Recensione

Gli esordi degli svedesi Funeral Mist, sicuramente affetti anche da produzioni non all’altezza, non mi hanno mai completamente convinto; una band i cui primi vagiti risalgono al lontano 1995, ma che vede uscire il primo full-length solo nel 2003 (Salvation, in precedenza era già uscito un ep, Devilry).

Onestamente non sono mai impazzito per questo gruppo svedese. Devilry e Salvation erano molto caos sonoro e poca musica; si potrebbe definire un raw all’ennesima potenza. Violenza e velocità, quasi sempre fini a se stesse, un sound talvolta difficilmente accostabile al genere Black Metal , ove il raw ne rappresenta unicamente un singolo aspetto, e forte delle miriadi di possibili varianti (classic, funeral, doom, depressive, symphonic, ambient, drone, atmospheric su tutte), che non impone necessariamente a una band di suonare per il solo gusto di raggiungere velocità warp; violenze sonore più accostabili al grindcore e cacofonie musicali che confondono l’ascoltatore e lo mandano in confusione troppo spesso, più tipiche di uno stile noise (ma sarà poi un genere musicale, mah?). I primi Napalm Death o il deathcore di molte band americane di fine anni ‘90 (pensiamo agli Atrocity US), sembrano qui far da padrone, più che oneste (e meglio centrate) storiche influenze tipiche del genere: dai primi Bathory ai Darkthrone, dai Mayhem ai Marduk …appunto, e prima ancora Venom ed Hellhammer . Furiosi attacchi sonori, poche pause, quasi nessun mid-tempo, ed un cantato – quello di Arioch, meglio conosciuto come Mortuus, frontman dei Triumphator e soprattutto singer dei Marduk dal 2004, all’anagrafe Hans Daniel Rostén – sovrastato spesso dalla base ritmica che copre il disperato tentativo di una voce che vuole emergere, senza quasi mai successo, come un operaio che cerca di farsi sentire dai propri colleghi, mentre un martello pneumatico in un cantiere assorda tutto e tutti . Queste sono – a mio avviso – le sensazioni che abbiamo, ascoltando i primi due lavori dei nostri. A dire il vero non butterei via completamente questi due album; per chi ama il raw portato all’estremo, un drummng – quello di Necromorbus – senza respiro, sparato alla velocità della luce, chitarra e basso che pare facciano a gara per decidere chi è più veloce, incartandosi qualche volta tra loro, generando effetti spesso cacofonici, e un cantato sempre in bilico tra lo scream e il growl, deve possedere anche questi primi lavori. Non fosse altro per comprendere meglio quale sia stata la successiva evoluzione (e aggiungo, per fortuna) del gruppo svedese, o farei meglio a dire della one-man band di Arioch, visto che dal successivo album, (Maranatha) sino ad arrivare all’oggetto della nostra recensione, i vecchi membri (Necromorbus e Nacash) sono scomparsi, sebbene fonti non ufficiali parlino di una collaborazione con il batterista dei Deathspell Omega.
Effettivamente già da Maranatha (2009) si percepiva l’intento di Mr. Rostén di voler cambiare qualcosa, di voltar pagina, di sperimentare. Intendiamoci, non a discapito della velocità – baluardo imprescindibile del frontman dei Marduk…appunto – bensì anche a favore di un suono più complesso, più misurato, più ragionato, per una miglior amalgama di velocità e pause, di violenza sonora e profondi cadenzati respiri. Arioch ha lavorato anche sulla propria voce, qui spesso in bilico tra uno scream e un crust (forse troppo spesso crust), intervallato dall’ossimoro, clean-sporco.
Inaspettato il cambiamento, inatteso il cambio di marcia. Inverosimile, seppur credibile e soprattutto agognato, il nuovo Hekatomb, ovvero il sinestetico oscuro sapore di diabolica maligna novità sonora; nefande furiose velocità permeate di annichilenti pause, rese ancor più sulfuree da un synth in sottofondo, trasportato da un desolato alito di vento, che pare uscito direttamente da Silent HIll (come in Cockatrice) e che quasi in un estremo mortale abbraccio, si lega alla successiva Metamorphosis, cadenzata da lenti ritmi funerei, suggellati dai dolorosi lamenti di Arioch, e da rabbrividenti cori gregoriani.
Non manca il tremolo tipico del guitar sound in pieno stile Black che, costruito su riff che tolgono letteralmente il fiato, fornisce munizioni al drumming, in una sparatoria sonora dove, come un potente e micidiale RPG, miete vittime tra gli ascoltatori. Stiamo parlando di tracks come Within the Without (non With or Without You), che nei brevissimi e rarissimi momenti di quiete, ci diletta con sottofondi di campane a morto, che flirtano con il cantato di Arioch, in un’armoniosa ma macabra storia d’amore; o come in Hosanna, vero fiume sonoro in piena, che esonda travolgendoci, come un flash flood tanto inaspettato, da coglierci all’improvviso, in una giornata tranquilla, annegando ogni nostro credo musicale, vero o falso che sia.
Che dire poi di Pallor Mortis, lamentoso mefitico momento teatrale “his et nunc”, che ci avvolge e ci obbliga a vivere – ora o mai più – un dissennato percorso musicale, che potrà solo ed unicamente portarci all’estremo fatale passo; laceranti e strazianti urla (forse) infantili, in un equilibrio da cerimoniale sabbatico, fanno da contraltare al disperato scream di Arioch, che più che in qualsiasi altra canzone dell’album, qui ci inebria e ci ubriaca di vino rancido, sino a farci perdere i sensi. Canzone terminale (anche nel letterale senso della parola) ma anche demoniaca avanguardia di quello che saranno (speriamo) le prossime future produzioni.

Tracklist
1.In Nomine Domini
2.Naught but Death
3.Shedding Skin
4.Cockatrice
5.Metamorphosis
6.Within the Without
7.Hosanna
8.Pallor Mortis

Line-up
Arioch – Bass, Vocals, Guitars

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