Scáth na Déithe – Pledge Nothing But Flesh

Quattro brani di oltre dieci minuti, più due brevi tracce ambient, sono il fatturato di un album di sicuro interesse ma da lavorare con una certa assiduità per coglierne l’essenza.

Full length d’esordio per il duo irlandese Scáth na Déithe, all’insegna di un black metal oscuro atmosferici e dai frequenti sconfinamenti sul terreno doom.

Dici Irlanda in campo metal e pensi ai Primordial: come è naturale, ogni tanto i riferimenti all’imprescindibile band di Alan Averill emergono, in particolare in una certa algida solennità che avvolge l’intero album, mentre manca del tutto agli Scáth na Déithe lo stesso afflato epico a fronte di passaggi talvolta più meditati ai limiti dell’ambient.
Proprio per questo il lavoro non è di fruibilità immediata: il sound possiede un impronta cupa che il growl finisce per accentuare ulteriormente: ad alleggerire le atmosfere in senso melodico contribuiscono buoni passaggi di chitarra solista ma, alla fine, Pledge Nothing But Flesh si rivela un’efficace esempio di arte musicale oscura, dove black, doom e ambient confluiscono in maniera sufficientemente fluida per renderne oltremodo stimolante l’ascolto.
Quattro brani di oltre dieci minuti, più due brevi tracce ambient, sono il fatturato di un album di sicuro interesse ma da lavorare con una certa assiduità per coglierne l’essenza: il premio è l’approdo a Search Unending, bellissimo episodio conclusivo che racchiude idealmente il sound del duo di Dublino, aprendosi leggermente a barlumi melodici (oltre ad un finale acustico) che sono per lo più negati in un contesto sovente claustrofobico e, anche per questo, a suo modo affascinante.

Tracklist:
1.Si Gaoithe
2.Bloodless
3.This Unrecognized Disease
4.Failte Na Marbh
5.The Shackled Mind
6.Search Unending

Line up:
Stephen Todd – drums
Cathal Hughes – vocals, guitars, bass, synth

SCATH NA DEITHE – Facebook

Teleport – Ascendance ep

I Teleport hanno tutti i crismi per diventare una band di culto nel panorama estremo europeo, e un prossimo full length potrebbe lanciare definitivamente il quartetto sloveno

Loro lo chiamano sci-fi death metal o cosmic metal, io vi consiglio di ascoltare questo mini cd, ultimo lavoro dei Teleport, perché porta con se un pizzico di originalità ed un songwriting nobilitato dalla geniale pazzia dei Voivod.

Ma andiamo con ordine: i Teleport sono una band slovena, nata nel 2010 e in questi sette anni di attività ha pubblicato tre demo e questo primo ep dal titolo Ascendance.
Il quartetto proveniente dalla capitale Lubiana, la bellissima città dei draghi, ha creato un sound che amalgama thrash metal voivodiano e death/black in un contesto progressivo e dal concept sci-fi.
Una bellezza questi quattro brani più intro, estremi e devastanti, progressivi nelle ritmiche e spazzati da un vento death/black che soffia dalla Scandinavia e arriva gelido nel loro paese natio.
Dimenticatevi una sola ritmica che sia scontata, e anche nelle veloci e devastanti sfuriate il lavoro ritmico è da applausi, lo scream ricorda Jon Nodveidt compianto leader e cantante dei Dissection, mentre lo spirito di Dimension Hatross e Nothing Face aleggia su brani bellissimi e ricchi di dettagli e note, destabilizzanti ed originali come in The Monolith e Artificial Divination, primi due brani capolavoro di questo ep.
Darian Kocmur alle pelli, ultimo arrivato in casa Teleport, e Lovro Babič al basso formano la sezione ritmica, mentre le due chitarre che fanno fuoco e fiamme sull’ottovolante Real Of Solar Darkness sono armi letali tra le mani di Jan Medved (alle prese con il microfono) e Matija “Dole” Dolinar.
I Teleport hanno tutti i crismi per diventare una band di culto nel panorama estremo europeo, e un prossimo full length potrebbe lanciare definitivamente il quartetto sloveno: staremo a vedere, per ora gustiamoci questa ventina di minuti di musica estrema spettacolare.

TRACKLIST
1. Nihility
2. The Monolith
3. Artificial divination
4. Realm of solar darkness
5. Path to omniscience

LINE-UP
Jan Medved – vocals, guitars
Lovro Babič – bass
Matija “Dole” Dolinar – guitars
Darian Kocmur – drums

TELEPORT – Facebook

Acrosome – Narrator And Remains

Il suono è un vortice che non scema mai, e nel mezzo di questo black metal carnale e fisico ci sono ottimi intarsi sinfonici e tutto il disco è inteso come un’opera, con atmosfere ed azioni che si dipanano man mano che scorre la sua interezza.

Acrosome è il nom de plume di Da, che è creatore totale e padrone di questa bestia musicale.

Sono sempre affascinanti le avventure musicali solitarie, e sono molto comuni soprattutto nel black metal, che è moltissime cose, e forse è il genere più solipsistico della storia. Attraverso il black metal si può esprimere la più infinita gamma di sentimenti e accadimenti senza aver bisogno di ausili o aiuti esterni, e questo disco ne è la più lampante dimostrazione. Acrosome è black metal totale, potente ed oscuro, Acrosome è un suono che satura l’ambiente, sigillando ogni via di fuga perché è di noi e di se stesso che sta parlando. I testi sono interessanti ed intelligibili perché il cantato è pulito e assai distinguibile. Il suono è un vortice che non scema mai, e nel mezzo di questo black metal carnale e fisico ci sono ottimi intarsi sinfonici e tutto il disco è inteso come un’opera, con atmosfere ed azioni che si dipanano man mano che scorre la sua interezza. Narrator And Remains è infatti una grande opera di black metal, magniloquente e perfettamente plausibile, e il lavoro stesso ne è la spiegazione migliore. Acrosome si conferma come uno dei progetti più interessanti ed originali del black metal europeo e non solo, e questo album doverebbe essere la definitiva conferma per questo musicista molto dotato.

TRACKLIST
1. First Step On To The World
2. Crossbreed Rising
3. Cognitive Contact
4. Sight
5. In The Wake Of Foot Traces
6. Accommodate
7. Terra Amata

LINE-UP
DA – All Instrument and Programming

ACROSOME – Facebook

Woest – La Fin de l’ère Sauvage

Un album la cui apparente modernità viene ampiamente incrinata da un approccio selvaggio e ostentatamente datato a livello di rivestimento sonoro.

I marsigliesi Woest esordiscono con questo full length intitolato La Fin de l’ère Sauvage, un lavoro che include pulsioni industrial all’interno di un’impalcatura black doom.

Come spesso accade, dal suolo francese giungono proposte fortemente disallineate rispetto alla normalità, una tendenza questa che dà vita a dischi geniali così come ad altri cervellotici o deludenti: il caso in questione si colloca più o meno a metà strada, in virtù di una buona propensione sperimentale che purtroppo non sempre è sorretta da suoni ottimali.
Non so se ciò possa dipendere solo dalla qualità del promo in mio possesso, ma qui la produzione alquanto ovattata non sembra valorizzare al meglio uno stile che si differenza sostanzialmente dal black più canonico, necessitando a mio avviso di una maggiore pulizia a livello sonoro.
Detto ciò La Fin de l’ère Sauvage mostra più di un passaggio brillante che rende merito al tentativo, da parte dei Woest, di creare un qualcosa di non scontato: il loro industrial black è algido, solenne e cadenzato, in possesso dunque di tutte le caratteristiche per poter inquietare i sonni di più di un ascoltatore, in virtù di rare concessioni alla melodia.
La barbarie est l’état naturel de l’humanité. La civilisation n’est pas naturelle. Elle résulte simplement d’un concours de circonstances. Et la barbarie finira toujours par triompher” è il motto, mutuato dal Robert E.Howard, che campeggia sulla pagina Facebook e sul Bandcamp della band transalpina, e credo si confaccia perfettamente ad un album la cui apparente modernità viene ampiamente incrinata da un approccio, appunto, selvaggio e ostentatamente datato a livello di rivestimento sonoro.
Un lavoro complesso, a tratti ostico, ma senz’altro interessante.

Tracklist:
01-Le Froid Efface
02-Tout S’écroule
03-La Fin de l’ère Sauvage
04-Noir
05-Moelleuse et Tiède
06-Toundra

Line-up:
Torve – vocals
Malemort – guitars, drum machine
Dismas – bass

WOEST – Facebook

Rance – Rance EP

La devozione alle sonorità lo fi tipiche degli anni novanta consente di omaggiare in maniera più fedele le radici del genere, ma d’altro canto fa smarrire quella porzione di fruibilità laddove acquisisce, per certi versi, in fascino.

Ep d’esordio, per i francesi Rance, esponenti di un black contiguo al depressive ed intriso di un potente carico di drammaticità.

Pochi fronzoli, produzione lo fi, voce che pare giungere da una stanza attigua, dove le urla strazianti sono quelle di una vittima sottoposta ad efferatezze fisiche e psichiche.
Per i Rance non c’è spazio per raffinatezze e ricami, il loro black metal è l’antitesi di tutto ciò che si possa fare per compiacere l’ascoltatore occasionale o della prima ora e, anche se collocare il lavoro nell’ambito DSBM potrebbe non essere del tutto appropriato, non c’è dubbio che possa trovare una sua appetibilità negli estimatori del sottogenere.
La devozione alle sonorità lo fi tipiche degli anni novanta consente di omaggiare in maniera più fedele le radici del genere, ma d’altro canto fa smarrire quella porzione di fruibilità laddove acquisisce, per certi versi, in fascino. A livello di consuntivo ritengo però che la scelta alla fine penalizzi i Rance, perché, ad esempio, in un brano notevole come Cathy, i suoni soffocati finiscono per annacquarne l’intenso e disperato incedere, a tratti anche melodico, e lo stesso vale anche per le altre tre tracce, tra le quali va citata la drammatica title track che, nel suo lungo sviluppo superiore ai dieci minuti, gode di passaggi più rallentati e rarefatti.
Considerando che l’ep è poi la riedizione del demo immesso in circolazione all’inizio della scorsa estate, non è da escludere che i nostri, compatibilmente con gli impegni comuni ai quattro con altre band della scena black transalpina, abbiano già altra nuova musica in cantiere: in tal caso c’è una certa curiosità per vedere come i Rance riusciranno ad evolversi, sia dal punto di vista stilistico, sia da quello della mera resa sonora

Tracklist:
1.Denis
2.Cathy
3.Jeanine
4.Rance

Line up:
Anthony – vocals
Yann – guitar
Lila – bass
Gaetan – drums

RANCE – Facebook

Theosophy – Eastland Tales part II

Il disco è conciso e, quindi, ancor più efficace, e pazienza se tutto sa di già sentito; riascoltare certe sonorità con un livello d’espressione così buono non può che risultare gradito a chi ama il black metal.

Commentare dischi come questo si trasforma nella classica arma a doppio taglio.

Non è possibile, infatti, far finta di nulla negando che le sonorità proposte dai russi Theosophy siano una riproposizione piuttosto fedele di quelle nate negli anni ’90 tra i fiordi norvegesi, ma neppure sarebbe onesto non ammettere che questo Eastland Tales part II sia un lavoro di qualità, capace di fondere magistralmente la melodia con la corrosività del black metal.
Proprio la fruibilità è l’elemento che rende l’operato dei Theosophy degno di nota, perché se proprio si deve essere derivativi, tanto vale farlo al meglio: ebbene, i nostri amici siberiani ci riescono in maniera apparentemente agevole, sciorinando una decina di brani di notevole impatto, debitori sicuramente degli Immortal, in primis, ma anche di Satyricon ed Emperor d’annata, con l’aggiunta di un maggiore abbrivio melodico/atmosferico conferito dall’uso delle tastiere.
Il disco è conciso e, quindi, ancor più efficace, e pazienza se tutto sa di già sentito; riascoltare certe sonorità con un livello d’espressione così buono non può che risultare gradito a chi ama il black metal e non si fa influenzare dai periodici attacchi di chi, invece, non ne sopporta più una sola nota.
At The End Of Life e Up To The Mountains sono i due brani a mio avviso più significativi, in una scaletta che comunque, al netto della mancanza di originalità, non mostra alcuna crepa: per quanto mi concerne Eastland Tales part II è un gran bel disco che prende un punto in meno di valutazione solo perché i Theosophy, se si fossero presentati all’ufficio brevetti, non sarebbero stati fatti nemmeno entrare …

Tracklist:
1.Slaves Of Destiny
2.Forces Of Death
3.At The End Of Life
4.My Hatred In My Hands
5.I Saw A Star
6.Buried In My Grave
7.Up To The Mountains
8.Rider Of The Hellstorm
9.Route To Light (321)
10.The End Of Tales

Line up:
Egiborg – guitars
XI – keyboards
Phantom – bass, vocals
Skinner – drums
Svaarth – guitars

THEOSOPHY – Facebook

Helheim – landawarijaR

Un perfetto e affascinante incrocio tra sonorità viking black e suoni prog;una band unica !

Attivi fino dal lontano 1993, quando fu pubblicato l’omonimo demo, i leggendari Helheim all’alba del 2017 pubblicano il loro nono full e continuano a sviluppare il loro suono che testimonia sia liricamente che musicalmente l’attaccamento alle più profonde tradizioni norrene.

Da ogni nota di questo disco emerge la fierezza delle loro radici, l’epica spavalderia, la furia di antichi guerrieri che vogliono rivivere antiche atmosfere ormai dimenticate. In tutti questi anni di attività la band ha evoluto, pur restando ancorata al più puro viking/black, il proprio suono partendo dalla furia cieca di perle black come Jormundgand (1995) e Av norrøn ætt (1997), per poi incorporare altre influenze folk, heavy e progressive creando un loro personale suono; anche la stabilità della line up negli anni ha contribuito a rafforzare la loro personalità . Il disco è splendido! Fin dal primo brano (Ymr) si assiste a un continuo alternarsi di suoni prettamente black cupi ed oscuri con momenti più meditabondi e folkeggianti solcati da squarci melodici e atmosferici con evocative chitarre, come nella meravigliosa title track che ingloba in modo naturale echi prog d’annata, omaggiando la Premiata Forneria Marconi con il tema principale di Impressioni di Settembre; gli ascoltatori più “open minded” sicuramente si emozioneranno come il sottoscritto. Anche il passare da clean vocals a scream e chorus suggestivi contribuisce a creare un’opera magnifica che potrebbe ritagliarsi uno spazio tra le migliori di questo inizio anno. La ricerca melodica in ogni brano, mai banale, ritaglia sprazzi di grande gusto e sensibilità senza perdere mai l’urgenza e la forza distruttiva di questa grande band viking/black; e l’arte creata da questi artisti, libera da biechi vincoli commerciali, continua a librarsi fiera nel cielo …

TRACKLIST
1. Ymr
2. Baklengs mot intet
3. Rista blóðørn
4. landawarijaR
5. Ouroboros
6. Synir af heiðindómr
7. Enda-dagr

LINE-UP
V’gandr – Bass, Vocals
Hrymr – Drums, Drum programming
H’grimnir – Vocals, Guitars (rhythm)
Reichborn – Guitars (lead)

HELHEIM – Facebook

Kratornas – Devoured By Damnation

Devoured By Damnation si rivela un’apprezzabile prova di death genuino e virulento quanto basta per riuscire a catturare la giusta dose di attenzione.

I Kratornas distruggono i timpani dei malcapitati ascoltatori da oltre un ventennio, ma il primo organico parto su lunga distanza risale al 2007, quando la band aveva le proprie basi ancora nelle natie Filippine.

Devoured By Damnation è il terzo della serie ed è il primo composto in terra canadese, luogo dove Zachariah si è stabilito nel nuovo decennio; ingaggiato il batterista GB Guzzarin (canadese nonostante il nickname possa richiamare alla memoria quello di un un oste trevigiano …), il vocalist e chitarrista scaglia sul pubblico quest’incandescente meteorite che, sebbene veda i Kratornas accreditati di un sound grind/black, è in realta fortemente debitore del più furioso death novantiano di matrice statunitense.
Ma i paragoni, specialmente in un genere dove spesso le differenze sono costituite da sfumature infinitesimali per chi non ne è un fruitore abituale, sono del tutto superflui: ciò che conta è la distruttiva e genuina urgenza che trova sfogo in un album composto, registrato e pubblicato su un suolo sicuramente più ricettivo ed accogliente per il metal estremo.
Nonostante il suo retaggio sia riconducibile ad un epoca lontana, il sound dei Kratornas si appropria in maniera più che lecita di certe sonorità, semmai ci fosse bisogno di puntualizzarlo, stante il suo status di band già attiva nel bel mezzo degli anni novanta: la freschezza e la virulenza non risentono dell’anagrafe, e Devoured By Damnation si rivela così un’apprezzabile prova di death genuino e virulento quanto basta per riuscire a catturare la giusta dose di attenzione.

Tracklist:
1. Spit On God
2. Dead Burning Christ
3. Archangels of Destruction
4. Deluge – After Massacre
5. Blood of The Devil
6. Evil Is Reborn
7. Devoured By Damnation
8. Cadavers of Gods
9. Huios Diabolus
10. World Within Demons

Line up:
Zachariah – guitars
Guzzarin – drums

KRATORNAS – Facebook

Praecognitvm- Inalienable Catharsis

Accelerazioni, grandi respiri e soprattutto ottimo black metal fanno di questa cassetta qualcosa di molto di più di un demo e un grandissimo inizio per questo duo cileno, che regalerà grandi emozioni.

Demo di debutto di questo duo cileno uscito in forma digitale l’anno scorso. Questo demo, che è davvero riduttivo definirlo come tale, ha impressionato moltissimo i satanisti che stanno dietro alla Iron Bonehead Production, tanto da voler farlo uscire in cassetta.

Il motivo di cotanto stupore è presto chiarito dal primo ascolto del disco, che è davvero buono. Il suono dei Praecognitvm è un black metal classico misticheggiante, fatto in maniera semplice eppure incredibile perché hanno una melodia ed una classicità black metal che desta stupore. Sembra che riesca tutto facile a questo duo cileno, quattro pezzi per ventisette minuti di puro godimento, che lasciano l’ascoltatore estremamente soddisfatto, e che danno quel sentire che solo i grandi dischi di black metal hanno, e che i black metallers conoscono molto bene. La produzione è lo fi in maniera adeguata, anche se si sente che c’è un certo lavoro dietro, e soprattutto una perfetta conoscenza di come rendere questo suono. Le canzoni sono nere poesie che avanzano ineluttabili, portandoci in un tempo ed in un luogo dove l’uomo starebbe molto meglio rispetto ad ora. Accelerazioni, grandi respiri e soprattutto ottimo black metal fanno di questa cassetta qualcosa di molto di più di un demo e un grandissimo inizio per questo duo cileno, che regalerà grandi emozioni.

TRACKLIST
1.Forest of Shattered Souls
2.Path to Oblivion
3.Reminiscence
4.Ashes and Blood

PRAECOGNITVM – Facebook

The Great Old Ones – EOD: A Tale of Dark Legacy

La band transalpina prosegue la sua elaborazione del verbo lovecraftiano con un terzo album pregno di atmosfere black malsane e orrorifiche.

I’m finally here…i’m finally here in Innsmouth“… questi sono i primi versi dell’ intro del terzo full della band francese di Bordeaux The Great Old Ones, realtà della scena black e post-black; fino dagli esordi “Al Azif ” del 2012 il loro suono e i loro testi sono stati totalmente devoti al culto di H.P.Lovecraft, maestro dell’ orrore cosmico e cantore dei Grandi Antichi e del mito di Cthulu.

L’Ordine Esoterico di Dagon è un culto importato da Obed Marsh (da conoscere l’omonima doom band australiana) in Innsmouth poco dopo il 1800, dove gli adepti si sottoponevano, per ottenere imperitura prosperità, a insane unioni con esseri mostruosi derivanti dagli abissi; la band si immerge completamente nelle atmosfere oscure e malsane evocate dal racconto del maestro di Providence creando un opera a forti tinte black metal, limando al meglio i dettagli post-black presenti sui precedenti lavori; per raggiungere questo obiettivo il suono prodotto da ben tre chitarre parte da un veemente assalto black metal (The Shadow over Innsmouth) colmo di repentini cambi di tempo con uno screaming cupo, passa attraverso momenti più sperimentali come The Ritual che, con percussioni e tastiere, crea veramente un mood di angosciante attesa prima di evolvere in una malvagia cavalcata black; tutti i brani, in totale sette compreso il breve intro, sono tesi a “mostrare” l’atmosfera presente nel racconto di Lovecraft e una menzione speciale per Mare Infinitum, l’ ultimo brano che nei suoi abbondanti dieci minuti dipana un oscuro aroma di antica magnificenza. In definitiva un buon album che ha bisogno di attenti ascolti per poter essere assimilato in toto, magari rileggendo, per poter cogliere tutte le sfumature, lo splendido racconto di Lovecraft; nel panorama internazionale dell’estremo ormai ci sono diverse band death (dal sudamerica, ma non solo) e black che, partendo dagli scritti del maestro, creano un suono che cerca di ricordare le atmosfere malsane, orrorifiche generate dalla mente dello scrittore americano.

TRACKLIST
1. Searching for R. Olmstead
2. The Shadow over Innsmouth
3. When the Stars Align
4. The Ritual
5. Wanderings
6. In Screams and Flames
7. Mare Infinitum

LINE-UP
Sébastien Lalanne – Bass
Xavier Godart – Guitars
Benjamin Guerry – Guitars, Vocals, Lyrics, Songwriting
Léo Isnard – Drums
Jeff Grimal – Guitars, Vocals

THE GRAET OLD ONES – Facebook

Satan Worship – I’m The Devil

Per gli appassionati del genere I’m The Devil potrebbe essere un album interessante, malvagio e demoniaco il giusto senza scadere nel kitsch.

Esordio sulla lunga distanza tramite la Iron Shield per il malvagio trio tedesco dei Satan Worship, autore di un demo un paio di anni fa (Poison & Blood) e ora in partenza verso gli inferi con questo I’m The Devil.

Il gruppo è composto da tre demoni incarnati nei resti umani in decomposizione chiamati Leatherface Perkele (voce, chitarra e basso), Max The Necromancer (chitarra) e Marc Reign El Patron (batteria), anche se l’album è stato registrato in realtà dal primo dei tre, aiutato dal batterista Incitatus.
Il loro sound richiama il black/thrash metal old school, musica che più underground di così non si può, anche se una produzione discreta valorizza questa mezz’ora abbondante di possessioni demoniache e blasfemie varie.
Black /thrash, si diceva, e allora la musica del gruppo non può che richiamare i Venom, anche se, bisogna dirlo, non mancano alla band la personalità ed il giusto approccio al genere, il che aiuta non poco i brani del disco ad emergere.
Certo, si parla di tracce violente e senza compromessi, molto maligne nell’ impatto e sorrette da sfumature horror metal vecchio stile ma, con una buona vena e conoscenza della materia, i Satan Worship ne escono molto bene.
Cariche di impatto speed, maledette da un’atmosfera demoniaca, le canzoni di questo I’m The Devil piacciono, presentando almeno due picchi notevoli, la sabbatica Satanik Possession, riuscito brano horror doom, e la devastante speed/thrash/black Under The Sign Of The Reaper.
Per gli appassionati del genere I’m The Devil potrebbe essere un album interessante, malvagio e demoniaco il giusto senza scadere nel kitsch.

TRACKLIST
1.Holy Blasphemy
2.I’m the Devil
3.Azrael’s Hand
4.The Girls of Manson Family
5.Satanik Possession
6.Zodiac Overkill
7.The Black Flame
8.Black Death
9.Under Sign of the Reaper
10.The Last Days of Paul John Knowles

LINE-UP
Leatherface Perkele – Vox, guitars and bass.
Max The Nekromancer – Guitars
Marc Reign El Patron – Drums

SATAN WORSHIP – Facebook

Akral Necrosis – Underlight

I rumeni Akral Necrosis appartengono alla categoria delle band dedite ad un black metal dai tratti tradizionali che, però, invece di arroccarsi su posizioni oltranziste, preferiscono arricchire il sound di passaggi gradevolmente fruibili senza perdere nulla in cattiveria.

I rumeni Akral Necrosis appartengono alla categoria delle band dedite ad un black metal dai tratti tradizionali che, però, invece di arroccarsi su posizioni oltranziste, preferiscono arricchire il sound di passaggi gradevolmente fruibili senza perdere nulla in cattiveria.

Così avviene con il secondo full length della band di Bucarest, la quale ci investe con i suoi ritmi spesso parossistici, ma che non disdegnano passaggi più meditati o incursioni chitarristiche di matrice heavy (come nella notevole accoppiata Purge/Gauntlet, con quest’ultima che regala anche una chiusura in stile Rotting Christ), e badando sempre di seguire una linea melodica ben definita anche nei momenti di maggior frastuono.
Come detto, è probabile che chi è legato ad una concezione “true” del genere possa considerare Underlight un album trascurabile se non in qualche modo “impuro”ma, francamente, non la vedrei così.
Personalmente ritengo che il black metal abbia una sua dignità un po’ in tutte le sue attuali sfaccettature, che lo rendono tra quelli estremi il movimento più vario e meno prevedibile, fermo restando il ricorso ai canoni tipici che prevedono l’uso dello screaming ed il parossismo dei blast beat.
Degli Akral Necrosis piace la volontà di inserire, di volta in volta, quei piccoli elementi di discontinuità pur mantenendo ben salda la presa sulla forma canzone, senza snaturare in alcuna maniera le proprie radici.
In virtù di questo, la band rumena regala agli appassionati un ottimo disco come Underlight, per il quale, paradossalmente, consiglierei di partire dal fondo con l’ascolto, visto che la bella title track, posta in chiusura, riassume in qualche modo l’ideale manifesto sonoro del gruppo.

Tracklist:
1. Separator
2. King in Yellow
3. Saturnian Gallows
4. Exhortatio ad Bellum
5. Purge
6. Sin Gauntlet
7. Hounds of Plague
8. Blackthrone
9. Underlight

Line-up:
Mishu Bass
Traian Drums
Victor B. Guitars
Octav Necrosis Vocals

AKRAL NECROSIS – Facebook

Gurthang – Shattered Echoes

Shattered Echoes si rivela un album in grado di soddisfare ampiamente chi già apprezza le sonorità espresse dalla fertile scena estrema polacca.

I polacchi Gurthang, nonostante si siano formati all’inizio del decennio, hanno all’attivo più di venti uscite disseminate tra singoli, ep, split compilation e full length.

Di questi ultimi, Shattered Echoes è il quarto della serie, e ci presenta una band di buono spessore e sicuramente capace di maneggiare con competenza il genere proposto.
Il black doom del gruppo di Lublino è piuttosto tetragono nel suo incedere, affidando ad avvolgenti parti rallentate le variazioni su un tema scritto buttando sovente un occhio ai Behemoth, ma badando appunto ad inserire una componente doom con l’intento di rompere in parte il canovaccio consueto.
Un parziale elemento di discontinuità sono anche le clean vocals, non sempre a fuoco ma sufficientemente funzionali, e il tutto va così a comporre un quadro convincente, pur senza far sobbalzare sulla sedia chi ascolta.
Alla fine i brani migliori sono quelli che mantengono un’aura minacciosa senza premere eccessivamente sull’acceleratore, il cui emblema è la notevole accoppiata centrale My Salvation / Departed: in particolare la prima delle due si rivela il fulcro dell’album grazie al suo andamento relativamente catchy, che ne rende ben memorizzabili i passaggi salienti.
Per il resto i Gurthang svolgono al meglio il loro compito, grazie a un lavoro d’insieme pregevole che si attesta su un livello medio per quanto concerne il resto della tracklist.
Shattered Echoes si rivela, così, un album in grado di soddisfare ampiamente chi già apprezza le sonorità espresse dalla fertile scena estrema polacca.

Tracklist:
1.Closure
2.Denial
3.Advance the Disease
4.Paragon of Virtue
5.My Salvation
6.Departed
7.Inheritance – The Distress
8.Rebirth
9.Ignite
10.Pylon of Blaze
11.Inheritance II: Red Mourning

Line up:
A.Z.V. – throat, whispers, clean & distorted guitars, all music, lyrics
Stormalv – bass guitars
G.H. – ambience, effects
Vojfrost – keys, effects
Turenn – drums, percussion

GURTHANG – Facebook

Goatmoon – Stella Polaris –

Il disco è volutamente ridondante e pieno di pathos, e ci vuole molta classe per fare un lavoro come questo, laddove altri avrebbero miseramente fallito i Goatmoon riescono molto bene, pubblicando un disco potentemente melodico, in linea con la loro storia.

Quando si tratta di fare black metal originale fuori dagli schemi, seguendo una strada propria, allora non troverete di meglio dei Goatmoon, che poi possono essere riassunti nella persona di Black Goat Gravedesecrator, fondatore e colonna portante del gruppo ormai dal lontano 2002.

La parabola musicale del gruppo è notevole e ha un suo senso, soprattutto se si conta l’evoluzione dagli inizi con un black metal molto raw e legato al punk, mentre poi piano piano si è fatto strada un suono con afflati maggiormente epici e legati alla Finlandia. Stella Polaris può essere considerato a buon ragione il punto più alto di questo percorso, poiché è sicuramente l’album più epico e strutturato dei Goatmoon. Per tutto il disco si segue la stella polare nelle fredde lande finlandesi, lottando contro tutto e tutti , per affermare la propria volontà di potenza. Lo svilupparsi del disco non è mai scontato e l’ascoltatore è sempre tenuto in tensione. La grande protagonista di questo disco è la melodia, che trova nel forte uso dell’organo al sua stella polare. Epicità e black metal si compenetrano alla perfezione, mostrando nuove vie al nero metallo. Questa tendenza è forte in molti dischi di black metal finlandese dell’ultimo periodo, per segnare nuove vie nella musica estrema. Il disco è volutamente ridondante e pieno di pathos, e ci vuole molta classe per fare un lavoro come questo: laddove altri avrebbero miseramente fallito, i Goatmoon riescono molto bene, pubblicando un disco potentemente melodico, in linea con la loro storia. Certamente, come il destino del novanta per cento dei dischi black metal, dividerà molti giudizi, ma francamente è un problema da non porsi nemmeno.

TRACKLIST
1.Intro
2.Stella Polaris
3.Kansojen Hävittäjä
4.Wolf Night
5.Sonderkommando Nord
6.Warrior
7.Conqueror

GOATMOON – Facebook

Vomit Angel – Sadomatic Evil 12″

Dodici pollici di debutto per questo duo danese di furioso death metal primitivo, con attitudine black.

Dodici pollici di debutto per questo duo danese di furioso death metal primitivo, con attitudine black.

Alcol e metal degenerante sono una delle poche cose che riescono a rendere felici i Vomit Angel e noi con loro, deliziati da questo assalto sonoro di 8 pezzi in diciannove minuti. Il suono del duo è fortemente debitore della vecchia scuola sudamericana del black death, dove il suono grezzo e la voce tagliente e gorgogliante diventano un pregio importante. Per gli amanti delle cronache metal i due che rispondono al nome Vomit Angel sono stati membri fondatori dei Sadogoat, per poi confluire nei Sadomator, i quali hanno pubblicato tre importanti album proprio su Iron Bonehead, una delle etichette principali per il metal potente, distorto e degenere. Chi ama il genere rimarrà folgorato da questo dodici pollici, che risponde a tutti i crismi del genere. Ci sono più cose in questi diciannove minuti che in certi dischi da due ore. Riffoni, conversazioni in growl e batteria scalciante, questi sono i Vomit Angel e va benissimo così.

TRACKLIST
1. Sadomator
2. Time Travel
3. Cotard
4. Voices in the Wind
5. Host of Darkness
6. Time of the Moon
7. Blasting Black Goat Attack
8. Female Goat Perversion

LINE UP
Lord Titan – Drums, Vocals (backing)
Necrodevil – Guitars, Vocals

IRON BONEHEAD PRODUCTIONS – Facebook

Nidingr – The High Heat Licks Against Heaven

Per i Nidingr un black death di sicuro spessore, piuttosto parco di aperture melodiche ma asciutto, essenziale e di pregevole fattura tecnica.

Dei norvegesi Nidingr si rinvengono le prime tracce circa vent’anni fa, quando Teloch (oggi chitarrista anche nei Mayhem) vi diede vita quale suo progetto solista, per poi assumere la forma di band vera e propria solo nel 2005, con la pubblicazione del primo full length Sorrow Infinite And Darkness.

The High Heat Licks Against Heaven, che segue Wolf-Dather del 2010 e Greatest Of Deceivers del 2012, è il nuovo lavoro di questo gruppo in grado di proporre un black death di sicuro spessore, piuttosto parco di aperture melodiche ma asciutto, essenziale e di pregevole fattura tecnica.
L’andamento del lavoro verte per lo più su ritmi sostenuti, avvolti da un mood algido, stemperati però da mid tempo caratterizzati da pulsioni industrial (Gleinir), da incursioni con clean vocals di gran pregio (Ash Yggdrasil, con Garm quale ospite) o cristallini vocalizzi femminili (la title track, qui con il contributo di Myrkur).
Proprio questi brani appaiono i più peculiari, forse perché vanno a spezzare una certa tetragonia che si rivela, di norma, funzionale alla causa grazie a tracce dalla feroce qualità quali Hangagud o Sol Taker; nel complesso l’intero album merita la dovuta attenzione perché, pur senza tentare voli pindarici, i Nidingr cercano di portare il loro black death su un piano più elevato, andando talvolta a lambire territori avanguardisti, dando una dimostrazione di competenza e conoscenza della materia da primi della classe.
The High Heat Licks Against Heaven non assurge però all’eccellenza perché, come detto, troppo spesso si rivela eccessivamente freddo, con i Nidingr che non sempre riescono sempre nell’intento di coinvolgere del tutto l’ascoltatore: questo particolare corrisponde al gap da colmare nella prossima occasione per raggiungere un tale obiettivo.

Tracklist:
1. Hangagud
2. Surtr
3. The Ballad Of Hamther
4. On Dead Body Shore
5. Gleipnir
6. Sol Taker
7. Ash Yggdrasil
8. Heimdalargaldr
9. Valkyries Assemble
10. Naglfar Is Loosed

Line-up:
Cpt. Estrella Grasa – Vocals
Teloch – Guitars
SIR – Bass
Myrvoll – Drums

NIDINGR – Facebook

FromHell – March On Gravitation

March On Gravitation musicalmente è un buonissimo lavoro, ricco di spunti e sempre contraddistinto da una vena melodica efficace, ma trova il suo tallone d’Achille in una prestazione vocale accettabile per quanto riguarda lo screaming ma piuttosto claudicante se riferita alle tonalità pulite.

E’ ormai assodato che la nazione di provenienza di una band, spesso, assume più un valore statistico che non realmente indicativo del tipo di musica proposta o del suo valore intrinseco.

Anche ascoltando questo album dei FromHell, sfiderei chiunque ad indovinare che il duo, alle prese con questa buona interpretazione di un black metal epico e atmosferico, provenga dall’Indonesia e non da un qualsiasi paese nordeuropeo.
March Of Gravitation è il secondo full length per la band di Giacarta, che certo non si risparmia offrendo oltre settanta minuti di musica piuttosto coinvolgente e che si snoda fondendo idealmente il pagan di stampo europeo a certe aperture progressive-atmosferiche di matrice americana (in certi passaggi i FromHell possono ricordare gli Xanthocroid), il tutto inserito in un concept cosmico che ben si intuisce fin dai titoli dei brani.
Certamente la lunghezza del lavoro si rivela un’arma a doppio taglio, perché non è facile per nessuno mantenere elevata la qualità, alla luce della quantità di idee riversate, nonché la soglia di attenzione di chi ascolta, per un tempo così protratto.
Detto questo, March On Gravitation musicalmente è un buonissimo lavoro, ricco di spunti e sempre contraddistinto da una vena melodica efficace, ma trova il suo tallone d’Achille in una prestazione vocale accettabile per quanto riguarda lo screaming ma piuttosto claudicante se riferita alle tonalità pulite, a mio avviso insufficienti considerandone anche l’ampio utilizzo: purtroppo questo fa scemare il potenziale evocativo in più di un passaggio ed è un vero peccato visto il valore del songwriting.
Comunque il disco dovrebbe accontentare chi apprezza certe sonorità, anche perché i brani possiedono un tiro notevole e passaggi a tratti esaltanti: purtroppo certi momenti penalizzano il risultato d’insieme, lasciando più di una perplessità riguardo all’opportunità di determinate scelte.

Tracklist:
1. A Million Castor
2. Stellar Space
3. Hibernation Sun
4. Summoning Stars
5. The Abandoned Stargate
6. Rotary of Life
7. Conqueror of The Massive Star
8. Celestial Night

Line-up:
Dedi Sadikin – Vocals
Derick Prawira – Drums

FROMHELL – Facebook

Endezzma – Morbus Divina

Cinque anni dopo il primo full length tornano gli Endezzma con queste due perle nere antipasto, si spera, di una prossima prova sulla lunga distanza.

Storie di black metal: gli Endezzma sono un gruppo black metal norvegese, nata dalle ceneri dei Dim Nagel e fondata dal vocalist Morten Shax e da Trondr Nefas, ex Urgehal e Angst Skvadron scomparso nel 2012.

Nato intorno al 2005, il gruppo diede alle stampe un ep nel 2007 (Alone) e soprattutto un full lenght, Erotik Nekrosis, licenziato nel 2012 ed ultima testimonianza musicale del musicista norvegese.
La band ritorna sotto l’ala della Pulverised Records con questo bellissimo 7″ composto da due tracce, la devastante Morbus Divina, brano che da il titolo all’ep, classica song black metal tra Darkthrone e Satyricon, e la splendida Black Tempest, traccia capolavoro che, se riprende il mood del gruppo di Satyr e Frost, lo valorizza di un’anima metallica di stampo classico, marcia e oscura ma pur sempre con la fiamma che rivolge il suo calore all’heavy metal, squarciata da ritmiche infernali, oscure e maligne.
Il gruppo, ora in mano al solo vocalist, si completa con la sezione ritmica formata da Aske e Skriu (rispettivamente basso e batteria) e delle due chitarre, in mano a Mattis Malphas e Nihil.
Cinque anni dopo il quintetto scandinavo torna alle morbose trame di cui è capace, proponendo black metal come nella migliore tradizione norvegese con queste due perle nere antipasto, si spera, di un ‘altra prova sulla lunga distanza.

TRACKLIST
Side A
1.Morbus Divina

Side B
2.Black Tempest

LINE-UP
Mattis Malphas – Guitars
Morten Shax – Vocals
Nihil – Guitars
Aske – Bass
Skriu – Drums

ENDEZZMA – Facebook

Viles Vitae – IV

Quello dei Viles Vitae è l’ennesimo ottimo prodotto di una scena black metal portoghese che non ha ancora finito di sorprendere.

Sul black metal oggi ognuno può pensarla lecitamente come meglio crede, ritenendolo un movimento obsoleto e che ha fatto il suo tempo oppure un genere musicale che, come tutti gli altri, continua ad offrire lavori mediocri ed altri di grande spessore.

Quel che è certo e oggettivamente inconfutabile è la crescita esponenziale della scena black in un paese come il Portogallo che, come tutti sanno è la patria dei Moonspell, oggi conosciuti come campioni assoluti del gothic metal ma che, in realtà, agli esordi (con il demo Anno Domini) furono una delle prime band a dedicarsi al genere al di fuori dei paesi scandinavi.
Tale imprimatur però non ebbe un grandissimo seguito e comunque non costituì la base di partenza immediata per un movimento coeso, sicché soprattutto negli ultimi anni le band lusitane stanno cominciando a lanciare segnali importanti e lo dimostra il fatto che, in tempi recenti, abbiamo trattato diversi dischi di notevole fattura (tra quelli da me recensiti cito gli ottimi Lux Ferre).
Dei Viles Vitae non è che si sappia moltissimo, se non che si tratta un gruppo formato da esponenti già noti nella scena, al primo passo ufficiale con questo ep intitolato IV, che ovviamente non è riferito all’ordine cronologico della loro produzione bensì agli elementi essenziali dei rituali magici.
Il lavoro consta di quattro brani (ovviamente) di lunghezza media, ad eccezione dell’ultimo che sfora i dieci minuti, e dalla qualità che non sorprende più, al servizio di un black metal assolutamente devoto ai dettami nordici ma che appare molto più fresco e urgente di quello prodotto oggi in quelle stesse lande.
Ed è proprio la traccia conclusiva, Theorie Of Deconstruction, a costituire l’ideale fulcro del lavoro, laddove i Viles Vitae immettono in maniera più massiccia quelle pulsioni ambient che lo arricchiscono, assieme alla capacità di trovare soluzioni melodiche e martellanti allo stesso tempo, senza smarrire un’oncia di quell’aura oscura e gelida che è marchio di fabbrica del genere quando viene proposto seguendo coordinate sufficientemente tradizionali.
IV è l’ennesimo ottimo prodotto di una scena che non ha ancora finito di sorprendere.

Tracklist:
1.The Vortex Of Disharmony
2.Sunless Redeemer
3.Source Life Extinction
4.Theorie Of Deconstruction

Line-up:
Vulturius – Vocals
Belial Necro – Guitars
Deimos – Drums

VILES VITAE – Facebook

50 ESSENTIALS LO-FI BLACK METAL ALBUMS

Un viaggio, per forza di cose appena introduttivo e con uno speciale occhio di riguardo verso l’attualità, che procede a ritroso nel tempo, una discesa verso le malevole origini.

Low-fidelity: come tutti sapranno, una produzione volontariamente o involontariamente a bassa fedeltà, registrazioni più o meno approssimative realizzate grazie a strumenti più o meno approssimativi.

Daniel Johnston, Beat Happening, e molti altri: il lo-fi nel suo senso moderno, filologicamente e storicamente, nasce in contesto indie sul finire degli anni ottanta, e il Black Metal si riscopre subito interessatissimo alla faccenda. Se a partire dagli anni ’90, se a partire da un certo punto in poi la bassa fedeltà divenne lo standard dell’élite oscura, se un (relativamente) buon numero di album ormai “classici” vennero registrati in totale scarsezza di mezzi ed equipaggiamenti, oggi il lo-fi – nella sua accezione più estrema e rigorosa – serve una non troppo vasta cerchia di produzioni, e quello che potremmo definire come “lo spirito originario” del metallo nero si riscopre un prodotto sovente di nicchia. Nonostante il BM sia probabilmente il genere che più di ogni altro ha mantenuto una certa attitudine verso i suoni sporchi, oggi certi estremismi sono per la maggior parte annegati in una relativa limpidezza sonora, un’accurata fase di produzione in cui fanno capolino qua e là contaminazioni tra generi, più o meno appropriate. Per quanto esso abbia, fin dalle origini, ricercato con particolare costanza e devozione i purismi al di là di ogni compromesso discografico, nel tempo ha dovuto prendere atto di essere anche tremendamente duttile. Volente o nolente, ha saputo rinvigorire contesti diversi e lontani tra loro (si pensi alla recentissima ondata blackgaze, alla quale fanno capo Alcest, Ghost Bath, Astronoid, Deafheaven & Co.).

Comunque, al di là delle molte e diverse suggestioni che dal Black Metal hanno attinto a piene mani, al di là delle fasi di produzioni recenti – sempre più accurate -, non si fa troppa fatica ad affermare che esso sia nato come il prodotto compiuto di una certa attitudine mentale: di uno spirito del “fai-da-te” in musica, in cui la penuria di apparecchiature e il disinteresse verso la perfezione formale divengono – in astratto – fondamentali alla riuscita di un disco. Diciamo quindi che, più che una classifica filologicamente ordinata sulla “bellezza” o sull’importanza sociologica, questa è una lista introduttiva di produzioni in cui la componente low-fidelity ha determinato in maniera importante la stessa particolare riuscita dell’album. Da alcuni progetti seminali e storici come Ulver, Beherit, Darkthrone fino a nomi ormai ignorati dai più – eppure in certi ambienti leggendari – come Satanize e Todesstoß. Da oggetti misteriosi che si approssimano al BM low-fidelity con una forte vena di sperimentazione, come Murmuüre e Black Magick SS, fino ai rumori allucinanti e purissimi di Créda Beaducwealm. Da Atvar, mastermind di Circle of Ouroborus e Rahu, fino alla scuola portoghese. Dagli inizi fino ai giorni nostri: ecco secondo noi 50 album essenziali registrati in bassissima fedeltà. Un viaggio – per forza di cose appena introduttivo e con uno speciale occhio di riguardo verso l’attualità, come consuetudine qui su Metal Eyes – che procede a ritroso nel tempo, una discesa verso le malevole origini.

Candelabrum – Necrotelepathy (2016)
Wóddréa Mylenstede – Créda Beaducwealm (2016)
Black Cilice – Mysteries (2015)
Axis of Light – L’appel Du Vide (2015)
Black Magick SS – The Black Abyss (2015)
Bekëth Nexëhmü – De Svarta Riterna (2014)
Volahn – Aq’Ab’Al (2014)
Akitsa / Ash Pool – Ripped From Death, Forced To Live, And Die Again (2013)
Clandestine Blaze – Harmony of Struggle (2013)
Black Cilice – Summoning the Night (2013)

Circle Of Ouroborus – Mullan Tuoksu (2012)
Rhinocervs – RH-12 (2012)
Irae – Seven Hatred Manifestos (2012)
Rahu – The Quest for the Vajra of Shadows (2012)
Xothist – Xothist (2011)
Bilskirnir / Barad Dûr – Lost Forever / Selbstmord (2011)
Murmuüre – Murmuüre (2010)
Wormsblood – Mastery of Creation (2009)
Satanize – Demonic Conquest in Jerusalem (2009)
Circle of Ouroborus – Night Radiance (2009)

Cripta Oculta – Sangue do Novo Amanhecer (2009)
One Master – The Quiet Eye of Eternity (2009)
Horrid Cross – Demo II (2009)
Bone Awl – Meaningless Leaning Mess (2007)
Arkhva Sva – Gloria Satanae (2007)
Benighted Leams – Obombrid Welkins (2006)
Furdidurke – Furdidurke (2006)
Mgła – Presence (2006)
Ash Pool – Genital Tombs (2006)
Satanic Warmaster – Black Metal Kommando / Gas Chamber (2005)

Threnos – By Blood and by Earth (2004)
Moloch – Чернее Чем Тьма (2004)
Todesstoß – Spiegel der Urängste (2004)
S.V.E.S.T. – Urfaust (2003)
Xasthur – Nocturnal Poisoning (2002)
Akitsa – Goétie (2001)
Grausamkeit – Christenschmähung (2000)
Mütiilation – Remains of A Ruined, Dead, Cursed Soul (1999)
Paysage d’Hiver – Paysage d’Hiver (1999)
Ulver – Nattens Madrigal (1997)

Ildjarn – Forest Poetry (1996)
Burzum – Filosofem (1996)
Moonblood – Blut und Krieg (1996)
Vlad Tepes / Belkètre – March to the Black Holocaust (1995)
Graveland – Carpathian Wolves (1994)
Fimbulwinter – Servants of Sorcery (1994)
Darkthrone – Transilvanian Hunger (1994)
Beherit – Drawing Down The Moon (1993)
Darkthrone – A Blaze in the Northern Sky (1992)
Blasphemy – Fallen Angel Of Doom (1990)