Heimskringla – Vikingløypa

Vikingløypa è un buon disco, in grado di fornire nutrimento a sufficienza per chi anela a sonorità melanconiche e dal mood meno catacombale.

Il versante più melodico del funeral, la cui espressione più alta è attribuibile agli imprescindibili Shape Of Despair, seguiti a ruota dai meno elaborati ma ugualmente grandiosi Ea, sta prendendo piede, almeno alla luce delle sempre più frequenti uscite che traggono spunto proprio da quest’ultima band.

Tocca oggi al solo project Heimskringla (proveniente dagli Stases nonostante tutto, dal monicker ai titoli dei brani, faccia riferimento alla Scandinavia) offrire quasi ottanta minuti di buona musica che, se non fa molto per distinguersi da album come Ea Taesse o Au Ellai, resta comunque oltremodo gradevole grazie al buon gusto melodico che Niðagrisur immette a profusione nel proprio sound.
Il disco ci mette un po’ a decollare, perché Skandinavia I, almeno per un quarto d’ora mostra coordinate più ambient finché finalmente anche la chitarra entra a delineare le proprie efficaci linee armoniche.
Da li in poi Vikingløypa mostra le sonorità che gli amanti del genere ben conoscono e che vengono proposte con perizia e competenza, per un risultato finale che soddisfa e che, come livello, non si va a collocare neppure troppo lontano dall’ultimo parto degli Ea, A Etilla.
Per restare in questa sfera d’influenza, se gli Heimskringla sono un gradino sotto gli Abysskvlt, perché non raggiungono con la stessa continuità i loro picchi emozionali, si dimostrano di gran lunga più efficaci di certe proposte eccessivamente devote ai propri modelli come, per esempio, quella dei Luna.
Vikingløypa è comunque un bel disco, in grado di fornire nutrimento a sufficienza per chi anela a sonorità melanconiche e dal mood meno catacombale.

Tracklist:
1.Skandinavia I
2.Skandinavia II
3.Vikingløypa
4.Íslenska Vatnið

Line-up:
Niðagrisur Guitars, Bass, Drums, Synths, Vocals

HEIMSKRINGLA – Facebook

Flegethon – Cry of the Ice Wolves III

Chi predilige l’ambient nelle sue sembianze più oscure potrebbe gradire non poco.

Flegethon è un nome che agita la scena russe del doom più estremo fin dall’inizio del secolo e Cry of the Ice Wolves III è addirittura il nono full length uscito sotto questo marchio.

Nata come duo, dopo l’uscita di De’Meon dal 2003 la band è di fatto un progetto solista guidato da Oden. L’album preso in esame costituisce la terza ed ultima parte del concept formato dal brano omonimo presente nell’album d’esordio The Last Stage of Depression e dall’altro lavoro su lunga distanza, Cry of the Ice Wolves II del 2007.
Rispetto all’ambient drone piuttosto tetragono di quell’opera passato, Oden in quest’occasione lascia spazio a spiragli di melodia che accompagnano piacevolmente la monotraccia fino al suo epilogo: i suoni appaiono molto più curati ed il soffocante senso di minaccia dell’episodio II viene rimpiazzato da un’irrequietezza che monta lentamente ed inesorabile come una marea.
Grazie a ciò questa mezz’ora di musica mostra più i pregi che non i difetti dello specifico sottogenere, riuscendo nell’impresa di non annoiare, avvolgendo invece l’ascoltatore con un flusso sonoro continuo ma dai tratti lineari e riconoscibili.
Se viene parzialmente meno la vis sperimentale che animava i passati lavori, Cry of the Ice Wolves III si rivela comunque un’opera matura e competitiva, sia pure nel suo ristretto ambito stilistico; in particolare, chi predilige l’ambient nelle sue sembianze più oscure potrebbe gradire non poco.

Tracklist:
1. Cry of the Ice Wolves III

Line-up:
Oden

Raven Mocker – Livid Flame

I Raven Mocker offrono un’interpretazione del genere ortodossa quanto coinvolgente, con un buon lavoro di tastiera ad arricchire di pathos suoni prodotti ed eseguiti in maniera soddisfacente.

Altra band proveniente dagli USA dedita al funeral doom e della quale non si possiedono altre notizie se non quelle correlate a monicker e titoli dei brani, i Raven Mocker esordiscono con questo EP intitolato Livid Flame.

Le due tracce, denominate in maniera piuttosto essenziale e II, si snodano per una decina di minuti ciascuna offendo un’interpretazione del genere ortodossa quanto coinvolgente, ovvero con un buon lavoro di tastiera ad arricchire di pathos suoni prodotti ed eseguiti in maniera soddisfacente.
Tra i due brani, il primo vive di una solennità quasi liturgica conferita dall’eccellente operato dei nostri (o nostro ? ) ai tasti d’avorio, mentre il secondo lascia che sia prevalentemente la chitarra a disegnare le dolenti e struggenti melodie che, comunque, vengono riversate con buona continuità all’interno di questi venti minuti di funeral intenso ed emozionante.
Un lavoro davvero convincente, e consigliato senza remore a chi ama collezionare musica poco convenzionale proposta tramite supporti altrettanto particolari, visto che Livid Flame è stato pubblicato dalla Atrum Cultus nel formato della musicassetta in tiratura limitata a 100 copie; il tutto costa 5 dollari e, alla luce dell’ottima musica regalata dai Raven Mocker, per un amante del funeral il rapporto qualità/prezzo è senz’altro conveniente.

Tracklist
1. Livid Flame I
2. Livid Flame II

 

Sepultus Est – En el marmoreo laberinto donde sueñan los muertos

Lord Sepultus non si è certo risparmiato nel suo intento di scaraventarci nei baratri più profondi con la propria funerea ispirazione, così l’album sfiora il massimo consentito dalla lunghezza di un cd

Un disco di funeral doom proveniente dal Perù è per certi versi un’anomalia, ancor più se pensiamo che sovente, quando questo genere viene proposto da musicisti residenti in nazioni senza una tradizione consolidata nel settore, i risultati sono spesso infarciti di ingenuità e di imperfezioni in fase di esecuzione e produzione.

Non è certo questo il caso dei Sepultus Est, band di Lima guidata da Lord Sepultus, il quale, pur costituendone il fulcro artistico e compositivo, non si adagia alla condizione striminzita di one man band ma si fa aiutare nella stesura della propria opera da un manipolo di musicisti: proprio una certa cura dei particolari e una scrittura ottimale lanciano questo En el marmoreo laberinto donde sueñan los muertos tra le potenziali soprese dell’anno appena iniziato, in ambito funeral (il disco, infatti, è stato da poco pubblicato dalla label russa GS Productions).
Lord Sepultus non si è certo risparmiato nel suo intento di scaraventarci nei baratri più profondi con la propria funerea ispirazione, così l’album sfiora il massimo consentito dalla lunghezza di un cd (78 minuti) con l’iniziale title track che, a sua volta supera i 40 minuti di durata: già da questi freddi numeri si può intuire quanto il lavoro sia estremo, non tanto dal punto di vista delle sonorità quanto per l’impegno che viene richiesto all’ascoltatore per coglierne al meglio ogni sfumatura.
Musicalmente siamo nell’alveo del funeral più melodico, con la tastiera del mastermind a guidare le trame di ogni brano, ora con dolenti aperture melodiche, ora con passaggi pianistici che, tutto sommato, rappresentano un elemento piuttosto peculiare.
Si diceva della traccia iniziale, che mette a dura prova la resistenza degli appassionati, a causa di una parte centrale che ferisce con la propria deriva depressive, compresi vocalizzi estremi che vanno rimpiazzare il growl dominante invece nel resto del lavoro: il giusto premio giunge negli ultimi dieci minuti, a dir poco meravigliosi nella loro reiterata ed evocativa melodiosità.
Nella più breve (20 minuti … ) Funebres estatuas en el jardin de la muerte spicca un bellissimo lavoro pianistico che è fondamentalmente ciò che lo distingue dal brano precedente, mentre Paisajes depresivos, bonus track tratta da un demo uscito nel 2013, differisce per un suo incedere a tratti romantico, per quanto sempre pervaso da quella vena di tristezza che si spegne solo con l’ultima nota di questo lunghissimo lavoro.
Un altro nome da appuntarsi per chi ama queste sonorità.

Tracklist
1. En el marmoreo laberinto donde sueñan los muertos
2. Funebres estatuas en el jardin de la muerte
3. Paisajes depresivos

SEPULTUS EST – Facebook

With The Dead – With The Dead

Album trascinante e ossessivo, un ascolto obbligato per chi si ritiene un fan del doom.

Torna a due anni di distanza dallo split dei Cathedral il messianico sacerdote del doom anni novanta Lee Dorrian, personaggio avvolto da un’aura di carisma tale da far risplendere di luce propria ogni uscita discografica dove mette lo zampino.

Per la sua etichetta (la Rise Above Records), specializzata ( e non poteva essere altrimenti) nei suoni doom/stoner, esce il primo lavoro omonimo del progetto With The Dead, dove il grande vocalist britannico è accompagnato da Tim Bagshaw (Chitarra, Basso) e Mark Greening (Batteria, Organo Hammond), musicisti provenienti da due band seminali del genere, gli Electric Wizard e i Ramesses.
With The Dead non gode al suo interno di grosse novità stilistiche, il sound marcissimo e sporco, accompagnato da suoni ribassati e da atmosfere catacombali, è una via di mezzo tra i suoni della cattedrale e le band di provenienza dei due musicisti che accompagnano il prelato del doom, perfettamente a suo agio in questa cascata di lava dai rimandi classici e stravolta da iniezioni di stoner metal, che nei primi anni novanta lui più di altri ha portato all’attenzione dei fans con album magnifici.
Suoni lenti e brutali, una produzione sporca che dona ai brani sfumature catacombali, fuzz e riverberi a palla, su cui la talentuosa e storica voce di Dorrian, gioca con il genere, lasciando, a chi si confronta con lei, solo la parte dei chierichetti, tanto sprizza carisma e personalità, confermandosi come il punto più alto dell’espressione vocale nel genere suonato, fanno di questo lavoro un must per gli amanti dei suoni messianici e sabbatici, una lunga discesa nelle catacombe dove ad aspettarci ci sono tre sacerdoti pazzi, dimenticati dal tempo negli antri e nei cunicoli dove resti umani, rettili e fiumi di lava bollente sono gli spiacevoli incontri, prima di lasciare ogni speranza di ritorno alla luce.
Ed è così che questi tre musicisti ci regalano otto bordate messianiche, dall’andamento cadenzato, ossianiche e orrorifiche, colme di distorsioni e watt al limite dell’umano, una brutale dimostrazione di forza e potenza, aggressive e ritmate (The Cross), evocative e sabbathiane (Nephthys), ipnotizzanti, destabilizzanti e acide (Living With The Dead), spettacolarmente lentissime ed ossessive, tornando a scuotere fondamenta sotto i colpi di un’inesorabile bombardamento cupo e magmatico con la conclusiva Screams From My Own Grave, apice del disco, dove Dorrian dà prova di non aver perso un briciolo della disperata e ossessiva magniloquenza che lo ha reso il miglior interprete del doom/stoner degli ultimi trent’anni.
Album trascinante e ossessivo, un ascolto obbligato per chi si ritiene un fan del genere, e altro grande album firmato Rise Above.

TRACKLIST
01. Crown of Burning Stars
02. The Cross
03. Nephthys
04. Living With the Dead
05. I Am Your Virus
06. Screams From My Own Grave

LINE-UP
Lee Dorrian – Voce
Tim Bagshaw – Chitarra, Basso
Mark Greening – Batteria, Organo Hammond

WITH THE DEAD – Facebook

Monolithe – Epsilon Aurigae

Epsilon Aurigae  è ricco di momenti dall’elevato tasso emozionale, racchiusi in un contesto sonoro maturo e nel contempo peculiare e, in definitiva,  è l’ennesimo grande album di una band che, assieme  a poche altro in ambito doom, è capace di esibire una cifra stilistica pressoché unica.

Il quinto album dei francesi Monolithe  mostra il suo elemento di novità  già dal titolo, che va ad interrompere la sequenza numerica che si protraeva fin dall’esordio risalente al 2003.

Inoltre,  anche in questo caso per la prima volta, abbiamo tre brani  di un quarto d’ora ciascuno al posto della canonica ed interminabile traccia unica, ma anche dal punto di vista prettamente musicale le novità sono significative, per quanto meno evidenti.
L’evoluzione iniziata con Monolithe III ha progressivamente allontanato la band parigina dal funeral più ortodosso, rendendo il sound man mano più peculiare ed aumentando in maniera esponenziale quella componente cosmica che, in precedenza, era rinvenibile più a livello concettuale che non nella sostanza.
La musica dei Monolithe possiede oggi un incedere solenne, che istintivamente riconduce all’immensità dell’universo piuttosto che al male di vivere, come le coordinate del genere vorrebbero, ma certo non viene meno il senso di caducità dell’esistenza, rappresentato dallo sgomento  dell’uomo di fronte a dimensioni spazio temporali che all’intelletto di un insignificante essere mortale è impedito immaginare.
Come sempre, la voce di Richard Loudin interviene  in maniera efficace  senza mai debordare, lasciando che sia soprattutto la musica ad avere il sopravvento sulle parole.
Epsilon Aurigae  è ricco di momenti dall’elevato tasso emozionale, racchiusi in un contesto sonoro maturo e nel contempo peculiare e, in definitiva,  è l’ennesimo grande album di una band che, assieme  a poche altro in ambito doom, è capace di esibire una cifra stilistica pressoché unica.

Tracklist
1.Synoecist
2.TMA-0
3.Everlasting Sentry

Line-up:
Benoît Blin – Guitars
Richard Loudin – Vocals
Sylvain Bégot – Guitars
Olivier Defives – Bass
Thibault Faucher – Drums

MONOLITHE – Facebook

Arche – Undercurrents

Splendide progressioni ammantate di pathos si alternano a passaggi più rarefatti o a repentine aperture melodiche, poste quasi a simboleggiare un’effimera quanto illusoria attenuazione del dolore che pervade l’intero lavoro.

Che la Finlandia sia la patria del funeral non ci sono dubbi, visto che i Thergothon prima e gli Skepticism poi hanno di fatto inventato e codificato questo meraviglioso sotto genere del doom metal.

Nel corso degli anni altre band provenienti dalla terra dei mille laghi hanno fornito prove indimenticabili, citiamo solo Shape of Despair, Colosseum e Profetus tra le più note; proprio da questi ultimi proviene Eppu Kuismin, che ha formato da poco questa nuova band denominata Arche e il cui esordio si rivela una nuova dolorosa perla.
Il musicista finnico di fatto si mette in proprio, componendo, suonando la chitarra ed occupandosi anche delle parti vocali, coadiuvato da Panu Raatikainen a basso e chitarra e Ville Raittila alla batteria: il sound proposto dagli Arche non ricalca però più di tanto quello della band madre ma, semmai, si avvicina maggiormente a quanto fatto dai Colosseum.
In qualche modo questa nuova creatura, infatti, va a comare il vuoto creato dall’inevitabile split dovuto alla prematura dipartita di Juhani Palomäki, ripercorrendone le orme con una scrittura contraddistinta da una costante tensione emotiva, optando per un gravoso incedere guidato da riff diluiti e distorti sui quali si vanno ad appoggiare arpeggi che disegnano melodie struggenti, come accade in particolare nel finale della magnifica Plains Of Lethe.
Ma nel sound del trio di Tampere confluiscono, alla fine, anche influenze provenienti sia dal centro Eyropa (Worship, per certi passaggi dalla lentezza soffocante), sia dall’emisfero australe (Mournful Congregation, per un certo gusto nell’utilizzo delle soluzioni acustiche), a denotare una conoscenza della materia da primo della classe da parte di Kuismin.
Funereal Folds è la seconda delle due lunghe tracce che vanno a comporre questa mezz’ora di funeral doom ai suoi massimi livelli: anche qui le splendide progressioni ammantate di pathos si alternano a passaggi più rarefatti o a repentine aperture melodiche, poste quasi a simboleggiare un’effimera quanto illusoria attenuazione del dolore che pervade l’intero lavoro.
Undercurrents è nutrimento fondamentale per chi nella musica cerca emozioni durature e non canzoncine da fischiettare sotto la doccia …

Tracklist
1. Plains of Lethe
2. Funereal Folds

Line-up:
Eppu Kuismin – Guitars, Vocals
Panu Raatikainen – Guitars, Bass
Ville Raittila – Drums

ARCHE – Facebook

https://vimeo.com/131759482

Excruciation – Twenty Four Hours

Ep che sembra segnare una svolta dark per gli esperti elvetici Excruciation, in attesa di verificarne l’impatto con l’album di prossima uscita.

Twenty Four Hours è un breve ep che segna, almeno in apparenza, una svolta importante nel sound di un band dalla storia ormai trentennale come gli svizzeri Excruciation.

Nati come fautori di un thrash piuttosto canonico proposto nella prima parte della loro carriera (dal 1985 al 1991), dopo una lunga pausa durata quasi tre lustri gli elvetici si sono ripresentati spostandosi in maniera decisa verso il death doom piuttosto plumbeo che ha contraddistinto i tre full length finora incisi (“Angels to Some, Demons to Others”, “[t]horns” e “[g]host”); quest’ultima uscita, invece, farebbe presupporre un ulteriore cambio di direzione stilistica facendoli approdare su lidi più dark, con sconfinamenti frequenti in un gothic/post punk reso robusto dal persistente scheletro metallico.
Non a caso, l’ep prende il titolo dal singolo omonimo pubblicato poco prima che altro non è se non la cover del capolavoro targato Joy Division. Ovviamente, riuscire a trasmettere lo stesso senso di dolente alienazione provocato dalla voce di Ian Curtis era impensabile, per cui i nostri, avvalendosi invece del gotico vocalismo di Eugenio Meccariello, irrobustiscono non poco le trame fornendo una versione decisamente condivisibile di un brano-monumento della storia della musica (almeno per quanto mi concerne).
Le altre due tracce ci mostrano gli Excruciation alle prese con questa commistione di doom e darkwave abbastanza convincente: il sound è decadente e, come accadeva alla band ottantiane, bada molto di più alla sostanza che non alla forma: quello che ne scaturisce ha così sembianze meno artefatte, consentendo al gruppo zurighese di sfuggire al rischio di apparire eccessivamente fuori tempo massimo.
L’attesa è quindi per la prossima prova su lunga distanza, che ha già un titolo (“[c]rust”) ed una label pronta a pubblicarlo (la nostrana WormHoleDeath), con la curiosità di osservare se questa variazione rappresenti solo un fatto occasionale legato alla coverizzazione dei Joy Division oppure, al contrario, costituisca la nuova via maestra seguita dagli Excruciation.

Tracklist
1.Twenty Four Hours
2.Olympus Mons
3.Borderline (extended)

Line-up:
Eugenio Meccariello – vocals
HNS Reitze – guitars
Marcel Bosshart – guitars
D.D. Lowinger – bass
Andy Renggli – drums

EXCRUCIATION – Facebook

Absent/Minded – Alight

Una band compatta, che svolge in maniera ottimale il proprio compito senza lasciarsi tentare da voli pindarici ma neppure limitandosi ad una calligrafica riproposizione dello sludge: per quanto mi concerne, va benissimo così.

Magari avrò la memoria corta, ma lo sludge/doom non è un genre tra i più battuti in assoluto nelle metallicamente fertili lande teutoniche.

Anche per questo il terzo album degli Absent/Minded, intitolato Alight, è una piacevole sorpresa, pur senza apportare chissà quale novità alla materia trattata.
Il lavoro del quartetto bavarese spicca, sostanzialmente, grazie al suo incedere monolitico ma nel contempo abbastanza accessibile, dove le sole parti più ortodossamente doom appaiono come veri e propri muri invalicabili; al contrario, allorché il sound alza seppur di poco i ritmi, i fangosi riff inducono ad uno scapocciamento convinto e tutt’altro che meccanico.
L’opener Light Remains è un perfetto esempio della disinvoltura con la quale gli Absent/Minded riescono a mettere in scena in maniera accattivante trame ampiamente conosciute: alla fine il segreto, che poi non è neppure tale, si riduce al non appesantire ulteriormente con soluzioni cervellotiche un genere che, già di suo, è lieve come un granitico macigno.
Da notare anche il crescendo di un brano come Arrivers, con un basso che si ritaglia un ruolo importante nel delinearne l’andamento, e l’incipit acustico della conclusiva di So Dark, The Con Of Man che, successivamente si allinea al contesto nel macinare riff distorti e dannatamente efficaci.
Per concludere, sono felice che gli Absent/Minded non si siano allineati ad una tendenza che non mi convincerà mai al 100%, pur non essendo deprecabile a prescindere, che è quella di proporre un genere così pesante in versione esclusivamente strumentale: il buon Steve punteggia i brani con il suo growl nella media, ma tanto basta per tenere a debita distanza il rischio noia, autentica iattura per chi si avvicina all’ascolto di qualsiasi disco.
Una band compatta, che svolge in maniera ottimale il proprio compito senza lasciarsi tentare da voli pindarici ma neppure limitandosi ad una calligrafica riproposizione dello sludge: per quanto mi concerne, va benissimo così.

Tracklist
1. Light Remains
2. Stargazin’
3. Clouds
4. Arrivers
5. Skies Of No Return
6. So Dark, The Con Of Man

Line-up:
Steve – Vocals
Uwe – Guitars
Andreas – Bass
Jürgen – Drums

ABSENT/MINDED – Facebook

Abysskvlt – Thanatochromia

Un solo album non consente ancora di poterlo dire con certezza, ma Thanatochromia introduce una band che appare ampiamente in grado di ripercorrere le orme degli Ea.

Magnifico esordio per i misteriosi russi Abysskvlt, con un funeral doom melodico degno dei migliori Ea.

E sono proprio questi ultimi a fungere come punto di riferimento per i nostri, sia per l’approccio mediatico che lascia ben poco spazio agli ego dei musicisti, mettendo in luce esclusivamente il prodotto musicale, sia soprattutto per uno stile analogamente evovativo, basato su un incedere lento ma sempre focalizzato su un impatto emotivo creato dal muro di chitarre e tastiere.
Quattro brani per un totale che sfora i settanta minuti, sono l’eloquente biglietto da visita di una band che darà soddisfazione a chi ama questo particolare segmento stilistico del funeral, che ovviamente annovera tra i propri esempi più fulgidi i seminali Shape Of Despair.
Immagino e spero che la citazione di questi punti di riferimento sia sufficiente per capire di quale spessore sia Thanatochromia: gli Abysskvlt non vogliono riscrivere la storia del genere ma, essenzialmente, fanno nel migliore dei modi ciò che si aspetta di ascoltare chi ama le band menzionate; forse, a voler cercare il pelo nell’uovo, mancano quei picchi emotivi che altrove vengono regalati a profusione, ma per converso l’album non presenta mai cali di tensione o momenti interlocutori.
Un dolore soffuso ma ininterrotto sovrasta i brani nella loro interezza, anche se House Of Woe, rispetto alle altre tracce, grazie ad una scrittura ancor più volta ad accentuarne la drammaticità con il corollario di voci singhiozzanti in sottofondo, regala una ventina di minuti di livello del tutto all’altezza delle migliori espressioni del genere.
Abysskvlt come nuovi Ea, quindi ? Un solo album non consente ancora di poterlo dire con certezza, ma Thanatochromia introduce una band che appare ampiamente in grado di ripercorrere le orme degli altrettanto misteriosi campioni del funeral doom.

Tracklist
1. Over Cold Tombs
2. Between Two Mirrors
3. House of Woe
4. The Dawn My Unawakening

Intra Spelaeum – Забыто давно (Long Forgotten)

Забыто давно è un album che ogni appassionato di death doom dovrebbe ascoltare: il trio russo esibisce una solida preparazione regalando un’interpretazione del genere sempre varia ed efficace.

Gli Intra Spelaeum sono l’ennesima band, proveniente dalle sterminate lande russe, affascinata dal lato più oscuro del doom.

A fronte dell’oggettiva difficoltà nel proporre in quest’ambito qualcosa che, oltre ad essere coinvolgente dal punto di vista compositivo, contenga qualche elemento di peculiarità, i nostri conferiscono al loro sound un’aura particolare sicuramente caratterizzata dalla loro provenienza, indipendentemente dall’uso della grafica in cirillico e della lingua madre a livello lirico.
Più che in altre occasioni, infatti, una band russa dedita ad un genere dai tratti estremi sembra trarre linfa dall’importante tradizione musicale del proprio paese, e così, sia la solennità di certe orchestrazioni sia l’inserimento di una spiccata componente folk arricchiscono non poco un lavoro che si snoda senza mostrare particolari fasi di stanca.
Come detto, nonostante il monicker latino, gli Intra Spelaeum optano per una scelta autarchica a livello di linguaggio e, inevitabilmente, tutto ciò rende la fruizione più complessa, ma se ci limitiamo a ciò che ci dice la musica, non si può che farsi coinvolgere da quest’ora scarsa ricca di contrasti e di passaggi intrisi del giusto pathos.
Se la base del sound è un robusto death doom melodico di stampo nordeuropeo, l’ottimo lavoro tastieristico ne cuce ed ammorbidisce non poco l’impatto, esaltando lo struggimento di brani come Ветер, Волна e della lunghissima Дом; peraltro il lavoro si chiude con la cover di In A Dream, storico brano dei Tiamat, reso in maniera piuttosto rispettosa della seminale band svedese, pur se leggermente rallentata.
Забыто давно è senz’altro un album che ogni appassionato di death doom dovrebbe ascoltare: il trio russo esibisce una solida preparazione regalando un’interpretazione del genere sempre varia ed efficace.

Tracklist:
1. Сны (Dreams)
2. Забыто давно (Long Forgotten)
3. Ветер (Wind)
4. Дождь из слез (Rain of Tears)
5. Брошенный мир (Fallen World)
6. Волна (Wave)
7. Дом (House)
8.In a Dream (Tiamat cover bonus track)

Line-up:
Kron – vocals, guitars, keyboards
Geralt – bass
Zahaar – drums

INTRA SPELAEUM – Facebook

Paid Charons Fare – Mourn

Altra one man band dedita al death doom, questa volta proveniente dalla Germania con il monicker Paid Charons Fare.

Mourn è il primo full-length per il musicista di Treviri Heiko Borkowski, ed esce dopo il singolo d’assaggio Alone, datato 2014: la prima impressione è stata quella d’essere al cospetto di un progetto nato con le idee chiare e soprattutto volto ad imprimere al sound tutte le caratteristiche che si richiedono al genere.
Inoltre, a differenza di altre one man band, l’utilizzo della chitarra solista si rivela sempre appropriato senza mostrare particolari crepe, consentendo così alle melodie di impadronirsi della scena in maniera convincente; sia la title track, sia The Mourners Anthem sviluppano armonie dolenti che rendono l’ascolto piuttosto scorrevole, fatta eccezione per qualche passaggio in clean nella seconda delle due tracce che merita ancora qualche aggiustatina.
Va detto anche che, proprio in questo brano, si possono osservare le intuizioni più brillanti sotto forma di linee evocative e nel contempo ben memorizzabili.
Dopo la breve When Time Turns Minutes To Days, brano acustico ma ugualmente plumbeo, che può ricordare qualcosa dei primi Novembers Doom, viene riproposto il singolo Alone, anch’esso decisamente di buon livello ed in linea con la traccia di apertura, prima della convincente chiusura con Dead Inside, con la quale si vanno invece a lambire territori funeral.
Mourn è sicuramente un buon debutto, all’insegna di sonorità che talvolta possono riportare ad un ben più noto progetto solista come quello dei Doomed di Pierre Laube, anche se Borkowski tende a levigare quelle asperità che ritroviamo nei lavori del suo connazionale.
Pur senza far gridare al miracolo, questo primo lavoro targato Paid Charons Fare è un disco di buona levatura che merita d’essere preso in considerazione dagli appassionati.

Tracklist
1.Mourn
2.The Mourners Anthem
3.When Time Turns Minutes To Days
4.Alone
5.Dead Inside

Line-up:
Heiko Borkowski – All instruments, Vocals

PAID CHARONS FARE – Facebook

Soul Of Enoch – Neo Locus

Disco di doom classico duro e puro, con tempi lenti e riff che scavano al roccia, con una splendida malinconia di fondo che pervade l’aire.

Disco di doom classico duro e puro, con tempi lenti e riffs che scavano al roccia, con una splendida malinconia di fondo che pervade l’aere.

I Soul Of Enoch sono un gruppo nato dalla volontà di David Krieg alla voce ed Andrea Morandi al basso nell’estate del 2005 e riportato in vita ai giorni nostri per mano dello stesso vocalist e del chitarrista Tony Tears: i due sono personaggi noti nell’ambiente doom genovese poiché girano intorno al nero ambiente degli Abysmal Grief e dei Malombra, un sottobosco musicale molto forte che a Genova ha prodotto ottime cose, e questo disco ne è insieme testimonianza e continuazione. Questo doom classico è musica di rara belleza, con un substrato romantico ed allo stesso tempo cristiano, anche si raccontano storie di tenebra. I Soul Of Enoch lo fanno molto bene, con un gran senso della melodia e con un’accurata produzione ed una grande cura dei particolari.
La produzione è affidata a Matteo Ricci, che suona anche il basso, ed è pressoché perfetta. Il tutto viene rilasciato dalla BloodRock Records, che è l’etichetta di riferimento per il doom genovese e non solo.
Un gran lavoro per chi ama il doom classico, sonorità che fortunatamente non sono per tutti, né vogliono esserlo.

TRACKLIST
01. I Ask The Flies To Forgive Me
02. Amber Flowers (On Black Marble)
03. Yule
04. Children Shouldn’t Play With The Dead Things
05. The Witch Is Dead

LINE-UP
David Krieg – Voic .
Tony Tears – Guitars.
Matteo Ricci – Bass.
Carlo Opisso : Drums.

TONY TEARS – Facebook

Motus Tenebrae – Deathrising

In Deathrising il gothic doom viene espresso a livelli ottimali da un gruppo di musicisti esperti e competenti

Togliamoci subito il dente: a chi obietterà che i Motus Tenebrae assomigliano in maniera spiccata ai Paradise Lost non si può che rispondere affermativamente.

Detto questo, e messa una pietra tombale sopra ogni desiderio o ricerca di originalità, quello che resta di questo Deathrising, quinta fatica su lunga distanza della band pisana, non è ne poco né tanto meno trascurabile.
Gli 11 brani che compongono la tracklist dell’album faranno sicuramente la gioia di chi ama questo tipo di sonorità e, ovviamente, stravede anche per le ultime uscite della premiata ditta Mackintosh/Holmes.
Ribadisco il mio pensiero: l’originalità, se non é accompagnata da una scrittura all’altezza, rimane un esercizio di stile coraggioso ma fine a sé stesso, mentre, al contrario, anche un lavoro fortemente influenzato da quanto fatto da altri in passato (a patto di non scadere nel mero plagio) può risultare assolutamente efficace se composto e suonato da musicisti adeguatamente ispirati.
E questo il caso di Deathrising, dove il gothic doom viene espresso a livelli ottimali da una band esperta e competente, con alcuni picchi non indifferenti raggiunti nelle tracce contraddistinte da linee melodiche più accentuate, mentre risultano un po’ meno avvincenti le canzoni caratterizzate da riff più pesanti: fa eccezione in tal senso un episodio magnifico come Light That We Are, che ci teletrasporta all’epoca di Icon, senza neppure sfigurare al confronto.
È chiaro, però, che la malinconica opener Our Weakness e Black Sun, sorta di Forever Failure dei giorni nostri, aprono come meglio non avrebbero potuto un lavoro indubbiamente bello, che vede almeno un’altra perla come Haunt Me, senza dimenticare l’ambientazione oltremodo cupa della title track ed una For A Change che mostra uno svincolo dalle influenze lostiane per approdare sui territori dei Novembers Doom più aggressivi.
Del resto la voce di Luis McFadden, fondatore dei Motus Tenebrae assieme al chitarrista Andreas Das Cox, e al ritorno in formazione dopo qualche anno di assenza, finisce per accentuare ulteriormente le affinità con i maestri di Halifax per la sua intonazione contigua a quella di Nick Holmes, ma il vocalist toscano, in quest’occasione, fornisce una prova ancor più convincente di quanto fatto su The Dark Days dei Disbeliever, in quanto a mio avviso maggiormente a suo agio con le più robuste sonorità di Deathrising.
E’ nella natura delle cose il fatto che artisti seminali creino uno stuolo di seguaci, alcuni bravi e preparati, altri meno: i Motus Tenebrae appartengono sicuramente alla prima di queste categorie, dall’alto di un’esperienza ultradecennale che depone indubbiamente a loro favore, visto che qui non si parla certo di un manipolo di ragazzini folgorati da un giorno all’altro sulla via di Damasco …
Se mi si concede il parallelismo, i Motus Tenebrae stanno ai  Paradise Lost come gli NFD stanno ai Fields Of The Nephilim: penso che neppure lo stesso Peter White abbia mai negato (anche per la presenza di ex FOTN in line-up) di attingere dall’immenso patrimonio musicale lasciato dalla band di McCoy, ma nonostante ciò Waking The Dead è stato considerato a ragione uno dei migliori album usciti lo scorso anno in ambito gothic metal, un motivo in più per mantenere lo stesso metro di giudizio rispetto a quanto offertoci dai Motus Tenebrae con Deathrising.

Tracklist:
1. Our Weakness
2. Black Sun
3. For a Change
4. Light That We Are
5. Faded
6. Deathrising
7. Haunt Me
8. Grace
9. Cold World
10. Cherish My Pain
11. Desolation

Line-up:
Luis McFadden – Vocals
Andreas Das Cox – Bass
Daniel Cyranna – Guitars
Omar Harvey – Keyboards, Synth
Andrea Falaschi – Drums

MOTUS TENEBRAE – Facebook

Urania – Hieros Gamos

Gli Urania propongono un interpretazione ortodossa ma non per questo meno stimolante del genere, riuscendo a mantenere desta l’attenzione dell’ascoltatore grazie al ricorso ad una scrittura lineare, efficace e talvolta anche piuttosto evocativa.

Buon debutto per questi portoghesi dei quali abbiamo ben poche notizie salvo, appunto, la loro nazionalità.

Hieros Gamos è un assaggio, non essendo particolarmente lungo visto il minutaggio ridotto rispetto agli standard del genere, di un death doom di stampo piuttosto tradizionale ma senz’altro ben eseguito nonché ricco di buoni spunti, disseminati nelle quattro tracce che compongono il lavoro.
Se le prime due di queste, fondamentalmente, sono ascrvibili alla tradizione novantiana, con le loro ritmiche sicuramente rallentate ma non ai limiti dell’asfissia, la terza, A Mantra For A New Found Hope, vede un incremento deciso dell’utilizzo dell’organo che spinge i lusitani talvolta su terreni affini agli Abysmal Grief.
La traccia conclusiva è invece la più lunga ed anche la più rallentata, con il suo incedere ai limiti del funeral ed alcune dolenti aperture melodiche degne delle migliori band del settore.
Gli Urania, indipendentemente da chi e quanti siano, propongono un interpretazione ortodossa ma non per questo meno stimolante del genere, riuscendo a mantenere desta l’attenzione dell’ascoltatore grazie al ricorso ad una scrittura lineare, efficace e talvolta anche piuttosto evocativa.
Buona la prima, per ora, in attesa di ulteriori sviluppi.

Tracklist:
1.To Walk And Learn The Path To Endless Bliss
2.Floating Above The Immense Emotional Mountain Of Self Esteem
3.A Mantra For A New Found Hope
4.Upon The Clouds Lays The Strenght Of The Soul

Avatarium – The Girl With The Raven Mask

Doom metal classico ai massimi livelli che non manca di affascinare ed esaltare nei brani in cui la band lascia le briglie e lo stallone metallico può finalmente cavalcare libero, sulle praterie che hanno visto le chiome al vento di Raimbow, Uriah Heep, Black Sabbath e Blue Öyster Cult.

Nella tempesta di suoni vintage, che hanno caratterizzato gli ultimi anni di produzione hard rock e metal, gli Avatarium si posizionano molto in alto nelle preferenze degli amanti dei suoni di ispirazione classica e settantiana, grazie all’esplosivo debutto omonimo, uscito un paio di anni fa, bissato dal nuovo lavoro, questo monumento al doom classico che risulta The Girl With The Raven Mask.

D’altronde la Nuclear Blast ci ha messo lo zampino già dal primo album, troppo importante una band che vede nella propria line up musicisti dalle enormi capacità capitanati dallo storico bassista dei Candlemass, Leif Edling, un nome che è sinonimo di grande musica del destino ( Krux, Leif Edling, Abstrakt Algebra, Witchcraft), accompagnato in questa nuova avventura da Lars Sköld alle pelli( Tiamat), Marcus Jidell alla sei corde (Royal Hunt, Evergrey, Candlemass), Carl Westholm alle tastiere ( Krux, Leif Edling, Abstrakt Algebra, Candlemass) e dalla bellissima voce della singer Jennie-Ann Smith.
Doom metal raffinato risulta la proposta del gruppo svedese, che amalgama sapientemente il sound del primo lavoro con quanto fatto nell’ep seguente dello scorso anno (All I Want) dove era forte una componente melodica e rock, che la band sviluppa in questo ottimo nuovo album, per un risultato che metterà d’accordo un po’ tutti i fans della musica del destino dai rimandi classici.
Tastiere dal taglio leggermente progressivo, sono la principale caratteristica del sound di questi nuovi brani, dove le ritmiche settantiane e la voce passionale della vocalist, rendono omaggio ad una buona fetta dei gruppi storici, che ci hanno accompagnato tra in quel decennio  e nel successivo.
E’ uno tsunami di suoni ipnotici, una liturgia doom psichedelica dove ogni strumento, aiutato da un’ottima produzione esce potente e cristallino, contribuendo a rendere The Girl With The Raven Mask un’opera che non fa rimpiangere il clamoroso debutto, ma ne è il legittimo erede.
Inutile sottolineare la prova di musicisti dal curriculum invidiabile e sarei ripetitivo nel glorificare la prova di Jennie-Ann Smith, singer dotata di un carisma straordinario, perfetta per il genere suonato dal gruppo.
Meno monolitico e più vario del suo famoso predecessore, l’album ha, nei picchi qualitativi scalati da brani come, The January Sea, Pearls And Coffin, Ghostlight e Run Killer Run, spettacolare hard rock tra Uriah Heep e Raimbow la massima espressione del gruppo svedese.
Doom metal classico ai massimi livelli che non manca di affascinare ed esaltare nei brani in cui la band lascia le briglie e lo stallone metallico può finalmente cavalcare libero, sulle praterie che hanno visto le chiome al vento di Rainbow, Uriah Heep, Black Sabbath e Blue Öyster Cult.
Acquisto obbligatorio per gli amanti di queste sonorità.

TRACKLIST
1. Girl With The Raven Mask
2. The January Sea
3. Pearls and Coffins
4. Hypnotized
5. Ghostlight
6. Run Killer Run
7. Iron Mule
8. The Master Thief

LINE-UP
Jennie-Ann Smith: Vocals
Marcus Jidell: Guitars
Leif Edling: Bass
Lars Sköld: Drums
Carl Westholm: Keyboards

AVATARIUM – Facebook

Without Dreams – Rejected by Angel, Betrayed by Demon

L’ascolto di Rejected by Angel, Betrayed by Demon regala diversi attimi di funeral doom magari un po’ ruspante nella forma, ma sicuramente genuino negli intenti e capace di toccare, sia pure a intermittenza, le giuste corde.

Ancora una one man band russa si presenta sulla ormai piuttosto affollata scena funeral death doom.

Il nostro Thanataur, da quanto ci è dato sapere, dovrebbe essere al suo passo d’esordio ufficiale con il monicker Without Dreams, e di certo non si è fatto intimorire dalla cosa, visto che Rejected by Angel, Betrayed by Demon consta di soli due brani ma della durata complessiva ben superiore all’ora.
Questo lavoro può essere preso ad emblema di come, non sempre, far tutto da soli si riveli un vantaggio: l’album dal punto di vista prettamente compositivo è decisamente valido, alla luce delle atmosfere plumbee ma sempre intrise di melodia che il musicista di Ekaterinburg mette sul piatto; purtroppo, tutto ciò non viene sorretto costantemente da una tecnica strumentale all’altezza, specie nei passaggi di chitarra solista che, se affidati a mani più sapienti, avrebbero potuto fare davvero la differenza. Così il disco offre il meglio nei momenti più ruvidi, quando un buon growl sovrasta riff pesanti adeguatamente supportati dalle tastiere, mentre negli altri frangenti, inclusi quelli pianistici, l’esecuzione appare cosi scolastica da rendere il tutto alla stregua di un buon demo e nulla più.
Di positivo c’è sicuramente da rimarcare che, quando il sound si muove su territori affini a Comatose Vigil ed Ea, Thanataur è in grado di produrre con disinvoltura momenti senz’altro evocativi, il che fa rimpiangere davvero altri strutturati in maniera troppo minimale o approssimativa.
Per un appassionato del genere, più propenso per sua natura a passare sopra certe imperfezioni, Rejected by Angel, Betrayed by Demon risulterà comunque un lavoro gradevole, ma lo stesso non potrà verificarsi per chi approda in questi lidi ricercando aspetti più formali che non prettamente emotivi,
In sintesi, se Thanataur riuscisse a reperire un chitarrista capace di riprodurre al meglio le sue buone intuizioni melodiche, oppure se egli stesso facesse un passo avanti in tal senso sfruttando anche in maniera più adeguata il lavoro di produzione, il prossimo album dei Without Dreams potrebbe rivelarsi ben più convincente, anche se alla fin fine l’ascolto di Rejected by Angel, Betrayed by Demon regala diversi attimi di funeral doom magari un po’ ruspante nella forma, ma sicuramente genuino negli intenti e capace di toccare, sia pure a intermittenza, le giuste corde.

Tracklist
1.Demon of Suicide
2.Fallen Angel

Line-up:
Thanataur – Everything

Myridian – We, The Forlorn

La musica di questi ragazzi merita di essere esportata e posta all’attenzione del pubblico dell’emisfero nord, dove potrebbe trovare i meritati riscontri: nel frattempo non facciamo l’errore di ignorare un album come We, The Forlorn.

Nel 2012 gli australiani Myridian si erano fatti notare con un album d’esordio (Under the Fading Light) decisamente riuscito e già maturo.

Dopo qualche aggiustamento di line up e tre anni in più di esperienza, i ragazzi di Melbourne ritornano con una prova su lunga distanza che li conferma a pieno titolo quali autori di un death doom di grande classe ed altrettanta qualità.
We, The Forlorn è un un lavoro privo di punti deboli, prodotto benissimo ed altrettanto perfettamente eseguito, evidenziando un costante equilibrio tra tutte le componenti del sound. Fermo restando il pallino in mano ai due membri fondatori, Scott Brierley (chitarrista ed autore di tutte le musiche) e Felix Lane (vocalist e bassista), i nuovi entrati Ian Mather (chitarra) e Dan Liston /tastiere), entrambi dei Catacombs, e Zebådee Scott (batteria), degli Adamus Exul, portano nuova linfa e allo stesso tempo ulteriore compattezza al sound.
Lo stile dei Myridian attinge alla frangia più melodica del genere e, tutto sommato, si rivela un ideale mix tra i suoni della scuola europea e di quella statunitense, con riferimenti più che normali rinvenibili rispettivamente nei Swallow The Sun e nei Daylight Dies.
Il lavoro è piuttosto lungo, con i suoi quasi settanta minuti di durata, ma riesce a tenere costantemente desta l’attenzione in virtù dell’elevata qualità media dei brani anche se, nel corso dei primi ascolti, sembrerebbe mancare il brano sopra le righe capace di inchiodare l’ascoltatore in un loop ininterrotto. In realtà, insistendo nei passaggi, esplode infine in tutta la sua dolente bellezza una traccia come Snowscape, trasudante malinconia da ogni nota, e non lontano da tali livelli si vano a collocare la title track, A Lone Rose e la conclusiva Mourning Tide. Notevoli anche These Weary Bones, che vede il particolare contributo dell’ospite Nick Magur, (vocalist dei già citati blacksters Adamus Exul, band nella quale peraltro ha suonato lo stesso Lane), con il suo screaming estremo ai limiti del depressive, Silent Death e Desolace, mentre l’episodio più breve, I, the Bereft, è uno strumentale acustico che di fatto divide in due parti il lavoro, introducendone l’ultima mezz’ora, invero splendida.
Felix Lane si rivela un ottimo vocalist, buono nell’alternare, novello Kotamäki, growl, scream e clean vocals senza accusare cedimenti ma, davvero, questi cinque musicisti australiani si sono espressi tutti al loro meglio per regalarci questa ennesima perla partorita da un genere musicale che continua a riservare sorprese provenienti da ogni angolo del pianeta.
Forse i Myridian rischiano di pagare in parte il loro isolamento geografico, muovendosi per di più in un ambito di nicchia per sua definizione, ma se oggi i Swallow The Sun escono per Century Media, non vedo perché la band di Melbourne non possa ambire almeno ad un contratto con qualche label del settore tipo Solitude o Weird Truth, tanto per citarne due tra le più qualitative a livello di roster. La musica di questi ragazzi merita di essere esportata e posta all’attenzione del pubblico dell’emisfero nord, dove potrebbe trovare i meritati riscontri: nel frattempo non facciamo l’errore di ignorare un album come We, The Forlorn.

Tracklist:
1. We, the Forlorn
2. Silent Death
3. These Weary Bones
4. A Lone Rose
5. I, the Bereft
6. Snowscape
7. Desolace
8. Mourning Tide

Line-up:
Felix Lane – Vocals, Bass
Scott Brierley – Guitars
Ian Mather – Guitars
Dan Liston – Keyboards
Zebådee Scott – Drums

MYRIDIAN – Facebook

Stonewitch – The Godless

Il quintetto si ispira alla discografia di mezzo dei Cathedral immettendo nel proprio monolitico sound iniezioni di Witchfinder General e Saint Vitus, per un vero ed ottimo tributo al doom classico.

Il successo commerciale dello stoner, fratellino del doom, ha distolto lo sguardo sulla pura musica del destino, che per circa un decennio ha avuto il suo momento di gloria con le opere di Cathedral, Solitude Aeturnus, Revelations e per via di questo il ritorno in auge di vecchie glorie come i Pentagram.

Nell’underground il lento incedere del sound sabbathiano più classico trova però terreno fertile e le sorprese per i gli amanti del genere non mancano di certo.
La Terror From Hell, etichetta specializzata nei suoni classici, ristampa in cassetta il primo demo di questa ottima band transalpina, composto da cinque brani di doom metal che riportano a l sound di quella che io considero la più grande band del genere, i Cathedral del sacerdote Lee Dorrian.
Inutile spiegare l’importanza della band britannica ed il carisma innato del proprio leader, primo vocalist  dei grindsters Napalm Death e poi cerimoniere della cattedrale, autrice di capolavori indiscussi come l’esordio Forest Of Equilibrium dell’ormai lontanissimo 1991.
Il quintetto, formato da ex membri di Acarus Sarcopt e Manzer, si ispira alla discografia di mezzo della band britannica ( The Carnival Bizarre) immettendo nel proprio monolitico sound iniezioni di Witchfinder General e Saint Vitus, per un vero ed ottimo tributo al doom classico.
Tra i brani proposti la title track e la splendida e “dorriana” Miry Green Dome Arise, nella parte centrale del lavoro, accentuano le buone impressioni suscitate dall’opener Death Seed, con riffoni che colano sangue spesso come lava, solos scolpiti nella riccia del monte Fato e la voce del singer Serge, che ricorda non poco quella ruvida e declamatoria del buon Dorrian.
Un gruppo sicuramente da seguire e ascolto consigliato agli amanti del doom; sembra che la band nel prossimo anno licenzierà il secondo demo, sempre per Terror From Hell, dunque orecchie aperte e seguiteci, noi ci saremo.

TRACKLIST
1. Death Seed
2. The Godless
3. Miry Green Dome Arise
4. Wintery Falls
5. The Godless (reprise)

LINE-UP
Joss – Bass
Cédric – Drums
Aymeric – Guitars
Romain – Guitars, Bass
Serge – Vocals

STONEWITCH – Facebook