Recensione

A distanza di ben 9 anni da All Shall Fall esce l’ultimo lavoro dei leggendari norvegesi Immortal, vera icona del black metal mondiale.

Di anni ne sono passati da quel lontano 1991 quando, con l’uscita del loro primo demo omonimo, si iniziò a delineare l’oscuro sentiero del nuovo genere musicale, l’estrema espressione sonora di un manipolo di adepti, a quel tempo ridotto a pochi pazzi scandinavi che, attingendo da band cult quali Venom, Celtic Frost, Hellhammer e Bathory, vollero dare un nuovo senso alla musica estrema; stiamo parlando degli inizi degli anni ‘90, ovvero quando i “metallari più estremi” erano già stati sconvolti dai nuovi orientamenti musicali – alcuni vissero quel momento come vera e propria violenza personale – di album quali Human (Death), Chaos A.D. (Sepultura), Shades of God (Paradise Lost), e pertanto di band-icona del death metal, ossia la massima espressione di estremizzazione dell’heavy metal di allora.
Forse per questa ragione (e per diverse altre) il black ebbe una certa facilità, nel radicarsi tra coloro i quali, volendo sfidare ulteriormente i propri timpani, e oramai convinti del fatto che l’heavy metal dovesse essere solo l’inizio della missione che un qualche Dio della musica gli aveva assegnato per spingersi sempre oltre, portarono il secondo senso, alla sfida finale, quella terminale.
Ed ecco allora che ci venne in aiuto il black metal, estremo non solo nella musica, ma anche nelle liriche, nel look (il favoloso face-painting), e in tutto quello che esso rappresentava: Darkthrone, Mayhem, Satyricon, Dimmu Borgir, Emperor, Enslaved ed Immortal, appunto.
Pensando proprio agli attori di questa recensione, non posso che inchinarmi, di fronte al nuovo lavoro. Da Diabolical Fullmoon Mysticism del 1992 ne è passata di acqua (nera ed inquinata) sotto i ponti. Addirittura, tra i vari cambi di line-up, quasi ovvie per band così longeve, ci siamo ”persi” per strada l’emblematico co-fondatore della band, Mr. Olve Eikemo, alias Abbath Doom Occulta, oggi sostituito in toto dal bravissimo altro membro storico e co-fondatore della band Demonaz (compositore, voce, chitarra e testi) e coadiuvato dal bestiale drumming di Horgh, che dal 1997 fa da spola tra gli Hypocrisy e, appunto, gli Immortal. Al basso (ospite) un certo Peter Tagtgren, frontman degli Hypocrisy e qui anche in veste di curatore della registrazione.
Northern Chaos Gods – posso affermarlo con sicurezza – è il vero capolavoro degli Immortal! Violento, gelido, oscuro, ma altresì, vichingo, epico, ancestrale. L’album inizia con la title-track, che ci travolge con i suoi 4 minuti e mezzo circa di pura essenza Immortal; velocità della luce e ritmi sempre e solo serratissimi, non ci permettono un secondo di respiro, facendoci trattenere il fiato sino alla fine. Possiamo respirare, un poco, grazie al blast beat della successiva Into The Battle Ride, dall’efficace groove estremo per la gioia degli headbangers più scatenati. Benvenuti nel mito con Gates To Blashyrkh, leggendario regno di ghiaccio governato dal Dio-Re The Mighty Ravendark: favoloso pezzo, il migliore dell’album, il più complesso e magistralmente suonato dai nostri. Mid-tempo, arpeggi e tremolo, rendono questa track un imponente, monumentale, epico inno ai miti nordici e vichinghi. “The Northern Dark – Where Winterkings Rule – Far From The Light – Gates To Blashyrkh Rise”, sussurra a metà canzone Demonaz, accompagnato unicamente da un desolato arpeggio, prima di ripartire con potenza e vigore.
Vero european blast per Grim And Dark, un pezzo carico di energia, dove l’alternarsi di grancassa/piatti e rullante ci precipita ad un loro show, sognando di essere in prima fila, sotto il palco, a sbattere la testa.
We are Called To Ice”, canta nella successiva Demonaz, con i suoi ciclici ritmi che, come cadenzati da un metronomo, ci ossessionano con la loro incessante pesantezza e ripetitività; vi giuro, inizierete a muovere la testa su e giù, inconsciamente, sino all’ultima nota.
When Mountains Rise – insieme all’ultima traccia Mighty Ravendark – sono, in assoluto, le più bathoryane dell’album. Qui i riff di Demonaz, e l’ipnotico incedere del drumming di Horgh creano suoni malinconicamente viking, che lentamente ci avvolgono e quasi ci assopiscono. Ma ci pensa Blacker Of Worlds a farci uscire improvvisamente dal torpore: una vera bomba sonora, il brano più corto dell’album, ma anche il più veloce e il più acido, quasi raw.
L’album termina con i quasi 10 minuti di Mighty Ravendark, altra magnifica espressione bathoryana delle ghiacciate Terre del Nord. La struttura e il corpo, ovviamente, ricordano Gates To Blashyrkh (medesima origine ispiratrice). Nelle liriche, le parole come frozen, cold winds, frost e shadows, ne sono l’epifora; no sun, storm e snow ne sono l’anafora. Racchiudono il corpo gelido, di un rapsodico e leggendario pezzo che, abbracciato all’inizio e alla fine da un solenne arpeggio, rimarrà nella storia del black metal, e ne sarà, quasi sicuramente, l’imprinting per le future produzioni del genere.

Tracklist
1.Northern Chaos Gods
2.Into Battle Ride
3.Gates to Blashyrkh
4.Grim and Dark
5.Called to Ice
6.Where Mountains Rise
7.Blacker of Worlds
8.Mighty Ravendark

Line-up
Demonaz – Vocals, Guitars, Songwriting, Lyrics
Horgh – Drums

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