sinfonica Doom, pur mantenendo un’eleganza non comune.
La buona produzione fa sì che gli strumenti non coprano la bellissima voce di Federica, che in certe circostanze si fa eterea e molto emozionale: esempio lampante è Cry Of Mankind, dove un alternarsi di momenti acustici ed elettrici sono supportati in egual modo dal tono sulfureo della cantante e, sul finire, la song è impreziosita da un bell’assolo di chitarra che metallizza l’atmosfera.
Song To Eros è un bellissimo brano dalle coordinate stilistiche vicine al gruppo olandese che fu della divina Anneke van Giesbergen, mentre nella conclusiva An Aching Soul la chitarra acustica accompagna la voce di Federica pere l’episodio più intimista del lotto chiudendo il lavoro con atmosfere dai rimandi dark wave.
Inner tales è un lavoro che potrebbe piacere ad una vasta fetta di pubblico, rivelandosi adatto sia ai fan del gothic metal, sia a chi preferisce un approccio più dark rock ma, soprattutto è l’ennesima buona prova di una band tutta italiana.

Tracklist:
1. Inner Tales
2. The Last Dawn
3. Victoria
4. Cry of Mankind
5. To the Path of Loss
6. Song to Eros
7. Doom
8. The Calling Tree
9. An Aching Soul

Federica Lenore Catalano – Vocals,Guitars,Guitar synth
Patrizio Zurzolo – Guitars,Guitar synth
Domenico Iannolo – Bass
Gianfranco Logiudice – Drums
Giuseppe Giorgi – Keyboards

LENORE S FINGERS – Facebook

Teodasia – Reflections

Se il livello delle produzioni nostrane in campo symphonic-gothic continuerà a mantenersi su questi livelli, chissà che un giorno, quando si parlerà di questo genere, non si finisca per fare riferimento alla scena italiana invece che a quella nordeuropea.

Sirgaus, Poemisia, Elegy Of Madness (e non solo) ed ora i Teodasia: la scena symphonic/gothic metal italiana sta diventando una certezza in questo genere e ad ogni uscita è un piacere constatare come le band nostrane sappiano tutte essere, a modo loro, diverse l’una dall’altra puntando all’originalità pur evidenziando le proprie influenze, come è naturale che sia.

I veneti Teodasia dopo un demo eun full length datato 2012 dal titolo “Upwards”, sono usciti sul mercato nel 2013 con due mini, “Stay” e quest’ultimo Reflections, che vede un cambio di cantante,con Giulia Rubino a prendere il posto di Priscilla Fiazza, e soprattutto un sound esplosivo da portare in giro per i palchi, non solo della nostra penisola.
Ben nove brani, due de i quali sono delle intro ed uno è la cover di un pezzo dance di tale dj Sash, per mezzora di musica che mi ha letteralmente ammaliato.
La prima vera canzone, Where I Belong, suona molto hard rock nello stile chitarristico, con tanto di bellissimo assolo e ritornello orecchiabilissimo, in grado di entrare in testa già al primo ascolto.
Altro intermezzo strumentale e cambio di registro: il primo minuto e mezzo della title-track è folk oriented, per poi trasformarsi in un brano symphonic da antologia, dove sono le tastiere a prendere per mano il brano conducendolo in territori cari ai Sirenia.
Land Of Memories, divisa in due parti, è il brano che si accosta di più ai Nightwish, e vede una grande prova della vocalist la quale, pur non essendo un soprano, possiede una gran bella voce.
Infinity è uno strumentale dal sapore cinematografico, supportato dal pianoforte e da bellissimi arrangiamenti sinfonici.
La traccia conclusiva è una ballad, degna chiusura di un dischetto suonato, prodotto e arrangiato a meraviglia; continuando di questo passo chissà che un giorno, quando si parlerà di questo genere, non si finisca per fare riferimento alla scena italiana invece che a quella nordeuropea.
Un’altra grande band.

Tracklist:
1. Back to the Past
2. Where I Belong
3. Mirrors
4. Reflections
5. Land of Memories, Pt. 1
6. Land of Memories, Pt. 2
7. Stay (2013)
8. Infinity
9. Windy Night

Line-up:
Giulia Rubino – Vocals
Fabio Compagno – Guitars
Nicola Falsone – Bass
Michele Munari – Keyboards
Francesco Gozzo – Drums

TEODASIA – Facebook

Levania – Renascentis

“Renascentis” è il nuovo nato in casa Levania, album dalle mille idee e dalle altrettante contraddizioni.

“Parasynthesis” era il loro debutto, Renascentis è il nuovo nato in casa Levania, album dalle mille idee e dalle altrettante contraddizioni.

C’è tanto in questo disco, forse troppo, e l’ascolto non se ne giova anche per una produzione veramente sotto la media, che fa risultare il tutto un calderone dove a tratti sembra di ascoltare due pezzi diversi contemporaneamente. I ragazzi ferraresi hanno reso il loro lavoro molto più duro della media del genere e, come detto, le idee a livello di songwriting sono valide, ma la voce della cantante è troppo morbida e quasi sparisce, sommersa dal vortice strumentale dei pezzi, mentre la voce pulita, di impostazione rock, si rivela inadatta alle atmosfere del disco; si salva invece il cantato in growl, nonostante anche quello viaggi almeno due toni sotto la batteria e le tastiere, quest’ultima comunque piuttosto efficace come pure la chitarra ritmica. La tracklist mostra brani alcuni brani che si elevano sugli altri come Arcadia, dove Ligeia mostra d’essere più a suo agio nelle tonalità basse e probabilmente sarebbe più efficace in ambito dark rock piuttosto che nel gothic metal, mentre la chitarra disegna assoli ispirati rivelandosi come uno dei pregi del disco; un altro bel pezzo è Four Season, posto in chiusura di un album che, con una produzione nella media ed una diversa prestazione vocale, sarebbe risultato molto più interessante per i gothic fans.

Tracklist:
1.Proemium
2.Arcadia
3.Needles
4.Spiral
5.Seven times to forget
6.My writings of hope
7.An icy embrace
8.Metamorphosis
9.Drakarys
10.Onirica
11.Lucretia
12.Four seasons

Line-up:
Ligeia – vocals
Still – Keys,vocals
Ricky – guitars,vocals
Fadel – bass
Moon – drums

LEVANIA – Facebook

Sirgaus – Sofia’s Forgotten Violin

Il lavoro risulta originalissimo e, dopo lo stupore del primo ascolto, emergono le sfumature dark e goth che non mancano in questa opera rock.

Ora immaginate se la Love imprestasse la propria voce ad un progetto gothic rock, sì perché l’album dei bellunesi Sirgaus ha la particolarità di miscelare gothic e grunge in un’alchimia perfetta e Sonja Da Col ricorda, specialmente nelle tonalità basse, la cantante americana.

La band nasce nel 2011,formata dalla vocalist e dal marito Mattia Gossetti, bassista e backing vocals; in un secondo tempo si unisce alla coppia il chitarrista Massimo Pin e, dopo il debutto live, la band aiutata da Lethien, violinista degli Elvenking, registra quest’opera rock che non mancherà di stupire chi avrà la fortuna di imbattersi in questo bellissimo lavoro.
Protagonista del disco è il violino di Lethien, che appare in tutti i brani, sia da solista che da accompagnamento alla voce di Sonja, assieme alla chitarra di Massimo Pin che disegna assoli rock con reminiscenze blues, assecondando l’ispirazione molto americana del disco.
Il lavoro risulta quindi,originalissimo e dopo lo stupore del primo ascolto, emergono le sfumature dark e goth che non mancano in questa opera rock. Le song hanno tutte una loro peculiarità e la loro importanza nel contesto dell’album, ma Sofia’s Forgotten Diary, Through The Creepers e Desert City le ho trovate fantastiche.
Discorso a parte per il trittico finale, composto da Sofia’s Return, Real Angel e Sofia’s Memories, dove l’album arriva alla resa dei conti e la band sforna quindici minuti di musica travolgente, dove tutto il loro credo musicale si fonde, per un finale da brividi.
Complimenti quindi ai Sirgaus ed al loro originalissimo lavoro.

Tracklist:
1.The orphan’s letter
2.Sofia’s forgotten diary
3.Through the creepers
4.Evening lessons
5.Escape from the mansion
6.Cellar
7.Desert sky
8.Believe in you
9.Sofia’s return
10.Real angel
11.Sofia’s memories

Line-up:
Sonja Da col-vocals
Mattia Gosetti-bass,vocals
Massimo Pin-guitars
Lethien-violin

SIRGAUS – Facebook

Elegy Of Madness – Brave Dreams

Questo disco ha tutto per entrare nel cuore degli appassionati del genere, a partire dalla bellissima copertina per arrivare ovviamente ai brani, tutti di eccellente livello.

Ma che bel disco e che band, questi Elegy Of Madness! Il quintetto pugliese esce in questi giorni, con il secondo full-length, prodotto dalla Wormholedeath, un gioiellino di symphonic gothic metal davvero ben eseguito e cosa non da poco, cantato in maniera divina dalla novella Tarja, Anja Irullo.

Questo disco ha tutto per entrare nel cuore degli appassionati del genere, a partire dalla bellissima copertina per arrivare ovviamente ai brani, tutti di eccellente livello.
Come si può intuire dall’accenno fatto in precedenza sulla voce di Anja, gli Elegy Of Madness ricordano sicuramente i Nightwish, ma non solo: rinveniamo chitarre accostabili ai primi Amorphis nella stupenda Suad, brano d’apertura dell’album, oppure troviamo i Paradise Lost che incontrano la band finlandese nel pezzo bomba For You, mentre Run Away è più vicina alla Tarja dell’ultimo album solista. L’album non mostra segni di cedimento e c’è ancora il tempo per farci accompagnare nel mondo degli Elegy Of Madness da brani molto ben riusciti come Brave Dreams, Red Dust e Holding Your Hand. L’unico appunto da fare è la song che chiude il lavoro, Uomo, con un recitato in italiano che a parer mio non rende come forse la band avrebbe voluto. Non più di un dettaglio in un album comunque sopra le righe, degli Elegy Of Madness ne sentiremo sicuramente parlare anche in futuro.

Tracklist:
1.Suad
2.Sinner
3.For you
4.Run away
5.Brave dreams
6.Red dust
7.Into the tale
8.The sacred willow
9.Holding your hand
10.21st march
11.Uomo

Line-up:
Anja Irullo : Voice
Tony Tomasicchio : Guitars and Backing Vocals
Luca Basile : Keyboards , cello and orchestra
Alex Martina : Bass
Lorenzo Chiafele : Drums

ELEGY OF MADNESS – Facebook

Ecnephias – Necrogod

La caratteristica di schiudersi lentamente e di concedersi all’ascoltatore solo dopo diversi passaggi nel lettore è una peculiarità dei grandi dischi.

A circa un anno e mezzo dalla pubblicazione di un lavoro magnifico come “Inferno”, gli Ecnephias si ripresentano con un nuovo disco per il quale le aspettative erano piuttosto elevate: lo stesso Mancan, nel presentare il nuovo lavoro, come è suo costume non si è certo nascosto dietro dichiarazioni di facciata, proclamando con convinzione che Necrogod sarebbe stato il miglior album mai inciso dalla sua band.

Se è vero che affermazioni di questo tenore sono all’ordine del giorno in occasione di nuove uscite in campo discografico, va detto subito che quanto affermato dal musicista lucano corrisponde in tutto e per tutto alla realtà.
Per gli Ecnephias, sulla spinta degli ottimi riscontri ricevuti nel recente passato, sarebbe stato facile riproporre una sorta di “Inferno 2” ma è sufficiente conoscere la loro storia per escludere subito questa possibilità: qui si parla di una band che, partita dal black dai tratti comunque evocativi degli esordi, si è evoluta nel corso degli anni verso una forma di heavy metal oscuro e malinconico, dalle ampie sfumature dark, in maniera analoga a quanto fatto, sia pure in un arco temporale più ampio, dai Moonspell (che, assieme a Rotting Christ e Septic Flesh, sono sempre stati per Mancan degli espliciti punti di riferimento).
Sarebbe un grave errore, però, attendersi una versione fedele ma sbiadita della band portoghese: gli Ecnephias rielaborano le svariate influenze musicali (dichiarate e non) assimilate nel corso degli anni dal proprio leader (nonché dal suo storico sodale Sicarius) dando vita a un prodotto che possiede, in tutto e per tutto, un marchio di fabbrica inconfutabilmente e immediatamente riconoscibile.
Se, in Inferno, il retaggio estremo faceva ancora capolino a tratti all’interno dei singoli brani, in Necrogod tutto ciò lascia posto a una forma di heavy metal dalle tinte fosche per atmosfere e attitudine, mentre ogni residua pulsione riconducibile al black sembra essere stata interamente convogliata da Mancan nel suo rinato progetto Abbas Taeter.
Dopo premesse di questo genere, sarebbe lecito attendersi un lavoro orecchiabile o di facile presa e, invece, dopo i primi ascolti accade esattamente l’opposto : Necrogod gode infatti di una profondità inattesa e, per questo motivo, potrebbe risultare ingannevole per chi inconsciamente vi si avvicinasse attendendosi episodi più immediati, sulla falsariga di “A Satana” o “Chiesa Nera”.
E’ possibile che la rinuncia totale all’uso dell’italiano abbia avuto un suo peso nel rendere maggiormente complessa l’assimilazione dei brani, ma non c’è dubbio che la caratteristica di schiudersi lentamente, di concedersi all’ascoltatore solo dopo diversi passaggi nel lettore, sia una peculiarità dei grandi dischi.
Chi riuscirà a non affrontare Necrogod in maniera superficiale, otterrà in cambio la possibilità di godersi un affascinante viaggio musicale incentrato, a livello lirico, sulle divinità conosciute ed adorate in epoca pre- cristiana: così, nei quasi cinquanta minuti di durata del disco, Mancan ci guida in un percorso storico-religioso che include le antiche divinità mediorientali (Baal, Ishtar, Inanna), il serpente piumato dei Maya (Kukulkan), la mitologia greco-egizia (Ade, Osiride, Anubi, Horus), la terribile dea indiana Kali, il mostruoso Leviatano di biblica memoria e la magica ritualità del Voodoo.
Ma passiamo ad eseminare in maniera più approfondita l’aspetto che più ci preme, ovvero la musica: il disco è inaugurato da una breve traccia strumentale che fa già presagire il nuovo corso degli Ecnephias: atmosfere sempre più evocative arricchite da elementi etnici e tribali, in ossequio alle tematiche trattate,
In occasione del primo impatto con Necrogod i due brani che sicuramente colpiscono di più sono The Temple of Baal-Seth, in possesso di un ritmo trascinante ed un chorus in portoghese condotto da Mancan in maniera esemplare, e Voodoo, dove l’evidente citazione dei Rotting Christ è in realtà volta ad omaggiare l’ospite Sakis, che presta la sua voce inconfondibile a una traccia entusiasmante, all’interno della quale la chitarra assume in certi frangenti accenti maideniani.
La title-track e Leviathan mostrano il volto più violento degli Ecnephias, anche se la componente melodica non viene certo messa in secondo piano, ma è evidente che il proprio meglio la band potentina lo offre negli episodi maggiormente coinvolgenti sul piano emotivo, quando la ritualità delle invocazioni alle divinità si amalgama naturalmente a fughe chitarristiche di grande intensità ad opera di Nikko, il tutto punteggiato dall’elegante lavoro alle tastiere di Sicarius e dalla possente e precisa base ritmica a cura di Miguel José Mastrizzi e Demil. Così, se Ishtar assume diverse sembianze musicali nel corso del suo dipanarsi, in ossequio alla mutevolezza di colei che per i sumero-babilonesi era allo stesso tempo dea del cielo, della terra e degli inferi, Kukulkan e Anubis si svelano progressivamente mostrando tutta la capacità di Mancan e soci nell’ideare canzoni dove il growl e i riff di matrice estrema si sposano naturalmente con clean vocals profonde e poggiate su melodie apparentemente suadenti, ma costantemente avvolte da un velo di oscurità.
L’esempio migliore di quanto appena affermato è Kali Ma, un brano che esplode in tutta la sua sfolgorante bellezza solo dopo diversi ascolti, quasi che la temibile divinità in esso rappresentata avesse voluto celare il più a lungo possibile il proprio conturbante fascino.
Winds Of Horus è un’altra traccia strumentale, posta in chiusura, sulla quale scorrono idealmente i titoli di coda di un lavoro che merita di essere riascoltato più volte per assaporarne appieno le fragranze più nascoste.
Necrogod non solo raggiunge ma supera il livello già altissimo raggiunto dagli Ecnephias con “Inferno”; sicuramente per la band lucana questo si può considerare il lavoro della definitiva maturità e rappresenta il raggiungimento di uno status che non va considerato, però, un punto d’arrivo, bensì una base consolidata dalla quale proseguire la costante progressione stilistica e compositiva.
Non è blasfemo affermare che, per il valore dei suoi ultimi due lavori, il combo lucano può collocarsi attualmente all’altezza della più volte citata triade ellenico-lusitana; la vera sfida ora, per Mancan, sarà piuttosto quella di eguagliarne o, quantomeno, avvicinarne la longevità artistica.

Tracklist :
1. Syrian Desert
2. The Temple of Baal-Seth
3. Kukulkan
4. Necrogod
5. Ishtar – Al-‘Uzza
6. Anubis – The Incense of Twilight
7. Kali Ma – The Mother of the Black Face
8. Leviathan – Seas of Fate
9. Voodoo – Daughter of Idols
10. Winds of Horus

Line-up :
Mancan – Guitars, Vocals, Programming
Sicarius – Keys and Piano
Demil – Drums
Nikko – Guitars
Miguel José Mastrizzi – Bass

ECNEPHIAS – Facebook

Tystnaden – Anima

Dopo quasi un decennio di attività, i friulani Tystnaden al terzo disco fanno centro con un lavoro che, con molta approssimazione, si potrebbe inserire nel calderone informe del gothic metal con voce femminile ma che, in realtà, si dimostra essenzialmente un pregevolissimo metal dai tratti moderni ed eclettici.

Partendo dall’assunto che, in fondo, non ci sono più molti spazi di manovra per proporre qualcosa di realmente innovativo, ciò che si chiede alle band che si cimentano in questo filone stilistico sono, in ordine sparso, un’ottima cantante, musicisti impeccabili e una raccolta di belle canzoni: i Tystnaden possiedono tutte queste caratteristiche, a partire da una vocalist dotata ma, soprattutto, sobria ed essenziale come Laura De Luca, la quale esibisce uno stile che rifugge gli insopportabili gorgheggi pseudo-operistici mettendo in mostra ciò che alla fine è quel che serve, ovvero una voce bella, versatile e al servizio del gran lavoro agli strumenti dei propri compagni d’avventura.
Rispetto al precedente disco, risalente a quattro anni fa, è probabile che i cambiamenti avvenuti nella line-up abbiano contribuito a sfrondare la proposta dei nostri di un growl oggettivamente ingombrante (da parte dell’allora tastierista), focalizzandola invece sulla voce femminile e limitando all’indispensabile gli interventi di quella maschile, spostando naturalmente il sound verso una connotazione più melodica.
Ogni brano, infatti, possiede passaggi che non si lasciano dimenticare facilmente ed è proprio la capacità di resistere alla prova di ascolti ripetuti, nonostante la sua immediatezza, che fa di Anima un disco riuscito con poco o nulla da invidiare a band ben più reclamizzate, italiane e non, operanti nello stesso segmento stilistico.
Lust introduce al meglio le caratteristiche del combo udinese, riff corposi alternati a grandi aperture melodiche, mentre la successiva Struggling In The Mirror, dai tratti marcatamente alternative, è il primo singolo estratto (con relativo video). Egonist è invece, a mio avviso, uno dei picchi dell’album, grazie al suo gusto maggiormente prog esaltato da uno splendido assolo di chitarra.
Da rimarcare anche la coinvolgente prestazione di Laura in Father Mother e l’azzeccata alternanza in War tra la sua voce e quella ruvida del tastierista Giancarlo Guarrera, autore nell’occasione anche di incisivi passaggi sinfonici.
The Journey chiude nel migliore di modi un disco che, al netto di qualche ridondanza di stampo orchestrale (l’incipit arabo-spagnoleggiante di Against Windmills non appare molto adeguato al contesto), è davvero una piacevole sorpresa e mostra un’altra realtà nostrana in grado di produrre un lavoro di indiscutibile qualità che potrebbe e dovrebbe ritagliarsi uno spazio importante nel panorama musicale nazionale (e non solo).

Tracklist :
1. Lust
2. Struggling at the Mirror
3. Egonist
4. Days and Lies
5. Against Windmills
6. Father Mother
7. Mindrama
8. War
9. The Life Before
10. Innerenemy
11. The Journey

Line-up :
Cesare Codispoti – Guitars
Laura De Luca – Vocals
Alberto Iezzi – Drums
Arthur Sahakjan – Bass
Marco Cardona – Guitars
Giancarlo Guarrera – Keyboards, Vocals

TYSTNADEN – pagina Facebook

Ecnephias – Inferno

“Inferno” possiede tutto ciò che servirebbe per fare breccia anche in una parte di pubblico non di settore: tracce dallo straordinario impatto emotivo, contraddistinte da melodie evocative e inserite in un tessuto sonoro all’altezza di grandi nomi del metal mediterraneo

Anche se con colpevole ritardo è d’obbligo dedicare il giusto spazio a quella che, a mio modesto parere, è stata in assoluto una delle migliori uscite in ambito metal del 2011.

Gli Ecnephias, con un disco come Inferno, si cimentano nell’ardua impresa di incrinare il muro di indifferenza eretto dall’ambiente musicale nei confronti di tutto ciò che non risulta convenzionale o rassicurante; purtroppo, in un paese sempre più ostaggio delle cariatidi sanremesi e dei polli d’allevamento dei reality show, appare sempre più improbabile un’apertura di credito nei confronti di chi riesce a offrire prodotti di qualità spinto solo da un’etichetta indipendente, da qualche volonterosa webzine e dalle poche riviste specializzate. Certo, se Mancan e soci invece che a Potenza fossero nati a Oslo o a Helsinki, probabilmente questo lavoro veleggerebbe in buona posizione nelle classifiche di vendita di quei paesi e i pezzi trainanti passerebbero con la dovuta frequenza nei programmi radiofonici e televisivi; al contrario, nella nostra italietta musicale, ci si guarda bene dal fornire a brani penetranti e provocatori, come A Satana e Chiesa Nera, l’opportunità di scandalizzare i benpensanti tramite i consueti canali di comunicazione. Eppure Inferno possiede tutto ciò che servirebbe per fare breccia anche in una parte di pubblico non di settore: per esempio tracce dallo straordinario impatto emotivo, contraddistinte da melodie evocative e inserite in un tessuto sonoro all’altezza di grandi nomi del metal mediterraneo come Rotting Christ, Moonspell e Septic Flesh. In particolare, la band di Sakis funge anche da riferimento per quanto riguarda l’uso promiscuo della lingua madre e dell’inglese, cosa peraltro già sperimentata nel precedente “Ways Of Descention” ma che, in questo caso, avviene in maniera ancor più convinta e incisiva, vista la maestria con la quale vengono maneggiati i testi in italiano; ne è la riprova un brano come Chiesa Nera, inserito come bonus-track, che risulta molto più efficace del suo corrispondente anglofono In My Black Church. Gli Ecnephias non fanno occultismo di bassa lega, i loro testi spesso traggono spunto da monumenti della letteratura come Carducci o Blake, passando con disinvoltura da momenti caratterizzati da una sarcastica provocazione ad altri carichi di oscuro e tetro lirismo. Chi ama le band citate in precedenza, non può e non deve ignorare brani come A Satana (da vedere assolutamente il video), con il suo accattivante ritornello che ti ritrovi a canticchiare senza accorgertene (con tutte le possibili conseguenze del caso …), la trascinante Buried In The Dark Abyss, la magnifica Voices Of Dead Souls esaltata da un chorus intenso come pochi, l’evocativa Secret Ways, la poetica Lamia (dall’intensità emotiva vicina a un omonimo brano datato 1974 …) e l’eretica Chiesa Nera. Con un quadro complessivo di simile valore cosa impedisce, dunque, agli Ecnephias di raggiungere livelli di notorietà più consoni al loro valore? Di certo non viene richiesto un cambiamento né a Mancan né agli ottimi musicisti che lo affiancano nella band, semmai questo dovrebbe riguardare il contesto musicale e culturale in cui sono costretti, loro malgrado, a muoversi: sarà anche vero che “nemo propheta in patria est” ma gli Ecnephias possiedono sia la giusta attitudine sia il necessario talento per provare a sovvertire questa situazione.

Tracklist :
1. Naasseni
2. A Satana
3. A Stealthy Hand of an Occult Ghost
4. Buried in the Dark Abyss
5. Fiercer than any Fear
6. Voices of Dead Souls
7. Secret Ways
8. In my Black Church
9. Lamia
10. Chiesa Nera

Line-up :
Mancan – Vocals, Guitars, Programming
Sicarius Inferni – Keyboards
Demil – Drums
Nikko – Guitars

Ravenscry – One Way Out

Sarebbe un peccato mortale pensare che i Ravenscry siano niente più che una grande cantante con un gruppo che si limita ad assecondarne le doti eccelse.

La proliferazione indiscriminata di produzioni discografiche, spesso di dubbio valore, ha tra le sue conseguenze peggiori non tanto l’inevitabile abbassamento qualitativo della proposta musicale nel suo complesso, quanto il rischio di non riuscire a dare la giusta evidenza alle uscite che lo meritano.

Così un autentico gioiello come questo One Way Out degli italiani Ravenscry, rischia seriamente di restare confinato a livello underground, nonostante l’ottimo lavoro promozionale svolto dalla WormHoleDeath, invece di trovarsi a competere con le ultime uscite di Nightwish e Lacuna Coil nelle classifiche di vendita.
Sto esagerando ? Provate ad ascoltare con la dovuta attenzione e senza la prevenzione nei confronti delle band con voce femminile derivante dal surplus produttivo di cui sopra: scoprirete una cantante come Giulia Stefani che, a mio avviso, ha pochi eguali nel suo campo, capace com’è di passare con disinvoltura tra mille diverse tonalità, senza scadere mai nel virtuosismo vocale fine a se stesso.
Se a una vocalist di questo livello, che ridicolizza con la sua performance tutti questi pseudo fenomeni festivalieri sfornati dai reality show, aggiungiamo una band che ci ricorda in ogni momento che quello che stiamo ascoltano è metal e non un pop sporcato ogni tanto da qualche riff più pesante, ecco la spiegazione
per un giudizio così entusiastico.
Dato per scontato che nel genere gothic-alternative è difficile se non impossibile portare degli elementi di novità, ciò che si richiede alle band che vi si cimentano è di proporre un sound fresco e, per quanto possibile, dotato di un’impronta personale o di qualche elemento distintivo in grado di rendere speciale la propria musica.
Questo avviene puntualmente con brani come Nobody, con la sua componente elettronica e i riff squadrati a dettare il tempo mentre Giulia libera le sue tonalità più alte, Redemption I – Rainy, semplicemente da brividi, This Funny Dangerous Game, dal piglio molto più metallico con chitarre quasi alla Rammstein e My Bitter Tale, con la sua delicata intro per piano e voce, che chiude alla grande un disco privo di punti deboli.
Senza negare, ovviamente, le inevitabili affinità che mi sento di ravvisare, sia dal punto di vista strumentale sia da quello vocale, con una band sottovalutata come furono gli After Forever di Floor Jansen piuttosto che con i soliti nomi, sarebbe un peccato mortale pensare che i Ravenscry siano niente più che una grande cantante con un gruppo che si limita ad assecondarne le doti eccelse; no, qui non c’è un semplice “supporting cast” ad accompagnare la voce di Giulia, e anche se questo risulta necessariamente il primo elemento che resta impresso, il lavoro preciso e allo stesso tempo fantasioso degli altri quattro musicisti è un ingrediente altrettanto fondamentale per la riuscita di One Way Out.
Resta solo da augurarsi che il lavoro della label, unito ai consensi pressoché unanimi ricevuti in sede recensione e al passa-parola in rete, consenta a quest’album di varcare i confini del genere collocando i Ravenscry nelle posizioni che spettano loro di diritto.

Tracklist :
1. Calliope
2. Elements Dance
3. Nobody
4. A Starless Night
5. Redemption I – Rainy
6. Redemption II – Reflection
7. Redemption III – Far Away
8. Embrace
9. Journey
10. Back To Hell
11. This Funny Dangerous Game
12. My Bitter Tale

Line-up :
Giulia Stefani Vocals
Paul Raimondi Guitar
Mauro Paganelli Guitar
Andrea Fagiuoli Bass
Simon Carminati Drums