M.I.L.F. – More Than You

Divertente, a tratti esuberante, rock’n’roll perfetto per scatenati party, il sound del gruppo fiorentino non risulta una rivisitazione nostalgica dei fasti dei gruppi storici e, pur con le influenze in cui si specchia, la freschezza che emana non può che risultare determinante per la sua buona riuscita.

L’acronimo M.I.L.F. potrebbe far pensare a conturbanti donne mature alla ricerca di sollazzi con giovani toy boy, insegnanti preparatissime della sublime arte del sesso, magari accompagnate nelle loro prestazioni dalla colonna sonora composta da queste undici trascinanti hard rock/glam/street songs che compongono More Than You, primo lavoro sulla lunga distanza del gruppo toscano fondato a Firenze nel 2010 con all’attivo un ep autoprodotto e che arriva alla pubblicazione di questo primo full length grazie alla label Buil2KillRecords.

Invece M.I.L.F. sta per Make It Long ‘n Fast e la musica prodotta riconduce senza mezzi termini all’hard rock stradaiolo, ispirato agli eroi del Sunset Boulevard, con un pizzico di punk rock e ritmiche che a tratti prendono ispirazione dalla famiglia Young più famosa del rock.
Divertente, a tratti esuberante, rock’n’roll perfetto per scatenati party, il sound del gruppo fiorentino non risulta una rivisitazione nostalgica dei fasti dei gruppi storici e, pur con le influenze in cui si specchia, la freschezza che emana non può che risultare determinante per la sua buona riuscita.
Ed infatti, dopo l’intro, il riff su cui si struttura Let Me Believe ci scaraventa ai bordi del palco a sbattere natiche e riempire le nostre gole di birra in un selvaggio party rock, che continua imperterrito con la title track, elettrizzante rock song dal piglio punk assolutamente irresistibile.
Let’s go è un altro rock’n’roll ipervitaminizzato trascinante, mentre Thief of Love risulta una ballatona che si trasforma in un mid tempo, ma sono le armonie acustiche di Beach Blues che ci portano sulle assolate spiagge della California, tra bikini e voglia di surf.
Un riff alla Ac/Dc ci introduce all’elettrizzante Dancing Savage, con finale sulla corsia di sorpasso con tre songs irresistibili come Hang On, Midnight e la conclusiva Can’t Stop.
More Than You risulta un ottimo lavoro, il genere è quello, perciò se cercate l’originalità in album come questo avete sbagliato indirizzo: i M.I.L.F. si divertono e fanno divertire e tanto basta, in fondo it’s only rock’n’roll.

TRACKLIST
01. Prelude
02. Let Me Believe
03. More than You
04. Don’t Care
05. Let’s Go
06. Thief of Love
07. Beach Blues
08. Dancing Savage
09. Hang On
10. Midnight
11. Can’t Stop

LINE-UP
Matt Lombardo – Lead Vocals, Keyboards
Zip Faster – Lead Guitar
Ciccio – Guitar, Acustic Guitar, Backing Vocals
Dani – Bass
Toby Alley – Drums, Backing Vocals

M.I.L.F. – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=uPJbhMLRqkE

Axel Rudi Pell – Game Of Sins

Axel Rudi Pell è un punto fermo della nostra musica preferita e Game Of Sins l’ultimo regalo a chi, imperterrito, lo segue dal lontano 1989

Cosa scrivere di un album targato Axel Rudi Pell che non sia già stato detto in occasione dell’uscita dei suoi ben sedici album, in ventisette anni di onorata carriera nel mondo dell’hard & heavy?

Niente di più di quello che poi ne è il reale valore, al netto delle critiche che si possono fare all’axeman tedesco, cioè di ripetere la stessa formula album dopo album, ma d’altronde cosa si può volere di più dal buon Pell se non un altro ennesimo tuffo nelle atmosfere classiche di reminiscenze Rainbow?
Il vero erede di Ritchie Blackmore torna in compagnia del sommo Johnny Gioeli, uno dei singer più sottovalutati dell’intera scena hard rock, ma straordinario interprete del sound epico e nobile del gruppo con il diciassettesimo lavoro, questo epico Game Of Sins.
Contornato da una formazione di super professionisti delle note metalliche come il mastino Bobby Rondinelli alle pelli, l’ex Rough Silk Ferdy Doernberg ai tasti d’avorio e Volker Krawczak al basso, il duo tedesco/statunitense fa spallucce ai detrattori e rifila una serie di brani che ancora una volta risultano un’apoteosi di suoni hard & heavy, ispirati all’arcobaleno più famoso della storia del rock e alla scena ottantiana, una goduria di atmosfere epiche che faranno la gioia dei rockers d’annata.
La sei corde di Pell ovviamente è la protagonista assoluta con riff rocciosi, solos iper melodici e quel taglio blackmoriano che, come detto ha fatto del chitarrista di Bochum il suo più illustre erede, fuori dal neoclassicismo debordante e molto spesso noioso di Malmsteen e funzionale al songwriting dei vari album che, con poche negative eccezioni, hanno contribuito alla storia del genere.
Non si può fare a meno di notare l’ottima prova di un Gioeli sempre più coinvolto nella musica del gruppo, interpretativo, melodico e sempre più a suo agio nel rinverdire i fasti di Ronnie James Dio, mentre la raccolta di brani che formano la track list di Games Of Sins non hanno cedimenti, almeno fino alla conclusiva cover di All Along The Watchtower, brano famoso dalle versioni di Hendrix, Bob Dylan ed U2, ma troppo lontano dalle corde della band tedesca.
Niente di male: l’epica title track, la metallica e debordante Fire, la ruvida Sons Of The Night e la stupenda The King Of Fools impreziosiscono questo ottimo lavoro, l’ennesima prova sopra le righe di un musicista che, se per molti pecca di originalità, lascia sul campo i cadaveri di molti giovani gruppi dediti all’hard & heavy vecchia scuola.
Axel Rudi Pell è un punto fermo della nostra musica preferita e Game Of Sins l’ultimo regalo a chi, imperterrito, lo segue dal lontano 1989; per i vecchi fans un lavoro imperdibile, anche se lo consiglio pure ai giovani metallari dai gusti classici, magari accompagnandolo all’ascolto dei lavori precedenti.

TRACKLIST
01. Lenta Fortuna (Intro)
02. Fire
03. Sons In The Night
04. Game Of Sins
05. Falling Star
06. Lost In Love
07. The King Of Fools
08. Till The World Says Goodbye
09. Breaking The Rules
10. Forever Free
11. All Along The Watchtower (Bonus Track)*

LINE-UP
Axel Rudi Pell – Guitar
Johnny Gioeli – Vocals
Ferdy Doernberg – Keyboards
Volker Krawczak – Bass
Bobby Rondinelli – Drums

AXEL RUDI PELL – Facebook

ADX – Non Serviam

Vi consiglio di non lasciarvi sfuggire Non Serviam e cominciare a riempire il vostro salvadanaio, non potrete che rifarvi del tempo perduto e far vostra tutta la discografia di questi guerrieri dello speed metal.

Tornano gli storici speed metallers transalpini ADX con questa bomba metallica dal titolo Non Serviam mettendo in fila, nel genere, un gran numero di gruppi più famosi, almeno se guardiamo a questa prima metà dell’anno.

Una band arrivata al decimo lavoro sulla lunga distanza, attiva dai primi anni ottanta e con una reputazione che non ha conosciuto cedimenti, almeno a livello underground: considerato come una delle band leader della scena speed/power europea, il combo parigino non ha mai trovato il successo che meritava, forse l’uso della madre lingua, forse la componente fortuna che in questi casi è fondamentale, fatto sta che molti non conoscono questa entusiasmante realtà del metal classico europeo, da anni sul mercato senza sbagliare un colpo, vena confermata da questo spettacolare nuovo lavoro.
Non Serviam si compone di undici brani, da tradizione cantati alla grande dal bravissimo singer Phil Grelaud, un animale metallico dal carisma stratosferico e suonati con una compattezza strabiliante valorizzata da una produzione perfetta, anche se si tratta di metal old school.
Metal old school, infatti, non vuol dire produzione deficitaria a tutti i costi, come molto spesso capita di ascoltare su produzioni del genere anche licenziate da label importanti, e Non Serviam letteralmente esplode grazie ad un gran lavoro dietro la consolle che permette di gustare le tremende accelerazioni e gli intrecci chitarristici di cui si compongono queste undici mazzate speed/power che non mancano di regalare tanta melodia, perfettamente incastonata nel sound pieno e ridondante del gruppo francese.
Una macchina da guerra metallica, questi sono gli ADX del 2016, ancora dopo più di trent’anni in grado di esaltare con un’apoteosi di suoni metallici, dal taglio classico ma perfettamente inseriti nel genere in questi primi anni del nuovo millennio.
Ritmiche velocissime, solos che fulminano, un lavoro d’insieme che lascia a bocca aperta ed un songwriting al top fanno di questo lavoro un monumento al genere; impossibile resistere, il sound del gruppo vi travolgerà con ritmiche potentissime ma dall’appeal immenso, drammatico e a tratti epico fino al midollo, spingendo via in malo modo almeno una bella fetta dei lavori usciti negli ultimi tempi, specialmente quelli dei gruppi storici.
Non vi sto ad elencare i brani che più risaltano nel contesto dell’album perché la qualità è talmente alta da lasciare senza fiato per tutta la sua durata, vi consiglio solo di non lasciarvi sfuggire Non Serviam e cominciare a riempire il vostro salvadanaio, non potrete che rifarvi del tempo perduto e far vostra tutta la discografia di questi guerrieri dello speed metal.

TRACKLIST
1. L’aube noire
2. La mort en face
3. La complainte du demeter
4. B-17 phantom
5. Non serviam
6. Les oubliés
7. L’irlandaise
8. L’egnime sacrée
9. Cosaques
10. La Furie
11. Theâtre de sang

LINE-UP
Phil Grelaud – Vocals
Nicklaus Bergen – Guitars
Pascal Betov – Guitars
Julien Rousseau – Bass
Didier “Dog” Bouchard – Drums

ADX – Facebook

Almanac – Tsar

Un album imperdibile per gli amanti dei suoni power orchestrali e di chi ha amato i Rage in questa nobile versione con la Lingua Mortis Orchestra

Che Victor Smolski abbia lasciato i Rage è cosa risaputa ed il musicista bielorusso non ha perso tempo, rimboccandosi le maniche e chiamando a se un manipolo di musicisti della scena fondando gli Almanac, band figlia degli ultimi Rage, quelli più orchestrali.

Tsar è il primo album di questa nuova creatura che vede Smolski in compagnia di Enric Garcia alle tastiere, la sezione ritmica composta da Michael Kolar alle pelli e Armin Alic al basso, più tre eccezzionali vocalist: Andy B. Franck (Brainstorm, Ivanhoe e Symphorce), David Readman (Voodoo Circle, Pink Cream 69) e Jannette Marchewka.
Unite le forze con la prestigiosa Orchestra Filarmonica di Barcellona, il gruppo ha dato vita ad un esordio spumeggiante che, pur prendendo spunto dal passato del chitarrista ( i Rage con la Lingua Mortis Orchestra), trova subito la propria strada, fatta di un power orchestrale, dal mood cinematografico e da molte sfumature classic metal.
L’uso dei tre cantanti fa la differenza, così come il flavour epicissimo che il concept su cui si sviluppa l’opera è costruito, valorizzato dalle fughe chitarristiche di un Smolski che si dimostra come uno degli axeman migliori degli ultimi anni, almeno in campo power metal.
La storia è di quelle impegnative, le gesta e le vicende di Ivan IV di Russia, conosciuto come Ivan il Terrribile, sovrano crudele vissuto nel sedicesimo secolo di cui Tsar racconta la vita, iniziando con la splendida title track proprio dalla sua infanzia.
Da Self-Blinded Eyes in poi Tsar è un susseguirsi di power metal dalle ritmiche serrate, epico e magniloquente, orchestrato perfettamente dalla famosa filarmonica ed irrobustito da fiero metallo, dove la chitarra dell’axeman bielorusso si incendia e dona regale musica heavy.
Grande prova dei tre vocalist coinvolti, degli assi nel genere e si sente con prove a tratti sontuose, mentre la storia coinvolge sempre più, permettendo a Tsar di risultare un lavoro affascinate, perfettamente bilanciato tra la raffinatezza e la magniloquenza della parte orchestrale e la carica travolgente del power metal.
Per chi si approccia all’opera è un attimo arrivare alla fine con la voglia di rituffarsi tra le note di Children Of The Future, dell’intensa No More Shadows, nell’oscuro doom epico di Reign Of Madness e della straordinariamente potente Flames Of Hate.
In conclusione Tsar risulta un album imperdibile per gli amanti dei suoni power orchestrali e di chi ha amato i Rage in questa nobile versione con la Lingua Mortis Orchestra; la speranza è che questa nuova avventura del chitarrista bielorusso non rimanga confinata a questo lavoro, sarebbe un vero peccato.

TRACKLIST
1. Tsar
2. Self-Blinded Eyes
3. Darkness
4. Hands Are Tied
5. Children Of The Future
6. No More Shadows
7. Nevermore
8. Reign Of Madness
9. Flames Of Hate

LINE-UP
Andy B. Franck: Vocals
David Readman: Vocals
Jeannette Marchewka: Vocals
Victor Smolski: Guitars
Enric Garcia: keyboards
Michael Kolar: Drums
Armin Alic: Bass

ALMANAC – Facebook

Ciconia – Winterize

Un album che, pur tra qualche imperfezione, convince e lascia nell’ascoltatore la sensazione di essere al cospetto di una band con ancora molti margini di miglioramento.

L’affascinante bootleg che accompagna il cd ci mostra attimi di vita di un borgo perso tra le montagne delle Sanabria, nella Spagna nordoccidentale molti anni fa: sono immagini poetiche di gente semplice assolutamente fuori dal nostro modo di vivere, mentre la musica descrive note progressive tra l’armonia suadente ed intimista che fuoriesce dagli strumenti acustici e l’irruenza del metal più sofisticato, ma a suo modo aggressivo, così da conferire all’album umori diversi tra bianco e nero, luce ed ombra, semplicità e complessità.

Winterize è il secondo lavoro degli spagnoli Ciconia (il primo album The Moon Sessions è targato 2014), band proveniente da Valladolid, il sound proposto è un rock/metal strumentale ed influenzato da esponenti diversi del fare musica progressiva, passando dal classico sound alla Liquid Tension Experiment, a quello più oscuro degli Opeth, fino a raggiungere intimisti lidi rock dove ad aspettarci ci sono Porcupine Tree ed Anathema.
Più di un’ora di musica in cui gli strumenti creano le atmosfere cangianti di cui sopra, Winterize risulta una lunga suite divisa in dieci capitoli, tra maschia e tecnicamente ineccepibile elettricità e momenti di ottime soluzioni acustiche dal sapore folk, ma dure nel loro mood, come la vita in montagna.
La musica del trio spagnolo (Jorge Fraguas al basso, Javier Altonaga alla chitarra e Aleix Zoreda alle pelli) si specchia poco nel tecnicismo, lasciando al valore del songwriting tutti i pregi di quest’opera strumentale, che risulta ostica solo per la lunga durata e l’impegno che l’ascoltatore deve assolutamente mettere sul conto al primo approccio con la musica in essa contenuta, ma che diventa perfettamente leggibile man mano che gli ascolti si intensificano.
Limbus, The Forgotten e i sedici minuti conclusivi della mini suite Towards the Valley si compongono dei migliori momenti del disco, un album che, pur tra qualche imperfezione (alcune slegature tra le varie atmosfere), convince e lascia nell’ascoltatore la sensazione di essere al cospetto di una band con ancora molti margini di miglioramento.

TRACKLIST
1. Snowfields
2. Eloina’s Inn
3. Limbus
4. Scarsman
5. The Forgotten
6. A Wolf Never Comes Alone
7. Reel of Trevinca
8. Forestwalk
9. Fiadeiro
10. Towards the Valley

LINE-UP
Jorge Fraguas – Bass
Javier Altonagae – Guitars
Aleix Zoreda – Drums

CICONIA – Facebook

Omen – Hammer Damage

Hammer Damage rimane un lavoro per i fans accaniti del gruppo, agli altri si consiglia sicuramente un ascolto delle opere ottantiane, punto di forza della discografia degli Omen.

La Pure Steel continua la sua missione incentrata sul recuperare molte delle realtà storiche del metal classico in giro per il mondo, alcune sconosciute se non si è stati fan accaniti dei suoni metallici degli anni ottanta, altre con un’aura di mito che le ha accompagnate nel nuovo millennio, conquistate con album che sono diventati classici per ogni amante del genere che si rispetti.

Mancavano gli storici power metallers statunitensi Omen all’appello e dopo varie vicissitudini e molti ritardi, il nuovo lavoro vede la luce per l’etichetta tedesca.
Un gruppo storico che con i primi lavori targati anni ottanta ha contribuito non poco alla causa dell’U.S. metal, specialmente con i primi tre album divenuti delle pietre miliari del genere come Battle Cry , esplosivo album di debutto del 1984, il successore Warning Of Danger del 1985 e The Curse uscito l’anno dopo.
Poi alti e bassi e molte compilation fino al 2003 ed al ritorno discografico con Eternal Back Down, seguito dopo tredici anni da questo Hammer Damage, un lavoro che accontenterà sufficientemente i fans del gruppo, ma che lascia anche qualche perplessità.
Tornato al fianco del leader Kenny Powell lo storico batterista Steve Wittig e confermati Kevin Goocher al microfono ed Andy Haas al basso, gli Omen licenziano un lavoro chiaramente improntato sul metal americano di matrice old school, dunque ogni cliché del genere fa bella mostra di sé: riff scolpiti nell’acciaio, ritmiche e mid tempo tra l’heavy ed il power e flavour oscuro ed epico come da tradizione, ma Hammer Damage delude per una produzione troppo deficitaria e per qualche canzone non riuscita alla perfezione.
L’esplosivo sound che ha reso famoso il gruppo detona a tratti, l’epicità è ancora l’arma più letale del gruppo, mentre le tracce faticano a decollare, anche se le cavalcate metalliche non mancano ed il talento di Powell alla sei corde è ancora intatto.
La voce ruvida del vocalist accompagna con buona grinta il mood battagliero del disco, anche se manca il classico riff che rimane in testa, lasciando che Hammer Damage passi senza lasciare particolari tracce.
Chaco Canyon (Sun Dagger), Caligula e la semiballad Eulogy For A Warrior risultano i brani più riusciti dell’album, mentre il resto viene poco valorizzato dalla produzione e da un songwriting appena sufficiente per un gruppo di tale livello.
Hammer Damage rimane quindi un lavoro per i fans accaniti del gruppo, agli altri si consiglia sicuramente un ascolto delle opere ottantiane, punto di forza della discografia degli Omen.

TRACKLIST
1. Hammer Damage
2. Chaco Canyon (Sun Dagger)
3. Cry Havoc
4. Eulogy For A Warrior
5. Knights
6. Hellas
7. Caligula
8. Era Of Crisis
9. A.F.U.

LINE-UP
Kevin Goocher – vocals
Kenny Powell – guitar
Andy Haas – bass
Steve Wittig – drums

OMEN – Facebook

Ingloriuos – Inglorious

Inglorious è semplicemente un disco bellissimo, cantato a meraviglia e con un lotto di songs una più bella dell’altra, lasciate i vecchi dischi ormai consumati sullo scaffale e buttatevi tra le note di questi nuovi eroi dell’hard rock

Premessa: l’hard rock di stampo settantiano è tornato a mietere vittime, i gruppi che si rifanno ai suoni vintage non si contano più sulle dita di una mano, ma colmano con i loro cd gli scaffali dei negozi specializzati alla dicitura rock, ed il primo lavoro degli Inglorious ne è un altro ottimo esempio.

Un bene o un male? Meglio ascoltare i soliti vecchi classici o i loro più legittimi figli che, rifacendosi alla tradizione accompagnano il genere nel nuovo millennio?
Il sottoscritto tifa senza ritegno per le nuove leve, musicisti straordinari protagonisti di album bellissimi, molte volte criticati a prescindere, ma in grado di regalare hard rock sanguigno, figlio del blues, emozionando non poco.
Robert Plant, Ian Gillan, David Coverdale e Paul Rodgers, prendete i quattro dei dell’hard blues, mischiate le loro ugole ed avrete più o meno trovato il segreto della stupenda voce di Nathan James, ex-Trans-Siberian Orchestra ed ex-Uli Jon Roth band e capitano di questa macchina blues hard rock che con il suo primo, omonimo e bellissimo lavoro vi trascinerà nel decennio settantiano tra la musica dei gruppi di cui i quattro cantanti sono stati, ed un paio lo sono ancora, i frontman.
Un album che rasenta la perfezione, pregno di sudore e voglia di emozionare, dove l’hammond torna protagonista, così come i riff (pesantissimi in alcuni casi) che si riempiono di un’anima blues, sporca, cattiva ma a tratti dolcemente disperata, come nella miglior tradizione del genere.
Nathan James è però il protagonista indiscusso, interpretativo, dotato di un talento immenso nel far rinverdire i fasto dei leoni che ruggivano nei microfoni di album fondamentali per lo sviluppo della musica hard rock come Led Zeppelin II, In Rock, Love Hunter o Bad Company e sentire per credere, fate scorrere il cd fino alla traccia otto così che You’re Mine possa convincervi di che pasta è fatto il ragazzo.
Ma Inglorious vive anche di grande musica, fin dall’opener Until I Die, dove l’hammond crea la giusta atmosfera, prima che le sei corde esplodano in un tripudio di suoni purpleiani, dure, pesantissime ed accompagnate da una ritmica che non rinuncia al groove, immancabile nei lavori di questi anni e colpevole di rinfrescare il giusto la proposta del gruppo.
Si corre veloci con l’adrenalinica Breakway, mentre un riff alla Page introduce il primo colpo da manuale High Flying Gypsy mentre, poi, arriva come un fulmine a ciel sereno il blues tragico di Holy Water ed un altro pezzo di bravura di James, che interpreta il brano con la magia giusta per una canzone che emoziona come solo la musica del diavolo sa fare, bissata da quel monolito hard rock che risulta la seguente Warning.
E si va veloci, i brani si susseguono con la band che non fa mancare armonie folk dal flavour zeppeliniano, altre bombe rock che detonano nei nostri padiglioni auricolari, con la già citata You’re Mine, Inglorious ed il ballatone Wake a distruggere come virus ogni nostra difesa immunitaria.
Inglorious è semplicemente un disco bellissimo, cantato a meraviglia e con un lotto di songs una più bella dell’altra, lasciate i vecchi dischi ormai consumati sullo scaffale e buttatevi tra le note di questi nuovi eroi dell’hard rock, c’è da divertirsi.

TRACKLIST
01. Until I Die
02. Breakaway
03. High Flying Gypsy
04. Holy Water
05. Warning
06. Bleed For You
07. Girl Got A Gun
08. You’re Mine
09. Inglorious
10. Wake
11. Unaware

LINE-UP
Nathan James – Vocals
Andreas Eriksson – Guitars
Wil Taylor – Guitars
Colin Parkinson – Bass
Phil Beaver – Drums

INGLORIOUS – Facebook

Duality – Elektron

Un album riuscito che offre sicuramente all’ascoltatore la piacevole sensazione di essere al cospetto di un gruppo sopra la media

Death metal, jazz e musica classica, uniti ad un buon spirito progressivo: Elektron, primo lavoro di questa band italiana, si può certamente spiegare in così poche parole.

Nati nell’ormai lontano 2002 i Duality arrivano solo ora al primo lavoro sulla lunga distanza: nella loro discografia compaiono solo due mini cd. il primo demo uscito più di dieci anni fa e l’ep Chaos_Introspection, del 2011.
Si sono presi quindi il loro tempo per arrivare al traguardo del full length, ma il risultato non può che essere soddisfacente, sia per la band che per i fans del technical death metal nobilitato da partiture classiche e jazz/fusion.
Il genere, portato all’attenzione degli appassionati di musica estrema da gruppi storici come Cynic e Atheist, per certi versi ormai non sorprende più, ma non è questa la virtù principale di Elektron, che si snoda piacevolmente lungo otto brani dove la furia del death metal incontra e va a braccetto con queste differenti atmosfere, all’apparenza lontane, ma come ben sanno gli amanti di questi suoni, mai così vicini ed in armonia.
Il metal estremo del quale il gruppo fa buon uso si avvicina a soluzioni più moderne e core, la violenza sprigionata e l’ottima produzione risaltano il lavoro delle chitarre e, soprattutto, della sezione ritmica davvero sopra la media, mentre l’appropriato uso del violino e la pregevole tecnica strumentale alzano la qualità generale del disco.
Non manca, a mio parere, come in molte opere di questo tipo, una vena progressive, magari nascosta tra le pieghe delle sfumature jazz/fusion, ma presente ad un ascolto attento, facilitato dal songwriting dal buon livello del gruppo marchigiano.
La sensazione che Elektron lascia è quella di un album che, pur nella sua non facile interpretazione, specialmente per chi non è avvezzo a tali sonorità, tiene molte porte aperte per fare in modo di entrare dentro all’anima del disco senza troppa fatica; la musica scorre come l’acqua cristallina di un ruscello, senza trovare ostacoli, i vari passaggi dalle parti estreme a quelle jazzate sono perfettamente bilanciate, così come l’ottimo growl porta con sé la rabbia estrema mantenendo il mood core.
Un album da ascoltare nella sua interezza, non si riscontrano cedimenti per tutta la sua durata lasciando agli undici minuti della conclusiva Hanged On A Ray Of Light il compito di riassumere il credo musicale del gruppo italiano.
Sicuramente un album riuscito che, anche se non porta grosse novità, offre sicuramente all’ascoltatore la piacevole sensazione di essere al cospetto di una band sopra la media: il futuro ci dirà se, finalmente, i Duality troveranno quella costanza nelle uscite discografiche che diventa basilare per non essere dimenticati in fretta.

TRACKLIST
1. Six Years Locked Clock
2. Azure
3. Chaos_Introspection
4. Along the Crack
5. Motions
6. Plead for Vulnerability
7. Hybrid Regression
8. Hanged on a Ray of Light

LINE-UP
Tiziano Paolini – Bass
Dario Fradeani – Drums
Diego Bellagamba – Guitars
Giuseppe Cardamone – Vocals, Guitars, Violin

DUALITY – Facebook

Forklift Elevator – Killerself

I Forklift Elevator si sono trasformati definitivamente in una macchina da guerra e questi sei pugni nello stomaco dimostrano che la strada è quella giusta.

Tornano i Forklift Elevator con questo nuovo ep, successore di quel Borderline, debutto sulla lunga distanza, molto apprezzato dal sottoscritto per un songwriting vario che amalgamava in una mistura esplosiva, attitudine hard rock e violenza thrash metal, il tutto supportato da una dose letale di groove che avvicinava il sound al moderno metal statunitense.

Killerself porta con sé importanti novità in seno alla band: intanto il buon Stefano Segato ha lasciato la sei corde in mano al nuovo arrivato, Uros Obradovic e ha preso posto dietro al microfono sostituendo il precedente vocalist (Enrico M. Martin), mentre il sound del gruppo ha abbandonato le atmosfere hard rock per tuffarsi nel groove metal irrobustito da abbondanti dosi di thrash metal moderno.
Prodotto ottimamente da Oscar Burato agli Atomic Stuff Recording Studios con l’aiuto di Mirco “SD” Maniero, Killersef letteralmente esplode in una valanga di sonorità moderne, violentissime e trascinanti, sei brani più intro che non lasciano spazio a facili melodie, ma aggrediscono con scariche metalliche, vere esplosioni di nitroglicerina, con una carica devastante.
Enorme il lavoro del vocalist, un animale ferito che urla, sbraita ma che dalla sua ha un carisma notevole e viene supportato dall’assalto sonoro che il gruppo confeziona come un pacco sospetto, pronto ad esplodere.
Nessuna ballad, oggi i Forklift Elevator si sono trasformati definitivamente in una macchina da guerra e questi sei pugni nello stomaco dimostrano che la strada è quella giusta.
Ritmiche irresistibili che passano da mid tempo potentissimi, a veloci ripartenze per poi sincoparsi, ricordando i Disturbed, mentre le sei corde tengono il sound ben incollato alle strade violente del thrash metal, che a tratti si insaporisce dell’aria salina della Bay Area e compongono questo massacro sonoro che non ha punti deboli.
Ed è per questo che Killerself è da sparasi tutto di un fiato, esaltandosi non poco alla tempesta di note che fuoriesce da Life Denied, The 8th Sin e dalla mostruosa I Executor.
Pantera, Disturbed, Soil, Exodus e Lamb Of God, la musica del gruppo padovano è un perfetto cocktail di questi ingredienti che vanno a formare un metal moderno dall’impatto devastante, aspettiamoci grandi cose, siamo solo all’inizio.

TRACKLIST
1. Life Denied
2. Bagger 288
3. The 8th Sin
4. Deception
5. Black Hole
6. I Executor
7. Hidden Side

LINE-UP
Stefano Segato – Lead Vocals
Uros Obradovic – Lead Guitar
Mirco Maniero – Rhythm Guitar
Marco Daga – Bass
Andrea Segato – Drums

FORKLIFT ELEVATOR – Facebook

Terrorway – The Second

The Second non mancherà di trovare nuovi estimatori al sound dei Terrorway, confermando il gruppo nostrano come una realtà consolidata dei suoni estremi dal taglio moderno

Nella scena italiana l’alto livello raggiunto dai gruppi dediti ai suoni metal/rock non fa più notizia, ogni genere può fare affidamento su un nugolo di artisti di tutto rispetto autori negli ultimi tempi di album che possono tranquillamente competere con i lavori dei gruppi stranieri.

Il confine tra le scene che pullulano nel nostro paese e quelle europee, a mio avviso non esiste più, cancellato appunto da questa invasione di opere dal taglio sempre più internazionale.
Un altro ottimo esempio risulta The Second, secondo lavoro sulla lunga distanza dei thrashers Terrorway, gruppo sardo in attività dal 2009 e con un ep (Absolute del 2010) ed un full length (il precedente Blackwaters uscito tre anni fa) alle spalle.
Thrash metal moderno potenziato da una cascata di groove, ritmiche violente, tanto metallo moderno ma anche atmosfericamente ben confezionato da una tragicità rabbiosa che coinvolge non poco.
Registrato presso i V-Studio di Cagliari e mixato e masterizzato da Jacob Olsen (Hatesphere, Moonspell, Born From Pain), The Second è un pesantissimo monolite di metal moderno, la band partita come realtà ispirata alle gesta di Meshuggah e Strapping Young Load, ha cercato in questo lavoro di prendere la propria strada e direi che senz’altro non ha fallito l’intento, mantenendo nei brani più violenti le caratteristiche peculiari del thrash/groove metal moderno, ma inserendo ottimi brani dove ricercate atmosfere intimiste ed oscure e drammatiche sfumature cyber variano e personalizzano il sound di The Second.
Metal estremo che chiamare adulto non è poi così lontano da quello che il gruppo ha cercato di esprimere, e brani come il capolavoro On The Edge, la death oriented Columns o la devastante accoppiata di modern thrash metal composta da Trails Of Ashes e The Wanderer, dimostrano su quante armi possono contare i Terrorway.
Grande il lavoro tecnico dietro ai ferri del mestiere con la sezione ritmica sugli scudi (Giovanni Serra al Basso e Cosma Secchi alle pelli) una sei corde che grida (bellissimi i lancinanti interventi solisti di Ivan Fois su T.F.B.T.M. altro brano top del disco) e Andrea Orrù che dietro al microfono sfodera una prestazione perfetta.
Da brividi i quasi tre minuti di Lights Turn Black che sfumano nella conclusiva Threshold Of Pain, un oscuro paesaggio di morte e distruzione, prima descritto da un’atmosferica base cyber/dark, poi violentata da frustate di thrash metal industrialoide ed altamente schizzato.
The Second non mancherà di trovare nuovi estimatori al sound dei Terrorway, confermando il gruppo nostrano come una realtà consolidata dei suoni estremi dal taglio moderno, come detto in apertura non solo sul suolo italico.

TRACKLIST
1. Under the Light of a Broken Down
2. Eye of the Sun
3. Torment
4. On the Edge
5. T.F.B.T.M. (The Face Behind the Mask)
6. Enter the Columns
7. Columns
8. Trails of Ashes
9. The Wanderer
10. Lights Turn Black
11. Threshold of Pain

LINE-UP
Cosma Secchi – Drums
Giovanni Serra – Bass
Ivan Fois – Guitars
Andrea Orrù – Vocals

TERRORWAY – Facebook

Zarpa – Dispuestos Para Atacar

Dopo una vita passata a suonare heavy metal, massimo rispetto per gli Zarpa da tutti i veri fans di queste vecchie e gloriose sonorità, che rappresentano un buon motivo per ascoltare Dispuestos Para Atacar.

Per chi non si avventura nei meandri del metal underground , le band spagnole che suonano heavy metal classico si contano sulle dita di una mano, se poi si guarda ai gruppi che usano per i loro testi la lingua madre la lista si restringe a due o tre nomi, eppure anche la nazione iberica possiede una lunga tradizione metallica anch’essa proveniente dagli anni ottanta, se si parla di heavy metal, ma che arriva più che in salute se lo sguardo si rivolge ai suoni power ed al metal estremo.

Gli Zarpa sono una delle band storiche del panorama metallico spagnolo ed una delle più longeve, con una numerosa discografia che conta molti album anche nel nuovo millennio.
Nato sul finire degli anni settanta a Valencia, il gruppo arriva al diciassettesimo full length, senza contare i numerosi live, di cui almeno nove negli ultimi quattro anni.
Degli stakanovisti dell’heavy metal dunque questi quattro vecchietti, guerrieri indomabili e fieri portatori del verbo metallico da oltre trent’anni e che con il nuovo album confermano la loro incrollabile fede nella new wave of british heavy metal.
Old school, Dispuestos Para Atacar non si può che definire così, un heavy metal album che ripercorre le gesta degli Iron Maiden, gruppo a cui gli Zarpa sono facilmente accostabili.
L’album per i fans del metal classico può senz’altro rappresentare un ottimo ascolto, colmo di cavalcate in crescendo, grinta heavy e quel flavour epico ben incastonato nel sound del gruppo valenciano, valorizzato da una produzione che mantiene l’atmosfera old school senza perdere punti in qualità.
Dispuestos Para Atacar affonda le sue radici nella fierezza della musica dura, le chitarre scintillano nella notte buia, la sezione ritmica granitica e le vocals pregne di epico orgoglio rendono l’ascolto un tuffo nel puro heavy metal ; il cantato in lingua madre non inficia il buon risultato di epici brani dal taglio maideniano come Tropas del bien y del mal, Corazón eléctrico, Vivir con honor e la conclusiva Ecos Del Fin.
Dopo una vita passata a suonare heavy metal, massimo rispetto per gli Zarpa da tutti i veri fans di queste vecchie e gloriose sonorità, che rappresentano un buon motivo per ascoltare Dispuestos Para Atacar.

TRACKLIST
1. Tropas del bien y del mal
2. Yo quiero más
3. Un peregrino soy
4. Corazón eléctrico
5. Buscando un nuevo mundo
6. Un perfecto plan
7. Soldados de la fe
8. Dispuesto para atacar
9. Vivir con honor
10. El reverendo Judas
11. Ecos del fin

LINE-UP
Vicente Feijóo – vocals, guitar
Serafín Mendoza – guitar
Vicente Romero – bass
Bienve Godoy – drums

ZARPA – Facebook

Shakra – High Noon

Lasciate l’inutile ed assurda ricerca dell’originalità a tutti i costi, qui siamo nel mondo dell’hard rock e basta avere talento per creare un gran lavoro, e la band svizzera ne ha da vendere.

Chi è abituato a leggere i miei deliri su iyezine riguardanti il metal estremo, non sa quanto il mio cuore batta per l’hard rock, che sia quello stradaiolo proveniente dal nuovo continente o quello classico o denominato da molti addetti ai lavori più quotati del sottoscritto, hard & heavy, e che, nel centro Europa ha dati i natali alle mie band preferite.

E’ chiaro che gli anni a cavallo tra il periodo settantiano ed i rimpianti anni ottanta sono ormai passati da un pezzo, ma lo spirito del rock arcigno non ha perso la sua foga e la sua voglia di far male a suon di rock’n’roll ipervitaminizzato da sei corde di stampo heavy, ed è così che vive e si rigenera per mezzo di artisti e band in ogni parte del mondo.
Suoni classici, magari per vecchi rocker attempati diranno in molti, ma irresistibili per chi ha vissuto decenni in compagnia delle note elettrizzate di una chitarra, in qualche cantina nascosta alle mode ed al music biz.
Centro Europa, la culla dell’hard rock nel vecchio continente, madre che nel suo nido ha nutrito gruppi che sono entrati di diritto nella storia del rock, continua a regalare band e opere che in questi anni di suoni modernisti hanno portato l’hard rock nel nuovo millennio, grazie anche a realtà provenienti da paesi all’apparenza fuori dal circuito musicale che conta ma importantissimi nello sviluppo della nostra musica preferita, come la Svizzera.
Con una carriera all’ombra dei Gotthard, gli Shakra possono vantare una discografia di tutto rispetto che dal 1998 si è sviluppata su dieci lavori sulla lunga distanza compreso questo ultimo e bellissimo High Noon, album che vede il ritorno dietro al microfono dello storico vocalist Mark Fox.
High Noon chiarisce una volta per tutte il valore del gruppo di Berna, per molti considerato un outsider ma che nulla ha da invidiare ai più famosi connazionali, band con la quale i paragoni sono inevitabili.
Le vocals ruvide ma dall’appeal elevatissimo di Fox, non lontane dal compianto Steve Lee, ed un songwriting esplosivo fanno di questa nuova prova un album di hard rock classico sopra le righe, le sei corde conducono la danza tra ritmiche grintose, tenendo sempre tra le briglie del sound un gustoso mood Aor che si traduce in irresistibili melodie, e High Noon coinvolge con un lotto di brani piacevoli e trascinanti tra tradizione hard & heavy (Scorpions), riff di grondante rock colmo di groove e refrain melodici.
La band piazza il primo hit con il singolo Hello, ma l’hard rock degli Shakra trova il suo massimo sfogo nelle tirate Into Your Heart, Is It Real e The Storm, mentre la super ballatona Life’s What You Need stempera il mood hard & heavy di questo lavoro.
Chitarre che si incendiano, qualche passaggio dove lo spirito dell’hard blues settantiano fa capolino e tanto groove sono le maggiori virtù di un altro notevole lavoro targato Shakra; lasciate l’inutile ed assurda ricerca dell’originalità a tutti i costi, qui siamo nel mondo dell’hard rock e basta avere talento per creare un gran lavoro, e la band svizzera ne ha da vendere.

TRACKLIST
01. Hello
02. High Noon
03. Into Your Heart
04. Around The World
05. Eye To Eye
06. Is It Real
07. Life’s What You Need
08. The Storm
09. Raise Your Hands
10. Stand Tall
11. Watch Me Burn
12. Wild And Hungry

LINE-UP
Mark Fox – Vocals
Thom Blunier – Guitars
Thomas Muster – Guitars
Dominik Pfister – bass
Roger Tanner – Drums

SHAKRA – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=vO2uG8ZFzHs

Evil Reborn – Throne of Insanity

Album da ascoltare e valutare nella sua interezza, il primo lavoro sulla lunga distanza del gruppo venezuelano raggiunge la promozione senza fatica, ed è consigliato agli amanti del genere.

Si torna in Sudamerica, precisamente in Venezuela, per incontrare gli Evil Reborn, giovane quintetto che per Satanath Records licenzia il suo primo full length, questo devastante e ben fatto Throne of Insanity.

Il gruppo, attivo da quattro anni ha alle spalle un ep d’esordio, uscito tre anni fa (Bendita Malevolencia) che gli valse il Premio Melomaniac come miglior ep del 2013, dunque una realtà assolutamente ben vista nella scena underground del suo paese.
In effetti Throne Of Insanity conferma la buona proposta dei ragazzi di Maturín, il loro death metal old school è quanto di più evil e feroce si possa desiderare, non uscendo dai confini classici del genere, con buona padronanza dei ferri del mestiere e soprattutto un ottimo uso delle vocals estreme che si alternano sul massacro sonoro proposto tra profondo growl ed efferato scream.
Una mezzoretta di potenza death allo stato puro, senza andare troppo per il sottile, ma sicuramente divertendo il fan del genere, con blast beat a manetta, dosi di potenti mid tempo, ed impatto folgorante.
Palla lunga e pedalare, gli Evil Reborn non lavorano di fino ma ci travolgono con il loro death debitore della vecchia scuola tra Bay Area e coste nordiche, la produzione rende sufficientemente giustizia ai brani ed il tutto funziona a dovere senza sorprendere più di tanto.
Unico difetto, infatti, risulta un songwriting leggermente monocorde, per molti una virtù, così che Throne Of Insanity ne esce come un monolite pesantissimo di metallo estremo, che non mancherà di far alzare le orecchie dei true deathsters in giro per il pianeta.
Album da ascoltare e valutare nella sua interezza, il primo lavoro sulla lunga distanza del gruppo venezuelano raggiunge la promozione senza fatica, ed è consigliato agli amanti del genere.

TRACKLIST
1. Black Dahlia
2. Evil Reborn
3. Adicción visceral
4. Possessed Angels
5. A Morbid Encounter
6. Destroying the Trinity
7. Throne of Insanity
8. Night Killer
9. Bendita malevolencia

LINE-UP
Victor Chaparro – Vocals
Jorge Medina – Guitar
Alfredo Herrera – Guitar
Jesús Maneiro – Bass
José Maneiro – Drums

EVIL REBORN – Facebook

Hypersonic – Existentia

Settanta minuti di power metal sinfonico sopra le righe, un masterpiece che si preannuncia come opera irrinunciabile per gli amanti del metallo melodico e power.

Settanta minuti di power metal sinfonico sopra le righe, un masterpiece che si preannuncia come opera irrinunciabile per gli amanti del metallo melodico e power, suonato e cantato alla grande e valorizzato da due fenomenali special guest: Michele Luppi (Secret Sphere, Vision Divine, Whitesnake) e Tommy ReinXeed Johansson (ReinXeed, Golden Resurrection).

Si parla del nuovo lavoro dei nostrani Hypersonic, in uscita su Revalve in questa metà dell’anno di grazia 2016, al secondo lavoro sulla lunga distanza e con tutte le carte in regola per salire sul podio delle migliori realtà del genere.
La firma con Revalve porta, a cinque anni dal’ultima uscita, a Existentia, un album davvero riuscito ed emozionate, un viaggio attorno all’esistenza dell’uomo prima e dopo la morte, perciò cari miei guerrieri del metal epico, lasciate all’entrata scudi e spadoni ed inoltratevi nel concept maturo ed intimista creato dai cinque musicisti catanesi, che non mancheranno di cavalcare e correre su e giù per le strade impervie della vita, così come su quelle misteriose della morte.
Il sound non manca di sorprendere, la band non rinuncia a picchiare duro con ritmiche veloci ed assolutamente power, mentre le armonie tastieristiche sono arcobaleni di note sinfoniche ed eleganti e la voce femminile (Alessia Rapisarda) rapisce senza intonare canti operistici tanto cool di questi tempi.
Per niente facile riuscire a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore per un’ora abbondante, ma gli Hypersonic ci riescono, grazie soprattutto ad un songwriting straordinario su cui sono costruite le canzoni che compongono Existentia.
Power metal sinfonico, ma molto progressivo, Existentia vive di due anime che giocano tra i suoi solchi, la prima aggredisce con le classiche sonorità power care alle maggiori band europee, la seconda più elegante e progressiva si riempie degli umori cangianti di chi ha valorizzato il genere dalle reminiscenze prog, passando dai maggiori gruppi nostrani (Labyrinth, Vision Divine) ai loro colleghi d’oltralpe (Kamelot, Reinxeed e Royal Hunt).
Ne esce un lavoro bellissimo, dove la band non rinuncia ad inserire vocals in growl che drammatizzano il mood di brani come Life’n Death e Love Is Pain, ma non rinuncia all’eleganza e la raffinatezza dei migliori act del genere con stupendi ricami che i tasti d’avorio di Dario Caruso cuciono su questo esempio di metallo regale (As An Angel).
Conquista già dal primo ascolto Existentia e non potrebbe essere altrimenti, l’alternanza di luci e ombre potenza power ed eleganza prog risulta un mix di micidiale musica splendidamente metallica, dove la sezione ritmica sa imprimere la sua rabbiosa aggressione in veloci e potentissime cavalcate (Francesco Caruso al basso e Salvo Grasso alle pelli) e la chitarra trafigge con solos taglienti (Emanuele Cangemi).
Di questi tempi, in cui il genere ha perso l’appeal di qualche anno fa, la scena nostrana ci regala opere entusiasmanti, di cui Existentia non è che l’ultimo straordinario esempio non lasciatevelo sfuggire.

TRACKLIST
01. Principium
02. The First Sound Of Life
03. The Eyes Of The Wolf (feat. Michele Luppi)
04. As An Angel
05. Blind Sins (feat. Jo Lombardo)
06. Living In The Light (feat. Tommy ReinXeed)
07. Embrace Me (feat. Roberta Pappalardo)
08. Love Is Pain (Heartbroken)
09. God’s Justice
10. Life’n Death
11. Pilgrim’s Path
12. Prayer In The Dark
13. The Meaning Of…
14. …Existence

LINE-UP
Salvo Grasso – Drums, Vocals
Emanuele Gangemi – Guitars
Francesco Caruso – Bass
Alessia Rapisarda – Vocals (female)
Dario Caruso – Keyboards

HYPERSONIC – Facebook

Krossfire – Shades of Darkness

Shades Of Darkness è un’opera che non può mancare sugli scaffali di ogni amante dei suoni power d’oltreoceano, rivelandosi uno delle sorprese dell’anno nel genere.

Grande acquisto in casa Pure Steel Records, la label tedesca si assicura infatti le prestazioni musicali e compositive dei Krossfire, power progsters bulgari e licenzia il loro secondo lavoro sulla lunga distanza, questo bellissimo ed intenso Shades Of Darkness.

Attivi dall’alba del nuovo millennio, il gruppo proveniente dalla città di Plovdiv, in un lasso di tempo abbastanza lungo, non era riuscito ad elaborare più che un full length, l’esordio Learning to Fly, uscito dopo dieci anni dalla fondazione e supportato da due singoli.
In aiuto al gruppo è arrivata la Pure Steel e Shades Of Darkness può così contare su una delle label più quotate nel mondo underground metallico europeo.
D’altronde l’album è davvero un’opera riuscita in tutte le sue componenti, con un sound incentrato su un prog metal dalle tinte oscure, molto vocino all’U.S. power metal, tecnicamente ineccepibile, e sinfonicamente orchestrale, in molte sue parti.
Aiutati infatti da alcuni cantanti lirici, i Krossfire aggiungono al loro sound roccioso bellissime parti classiche, così da rendere Shades Of Darkness un’opera completa, affascinante ed a suo modo originale.
Non è così facile infatti trovare band dall’impostazione assolutamente progressiva nell’approccio con la propria musica, mantenere un mood oscuro, tragico e drammaticamente sinfonico, un perfetto e geniale incrocio tra il power americano di Jag Panzer e Metal Church, il metal progressivo dei Dream Theater del sottovalutato Train Of Thoughts e l’eleganza bombastica dei cori operistici.
Shades Of Darkness si sviluppa così in un’ora di nobile metallo classico, drammatico nel suo incedere, teatrale ma senza far mancare la potenza del power metal (King Will Come, Fall From Grace e Rule The Dark) e pregno di notevoli passaggi progressivi ( le bellissime Annabelle e Glory To Heavens).
Suonato benissimo dal quintetto di musicisti che formano la band, l’album regala emozioni a non finire, il mood progressivo non inficia la resa delle canzoni, anche per un songwriting che valorizza più l’aspetto emozionale che non lo sfoggio di bravura strumentale fine a sé stesso, decollando fin dalle prime battute per non scendere più da un livello di eccellenza.
Shades Of Darkness è un’opera che non può mancare sugli scaffali di ogni amante dei suoni power d’oltreoceano, rivelandosi uno delle sorprese dell’anno nel genere.

TRACKLIST
1. The Ninth
2. The Last Ride
3. King Will Come
4. Destiny’s Calling
5. One More Time
6. Farewell
7. Fall From Grace
8. Annabelle
9. Glory To Heavens
10. Like A Shadow
11. Rule The Dark
12. Heaven Halls

LINE-UP
Dimo Petkov – vocals
Georgi Kushev – guitars
Peter Boshnakov – keyboards
Georgi Driev – bass
Spas Markov – drums

Guests:
Violeta Kusheva – female vocals on song 4, 5, 12
Vesela Sarvanska, Svetlana Vassileva, Krassimir Shopov, Georgi Sakadzhiyski – choir on song 2, 8, 12,
Daniela Djorova Waldhans – cello on song 6

KROSSFIRE – Facebook

Know Your Nemesis – Break The Chains

Break The Chains è sicuramente un’ottima partenza per la band scandinava, una realtà da tenere d’occhio in un prossimo futuro

Melodia e potenza convogliate in un metal moderno che guarda tanto al death melodico scandinavo quanto al metal core è quello che troverete tra i solchi di Break The Chains, esordio dei Know Your Nemesis, quartetto norvegese attivo dal 2009, ma che solo ora si presenta sul mercato grazie alla WormHoleDeath.

Il gruppo di Kongsvinger entra nel calderone delle giovani band dedite al metallo più moderno, ma non si siede sugli allori delle solite ritmiche sincopate e violenza gratuita, il loro sound risveglia antichi sapori melodic death, non facendosi mancare un supporto classico, specialmente nei solos, ma riuscendo a mantenere un approccio moderno e tutto ciò che ne consegue, ovvero tanta melodia e la classica alternanza tra lo screaming estremo ed un’ottima voce pulita.
Break The Chains può sicuramente essere considerato un buon debutto, tra i brani che compongono l’album almeno una manciata sono sopra la media ed il resto si attesta su buoni livelli, considerando il genere inflazionato e le opere scialbe a cui ultimamente ci siamo trovati ad ascoltare.
Prodotto ottimamente, così da far risaltare il sound composto da potenza e melodie cristalline, bilanciate perfettamente tra i chiaro/scuri che l’uso delle due voci imprimono alle canzoni, Break The Chains risulta un lavoro di metallo moderno piacevole, che non manca di riservare piccole sorprese, come un uso parsimonioso ma importantissimo di ritmiche thrash, e solos di estrazione classica che regalano all’ascoltatore un sound vario e che non ha tagliato il cordone ombelicale che lo lega al metal tout court.
Tutti bravi i quattro musicisti norvegesi, ma un plauso va sicuramente al gran lavoro delle due asce, protagoniste indiscusse di questo lavoro, mentre Break The Chains acquista valore col passare dei minuti lasciando il meglio verso la sua fine.
Ed infatti l’album dopo una partenza non così fulminea come ci si può aspettare, cresce col passare dei minuti e da Blind Me (quinta traccia) è un crescendo di scandinavian modern death metal, con i maestri Soilwork a risultare la massima ispirazione di songs come Are We Alone (Unholy War), Freedom Call, End Of Me e la conclusiva Free My Fears.
Break The Chains è sicuramente un’ottima partenza per la band scandinava, una realtà da tenere d’occhio in un prossimo futuro; aspettando di conoscere gli sviluppi del loro sound, nel frattempo godiamoci questo primo lavoro, che senz’altro merita l’attenzione degli amanti del genere.

TRACKLIST
1.Fade Away
2.Metaphor of Broken Dreams
3.Break the Chain
4.Breathe
5.Blind Me
6.Are We Alone (Unholy War)
7.So be It
8.Freedom Call
9.End of Me
10.Free my Fears

LINE-UP
Ole Petter Bjørnseth – Guitar,Vocals
Marius Haugen – Guitar,Backing Vocals
Ole Kristian Bekkevold – Bass
Birk William Hynne – Drums

KNOW YOUR NEMESIS – Facebook

Motörhead – Clean Your Clock

A distanza di pochi mesi dalla scomparsa di uno dei personaggi più importanti di tutto il mondo dell’hard & heavy, e non solo, la UDR immette sul mercato questo live registrato a Monaco di Baviera in due concerti sold out, nel Novembre del 2015.

Lemmy è morto … viva Lemmy …

A distanza di pochi mesi dalla scomparsa di uno dei personaggi più importanti di tutto il mondo dell’hard & heavy e non solo la UDR immette sul mercato questo live registrato a Monaco di Baviera in due concerti sold out, nel Novembre del 2015.
Un ultimo assaggio di quello che la band sapeva dare on stage ai propri fans, anche se dalle registrazioni si evince un Lemmy minato dalla malattia e non in perfetta forma.
Un live comunque all’insegna del rito Motörhead, con il pubblico entusiasta e partecipe, ed un gruppo che non risparmia la sua carica di selvaggio rock’n’roll agguerrito e devastante complice una set list che ne ripercorre la carriera con una sequela di classici da urlo.
Per chi non ha mai visto il grande Lemmy ed i suoi compari on stage, Clean Your Clock rimane comunque un’ottima testimonianza di cosa fosse un concerto del gruppo inglese, ed il carisma che quest’uomo emanava, mentre per chi ha vissuto la musica della band in tutti questi anni, una testimonianza ed un saluto a chi del nostro mondo ne ha fatto un modo quasi religioso di vivere, diventando un esempio per i rockers di tutto il pianeta.
Bomber, Metropolis, Orgasmatron, No Class, Ace of Spades, Lost Woman Blues ed Overkill, insieme ad un’altra dozzina di classici, riempiono le orecchie di musica dura che, dal rock’n’roll parte, gira intorno al pianeta toccando una moltitudine di generi e al rock’n’roll torna, più forte che mai in un’atmosfera da rituale selvaggio, punto di forza delle prove live del trio britannico.
Oltre al cd e dvd, l’etichetta non si è risparmiata e licenzia una versione in blu ray ed un cofanetto da collezione, così che l’opera diventi il miglior tributo possibile ad un’icona della nostra musica preferita.
Mi fermo qui, il tributo a Lemmy da parte di Iyezine è già stato scritto a suo tempo e cadere nello scontato è un attimo: Clean Your Clock non è che un’altra testimonianza dell’eredità lasciata dal musicista inglese, ancor di più se pensiamo a quanto sia stato breve il lasso di tempo trascorso tra questi live e la sua morte.

TRACKLIST
01. Bomber
02. Stay Clean
03. Metropolis
04. When the Sky Comes Looking for You
05. Over the Top
06. Guitar Solo
07. The Chase is better than the Catch
08. Lost Woman Blues
09. Rock it
10. Doctor Rock
11. Orgasmatron
12. Just Cos’ You Got the Power
13. No Class
14 Ace of Spades
15. Whorehouse Blues
16. Overkill

LINE-UP
Ian Fraser Kilmister “Lemmy” – voce, basso
Phil Campbell – chitarra
Mikkey Dee – batteria

MOTORHEAD – Facebook

Angarthal – Uranus And Gaia

Ottimo lavoro, consigliato sia ai vecchi rocker che alle nuove leve, che si troveranno al cospetto di quanta magia può scaturire dall’attempato ma immortale hard & heavy di scuola classica, splendidamente interpretato da questo protagonista della scena tricolore.

Non sono pochi i guitar heroes nostrani che si cimentano in album solisti dove ovviamente la protagonista assoluta è la loro sei corde.

Opere che a discapito del mero shred lasciano all’ascoltatore l’impressione di essere al cospetto di artisti completi, ottimi logicamente a livello strumentale ma non male neppure alle prese con il songwriting.
Arriva a noi dopo il bellissimo lavoro di Raff Sangiorgio, axeman della metal band estrema Gory Blister, il lavoro solista di Angarthal, chitarrista di Fire Trails, Dragon’s Cave, Rezophonic e Pino Scotto.
Aiutato in qualche brano da altri musicisti come Luca Saja (Dragon’s Cave), Angelo Perini (Fire Trails), Mauri Belluzzo (Alchemy Divine) e Sergio Pescara (Groovydo), ma di fatto da considerarsi una one man band, visto che il musicista nostrano si occupa di basso, tastiere, voce ed ovviamente chitarra, Uranus And Gaia risulta un bellissimo album incentrato sull’hard & heavy classico, ben rappresentato dalla forma canzone ed assolutamente fuori da ogni mero virtuosismo fine a se stesso.
Certo la bravura di Anghartal è risaputa e non manca di brillare in questa raccolta di brani, dal sound vario e dall’ottima presa.
Oltre alla chitarra, non mancano atmosfere tastieristiche di scuola Rainbow, valorizzate dall’ottima prestazione del nostro dietro al microfono, maschio, grintoso e perfettamente a suo agio con partiture tutto meno che facili.
Non siamo di fronte ad un album innovativo, Uranus And Gaia vive delle atmosfere care al metal più nobile suonato negli anni ottanta, ma la carica epica e sontuosa di molte delle songs presenti non può che fungere da gradito regalo ad ogni metal/rocker che si rispetti.
Più di un’ora in compagnia del classico hard & heavy, accompagnato da spumeggianti brani dai chorus grintosi ma eleganti (Rainbow, Dio, e qualche spunto del Malmsteen meno egocentrico) e tre strumentali, in cui il chitarrista nostrano non manca di stupire, senza diventare prolisso nelle scale su e giù per il manico della sei corde (bellissime Leviathan Rising e Wielders Of Magic).
Non manca la ballatona d’ordinanza (Losing My Direction), lasciata giustamente alla fine dell’opera ed almeno altre tre songs da spellarsi le mani in applausi, la title track, l’epica Sailing At The End Of The World e la Dio oriented After The Rain.
Ottimo lavoro, consigliato sia ai vecchi rocker che alle nuove leve, che si troveranno al cospetto di quanta magia può scaturire dall’attempato ma immortale hard & heavy di scuola classica, splendidamente interpretato da questo protagonista della scena tricolore.

TRACKLIST
01. Punch
02. Uranus And Gaia
03. Morrigan
04. Sailing At The End Of The World
05. Leviathan Rising
06. Holy Grail
07. Miles In The Desert
08. Unbroken
09. The Abyss Of Death
10. Wielders Of Magic
11. A Lie
12. After The Rain
13. Losing My Direction

LINE-UP
Steve Angarthal – Guitars, Keyboards, vocals, Bass
Luca Saja – Drums
Angelo Perini – Bass
Mauri Belluzzo – Keyboards
Sergio Pescara – Drums

ANGHARTAL – Facebook

Draugur – By The Rays Of His Golden Light

Siamo nel black metal più estremo, debitore a livello di sound ai mostri sacri che scesero dalle lande scandinave nei primi anni novanta

Esordio sulla lunga distanza per i Draugur, satanic black metal band olandese, sotto l’ala della Naturmacht Productions.

Questa demoniaca entità proveniente dai paesi bassi propone un black metal old school, scarno ed ortodosso, con la classica alternanza di sfuriate in blast beat e rallentamenti atmosferici e cadenzati.
By The Rays Of His Golden Light risulta un inno satanico ed occulto, molto underground nella produzione che limita leggermente l’ascolto, ma ricamato da urla profonde, solos oscuri e dal mood classico ed un’atmosfera generale di totale oscurità.
Piacciono alcune parti in crescendo, cavalcate metalliche estreme che lasciano intendere un’ispirazione heavy, nascosta all’ombra di questi devastanti inni al male senza compromessi.
Siamo nel black metal più estremo, debitore a livello di sound ai mostri sacri che scesero dalle lande scandinave nei primi anni novanta, ed il quintetto proveniente dal paese dei tulipani con un ottimo impatto evil dimostra di aver imparato bene la lezione.
Sette brani medio lunghi, liturgie demoniache ad invocare un armageddon portato sulla terra da lucifero, un’opera nera che ha nelle morbose e devastanti Torment In A Maze e I Rule This Night le songs più riuscite.
Un buon debutto, consigliato però solo ai true black metal fans, infatti la proposta per impatto ed attitudine non può che rimanere nei confini del genere, ma penso che al gruppo interessi davvero poco, qui si fa black metal con gli attributi.

TRACKLIST
1. Constructing the Void
2. Entities of the third dimension
3. Torment in a maze
4. I, death, descent
5. Behold the third eye vision
6. I rule this night
7. Bloodsoaked battlefield commitment

LINE-UP
Pesthond – Bass
Vos – Drums
Obscura – Guitars (lead)
Misaer – Guitars (rhythm)
Dagon – Vocals

DRAUGUR – Facebook

Jeff Angell’s Staticland – Staticland

Staticland conferma il valore di questo talentuoso musicista statunitense e si rivolge agli amanti del rock americano, ancora una volta portato agli onori della cronaca da uno dei suoi più fedeli figli

Nei meandri del rock americano degli anni novanta molti musicisti hanno vissuto all’ombra delle stelle dell’alternative/grunge, sfuggiti al grande pubblico ma seguiti da chi, non vivendo la musica come moda, ha continuato ad interessarsene delle sorti.

Jeff Angell guarda caso ha iniziato la sua avventura musicale proprio tra le nebbie della piovosa Seattle, con i rockers Post Stardom Depression prima ed in seguito con i The Missionary Position, dove la propria musica comincia ad odorare di blues rock.
Il successo arriva in seguito, complice la collaborazione con Barrett Martin(Screaming Trees, Mad Season), Duff McKagan (Guns’n’Roses),Benjamin Anderson e Mike McCready dei Pearl Jam con cui forma i Walking Papers e comincia a girare per le arene rock supportando Alice in Chains, Jane’s Addiction e Aerosmith.
E’ tempo di un album solista, anche per la pausa forzata del gruppo, così Angell accompagnato dal fido Benjamin Anderson, si mette al lavoro su Staticland debutto della band omonima, lavoro che esplora il mondo del rock partendo dagli anni novanta ed arrivando fino ad oggi in compagnia del blues, genere ispiratore da sempre dell’Angell autore.
Alternative rock, dunque, con uno spirito blues ed una buona dose di musica settantiana, per questa raccolta di songs d’autore, dove la parte elettrica gode di un chitarrismo affilato e sporco, ma la parte del leone la fanno le ballad, struggenti, pregne di nostalgia ma splendidamente americane e con una, neanche tanto velata, sfumatura southern.
Vario così da non lasciare mai l’ascoltatore senza qualche sorpresa, il songwriting di Staticland si aggira come un falco sul mondo del rock, ed in picchiata, azzanna e porta con se un bel po di rock anni settanta (Led Zeppelin, Bad Company), prede dal rock di Seattle (Mad Season), noise (Sonic Youth) e rock’n’roll alternativo (White Stripes).
Non siamo di fronte ad un minestrone di generi, con buona padronanza della materia Angell conquista subito l’ascoltatore e l’album si fortifica, sulle ali del blues rock man mano che i minuti scorrono e le canzoni passano in rassegna con il cuore dell’album formato da tre capolavori, The World Is Gonna Win, Nola I’ll Find You.
Staticland conferma il valore di questo talentuoso musicista statunitense e si rivolge agli amanti del rock americano, ancora una volta portato agli onori della cronaca da uno dei suoi più fedeli figli.

TRACKLIST

1. Everything Is Wrong
2. The Edge
3. Never Look Back
4. Band-Aid On A Bullet Hole
5. Phantom Limb
6. The World Is Gonna Win
7. Nola
8. I’ll Find You
9. High Score
10. If You Only Knew
11. Tomorrow’s Chore
12. Freak
13. The Past Where It Belongs
14. The Cure Or The Curse
15. Let The Healing Begin

LINE-UP

Jeff Angell – vocals, guitar
Benjamin Anderson – keys, bass
Joshua Fant – drums

VOTO
7.80

URL Facebook
http://www.facebook.com/staticland

https://www.youtube.com/watch?v=G0xgliGiNB0

DESCRIZIONE SEO / RIASSUNTO
, album che si colloca in un’ottima posizione tra le ultime uscite del genere.