Recensione

Benché il Principato di Monaco sia da secoli a tutti gli effetti uno stato autonomo, è difficile comunque non considerarlo a tutti gli effetti parte della Francia, non solo geograficamente ma anche culturalmente.

E’ anche per questo, forse, che uno dei rari esempi di metal proveniente dall’incantevole enclave posizionata tra la Costa Azzurra ed il confine italiano, rappresentato dal duo denominato Hardcore Anal Hydrogen, mostra in tutto e per tutto quelle caratteristiche di totale e schizofrenica follia di gruppi transalpini come 6:33 o Pryapisme (solo per citarne due nei quali ho avuto occasione di imbattermi).
In Hypercut non sorprende, quind,i il vedere bandita ogni idea di forma canzone a favore di un espressione sonora volta alla totale imprevedibilità e alla più libera sperimentazione.
All’interno degli undici brani presenti nell’album possiamo trovare frammenti di qualsiasi genere musicale conosciuto, posizionati senza apparente logica né soluzione di continuità: è evidente che un lavoro di queste caratteristiche non potrà mai avere quale sua principale caratteristica l’omogeneità, per cui la maniera ideale per godere dei suoi contenuti è quella di provare ad indovinare da dove possano provenire tutte le pulsioni che si accavallano vorticosamente sullo spartito (che immagino preveda un notevole sforzo mnemonico degli stessi musicisti per non perdere il filo del discorso).
Vista l’impossobilità materiale di scrivere per filo e per segno il contenuto delle singole tracce, proviamo ad individuare alcuni passaggi salienti posizionati nel corso dell’album, utili a far capire cosa ci si debba attendere dall’ascolto di Hypercut: partendo dall’inizio, Jean-Pierre è forse l’unico brano che abbia una vaga idea di forma canzone, almeno nel suo srotolarsi a velocità folle nella prima parte, come in una sorta di punk hardore psicotico che viene successivamente sommerso da un rumorismo elettronico, tratto comune dell’album, che a tratti fa pensare essere stati catapultati in un folle video game, tutto questo non prima di regalare un bellissimo finale a suo modo melodico ed atmosferico.
La roche et le rouleau è, invece, una traccia che più di altre fa riferimento ai già citati 6:33 (autori con Deadly Scenes di uno dei migliori album del decennio), grazie al suo rock’n’roll sghembo e malato , mentre il primo minuto di Murdoc sembra provenire addirittura da Tarkus degli ELP … Capite bene che qui l’unico approccio dell’ascoltatore può essere quello improntato alla massima apertura mentale e, in tal caso, le gratificazioni non mancano perché Sascha e Martyn non mollano mai la presa e soprattutto non si stancano di mutare stili ed umori con la stessa velocità con la quale cambia abito in scena un trasformista
Hypercut è un album che magari si farà fatica ad ascoltare dalla prima all’ultima nota, ma può rivelarsi molto interessante per chi ritiene terribilmente scontata la musica, per così dire, “normale” …

Tracklist:
1. Jean-Pierre
2. Coin coin
3. La roche et le rouleau
4. Paul
5. Blue Cuts
6. Charme oriental
7. Phillip
8. Murdoc
9. Entropie Maximum
10. Sproutch
11. Daube carotte
12. Automne 1992
13. Bontemmieu
14. Alain, l’homme télévitré (Finale)

Line-up:
Sacha Mouk : Vocals, Programming
Martyn Circus : Guitars, Programming

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