Recensione

Tornano con il loro tredicesimo album su lunga distanza i Rotting Christ, icona del metal ellenico la cui storia ormai ultratrentennale è costellata da alcuni capolavori, da ottimi dischi e da altri buoni ma certo non epocali.

A questo novero appartengano sostanzialmente tutti i lavori sopraggiunti dopo Theogonia, quello che almeno personalmente ritengo il vero ultimo e indiscutibile squillo discografico della band dei fratelli Tolis.
Negli anni Sakis ha lodevolmente provato a rendere più vario il sound inserendovi elementi etnici o ricorrendo anche ad ardite sperimentazioni (vedi la collaborazione con Diamanda Galas in Aealo), ma questo ha fatto smarrire d’altro canto quel dono della sintesi esibito di norma tramite il caratteristico riffing, essenziale ma assolutamente trascinante nel suo crescendo.
E così era più che lecito pensare che anche The Heretics fosse soprattutto il pretesto per i Rotting Christ per intraprendere un nuovo tour, in compagnia degli altri campioni del metal sudeuropeo come i Moonspell, con il rischio di una frettolosa archiviazione a favore dei grandi lavori incisi a cavallo tra i due secoli.
Ma The Heretics, in realtà, è tutt’altro che un lavoro scialbo e trascurabile, perché in più di un brano si riconoscono i tratti avvolgenti e corrosivi dei tempi migliori, abbinati ad altre tracce gradevoli ma di maniera rese comunque interessanti dal ricorso a voci salmodianti o recitanti e da riferimenti lirici mai banali; se è vero che la freschezza compositiva degli anni migliori è ormai un ricordo e che i momenti rimarchevoli del disco, alla fin fine, riconducono a quegli schemi che chi ama i Rotting Christ conosce a menadito, non si può negare che canzoni come In The Name of God, Heaven and Hell and Fire, Fire God And Fear e The Raven siano efficaci, coinvolgenti e sicuramente in grado di surriscaldare adeguatamente l’atmosfera dei locali che vedranno prossimamente la band greca esibirsi dal vivo.
Considerando le voci che avevano anticipato l’uscita del lavoro definendolo fiacco e privo di motivi di interesse, unito al fatto che, almeno per certa critica, vi sono band di nome (in compagnia dei nostri citerei per esempio i Dream Theater) che oggi, anche che riscrivessero la bibbia del metal riceverebbero delle stroncature a prescindere, sono stato piacevolmente sorpreso da The Heretics, che non è certo reato considerare un’opera degna della fama di Sakis e soci a condizione di non attendersi che ogni volta venga pubblicato un nuovo Non Serviam.
D’altra parte l’album tende a crescere dopo ogni ascolto, un sintomo che spesso si rivela indicativo dell’effettivo valore di un disco, e francamente, se quella manciata di brani che ho citato fossero stati scritti da una band all’esordio se ne parlerebbe con ben altra enfasi; per cui, a fronte della contrapposizione tra chi riterrà The Heretics una delusione ed altri che ne canteranno le lodi in eterno, senza voler fare un facile esercizio di “cerchiobottismo” mai come questa volta si può tranquillamente affermare che la verità sta esattamente nel mezzo.

Tracklist:
1. In The Name of God
2. Vetry Zlye (Ветры злые)
3. Heaven and Hell and Fire
4. Hallowed Be Thy Name
5. Dies Irae
6. I Believe (ΠΙΣΤΕΥΩ)
7. Fire God And Fear
8. The Voice of the Universe
9. The New Messiah
10. The Raven

Line-up:
Sakis Tolis: vocals, guitar
Themis Tolis: drums
Vangelis Karzis: bass
George Emmanuel: guitar

Guest Musicians:
Irina Zybina (GRAI): Vocals on ‘Vetry Zlye’
Dayal Patterson: Intoning on ‘Fire God and Fear’
Ashmedi (MELECHESH): Vocals on ‘The Voice of the Universe’
Stratis Steele: Intoning on ‘The Raven’

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