Phlegmatic Table – Waiting For The Wolf

I bielorussi Phlegmatic Table sono autori di un moderno thrash colmo di digressioni industrial e groove: se questo è un assaggio di un prossimo full length ne vedremo e sentiremo delle belle,

Non è poi così facile convincere, ma soprattutto sorprendere, in poco più di dieci minuti, a meno che non si abbiano a disposizione talento e tecnica: i Phlegmatic Table, band proveniente dalla Bielorussia, all’esordio tramite Total Metal Records, ci sono riusciti.

Il trio, all’esordio con questo Ep intitolato Waiting For The Wolf, uscito solo in versione digitale, immette nella propia musica una valanga di idee, assemblando generi e influenze in pochi minuti e conquistando l’ascoltatore, piacevolmente frastornato dalle sorprese che la band riserva ad ogni passaggio.
C’è davvero un po’ di tutto nel sound della band: thrash metal, industrial, alternative e tanto groove, il che produce un monolite di musica estrema, concettualmente progressiva ed ottimamente suonata.
Immaginate il thrash evoluto di Coroner e Mekong Delta, a cui si aggiungano l’industrial metal dei Prong e le ritmiche marziali e groove dell’alternative di moda nel nuovo millennio, ed avrete più o meno un’idea della musica proposta dai Phlegmatic Table.
Senza dimenticare i Voivod di “Angel Rat”, la band spara liriche sarcastiche su questo ottimo tappeto di metal moderno, maturo, tenendo comunque a bada il songwriting che non dimentica mai la forma canzone, specialmente in occasione della notevole title track e dell’opener Chocolate Ice Cream.
Lasciarsi trasportare da parti jazzate che, qua e là, nobilitano ancor di più il suono è un attimo, finché il ritmo colmo di groove della notevole Dirty Shoes entra prepotentemente nelle nostre teste per cicatrizzarsi e non uscirne più.
Davvero notevoli, se questo è un assaggio di un prossimo full length ne vedremo e sentiremo delle belle.

Tracklist:
1. Chocolate Ice Cream
2. Waiting for the Wolf
3. Dirty Shoes
4. Fridge
5. Another Morning

Line-up:
Artour Sotsenko – guitars, vocals;
Vladimir Slizhuk – bass;
Paul Chaplin – drums.

Tornado – Black President

Fatevi investire dalla furia sleazy/thyrash di “Black President”, secondo album dei Tornado.

Tornado, tempesta, terremoto, tsunami: calamità naturali che devastano, dove l’uomo molte volte subisce, senza potersi difendere dalla forza della natura che ribellandosi, distrugge senza pietà, troppe volte umiliata dal menefreghismo di un’umanità ingorda e presuntuosa al punto di cercare di piegare ai propri interessi le uniche leggi immutabili.

In musica le calamità sonore equivalgono alle opere dei nostri eroi metallici: spesso si parla di generi estremi o sferragliante rock’n’roll, come nel caso dei Tornado, band di origine finlandese al secondo lavoro e dedita ad una riuscita commistione di thrash metal e street/punk, o sleazy/glam come piace definirla ai protagonisti di questo “tornado” musicale a titolo Black President.
Entrati nella “cantera” della Wormholedeath, ormai una piovra che con i suoi tentacoli pesca talenti in ogni parte del mondo senza sbagliare un colpo, la band di Tampere licenzia il suo secondo lavoro, successore del debutto “Amsterdam, Helsinki” uscito nel 2011 e prodotto da sua maestà Peter Tagtgren agli ormai storici Abyss Studios, in terra svedese.
Forte come detto di un’impronta rock’n’roll, la band riesce nell’impresa di risultare personalissima ed originale, una qualità che accomuna la gran parte delle band accasatesi presso l’etichetta nostrana, schiacciando il pedale dell”acceleratore a fondo corsa per non lasciarlo più, aggiungendo un’overdose di street/thrash e punk per dieci pugni che arriveranno tremendi lasciando l’ascoltatore inerme.
Sono enormi in questo album l’attitudine e l’impatto, doti essenziali per suonare questo tipo di musica, con il supporto di una prova tutta carisma del singer Superstar Joey Severance, tra vocalizzi ora in linea con il thrash classico, ora apertamente punkizzati.
Poco più di mezz’ora per farsi demolire da ritmiche velocissime sulle quali cui la coppia d’axeman rifila solos di pura dinamite, o per sbattere le capocce su refrain potenti come trombe d’aria che travolgono tutto e tutti.
Tra le canzoni di Black President una menzione particolare va a 911 First Responder, David and Goliath, uscita anche in formato video, World Pieces, a quel massacro sonoro intitolato Ghetto Wasteland, scarica di violento thrash metal dai rimandi old school, e la cover di Dark Desire, brano degli storici Loudness.
Death Angel e Anthrax che si alleano con i Warrior Soul e in un vicolo si scontrano con i L.A Guns, sotto l’occhio attento di un tipo che, testimone del pestaggio non divide, ma lascia che il massacro si compia: sul braccio ha un tatuaggio dei Sex Pistols.

Tracklist:
01 Black President
02 Flesh Crawling Nightmare
03 911 First Responder (FDNY)
04 World Pieces
05 T-Minus 10
06 Ghetto Wasteland
07 David and Goliath
08 Under the Crimson Moon
09 Stop the Madness (Part I and II)
10 I, Individual
11 Dark Desire

Line-up:
Superstar Joey Severance – Vocals
Tommy Shred – Lead Guitar
Tim Damion – Lead Guitar
Henry Steel – Bass
NikoMcNasty – Drums

TORNADO – Facebook

Dead Earth Politics – Men Become Gods

Perfetto esempio di metal classico supportato da ritmiche dal groove modernissimo, il sound dei texani Dead Earth Politics risulta originale e alquanto convincente.

E da una decina d’anni che i Dead Earth Politics girano per gli States a far danni: la band di Austin, infatti, nasce nel 2005 per esordire in seguito con l’ep “Mark The Resistance”.

Era il 2008, e due anni dopo il gruppo licenziò il suo primo ed unico full length dal titolo “The Weight Of Poseidon”, seguito lo scorso anno dal secondo ep “The Queen of Steel”.
Con l’anno nuovo la band continua il suo ottimo lavoro, dando alle stampe l’ennesimo mini, questo bellissimo Men Become Gods, confermando l’ottima vena compositiva e l’originalità di un sound che pesca a piene mani dalla tradizione americana, per quanto riguarda il groove metal, e da quella europea amalgamandolo con straordinarie parti e solos di metal classico direttamente dalla NWOBHM e dalla vergine di ferro.
Quattro brani pregevoli, lunghi abbastanza per arrivare ad una ventina di minuti di durata complessiva, nei quali il gruppo statunitense dà sfoggio di tutte le sue capacità compositive e tecniche, così che, fin dall’opener Casting Stones veniamo travolti da ritmiche colme di groove, tra il metal moderno di band come i Lamb Of God, elementi classici portati dalla straordinaria macchina macina riff e assoli delle due asce (Tim Driscoll e Aaron Canady) ed una straordinaria predisposizione tutta americana per il southern epic metal, tra Corrosion of Conformity e Molly Hatchett (Ice & Fire), dualismo che si evince anche dalla copertina dall’illustrazione epica e le scritte moderne.
Ven Scott è un vocalist eccellente, che si trova a suo agio nelle parti dove con grinta e qualche accenno al growl segue le atmosfere più moderne dei brani, ma è dotato pure di un’estensione da vocalist metal di razza (Crimson Dichotomy); la ritmica sprizza groove potentissimo, pura lava incandescente che raffreddandosi crea un monolite pesantissimo su cui è strutturato il sound dei Dead Earth Politics (Will Little al basso e Mason Evans alle pelli).
Una band così deve assolutamente regalarci un full length al più presto: la musica dei nostri a tratti esalta, ed è un vero peccato che tutto finisca in così poco tempo.
Ed allora seguiamoli e aspettiamo fiduciosi perché con brani di questo livello e il doppio del minutaggio il risultato sarebbe clamoroso.

Tracklist:
1. Casting Stones
2. Men Become Gods
3. Ice & Fire
4. Crimson Dichotomy

Line-up:
Will Little – Bass
Mason Evans – Drums
Tim “TIMMEH!!” Driscoll – Guitars
Ven Scott – Vocals
Aaron Canady – Guitars

DEAD EARTH POLITICS – Facebook

Sinatras – Six Sexy Songs

Sei brani di death metal contaminato da sferragliante hard’n’roll e ipervitaminizzato da ritmiche grondanti groove

Riuniti sotto la bandiera del death’n’roll, cinque musicisti nostrani assemblati dal chitarrista Emanuele Zilio (Strange Corner) debuttano con questo ottimo ep , disponibile gratuitamente in download sul sito del gruppo.

Sei brani di death metal contaminato da sferragliante hard’n’roll e ipervitaminizzato da ritmiche grondanti groove, trascinante e sacrificato sull’altare del puro massacro on stage.
La band nostrana, con l’esperienza accumulata dai protagonisti, da parecchi anni sulla scena metallica, sa come far sanguinare strumenti e padiglioni auricolari: il loro metal estremo diverte e sconquassa, macinando riff su riff, tra tradizione death ed un’attitudine rock’n’roll che deborda dalle canzoni come un fiume di note, rompendo gli argini sotto un’alluvione di watt e invade e trascinando con sé i fan di queste sonorità i quali, per salvarsi, dovranno compiere un’impresa.
Le ritmiche colme di groove, molto cool di questi tempi, sono l’arma in più del combo che, sommato al death dei maestri Entombed dell’epocale “Wolverine Blues” e a un sound panterizzato e a tratti stonerizzato, rendono brani come Contamination, Sunshine e The Game assolutamente devastanti.
Sulla ottima Franck Is Back compare qualche accenno core nei suoni di chitarra e nel ritornello, mente il resto delle tracce sballotta l’ascoltatore tra il death scandinavo ed il metal statunitense.
La band a livello tecnico non offre il fianco a critiche, partendo dall’ottima prova del singer Fla, sul pezzo sia nel growl sia nelle clean vocals comunque sempre robuste e di impatto; la sezione ritmica si dimostra un motore a pieni giri (Lispio al basso e Jenny B. alle pelli) ed enorme risulta il lavoro delle due asce (Minkio e Lele), tra ritmiche forsennate e solos di dirompente impatto hard & heavy .
L’ep, immesso sul mercato per sondare il terreno prima di un futuro full length, dimostra tutte le ottime potenzialità della band nostrana, dunque l’ascolto è consigliato agli amanti del genere; il download gratuito è una mossa azzeccata da parte del gruppo, quindi, senza indugi, fatevi travolgere da questi sei brani sexy, non ve ne pentirete.

Tracklist:
1. Contamination
2. Frank Is Back
3. Sunshine
4. The Game
5. W.A.F.S.
6. All Or Nothing

Line-up:
Lele Sinatra – Chitarra
Fla Sinatra – Voce
Lispio Sinatra – Basso
Minkio Sinatra – Chitarra
Jenny B. Sinatra – Batteria

SINATRAS – Facebook

Mindwars – The Enemy Within

Esordio dei Mindwars, band di Mike Alvord, chitarrista degli storici Holy Terror.

I Mindwars non sono altro che la band di Mike Alvord, storico chitarrista dei seminali Holy Terror, autori nella seconda metà degli anni ottanta di due capisaldi del thrash metal dell’epoca: “Terror And Submission” e “Mindwars”.

Della partita fanno parte anche il batterista Roby Vitali, torinese di adozione e già dietro le pelli di Headcrasher, The Art Of Zapping e Jester Beast, e Danny Z.Pizzi, bassista conosciuto nell’underground torinese. Il sound del gruppo non può non ricordare quello della band di Alvord, thrash metal old school di scuola statunitense, marcatamente ottantiano anche nella produzione, così da sembrare in tutto e per tutto un disco dell’epoca. Nostalgici? Forse, ma The Enemy Within ha in sé un fascino irresistibile, specialmente per chi quegli anni li ha vissuti lontano dalle menate computerizzate di questi giorni, quando una TDK registrata con la vecchia piastra Teac aveva un valore che, purtroppo, oggi si è inevitabilmente perduto. La band dall’alto della sua esperienza sa come giocare con la materia, i brani dell’album appaiono da subito compatti e massacranti, lasciando che le influenze dell’epoca tornino prepotentemente alla ribalta con in testa, nei brani rallentati, i Black Sabbath, ed un occhio alla New Wave Of British Heavy Metal che aveva fatto sfracelli anche nel nuovo continente, qui punkizzata dalla band di Alvord. Tra velocità speed, solos, riff di ottima fattura e frenate che variano il sound, rendendolo mai noioso, The Enemy Within regala brani stupendi, colmi di quell’attitudine ormai andata praticamente perduta nelle band attuali, a parte pochi casi scovati nell’underground. Retrobution, Final Battle, Master of War, raccolgono l’eredità delle band dell’epoca (Holy Terror, ovviamente, ma anche Whiplash e Rigor Mortis) e le portano nel nuovo millennio raccontando, tra le loro note, una fetta di storia importantissima del metal mondiale. Album da considerare come libro di testo per chiunque si voglia avvicinare al genere e per i giovani fan del thrash, tanto bistrattato da molti addetti ai lavori quanto uno dei generi cardine per l’evoluzione della nostra musica preferita. Fondamentale.

Track list:
1. Upside Down
2. Crash
3. Speed Kills
4. Retrobution
5. Time in the Machine
6. Lost
7. Chaos
8. Final Battle
9. Masters of War
10. Death Comes Twice
11. Walking Alone

Line-up:
Danny “Z” Pizzi – Bass
Roby Vitari – Drums
Mike Alvord – Guitars, Vocals

MINDWARS – Facebook

Thrash Bombz – Dawn

Tornano i Thrash Bombz, alfieri del thrash metal old school, con questo ottimo Ep intitolato Dawn.

Tornano i siciliani Thrash Bombz, alfieri del thrash metal ottantiano, con un nuovo Ep che, seppur seguendo la strada intrapresa nel precedente full-length di inizio anno, porta con sé, un’importante novità in seno alla band.

Causa la defezione del vocalist Leonardo Botta, infatti, la band ha deciso di affidare le parti vocali al bassista Angelo “Destruktor” Bissanti, già al microfono sull’album della sua “creatura” Blood Evil (“Infection”, pubblicato all’inizio di quest’anno), singer di razza e protagonista di un’ottima prova, tra vocals agguerrite in puro stile ottantiano, ricche di vari spunti e di debordante personalità.
Venti minuti circa nei quali i Thrash Bombz confermano quanto di buono fatto sul precedente album: i brani sono quanto di più coinvolgente potete trovare in ambito old school, chiaramente ispirati alle band che hanno fatto grande il genere oltre vent’anni fa, ma suonati con ottima tecnica e personalità, il che li rende una delle realtà più convincenti della nostra penisola in questo ambito musicale.
La coppia d’asce formata dalla ritmica di Giuseppe “UR” Peri e la solista di Salvatore “Skizzo” Li Causi mietono vittime come un mitragliatore sferragliante nell’ambito di uno scontro a fuoco: Li Causi, in piena forma, sforna solos straordinari, sostenuto dalla seconda chitarra di Peri ed un lavoro della sezione ritmica (lo stesso Bissanti al basso e Vincenzo “Vihol” Lombardi alle pelli) potente, veloce, ma oltremodo elegante laddove la band si concede passaggi dall’alto tasso melodico, come lo struggente strumentale che dà il titolo all’album.
Con sei brani notevoli, i Thrash Bombz nobilitano il genere continuando la loro tradizione che li vuole fautori di un thrash che alterna sfuriate metalliche (grandiose a mio parere … Presence ed Eternal Punishment) ad un talento mostruoso nel saper inserire parti strumentali tecnicamente ineccepibili e dal grande impatto emotivo, aspetto che ne rende vario e maturo il sound.
Ottimo lavoro, dunque, consigliato non solo ai fan del genere ma adatto anche a chi ha confidenza con i suoni metallici più classici: per il gruppo potrebbe essere una sorta di ripartenza vista l’importanza del cambio di vocalist nel contesto di una band; dal mio canto consiglio, per chi ancora non l’avesse ascoltato, anche il bellissimo album “Mission Of Blood”.

Tracklist:
1. Unknown…
2. …Presence
3. Drown in Your Misery
4. Eternal Punishment
5. Dawn
6. Human Obliteration

Line-up
Giuseppe “UR” Peri – Guitars
Angelo “Destruktor” Bissanti – Vocals, Bass
Salvatore “Skizzo” Li Causi – Guitars
Vincenzo “Vihol” Lombardi – Drums

https://www.facebook.com/ThrashBombzOfficial

Chaos – Violent Redemption

Ancora grande metal dall’India con i Chaos, band thrash dall’ottima tecnica e dal songwriting devastante.

Ancora grande metal dall’India, questa volta parliamo di thrash metal con una band di Trivandrum dal nome che è tutto un programma, Chaos.

Giunta all’esordio dopo un demo del 2009, la band votata al metal della Bay Area conquista con questo ottimo primo lavoro, un massacro sonoro suonato a tratti alla velocità della luce e che, quando l’andatura rallenta ci si infrange in brani cadenzati di una pesantezza infinita, suonati a meraviglia da quattro ottimi musicisti ottimi: non solo violenza, quindi, ma tanta tecnica al servizio del vecchio thrash. Anthrax, Exodus, Death Angel e tutti i mostri sacri del genere sono chiamati in ballo dalla band indiana, che raccoglie il testimone e continua a correre per strade metalliche, non esistono semafori rossi, gli ostacoli i Chaos li travolgono con una serie di super songs che in sede live devono spaccare come poche, autentici anthem dalle accelerazioni vibranti, con solos pirotecnici e ritmiche da bombardamento sopra Pearl Harbor. Grandiosa la sezione ritmica (Vishnu al basso e Rohit alle pelli), un vocalist graffiante (JK) e un chitarrista spaventoso, una macchina da guerra che non fa prigionieri con lì aggiunta di un gusto melodico sempre ben presente nei brani dell’album (Nikhil). E’ incredibile come il gruppo riesca in tracce relativamente brevi (Heaven’s Gate a parte, i brani non superano i tre minuti) a condensare un così perfetto american style thrash metal; ognuna di esse esalta e trascina in un pogo sfrenato, a cui non riuscirete a sottrarvi sotto i colpi di War Crime, Saint, Blacklash, Merchant Of Death e Self Deliverance, le preferite dal sottoscritto che avrà il suo daffare per riprendersi da cotanta meraviglia estrema. Grande band e ottimo album.

Tracklist:
1. Ungodly Hour
2. Torn
3. Game
4. War Crime
5. Saint
6. Heaven’s Gate
7. Blacklash
8. Merchant of Death
9. Self Deliverance
10. Cyanide Salvation
11. Violent Redemption

Line-up:
Vishnu – Bass
Rohit – Drums
JK – Vocals
Nikhil – Guitars

CHAOS – Facebook

Warlord UK – We Die As One

Tornano i Guerrieri Warlord UK per un’altra battaglia a base di death/thrash.

Tornano in pista gli inglesi Warlord UK, devastatori sonori di Birmingham, con il loro death/thrash schiacciasassi, ignorante il giusto e dal tiro micidiale.

La band si forma nell’ormai lontano 1993 e l’esordio”Maximum Carnage” rislae al 1996, ma qualcosa va storto e due anni dopo si arriva allo scioglimento.
Il 2008 vede la reunion e nel 2010 esce il secondo album dal titolo “Evil Within”; il nuovo millennio porta finalmente anche stabilità e dopo soli tre anni, pochi per gli standard della band, ecco il nuovo full-length intitolato We Die As One.
Musica e testi sono all’insegna della guerra totale e, portano con loro schegge dei compatrioti Bolt Thrower e Benediction, violentati da scariche di thrash old school che, se vogliamo, aumentano la dose di violenza che gli Warlord UK riversano sullo spartito; il sound dell’album risulta alquanto epico, e non poteva essere altrimenti, vista l’atmosfera da battaglia sci-fi che prende corpo fin dalla copertina in stile “Starship Trooper”.
We Die Us One è pregno di riff molto ben eseguiti dalla coppia d’asce Lee Foley e Dan Brookes, mentre il growl brutale e bellico del bassista (e unico superstite della formazione originale) Mark White fa cadere le residue difese del nemico.
Il lavoro si sviluppa così su dieci brani serratissimi nei quali le chitarre, vere protagoniste del disco, puntano tutto sull’impatto sparando solos con la quinta inserita e il pedale del gas a tavoletta; tanto thrash old school tra le tracce del disco, come la sparata title-track e la devastante Strength Defeats Decay, i brani dove il songwriting della band offre il meglio, riuscendo ad essere brutale ma, allo stesso tempo, travolgente.
Infuria la tempesta guerrafondaia dei Bolt Thrower in Masses Gather in Masses e in Age of Extreme, altri due dei brani che elevano la qualità di questo buon esempio di metallo fuso sul cannone del carrarmato Warlord UK,
Un lavoro che piacerà sia ai fan del death che a quelli del thrash più tradizionale.

Tracklist:
1. When Worlds Collide
2. Human Inner Core
3. Masses Gather in Masses
4. Insurgents Breed
5. Strength Defeats Decay
6. Last of Our Legacy
7. Age of Extreme
8. Knights of the Godless
9. We Die As One
10. Remember Them

Line-up:
Mark White – Vocals, Bass
Gary ‘Gaz’ Thomas – Guitars
Dan Brookes – Guitars (lead)

WARLORD UK – Facebook

Dogmate – Hate

Tutto da ascoltare il debutto dei romani Dogmate, un metal/stoner colmo di groove dall’ottimo impatto.

L’etichetta romana Agoge Records licenzia il debutto dei suoi concittadini Dogmate, band che strappa applausi a scena aperta con questo fottutissimo Hate, lavoro che sprizza groove da tutti i pori, con una riuscitissima amalgama di suoni stoner e grunge violentati da mazzate al limite del thrash; metallico il giusto per piacere non solo a chi è più orientato a suoni hard rock “alternativi”, l’album consta di dieci brani dal tiro pazzesco, suonati con un piglio da band navigata dai quattro musicisti.

I Dogmate nascono nel 2012 e ne fanno parte Ivan Perres (Ivn) alla batteria, che con l’aiuto di Roberto Fasciani (Jeff) al basso compone una sezione ritmica potentissima, Stefano Nuccetelli (Sk)che, alla sei corde, dichiara guerra con un chitarrismo che passa inesorabilmente molto vicino all’approccio degli axeman statunitensi del genere (Zakk Wylde ma anche il compianto Dimebag Darrell) ed il vocalist Massimiliano Curto (Mad Curtis), interprete doc per la musica della band con la sua tonalità sporca, a metà strada tra il citato Zakk e Pepper Keenan, ex-Corrosion of Conformity.
Si comincia con Buried Alive ed il gruppo ci va giù pesante, la sezione ritmica tiene il passo con bordate stoner belle grasse che si accentuano nei brani dove il sound si velocizza, strizzando l’occhio al metal panterizzato (Inflated Psychotic). Nel corso dell’album sono molteplici le band alle quali i Dogmate fanno riferimento, ma rimane a mio parere (e qui sta il bello) ad aleggiare su Hate il fantasma dei Corrosion of Conformity, sia quelli più hardcore degli esordi (“Technocracy”), sia nella veste alternativa del capolavoro “Blind”, per arrivare infine allo stoner da “Deliverance” ai giorni nostri; in più i nostri aggiungono riff panteriani ed elementi pescati dalla musica di Seattle per un risultato che a tratti ho trovato esaltante.
In questo esordio i Dogmate risultano una band compatta, i loro brani che non lasciano respiro ed affondano il colpo ad ogni passaggio e nella loro totalità spiccano la bellissime Witness of the Shamelessness, Hunter’s Mind, Mesmerizing Truth e la ballad conclusiva Black Swan, nella quale il vocalist lascia le consuete tonalità per avvicinarsi al Chris Cornell solista dell’intimista e maturo “Song Book”.
Disco da avere e da ascoltare, ennesima prova che ormai la differenza tra le nostre band underground e quelle del sogno americano si è ridotta al minimo.

Track list.
1. Buried Alive
2. Inflated Psychotic
3. Witness of the Shamelessness
4. Stripped & Cold
5. Dark in the Eyes
6. Me-Stakes
7. Hunter’s Mind
8. Mesmerizing Truth
9. World War III
10. Black Swan

Line-up:
Massimiliano “Mad Curtis” Curto – Voce
Stefano “Sk” Nuccetelli – Chitarra
Roberto “Jeff” Fasciani – Basso
Ivan “Ivn” Perres – Batteria

DOGMATE – Facebook

Infest – Cold Blood War

Quinto full length del combo serbo degli Infest, devastante monolite death/thrash dai rimandi slayerani.

Jagodina, Serbia centrale, sulle rive del fiume Belica: il death/thrash si chiama Infest, combo dalla ormai nutrita discografia che conta dall’anno di esordio (2002) due demo, un Ep e quattro full-length.

Il loro ultimo, malefico parto si intitola Cold Blood War, un carro armato che schiaccia sotto i suoi micidiali cingoli i nostri poveri padiglioni auricolari a forza di mitragliante death thrash, diviso in parti uguali tra la tradizione dell’Est europeo e il metal estremo di scuola Slayer. Ne escono trenta minuti di belligeranza musicale dove i nostri sguazzano come soldati in un campo di battaglia, tra violentissime accelerazioni collocate in un songwriting già di per sé votato alla velocità e alla pura violenza sonora; death metal che non lascia spazio a nessuna traccia di melodia, per attaccarci con sfuriate metalliche precise mirate a uccidere senza nessuna pietà. Questo devastante platter, oltretutto, è suonato in maniera impeccabile dai quattro musicisti, ormai con la dovuta esperienza per far risultare il loro suono estremamente godibile nella sua furia iconoclasta, partendo dalle vocals di Zoran Sokolovic, neo Tom Araya perfetto con il suo vocione rabbioso, dalle graffianti rasoiate dell’axeman Tyrant e finendo con una sezione ritmica composta dal martellante drumming della piovra Zombie e dal basso di Warlust. In tutto questo monolitico e spaccaossa lotto di brani spiccano Destroyer of Their Throne, song successiva alla classica Intro dai tratti horror apocalittici, Among the Fallen Ones, la superba e unica traccia dove la velocità lascia spazio ad un accenno di ritmica leggermente più cadenzata ed intitolata Demonic Wrath, la title-track dal riff più modernista che si trasforma in un macigno thrash/death che tutto travolge e il razzo terra-aria Terror Lord, esaltante brano dal riff esplosivo che sarà colpevole di spaccare non poche teste in sede live. Album da avere se siete amanti di queste sonorità, uno dei più riusciti degli ultimi mesi, senza se e senza ma.

Tracklist:
1. Intro
2. Destroyer of Their Throne
3. Of Everlasting Hate
4. Kill Their Weakness
5. Among the Fallen Ones
6. Demonic Wrath
7. Nuclear Warlust
8. Cold Blood War
9. Terror Lord
10. Neka Vatre Gore (bonus)

Line-up:
Tyrant – Guitars (lead)
Vandal – Vocals, Guitars
Zombie – Drums
Warlust – Bass

INFEST – Facebook

Thrash Bombz – Mission Of Blood

Thrash metal senza compromessi per l’esordio decisamente riuscito dei siciliani Thrash Bombz

Mi è capitato spesso di parlare di thrash metal e molte volte mi sono scontrato con chi confonde i gruppi che alla loro musica aggiungono solo elementi riconducibili al genere (come nel death o ultimamente nel metalcore) e chi invece il thrash lo suona per davvero, puro ed incontaminato.

È il caso dei siciliani Thrash Bombz e del loro esordio sulla lunga distanza dal titolo Mission Of Blood, arrivato a noi tramite la label tedesca Iron Shield Records, quaranta minuti di thrash metal tout-court proveniente direttamente dagli anni ‘80.
La band di Agrigento ci spara in faccia dodici brani dove non c’è spazio per nulla che non sia metal suonato a velocità sostenuta, facendo propria la lezione delle band americane,che di questo genere sono le regine, primi Metallica, Exodus e compagnia di distruttori.
In quest’album i fan troveranno pane per i loro denti, grazie a vocals rabbiose come vuole la tradizione ad opera di Leonardo Botta, una sezione ritmica devastante composta da Vincenzo Lombardi dietro alle pelli e Angelo Bissanti (Bloodevil) al basso e due chitarre taglienti come rasoi suonate da Giuseppe Peri e Salvatore Li Causi.
Basterebbe lo strumentale The Curse per convincervi di essere al cospetto di una band che sa il fatto suo, semplicemente straordinaria nelle sue melodie chitarristiche ed esempio lampante di quanto il vecchio thrash , se suonato bene, non ha nulla da invidiare a generi considerati più”nobili” ma, fortunatamente il bello non finisce qui, e Thrash Bombz (la song), Necrosis, City Grave, Dead Body Hanged esplodono in tutta la loro potenza, regalando spunti di metal suonato con gli attributi, passione e buona tecnica, come si faceva una volta.
Sicuramente questo ottimo album non avvicinerà nessuno che non sia fan del genere, ma è sicuramente una buona alternativa ai soliti nomi e ancora una volta è una band italiana a portare fiera la bandiera del thrash metal classico in un periodo, Death Angel a parte, di vacche magre dove le band di maggior fama stentano con dischi scialbi e poco incisivi; ma a noi poco importa e ci godiamo Mission Of Blood.

Tracklist:
1. Mosh Tank
2. City Grave
3. Thrash Bombz
4. Human Obliteration
5. Mission of Blood
6. Command of Injury
7. Dead Body Hanged
8. Fear of the Light
9. Necrosis
10. A.H.B
11. The Curse
12. Toxic Waste

Line-up:
Giuseppe “UR” Peri – Bass, Guitars (rhythm), Vocals (backing)
Salvatore “Skizzo” Li Causi – Drums, Guitars (lead)
Leonardo “Thrash Maniac” Botta – Vocals
Angelo “Destruktor” Bissanti – Bass, Vocals (backing)
Vincenzo “Vihol” Lombardi – Drums

THRASH BOMBZ – Facebook

Necrodeath – The 7 Deadly Sins

“The 7 Deadly Sins” è l’essenza del metal estremo, è tutto quanto vorrebbe ascoltare chi apprezza sonorità potenti, dirette, asciutte e tecnicamente ineccepibili in costante bilico sul sottile confine tra black, death e thrash.

The 7 Deadly Sins è l’essenza del metal estremo, è tutto quanto vorrebbe ascoltare chi apprezza sonorità potenti, dirette, asciutte e tecnicamente ineccepibili in costante bilico sul sottile confine tra black, death e thrash.

Il fatto che questo risultato venga ottenuto dai Necrodeath, ovvero coloro che in Italia hanno fatto la storia del genere, in occasione del loro undicesimo full-length, non deve sorprendere né d’altra parte, deve costituire un motivo per sminuire il resto delle band che animano una scena in grande fermento.
Semplicemente, dopo gli esordi a fine anni ‘80 che li ha fatta assurgere allo status di band di culto, il terremotante ritorno a cavallo dello scorso secolo con una coppia di dischi eccellenti, la fase di lieve appannamento nella seconda metà dello scorso decennio coincisa qualche lavoro contraddistinto da scelte stilistiche non sempre condivisibili, e l’ottimo ritorno tre anni fa con l’ispirato “Idiosincrasy”, la band genovese torna ad impadronirsi del trono che le spetta di diritto, mettendo sul piatto una quarantina di minuti di furia iconoclasta veicolata da capacità tecniche sopra la media e presentando un rilevante elemento di novità, racchiuso non tanto nel versante stilistico quanto in quello lirico.
Per la prima volta, infatti, i Necrodeath utilizzano in maniera continua e convincente la lingua italiana per descrivere la loro personale visione dei sette vizi capitali, un esperimento che riesce alla perfezione anche perché abilmente mediato dalla costante alternanza con il più tradizionale idioma inglese.

Sloth (accidia, assieme al’avarizia il peggiore dei sette vizi, sempre ammesso che gli altro lo siano tutti realmente …), Envy e Wrath sono sfuriate che lasciano il segno e che in maniera sintetica ed ugualmente efficace ribadiscono le coordinate di un genere, mentre Greed chiude l’elencazione dei Seven Deadly Sins esulando parzialmente dal contesto con l’esibizione di una componente melodica che consente a Pier Gonella di liberare le sue indiscusse di chitarrista.

La reincisione di due classici, provenienti rispettivamente da “Fragment Of Insanity” (Thanatoid) e “Into The Macabre” (Graveyard of the Innocents), sono il gradito omaggio volto ad impreziosire un disco che conferma quanto una storia ormai quasi trentennale (anche se dei protagonisti originari è rimasto il slo Peso) sia ben lungi dall’essere vicina al suo epilogo.
Chi si è entusiasmato, peraltro con più di una buona ragione, per quelle band che in quest’ultimo periodo hanno riportato all’attenzione il thrash riproponendolo sia nella sua versione più pura sia contaminandolo con il black o con il death, provi ad ascoltare con attenzione quest’album che chiarisce in maniera inequivocabile quali siano le gerarchie all’interno del genere.

Tracklist:
1. Sloth
2. Lust
3. Envy
4. Pride
5. Wrath
6. Gluttony
7. Greed
8. Thanatoid
9. Graveyard of the Innocents

Line-up:

Peso – Drums
GL – Bass
Pier – Guitars
Flegias – Vocals

NECRODEATH – Facebook

Inflikted – Inflikted

Si astengano dall’ascolto i maniaci dell’originalità a tutti i costi: questo è un disco di buon metal-rock, e di questi tempi non è affatto poco.

Potranno benissimo non piacere, ma non si può togliere ad una band storica come i Motorhead e a quel vecchio marpione di Lemmy Kilmister il merito di aver influenzato più di una generazione di musicisti Metal in giro per il mondo.

Lasciamo perdere gli ultimi album, che sono andati solo a rimpinguare una discografia già di per sè sconfinata risultando lavori di maniera, ma è innegabile che capolavori come “Ace Of Spades”, “Bomber” e “Overkill” possono essere considerati vangeli per ogni rocker che si rispetti.
Gli svedesi Inflikted, la lezione del protagonista della “sottile linea bianca” l’hanno imparata eccome, aggiungendo sprazzi di death’n’roll come si suona nella loro patria e thrash della scuola Sodom/Kreator.
Esordio auto intitolato per i quattro scandinavi, licenziato per la sempre più protagonista Wormholedeath, vera “cantera” del metal europeo, all’insegna dunque di un thrash metal dalle chiare infuenze Motorhead.
L’album si fa ascoltare, la ritmica molto rock’n’roll fa sì che i pezzi siano potenziali hits per le esibizioni live e la band suona compatta e “ignorante”, piacendo sicuramente sia agli amanti del combo di Lemmy che ai classici thrash metal fans.
Corporate Slut dà inizio alle danze e sembra di essere tornati all’era di “Ace Of Spades” almeno per altri cinque pezzi altrettanto buoni, nei quali il sound non si discosta da tali coordinate,fino ad arrivare alla strumentale Metal Fatigue, dove a fare da padrini del brano sono i Metallica,eccezione che conferma la regola per una song che presenta assolo e ritmiche di scuola americana.
Si ritorna a sbattere il cranio con The Art Of Hatred e la cavalcata hard punk Truck-Drivers Journey, mentre , mentre vengono ancora percorsi dagli Inflikted sentieri motorhediani con Tyger e Wrath Of The North, virata sul thrash la prima e più cadenzata e metal oriented la seconda.
Tutto sommato un buon esordio per la band di Stoccolma, ma meglio che si astengano dall’ascolto i maniaci dell’originalità a tutti i costi: questo è un disco di buon metal-rock, e di questi tempi non è affatto poco.

Tracklist:
1.Corporate Slut
2.Doctorcracy
3.Dual Personality
4.Heavenly Warfare
5.Inferno
6.Metal Fatigue
7.The Art Of Hatred
8.Truck-Drivers Journey
9.Tyger
10.Wrath Of The North

Line-up:
Fredrick Gard – drums
Mikael Harlsson – bass, vocals
John Michael Haugdahl – guitars, b.vocals
Vardan Saakian – guitars, b.vocals

INFLIKTED – Facebook

Mason – Warhead

Un album di thrash con gli attributi, consigliato a tutti i fans del genere.

Uno tsunami che tutto travolge è l’esordio sulla lunga distanza dei Mason, band australiana attiva dal 2009 con un Ep alle spalle.

Già dalla copertina gore, i Mason mettono in chiaro le loro intenzioni: distruggere i nostri padiglioni auricolari con un thrash violentissimo, dove Metallica, Testament, Sodom e Kreator sono le massime fonti di ispirazione. Alarium, brano strumentale, apre l’album, ma già dalla seconda traccia dal titolo Imprisoned siamo allo scontro con il mostro raffigurato in copertina, una carneficina a cui noi umani non ci possiamo sottrarre. Product Of Hate ricorda i primi Metallica di “Kill’em All”, un gran pezzo con l’alternanza di momenti cadenzati ed accelerazioni; grande il lavoro della ritmica su Ultimate Betrayal, dove l’headbanging e’ assicurato. Lost It All, song caratterizzata da un’intro acustica di buon effetto, esplode in un pezzo thrash classicissimo, dopo di che si torna a tavoletta con Wretched Soul e Ways Of The Week per poi arrivare alla title-track, brano trascinante dove tornano ad essere i Metallica gli ispiratori della band. Wasteland e Vengeance chiudono un album di thrash con gli attributi, consigliato a tutti i fans del genere.

Tracklist:
1.Alarium
2.Imprisoned
3.Product of hate
4.Ultimate betrayal
5.Lost it all
6.Wretched soul
7.Ways of the week
8.Warhead
9.Wasteland
10.Vengeance

Line-up
Nonda Tsatsoulis – drums
Jimmy Benson – vocals,guitars
Steve Montalto – bass
Chris Czimmermann – guitars

Right To The Void – Kingdom Of Vanity

I Right To The Void sono una giovane band francese che esordisce su lunga distanza con questo disco di prossima uscita intitolato Kingdom Of Vanity.

I ragazzi della Linguadoca ci regalano quaranta muniti di aggressione sonora a base di un death-core-thrash sicuramente ben eseguito e ben prodotto ma con il difetto d’essere piuttosto ripetitivo: la ricetta viene riproposta, di fatto, in ogni brano, con partenza a razzo, triggerate a manetta, alternanza tra screaming e growl per un risultato che potrebbe ricordare i primi In Flames, privati però di gran parte della componente melodica del loro sound. La forza d’impatto dei Right To The Void è comunque rimarchevole e Kingdom Of Vanity è un lavoro tutt’altro che disprezzabile, ciò che colpisce in negativo è essenzialmente la scarsa identità dei singoli brani all’interno della tracklist. Il chitarrista Gauthier sembra quasi voler centellinare i propri assoli ed è un vero peccato, vista l’incisività che mostra in tali frangenti; la base ritmica svolge in maniera competente il proprio lavoro mentre Guillame si sgola alternando costantemente i due stili vocali, facendosi preferire comunque quando opta per il growl. Il finale del disco riserva le cose migliori rappresentate dalla titletrack, dotata di un bel tiro e decisamente coinvolgente e, soprattutto, dal brano di chiusura, We Have Failed, un titolo che per fortuna non corrisponde all’esito finale di Kingdom Of Vanity. In quest’ultima occasione i ragazzi transalpini mostrano cosa potrebbero fare se solo provassero ad uscire con maggiore frequenza dal proprio canovaccio sonoro, sia con qualche sapiente rallentamento sia con un occhio di riguardo all’aspetto melodico del songwriting. Quindi, parafrasando l’ultimo titolo, è lecito affermare che i Right To The Void non hanno affatto fallito, lo dimostra l’encomiabile intensità che pervade l’intero lavoro, d’altra parte, però, possono e devono variare maggiormente la loro proposta per ritagliarsi uno spazio adeguato nella scena metal europea.

Tracklist:
1.Like A Disease
2.Phoenix
3.World Decay
4.A Black Conclusion
5.War Of Glory
6.In Oblivion
7.Reborn From Ashes
8.Again And Again … Until The End
9.Kingdom Of Vanity
10.Stay
11.We Have Failed

Line-up :
Guillaume – Vocals, Bass
Paul – Guitars
Gauthier – Guitars
Hugo – Drums

RIGHT TO THE VOID – Facebook

Infinite Translation – Masked Reality

Quaranta minuti di rara intensità che spiccano decisamente in un panorama nel quale la recente riscoperta e rivalutazione del thrash fornisce talvolta risultati asfittici e oggettivamente sopravvalutati.

Scrivere una recensione per dischi come quello degli Infinite Translation è un compito dannatamente facile e tremendamente complesso allo stesso tempo: facile, quando la musica che si sta ascoltando piace e le parole sgorgano dalla penna (o per meglio dire dalla tastiera) in maniera spontanea; complesso, se è praticamente impossibile non ribadire considerazioni esposte inevitabilmente in precedenza già da qualcun altro.

Perchè, diciamoci chiaramente come stanno le cose, un album come Masked Reality l’abbiamo già sentito decine di volte in passato, con titolo e monicker diversi stampati sulla copertina, ma inspiegabilmente (o forse no …) continua a piacerci in ogni occasione come se fosse la prima.
Il thrash metal dei francesi Infinite Translation è saldamente ancorato alla tradizione, ma ciò non impedisce alla band di Lille di risultare ugualmente fresca e attuale; se si evita di cercare a tutti i costi l’originalità dove, oggettivamente, non se ne sente neppure la necessità e si prova, invece, a concentrare l’attenzione in maniera oggettiva sul risultato finale, non si possono che trarre giudizi esclusivamente positivi.
Fin dall’opener Malicious Mental Oppression il treno impazzito guidato da Max Maniac travolge tutto e tutti senza lesinare una stilla di energia; brani dall’impatto devastante si susseguono senza soluzione di continuità nel solco tracciato da Exodus, Nuclear Assault, Destruction e co., mettendo a serio repentaglio l’ormai usurato rachide cervicale di chi scrive.
Nel solco della tradizione del genere troviamo anche la denuncia contro le storture della società contemporanea, ben rappresentata da una classica copertina raffigurante in primo piano un volto che, per quanto reso ancor più grottesco nelle sue fattezze, assomiglia in maniera evidente al ben noto Joseph Ratzinger, mentre le pecore dalle fattezze umane collocate sullo sfondo non è difficile immaginare a chi si riferiscano …
Quaranta minuti di rara intensità che spiccano decisamente in un panorama nel quale la recente riscoperta e rivalutazione del thrash fornisce talvolta risultati asfittici e oggettivamente sopravvalutati.

Tracklist :
1. Malicious Mental Oppression
2. Destined to Death
3. Join the Masses
4. Killing Sollution
5. I’ll Love You Dead
6. Lead to Madness
7. Life of Submission
8. The Boat Can Leave Now
9. Masked Reality

Line-up :
Jon Whiplash – Bass, Backing Vocals
Fish Killer – Drums
Max Maniac – Lead Guitars, Vocals
Guillautine – Rhythm Guitars, Backing Vocals

INFINITE TRANSLATION – Facebook

Southern Drinkstruction – Drunk Till Death

Non c’è nemmeno bisogno di una reunion dei Pantera, ce li abbiamo noi.

Immaginate i caduti della battaglia di Gettysburg che, posseduti dai Pantera, dai Texas Hippie Coalition e dal demonio del thrash metal, invadono il mondo, una bandiera sudista garrisce al vento e il sangue scorre..

Tutto questo e molto di più sono i Southern Drinkstruction di Roma, una banda di alcolisti sonori che mischiano southern metal, thrash, heavy e death metal in un blend unico, potentissimo e molto ma molto piacevole.
I ragazzi sono al terzo episodio su supporto fonografico, dopo l’Ep “Southern Drinkstruction” del 2007, il full-length “Drink With Us” del 2009, di cui sono fiero possessore, e l’attuale Drunk Till Death.
Il disco è una botta sonora notevole, metal fatto con una freschezza ed una passione davvero invidiabile, la potenza non viene mai meno e il tutto è davvero molto coinvolgente.
Io ascolto molto metal e spesso mi capitano ottimi dischi, a volte mediocri, a volte pessimi, nonostante il grande impegno, ma questo è un disco che sento in macchina la mattina, quando mi bevo delle birre la sera, e mi fa tornare in mente i tempi dei Pantera, dei racconti di Valerio Evangelisti, il gusto del metallo e della sabbia.
I Southern Drinkstruction sono uno dei migliori gruppi italiani del genere e hanno una grande autoironia, cosa che a volte nel metal difetta; dalle paludi cajun, dai vicoli di New Orleans, dalle sabbie dell’Arizona, ecco spuntare i Southern Drinkstruction.
Non c’è nemmeno bisogno di una reunion dei Pantera, ce li abbiamo noi.
In beer we trust.

Tracklist:
1. Drunk Till Death
2. On Your Knees
3. 6-Strings Skull
4. Dirty Sanchez
5. Evil Skies
6. Nasty Jackass
7. Redneck Zombie Distillery
8. Motor 666
9. Cumming in Socks
10. Drink Whiskey, Make Justice!
11. The Man With No Name
12. Slide Or Die!
13. Death Bells

Line-up:
Eddie Vagenius – Drums
Pinuccio “Ordnal” Landro – Guitars
Southern Bastard – Vocals
Zorro – Bass

SOUTHERN DRINKSTRUCTION – Facebook

Necrodeath – Idiosyncrasy

“Idiosyncrasy” è un disco che ci consegna una band in ottima forma e nel pieno della propria maturità.

E’ stato veramente desolante constatare che diverse persone abbiano storto il naso a priori alla notizia che il nuovo lavoro dei Necrodeath sarebbe stato costituito da una suite di 40 minuti, per di più con una copertina con i nostri abbigliati in stile “Le Iene”.

Eppure dovrebbe essere noto a tutti, addetti ai lavori e non, che stiamo parlando di una band che per la propria storia, la perizia tecnica e le capacità compositive dei musicisti coinvolti, non ha certo bisogno di alcun beneplacito per discostarsi dalle consuetudini del metal estremo (al riguardo inviterei i più smemorati a ridare un ascolto ai due “Crimson” degli Edge Of Sanity…)
Del resto, fin dal magnifico album della rinascita “Mater Of All Evil”, edito nel 1999, Peso e compagni hanno avuto il merito di cercare ad ogni uscita nuove forme espressive pur senza snaturare la naturale componente black/thrash della loro proposta; va detto, onestamente, che non sempre i risultati sono stati all’altezza delle aspettative ma non è certo questo il caso di Idiosyncrasy , disco che ci consegna una band in ottima forma e nel pieno della propria maturità.
Come è facilmente intuibile, la scelta di presentare il disco sotto forma di un unico brano nasce dall’esigenza di fornire una struttura musicale adeguata ad un concept, che, in questo caso, verte sull’eterna dicotomia tra bene e male e sulla strada irta di difficoltà che deve percorrere ogni individuo alla ricerca della pace interiore; musicalmente ci troviamo dinnanzi ad una scrittura caratterizzata da una violenza disturbante, di sicuro nulla di noioso o di ridondante come magari temevano (o auspicavano…) le solite cassandre.
La caratteristica voce di Flegias, ideatore del concept, la terremotante base ritmica formata da Peso e G.L. e la riconosciuta tecnica chitarristica di Pier Gonella, sono messe al servizio di un album che necessita di diversi ascolti prima di far breccia nell’ascoltatore.
Forse sta proprio in questo aspetto la sola controindicazione riscontrabile nella scelta dei Necrodeath: non tanto a causa della sua limitata immediatezza o della conseguente assenza del caratteristico brano trainante quanto per la necessità di un ascolto integrale dell’intera opera per poterne cogliere in modo esauriente ogni sfumatura.
Ma, al di là questo inconveniente che è del tutto ascrivibile ad una scelta decisamente anti-commerciale, l’esperimento della band genovese può dirsi totalmente riuscito e non sono certo il solo a pensarla così a giudicare da questa recente dichiarazione rilasciata sul suo blog dal noto giornalista inglese Dom Lawson : “Ascoltate Idiosyncrasy, bevete grandi quantità di birra e fate finta che la collaborazione fra i Metallica e Lou Reed non sia mai esistita!”

Tracklist:
1. Part I
2. Part II
3. Part III
4. Part IV
5. Part V
6. Part VI
7. Part VII

Line-up:
Peso – Drums, Lyrics
GL – Bass
Pier Gonella – Guitars
Flegias – Vocals, Lyrics

NECRODEATH – Facebook

Black Propaganda – Black Propaganda

L’antidoto ideale da assumere per contrastare l’ipocrisia che ci ammorba puntualmente ogni anno durante il periodo natalizio ha un nome : Black Propaganda.

L’antidoto ideale da assumere per contrastare l’ipocrisia che ci ammorba puntualmente ogni anno durante il periodo natalizio ha un nome : Black Propaganda.

Nell’ambiente dei media viene così definita quel tipo di informazione falsa e diffamatoria che si professa proveniente da una fonte amica, ma che in realtà giunge dallo schieramento opposto; tale stratagemma venne attuato in particolare al termine della 2° guerra mondiale da quelle nazioni che avrebbero poi finito per soccombere (Italia e Germania in primis…)
Questa premessa è utile per poter meglio comprendere da dove tragga linfa la rabbia distruttiva che pervade l’intero lavoro dei Black Propaganda nei suoi 51 minuti, ma se ciò non dovesse essere sufficiente ci viene in soccorso la band stessa con la seguente dichiarazione d’intenti riportata nella propria “bio” :….brani ossessionati dal rancore sociale, dall’instabilità e dalla falsità psichica dell’essere umano…
Ciò che ne scaturisce è un grande album di thrash-death, inevitabilmente influenzato dalle migliori produzioni di Slayer, Pantera, The Haunted, Entombed, ma lo fa rifuggendo gli stilemi del genere e rimodellando in maniera del tutto personale un sound terremotante che spazza via svariati epigoni delle suddette band nonché la maggior parte delle uscite metal-core che hanno inflazionato il mercato discografico negli ultimi anni .
Da Hit The Mass, che come promette il titolo scuote l’ascoltatore dal suo torpore immergendolo all’istante nella violenza sonora che sarà il filo conduttore dell’album, passando per Craving, No Prejudice, la magnifica About Me (inserita lo scorso anno nel cd-compilation di Rock Hard) fino alle conclusive Livid Taste e Black Propaganda/The Prophet Of The Gore, la band torinese non si concede tentennamenti o divagazioni di alcun tipo e sfodera un lavoro che merita il supporto incondizionato di chi ha realmente a cuore la salute della scena metal tricolore.
Nulla da eccepire sulla produzione che valorizza al massimo l’eccellente lavoro chitarristico di Ian Binetti, le vocals efferate di Jacopo Battuello e la puntuale base ritmica fornita dalla batteria di Eric Di Donato.
Un plauso va infine anche alla Nadir Music per aver arricchito ulteriormente il proprio roster con una band dal potenziale esplosivo come i Black Propaganda.

Tracklist:
1. Punishers of No One Sin
2. Hit the Mass
3. Craving
4. No Prejudice
5. Cynic Apnea
6. I Clean My Mind Imploring for Coma
7. About Me
8. Destroy to Survive
9. Livid Taste
10. Black Propaganda / The Prophet of the Gore

Line-up:
Eric Di Donato – Drums
Ian Binetti – Guitars
Jacopo Battuello – Vocals
Federico Tinivella – Bass