Recensione

Per farmi uscire dalla confortevole cripta virtuale, all’interno della quale mi abbevero di tutte le sonorità più cupe e funeree che il mondo musicale può offrire, ci vuole qualcosa di unico, di speciale, capace di entrare in rotazione pressoché fissa nel lettore, anche se di genere normalmente estraneo ai miei ascolti abituali.

L’anno scorso questo “evento” si era verificato grazie ai francesi 6:33, mentre in questo 2016 credo proprio che il loro posto verrà preso dai magnifici tunisini Myrath.
La band nordafricana non è, in effetti, una sopresa vera e propria, neppure per me visto che avevo già avuto modo, qualche anno fa, di apprezzarne le indiscutibili doti espresse con il terzo full-length Tales of the Sands.
Quel lavoro, così come i precedenti, metteva in evidenza un gruppo di assoluto livello ma, ammettiamolo, molta dell’attenzione nei suoi confronti derivava dalla nazione di provenienza, inutile girarci intorno, e questo induceva inevitabilmente a deformare la percezione del contenuto musicale, badando più all’aspetto esotico della proposta che non al suo effettivo e ben consistente valore.
Legacy, lo spero con tutto il cuore, dovrebbe sgombrare il campo da ogni distorsione, rendendo il disco dei Myrath “semplicemente” un capolavoro scritto e composto da musicisti che vivono su questo pianeta, punto; poi, è evidente quanto la grandezza di questo album derivi anche da quelle origini, oggi più che mai compenetrate con la struttura heavy/prog dei brani grazie ad un lavoro di arrangiamento a dir poco stupefacente, oltre che all’operato di un tastierista dalla statura superiore alla media (in tutti i sensi) come Elyes Bouchoucha, in grado di ammantare il sound dei Myrath di quelle orchestrazioni arabeggianti che lo rendono unico.
Questa commistione sonora in passato era riuscita altrettanto bene agli Orphaned Land (soprattutto in Mabool), ma la proposta della band israeliana traeva vantaggio da una maggiore eterogeneità che, quindi, consentiva di spaziare con disinvoltura da partiture estreme a passaggi etnici, senza però raggiungere l’amalgama perfetta espressa invece dai tunisini: in Legacy ogni singola strofa è immersa in questa atmosfera davvero speciale, con suoni caldi e comunque differenti da quelli, solo apparentemente simili, che possono giungere dall’Europa o dagli States; infatti, i Myrath riescono in maniera continua a conferire al loro sound la “riconoscibilità”, ovvero quel quid che rende ogni nota suonata da una band una sorta di marchio di fabbrica.
Certo, si potrebbe obiettare che, esemplificando al massimo, la musica ascoltata in Legacy sia una sorta di versione alleggerita ed arabeggiante dei Symphony X ma, fermo restando che ciò non sarebbe affatto sminuente nei confronti dei Myrath, va ribadito che qui non si sta parlando dell’invenzione di un nuovo genere, bensì di una rielaborazione dell’esistente in maniera del tutto personale: Legacy è un lavoro tutto sommato ortodossamente prog/heavy metal, per cui la bravura dei nostri risiede proprio nella capacità di apparire “unici”, pur muovendosi all’interno di un territorio dai confini stilistici ben definiti.
Del disco restano da citare i brani migliori, ma per far questo sarebbe sufficiente fare un copia-incolla della tracklist, visto che non c’è un solo brano debole tra gli undici (più intro) presentati; messo alle strette confesso però di avere maturato un debole per il singolo Believer (da godersi il video che lo accompagna), per Nobody’s Lives, con il suo refrain cantato in lingua madre, e per quello che ritengo uno dei brani migliori ascoltati negli ultimi tempi, la magica ed evocativa Duat.
Zaher Zorgati è il cantante perfetto per una band si questo tipo, con una voce che potrebbe definirsi, con molta approssimazione, un ipotetico punto d’incontro tra Dio, Jorn Lande e Roy Khan: un vocalist del quale si apprezzano, comunque, le doti interpretative ed espressive più che i virtuosismi.
Inevitabilmente ottimo il lavoro del chitarrista Malek Ben Arbia, fondatore della band quando era appena un ragazzino, meno appariscente in fase solista del suo modello Michael Romeo ma non di meno efficace, ed impeccabile la base ritmica fornita da Anis Jouini al basso e dal francese Morgan Berthet alla batteria.
Legacy è l’album che DEVE consacrare questa risplendente realtà musicale, trattandosi della naturale finalizzazione di un talento non comune; il fatto stesso che la band abbia deciso di autointitolare l’album (non è un refuso, Legacy è la traduzione inglese di Myrath) rende l’idea di quanto questo passo fosse ritenuto fondamentale per imprimere una svolta decisiva e definitiva ad una carriera che, da qui in poi, ci si augura possa proseguire in maniera altrettanto luminosa, per la gioia di tutti gli appassionati di musica in senso lato.
Nei primi anni del secolo un gruppo di ragazzi tunisini si dilettava a suonare cover dei Symphony X: nel 2016 quei ragazzi, diventati i Myrath, stanno intraprendendo un tour con quelli che erano i loro idoli (dalla nostre parti arriveranno il 3 marzo all’Alcatraz di Milano), con il concreto “rischio” di metterne in dubbio la leadership e, mi si creda, non sto affatto esagerando …

Tracklist
1.Jasmin
2.Believer
3.Get Your Freedom Back
4.Nobody’s Lives
5.The Needle
6.Through Your Eyes
7.The Unburnt
8.I Want To Die
9.Duat
10.Endure The Silence
11.Storm Of Lies
12.Other Side

Line-up:
Anis Jouini – Bass
Malek Ben Arbia – Guitars
Elyes Bouchoucha – Keyboards, Vocals
Zaher Zorgati – Vocals
Morgan Berthet – Drums

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