Padus – Diva Sporca

Diva Sporca è un disco che sa di antico, di qualcosa che si muove nelle nebbie, di sguardi impauriti al cielo verso la luna nera che sta sopra di noi da millenni, è anche ricerca musicale e passione che porta oltre.

Padus è il progetto molto particolare ed originale di Matteo Zanella, un abitante del delta del Po che suona il basso in un’orchestra di musica da ballo.

E proprio il basso come strumento è messo al centro di questa singolare opera, specialmente il basso distorto, che diventa in pratica un gruppo musicale a sé stante. Matteo Zanella è uno di quei musicisti totali e straripanti, ha la musica nel cervello e la crea in maniera ricercata ed originale. Scrive e suona tutto lui, e come genere siamo dalla parti di un doom che si incrocia con il dark ambient, ma molto forte è la connotazione teatrale del tutto, infatti le canzoni sono vere e proprie storie sceneggiate. Di solito gli strumenti impiegati sono il basso distorto per l’appunto, un organo a canne ed una batteria campionata, ma ci sono anche il vento, i tuoni ed incombe la figura del Po, questo fiume misterioso che attraversa terre antiche e difficili da decifrare. Matteo non si ferma però qui, e dato che ha anche la passione per la pittura, ha disegnato anche l’ermetica copertina del lavoro musicale. Diva Sporca è un viaggio nelle tenebre, nell’occulto e nella disperazione umana, nella vera e propria sporcizia del mistero umano, e anche in una natura che per noi è cattiva, ma semplicemente è se stessa, è l’uomo che inventa categorie di pensiero altrimenti inesistenti. Il disco è una continua sorpresa, il cantato è in italiano ed è molto incisivo, e contribuisce in maniera notevole a contribuire alla cifra stilistica del disco. La tecnica di Matteo è notevole, ma non è quella al centro del suo suono, bensì è al suo servizio. Diva Sporca è un disco che sa di antico, di qualcosa che si muove nelle nebbie, di sguardi impauriti al cielo verso la luna nera che sta sopra di noi da millenni, è anche ricerca musicale e passione che porta oltre. Ci sono anche brani sperimentali come Elocubrazione che fanno perdere le proprie attuali coordinate e conducono molto lontani, in quello stato particolare di trance leggera che solo certa musica può indurre. Si consiglia anche di seguire la pagina facebook di Padus, poiché Zanella vi posta i notevoli quadri ispirati ai pezzi del progetto.
Un disco unicamente tenebroso, un lavoro molto compiuto di un musicista che sa essere e dire molte cose differenti.

Tracklist
1 – Diva Sporca
2 – La luna nera
3 – Elocubrazione
4 – La peste
5 – La strada per l’oblio

PADUS – Facebook

Fallen – When The Light Went Out

When The Light Went Out racchiude poco più di quaranta minuti di musica che sono nutrimento per l’anima, il pretesto ideale per fermarsi un attimo e guardare dentro sé stessi senza alcun condizionamento esterno.

Ritorna ancora una volta Lorenzo Bracaloni con il suo progetto Fallen, tramite il quale ci delizia con una certa regolarità.

Anche se a un ascolto distratto la musica ambient sembra non offrire molte variazioni sul tema in realtà, è proprio ascoltando le ultime uscite a nome Fallen che si possono cogliere le sfumature che contraddistinguono i diversi album. Se, infatti, Glimpses risentiva della sua composizione durante le ore notturne e Tout Est Silencieux rispecchiava la brumosa immagine di copertina, questo ultimo When The Light Went Out tende ad evocare sensazioni meno crepuscolari e più nitide.
L’approccio del musicista toscano è come sempre ispirato a capisaldi artistici come Eno e Glass ma il tocco in più nei suoi lavori è fornito da un substrato melodico capace di raccogliere in maniera più rapida l’attenzione dell’ascoltatore.
Il resto lo fa poi la sensibilità compositiva di Bracaloni, che prende corpo attraverso sonorità cristalline, sempre punteggiate da tenui ma ben percepibili linee melodiche.
When The Light Went Out è un lavoro introspettivo ma allo stesso tempo tutt’altro che pacato in ogni suo frangente: se è un senso di pace quello che aleggia sostanzialmente lungo queste sei tracce, non mancano improvvisi sbalzi corrispondenti al turbamento di fondo che alberga nelle nostre anime e, in tal senso, un brano come Wandering Spirits Looking To Rest è abbastanza esemplificativo.
Il tocco pianistico essenziale ma elegante si intreccia con il resto della strumentazione, con i suoni e i rumori ambientali (meno presenti comunque rispetto a precedenti lavori), creando un nuovo gioiello sonoro targato Fallen: Lorenzo riesce conferire alla musica ambient una dimensione più fruibile senza che il tutto ne risenta a livello di profondità e questo è, appunto, la chiave di volta che ne rende l’operato appetibile anche a chi è avvezzo a sonorità ben differenti.
La limpidezza della title track e l’inquietudine evocata dalla conclusiva Peaceful Words Mean Everything rappresentano due delle principali sfumature riscontrabili tra le note di When The Light Went Out, opera che racchiude poco più di quaranta minuti di musica che sono nutrimento per l’anima, il pretesto ideale per fermarsi un attimo e guardare dentro sé stessi senza alcun condizionamento esterno.

Tracklist:
01 Cloudy Rooms, Oxygen and Miracles
02 When the Light went Out
03 Diamond Eyes through Darkness
04 Wandering Spirits looking to Rest
05 If your Dreams Ache
06 Peaceful Words mean Everything

Line-up:
Fallen – Piano, Organ, Electric Piano, Guitars, Synthesizers and Field Recordings (squares, traffic, television, radio, abandoned places)

FALLEN – Facebook

Empty Chalice – Mother Destruction

La musica di Empty Chalice è un qualcosa che si insinua nelle coscienze restando a lungo silente, per poi manifestarsi all’improvviso ravvivando le nostre inquietudini.

Se la musica ambient è, nell’immaginario collettivo, l’esibizione di sonorità volte ad accompagnare in modo discreto e comunque mai invasivo le diverse fasi di una giornata o di una specifica attività, in realtà ne esistono diverse varianti che sono tutt’altro che cullanti o consolatorie, ed uno degli artefici principali di questo filone in Italia è Antonine A. (Antonio Airoldi), il quale con il suo progetto denominato Empty Chalice prende le mosse dalle grandi opere pubblicate nel secolo scorso dalla mitica label svedese Cold Meat Industry.

Dopo aver parlato lo scorso anno di Ondine’s Curse, lavoro uscito per l’etichetta Ho.Gravi.Malattie, con Mother Destruction bisogna fare un passo indietro a livello temporale visto che, nonostante la recente pubblicazione da parte della Toten Schwan Records, la composizione dei brani risale al 2017 ed è quindi successiva ad Emerging Is Submerging.
E’ proprio a questo album che va in qualche modo ricollegata quest’ultima opera targata Empty Chalice, che a livello concettuale viene dedicata a chi ha perso la strada ed è costretto a vagare per lungo tempo prima di ritrovare la strada di casa.
Un certo elemento di discontinuità è fornito dalla presenza di contributi vocali sotto forma di parti recitate (in particolare quella di Thyme Nord dei Rare Form in Treblinka’s Snow) che divengono esse stesse strumenti abilmente manipolati da Antonjne A.
La dark ambient, nell’interpretazione di Empty Chalice (che si avvale anche dei contributi di altri costruttori di suoni non omologati come Rare Form, Ashtoreth e Kurgan Hors) non trova mai alcuno sfogo melodico, tramutandosi nel rumore di fondo che accompagna sensazioni spesso intrise di dolore o di angoscia ma, proprio in Mother Destruction, anche di tenui bagliori di speranza rispetto alla possibilità di ritrovare la via maestra, come avviene nella title track posta non a caso in chiusura del lavoro.
Chi ha imparato a conoscere da tempo l’opera di Airoldi non può quindi stupirsi della sua capacità di proporre sonorità che, pur non essendo provviste di una convenzionale linea melodica (anche se la drammatica Rest In Pain si avvicina a tratti alla reiterata linearità di certa ambient doom), sono in grado di attrarre fatalmente l’attenzione dell’ascoltatore, trasportandolo in una sorta di mondo parallelo nel quale i suoni non sono quelli che ascoltiamo nella vita di tutti i giorni, ma si palesano come una sorta di minaccioso rumore di fondo di un’umanità che ha molto da nascondere e altrettanto da farsi perdonare.
Se Treblinka è probabilmente il luogo dove si è raggiunto uno dei picchi di aberrazione della storia dell’umanità, almeno in epoca moderna, non resta che risorgere dalle fiamme (Qva Resvrget Ex Favilla) per riprendere un cammino doloroso ma non del tutto privo di speranza (forse meglio identificabile con un più animalesco istinto di sopravvivenza), unico appiglio al quale aggrapparsi per continuare la nostra quotidiana peregrinazione.
Se il funeral doom ha la funzione di esacerbare il dolore fino al raggiungimento di una sorta di catarsi, la dark/death ambient non lacera l’anima ma la corrode lentamente, lasciando un senso di disorientamento, molto somigliante a ciò che si prova quando si ha hanno cattivi presentimenti senza che ciò venga provocato da fatti oggettivi; la musica di Empty Chalice è un qualcosa che si insinua nelle coscienze restando a lungo silente, per poi manifestarsi all’improvviso ravvivando le nostre inquietudini.

Tracklist:
1.Unholy Light
2.Treblinka’s Snow
3.Qva Resvrget Ex Favilla
4.Rest in Pain
5.Mother Destruction

Line-up:
Antonine A.

EMPTY CHALICE – Facebook

The Magic Door – The Magic Door

Difficile segnalare una canzone rispetto ad un’altra, in un’opera come The Magic Door che va ascoltata nella sua interezza per cogliere al meglio significati e dettagli musicali che ne fanno un lavoro originale ed assolutamente da approfondire per apprezzarne ancor più l’essenza.

La Black Widow Records, storica label genovese conosciuta in tutto il mondo per la qualità artistica delle proprie proposte, licenzia questo bellissimo lavoro intitolato The Magic Door, dietro il quale si cela un profondo concept dai rimandi esoterici e con connotazioni alchemiche, astronomiche ed astrologiche.

La copertina raffigura i sette epigrafi della porta corrispondenti a Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, il Sole e V.I.T.R.I.O.L., mentre la porta magica si riferisce alla storia di Villa Palombara, residenza del marchese Massimiliano Palombara e dell’alchimista Francesco Giuseppe Borri
Un viaggio musicale dai tratti folk, intriso di magia e leggende, cultura e studi su argomenti fuori dai soliti schemi che la musica moderna ci offre, accompagnato dalla voce della cantante Giada Colagrande: dieci brani colmi di eleganza e magia, da ascoltare nella penombra, lasciandosi trasportare da note celtiche, arpeggi fuori dal tempo che riempiono lo spazio di note che strumenti come arpa, chitarra classica, viola ricamano nel tempo e nella nostra mente.
Difficile segnalare una canzone rispetto ad un’altra, in un’opera come The Magic Door che va ascoltata nella sua interezza per cogliere al meglio significati e dettagli musicali che ne fanno un lavoro originale ed assolutamente da approfondire per apprezzarne ancor più l’essenza.

Tracklist
1.Intro
2.Saturnine Night
3.Jupiter’s Dew
4.Water Of Mars
5.Venus The Bride
6.Ancient Portal
7.Marcury Unveiled
8.Sun In A Flame
9.Vitriol
10.Epilogue

Line-up
Giada Colagrande – Voce
Arthuan Rebis – Voce, chitarra, nyckelharpa, esraj, hulusi, sequencer
Vincenzo Zitello – Arpa celtica, viola, lama sonora

Glen Velez – Percussioni
Marco Cavanna – Basso

THE MAGIC DOOR – Facebook

Gran Bal Dub – Benvenguts a Bòrd

La qualità è molto alta e ci sono momenti bellissimi, durante i quali il cuore ti si riempe con qualcosa di antico che sa parlare con vecchi e nuovi linguaggi.

Ritorna l’incontro fa due culture in apparenza differenti, la musica elettronica soprattutto nella sua forma dub e il mondo occitano, con la seconda opera a firma Gran Bal Dub, il nome della collaborazione fra Madaski degli Africa Unite e Sergio Berardo dei Lou Dalfin.

Il primo episodio uscito nel 2017 in download gratis era stato un successo sia di pubblico che di critica. La formula alla base di questo incontro di culture diverse è molto semplice ma assai profonda: da una parte la musica dub reggae, con la sua forma essenziale e minimale eppure molto potente, dall’altra la gioia, la vitalità della cultura musicale e non solo dell’Occitania, quella terra che va dalla montagne piemontesi ai Pirenei, dove è nata e prospera la lingua d’oc, e tutta l’affascinante cultura che vi sta dietro, della quale il gruppo dei Lou Dalfin che vede fra i suoi membri Sergio Berardo fa grande diffusione da molti anni. Benvenguts A Bòrd è una festa popolare, un allacciare fili fra sensibilità e stili diversi, ma che stanno davvero molto bene assieme. Il dub si sposa perfettamente con la musica occitana, con i suoi strumenti di festa e di raccoglimento, il dub insieme all’elettronica dilata i tempi o li esalta, grazie alla grande sapienza di Madaski che taglia e cuce molto bene. L’omone piemontese da oltre trent’anni è uno dei migliori sperimentatori della musica elettronica underground italiana, basti ricordare nella sua sterminata discografia un album come Distortica Diagnostica, elettronica ai massimi livelli sulla vicenda del suo tumore al cervello. Madaski prepara un abito perfettamente su misura per Sergio Berardo, trabalhador provenzale fra gli ultimi di una lunghissima tradizione di cantori popolari, perché è la vita del popolo al centro di tutto. Il disco è una bella festa, un momento per celebrare la vita anche nei suoi risvolti meno piacevoli, tutto da parte del tutto, e c’è anche un profondo senso di umanità: la modernità esiste nella sua accezione migliore, ovvero quella di megafono dei sentimenti e delle possibilità umane. La qualità è molto alta e ci sono momenti bellissimi, durante i quali il cuore ti si riempe con qualcosa di antico che sa parlare con vecchi e nuovi linguaggi. Il cammino di questo fecondo incontro va avanti, fatto di cuore, cultura e bellezza, grazie anche ad un Occitania tutta da scoprire. Il tutto è in nuovamente in download libero sul loro sito, diffondete.

Tracklist
01 Al Belcaire
02 Al Festin
03 Nòstra Mar
04 Lo Vespre de la Nòça
05 Bachasset
06 Es Pas Tard
07 La Sanha/ La Sanha RXM
08 Jordi Do Bandolim
09 Pònt de la Sal
10 L’Aglàs
11 Correnta
12 The Job

Line-up
Sergio Berardo – Ghironde, fifre, clarin, bodega, arebeba, saz, dulcimer, archi a bocca, corni naturali, flauto armonico, banjo, ukulele, percussioni e voce
Madaski – Programmazioni, pianoforte e voce
Robi Avena – Fisarmonica cromatica a bottoni
Chiara Cesano – Violino
Carlo Revello – Basso in “Jordi Do Bandolim”
Dario Avena – Clarinetto in “La Sanha e Correnta”
Rosella Pellerino – Hostess in “A Belcaire”
Matteo Mammoliti – Batteria in “The Job”

GRAN BAL DUB – Facebook

Autumn Tears – Colors Hidden Within The Gray

Colors Hidden Within The Gray è un immersione in un quadro, dove le tinte ed il sentire sono molto lontani dalla nostra concezione di mondo moderno, qui dentro c’è una ricerca di melodie antiche, di costruzioni sonore inusuali e minimali.

Gli Autumn Tears sono un duo americano di musica neoclassica nato nel 1995, al ritorno nel 2018 dopo dieci anni di assenza con l’ep Origin Of Sleep.

Erika alla voce e Ted al piano formano una coppia di grande sapienza artistica e fondamentalmente la loro musica è voce con orchestra, ma ovviamente c’è molto di più. Nell’underground sono una leggenda perché le loro sonorità sono struggenti e pressoché perfette, come se le fate bisbigliassero favole alle nostre orecchie. Ad un primo ascolto il tutto potrebbe sembrare la colonna sonora di un film, ma questo giudizio è dovuto ai pregiudizi di noi uomini moderni, perché gli Autumn Tears fanno una musica che è molto antica. Come si diceva poc’anzi Ted compone e suona il piano, Erika ci ammalia con la sua fantastica e dolce voce e gli altri strumenti sono suonati da più di trenta ospiti, tutti molto validi per un risultato eccezionale. Colors Hidden Within The Gray è un’immersione in un quadro in cui le tinte ed il sentire sono molto lontani dalla nostra concezione di mondo moderno, qui dentro c’è una ricerca di melodie antiche, di costruzioni sonore inusuali e minimali. Le linee melodiche che ascoltiamo qui sono scarne e bellissime, il tipico suono degli Autumn Tears raggiunge qui il suo punto più alto, la pausa di dieci anni è servita per tornare più potenti e convinti di prima. La struttura è quella dell’opera, tutto è consequenziale, ma può anche essere ascoltato separatamente. L’incedere del disco si rifà molto all’immaginario medioevale, ovvero un pensiero carico di spiritualità e simbolismo. Il risultato è una gioia ed un inno alla neo classicità, è un disco etereo che rinforza lo spirito e lascia molte cose, regala molti ascolti ed è un ottimo viatico per chi ancora non conoscesse questa scena. Gli Autumn Tears sono uno dei maggiori gruppi di questo genere e in questo disco dimostrano ampiamente tutte le loro caratteristiche. Drammatico, salvifico e catartico, il disco è un qualcosa di molto differente e diverso, eco di un mondo che forse è già morto, eppure rimane.

Tracklist
1.A Pulse In the Celestial Sphere Part 1 – Astral Murmur
2.A Pulse In the Celestial Sphere Part 2 – A Stream of Higher Consciousness
3.A Pulse In the Celestial Sphere Part 3 – A Birth In the Aether
4.The Day of Wrath
5.The Grieving
6.Rainlight Ascension
7.The Impressionist
8.Prodigy
9.Drift
10.In Remebrance
11.The Earth Song
12.Colors Hidden Within The Gray
13.What We Have Become
14.Another Day

Line-up
Composition, arrangements, lyrics, piano: Ted Tringo
Lead / backing vocals, vocal / lyric arrangements: Brona McVittie
Lead / backing vocals, vocal / lyric arrangements: Dawn Desiree Smith
Lead / backing vocals, vocal / lyric arrangements: Nathan Nasby
Lead / backing vocals, vocal / lyric arrangements: Beraud
Lead / backing vocals, vocal arrangements: Jennifer Judd
Lead Violin and string arrangements: Brian Schmidt
Lead Violin and string arrangements: Julian Spiro
Viola: Kelly Ralston
Cello: Luke Payne
Cello: Molly Leigh Jones
Flute, Clarinet: Terran Olson
Clarinet: MaryBeth Kern
French Horn: John Clark
Trumpet: Chad Bell
Trombone: Victor Fuenmayor
Harp: Tom Moth
Snare drums: George Ball
Timpani: Germàn Domador
Kamancheh on “A Pulse in the Celestial Sphere”: Amir Mofrat
Trombone on “The Grieving” and “The Day of Wrath”: Petar Milanovic
Cello on “Colors Hidden Within the Gray”, “The Grieving”, and “Another Day”: Chris Abeel
Cello on “In Remembrance”..: Christine Hardigan
Spiccato Cello on “Rainlight ascension”: Charlot Rivero
Spiccato Cello on “Colors Hidden Within The Gray”: Isobel Alsup
Classical Guitar on “The Impressionist”: Oleg Maximov
Bansuri on Drift: Josh Plotner
Spiccato cello on “In Remembrance”: Carolina Teruel
Medieval bagpipes on “In Remembrance”: Simon Blum
Medieval bagpipes on “In Remembrance”: Steeven Didier
Medieval bass drum on “In Remembrance”: Charlotte Reckinger
Floor toms on “In Remembrance”: Benjamin Wanschoor
Snare drum on “In Remembrance”: Mattias Borgh
Bagpipes, toms and bass drums on “In Remembrance” engineered by Manon Deltombe

AUTUMN TEARS – Facebook

Temple Koludra – Seven! Sirens! To a Lost Archetype

Un’ora di discesa negli antri più bui, dove il metal estremo di matrice black si impregna di misticismo indiano nel suo discendere negli oscuri antri di un tempio dimenticato in cui leggende e storie si tramandano da millenni.

Duo dedito ad un ferale black metal che non disdegna atmosfere ambient, i Temple Koludra esordiscono sulla lunga distanza con Seven! Sirens! To a Lost Archetype, lavoro che arriva dopo un paio di ep distanti sei anni uno dall’altro.

M:W, polistrumentista, e I.H. alla voce sono i sacerdoti di questo rituale estremo, oscuro e terrificante che trova la sua forza nelle ispirazioni di matrice scandinava nella parte più metallica della propria musica, soggiogata e manipolata in favore di un’aura atmosferica che valorizza gran parte dell’album.
Un’ora di discesa negli antri più bui, dove il metal estremo di matrice black si impregna di misticismo indiano nel suo discendere negli oscuri antri di un tempio dimenticato in cui leggende e storie si tramandano da millenni.
Il sound ha nelle parti atmosferiche il suo punto di forza, ma non manca di cavalcate dal crescendo di maligna brutalità: Vanja, Namarupa e la conclusiva White I Trance sono le tracce che lasciano il segno in questa ora di musica estrema che trova nel black metal mistico ed oscuro la sua massima espressione.

Tracklist
1.Trimurti
2.Vajra
3.Grey Apparition
4.Namapura
5.This Diadem Will Last
6.Vertigo
7.White I Trance

Line-up
M:W – All instruments
I.H. – Vocals

TEMPLE KOLUDRA – Facebook

Weyes Blood – Titanic Rising

Il suono è il risultato di un incontro magico tra voce e strumenti abbastanza disparati, portando un qualcosa dalle parti di Enya ad incontrarsi con un certo pop sognante e fortemente retrò.

Titanic Rising di Weyes Blood è uno dei dischi più originali e spiazzanti degli ultimi anni.

Cantautorato pop di grande classe e versatilità, con la voce neoclassica di Natalie Mering che in pratica fonde i madrigali con il pop e l’elettronica, per un effetto sottomarino e dolcissimo. Il titolo è appositamente scelto per poter descrivere questo concept album sulla riemersione del Titanic e di tutto ciò che si porta dietro. Questo è il suo quarto disco, e per chi non la conoscesse ancora sappia che si è perso un’autentica meraviglia, un qualcosa di raro e prezioso. Natalie narra in senso medioevale, cantando parole che trasforma in magia, con una musica teatrale e assolutamente slegata dai generi ad accompagnarla. La trasfigurazione della realtà in un altro codice, una dichiarazione di guerra alla normalità, un sognare oltre i sogni. Infatti uno dei propositi di Natalie è proprio quello di andare oltre con questo disco, di crearsi definitivamente un percorso personale ed inedito e ci riesce benissimo. Il suo suono è il risultato di un incontro magico tra voce e strumenti abbastanza disparati, portando un qualcosa dalle parti di Enya ad incontrarsi con un certo pop sognante e fortemente retrò. Lei canta e sussurra, mentre la musica compie evoluzioni tipiche di una colonna sonora di un film sognante ed onirico. Ascoltare Titanic Rising è provare la meraviglia di un’epifania che non si ripete mai simile a se stessa ma cambia sempre, a seconda di cosa vuole dirci Weyes Blood. Ci sono infatti pezzi in stile film anni cinquanta, anche perché le orchestrazioni sono forti e ben presenti all’interno del disco, e danno un forte valore aggiunto. Anche il pop è molto ben rappresentato, ma tutte queste cose sono elementi dell’insieme che è un unicum musicale, come se tante tradizioni musicali e di narrazione avessero scelto di possedere questa donna minuta ma possente. Lei parla alla nostra anima con un album che potremmo paragonare a quello del compagno di etichetta Orville Peck per impatto ed originalità, anzi forse questo è maggiore. Una fonte inesauribile di emozioni e di musica originale.

Tracklist
1.A Lot’s Gonna Change
2.Andromeda
3.Everyday
4.Something to Believe
5.Titanic Rising
6.Movies
7.Mirror Forever
8.Wild Time
9.Picture Me Better
10.Nearer to Thee

WEYES BLOOD – Facebook

A Swarm Of The Sun – The Woods

Non sono suoni per tutti, è musica che parla ad anime che sanno agire dentro la sconfitta, ma è qualcosa di davvero valido e sentito, musica che è sentimento e vita, sangue vivo che scorre lentamente e fa uscire il calore.

A volte si ascoltano cose che ti lasciano qualcosa dentro, e rarissime volte si sente un disco che in pratica parla di cosa vivi o di cosa provi.

Questo lavoro del duo svedese A Swarm Of The Sun per ognuno può essere una cosa diversa, è un disco aperto a tutto, un libero fluire della coscienza di due persone che incontra altri flussi simili ed entrano in sintonia. La coppia parte dal post rock per arrivare all’ambient, ma soprattutto creano atmosfere basse, ansiogene, si è costantemente in pericolo, la salvezza è lontana, è un requiem che suona per noi. Le canzoni sono tre e misurano ognuna più di tredici minuti, sono delle suite che si sviluppano perfettamente, tre sogni che sospendono il tempo durante l’ascolto. A Swarm Of The Sun sono giunti al quarto album, sono un gruppo conosciuto ed apprezzato e portano avanti la via scandinava al post rock, che è una cosa diversa poiché incontra in maniera importante l’ambient, soprattutto nella composizione delle canzoni. La calma di alcuni momenti è ancora più terribile, il suono rarefatto del gruppo incide l’anima e ci fa tornare indietro a pensieri antichi. Si comincia ad ascoltare la canzone e non si riesce a smettere, come quando sei sotto ad un temporale e ti stai bagnando ma non puoi farne a meno. Non sono suoni per tutti, è musica che parla ad anime che sanno agire dentro la sconfitta, ma è qualcosa di davvero valido e sentito, musica che è sentimento e vita, sangue vivo che scorre lentamente e fa uscire il calore. Le soluzioni musicali del gruppo sono molteplici e tutte molto ben approfondite, non c’è nessuna derivazione, è tutto originale. Per capire, ci sono momenti nei quali ricordano alcune atmosfere dei Radiohead, soprattutto quelle in cui l’ascoltatore capisce in profondità cosa vogliono dire e ne è partecipe. Quando entra la voce nella terza canzone è davvero difficile non piangere lacrime di consapevolezza. Un disco che come un acido ad ognuno farà un effetto diverso, ma che è oggettivamente meraviglioso.

Tracklist
1.Blackout
2.The Woods
3.An Heir to the Throne

Line-up
Erik Nilsson
Jakob Berglund

A SWARM OF THE SUN – Facebook

Acretongue – Ghost Nocturne

Ghost Nocturne non manca certo di brani dal buon appeal, per quanto il sound non sconfini mai più di tanto in una ammiccante ballabilità; infatti, in ossequio al titolo, l’album mostra una certa vena intimista e, appunto, notturna, dal discreto fascino ma priva di picchi particolari.

Secondo full length per il musicista sudafricano Nico J.con il suo progetto Acretongue.

Ghost Nocturne arriva ben otto anni dopo l’esordio Strange Cargo, album che all’epoca dell’uscita aveva ottenuto buoni riscontri.
L’elettro dark esibito in questo frangente è indubbiamente di buona qualità, nella scia di un modello vocale come Frank Spinath e musicale come i suoi Seabound, ma rispetto allo psicologo tedesco prestato al synth pop quella di Nico J. si rivela una versione valida ma leggermente meno incisiva
Ghost Nocturne non manca certo di brani dal buon appeal, per quanto il sound non sconfini mai più di tanto in una ammiccante ballabilità; infatti, in ossequio al titolo, l’album mostra una certa vena intimista e, appunto, notturna, dal discreto fascino ma priva di picchi particolari.
Brani come Requiem e la successiva Endling’s Call sono indicativi di un buon talento compositivo che forse si è leggermente affievolito rispetto a quanto esibito all’iizio del decennio.
Detto ciò Ghost Nocturne resta un lavoro gradevole e di classe, per quanto collocabile nella fascia subito inferiore a quella di vertice dell’elettro synth pop mondiale.

Tracklist:
1.Abacus
2.Requiem
3.Endling’s Call
4.Nocturne I – Dawn Crimson
5.Contra
6.Nightrunner
7.Minutia’s Curse
8.Nocturne II – The Drowning Hour
9.Haven

Line-up:
Nico J.

Cameraoscura – Quod ESt Inferius

Quod Est Inferius va ben oltre la musica, è esso stesso un simbolo che rimanda alla tradizione e alla sapienza.

Cameraoscura è un progetto di dark ambient e molto altro, che esce per una delle migliori etichette di controcultura in Italia, la Toten Schwan.

Quod Est Inferius indaga ciò che è più in profondità, è una massima ermetica che da il titolo a questo disco spiegando molto bene di cosa si tratti. Questa è musica di continua ricerca, di un andare oltre i generi e la forma canzone, per riattivare qualcosa dentro di noi che la modernità ha chiuso. L’alchimia è più di una scienza, è il codice sorgente della realtà, di ciò che vediamo e di ciò che non vediamo, ma soprattutto è la chiave per capire noi stessi e per ricercare le connessioni che abbiamo con ciò che ci circonda. Ci si perde in maniera molto piacevole dentro questo disco, che proviene e va oltre la tradizione della dark ambient ermetica italiana. La peculiarità di Cameraoscura è quello di riuscire a rendere in maniera inedita i suoni che di solito in altri ambiti sono pesanti e dissonanti. L’ottima produzione ci fa interagire al meglio con questo ottimo progetto, e i suoni ora lievi ora più grevi penetrano con molta naturalezza dentro al nostro essere, pervadendolo e portandolo in un altro luogo. Il disco segue il processo alchemico, e qui dal bandcamp della Toten Schewein troviamo la necessaria descrizione: “In un’oscura e putrescente Nigredo i suoni ribollono nel calderone alchemico (ATANOR), fino ad acquisire forma e struttura dietro le quali si cela un’essenza che si manifesta in seguito a un percorso di ricerca e conoscenza (V.I.T.R.I.O.L.). Essenza che non rifulge di aureo splendore bensì rimane nera, carica di una forza annichilente che si sprigiona in maniera (anti) catartica distruggendo (ATTERA), dissolvendo (SOLVE) fino all’ultimo, tonante battito del cuore di questa mostruosa chimera senza volto (ULTIMA NECAT).”
Nessuna descrizione può rendere come l’ascolto del disco, l’immergersi in suoni così evocativi, eterei e medioevali nella loro essenza e soprattutto nella loro simbolicità musicale. Il simbolo nel Medioevo rivestiva un’importanza immensa, serviva ad indirizzare in silenzio la ricerca, e qui i simboli musicali ci portano dove altrimenti sarebbe difficile spiegare a parole o con verba scripta. Quod Est Inferius va ben oltre la musica, è esso stesso un simbolo che rimanda alla tradizione e alla sapienza. Possiede vari livelli ed è presente anche quello meramente musicale, che è ottimo, ma è solo un particolare di un insieme composto anche da cose invisibili. Questo lavoro è anche l’occasione per conoscere il bellissimo catalogo della Toten Schwan, controcultura di alto livello.

Tracklist
1.ATANOR
2.ADMIXIO
3.V.I.T.R.I.O.L.
4.INTERITUS
5.ATTERA
6.SOLVE
7.ULTIMA NECAT

CAMERAOSCURA – Facebook

Liles/Maniac – Darkenig Ligne Claire

Il lavoro è un’esperienza sonora che ottiene un software differente usando due codici sorgenti diversi, quello del black metal e quello dell’elettronica libera.

Dimenticate totalmente il concetto di musica tradizionale, perché qui non è affatto presente.

Questa è musica totalmente sperimentale e di avanguardia, un uso di due linguaggi musicali differenti da fondere assieme e da ampliare ulteriormente in una maniera inedita. Sven Erik Fuzz Kristiansen aka Maniac è un veterano della scena black norvegese, ha anche cantato nei Mayhem durante i periodi 1986-88 e 1995-2004, quando il batterista Hellhammer decide di far rivivere i Mayhem dopo la morte dei membri Euronymous e Dead. Ha poi collaborato con Wurdalak e Bomberos, per poi fondare il gruppo Skitliv con Kvarforth, meglio conosciuto come Shining. L’altra metà di questo disco è il produttore polistrumentista nonché rumorista accanito Andrew Liles, che nella sua lunga carriera ha collaborato con i Nurse With Wound, i Current 93 e tantissimi altri, impossibile menzionarli tutti qui. Questo lavoro non è la prima collaborazione fra i due, dato che si incontrano per la prima volta durante l’edizione 2008 del Roadburn Festival curata da David Tibet (sempre lui), Liles viene successivamente invitato a unirsi alla line up dei Sehnsucht, una band fondata da Kristiansen, Ingvar e Vivian Slaughter. Una traccia di questa esperienza è l’album Wurte, registrato nel 2010. Liles e Kristiansen mantengono vivo il loro dialogo creativo fondando la band Svart Hevn e occasionalmente suonando dal vivo sia come Svart Hevn che come duo Liles/Maniac. Darkening Ligne Claire è tante cose diverse ma fondamentalmente è un disco di droni creati rimaneggiando la voce di Maniac, suoni elettronici totalmente disarmonici quassi fosse un dub in ecstasy del black metal. Il tutto nasce dalla visione delle fotografie di Christophe Szpajdel: qui la melodia non esiste e la furia del black si disperde negli eoni di una narrazione che è ancora più paranoica di quella originale. Il tutto è molto interessante e potrebbe essere la migliore colonna sonora possibile per un videogioco come Quake, con atmosfere tenebrose ma anche spaziali. Il lavoro è un’esperienza sonora che ottiene un software differente usando due codici sorgenti diversi, quello del black metal e quello dell’elettronica libera. Un mondo che viene scoperto da Liles e da Maniac e che è ancora da esplorare totalmente.

Tracklist
I – EMPEROR
II – ENTHRONED
III – FLAGELLUM DEI
IIII – SLAUGHTER MESSIAH
IIIII – SOULBURN
IIIIII – WOLVES IN THE THRONE ROOM
IIIIIII – NOCTUARY

Ankubu – [ W S 0 1 1 7 _ A ]

Elettronica dissociata di un altro livello, per un qualcosa che sottolinea quanto il computer sia l’immagine dell’umano, ma questo non ci salverà.

Ankubu è la storpiatura della parola giapponese Akumu, che significa incubo, ed è lo pseudonimo del produttore e sperimentatore elettronico friulano Marco Zanella, membro fondatore dello splendido collettivo musicale Ghost City Collective (trovate le loro splendide produzioni qui, https://ghostcity.bandcamp.com/music, vivamente consigliate perché sono fra le cose migliori dell’underground elettronico italiano).

Questo ultimo lavoro di Ankubu è stato composto e prodotto nel 2018, e ogni canzone è una scansione precisa e puntuale di un’emozione. Un sentimento, un movimento della nostra psiche che viene tagliato autopticamente dalle macchine per poi farlo tornare alla tenebra attraverso un’elettronica sperimentale. Dire che questo disco si possa ascoltare è un termine assai riduttivo, perché queste frequenze musicali nascono e tornano nel nostro subconscio, seguendo un ciclo che è poi quello del nostro pensiero. I nostri cervelli sono come attori mnemonici che vivono in dischi ripartiti: qui si va oltre la fusione cyberpunk fra macchina e uomo, è un’analisi musicale dell’attività cerebrale umana che crea il computer come imitazione inconscia del proprio agire. A volte dimentichiamo che noi stessi creiamo le macchine a nostra immagine e somiglianza, e che le nostre emozioni sono figlie di analisi che poi sfociano in reazioni chimiche. [ W S 0 1 1 7 _ A ] è lo scandagliare il nostro infinito, attraverso un’elettronica fatta di narrazioni e quasi in assenza di ritmo, di scansioni e sequenze, per un’avanguardia musicale che è inedita in Italia. Anche nelle sue opere precedenti Ankubu si era spinto molto in avanti con la ricerca, ma questo lavoro, che è in offerta libera sul bandcamp della label bolognese Nether, è un capolavoro per quanto riguarda la capacità di creare una techno disossata e molto più libera senza il ritmo e il basso scalciante, perché da qui si vede il futuro che è dentro di noi. Non è nemmeno un’esperienza sonora, perché è talmente a livello di subconscio da essere quasi indescrivibile. Elettronica dissociata di un altro livello, per un qualcosa che sottolinea quanto il computer sia l’immagine dell’umano, ma questo non ci salverà.

Tracklist
1. Mnemonic State
2. Scan / Map
3. Auto Operate
4. Womb Combustion
5. Intruder
6. Desideratum
7. Bend

ANKUBU – Facebook

Bright Lights Apart – Post Utopian Soundcapes

La loro concezione di musica elettronica dei Bright Lights Apart è molto aperta ed abbraccia diversi aspetti, con le canzoni che sono costruite come se fossero delle storie da raccontare a più persone possibili, possedendo anche un notevole potenziale commerciale.

Ascoltando questo debutto dei Bright Lights Apart è davvero difficile pensare che questi ragazzi siano italiani, perché il suono è molto debitore a tanta elettronica inglese, dal big beat alla trance, dal dubstep a situazioni più techno.

Per dare qualche coordinata prima del necessario ascolto del disco, prendete i Prodigy attuali e rendeteli molto più divertenti e più underground, o di qualcosa di più efficace dei Bloody Beetroots. Questi ragazzi di Rovigo riescono a fare una seconda opera molto fresca, che incontra anche territori metal grazie a dei chitarroni belli pesanti in certi pezzi. Lo scopo della loro musica è quello di creare elettronica coinvolgente e che riesca a lasciare qualcosa all’ascoltatore. La loro concezione di musica elettronica è molto aperta ed abbraccia diversi aspetti, con le canzoni che sono costruite come se fossero delle storie da raccontare a più persone possibili, possedendo anche un notevole potenziale commerciale. Una grande influenza per i Bright Lights Apart sono sicuramente state le colonne sonore dei videogiochi, infatti ci sono molti momenti delle loro canzoni che hanno quel passo. Il cambio di marcia per il gruppo, dopo alcuni cambi di formazione, è stata la comprensione di poter fare e comporre musica da produttori fatti e finiti, infatti qui si va oltre l’idea di musicisti, per abbracciare un orizzonte più ampio. Ci si perde piacevolmente dentro questo disco, che è composto molto bene, e ha come unica pecca dei suoni non sempre all’altezza del valore del gruppo, perché con una produzione più profonda questo gruppo sfonderebbe tutto. A parte questo piccolo particolare, il disco è veramente originale e molto bello, e non capita quasi mai di sentire un gruppo con una tale carica che riesca ad amalgamare tanti generi in un suono organico e valido. Proprio mentre scrivevo queste righe è arrivata la notizia della morte del cantante dei Prodigy, Keith Flint. Non ci può essere migliore omaggio a lui della musica dei Bright Lights Apart.

Tracklist
1.Post Utopia Party
2.Bad Morning
3.The Effects
4.Metrpolitan Poem
5.Uncomfortable Intents
6.Worn out
7.Anthems for Urban Hooligans

Line-up
Miles.t – production, vox, guitars
S.Slug – production
Dave.d – Production, guitar, bass

BRIGHT LIGHTS APART – facebook

Perfect Son – Cast

Ci sono le tenebre, ci sono le luci e le narrazioni di vita e di sogni mancati, il tutto scorre bene, ma si ha la costante impressione che per arrivare all’optimum manchi ancora qualcosa, nonostante sia un buon inizio.

Perfect Son aka Tobiasz Biliński è un produttore e musicista polacco che fa un’elettronica con synth e melodie pop.

Come formazione Tobiasz proviene dall’electropop del gruppo Coldair, con il quale ha avuto un discreto successo. L’electropop è solo il punto di partenza, perché Perfect Son è un progetto assai diverso rispetto alle sue cose precedenti. La sua elettronica si potrebbe definire emozionale, dato che a va a scavare nell’oscurità delle vicende umane. Si può ritrovare molto dei Depeche Mode e della synthwave attuale, quella più fine ed intima. I Depeche Mode sono però soltanto la partenza, perché Tobiasz sviluppa una poetica propria che è maggiormente elettronica rispetto al gruppo inglese, e ci porta in territori vellutati ed affascinanti ma non scevri di insidie. Biliński ha una grande responsabilità, essendo il primo polacco ad essere messo sotto contratto dalla Sub Pop, per di più in un genere come l’elettronica che non è quello di punta per l’etichetta di Seattle. Ma la politica della Sub Pop è quella di pubblicare prodotti di ottima qualità e questo è il caso di Perfect Son, anche se ci sono ampi margini di miglioramento. La struttura è già buona ma manca qualche tassello per far sì che il polacco si possa esprimere al meglio. Tobiasz traccia una strada ben precisa ma non la prende ancora per intero, rimanendo sospeso tra pop ed elettronica, con una forma piacevole ma ancora indefinita, che lascia un po’ con l’amaro in bocca. Ci sono le tenebre, ci sono le luci e le narrazioni di vita e di sogni mancati, il tutto scorre bene, ma si ha la costante impressione che per arrivare all’optimum manchi ancora qualcosa, nonostante sia un buon inizio. La produzione rende molto bene i suoni e la nitidezza regna sovrana, regalando dei piaceri agli amanti dell’elettronica più vicini al pop. Un disco che è un inizio per un qualcosa che potrebbe diventare notevole ma che ancora non lo è.

Tracklist
1 Reel Me
2 Lust
3 It’s For Life
4 Old Desires
5 So Divine
6 Promises
7 High Hopes
8 My Body Wants
9 Wax
10 Almost Mine

PERFECT SON – Facebook

Flight Of The Conchords – Live In London

Il duo mette in scena una vera e propria commedia musicale attraverso canzoni che sono interpretate in maniera fantastica, con un pubblico che partecipa attivamente ed è estasiato da questo spettacolo.

È difficile spiegare ad un italiano cosa sia il duo neozelandese Flights Of The Concords, autore di questo gran disco dal vivo registrato a Londra.

I due all’anagrafe sono Bret McKenzie e Jemaine Clement, compagni di stanza nel campus della Victoria University di Wellington, Nuova Zelanda. I due un bel giorno decisero di fare musica acustica proponendosi con pezzi loro davanti al pubblico. Non andò bene, o se la guardiamo da un differente punto di vista andò benissimo, nel senso che i loro brani venivano presi in maniera ironica dal pubblico che credeva che scherzassero. Preso atto di ciò il duo continuò su quel versante comico e andò benissimo, come testimonia questo fluviale e partecipato concerto a Londra. Dopo una fortunata trasmissione su una radio locale neozelandese i nostri approdarono alla BBC con una serie radiofonica basata su un duo musicale che cercava il successo. Finirono poi sul canale americano HBO, con la serie Flight Of The Conchords, che narrava le vicissitudini del duo alla ricerca del successo negli Stati Uniti. Arriviamo quindi all’ottobre del 2018 all’Eventim Apollo di Londra dove si svolse questo incredibile concerto, che è qualcosa di molto lontano dalle nostre concezioni. Il duo mette in scena una vera e propria commedia musicale attraverso canzoni che sono interpretate in maniera fantastica, con un pubblico che partecipa attivamente ed è estasiato da questo spettacolo. Se si ha quantomeno una conoscenza base dell’inglese si riderà e non poco, perché ci sono autentiche chicche, come nella canzone The Summer of 1353, che parla di He Man, il personaggio dei Masters Of The Universe, come del doppio maschio, perché He – Egli e Man – Uomo…
Oltre alle due chitarre li accompagna la The New Zeland National Orchestra, per un effetto davvero stupefacente. Oltre ad un’immensa ironia c’è comunque molto di più. Innanzitutto un bellissimo e divertito omaggio a David Bowie, figura fondamentale per loro, e anche trattandolo in maniera ironica riescono a farne cogliere la grandezza, attraverso un modo di far ridere tutto anglosassone.
Un disco inusuale, interessante e divertente, che ci può far scoprire un mondo molto bello e nuovo. Se si dovesse fare un paragone, anche se non molto centrato, in Italia qualcosa di simile lo fanno Marco Presta e Antonello Dose nella trasmissione radiofonica di Rai Radio 2 Il Ruggito del Coniglio, ma i Flight Of The Conchords sono di maggior talento e di più ampio respiro.
Un concerto incredibile.

Tracklist
01. Father and Son
02. Band Reunion
03. Iain and Deanna
04. Inner City Pressure
05. New Zealand Symphony Orchestra
06. Summer of 1353
07. Complimentary Muffin
08. Stana
09. Stuck in a Lift
10. Foux du Fafa
11. Seagull
12. Mutha’uckas – Hurt Feelings
13. One More Anecdote
14. Back on the Road
15. Thank You London
16. Bowie
17. Bus Driver
18. Tuning
19. Robots
20. Shady Rachel
21. Carol Brown
22. The Most Beautiful Girl (In The Room)

Line-up
Bret McKenzie
Jemaine Clement

FLIGHT OF THE CONCHORDS – Facebook

The Voices & Aries – La Tua Mano Dà, La Tua Mano Prende

La Tua Mano Dà, La Tua Mano Prende è un lavoro assolutamente fuori dal comune, in cui accadono molte cose in un’ambientazione fortemente minimalista e soprattutto dall’approccio musicale pressoché inedito.

Fruttuosa collaborazione fra i The Voices e Pierluigi “Aries” Ammirate, usando solo chitarre, voci sintetizzatori.

Il risultato è un disco che va ben oltre la musica, molto neoclassico a partire dalla copertina, sembra quasi di sentire composizioni create quasi fossero parte di un’opera o del rito di qualche culto ancora a noi sconosciuto. La Tua Mano Dà, La Tua Mano Prende è un lavoro assolutamente fuori dal comune, in cui accadono molte cose in un’ambientazione fortemente minimalista e soprattutto dall’approccio musicale pressoché inedito.
Pierluigi è un chitarrista molto dotato tecnicamente, fortemente metal e creativo, che qui usa la chitarra come se fosse un’orchestra, creando scale, fughe e droni, il tutto molto ben composto e di grande effetto. Un discorso a parte lo merita la voce, una polifonia che sale al cielo come una preghiera, una forza alla quale ci si arrende molto volentieri e che estrania totalmente dalla realtà. Infatti The Voices nasce come progetto sperimentale di musica a cappella, ma dimenticatevi di ciò che avete sentito fino ad ora in materia. Infine i sintetizzatori vengono usati come moderni organi, che innalzano il resto del contesto e lo rendono molto neoclassico. Il disco è in modalità download ad offerta libera sul bandcamp della bresciana Masked Dead Records, una delle etichette italiane di metal e molto altro più innovative. Scorrendo il suo ampio catalogo, di cui abbiamo già trattato sulle nostre pagine, si possono ascoltare dischi che vanno ben oltre il significato e la forma del metal, per un viaggio che speriamo continui ancora a lungo. Questo ep è una vera e propria inusuale esperienza sonora, ad esempio la conclusiva Entrambe Le Mani è un manifesto di un qualcosa che tocca la nostra vera intimità, ed è molto esplicativa su cosa sia questo progetto. Innovazione ma anche molta antichità, in una connessione fra futuro ed origini molto fertile ed interessante.

Tracklist
1.Creatura Angelica
2.Per Queste Strade
3.Complice Eterea
4.Entrambe Le Mani

The Magik Way & Malvento – Ars Regalis

Ars Regalis va ben oltre la somma dei valori (già molto consistenti) dei due gruppi coinvolti, perpetuando nel migliore dei modi la tradizione musicale di matrice esoterico/occulta che vede l’italia sicuramente tra le nazioni guida.

E’ davvero molto difficile parlare di lavori come questo che riunisce due realtà, a loro modo uniche, della scena musicale italiana come The Magik Way e Malvento.

Questo perché, se già l’approccio stilistico mostra tratti non comuni alla luce di una vis sperimentale che rende arduo l’inserimento in uno specifico genere di una tale offerta, un aspetto tutt’altro che secondario (anzi) è costituito da testi profondamente intrisi di quell’esoterismo al quale tutti i musicisti fanno capo.
Nello specifico, parliamo di quell’entità denominata L’Ordine della Terra, la cui anima è la dottoressa Roberta Rossignoli, la quale ha contribuito anche alla stesura dei testi in tre dei quattro brani.
Tutto questo rende Ars Regalis molto più di un semplice album rispetto al quale poter disquisire sull’aspetto prettamente musicale perché, ovviamente, quello concettuale in simili casi diviene pressoché preponderante e immergersi in certe tematiche senza possederne le conoscenze necessarie sarebbe un imperdonabile atto di presunzione.
A tale riguardo, pertanto, mi limiterò a dire che anche per i non iniziati sicuramente il contenuto lirico riveste un fascino al quale difficilmente si può restare indifferenti, e non è affatto escluso che molti, semmai, possano essere spinti ad approfondire tali tematiche, il cui rivestimento musicale diviene l’ideale strumento divulgativo.
Per il resto va specificato che, nonostante le apparenze esteriori, questo non è un classico split album bensì una collaborazione che vede The Magik Way e Malvento fondersi in una sola entità, scambiandosi le parti a livello esecutivo e compositivo. Del resto, parlando due anni fa di Pneuma, ultimo lavoro della band campana, avevo fatto cenno delle affinità proprio con la band fondata da Nequam a metà degli anni novanta, e Ars Regalis finisce per essere una sorta di naturale punto di confluenza tra due maniere oblique e peculiari di intendere una materia musicale che prende le mosse dal black metal per approdare, infine, ad una affascinante forma in costante divenire.
Tutto ciò rende l’album un qualcosa di unico, qualora non bastassero tutti gli elementi precedentemente descritti, in quanto le sonorità dark esibite nelle quattro tracce ammaliamo, ipnotizzano e comunque sia non possono lasciare indifferente alcun ascoltatore. Va detto che il lavoro cresce progressivamente in intensità per toccare il suo apice in un brano come Babalon Iridescente, il più composito musicalmente ed il più criptico a livello lirico, con il mantra conclusivo che resta a lungo impresso nella mente (come felce, come fiera, come muschio al calar della sera).
Ars Regalis va ben oltre la somma dei valori (già molto consistenti) dei due gruppi coinvolti, perpetuando nel migliore dei modi la tradizione musicale di matrice esoterico/occulta che vede l’italia sicuramente tra le nazioni guida.

Tracklist:
1. Malvento – V.I.T.R.I.O.L. (Lyrics by R. Rossignoli, music by The Magik Way)
2. Malvento – Eterno (Lyrics & music by Malvento)
3. The Magik Way – Secondo Natura (Lyrics by R. Rossignoli, music by The Magik Way)
4. The Magik Way – Babalon Iridescente (Lyrics by Nequam, music by Malvento)

Line-up:
Zin: bass & vocals
Lutrum: keyboards, synth
Nequam: vocals, bass
Azàch: drums & percussions
Nefastus: guitars
Incinerator: drums
Tlalocàn: double bass, noises
Maniac of Sacrifice: guitars
Gea Crini: female vocals

Gandalf’s Owl – Who’s The Dreamer?

Con questa prova il musicista siciliano dà riprova del suo eclettismo, dote assolutamente dai connotati positivi ma che in futuro andrebbe maggiormente incanalata per evitare di disperdere in qualche rivolo di troppo un sound decisamente pregevole.

Dopo l’esordio di qualche anno fa ritroviamo Gandolfo Ferro, vocalist degli Heimdall, alle prese con il suo progetto solista Gandalf’s Owl.

Rispetto a quell’ep, dal quale vengono riprese comunque due tracce (Winterfell e White Arbour (…The North Remembers), c’è di sicuro un elemento nuovo che è l’utilizzo della voce in alcuni brani, cosa in effetti desueta per opere di matrice ambient. Ferro ovviamente non utilizza per lo più i toni stentorei esibiti in ambito power (fa parzialmente eccezione solo A Dwarf In The Lodge Pt2) ma offre uno stile più soffuso ed adeguato al contesto.
Il lavoro oscilla tra tracce ambient tout court ai confini del rumorismo (Garmonbozia) o altre che evocano scenari naturalistici, tra voli di gabbiani e sciabordio delle onde (White Arbour), ed episodi in cui si evince un’anima più spiccatamente prog, grazie soprattutto ad un elegante e gilmouriano lavoro chitarristico senza che vengano tralasciate incursioni elettroniche.
Discorso a parte merita la cover del capolavoro de Le Orme, Il Vento, La Notte, Il Cielo, molto ben eseguita e a mio avviso opportunamente arrangiata in modo da non apparire pedissequamente uguale all’originale, a rimarcare l’impronta progressive fornita al disco in più frangenti.
Spingendosi su una distanza più probante, Ferro lascia fluire in manie ancor più libera la propria naturale ispirazione e questo lo porta talvolta a sconfinare, nel senso che arrivati al termine di un album comunque decisamente ben riuscito, non si capisce però se sia ascoltato un lavoro di matrice ambient dalla spiccata indole progressive, o viceversa; ammesso che tutto ciò sia un difetto, resta il fatto che l’unico problema di Who’s The Dreamer? È la sua difficile catalogazione anche se, considerando il comune bacino di utenza a cui il lavoro è rivolto, tutto sommato i suoi contenuti dovrebbero mettere d’accordo più persone.
Con questa prova il musicista siciliano dà riprova del suo eclettismo, dote assolutamente dai connotati positivi ma che in futuro, a mio avviso, andrebbe maggiormente incanalata per evitare di disperdere in qualche rivolo di troppo un sound decisamente pregevole.

Tracklist:
1. Winterfell
2. A Dwarf In The Lodge Pt1
3. A Dwarf In The Lodge Pt2
4. Garmonbozia
5. Between Two Worlds
6. White Arbour (…The North Remembers)
7. Sunset By The Moon
8. Coming Home
9. Il Vento, La Notte, Il Cielo (cover LE ORME)

Line Up:
Gandolfo Ferro: all instruments
Guests:
Gaetano Fontanazza:
Guitar Ambient, Keys & Tibetan Bells on tracks 1-2-3-7
Tony Colina: Keys & Organs on tracks 5-7-9

GANDALF’S OWL – Facebook

 

Liya – Listen Ep

Questa prova , per quanto breve, mette in luce un potenziale notevole da parte di Liya.

La nostra periodica incursione nei territori dell’electro dark non ci porta questa volta nelle lande del centro-nord Europa, bensì nella più calda e mediterranea Israele.

Infatti questo ep intitolato Listen è opera della musicista di Tel Aviv Liya Trebitch, la quale si è già fatta un certo nome nell’ambiente, nonostante sia ancora relativamente molto giovane, grazie ad un attività live piuttosto intensa anche in Europa.
L’ep consta di quattro brani intrisi di un synth dark pop di ottima fattura , dai tratti ballabili, con i primi due Holding On e No Meaning più diretti e provvisti di un chorus decisamente orecchiabile, mentre Always About You è una canzone stupenda con il suo incedere più rilassato ed un afflato melodicamente oscuro in grado di fare vittime già al primo ascolto; chiude la notevole title track, altra traccia dall’enorme potenziale commerciale.
Questa prova , per quanto breve, mette in luce un potenziale notevole da parte di Liya: la sua timbrica quasi adolescenziale è ammaliante e ovviamente a livello di riferimenti non si possono che citare le realtà appartenenti ad una cerchia musicale affine con voce femminile, quindi The Birtday Massacre, come opportunamente citato nelle note biografiche, ai quali si possono aggiungere anche gli imprescindibili Kirlian Camera.

Tracklist:
1.Holding On
2.No Meaning
3.Always About You
4.Listen

Line-up:
Liya Trebitch

LIYA – Facebook