Astral Doors – Worship Or Die

Worship Or Die mette ben in evidenza tutte le caratteristiche del suono Astral Doors, quindi difficilmente riuscirà ad entrare nelle grazie di chi ha sempre ignorato la band, ma di contro saprà come soddisfare i propri fans e gli amanti dei suoni classici di matrice britannica.

Ennesimo lavoro degno di nota per gli svedesi Astral Doors, arrivati con Worship Or Die al nono album di una carriera che ha portato loro, in termini di notorietà, meno di quello avrebbero meritato, in quanto sicuramente non originali ma dotati di un talento per l’hard & heavy che li ha portati negli anni ad essere considerati come una delle band più accreditate a prendere l’eredità di quel suono legato alla triade Rainbow/Dio/Black Sabbath (era Dio/Martin), oggi saldamente in mano a Jorn Lande.

I primi anni per il gruppo guidato dalla carismatica voce del cantante Nils Patrik Johansson, avevano fatto gridare al miracolo più di un addetto ai lavori, grazie ad una serie di album bellissimi come Of the Son and the Father e Evil Is Forever, spuntati sul mercato nei primi anni del nuovo secolo e che mettevano in luce un gruppo che andava oltre ai suoni power e seguiva le orme del leggendario heavy rock britannico riletto in chiave più potente e metallica.
Il nono album degli Astral Doors non delude chi ne ha seguito le sorti, essendo melodico e diretto come già gli ultimi lavori: si parte con una coppia di brani spettacolari come Night Of The Hunter e This Must Be Paradise, le coordinate stilistiche non cambiano di una virgola, piuttosto le atmosfere tendono a dilatarsi di meno rispetto ai primi lavori e l’ascolto ne giova grazie ad una serie di tracce che cercano fin da subito appeal ed immediatezza.
Ne esce un album che ha ben in evidenza tutte le caratteristiche del suono Astral Doors, quindi difficilmente riuscirà ad entrare nelle grazie di chi ha sempre ignorato la band, ma di contro saprà come soddisfare i propri fans e gli amanti dei suoni classici di matrice britannica.

Tracklist
01. Night Of The Hunter
02. This Must Be Paradise
03. Worship Or Die
04. Concrete Heart
05. Marathon
06. Desperado
07. Ride The Clouds
08. Light At The End Of The Tunnel
09. St. Petersburg
10. Triumph And Superiority
11. Let The Fire Burn
12. Forgive Me Father

Line-up
Nils Patrik Johansson – Vocals
Joachim Nordlund – Guitars
Mats Gesar – Guitars
Jocke Roberg – Keyboards
Ulf Lagerstroem – Bass
Johan Lindstedt – Drums

https://www.facebook.com/Astraldoorssweden/

Ravensire – A Stone Engraved in Red

I Ravensire regalano un altro buon esempio di heavy metal old school, epico ed incentrato su riff scolpiti nella roccia, cavalcate dai natali maideniani ed impatto hard & heavy che richiama il sound di Heavy Load e Slough Feg.

Dei Ravensire vi avevamo parlato tre anni fa in occasione dell’uscita di The Cycle Never Ends, secondo lavoro su lunga distanza dopo il debutto rilasciato nel 2013 ed intitolato We March Forward.

Il quartetto proveniente da Lisbona, ora formato da Nuno (chitarra), Rick (basso e voce), Mário (chitarra) e Alex (batteria), regala un altro buon esempio di heavy metal old school, epico ed incentrato su riff scolpiti nella roccia, cavalcate dai natali maideniani ed impatto hard & heavy che richiama il sound di Heavy Load e Slough Feg.
Come nell’album precedente sono le atmosfere epiche a farla da padrone, in brani che alternano cavalcate di heavy metal classico e mid tempo epic metal, dove il gran lavoro delle due chitarre si staglia su otto brani che fin dall’opener Carnage at Karnag sono pregne di atmosfere fiere ed evocative.
Licenziato dalla Cruz del Sur Music, A Stone Engraved in Red risulta un’opera suggestiva, tra inni alla gloria metallica, solos che illuminano il campo di battaglia, ritmiche che danno il tempo a marce ed assalti verso la gloria o la morte, mentre tutto si colora di rosso del sangue di chi soccombe al suo nemico.
I Ravensire hanno trovato la loro definitiva strada: il loro sound, pur derivativo. non manca di potenza e forza metallica e le atmosfere epiche che incontrano il classico heavy metal anni ottanta sono racchiuse in una serie di brani in cui l’acciaio diventa rosso per la potenza di fuoco espressa da tracce come la splendida After The Battle, brano che riassume il credo musicale di questi portoghesi.

Tracklist
1. Carnage at Karnag
2. Thieves of Pleasure
3. Gabriel Lies Sleeping
4. Dawning in Darkness
5. Bloodsoaked Fields
6. After the Battle
7. The Smiting God
8. The Games of Titus

Line-up
Nuno – Guitars
Rick – Bass / Vocals
Mário – Guitars
Alex – Drums

https://www.facebook.com/Ravensire

Demons & Wizards – Demons & Wizards

In versione rimasterizzata, il debutto omonimo dei Demons & Wizards, pur non raggiungendo l’altissimo livello degli album delle band di Schaffer e Kursch si conferma un buon lavoro di power metal che guarda più al nuovo continente che alla vecchia Europa

Nella seconda metà degli anni novanta il clamoroso ritorno in auge del metal di stampo classico avvenne grazie anche due gruppi lontani geograficamente e musicalmente tra loro, ma uniti dai due carismatici leader e da una manciata di lavori che ne decretarono l’immortalità.

Iced Earth e Blind Guardian, Stati Uniti e Germania, power/thrash americano e power metal tedesco, più semplicemente Jon Schaffer ed Hansi Kursch, due dei musicisti e compositori più importanti di tutto il mondo del metal classico, autori con le loro band di autentici classici come The Dark Saga e Something Wicked This Way Comes o Imaginations from the Other Side e Nightfall in Middle-Earth.
I due, amici da tempo, decisero verso il finire del decennio che li vide protagonisti del mercato metallico internazionale di unire le forze in un progetto chiamato Demons & Wizards e che portò in dote due lavori: questo esordio omonimo licenziato nel 1999 e Touched By The Crimson King stampato nel 2005.
Questa nuova ristampa targata Century Media arriva in occasione di un tour estivo che il duo affronterà prima di rilasciare il nuovo album previsto nel 2020 e prevede artwork rinnovato, Limited Edition Digipak e limited Deluxe 2LP.
Rimasterizzato da Zeuss (Iced Earth, Queensrÿche, Sanctuary), il debutto omonimo dei Demons & Wizards, pur non raggiungendo l’altissimo livello degli album delle band madri, risulta un buon lavoro di power metal che guarda più al nuovo continente che alla vecchia Europa: i brani scritti da Schaffer in passato mantengono un taglio Iced Earth nei quali la voce di Kursch non sfigura di certo, anche se è l’oscurità ed il classico taglio drammatico del musicista statunitense a prevalere.
Chiunque si consideri un fan del genere e delle band in questione conoscerà perfettamente questo storico lavoro, in questa versione ricco di alcune bonus track (tra cui la famosa White Room dei Cream), quindi il consiglio è di non perdersi le date live del duo, raggiunto per l’occasione da Jake Dreyer (Iced Earth, Witherfall) alla chitarra, Frederik Ehmke (Blind Guardian) alla batteria, Marcus Siepen (Blind Guardian) al basso e Joost Van Den Broek (Ayreon) alle tastiere a formare un vero e proprio super gruppo power/thrash/heavy metal.

Tracklist
1. Rites of Passage
2. Heaven Denies
3. Poor Man’s Crusade
4. Fiddler on the Green
5. Blood On My Hands
6. Path of Glory
7. Winter of Souls
8. The Whistler
9. Tear Down the Wall
10. Gallows Pole
11. My Last Sunrise
12. Chant
13. White Room
14. The Whistler
15. Heaven Denies

Line-up
Hansi Kürsch – vocals
Jon Schaffer – guitars

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Spirit Adrift – Divided By Darkness

Gli Spirit Adrift hanno scritto un album molto ispirato e convincente, un passo avanti deciso per conquistare i cuori degli appassionati.

Se il precedente lavoro (Curse Of Conception), uscito un paio d’anni fa aveva lasciato buone sensazioni, nonostante non fossero ancora del tutto sfruttate le potenzialità in mano al gruppo Dell’Arizona, questo nuovo album registra un notevole passo avanti compiuto dagli Spirit Adrift.

Giunto al terzo album, la band statunitense mette in campo tutta la sua forza d’urto e Divided By Darkness può sicuramente rivelarsi un’ottima sorpresa per gli amanti dell’heavy doom di matrice sabbathiana.
Oltra alla leggendaria band di Birmingham, il gruppo mette in campo tutte le sue maggiori influenze creando un sound roccioso e imprreziosito da uno stato di grazia compositivo che fa brillare queste otto nuove tracce.
Anche Iron Maiden, Cathedral, Pentagram e Trouble confluiscono nel sound di Nathan Garrett e soci in quello che è sicuramente il picco qualitativo da quando ha avuto inizio la parabola degli Spirit Adrift.
Brani potenti, con cascate di riff e solos che portano l’acciaio a temperature altissime, mid tempo e cavalcate si alternano ad atmosferiche parti rallentate (bellissima Angel & Abyss), con un’epicità di fondo sempre presente, collocando Divided By Darkness tra le opere più interessanti degli ultimi tempi in ambito underground nel genere, grazie a bordate metalliche come l’opener We Will Not Die, Tortured By Time e la conclusiva The Way Of Return.
Gli Spirit Adrift hanno scritto un album molto ispirato e convincente, un passo avanti deciso per conquistare i cuori degli appassionati.

Tracklist
1.We Will Not Die
2.Divided by Darkness
3.Born into Fire
4.Angel and Abyss
5.Tortured by Time
6.Hear Her
7.Living Light
8.The Way of Return

Line-up
Divided By Darkness Recording Credits:
Nathan Garrett – Lead and Harmony Vocals / Guitar / Bass
Marcus Bryant – Drums
Synth & Wurlitzer – Preston Bryant
Choral Vocals on ‘Living Light’ – Kayla Dixon

SPIRIT ADRIFT – Facebook

Riot City – Burn The Night

Nel suo genere Burn The Night risulta un album senza pecche, ma è chiaro che si tratta di un lavoro consigliato ai fans dell’heavy metal tutto borchie e chiodo d’ordinanza, ignorante il giusto per chiudere gli occhi e convincersi d’essere ancora negli anni ottanta.

Il primo lavoro su lunga distanza dei Riot City è in linea con la tradizione per il metallo tutto acciaio, fuoco e fiamme nord americano.

Burn The Night, benedetto dai Judas Priest, conserva intatte le caratteristiche peculiari dell’heavy metal anni ottanta, tra cascate di ritmiche e solos, taglienti come rasoi, voce in linea con il genere e produzione che segue l’atmosfera ottantiana dell’opera.
Si viaggia veloci su e giù per lo spartito, con in bella mostra la devozione che la band ha per tutto il movimento metallico di scuola classica e le otto tracce che formano la tracklist ne sono la conferma.
Nel suo genere Burn The Night risulta un album senza pecche, ma è chiaro che si tratta di un lavoro consigliato ai fans dell’heavy metal tutto borchie e chiodo d’ordinanza, ignorante il giusto per chiudere gli occhi e convincersi d’essere ancora negli anni ottanta.

Tracklist
1. Warrior Of Time
2. Burn The Night
3. In The Dark
4. Livin’ Fast
5. The Hunter
6. Steel Rider
7. 329
8. Halloween At Midnight

Line-up
Cale Savy – Guitars & Vocals
Roldan Reimer – Guitars
Dustin Smith – Bass
Chad Vallier – Drums

https://www.facebook.com/RIOTCITYOFFICIAL

Abrahma – In Time for the Last Rays of Light

Illustrato da una copertina che rievoca atmosfere bibliche, l’album si snoda in otto brani medio lunghi, ma non prolissi: la band riempie lo spazio di musica colta, usando tutte le armi in possesso per trasformare l’ascolto in un’esperienza pregna di sacrali sfumature epico evocative.

Licenziano il loro terzo lavoro sulla lunga i parigini Abrahma, quintetto dal sound personale che molto bene aveva fatto in passato, specialmente con il precedente album uscito ormai quattro anni fa (Reflections In The Bowels Of A Bird).

La musica del combo non segnala grossi cambiamenti rispetto al passato, anche questa nuova opera, intitolata In Time for the Last Rays of Light si muove su coordinate stoner/doom, dalle sfumature evocative e a tratti vivacizzate da spartiti rock ed alternative metal.
Sempre illustrato da una copertina che rievoca atmosfere bibliche, l’album si snoda in otto brani medio lunghi, ma non prolissi: la band riempie lo spazio di musica colta, usando tutte le armi in possesso per trasformare l’ascolto in un’esperienza pregna di sacrali sfumature epico evocative.
L’opener Lost Forever risulta il brano più diretto, usato non a caso come singolo e video, poi da Lucidly Adrift in poi veniamo catapultati in un’atmosfera in cui i vari generi esposti formano un altare musicale dal quale gli Abrahma decantano il loro verbo.
Band dal sound personale, il quintetto transalpino mostra i muscoli in brani come Last Epistle, dove si concentrano le anime più alternative in seno al gruppo, tra The God Machine ed Alice In Chains, mentre lo sludge/doom della monolitica Wander In Sedation riporta l’album in territori desertici.
Se non conoscete ancora la band francese, immaginate una lunga jam composta da Orange Goblin, Yob, Monster Magnet e gli altri nomi precedemente citati, ed avrete un’idea di quello che ascolterete in questo affascinante lavoro.

Tracklist
1.Lost Forever
2.Lucidly Adrift
3.Eclipse of the Sane Pt.1: Isolation Ghosts
4.Dusk Contemplation…
5….Last Epistle
6.Wander in Sedation
7.Eclipse of the Sane Pt. 2: Fiddler of the Bottle
8.There Bears the fruit of Deceit

Line-up
Sébastien Bismuth – Vocals, Guitars
Florian Leguillon – Guitars, Vocals
Benoit Carel – Guitars, Synths & Effects
Romain Hauduc – Bass, Vocals
Baptiste Keriel – Drums, Vocals

ABRAHMA – Facebook

Bullet – Bullet Live

Bullet Live è un album che una volta schiacciato il tasto play vi tiene per le palle, vi obbliga con la sua forza ed energia a rimanere incollati allo stereo mentre una per una passano le varie tracce, in un tripudio di note già sentite migliaia di volte ma irrinunciabili anche questa volta.

Questo live è un inno all’hard & heavy, un rito di cui non potrete esimervi di presenziare se vi considerate true metallers di origine controllata.

D’altronde la missione degli svedesi Bullet è sempre stata quella di portare in giro per i palchi il loro tributo ad un genere e ad uno stile di vita consolidati, una sfacciata e alquanto riuscita riproposizione di cliché abusati all’infinito ma di cui non potremmo farne a meno ogni tanto.
E allora buttatevi con birra in mano e pugno alzato tra le prime file di questo live che ripercorre le gesta del gruppo svedese, attivo da quasi vent’anni e con il suo bottino di sei album di cui l’ultimo uscito un annetto fa.
Il quintetto scandinavo mantiene quello che promette, con il palco messo a ferro e fuoco grazie ad una energia liberata in diciotto dei brani più significativi e riusciti del loro repertorio che, chiariamolo, non si scosta di un millimetro dal tributare il sound leggendario di Ac/Dc e Accept, con un tocco qua e là di Judas Priest ad aumentare la temperatura quando le chitarre si lanciano in solos che sono il pane e la birra del genere.
Una serie di inni che non lasciano scampo, ci investono in tutta la loro metallica forza, tra sudore, alcool ed attitudine così come il genere esige.
Bullet Live è un album che una volta schiacciato il tasto play vi tiene per le palle, vi obbliga con la sua forza ed energia a rimanere incollati allo stereo mentre una per una passano le varie tracce, in un tripudio di note già sentite migliaia di volte ma irrinunciabili anche questa volta.
Storm Of Blade, Turn It Up Loud, Speed And Attack, Ain’t Enough, Highway Love e Bite The Bullet, prima di essere canzoni, sono inni e questo live è un tributo imperdibile all’hard & heavy e al suo mondo.

Tracklist
CD1
1. Uprising
2. Storm Of Blades
3. Riding High
4. Turn It Up Loud
5. Dusk Til Dawn
6. Dust To Gold
7. Rambling Man
8. Bang Your Head
9. Hammer Down

CD2
1. Speed And Attack
2. Ain’t Enough
3. Rolling Home
4. Heading For The Top
5. Stay Wild
6. Fuel The Fire
7. Highway Love
8. The Rebels Return
9. Bite The Bullet

Line-up
Hell Hofer – Vocals
Hampus Klang – Lead Guitar
Alex Lyrbo – Lead Guitar
Gustav Hector -Bass
Gustav Hjortsjö – Drums

BULLET – Facebook

Holy Tide – Aquila

Aquila ha tutte le carte in regola per fa innamorare gli amanti dei suoni hard & heavy, melodici e dal taglio sinfonico e progressivo.

Un’altra notevole opera di metallo classico, melodico e progressivo licenziato dalla My Kingdom Music arriva dagli Holy Tide , band internazionale che vede il compositore e bassista italiano Joe Caputo coadiuvato dai brasiliani Gustavo Scaranelo (chitarra) e Fabio Caldeira (voce) e dal britannico Michael Brush (batteria).

Con la collaborazione di un buon numero di ospiti tra cui Tilo Wolf, singer dei dark/gothic tedeschi Lacrimosa, sul brano Lamentation, e Don Airey, tastierista dei Deep Purple, su The Shepherd’s Stone, Aquila ha tutte le carte in regola per fa innamorare gli amanti dei suoni hard & heavy, melodici e dal taglio sinfonico e progressivo; si tratta di un’opera a sfondo biblico che, se nulla aggiunge alle tante uscite che si sono succedute nel corso degli anni a livello di originalità, merita un plauso per un songwriting molto ben bilanciato tra potenza e melodia, drammaticamente teso nelle atmosfere ricche di sfumature evocative e di epici quadri musicali.
Aperto da una suggestiva intro orchestrale, Aquila prosegue con l’epica cavalcata Exodus, tra ritmiche power che accompagnano un hard & heavy valorizzato da splendidi arrangiamenti orchestrali che non inficiano la potenza del brano.
L’album viaggia su coordinate non lontane dal power sinfonico di Rhapsody et similia, anche se gli Holy Tide dalla loro hanno una maggiore predisposizione per melodie di stampo melodic hard rock, anche quando la forza metallica esce prorompente come in Chains Of Enoch.
L’hammond di Don Airey in The Sheperd’s Stone e la voce di Tilo Wolf nell’oscura Lamentation sono i valori aggiunti di un lavoro affascinante e suggestivo, da gustare in tutti i suoi settanta minuti intrisi di ottimo metallo classico.

Tracklist
1. Creation – The Divine Design
2. Exodus
3. Chains Of Enoch
4. Godincidence
5. Curse And Ecstasy
6. Eagle Eye
7. The Crack Of Dawn
8. Lord Of The Armies
9. Sunk Into The Ground
10. The Age Of Darkness
11. The Shepherd’s Stone
12. Lamentation
13. Return From Babylon
14. The Name Of Blasphemy

Line-up
Joe Caputo – bass
Michael Brush – drums
Fabio Caldeira – vocals
Gustavo Scaranelo – guitars

Guests:
Tilo Wolff (LACRIMOSA): voice on “Lamentation”
Don Airey (DEEP PURPLE): hammond on “The Shepherd’s Stone”
Assunta Caputo: Harp on “Curse And Ecstasy” & “The Crack Of Dawn”
Gabriele Stotuti: Trumpet on “Curse And Ecstasy”
Peppe Frana: Oud on “Return From Babylon”
Patricia Klein Caputo: Speaking voice on “Sunk Into The Ground”
Nico Falco: Orchestrations
Kris Laurent: Arrangements. Kris Laurent played all guitars on “Aquila”

HOLY TIDE – Facebook

Majestica – Above The Sky

Una dozzina di brani spettacolari, tra epiche cavalcate power, melodie hard rock, tappeti di tastiere ben posizionati e cori dal grande appeal, rendono Above The Sky l’album melodic power metal che i fans aspettavano da anni.

C’era una volta una band power metal svedese chiamata Reinxeed che incise sei full length tra il 2008 ed il 2013.

Tommy Johansson, chitarrista e cantante nonché leader del gruppo un giorno fu chiamato alla corte dei Sabaton, una delle band odierne più famose al mondo, almeno per quanto riguarda le sonorità power.
I Reinxeed si fermarono per un paio d’anni con un album nel cassetto in attesa di vedere la luce, cosa che finalmente avviene tramite la Nuclear Blast in questo periodo.
La novità più importante da registrare è il cambio di monicker in Majestica ed un sound molto più diretto e melodico che ne fa decisamente l’album power metal dell’anno.
Above The Sky risulta così uno straordinario esempio di quel metal che conquistò i cuori dei true defenders nella seconda metà degli anni novanta, tra scuola tedesca e scandinava.
Un’ora in compagnia di quelle melodie che fecero la fortuna artistica e commerciale di Gamma Ray e Stratovarius, ed in seguito Edguy e Freedom Call, un ritorno in pompa magna delle gesta scritte e suonate da Hansen e Tolkki su album epocali come Land Of The Free, Somewhere Out In Space, Episode e Visions, o anche su Vain Glory Opera (Edguy) e Stairway To Fairyland (Freedom Call).
Una dozzina di brani spettacolari, tra epiche cavalcate power, melodie hard rock, tappeti di tastiere ben posizionati e cori dal grande appeal, rendono Above The Sky l’album melodic power metal che i fans aspettavano da anni.
Dalla title track in poi è un susseguirsi di melodia e velocità, colpi di genio come la parentesi ispirata al can can su Father Time (Where Are You Now) o le tastiere che ricordano gli Edguy, della title track dell’album citato in precedenza, nell’epica The Legend.
Si preme sull’acceleratore delle emozioni con una tracklist senza pause, supportata dalla locomotiva Uli Kusch alla batteria e da un sound che trova nelle melodie e nella facile presa dei brani i suoi punti di forza.
Il 2019 è pieno di piacevoli sorprese e di molte conferme che danno lustro al mondo metallico in toto, e ciò avviene grazie anche a lavori di spessore come Above The Sky, che potrebbe diventare un punto di riferimento per un ritorno del power metal ai fasti passati.

Tracklist
01. Above The Sky
02. Rising Tide
03. The Rat Pack
04. Mötley True
05. The Way To Redemption
06. Night Call Girl
07. Future Land
08. The Legend
09. Father Time (Where Are You Now)
10. Alliance Forever

Line-up
Tommy Johansson – Vocals, Guitars
Alex Oriz – Guitars
Chris David – Bass
Uli Kusch – Drums (studio)
Daniel Sjoegren – Drums (live)

MAJESTICA – Facebook

Enforcer – Zenith

Grinta gli Enforcer ne hanno da vendere, peccato che il gruppo si trovi catapultato in anni in cui difficilmente potrà trovare quel successo che tre decenni fa sarebbe stato garantito, un dettaglio per chi guarda alla sostanza e Zenith di motivi per farsi piacere dagli heavy metallers dai gusti old school ne ha abbastanza.

Sono quasi passati vent’anni dall’inizio di questa avventura chiamata Enforcer, una band sfacciatamente anni ottanta con tutti i pro e i contro del caso.

Zenith è l’ultimo lavoro, licenziato dal colosso Nuclear Blast, pubblicato quattro anni dopo l’ultimo From Beyond, e quinto di una discografia che tolti vari lavori minori si attesta sulla media dei gruppi odierni.
Il gruppo svedese o si ama osi odia, il suo sound colmo di cliché ed assolutamente derivativo porta con se quello spirito heavy metal, schiacciato dai gruppi classici di questi anni, sinfonici, power e progressivi.
Non che la band di Olof Wikstrand le sue toccate e fuga nell’esercizio tecnico/progressivo non le faccia, ma un album come Zenith rimane un buon ritorno alle atmosfere del decennio d’oro dell’hard & heavy con quel pizzico di hair metal che assesta il sound su un esempio oltremodo riuscito di new wave of British heavy metal, con più di una sfumatura in arrivo dal Sunset Boulevard.
Grinta gli Enforcer ne hanno da vendere, peccato che il gruppo si trovi catapultato in anni in cui difficilmente potrà trovare quel successo che tre decenni fa sarebbe stato garantito, un dettaglio per chi guarda alla sostanza e Zenith di motivi per farsi piacere dagli heavy metallers dai gusti old school ne ha abbastanza.
Intanto il songwriting è di buona qualità, le dieci tracce si appiccicano in testa al primo passaggio, tra riff a tratti irresistibili, un grande lavoro ritmico e chorus da cantare senza stare troppo a pensare agli anni che passano e al vicino che da anni pensa siate dei tipi strani.
Iron Maiden più Motley Crue, una ricetta semplice ma efficace, almeno per gli Enforcer e per questa raccolta di brani che a partire da Die For The Devil ci regala tre quarti d’ora di divertimento all’insegna dell’heavy metal duro e puro.

Tracklist
1. Die For The Devil
2. Zenith Of The Black Sun
3. Searching For You
4. Regrets
5. The End Of A Universe
6. Sail On
7. One Thousand Years Of Darkness
8. Thunder And Hell
9. Forever We Worship The Dark
10. Ode To Death

Line-up
Olof Wikstrand – Vocals, guitars
Jonas Wikstrand – Drums, piano & keyboards
Tobias Lindqvist – Bass
Jonathan Nordwall – Guitars

ENFORCER – Facebook

Tanagra – Meridiem

Qualche riserva si manifesta riguardo alla prolissità dei brani, ma per il resto la musica del gruppo convince, potente e melodica com’è e in alcuni momenti rimembrante i Kamelot, ma personale quanto basta per non risultare troppo derivativa.

Il power metal non è sicuramente nel suo periodo più florido, essendo tornato almeno in Europa a far parlare di sé più che altro per la reunion della famiglia Helloween che per gli ultimi lavori pubblicati, alcuni assolutamente riusciti, ma ancora lontani dal livello altissimo di qualche decennio fa.

I Tanagra sono un gruppo statunitense e la loro provenienza garantisce quel tocco power e progressivo che impedisce al sound di risultare anonimo conferendogli un’eleganza propria del prog metal made in U.S.A.
Siamo arrivati al secondo album, dopo il debutto licenziato quattro anni fa ed intitolato None of This Is Real, e la band dell’Oregon piazza questi sette lunghissimi brani incentrati su un sound ben strutturato e che alterna parti più prettamente power ad altre in cui l’anima progressiva prende il sopravvento, risultando l’arma vincente di Meridiem.
Qualche riserva si manifesta riguardo alla prolissità dei brani, ma per il resto la musica del gruppo convince, potente e melodica com’è e in alcuni momenti rimembrante i Kamelot, ma personale quanto basta per non risultare troppo derivativa.
Meridiem è un album classico, composto da sette brani che hanno nelle lunghe trame della title track posta in apertura, nella progressiva ed heavy Etheric Alchemy e nei dieci tellurici minuti di The Hidden Hand i momenti più convincenti, rivelandosi adatto perché consigliato agli amanti del power progressivo battente bandiera a stelle e strisce.

Tracklist
1.Meridiem
2.Sydria
3.Etheric Alchemy
4.Silent Chamber
5.The Hidden Hand
6.Across the Ancient Desert
7.Witness

Line-up
Tom Socia – Vocals
Steven Soderberg – Guitars
Erich Ulmer – Bass
Josh Kay – Guitars
Christopher Stewart -Drums

TANAGRA – Facebook

Barbarian – To No God Shall I Kneel

Ormai in sella ad un destriero infernale da una decina d’anni, la band toscana irrompe con il suo speed/heavy metal che a tratti sfora nel thrash di scuola tedesca, esaltante nelle tante cavalcate metalliche di cui è pregno To No God Shall I Kneel.

I Barbarian tornano con il loro quarto lavoro sulla lunga distanza che ne ribadisce l’assoluta devozione per i suoni old school.

Ormai in sella ad un destriero infernale da una decina d’anni, la band toscana irrompe con il suo speed/heavy metal che a tratti sfora nel thrash di scuola tedesca, esaltante nelle tante cavalcate metalliche di cui è pregno To No God Shall I Kneel, uno dei dischi migliori che mi sia capitato di ascoltare nel genere da diverso tempo.
La voce cartavetrata a ribadire lo spirito battagliero, la vocazione estrema del sound ed un buon uso delle melodie nei solos, fanno da cornice a veloci ripartenze speed/thrash e tellurici mid tempo metallici.
Nella sua mezzora abbondante l’album non ha un attimo di tregua nel suo totale impatto distruttivo, i brani si susseguono uno più efficace dell’altro, con attimi di puro e travolgente heavy metal old school che richiama un numero infinito di gruppi storici senza che si perda un’oncia di convincente personalità.
Dall’opener Obtuse Metal, passando per Birth And Death Of Rish’Ah, il crescendo maideniano di The Old Worship of Pain e la conclusiva title track, To No God Shall I Kneel è un esaltante tuffo nel metal guerriero e senza fronzoli che mise a ferro e fuoco gli anni ottanta, con lo speed/thrash e l’heavy metal che vengono uniti sotto il drappo insanguinato dei Barbarian.

Tracklist
1.Obtuse Metal
2.Birth and Death of Rish’Ah
3.Hope Annihilator
4.Sheep Shall Obey
5.The Beast Is Unleashed
6.The Old Worship of Pain
7.To No God Shall I Kneel

Line-up
Borys Crossburn – Guitars, Vocals
Blackstuff – Bass
Sledgehammer – Drums

BARBARIAN – Facebook

Angel Black – Killing Demons

Album graffiante, abrasivo e potente Killing Demons risulta una partenza convincente per gli Angel Black.

Debuttano su Rockshots records gli statunitensi Angel Black con Killing Demons, album composto da sette brani più la cover dello storico Metal Gods, brano dei maestri Judas Priest.

Ci sono voluti ben sei anni di attività prima che la band desse finalmente alla luce il primo lavoro e Killing Demons non deluderà certo gli amanti del metal classico di matrice Judas Priest, band che insieme ai Primal Fear , risultano le band che più hanno ispirato la creazione di questo lavoro.
Heavy metal tra tradizione ottantiana a tratti potenziata da iniezioni power che avvicinano il sound del gruppo a quello dei Fear di Ralph Scheepers, su Killing Demons non ci si allontana mai da queste coordinate stilistiche e fin dall’opener Strikeforce la strada intrapresa dal gruppo è perfettamente delineata.
Valorizzati dalla prestazione da metal gods del vocalist John Cason, i brani si susseguono potenti e metallici, le chitarre fendono l’aria come mortali katane, mid tempo, power ballad o heavy songs come Black Heart o Killing Me stuzzicano gli appetiti musicali dei fans dell’heavy metal priestiano e dei suoi maggiori interpreti suggellato dalla prestigiosa cover posta in chiusura.
Album graffiante, abrasivo e potente Killing Demons risulta una partenza convincente per gli Angel Black.

Tracklist
1.Strikeforce
2.Cyber Spy
3.Death Mill
4.Black Heart
5.Killing Demons
6.The Dream That Stood aline
7.Killing Me
8.Metal Gods

Line-up
John Cason-Vocals
Mike Jelinek- Guitars
Carl Strohmyer- Bass
Daniel Beck- Drums

ANGEL BLACK – Facebook

Marc Vanderberg – Phoenix From The Ashes

Phoenix From The Ashes risulta un buon lavoro ed un passo importante per Marc Vanderberg, che si impone all’attenzione degli amanti del genere con un album vario, duro, melodico e composto da belle canzoni.

Questa volta il musicista e compositore tedesco Marc Vanderberg ha fatto le cose in grande, circondandosi per questo nuovo lavoro di un nutrito gruppo di cantanti che danno il loro contributo su queste dieci nuove canzoni che vanno a comporre Phoenix From The Ashes.

Come nel precedente album (Highway Demon licenziato nel 2017), Vanderberg si prende carico di gran parte della parte strumentale, aiutato dalle chitarre di Michael Schinkel e Dustin Tomsen e da Paulo Cuevas, Philipp Meier, Oliver Monroe, Göran Edman, Raphael Gazal (singer sul precedente album), Chris Divine e Tåve Wanning dietro al microfono.
Phoenix From The Ashes è un grosso passo avanti per il musicista tedesco, essendo un album composto da buone canzoni, melodico ma graffiante e di stampo più hard rock rispetto al passato.
Il tocco neoclassico negli assoli valorizza il sound creato da Vanderberg per questo lavoro come avviene in Odin’s Words, bellissimo brano cantato da Paulo Cuevas che richiama il Malmsteen epico e power di Marching Out.
Il resto dell’album si stabilizza si un buon hard & heavy che l’alternanza dei vocalist rende vario così come una riuscita altalena tra brani che sfiorano melodie AOR ed altri più robuste.
Da segnalare il mid tempo di Bitter Symphony, l’epica Warlord con Rapahael Gazal al microfono e le tastiere AOR della conclusiva You And I, brano che ricorda i rockers melodici Brother Firetribe dell’ultimo lavoro Sunbound.
In conclusione Phoenix From The Ashes risulta un buon lavoro ed un passo importante per Marc Vanderberg, che si impone all’attenzione degli amanti del genere con un album vario, duro, melodico e composto da belle canzoni.

Tracklist
01.Odin´s Words (Feat. Paulo Cuevas)
02.Warsong (Feat. Philipp Meier)
03.Legalize Crime (Feat. Paulo Cuevas)
04.Phoenix from the Ashes (Feat. Oliver Monroe)
05.You and I (Feat. Goran Edman)
06.This Romance (Feat. Tåve Wanning & Chris Divine)
07.Warlord (Feat. Raphael Gazal)
08.Bad Blood (Feat. Oliver Monroe)
09.Bitter Symphony (Feat. Raphael Gazal)
10.My Darkest Hour (Feat. Paulo Cuevas)

Line-up
Marc Vanderberg – Music, Lyrics, Guitars, Bass Programing, Drum Programing, Orchestra Programing

Paulo Cuevas – Vocals
Philipp Meier – Vocals
Oliver Monroe – Vocals
Göran Edman- Vocals
Raphael Gazal- Vocals
Chris Divine- Vocals
Tåve Wanning- Vocals
Michael Schinkel – Lead Guitar
Dustin Tomsen – Lead Guitar

MARC VANDERBERG – Facebook

S.O.T.O. – Origami

Origami è un album che conferma la bontà di questo ennesimo progetto targato Jeff Scott Soto, immancabile nella discografia dei fans dell’hard & heavy d’autore.

Jeff Scott Soto è uno degli artisti e cantanti che più hanno segnato gli ultimi vent’anni di storia dell’hard & heavy, prima con i Talisman e poi passando tra mille collaborazioni, la carriera solista e ultimamente con W.E.T., Sons Of Apollo e S.O.T.O.

Origami è il terzo album del gruppo che vede, oltre al singer, Edu Cominato (batteria), BJ (chitarra e tastiere), Jorge Salan (chitarra) e Tony Dickinson (basso), nuovo entrato dopo la scomparsa di Dave Z.
Come d’abitudine, gli album che vedono protagonista il cantante statunitense riescono sempre a sorprendere per la grande versatilità in un sound che, se ovviamente prende vari dettagli dagli altri progetti in cui è coinvolto, mostra una marcata personalità che gli permette di variare atmosfere e sfumature.
Il nuovo lavoro targato S.O.T.O., non manca certo di aggressività e melodia che, a braccetto, portano la tracklist verso l’eccellenza, non solo per la solita, varia e calda prestazione del cantante, ma per un lavoro d’insieme di altissimo livello.
Dall’opener Hypermania veniamo quindi travolti da un hard & heavy melodico e a tratti progressivo, dove si sentono i postumi dell’abbuffata prog metal di Soto con i Sons Of Apollo, ed un uso delle tastiere più accentuato che in passato che dona alle varie tracce un tocco moderno.
Modern melodic hard & heavy, si potrebbe definire così il sound di Origami, che non cala di tensione dalla prima all’ultima traccia, regalando la sua dose massiccia di metal in cui la voce del vocalist americano fa il bello e cattivo tempo, procurando brividi a palate.
Tra le canzoni che compongono la track list di questo ottimo lavoro, escono prepotentemente quelle in cui la band picchia da par suo, potenti e massicce heavy song melodico progressive come BeLie, World Gone Colder, Dance With The Devil e Vanity Lane.
Origami è un album che conferma la bontà di questo ennesimo progetto targato Jeff Scott Soto, immancabile nella discografia dei fans dell’hard & heavy d’autore.

Tracklist
1. HyperMania
2. Origami
3. BeLie
4. World Gone Colder
5. Detonate
6. Torn
7. Dance With The Devil
8. AfterGlow
9. Vanity Lane
10. Give In To Me

Line-up
Jeff Scott Soto – Vocals
Jorge Salan – Guitar
Tony Dickinson – Bass
BJ – Keys/Guitar
Edu Cominato – Drums

SOTO – Facebook

Sins Of The Damned – Striking the Bell of Death

Striking the Bell of Death è un gran bel lavoro, ma ovviamente il genere rimane di nicchia e l’album indicato agli amanti dell’heavy speed metal tradizionale.

La Shadow Kingdom non sbaglia un colpo e le uscite che vedono il suo logo sul retro di copertina regalano sempre gradite sorprese per quanto riguarda i suoni classici.

I cileni Sins Of The Damned per esempio arrivano tramite la label al traguardo del primo full length dopo svariati lavori minori che ne hanno caratterizzato la carriera dal 2013.
Una manciata di demo è servita al gruppo di Santiago per rodarsi, prima di travolgere glia amanti dei suoni old school di matrice heavy/speed metal con Striking the Bell of Death, album composto da sette brani medio lunghi, a metà strada tra l’heavy metal di scuola europea e lo speed thrash.
Un prodotto che più underground di così non si può, ma suonato egregiamente, caratterizzato da convincenti cavalcate strumentali che li avvicinano agli Iron Maiden suonati al doppio della velocità.
La voce cartavetrata ma personale il giusto per non passare nell’anonimato, il gran lavoro delle chitarre e le ritmiche forsennate, aggiungono adrenalina a brani diretti e senza compromessi, sette bombe sonore di matrice old school che non fanno prigionieri e che hanno in They Fall and Never Rise Again e The Lion And The Prey i brani migliori.
Striking the Bell of Death è quindi un gran bel lavoro, ma ovviamente il genere rimane di nicchia e l’album indicato agli amanti dell’heavy speed metal tradizionale.

Tracklist
1.Striking the Bell of Death
2.They Fall and Never Rise Again
3.Take the Weapons
4.The Lion and the Prey
5.The Outcast (Sign of Cain)
6.Victims of Hate
7.Death’s All Around You

Line-up
Maot – Guitars (lead)
Razor – Vocals, Guitars
Noisemaker – Drums, Bass
Tyrant – Drums

SINS OF THE DAMNED – Facebook

Haunt – If Icarus Could Fly

Heavy metal old school, legato alla new wave of british heavy metal ed alle sonorità anni ottanta, mezzora di cavalcate maideniane, pregne di atmosfere epiche che faranno la gioia degli amnti del metal classico con qualche capello bianco sulla chioma sempre più rada.

La Shadow Kingdom colpisce ancora: la label statunitense licenzia il secondo lavoro su lunga distanza degli Haunt, quartetto californiano al debutto un paio d’anni fa con un ep, seguito dal primo full length uscito lo scorso anno (Burst Into Flame).

il 2019 vede il gruppo di Fresno sul mercato con un nuovo ep (Mosaic Vison) prima che If Icarus Could Fly arrivi a confermare l’ottima proposta della band californiana.
Heavy metal old school, legato alla new wave of british heavy metal ed alle sonorità anni ottanta, mezzora di cavalcate maideniane, pregne di atmosfere epiche che faranno la gioia degli amnti del metal classico con qualche capello bianco sulla chioma sempre più rada.
La band, nata come progetto solista del bassista, chitarrista e cantante Trevor William Church dei Beastmaker, vede tra le proprie fila il chitarrista John Tucker, compagno d’avventura di Church anche nel gruppo doom americano, il batterista Daniel “Wolfy” Wilson e Taylor Hollman al basso, per un combo che convince dalla prima all’ultima nota di questo gioiellino underground.
Un lavoro curato nel songwriting, a tratti davvero esaltante tra ritmiche che si trasformano in cavalcate che non conoscono passi falsi, refrain metallici perfetti per far drizzare le orecchie ai defenders duri e puri, grazie ad un lotto di brani che nelle varie Run And Hide, Cosmic Kiss e l’inno Defender trovano il sentiero giusto per arrivare sulla cima della montagna dove regna il dio metallo.
Le ispirazioni vanno dagli Iron Maiden agli Warlord, passando per una buona fetta della storia dell’heavy metal classico, puro come l’acqua che sgorga dalla fonte sulla cima dove regnano gli immortali.

Tracklist
1.Run and Hide
2.It’s in My Hands
3.Cosmic Kiss
4.Ghosts
5.Clarion
6.Winds of Destiny
7.If Icarus Could Fly
8.Defender

Line-up
Daniel “Wolfy” Wilson – Drums
Trevor William Church – Vocals, Guitar, Bass
Taylor Hollman – Bass (2018-present)
John Tucker – Guitars

HAUNT – Facebook

Reveal – Overlord

Il sound di Overlord ovviamente non si discosta dai parametri storici del genere con una serie di cavalcate potenti e melodiche, ispirate alla scena power tedesca, ma che tra lo spartito non mancano di richiamare il power scandinavo che affiancò quello tedesco negli anni di maggior successo.

Per gli amanti del power tedesco e nord europeo che ultimamente si sentono poco considerati dal mercato metallico, ecco che arriva in soccorso la nostrana Wormholedeath, che distribuisce il nuovo e secondo lavoro dei Reveal, band fondata dal chitarrista spagnolo Tino Hevia (Darksun, Nörthwind ), raggiunto in questa avventura dal singer svedese Rob Lundgren.

Overlord non delude le aspettative dei fans del genere, a partire dagli ospiti che affiancano la band, dai nomi importanti almeno per chi si nutre di pane e power metal, come Marcos Rodriguez dei Rage, Tom Nauman dei Primal Fear e Marcus Siepen dei Blind Guardian.
Il sound di Overlord ovviamente non si discosta dai parametri storici del genere con una serie di cavalcate potenti e melodiche, ispirate come scritto alla scena power tedesca, ma che tra lo spartito non mancano di richiamare il power scandinavo che affiancò quello tedesco negli anni di maggior successo di molti gruppi diventati icone come Gamma Ray, Rage, Stratovarius e Blind Guardian.
Ottima la prestazione del quotato singer, vero animale heavy/power alle prese con una serie di brani lineari, dall’alto tasso melodico, magari fuori tempo massimo rispetto al volubile mercato, ma perfetto per scavare solchi nel cuore dei fans.
Si parte alla grande con le prime quattro tracce, tra cui spicca l’irresistibile appeal orientaleggiante dell’opener The Name of Ra e la graffiante The Crussaders: i Reveal mettono sul piatto la loro ricetta, magari poco personale ma assolutamente godibile, d’altronde il genere è questo e farsi avviluppare dalle ritmiche di Path Of Sorrow e dalle aperture melodiche che attraversano tutti i brani è un attimo.
It’s Only Show ha un tiro hard rock, quasi aor nel chorus, Road To Newerending ha un taglio progressivo, mentre siamo già alla fine di questo ottimo lavoro consigliato a tutti gli amanti dei suoni melodic power, suonato bene, prodotto ancora meglio e dotato di un grande appeal.

Tracklist
01. The Name Of Ra
02.- I’m Elric
03.- Master of Present and Past
04.-The Crussaders
05.- My Pain
06.- Metal Skin
07.- Path of Sorrow
08.- It’s only a Show
09.- Remember my Words
10.- Road of Never ending
11. (bonus track) It’s only a Show (ft. Saeko)

Line-up
Rob Lundgraen – Vocals
Tino Hevia -Guitars
David Figuer – Lead Guitars
Jorge Ruiz -Bass
Elena Pinto – Keyboards
Dani Cabal – Drums

REVEAL – Facebook

West of Hell – Blood of the Infidel

Blood of the Infidel è una colata di acciaio fuso, un lavoro che risulta un tagliente e massiccio esempio di heavy metal statunitense, pregno di iniezioni thrash.

Centrano il bersaglio al secondo colpo gli West of Hell, quintetto canadese che offre quasi cinquanta minuti di puro esaltamento metallico per tutti i true defenders sparsi per il globo.

La band in verità non è sicuramente una laboriosa fabbrica di musica metallica, risultando attiva dall’alba del nuovo millennio ma arrivata solo ora al secondo full length, sette anni dopo il debutto intitolato Spiral Empire.
Licenziato dalla Reversed Records, Blood of the Infidel è una colata di acciaio fuso, un lavoro che risulta un tagliente e massiccio esempio di heavy metal statunitense, pregno di iniezioni thrash.
I cliché ci sono tutti, e tutti impegnati a solleticare i pruriti metallici dei fans di Judas Priest, Iced Earth e Sanctuary in qualche sfumatura progressiva, tragicamente drammatica come nella migliore tradizione U.S. power.
I brani, dal minutaggio medio lungo, vivono di refrain heavy, fughe thrash metal devastanti ed aperture melodiche dall’appeal ottimo per un’atmosfera che rimane tesissima per tutti i cinquanta minuti di durata, divisi in sette brani che, dall’opener Hammer And Hand, passando per Infidels e la semi ballad in crescendo Dying Tomorrow, mettono in mostra un cantante che risulta un animale metallico in forma smagliante, un gran lavoro delle chitarre ed una sezione ritmica chirurgica.
Per gli amanti dell’heavy metal vecchia scuola di matrice statunitense, Blood of the Infidel è un album da non trascurare assolutamente.

Tracklist
1.Hammer and Hand
2.Chrome Eternal
3.Infidels
4.The Machine
5.Dying Tomorrow
6.The Dark Turn
7.Mankind Commands

Line-up
Chris ”The Heathen” Valagao – Vocals
Sean Parkinson – Lead Guitar
Kris Shulz – Lead Guitar
Jordan Kemp – Bass
Paul Drummond – Drums

WEST OF HELL – Facebook

Hellraiser – Heritage

Heritage è un lavoro riuscito, imperdibile per i fans dell’heavy metal di ispirazione maideniana.

Nel segno dell’heavy metal più classico gli umbri Hellraiser pubblicano il loro secondo full length per Underground Symphony.

La band, che affonda le sue origini all’alba del nuovo millennio, dà un seguito a quello che fino ad ora era il suo unico lavoro, il debutto Revenge Of The Phoenix, uscito cinque anni fa.
Heritage è una sorta di concept in cui ogni brano è una storia proveniente da diversi luoghi e da epoche diverse, un’eredità culturale che l’uomo si tramanda da secoli e che di fatto è la storia di tutti i popoli della terra.
L’album è stato registrato da Cesare Capaccioni ai Barfly Studio, mixato da Ronny Milianowicz agli Studio Seven e masterizzato da Tony Lindgren ai Fascination Street Studios, una squadra che ha valorizzato il gran lavoro del quintetto.
L’album è composto da undici brani di heavy metal ispirati dal sound maideniano, una serie di cavalcate metalliche old school, assolutamente classiche sia nell’impatto che in un sound magari non originale, ma perfetto nel suo seguire i dettami del leggendario gruppo inglese in opere come Powerslave ed in parte il bellissimo Brave New World.
I musicisti forniscono prestazioni eccellenti e Heritage corre verso la sua conclusione senza stancare, tra cavalcate heavy, solos taglienti e mid tempo da brividi come la robusta ed evocativa Delvcaem.
Ancora le ottime Plagues Of The North, Fairy Veil e la conclusiva Lady In White spiccano in una tracklist che non trova ostacoli, rendendo Heritage un lavoro riuscito, imperdibile per i fans dell’heavy metal di ispirazione maideniana.

Tracklist
1.Heritage
2.Plagues of the North
3.Ritual of the Stars
4.Fairy Veil
5.Mother Holle
6.Preludio
7.Delvcaem
8.Balance of the Universe
9.Voice in the Wind
10.Zephyr’s Palace
11.Lady in White

Line-up
Cesare Capaccioni – Vocal
Michele Brozzi – Guitar
Marco Tanzi – Guitar
Francesco Foti – Bass
Riccardo Perugini – Drums

HELLRAISER – Facebook