Dude York – Falling

I Dude York sono un gruppo americano, e non potrebbe essere altrimenti, provengono da Seattle e offrono uno stile musicale che contiene al suo interno qualcosa dei Ramones, qualcosa dei Dinosaur Jr., e qualcosa del migliore indie rock, oltre ad un’immensa carica pop, che è poi il genere finale.

Indie punk pop di alta qualità con voce femminile, molta melodia e una capacità di far sembrare semplice ciò che in realtà è difficilissimo, ovvero fare un disco orecchiabile e profondo al contempo.

I Dude York sono un gruppo americano, e non potrebbe essere altrimenti, provengono da Seattle e offrono uno stile musicale che contiene al suo interno qualcosa dei Ramones, qualcosa dei Dinosaur Jr., e qualcosa del migliore indie rock, oltre ad un’immensa carica pop, che è poi il genere finale. Il trio non è composto da musicisti alle prime armi e lo si sente chiaramente in Falling, tutte le canzoni hanno motivi di interesse, non c’è nulla di noioso o di artefatto e il lavoro non è affatto monocorde. In sostanza Falling è un qualcosa che racchiude dentro di sé molto di ciò che è successo nella parte alternativa del rock negli ultimi venti anni, ma che va anche a pescare in ciò che si nasconde più in profondità nel pop rock americano, con le sue solide radici anni ottanta. I Dude York sanno fare molto bene delle melodie per nulla ovvie, con delle aperture che ricordando molto quelle delle college band degli anni ottanta e novanta, con quella freschezza contagiosa che è radiosa ma che, per essere tale, ha bisogno anche della malinconia quale suo contraltare. Questi tredici brani hanno come minimo comune denominatore qualcosa che si è rotto, possa essere un filo, un rapporto di amicizia o di amore. L’intensità della rottura è determinata da vari fattori, ma è comunque una rottura, e questi avvenimenti li viviamo ogni giorno: la fine di qualcosa fa parte della vita, anzi forse è la maggior parte del nostro vissuto. I Dude York raccontano molte cose in maniera intelligente, con il continuo gioco fra voce femminile e voce maschile, ci sono momenti in cui sembrano gli Weezer prima che si perdessero in dischi inutili, ascoltare How It Goes per credere.
Un disco molto piacevole che parla di cose non facili e della nostra inadeguatezza di fronte a noi stessi, ma Falling è un buon motivo per non buttarci giù dalla torre.

Tracklist
1.Longest Time
2.Box
3.I’m the 1 4 U
4.Should’ve
5.Only Wish
6.Unexpected
7.How It Goes
8.Falling
9.Doesn’t Matter
10.Let Down
11.:15
12.Making Sense
13.DGAFAF (I Know What’s Real)

Line-up
Andrew
Claire
Peter

https://www.facebook.com/dudeyorkamerica/

Sartoria Volume – Sartoria Volume

I Sartoria Volume fanno pop e lo fanno bene, e dato che sono un gruppo capace si sparano un reggaetino molto carino e con un testo eccezionale come Vi Adoro Tutti.

I Sartoria Volume sono un trio di Brescia, nato dalle ceneri dei Vitanova.

Il gruppo mette assieme in maniera piacevole pop, indie ed un pizzico di elettronica. La loro particolarità è di avere una cadenza indie pop molto simile a quella dei gruppi dei primi duemila, ma non sono derivativi, sono freschi e hanno un tocco anni sessanta e settanta. Ad un primo ascolto potrebbero sembrare frivoli, invece i loro testi sono scritti bene, con un risultato vicino al surrealismo, un andare oltre le cose comuni e le ovvietà. Quattro brani sono la lunghezza giusta per dare l’idea di cosa sia questo gruppo, che trova il suo senso nel pop italiano di qualità, anche se a volte cercano un po’ troppo la posa indie, mentre invece quando sono totalmente loro stessi sono molto meglio. In un panorama indie molto produttivo ma di scarsa qualità, i Sartoria Volume sono uno di quei gruppi da tenere d’occhio, perché sono capaci di fare un bel disco o anche una canzone che potrebbe essere il prossimo tormentone di gran successo. Questo trio testimonia che alla fine l’indie non esiste, o meglio, è un genere mainsteam come un altro. Invece i Sartoria Volume fanno pop e lo fanno bene, e dato che sono un gruppo capace si sparano un reggaetino molto carino e con un testo eccezionale come Vi Adoro Tutti, un diversamente vaffanculo molto bello. Un buon esordio sotto la sapiente guida di Michele Guberti e Massimiliano Lambertini, con il master curato dal noto produttore Manuele Fusaroli (The Zen Circus, Tre Allegri Ragazzi Morti, Nada, Luca Carboni, Motta, Nobraino, Le Luci della Centrale Elettrica).

Tracklist
01 Ballo Coi Serpenti
02 Ora d’Aria
03 Vi Adoro Tutti
04 Sirene

Line-up
Voce / chitarra: Alessio Busi
Batteria: Federico Mariotto
Basso: Andreas Busi

https://www.facebook.com/sartoriavolume/

Minor Poet – The Good News

Questo gruppo ha un tiro maledettamente affascinante molto anni ottanta, come se di quegli splendidi anni si fosse preso solo il buono per fondare un movimento tropical statunitense molto debitore ai Beatles, a cavallo fra le diapositive rock e quelle psichedeliche.

Visione musicale superiore di in qualcosa che si situa tra il pop di alta qualità, il rock e uno strano senso per la bossanova.

I Minor Poet sono una creazione della fervida mente musicale di Andrew Carter da Richmond, Virginia, il quale, con il disco del 2017 And How! ha dato vita a questo progetto diventato con il tempo un vero e proprio gruppo che si esibisce con successo in giro. In definitiva questa band ha un tiro maledettamente affascinante molto anni ottanta, come se di quegli splendidi anni si fosse preso solo il buono per fondare un movimento tropical statunitense molto debitore ai Beatles, a cavallo fra le diapositive rock e quelle psichedeliche. Il loro suono è ora dolce e malinconico ma sempre con un fondo di speranza, ora più scanzonato ma consapevole di cosa siamo e di cosa possiamo fare, ovvero poco, ma in questo poco perché non gustarci canzoni bellissime come queste? Ecco, queste sono canzoni molto belle, eleganti e di ottimo aspetto, ben composte e ben suonate. Questa eleganza in musica è qualcosa che si sta perdendo sempre di più, e i Minor Poet sono qui per ricordarcelo. In questi sovraffollati tempi manca qualcosa che un tempo veniva regalato, ad esempio, da un David Bowie o un Marc Bolan, quel cambiare atmosfera con una canzone. Ecco i Minor Poet lo fanno, sebbene in una scala minore, con il sax che entra alla fine di Nude Descending Staircase con un assolo che non dura molto ma cambia un disco. E questo album è pieno di particolari come questo, piccole chicche disseminate in un disegno già valido e molto bello.
Un disco che respira e fa respirare bene, non fa guardare davanti od indietro, ma verso lo specchio, per una nostra immagine finalmente sostenibile.

Tracklist
1.Tabula Rasa
2.Tropic of Cancer
3.Museum District
4.Reverse Medusa
5.Bit Your Tongue / All Alone Now
6.Nude Descending Staircase
Line-up
Andrew Carter, Jeremy Morris, Micah Head, Erica Lashley.

https://www.facebook.com/minorpoetmusic/

Tacocat – This Place Is A Mess

Con This Place Is A Mess si torna a quando ascoltare indie era una continua sorpresa, e non come oggi che è la continua reiterazione di un qualcosa di mediocre e rigidamente codificato.

Freschissimo indie pop fatto molto bene da tre ragazze ed un ometto.

La forza di questo gruppo che esce per la Sub Pop è la grande capacità di fare pop credibile e molto orecchiabile, di grande presa e molto piacevole, quel tipo di musica che riesce a lasciarti un buon umore anche in giornate non facili. Non c’è solo il buonumore, anzi i Tacocat partono da un passato punk grunge e lo si può sentire bene nelle loro strutture sonore, la loro musica è luminosa ma parla anche del lato oscuro, sopratutto di quello che si porta dietro l’America di Trump. La loro alta orecchiabilità è data anche dalla ricerca sonora, è un disco che solo in apparenza sembra facile, ma ha salde radici nella musica anni sessanta americana, con accenni non sporadici di surf music, che aggiunge sostanza al tutto. Aiuta anche il fatto che siano di Seattle, e che siano cresciuti in un humus musicale da sempre molto fertile per la buona musica. Il grunge entra soprattutto a livello compositivo, nel senso che ci sono alcuni momenti che prendono le mosse da lì, come la bellissima traccia Little Friend, che usa in maniera adeguata e molto dinamica il contrasto tra chitarra distorta e pulita per dare un tocco molto speciale. La produzione di Erik Blood riesce a tirare fuori il meglio da una band che possiede un’impostazione profondamente indie, ma che ha un’anima errante che la porta a costruire un suono composito, originale e profondo. Con This Place Is A Mess si torna a quando ascoltare indie era una continua sorpresa, e non come oggi che è la continua reiterazione di un qualcosa di mediocre e rigidamente codificato. Un album dagli ottimi contenuti e da un suono molto bello e sottilmente godurioso, dato sicuramente dalla preponderante presenza femminile nel gruppo.

Tracklist
1.Hologram
2.New World
3.Grains of Salt
4.The Joke of Life
5.Little Friend
6.Rose-Colored Sky
7.The Problem
8.Crystal Ball
9.Meet Me at La Palma
10.Miles and Miles

Line-up
Emily Nokes
Eric Randall
Bree McKenna
Lelah Maupin

TACOCAT – Facebook

Imminence – Turn The LIght On

Un disco che avrà sicuramente un buon riscontro commerciale, ma che in eredità non lascia niente, anzi in alcuni momenti persino irrita per la ripetitività delle sue strutture sonore.

Il terzo disco degli svedesi Imminence può essere considerato come il punto di partenza di chi voglia addentrarsi nelle sonorità metalcore maggiormente vicine all’alternative e alle cose più melodiche.

In Turn The Light On troviamo tutti gli stereotipi più commerciali e glamour del metalcore : melodie accattivanti, cori da concerto e tanto pop, tanto al punto che sarebbe meglio definire questo genere pop metal, più che metalcore. Dischi come questo sono super prodotti, e dal vivo non sono facili da replicare, ma visto il successo dei concerti degli svedesi si può affermare che vi riescano. Turn The LIght On ha ogni cosa al suo posto, le canzoni scorrono bene, ma è tutto diretto ad uso esclusivo di un pubblico giovane. Questo suono è molto vicino ad essere il nuovo emo, nel senso di emotional, prendendo come esempio gli inglesi Bring Me The Horizon e le loro schiere di ragazzine adoranti. Nulla di male in ciò, ma gruppi come loro e gli Imminence sono davvero difficili da accostare al metal, eppure sono una delle cose che tengono in piedi il mercato della musica dura. Infatti la sussidiaria della Nuclear Blast Records, la Arising Empire, pubblica questo album, ma nel suo catalogo c’è di molto meglio e soprattutto di maggiormente accattivante. Per chi cerca la durezza e il groove del metalcore questo è il posto sbagliato, mentre chi cerca il pop metal fatto bene potrebbe trovare ciò che cerca, anche se si potrebbe fare molto meglio. Un disco che avrà sicuramente un buon riscontro commerciale, ma che in eredità non lascia niente, anzi in alcuni momenti persino irrita per la ripetitività delle sue strutture sonore.

Tracklist
1. Erase
2. Paralyzed
3. Room To Breathe
4. Saturated Soul
5. Infectious
6. The Sickness
7. Death of You
8. Scars
9. Disconnected
10. Wake Me Up
11. Don’t Tell a Soul
12. Lighthouse
13. Love & Grace

Line-up
Eddie Berg – vocals/violin
Harald Barrett – guitars
Christian Höijer – bass
Peter Hanström – drums

IMMINENCE – Facebook/

New Years Day – Unbreakable

Nel loro genere, ovvero l’incontro tra pop e metal moderno, i New Years Day sono molto bravi, con un suono molto stelle e strisce, dalla grande forza ma anche dalla grande melodia.

Nuovo album per uno dei maggiori gruppi di metal pop mondiali, i californiani New Years Day, capitanati da Amy Costello da Anaheim.

Dopo il disco precedente, Malevolence del 2015, la band ha allontanato persone molto negative che vi gravitavano intorno, hanno rinnovato la squadra e sono più forti, da qui il titolo del nuovo lavoro: Unbreakable. Il lavoro è un perfetto esempio di come si possano unire pop e metal, generando melodie molto accattivanti che vertono sulla bella voce di Amy Costello. Quest’ultima è un po’ il fulcro ed il punto di maggiore attenzione del gruppo, nel senso che intorno alla sua voce e alla sua bellezza girano i New Years Day. Il gruppo è valido, molto americano e moderno, ma senza di lei l’interesse non sarebbe certamente lo stesso. Innanzitutto possiede una voce che sa adeguarsi ai diversi registri, dal pop la metal, passando per l’elettronica, ed è brava in tutti i frangenti. Poi è molto bella e usando in maniera accattivante questa sua dote la cosa sembra funzionare. Nel loro genere, ovvero l’incontro tra pop e metal moderno, i New Years Day sono molto bravi, con un suono molto stelle e strisce, dalla grande forza ma anche dalla grande melodia: Unbreakable è un lavoro che può piacere ad un pubblico trasversale, sicuramente non a chi ama il metal estremo, ma non si può mai dire, le folgorazioni sono dietro l’angolo. Il disco è quello che vuole essere, e sicuramente in patria raggiungerà vette notevoli, specialmente nel circuito delle radio universitarie. Qui da noi è un suono che non va molto, ma tutto è possibile. Metal moderno, pop e movimento.

Tracklist
1. Come For Me
2. MissUnderstood
3. Skeletons
4. Unbreakable
5. Shut Up
6. Done With You
7. Poltergeist
8. Break My Body
9. Sorry Not Sorry
10. My Monsters
11. Nocturnal
12. I Survived

Line-up
Ash Costello – vocals
Nikki Misery – guitar
Frankie Sil – bass
Austin Ingerman – lead guitar

NEW YEARS DAY – Facebook

Virginiana Miller – The Unreal Mccoy

Ci sono momenti alla Calexico, cose più vicine a gente come King Dude, lo spirito di un Elvis nettamente sconfitto e purtroppo ancora in vita, aperture che ricordano il più tenebroso american gothic, insomma un grande disco davvero pieno di angoli e di chilometri da fare senza meta.

Dopo sei anni di assenza tornano i livornesi Virginiana Miller, gruppo tra i padri fondatori dell’ indie in Italia che ha sempre fatto cose interessanti, anche se sono cambiate molte cose in sei anni.

Innanzitutto non hanno più nulla da dirci in italiano, come hanno affermato loro, e allora cantano in inglese. E nella lingua di oltremanica ci raccontano come immaginano l’America vista da Torino, senza muoversi da casa, usando testimonianze e quell’immenso immaginario che ha prodotto la terra americana in questi anni. In pratica si potrebbero considerare gli Stati Uniti come uno sconfinato produttore di sogni, incubi, racconti ed immagini. Tutti noi ci siamo abbeverati, e tuttora lo facciamo, ma i Virginiana Miller vanno oltre e lo raccontano attraverso nove tracce di bellissimo indie rock, con la voce di Simone Lenzi che in inglese è ancora più incisiva che in italiano, e non era facile. Il disco è un concentrato di pop rock composto e suonato ad un livello superiore, unendo musicalmente Inghilterra, Italia e Usa, in un qualcosa di molto originale, in linea con la produzione precedente e andando oltre, da grande gruppo. Se l’ascoltatore non lo sapesse, potrebbe pensare che questo disco sia di un gruppo americano, e ciò per le atmosfere, la languida sensualità dell’unione fra parole e musica, e quei racconti di polvere e merda che poi è l’America vera, quella che non si vede ma decisamente maggioritaria rispetto a quella che appare sui nostri schermi. Difficile sbarcare il lunario là, nonostante i tanti proclami di un’America che tornerà ancora grande, forse l’America è morta o forse è solo un luogo della mente, e l’unica maniera per raccontarla è quella dei Virginiana Miller. Tornando a loro, con questo lavoro dopo una lunga pausa, confermano d’essere uno dei migliori gruppi italiani, nel senso che riescono ad andare oltre le loro gloriosa storia per fare un qualcosa di dirompente e davvero nuovo. Ci sono momenti alla Calexico, cose più vicine a gente come King Dude, lo spirito di un Elvis nettamente sconfitto e purtroppo ancora in vita, aperture che ricordano il più tenebroso american gothic, insomma un grande disco davvero pieno di angoli e di chilometri da fare senza meta. I Virginiana Miller potevano fare un disco più confortevole e facile, mentre qui raccontano usando codici nuovi per loro, e dimostrando che possono fare ciò che vogliono sempre con ottimi risultati. Un grande ritorno, ma in realtà non se ne sono mai andati, siete voi che avete la fregola di avere un disco all’anno come minimo, questo è artigianato musicale.
” The sky is clear / We feel safe / In the fallout shelter / God is strong / No communists around ”

Tracklist
01. The Unreal McCoy
02. Lovesong
03. Old Baller
04. Motorhomes Of America
05. Christmas 1933
06. The End Of Innocence
07. Soldiers On Leave
08. Toast The Asteroid
09.Albuquerque

Line-up
Antonio Bardi: Electric and acoustic guitar
Daniele Catalucci: Bass, backing and harmony vocals
Giulio Pomponi: Acoustic and electric piano, synth, farfisa, keyboards
Matteo Pastorelli: Electric, acoustic and steel guitar, Synth, Mini theremin
Simone Lenzi: lead vocals
Valerio Griselli: drums

Ale Bavo: synth on The unreal McCoy
Ada Doria, Daniela Bulleri: harmony vocals on The unreal McCoy
Andrea “Ciro” Ferraro: harmony vocals on Soldiers on leave
Matteo Scarpettini: percussions on Old baller, Motorhomes of America, Christmas 1933, The end of innocence, Soldiers on leave, Toast the asteroid, Albuquerque

VIRGINIANA MILLER – Facebook

Perfect Son – Cast

Ci sono le tenebre, ci sono le luci e le narrazioni di vita e di sogni mancati, il tutto scorre bene, ma si ha la costante impressione che per arrivare all’optimum manchi ancora qualcosa, nonostante sia un buon inizio.

Perfect Son aka Tobiasz Biliński è un produttore e musicista polacco che fa un’elettronica con synth e melodie pop.

Come formazione Tobiasz proviene dall’electropop del gruppo Coldair, con il quale ha avuto un discreto successo. L’electropop è solo il punto di partenza, perché Perfect Son è un progetto assai diverso rispetto alle sue cose precedenti. La sua elettronica si potrebbe definire emozionale, dato che a va a scavare nell’oscurità delle vicende umane. Si può ritrovare molto dei Depeche Mode e della synthwave attuale, quella più fine ed intima. I Depeche Mode sono però soltanto la partenza, perché Tobiasz sviluppa una poetica propria che è maggiormente elettronica rispetto al gruppo inglese, e ci porta in territori vellutati ed affascinanti ma non scevri di insidie. Biliński ha una grande responsabilità, essendo il primo polacco ad essere messo sotto contratto dalla Sub Pop, per di più in un genere come l’elettronica che non è quello di punta per l’etichetta di Seattle. Ma la politica della Sub Pop è quella di pubblicare prodotti di ottima qualità e questo è il caso di Perfect Son, anche se ci sono ampi margini di miglioramento. La struttura è già buona ma manca qualche tassello per far sì che il polacco si possa esprimere al meglio. Tobiasz traccia una strada ben precisa ma non la prende ancora per intero, rimanendo sospeso tra pop ed elettronica, con una forma piacevole ma ancora indefinita, che lascia un po’ con l’amaro in bocca. Ci sono le tenebre, ci sono le luci e le narrazioni di vita e di sogni mancati, il tutto scorre bene, ma si ha la costante impressione che per arrivare all’optimum manchi ancora qualcosa, nonostante sia un buon inizio. La produzione rende molto bene i suoni e la nitidezza regna sovrana, regalando dei piaceri agli amanti dell’elettronica più vicini al pop. Un disco che è un inizio per un qualcosa che potrebbe diventare notevole ma che ancora non lo è.

Tracklist
1 Reel Me
2 Lust
3 It’s For Life
4 Old Desires
5 So Divine
6 Promises
7 High Hopes
8 My Body Wants
9 Wax
10 Almost Mine

PERFECT SON – Facebook

Orville Peck – Pony

Orville Peck compone, scrive, suona e si autoproduce un disco che farà sgorgare lacrime e vi farà guardare l’orizzonte come non l’avete mai guardato.

Incredibile debutto di un cow boy mascherato che vi porterà di notte su polverose strade dimenticate di un Canada che non conosciamo bene.

La voce di Orville Peck è qualcosa di davvero affascinante e si fonde benissimo con una musica strutturata in maniera minimale, ma davvero adeguata: il suo timbro assomiglia terribilmente all’Elvis Presley più dolce ed intimo, infatti Peck è uno straordinario narratore di storie ed accadimenti. La tradizione è quella gotica americana, che ultimamente ha avuto momenti di notevole qualità declinati in maniera diversa, si pensi a King Dude, ma qui è un’altra storia. Orville Peck è posseduto da un rocker americano anni sessanta che ha deciso di raccontare le sue storie in un pomeriggio estivo di afa asfissiante, con le macchine che procedono lentamente come se anche loro sentissero la fatica, le rose cadono a terra, e alcune gonne attirano molti sguardi. Un mondo apparentemente immoto, ma pieno di vita nascosta che Orville ci racconta con la sua splendida musica. Pony non è un disco fuori dal tempo, è un’opera che costruisce un’epoca tutta sua, un unicum spazio temporale nel quale veniamo catapultati e dove si sta benissimo. Immaginario western, paesini, suburbia, tutto scorre come vederlo da un finestrino in un viaggio nell’America del Nord più rurale e vera, dove certe cose non sono cambiate. Si arriva addirittura a pensare che tutto sia un’invenzione pur di aver qualcosa che la voce e la musica di Orville Peck possa narrare. E non ci sono dubbi ragazzi miei, se avete un pugno di dollari (vanno bene anche gli euro, i bitcoin li sconsigliamo), da spendere per comprare un disco decente da quando quel grassone di Memphis è morto, beh questo è il disco giusto. Dolcezza, sesso, vita, morte , polvere, Dio, caldo e tanto altro qui vengono cantati in maniera commovente e bellissima. Ci sono anche alcuni accenni a un certo inglese chiamato Mr.Morrissey, che è forse la cosa più simile al King che ci sia stata dopo il re, ma questo è un’altra storia. Orville Peck compone, scrive, suona e si autoproduce un disco che farà sgorgare lacrime e vi farà guardare l’orizzonte come non l’avete mai guardato.

Tracklist
1 Dead of Night
2 Winds Change
3 Turn To Hate
4 Buffalo Run
5 Queen of the Rodeo
6 Kansas (Remembers Me Now)
7 Old River
8 Big Sky
9 Roses Are Falling
10 Take You Back (The Iron Hoof Cattle Call)
11 Hope to Die
12 Nothing Fades Like the Light

ORVILLE PECK – Facebook

Giordano Forlai – Orso Bianco

L’alternanza tra brani rock velati di strutture prog ed altri che guardano alla tradizione della canzone italiana portano Orso Bianco ad essere apprezzato da chi ha nelle corde il rock/pop d’autore, mentre ai rockers duri e puri il consiglio è quello di rivolgersi altrove.

La presenza di Roberto Tiranti come ospite su un brano (Che Cosa Siamo Noi, da cui è stato estratto un video), incuriosisce non poco riguardo al nuovo album del cantautore spezzino Giordano Forlai, da metà anni ottanta sulla scena rock tricolore come cantante in vari gruppi e in seguito come solista.

Arrangiamenti raffinati e tenui accenni prog rock fanno capolino tra la musica di Forlai, assolutamente cantautorale e lontana non poco dalle sonorità più robuste che vengono per lo più trattate su queste pagine.
Poco male, visto che si tratta di un ascolto più delicato ed in qualche modo introspettivo che ci porta ad apprezzare il lavoro del cantautore ligure, anche se ovviamente la parte grintosa della sua musica è quella che apprezziamo di più.
Pagine, Nero, lo splendido brano in collaborazione con Tiranti sono gli episodi migliori di un lavoro che va assaporato come un vecchio bourbon d’annata, elegante e curato in ogni passaggio.
L’alternanza tra brani rock velati di strutture prog ed altri che guardano alla tradizione della canzone italiana portano Orso Bianco ad essere apprezzato da chi ha nelle corde il rock/pop d’autore, mentre ai rockers duri e puri il consiglio è quello di rivolgersi altrove.

Tracklist
1.Orso bianco
2.Pagine
3.Sono qui
4.Sparami
5.L’altra parte di te
6.Il viaggio
7.Nero
8.Acrobata
9.Blu
10.Che cosa siamo noi
11.Stare soli
12.Marta

GIORDANO FORLAI – Facebook

The Night Flight Orchestra – Internal Affairs/Skyline Whispers

Licenziati anche in vinile, questi due lavori risultano imperdibili per chi ha amato i successivi, confermando i The Night Flight Orchestra come una delle proposte più geniali degli ultimi anni.

La Nuclear Blast saggiamente, dopo il successo degli ultimi due bellissimi lavori (Amber Galactic e Sometimes the World Ain’t Enough), ristampa il debutto Internal Affairs e il successivo Skyline Whispers, i primi due album dei rockers The Night Flight Orchestra originariamente usciti per Coroner Records rispettivamente nel 2012 e nel 2015.

Look rinnovato e l’aggiunta di una bonus track sono le novità di queste due nuove versioni per il super gruppo che vede cimentarsi con il pop/rock anni ottanta una manciata di pilastri del metal estremo capitanati da Björn “Speed” Strid dei Soilwork.
Internal Affairs e Skyline Whispers non hanno nulla da invidiare ai loro successori, dando il via alla saga di questo geniale progetto che raccoglie in sé lo spirito della musica pop rock tra anni settanta e ottanta tra pop, dance e hard rock da arena.
Qualcuno ancora oggi storcerà il naso di fronte a questo gruppo di musicisti che, mettendo da parte l’anima estrema che li contraddistingue, si sono messi in gioco con talento e passione, creando musica che definire senza tempo è un eufemismo, piacevolmente vintage ma dall’appeal stratosferico già dalle prime note del debutto, una raccolta di brani splendidi che hanno nell’eclettismo e la loro arma migliore.
Sul primo album quindi si passa dall’hard rock americano di California Morning, al rock sporcato di blues che ricorda gli Whitesnake di Transatlantic Blues, al funky nero della title track in un turbinio di luci colorate da balere raccontate da Thank God It’s Friday o Saturday Night Fever.
Qualità altissima ed acquisto obbligato anche per il secondo album, Skyline Whispers, uscito tre anni dopo il debutto e che consolidava una proposta fino ad allora vista come un piacevole diversivo dei suoi protagonisti.
Anche qui si viaggia spediti sulle ali dell’assoluta libertà artistica con brani che a turno fotografano le imprese di Van Halen, Electric Light Orchestra, Kiss o Spandau Ballet in brani che chiamare trascinanti è un eufemismo come Stiletto, Lady Jane o Roads Less Travelled.
Licenziati anche in vinile, questi due lavori risultano imperdibili per chi ha amato i successivi, confermando i The Night Flight Orchestra come una delle proposte più geniali degli ultimi anni.

Tracklist
Internal Affairs:
1. Siberian Queen
2. California Morning
3. Glowing City Madness
4. West Ruth Ave
5. Transatlantic Blues
6. Miami 502
7. Internal Affairs
8. 1998
9. Stella Ain’t No Dove
10. Montreal Midnight Supply
11. Green Hills Of Glumslöv
12. Song For Ingebörg

Skyline Whispers:
1. Sail On
2. Living For The Nighttime
3. Stilletto
4. Owaranai Palisades
5. Lady Jade
6. I Ain’t Old I Ain’t Young
7. All The Ladies
8. Spanish Ghosts
9. Demon Princess
10. Skyline Whispers
11. Roads Less Travelled
12. The Heather Reports
13. September You’re A Woman

Line-up
Björn Strid -Vocals
Sharlee D’ Angelo – Bass
David Andersson – Guitar
Richard Larsson – Keyboards
Jonas Källsbäck – Drums
Sebastian Forslund – Guitar
Backing Vocals by the Airline Annas – Anna Brygård and Anna-Mia Bonde

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – Facebook

Giò – Succederà

Da un personaggio con oltre trent’anni di esperienza nel mondo musicale ci si aspettava qualcosa di più, ma quello che sembra evidente è il parziale distacco di Giò dalla scena rock per un approdo a sonorità più vicine al pop e quindi abbastanza lontane dal target della nostra webzine.

Succederà è il nuovo lavoro di Giordano Gondolo in arte Giò, scrittore e cantante dal 1986 nella scena rock tricolore con un passato che lo ha visto suonare su e giù per lo stivale con musicisti e gruppi del calibro di Diaframma, C.S.I, Marlene Kuntz, Ustmamo, Death SS, Carmen Consoli e Negrita.

Con gli Union Jack prima, poi il progetto Blixxa e con tanta esperienza alle spalle nel mondo della musica a 360°, Giò arriva ad oggi e a questo album che ha tutti i crismi dell’ep, con sei brani per venti minuti di musica che lascia il rock per un approccio molto più pop, vario nel proporre sfumature diverse ad ogni brano, ma comunque fuori dai canoni del rock odierno.
Tra le trame dei brani che compongono il lavoro si passa dall’hip hop adolescenziale dell’opener Io Sarò Li, dal pop/rock di Farò quello che voglio, dai ritmi solari della title track, al Litfiba sound di Cose Che Non Ho Visto Mai, la canzone che lascia trasparire l’animo rock del cantante fino a Noi, con l’ospite Simone Piva, anche autore del brano.
Da un personaggio con oltre trent’anni di esperienza nel mondo musicale ci si aspettava qualcosa di più, ma quello che sembra evidente è il parziale distacco di Giò dalla scena rock per un approdo a sonorità più vicine al pop e quindi abbastanza lontane dal target della nostra webzine.

Tracklist
1.Io Sarò Lì
2.Quello Che Voglio
3.Succederà
4.Cose Che Non Ho Visto Mai
5.Noi (feat. Simone Piva)
6.Io Sarò Lì (acoustic version)

Line-up
Giò – voce
Andrea Faidutti – chitarra
Marco Menazzi – chitarra
Alan Malusà Magno – chitarra
Steve Taboga – basso, chitarra
MArzio Tomada – basso
Geremy Seravalle – piano, tastiere
Fabio Veronese – piano, hammond
Marco D’Orlando – batteria

GIO – Facebook

Charlie Barnes – Oceanography

Fuori dai soliti contesti metal ai quali siamo abituati, Oceanography risulta un ottimo lavoro per riappacificarsi con un certo tipo di rock che prende ispirazione dai Muse e dai gruppi mainstream, senza però dimenticare la tradizione pop del secolo scorso.

Il nuovo lavoro del musicista e compositore britannico Charlie Barnes è il classico album del quale qualcuno potrebbe obbiettare sulla sua presenza nelle nostre pagine, eppure la bellezza di Oceanography ci impone di presentarlo ai nostri lettori, almeno quelli più orientati al rock e alle sperimentazioni.

Barnes, al terzo album, centra l’obiettivo di creare musica rock dalle atmosfere liquide ed avvolgenti come appunto suggerisce il titolo: un oceano di note alternative nel quale confluiscono ispirazioni anche lontane tra loro ma perfette nell’economia dei brani che formano l’opera.
L’ex chitarrista e tastierista di Amplifier e Bastille parte da molto lontano, addirittura dagli anni sessanta, per attraversare il tempo che resta ed arrivare ai giorni nostri accompagnato da un raffinato pop inglese, alternative ed accenni alla new wave, coprendo così i vari decenni che lo separano dai giorni nostri.
E’ un rock elegante, dalle melodie dilatate e delicate che la voce del nostro, dal retrogusto lirico, accompagna in questa navigazione nelle acque calme e poetiche di questo oceano di emozioni, risvegliate dalla title track, dalla splendida Bruising e dalle aperture pop/rock di Maria.
Fuori dai soliti contesti metal ai quali siamo abituati, Oceanography risulta un ottimo lavoro per riappacificarsi con un certo tipo di rock che prende ispirazione dai Muse e dai gruppi mainstream, senza però dimenticare la tradizione pop del secolo scorso.

Tracklist
01.Intro
02.Oceanography
03.Will & Testament
04.Bruising
05.Ruins
06.One Word Answers
07.The Departure
08.Legacy
09.Former Glories
10.Maria
11.All I Have
12.The Weather

Line-up
Charlie Barnes – vocals, guitar, bass, piano, synthesizers
Steve Durose – guitar, bass, synthesizers, programming
Ste Anderson – drums

CHARLIE BARNES – Facebook

The Helio Sequence – Keep Your Eyes Ahead

Keep Your Eyes Ahead è una progressione continua di belle sensazioni, giuste malinconie e un sentore diffuso di piccolo capolavoro musicale, quei dischi che nascono bene dalla prima nota e continuano ancora meglio.

Ristampa deluxe dello storico disco dei The Helio Sequence uscito dieci anni fa e diventato un caposaldo dell’indie americano e nono solo.

Lo stile musicale dei The Helio Sequence è un dream pop molto indie, con ritornelli che stendono l’ascoltatore proiettandolo direttamente in un prato primaverile al tramonto. Keep Your Eyes Ahead è un disco che ha tantissimo al suo interno, ma la cosa che stupisce di più è la facilità di costruire melodie bellissime e mai scontate. Non esiste una canzone brutta in questo disco, non ci sono riempitivi dalle losche intenzioni, ma solo pezzi che escono direttamente dal cuore e dal cervello del duo di Portland, che sono fra i migliori cervelli indie. Giusto per dare un esempio il primo minuto di Broken Afternoon è da antologia della musica per mostrare cosa si può fare con la voce, una chitarra e tastiere soffuse. Keep Your Eyes Ahead è una progressione continua di belle sensazioni, giuste malinconie e un sentore diffuso di piccolo capolavoro musicale, quei dischi che nascono bene dalla prima nota e continuano ancora meglio. Il 2008, anno di uscita del disco, era un anno molto differente per l’indie rispetto al 2018, nel senso che c’era molta più verve creativa in giro, ora invece è per la maggior parte solo muzak per gli ascensori ed i supermercati, o peggio per i festival estivi delle compagnie telefoniche. Se volete passare molto bene poco più di un’ora, questo è il posto giusto.

Tracklist
1.Lately (Remastered)
2.Can’t Say No (Remastered)
3.The Captive Mind (Remastered)
4.You Can Come to Me (Remastered)
5.Shed Your Love (Remastered)
6.Keep Your Eyes Ahead (Remastered)
7.Back to This (Remastered)
8.Hallelujah (Remastered)
9.Broken Afternoon (Remastered)
10.No Regrets (Remastered)
11.Turn the Page
12.Up Against Time
13.Heart Disease
14.No Regrets (Electric)
15.January
16.No Regrets (Keyboards)
17.All of These Things
18.Almost Morning (Demo)
19.Broken Afternoon (Solo)
20.April (Demo)
21.No Regrets (Acoustic)

Line-up
Brandon Summers – Guitar, Vocals –
Benjamin Weikel – Drums, Keyboards –

THE HELIO SEQUENCE – Facebook

Engst – Flächenbrand

Flächenbrand offre undici brani molto fruibili, definibili a buon titolo “leggeri” ma non banali: questo perché Engst conferma le proprie qualità vocali mettendole al servizio di un sound che scorre con mirabile fluidità.

I tedeschi Engst si propongono con forza e convinzione come la potenziale prossima nuova sensazione del pop rock mondiale.

Se già questa presentazione può mettere sul chi vive chi legge, va subito ribadito che in un lavoro come Flächenbrand le ruvidezze sono molto attenuate visto che il focus della band è la creazione di melodie accattivanti e di rapida assimilazione, ma non è detto che ciò debba essere considerato necessariamente un male.
Questa giovane band tedesca risulta infatti già simpatica fin dalla sua genesi, che prende le mosse dal successo in un talent tedesco del vocalist Matthias Engst, il quale ha rifiutato il classico contratto propostogli, volto a renderlo uno dei tanti polli d’allevamento del business musicale, per provare una strada più irta di difficoltà come fondare una band propria e cercare il successo senza utilizzare scorciatoie; indubbiamente, però, la fama acquisita presso il grande pubblico ha aiutato il nostro a richiamare l’attenzione della Arising Empire, sub label della Nuclear Blast specializzata un sonorità modern/alternative, tramite la quale la band si affaccia sul mercato con questo interessante esordio.
Flächenbrand offre undici brani molto fruibili, definibili a buon titolo “leggeri” ma non banali: questo perché Engst conferma le proprie qualità vocali mettendole al servizio di un sound che scorre con mirabile fluidità, toccando l’enfasi melodica dei Mono Inc. nelle canzoni più intimiste, la ruvidezza patinata dei Nickelback e del pop punk più adulto alla Offspring/Green Day, con il valore aggiunto del cantato in lingua madre che conferisce quel minimo di “durezza” in più al sound attenuandone sensibilmente il tasso glicemico.
Nel momento in cui accettiamo che il rock possa rivolgersi ad un pubblico più ampio, sottraendo magari qualche ragazzo a certa immondizia musicale in auge di questi tempi, una proposta come quella degli Engst non può che essere la benvenuta in quanto esplicita per intenti e cristallina per pulizia e talento dei giovani musicisti coinvolti.

Tracklist:
1. Ich steh wieder auf
2. Der Moment
3. Eskalieren
4. Optimisten
5. Ein Sommer in den Charts
6. Der König
7. Ist mir egal
8. Fremdes Elend
9. Morgen geht die Welt unter
10. Mit Raketen auf Spatzen
11. Träumer & Helden

Line-up:
Matthias Engst – Voce
Ramin Tehrani – Chitarra
Alexander Köhler – Basso
Yuri Cernovlov – Batteria

ENGST – Facebook

Mudhoney – Digital Garbage

La nuova fatica dei Mudhoney non fa tornare ai tempi del grunge, ma rende molto chiaro e vibrante che si può ancora fare musica di qualità ed altamente corrosiva.

Tornano i Mudhoney, uno dei gruppi principali dell’indie americano dei novanta ed anche dopo, e lo fanno con un disco clamoroso, che ascende nell’Olimpo della loro discografia.

Era dal 2013, anno di Vanishing Point, che i Mudhoney non facevano uscire nulla di nuovo, ed eccoli tornare, ovviamente su Sub Pop. Il disco suona come e meglio dei loro lavori migliori, è un concentrato di puro suono rock bastardo, come se il passare degli anni avesse affinato la già loro grande capacità compositiva. Inoltre questi tempi veloci ed oscuri hanno affinato la loro cattiveria, ed il disco è un po’ un punto sulla situazione dal quale non se ne esce molto bene. Con Digital Garbage i Mudhoney confermano e portano alla sublimazione ciò che hanno sempre fatto, ovvero andare oltre gli steccati nei quali si è provato a chiuderli. Nonostante siano stati uno dei gruppi principali della cosiddetta ondata grunge, essi erano già oltre all’epoca, perché il loro è un rock totalmente americano, figlio delle distorsioni e costruito su una capacità compositiva superiore a quella delle band a loro affini. Il lavoro della chitarra, della voce e della sezione ritmica rendono queste canzoni una diversa dall’altra: ci sono infiniti cambi di tonalità, di ritmo e di situazione che tengono incollato l’ascoltatore a Digital Garbage, il miglior rimedio a tanta insipidità attuale, ovvero quella musica di maniera magari bella e ben prodotta, ma che non ha nulla al suo interno. Qui si balla e si sbatte la testa contro il muro ridendo, c’è cattiveria e sostanza, una certa urgenza punk che i Mudhoney hanno sempre avuto, da osservatori distaccati e tristemente divertiti da ciò che vedono. La nuova fatica dei Mudhoney non fa tornare ai tempi del grunge, ma rende molto chiaro e vibrante che si può ancora fare musica di qualità ed altamente corrosiva, perché grida fotti il tuo Gesù in una canzone clamorosa come 21 St Century Pharisees: è un qualcosa che sveglia come un pugno in faccia, e i pugni in faccia più belli sul mercato li tirano i Mudhoney. Un lavoro che durerà a lungo perché ha mille risvolti positivi, poi se dovrete andare oltre per sentire le ultime cazzate pseudo indie fate pure.

Tracklist
1.Nerve Attack
2.Paranoid Core
3.Please Mr. Gunman
4.Kill Yourself Live
5.Night and Fog
6.21st Century Pharisees
7.Hey Neanderfuck
8.Prosperity Gospel
9.Messiah’s Lament
10.Next Mass Extinction
11.Oh Yeah

Line-up
Mark Arm
Steve Turner
Dan Peters
Guy Maddison

MUDHONEY – Facebook

The National Orchestra of the United Kingdom of Goats – Huntress

Storie e musica come queste fanno respirare il cuore ed il cervello e lasciano spazio alla fantasia, e qui di fantasia e di voglia di sognare ce n’è moltissima.

Quartetto assolutamente fuori dal comune proveniente dal Sud Tirolo, che propone una musica che ha mille riferimenti e davvero tanto da raccontate.

Nei The National Orchestra of the United Kingdom of Goats non si può scindere l’aspetto musicale da quello visivo ed artistico, questo è il loro terzo album su lunga distanza e continua la narrazione iniziata con il primo ep The Chronicles of Sillyphus e proseguita con gli altri episodi discografici, di cui questo è il terzo lp. Protagonista di questa saga è la misteriosa Kolepta, della quale vediamo dipanarsi le gesta accompagnate dalla musica del gruppo. La proposta musicale viene descritta come symphonic grind pop extravaganza, e potrebbe andare benissimo, ma c’è di più. La costruzione della canzone è sicuramente progressiva, con una forte ossatura pop ed una grande attenzione quasi gotica alla drammatizzazione, che è una delle cose più rimarchevoli di questo gruppo. I nostri suonano dal vivo con costumi e pitture facciali, ognuno ha il suo ruolo nella grande storia che stanno narrando e la musica lascia il segno. Tutto scorre bene, anche se ci sono alcuni passaggi ancora acerbi che, contrastando con altri momenti davvero notevoli del disco, indicano che c’è ancora qualcosa da migliorare. Però questi piccoli difetti non si notano quasi nel quadro d’insieme che è molto originale ed unico, almeno in Italia, dove l’art rock ha avuto grandi episodi ma non una gloriosa storia. Nel libretto del disco c’è anche un fumetto che spiega il concept, disegnato molto bene da Digitkame e scritto da Thomas Torggler; inoltre sul sito della The National Orchestra of the United Kingdom of Goats compaiono ulteriori passi del racconto. Huntress è un disco piacevolmente fuori dal comune, che regala piacere nelle mattinate terse e fredde in cui il mondo appare sotto una luce diversa e forse è davvero qualcosa di diverso da quello che siamo abituati a vivere e vedere. Storie e musica come queste fanno respirare il cuore ed il cervello e lasciano spazio alla fantasia, e qui di fantasia e di voglia di sognare ce n’è moltissima.

Tracklist
1.Beast
2.Scent
3.Thrill
4.Attunement
5.Kill

Line-up
The Admiral
The Coachman
The Seer
The Insane

THE NATIONAL ORCHESTRA OF THE UNITED KINGDOM OF GOATS – Facebook

Night Club – Scary World

Il dark pop dei Night Club è un ottimo motivo per mettersi le cuffie e ascoltare continuamente questo disco, lussurioso come tutte le cose belle.

I Night Club sono un duo di Los Angeles, Emily Kavanaugh e Mark Brooks, e Scary World è il loro secondo album, dopo Requiem for Romance del 2016.

La proposta musicale è una synthwave molto dark, con innesti gothic e una fortissima struttura pop, con la preziosa ed ammaliante voce di Emily che scorre benissimo sui synth. Il disco è oscuro e dolce, come un peccato che si sa essere tale, ma il gusto nel compierlo è una delle sensazioni più belle sulla terra ed oltre. Il duo funziona benissimo ed Emily con i suoi diversi registri ci porta dove vuole lei, ora dark lady, ora bambina spaurita davanti ai pericoli di questo brutto mondo. Le melodie ordite dal duo sono notevoli e riescono sempre ad essere interessanti, coinvolgendo l’ascoltatore. Mark Brooks ai synth è un fenomeno, e i suoi lavori si imprimono nella mente di chi ci si trova dentro. Negli ultimi tempi c’è stato un notevole ritorno dei suoni synthwave, o dark pop se preferite, quelli che vedono nei Depeche Mode i loro creatori, ma pochi gruppi come i Night Club riescono ad essere convincenti e ad esprimere melodie di alta qualità. Verrete presto catturati da questo disco che, come una litania che ci avvince, ci porta in luoghi della nostra mente dove non dovremmo andare, ma non possiamo farne a meno, come neppure desiderare certe cose. Il dark pop dei Night Club è un ottimo motivo per mettersi le cuffie e ascoltare continuamente questo disco, lussurioso come tutte le cose belle.

Tracklist
1 Beware!
2 Scary World
3 Schizophrenic
4 Your Addiction
5 Blood On Your Blade
6 Candy Coated Suicide
7 Therapy (Get High)
8 Imaginary Friend
9 Vampires
10 Survive

Line-up
Emily Kavanaugh
Mark Brooks

NIGHT CLUB – Facebook

Tax The Heat – Change Your Position

Questo gruppo è un piacevole compendio di guitar rock e di come si possa fare un album energico e che rimanga melodico e molto british.

I britannici Tax The Heat sono la summa di ciò che è stato negli ultimi il rock alternativo più valido.

La Nuclear Blast è una delle maggiori etichette mondiali di metal ed affini, ma ha fatto bene ad introdurre nella propria squadra questo gruppo che è assai interessante. Le sue influenze sono molte e disparate, si parte dal classico rock pop britannico per arrivare al pub rock, e al Duca Bianco e molto oltre. Come detto sopra questa band è un piacevole compendio di guitar rock e di come si possa fare un album energico e che rimanga melodico e molto british. Era da tempo che non si sentiva un gruppo britannico esprimersi a questi livelli senza scimmiottare qualcuno, o proponendo qualcosa di stantio. I Tax The Heat sono una ventata di aria nuova, con il loro rock pop che descrive la nostra difficile società, ma lo fa in maniera da non insegnare nulla a nessuno, solo far capire che, magari, se fossimo più buoni staremmo tutti più comodi. Il gruppo di Bristol è cresciuto molto dal debutto del 2016 Fed To The Lions, che era già valido, ma questo disco è superiore. Le soluzioni sonore sono sempre piacevoli e profonde, le melodie sono sviluppate molto bene e la struttura delle loro canzoni è solida. Non deve spiazzare il fatto che escano per un’etichetta metal, perché i tempi attuali non hanno più queste divisioni e si deve considerare il valore intrinseco del disco. Molti ascoltatori con gusti diversi apprezzeranno questo lavoro dei Tax The Heat, che è una delle cose migliori uscite dalle isole britanniche negli ultimi anni, anche se il gruppo non è spinto come altri dalla stampa musicale inglese.

Tracklist
1. Money In The Bank
2. Change Your Position
3. Playing With Fire
4. All That Medicine
5. On The Run
6. The Last Time
7. Taking The Hit
8. My Headspace
9. We Are Consumers
10. Cut Your Chains
11. Wearing A Disguise
12. The Symphony Has Begun

Line-up
Alex Veale – vocals, guitars
Antonio Angotti – bass, backing vocals
JP Jacyshyn – guitars, backing vocals
Jack Taylor – drums, backing vocals

TAX THE HEAT – Facebook

Ghost – Prequelle

I Ghost sono gli Abba dei tempi moderni, fanno musica teatrale o teatro musicale, sono la quintessenza del pop di qualità, proprio come i connazionali lo furono anni fa.

I Ghost sono gli Abba dei tempi moderni, fanno musica teatrale o teatro musicale. Sono la quintessenza del pop, proprio come i connazionali lo furono anni fa.

Sgombriamo subito il campo dalla voce che è sempre girata fin dal loro primo disco, ovvero che siano i nuovi Mercyful Fate: con i danesi non hanno da spartire e lo si può benissimo ascoltare qui. La strada intrapresa è quella che abbiamo sentito in Meliora, rock pop con connotazioni molto a stelle e strisce; rispetto ai lavori passati Prequelle ha un respiro operistico, perché ci sono anche pezzi strumentali che danno un valore diverso al tutto. Le canzoni catturano molto bene l’attenzione dell’ascoltatore, e come nei dischi passati quasi tutti i pezzi sono delle potenziali hit. Una recensione dei Ghost non è fatta per convincere chi non li ama, perché essi rimarranno fermi sulle loro posizioni, ma è uno sprone ad ascoltarli senza preconcetti. L’aura satanica rimane, ma è più che altro un colpo di teatro, anche se i testi sono interessanti come sempre e trattano dell’uomo e della sua vita carnale e spirituale, di una parabola che non si esaurisce in terra, ma è un qualcosa che supera la nostra vita. Un’altra peculiarità molto importante dei Ghost è il riuscire a dare un sapore ottocentesco, un tocco di feuilleton ad un rock pop che si ispira molto alle atmosfere dell’ultimo ottocento e del primo novecento. Le capacità compositive del gruppo svedese crescono disco dopo disco, e dove non arriva l’ispirazione c’è il mestiere ad aiutarli. Una delle novità è qualche composizione dal sapore prog, soprattutto grazie al gran lavoro delle tastiere, come in Miasma, una piccola suite di poco più di cinque minuti che ci mostra un lato nascosto del pianeta Ghost, e che potrebbe avere sviluppi molto interessanti, anche perché nell’ultima parte del pezzo parte un assolo di sassofono davvero sorprendente e molto adeguato. Alcuni ritornelli possono essere considerati troppo radiofonici, ma questo è pop di alta qualità ed è musica che non può essere criptica, ma deve raggiungere le persone; non scordiamoci che, a parte forse il primo album, i Ghost scrivono musica per essere suonata dal vivo. Prequelle è un lavoro più profondo di Meliora, possiede la solita forza del gruppo svedese, ma anche sostanziali novità, e cosa più importante, è un lavoro di grande qualità.

Tracklist
1. Ashes
2. Rats
3. Faith
4. See The Light
5. Miasma
6. Dance Macabre
7. Pro Memoria
8. Witch Image
9. Helvetesfönster
10. Life Eternal

GHOST – Facebook