Metharia – Questo è Il Tempo

Un lavoro di rock alternativo che non fa mancare ruvida energia metallica, oltre ad un gustoso mood elettronico che rende la proposta fresca ed al passo coi tempi.

Napoli, città dove la musica è di casa, è conosciuta in tutto il mondo per la tradizione della sua canzone melodica, virtù popolare di gente che il ritmo lo ha nel sangue.

Ma, sotto le melodie che profumano dei vicoli e delle storie di questo straordinario popolo, batte forte un cuore rock’n’roll con una scena che ogni anno ci regala splendide realtà, pescando da molti dei generi cardine della nostra musica preferita.
Una scena alternative che, negli anni novanta, ha portato non poche band agli onori delle cronache (su tutti gli storici 99 Posse) è ora patria di molte realtà rock/metal affacciatesi con forza negli ultimi anni sulla scena nazionale.
La Volcano Records & Promotions, etichetta nata proprio nel capoluogo campano e attiva a livello nazionale ed europeo nel supportare l’hard & heavy, firma il nuovo lavoro della storica band dei Metharia, gruppo attivo dal 1999 con una storia alle spalle fatta di molte soddisfazioni, forzati stop e cambi di line up che ne hanno frenato la carriera ma certamente non la voglia di suonare rock.
Tornano dunque, a sei anni di distanza dall’ep Ockulta Informazione, con Questo è Il Tempo, un lavoro di rock alternativo che non fa mancare ruvida energia metallica, oltre ad un gustoso mood elettronico che rende la proposta fresca ed al passo coi tempi, pur non facendo mistero delle proprie ispirazioni.
Cantato ottimamente in italiano, l’album offre un panorama esaustivo sulla scena rock degli ultimi tempi: la band parte da una forte base alternative, con dosi di Litfiba che scorrono nelle vene del quartetto nostrano, ma rielaborate con un gusto internazionale.
Tra le trame del disco il metal moderno non manca immettere groove tra gli attimi più energici, l’atmosfera si mantiene grigia, quasi dark, con rimandi alla scena new wave ottantiana, specialmente quando liquidi tappeti elettro- rock divengono fondamenta al sound, ed il resto lo fa una produzione di alto livello, perfetta nel sottolineare i molti dettagli nella musica dal combo napoletano.
I brani si mantengono su un ottimo standard, l’alternarsi dei colori nell’atmosfera dell’album tiene alta l’attenzione, con picchi di grondante rock/metal alternativo come l’opener Roghi Di Idee, Echi e Frequenze, Non Esiste Un Motivo e la splendida Karma, senza dimenticare la splendida cover di Impressioni Di Settembre, storico brano della sempre mai abbastanza lodata Premiata Forneria Marconi.
Per i Metharia un ottimo ritorno che dovrebbe essere nelle corde di chi ama il rock alternativo e dei metallari dotati di sufficiente apertura mentale.

TRACKLIST
1. Roghi di idee
2. Universi distanti
3. Echi e frequenze
4. Un’ultima volta
5. Non esiste un motivo
6. Karma
7. Frammenti
8. Scie chimiche
9. Luce senz’anima
10. Figlio della terra
11. Impressioni di settembre
12. Nephilim

LINE-UP
Raul Volani – Bass Guitar, Vocals
Giuseppe Arena – Guitars
Ciro Cirillo – Bass Guitar
Alessandro Romano – Drums

METHARIA – Facebook

Red Fraction – Birth

Un buon riassunto di quello che il rock/metal moderno ci ha offerto in questi ultimi venticinque anni.

Questa estate come ormai mi capita spesso (lavoro permettendo), mi sono recato all’Hard Castle Fest, kermesse sonora che si tiene a Castellazzo Bormida in provincia di Alessandria, purtroppo però non ho avuto occasione di vedere il live di questo gruppo proveniente dal capoluogo piemontese, causa il solito ritardo cronico mio e del mio compagno di avventure musicali.

Peccato, perché il debutto dei Red Fraction è un buon lavoro di metal moderno, che amalgama hard rock e sonorità alternative sorrette da potenti ritmiche ed interpretato da una singer dal buon piglio.
La band nasce da un’idea di Martina Riva (voce) e Leandro Spedicato (chitarra) nell’estate del 2014 e dopo aver trovato i compagni giusti in Nicolò Gado (basso) e Gabriele Pepe (batteria), registrano questo primo lavoro licenziato dalla Sleaszy Rider, label greca con il fiuto per i gruppi meritevoli in tutti i generi della nostra musica preferita.
Ed eccoci a Birth, album composto da undici tracce che spaziano tra i generi rock dagli anni novanta fino ad oggi, con i Red Fraction che, ispirati dalle proprie influenze, ci regalano un buon riassunto di quello che il rock/metal moderno ci ha offerto in questi ultimi venticinque anni.
Non mancano però di personalità i ragazzi alessandrini, la sei corde di Spedicato a tratti sconfina nel classico, con solos metallici di buona fattura, le ritmiche sempre potenti non fanno mancare il loro supporto tenendo imbrigliata la componente metal nel rock alternativo di cui il gruppo, ad un primo ascolto, viene accreditato.
La parte cantata è interpretata con padronanza dalla singer e le tracce viaggiano su una media più che buona, almeno per un debutto in un genere inflazionato come l’hard rock alternativo.
Di questo lavoro piace la voglia di non andare troppo lontano dal metal, ed infatti, pur nel loro impatto moderno, brani come Plastic, Hunter o Apollo 7 mantengono un approccio heavy che discosta i Red Fraction dai soliti gruppi moderni.
Trovo il sound del gruppo più vicino al grunge metallizzato dei primi Alice In Chains che alle groove band tanto di moda in questi anni, magari nascosto dalla voce femminile che ad un primo approccio può ricordare, nei momenti più pacati, qualcosa dei Lacuna Coil.
Per concludere, una buona partenza per il gruppo piemontese, Birth è un lavoro piacevole, ben eseguito ed assolutamente in grado di soddisfare gli ascolti dei giovani rockers attenti alla scena underground nostrana.

TRACKLIST
1. Prelude
2. Plastic
3. Hunter
4. Night Won’t Hold Me
5. Lost Broken Doll
6. Shooting Star
7. What You Wanted
8. Apollo 7
9. The Hermit And The Justice
10. Holy
11. Atomic Child

LINE-UP
Martina Riva – Vocals
Leandro Spedicato – Guitar
Nicolò Gado – Bass
Gabriele Pepe – Drums

RED FRACTION – Facebook

Komatsu – Recipe For Murder One

Una forte struttura grunge, un grande cuore melodico e tante distorsioni.

Gli olandesi Komatsu sono la dimostrazione suonante che ci sono gruppi validissimi che non hanno ancora lo scenario che meritano.

Nati nel 2010, dopo un primo ep autoprodotto nel 201, nel febbraio del 2013 danno alle stampe Manu Armata il loro primo disco. Dopo di che hanno avuto un’intensa attività dal vivo, dato che hanno suonato di spalla a tutti i grandi nomi della scena, come i Queens Of The Stone Age, i Karma To Burn, i Clutch, gli High On Fire e tanti altri.
Ascoltando questo disco si vine colpiti da meraviglia, sopratutto quelli che hanno vissuto la breve ma gloriosa stagione del grunge, che a discapito di una durata non lunghissima ha prodotto cose eccelse, e ha lasciato un’impronta importantissima. Sin dalla prima Scavenger si respira un’aria davvero diversa in casa Komatsu, i giri di chitarra e le evoluzioni della sezione ritmica sono al servizio di un’idea ben precisa di musica, ovvero quello di creare un magma sonoro attivo e coinvolgente, dove tutto gira alla perfezione toccando generi diversi, dallo stoner ad un hard rock mutato. Questi olandesi riescono ad essere davvero coinvolgenti, e stupisce che non abbiano una fama commisurata alla bravura espressa in questo disco, ma forse proprio questa uscita li porterà dove devono stare. Il disco nella sua interezza è uno dei meglio strutturati che si possano sentire ultimamente, nel senso che la composizione è eccelsa, e che non si lascia una pagina bianca od un momento di vuoto temporaneo, perché come nel viaggio da oppiaceo la bolla è perfettamente tonda.
Ci si chiede perché non si possa sempre stare come quando si ascolta questo disco, perché non si possa vivere avvolti da una nube di Komatsu, con il loro groove davvero godibile. Ma come tutti sappiamo non si può vivere come si vuole, anche se questo cd migliora nettamente la nostra vita. Si viene trascinati sulla nave olandese da tanti uncini, ballando come non vi ricorderete da tempo, e la vostra dopamina vi chiederà di cercare questo disco e di metterlo nel lettore.
Ricapitolando, una forte struttura grunge, un grande cuore melodico e tante distorsioni.
Un gruppo davvero grande ed un disco che bisogna essere sordi per non poterlo apprezzare.

TRACKLIST
1 Scavenger
2 The Sea Is Calm Today
3 So How’s About Billy?
4 Lockdown (featuring NICK OLIVERI)
5 A Dish Best Served Cold
6 WTF?!
7 Recipe for Murder One
8 There Must Be SOmething in Your Water
9 The Long Way Home
10 Against All Odds
11 Breathe

LINE-UP
Mo Truijens: Guitar, Lead vocals
Mathijs Bodt: Guitar
Martijn Mansvelders: Bass
Joris Lindner: Drums

KOMATSU – Facebook

Indivia – Horta

Horta non è mai ovvio e scontato sia perché tale è l’approccio del gruppo, sia perché ad ogni svolta sonora non si sa dove finiremo al prossimo cambio di tempo, e ciò per un disco è davvero importante.

Movimenti di precisione che provocano nella nostra mente sinapsi cariche di suoni tendenti ad un ribassamento, che in alcune persone provocano piacere. Gli Indivia fanno questo e molto altro.

Il loro suono è uno stoner metal molto oscuro, ma in realtà partendo da coordinate conosciute riescono a confezionare un risultato molto originale. La loro musica è una bolla parallela, una dimensione che apriamo mettendo il cd nel lettore e schiacciando play. Gli Indivia hanno quella freschezza, quell’onda di novità che avevano ai tempi, quando non erano ancora come ora, gruppi come i Karma To Burn o i Conan, quando facevano grandi cavalcate in territori strumentali ancora inesplorati. Gli Indivia hanno quel quid in più,e grazie anche all’azzeccata formula del power trio fanno un gran bel disco. Basso, chitarra, batteria, distorsioni e volumi alti sono gli ingredienti per una vita felice, e gli Indivia riescono a darci qualcosa che ci piacerà. Horta non è mai ovvio e scontato sia perché tale è l’approccio del gruppo, sia perché ad ogni svolta sonora non si sa dove finiremo al prossimo cambio di tempo, e ciò per un disco è davvero importante. La produzione asseconda molto bene le intenzioni dei tre padovani, e ogni canzone merita davvero. Senza voler fare retorica da bar, gruppi come questo ce ne sono, bisogna essere sia bravi a trovarli, sia bravi nel proporsi. Era da tempo che in questo genere, che poi non è solo lo stoner, ma ci sono anche molte altre cose dentro, non si ascoltava in gruppo così fresco, potente, calibrato e piacevole. I ragazzi hanno talento, voglia e poi hanno questa batterista, Nathalie che oltre che essere una delle fondatrici del gruppo è una macchina che sale e scende crinali a tutta velocità, o pende da un dirupo durante un tramonto estivo.
Bello, da sentire e da gustare anche con il corpo, perché questa musica ha una dimensione molto fisica, che fa vibrare.

TRACKLIST
1. Dharma
2. The Green Planet
3. Hyperion
4. Shogun
5. Ciò Che Tradisce
6. Re-Growth

LINE-UP
Andrea Missagia – Guitar
Nathalie Antonello – Drums
Diego Loreggian – Bass

INDIVIA – Facebook

Vlad In Tears – Unbroken

Spiacenti, ma il gothic/dark, anche se moderno e alternativo, è davvero un’altra cosa.

Le lacrime di Dracula sono copiose, hanno perso completamente quel romanticismo decadente che le rendeva affascinanti e nel nuovo millennio sono pregne di disperazione alternativa.

Per le giovanissime anime della notte, tornano i Vlad In Tears, band della scena gothic berlinese al quinto lavoro in poco meno di dieci anni.
Il gruppo, con il nuovo album, imprime con forza il sound alternativo nella sua proposta musicale, un moderno dark/gothic con la presunzione di scalare le classifiche, ma scarsamente emozionale, derivativo e soprattutto poco curato sia come produzione che a livello vocale.
Ne esce un piagnisteo lungo quasi un’ora, dove l’elettronica, il rock alternativo e uno spruzzata di nu metal soffocano inesorabilmente l’elemento dark/gothic, perdendo la sua partita con le emozioni, oscure e romantiche, importantissime in un album del genere.
Non mancheranno di trovare estimatori e consolidare lo zoccolo duro dei propri fans tra i quindicenni brufolosi alle prime esperienze con le insidie della notte, ma l’alba è alle porte ed il ritorno a casa coinciderà con un padre furioso in attesa sulla soglia di casa.
Marilyn Manson, e via, una dopo l’altra, tutte le band che hanno sfilato in questi anni sui canali satellitari, sfoggiando pantaloni in pelle e magliette nere, una punta di mascara sugli occhi e faccine da angelo nero in preda a disperazione adolescenziale: niente più di questo si intravede tra i solchi di Unbroken, poco per meritare una sufficienza che sarebbe arrivata perlomeno con una voce più profonda e meno monocorde.
Spiacenti, ma il gothic/dark, anche se moderno e alternativo è davvero un’altra cosa.

TRACKLIST
01.Blame Yourself
02.Massive Slayer
03.Burn Inside
04.Lies
05.Don´t Let Us Fall
06.Okay
07.Far Away
08.Over Again
09.Still Here
10.My Shade
11.Dew
12.Slave
13.Brocken Bones
14.We´re Done
15.Still Here (Piano-Version)

LINE-UP
Kris Vlad – Vocals
Dario Vlad – Bass
Gregor Friday – Guitar
Cosmo Cadar – Drums

VLAD IN TEARS – Facebook

Lacrimas Profundere – Hope Is Here

Gli undici brani offerti dai Lacrimas Profundere vanno a comporre tre quarti d’ora di musica eccellente ed impeccabile per esecuzione e produzione

Quelli diversamente giovani, tra i frequentatori di questa webzine, ricorderanno senz’altro i Lacrimas Profundere come una giovane e promettente band che, negli anni novanta, provò con un certo successo a mettersi in scia delle migliori band del settore gothic death doom.

Il tempo è passato e le sonorità espresse efficacemente con album quali La Naissance d’un Rêve e Memorandum sono state via via abbandonate, per approdare ad un più rassicurante ma altrettanto valido alternative rock che mantiene comunque un ben definito dna oscuro.
Quello preso oggi in esame è l’undicesimo full length della band tedesca, capace di muoversi con destrezza tra umori che si dipanano a cavallo tra Antimatter e Katatonia, con una maggiore propensione però ad aperture più ariose.
Hope is Here è una collezione di brani dal buonissimo valore complessivo, in grado di non far rimpiangere i tempi andati ma, semmai, di rivestire di abiti più ricercati una malinconia che rappresenta pur sempre la base sulla quale poggi il sound dei Lacrimas Profundere.
Della line-up originaria è rimasto solo quello che è sempre stato il vero motore dei bavaresi, il chitarrista Oliver Schmid, il quale oggi si circonda di musicisti più giovani come la coppia ritmica formata dai fratelli Clemens e Christop Schepperle e dal vocalist Rob Vitacca, in possesso di una timbrica calda che ben si addice alle soffici atmosfere proposte, oltre che dal più esperto chitarrista Tony Berger.
Gli undici brani offerti dai Lacrimas Profundere vanno a comporre tre quarti d’ora di musica eccellente ed impeccabile per esecuzione e produzione; gli estimatori della prima ora della band forse faticheranno a digerire un evidente alleggerimento del sound, ma brani davvero ottimi come The Worship of Counting Down, Hope Is Here e Timbre, tanto per citarne solo alcuni, possiedono la caratura necessaria per mettere tutti d’accordo.

Tracklist:
1. The Worship of Counting Down
2. My Halo Ground
3. Hope Is Here
4. Aramis
5. A Million Miles
6. No Man’s Land
7. Pageant
8. You, My North
9. Awake
10. The Path of Broken Homes
11. Timbre
12. Black Moon

Line-up:
Oliver Nikolas Schmid – Guitars
Tony Berger – Guitars
Rob Vitacca – Vocals
Clemens Schepperle – Bass
Christop Schepperle – Drums

LACRIMAS PROFUNDERE – Facebook

Raging Speedhorn – Lost Ritual

Lost Ritual è un disco che afferma rumorosamente quanto ancora hanno da dire e da menare questi ragazzi cresciuti.

Quando ormai le speranze ci avevano quasi abbandonato, ecco tornare i Raging Speedhorn con Lost Ritual.

I ragazzi sono cresciuti come noi, hanno qualche capello in meno e qualche kg in più, ma la furia è sempre la stessa, quella carica di metallica ignoranza che era così bella ai tempi. Riformatisi per un gran concerto al Damnation Festival, i ragazzi di Croby hanno lanciato la loro campagna su Pledge Music per pubblicare l’album. Chi aveva ancora nelle orecchie Thumper non poteva che essere contento. I Raging Speedhorn sono sempre stati molto particolari, nel senso che hanno coniugato un certo tipo di metal caotico con i Motorhead e con cose più hardcore. Con Lost Ritual il paesaggio sonoro muta poiché il gruppo si è avvicinato a sonorità maggiormente sludge che aveva già in nuce. La loro carica da ringhioso pub di provincia, e basta vedere qualche foto della loro natale Corby per capire, è sempre presente con una bella aggressività alla Motorhead, ed infatti così si intitola uno dei pezzi migliori del disco. Dalla band del compianto Lemmy hanno preso quel tipo di metal stradaiolo inglese, fondendolo con riffoni alla Black Sabbath molto più veloci, però. Il risultato è un disco aggressivo, rumoroso, rissaiolo con parti molto ben bilanciate di sludge, metal e hardcore. Il suono degli Speedhorn è molto personale e particolare, soprattutto per l’uso sapiente della doppia voce, cosa che ai loro esordi era risultata devastante e fa ancora il suo effetto. Lost Ritual è un disco che afferma rumorosamente quanto ancora hanno da dire e da menare questi ragazzi cresciuti. Forse la lontananza ha loro giovato, l’ultimo disco prima dello scioglimento Before The Sea Was Buil non era all’altezza dei precedenti. Molto più di un ritorno per monetizzare, i Raging Speedhorn sono qui per fare ancora molto male, e soprattutto divertirci, perché Lost Ritual è davvero un disco travolgente e che ci farà venire voglia di buttarci giù da un palco. Uno dei più bei ritorni. Metal e bestemmie.

TRACKLIST
01. Bring Out Your Dead
02. Halfway To Hell
03. Motorhead
04. Evil Or Mental
05. Ten Of Swords
06. Dogshit Blues
07. The Hangman
08. Shit Outta Luck
09. Comin’ Home
10. Unleash The Serpent

LINE-UP
John Loughlin – vocals
Frank Regan – vocals
Jim Palmer – guitar
Jamie Thompson – guitar
Dave Thompson – bass
Gordon Morison – drums

RAGING SPEEDHORN – Facebook

Beneath The Storm – Lucid Nightmare

Disco in bilico tra sogno e morte, una grande prova di maturità per il gruppo.

Quarto disco per gli sloveni Beneath The Storm, uno dei primi gruppi anni fa ad approdare al roster di Argonauta Records.

Come sempre questi sloveni ci regalano un concept album, questa volta è sugli incubi, porte multidimensionali che si aprono tra il nostro subconscio e mondi lontani.
Oltre ad essere un disco molto godibile, Lucid Nightmare segna anche una nuova poetica musicale del gruppo. Lasciate un po’ indietro certe asperità sonore dello sludge pesante, in questo disco i Beneath The Storm hanno ricercato sonorità più vicine allo stoner sludge, con una fortissima impronta grunge, vicina a quella fabbrica di musica e dolore che si chiamava Alice In Chains. Il suono non è più melodico, è mutato dalla base id partenza del loro sludge distorto e quasi atmosferico per giungere ad un suono più organico e forse più semplice, migliore rispetto a prima, anche se non si può effettuare un vero confronto dato che l’ambiente è cambiato radicalmente. Si può parlare di maturazione, ma penso che musicisti così poliedrici e capaci possano e devono cambiare il loro suono quando e come vogliono. Per abitudine mentale ai loro precedenti dischi mi aspettavo qualche cosa di diverso e quando ho ascoltato il disco sono rimasto piacevolmente sorpreso e davvero convinto della forza di questo disco. I Beneath The Storm fanno compiere un salto ulteriore per la loro musica, che diventa un qualcosa di molto più fruibile e ancora più affascinante di prima. Il disco parla del sonno, la nostra morte quotidiana che fa nascere mondi malati dentro di noi, perché gli incubi sono molto più interessanti e quotidiani dei sogni. I Beneath The Storm ci fanno capire, con questa musica pesante eppure eterea, che l’incubo è il nostro vero habitat naturale, e che non vi è nulla di male a far gridare il nostro io intrappolato nelle ore di veglia. Disco in bilico tra sogno e morte, una grande prova di maturità per il gruppo.

TRACKLIST
01. Nightmare’s Gate
02. Paralyzed In Sleep
03. Nightmares Overcome
04. Insomnia
05. Lucid Nightmare
06. Dementia
07. Atrocious Dreams
08. Down
09. On High In Blue Tomorrows
10. The House Of Doom

BENEATH THE STORM – Facebook

Delirant Chaotic Sound – The Ride Of Thanatos Ep

Interessante debutto su ep per questo gruppo milanese, dopo il demo Madness Under Skin.

Ad un primo distratto ascolto la loro proposta potrebbe sembrare metalcore, mentre invece andando avanti nell’ascolto ed eventualmente ripetendolo, si sentono molte cose dentro questo ep che stimola non poco la curiosità. La struttura delle canzoni dei Delirant Chaotic Sound è complessa e presenta vari livelli e diverse interpretazioni. Giova molto a questi ragazzi il fatto di aver trovato una valida voce femminile che risponde al nome di Margherita Andreolli, che ha spiccate doti, e forse in questo disco si contiene ancora un po’, mentre dovrebbe straripare. In gran forma è anche Marco Boccotti, voce maschile, che non fa da contrasto a Margherita, poiché ogni voce vive di vita propria e contribuisce a creare linee sinuose. Il gruppo crea ampie melodie e pezzi più serrati, lasciando un’ottima impressione, facendo capire quanta cura e preparazione vi sia dietro questi pezzi molto curati. Un debutto notevole, che lascia a questi ragazzi molte vie aperte, dato che nulla a livello compositivo è loro precluso, anche se sono un band metal e lo rimarranno sempre. Grande curiosità e voglia di mettersi in gioco per un gruppo che ha ottime potenzialità, ma soprattutto ha voglia di sperimentare e di spiazzare.

LINE-UP
Marco Boccotti – Voice
Margherita Andreolli – Voice
Daniel Tanzer – Guitar
Stefano D’Ambra – Guitar
Federico Medana – Bass
Davide Silva – Drums

DELIRANT CHAOTIC SOUND – Facebook

Blood Moon Hysteria – Crimson Sky

Runar Beyond si conferma un talento nel descrivere emozioni che non lasciano spazio alla speranza, ancora più accentuate in questo lavoro della sua nuova creatura che trasforma in musica il disagio esistenziale e la profonda inquietudine

Avevamo lasciato il polistrumentista norvegese Runar Beyond all’indomani dell’uscita, tramite la nostrana WormHoleDeath, del bellissimo Dreaming Stoned, ep della sua creatura chiamata Beyond The Morninglight, quattro brani acustici dal flavour malinconico, un viaggio in solitudine tra i boschi del suo paese in compagnia della sua chitarra assolutamente espressiva.

Ritroviamo il buon Runar in questa nuova avventura chiamata Blood Moon Hysteria, ancora con l’aiuto di Leo Moracchioli, che ha prodotto l’album e suonato la batteria, ed il piano di Fredrik S e questi cinque brani racchiusi in Crimson Sky.
Non più trame acustiche, ma un’irruenza rock/metal è quello che si evince all’ascolto di questo primo ep: i Blood Moon Hysteria mantengono una profonda malinconia di fondo, anche se un mood apocalittico riveste i brani, mentre la voce intrisa di profonda tristezza del musicista norvegese accompagna il rock irrobustito da richiami al metal ed all’alternative, ma soprattutto, almeno per il sottoscritto, da sfumature dark che richiamano i Joy Division.
In questa alternanza di umori, la tragica malinconia che è insita nella musica del musicista norvegese viene descritta da queste ottime cinque canzoni che passano dal rock alternativo di Blood Moon Hysteria, alle tastiere dal mood seventies della conclusiva Change, dall’irruenza metallica della title track, all’hard rock intriso di umori dark di Labyrinth e Paranoia.
Il musicista di Stavanger si conferma un talento nel descrivere emozioni che non lasciano spazio alla speranza, ancora più accentuate in questo lavoro della sua nuova creatura che trasforma in musica il disagio esistenziale e la profonda inquietudine, con assoluta padronanza dello spartito in una cascata di note velate dall’oscurità dell’animo.
Musica che è un tuffo nelle più profonde emozioni che risultano estreme, forse, anche più di molte opere black o death.

TRACKLIST
1.Paranoia
2.Blood Moon Hysteria
3.Crimson Sky
4.Labyrinth
5.Change

LINE-UP
Runar Beyond – all music and lyrics, vocals, guitars, bass, mellotron and organ
Fredrik S – piano
Leo – drums

BLOOD MOON HYSTERIA – Facebook

https://soundcloud.com/user-589348358

Dan Deagh Wealcan – Fragmented Consciousness

Meno diretto rispetto al suo predecessore, Fragments Consciousness conferma le ottime impressioni suscitate dal duo russo.

Torna a distanza di qualche mese dal precedente Who Cares What Music Is Playing In My Headphones? il duo industrial/alternative moscovita Dan Deagh Wealcan, una macchina perfettamente oliata in cui si abbracciano, su un tappeto di suoni sintetici, una varietà di generi ed influenze, in un variopinto e quanto mai riuscito caleidoscopio musicale.

Mikhail A. Repp e Eugene “Iowa” Zoidze-Mishchenko continuano ad imperversare con questo ibrido che accoglie metal, alternative, industrial e suoni progressivi.
Il nuovo lavoro non si discosta dal precedente, se non per una più marcata vena estrema: ne consegue un sound più industriale, l’uso più marcato di vocals ruvide e ritmiche sincopate che avvicinano il duo alle band industrial metal tout court.
Non mancano digressioni alternative, marchio di fabbrica del gruppo ucraino, ma in generale Fragments Consciousness è leggermente meno progressivo e più marcatamente estremo rispetto al suo ottimo predecessore.
Cinquanta minuti secchi immersi nei suoni elettronici del gruppo, l’album risulta un monolito industriale dove sfumature alternative, sfuriate metalliche ed elettronica di chiara ispirazione new wave, riempono i nostri padiglioni auricolari di musica moderna, tra chiaro e scuro, violenza ed attimi di lascive atmosfere sintetiche, con un Eugene “Iowa” Zoidze-Mishchenko sontuoso nel proporre una larga varietà di toni e sfumature con la sua voce, ma sempre vicino al suo principale maestro, Trent Reznor.
E tra le varie songs che compongono l’album e di cui In5tasis, bleedThrough: e Memory+Mngmnt sono sicuramente le più riuscite, i Nine Inch Nails continuano ad essere la massima ispirazione, così come i Ministry, Devin Townsend, ed i Tool, insomma, il meglio che il rock alternativo mondiale ha regalato ai fans negli ultimi vent’anni.
Meno diretto rispetto al suo predecessore, Fragments Consciousness conferma le ottime impressioni suscitate dal duo russo, una band magari poco conosciuta nel music biz, ma sicuramente meritevole d’attenzione, specialmente se siete amanti di questo tipo di suoni.
Non dimentichiamo che, se sulle loro carte d’identità ci fosse il timbro U.S.A., una band del genere sarebbe probabilmente sulle pagine dei maggiori magazine specializzati.

TRACKLIST
1. theArt?Of:Login
2. Neednothing
3. Number*Nine
4. [Stuck.in.This]
5. I’am=Confused
6. GreatAttractor
7. In5tasis
8. strangeWAR
9. bleedThrough:
10. Private_asylum.
11. Broken)Cluster
12. A-Void
13. Memory+Mngmnt
14. De.Fragmentation
15. Enou8h…
16. Dissolution:176

LINE-UP
Mikhail A. Repp – Sound.
Eugene “Iowa” Zoidze-Mishchenko – Voice

DAN DEAGH WEALCAN – Facebook

John Holland Experience – John Holland Experience

Una bella sorpresa, un distorto e marcio blues di provincia.

Trio della fertile provincia cuneese nato in una cantina nel 2013, quando hanno unito le forse Alex Denina, Simone Calvo che abbiamo già avuto modo di ammirare nei Flying Disk e Francesco Martinat.

Questo trio fa un noise stoner molto bello e vario, con una forte attitudine punk, senza disdegnare ottime aperture melodiche. Il disco è condiviso in download libero e presenta molte sorprese, tra le quali spiccano la solidità e la capacità di cambiare registro, come quella di cambiare repentinamente velocità, il tutto con testi intelligenti e con un gusto beat anni sessanta. I John Holland Experience funzionano molto bene, si fanno ascoltare molto bene e sono anche originali, con quel senso della musica e della vita che solo la gaudente provincia cuneese ti sa dare. Un disco molto interessante coprodotto da tante etichette in 500 cd e in free download. Una bella sorpresa, un distorto e marcio blues di provincia.

TRACKLIST
01. Intro
02. Malvagio
03. Elicottero
04. Revival
05. Canzone D’Amore
06. Festa Pesta
07. Tieni Botta
08. Ti Piace

LINE-UP
Simone Calvo : voce, basso
Alex Denina : batteria
Francesco Martinat : voce, chitarra

JOHN HOLLAND EXPERIENCE – Facebook

Arkhè – Λ

Perdersi un album di questo livello è un peccato mortale, lasciate entrare dentro di voi le note che accompagnano la musica degli Arkhè, vi riempiranno il cuore e l’anima.

Tra le molte realtà di spessore che hanno attraversato gli ultimi decenni di musica metal ci sono band che non hanno mai raccolto in termini di vendite e popolarità quello che la loro musica meritava.

Tra queste ci sono sicuramente gli ungheresi Sear Bliss che fin dal 1996, anno di uscita del debutto Phantoms, sono stati una delle migliori espressioni del black metal atmosferico in giro per la vecchia Europa.
L’ultimo lavoro targato Sear Bliss risulta Eternal Recurrence del 2012, nel frattempo il leader Andras ha raccolto vari membri che nel corso degli anni hanno contribuito a rendere ottima la discografia del gruppo in qualità di ospiti, e sotto il monicker Arkhè licenzia questo bellissimo lavoro.
Λ lascia gli impervi sentieri del black metal atmosferico per avventurarsi nel mondo del metal alternativo, dove l’aggettivo sta per musica a 360°, sempre oscura, drammatica, estrema più concettualmente che musicalmente, anche se non mancano attimi di tragico metallo progressivo.
Progressive è appunto la migliore descrizione sintetica della musica del musicista magiaro, un caleidoscopio umorale di suoni e sfumature rarefatte, liquide, dove l’elettronica scava nello spartito, lasciando profonde vene aurifere di note melanconiche, a tratti struggenti, in un saliscendi tra momenti di intima drammaticità e rabbiosi, ma ragionati, sfoghi musicali in cui il gruppo da il meglio di se.
Un viaggio nell’oscurità, un cammino alla cieca tra una buona fetta dei generi che si ammantano di colori scuri, tutti sotto la guida progressiva di Andras, cervello e braccio principale di questo progetto che vede ancora una volta l’emozionalità della sua musica a livelli eccellenti.
Dark, new wave, industrial, metal estremo, note adulte di gotico incedere sono le principali colpevoli di questo gioiello senza genere, come se tutte le nostre certezze su cui abbiamo costruito il modo di dividere la musica contemporanea per cercare di spiegarla cadessero, bombardate dalle note di Λ.
Difficile scegliere un brano piuttosto che un altro, l’opera va ascoltata nella sua interezza per poter riuscire a scorgere le mille e più ombre che si aggirano, tra le note di cui si compone, ma lasciatemi sottolineare la fantastica cover di Scum dei Napalm Death, qui in versione industrial dark con finale di atmosferica e sospesa musica che fluttua e ci accompagna verso un epilogo in crescendo di questo meraviglioso lavoro.
Perdersi un album di questo livello è un peccato mortale, lasciate entrare dentro di voi le note che accompagnano la musica degli Arkhè, vi riempiranno il cuore e l’anima.

TRACKLIST
1. Rianás
2. Meditation In The Wood
3. Fergeteg Hava
4. Lélekölök
5. Space Derelict
6. Scum (Napalm Death – Cover)
7. Eredet
8. Álom Hava
9. Esthajnal

LINE-UP
Andras – vocals, guitars, bass, synth, fretless bass, piano

Guests:
Viktor Scheer
Olivér Ziskó
Attila Kovács
Balázs Bruszel
Zsófia Korponay

ARKHE’ – Facebook

Devotion – Words And Crystals

Words And Crystals, oltre a risultare l’apice discografico dei Devotion, è un album immancabile sullo scafale di ogni amante del metal alternativo.

Se la label americana Pavement Ent. ( Soil, (Hed)P.E.) pubblicherà digitalmente il nuovo album di questa band nostrana ci sarà un motivo.

Con più di dieci anni di attività, quattro album e un’esperienza live al fianco di gruppi altisonanti della scena mondiale come Deftones, The Dillinger Escape Plan, Meshuggah, Sepultura, Poison The Well e Caliban, i vicentini Devotion si confermano come una delle migliori realtà tutte italiane nel seguire un percorso musicale metallico moderno e alternativo.
Certo, il genere è quello che, tra la metà degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, ha portato il rock duro all’attenzione del mercato discografico in ogni paese, dagli Stati Uniti, al Regno Unito, attraversando l’Europa e ha spazzato via, in termini di popolarità i suoni grunge provenienti da Seattle.
La band continua il suo percorso di crescita con Words And Crystals, alzando il livello emozionale del suo sound che, se si specchia nei maestri Deftones, ha il proprio punto di forza nella freschezza compositiva e nelle parti in cui sfumature oscure ed intimiste rendono le atmosfere mature e mai banali.
Basso che pulsa, chitarre abrasive e potenti, soluzioni armoniche per nulla scontate e tanta alternanza tra aggressività e melodia, riempiono le orecchie di ottimo metal alternativo, lontano dalle solite soluzioni scontate, prodotto a meraviglia e dai molti picchi qualitativi.
Ottima la prova del singer Pucho, personale e dalla sentita interpretazione, un’ugola che sa sputare rabbia quando il sound esplode in tutta la sua potenza, supportato dalle ritmiche di Cangia (batteria) e Fuzz (basso) e dai nervosi e melodici riff della sei corde di Gianna.
Una quarantina di minuti nel mezzo di tempeste di watt, consolidate da basse pressioni che si accumulano per poi sfogare la loro potenza metallica, moderna, viscerale ed intimista, un’esplosione di lampi e tuoni che si abbattono su Roller Derby, Cloud Atlas, P. Hamilton (dedicata al leader e chitarrista degli inossidabili Helmet) e Scent Of A Story.
Ottima conferma, Words And Crystals oltre a risultare l’apice discografico del gruppo, è un album immancabile sullo scafale di ogni amante del metal alternativo.

TRACKLIST
01. Roller Derby
02. Cloud Atlas
03. The Deepest
04. Drops/Flux
05. P. Hamilton
06. Undressed
07. Scent Of A Story
08. Fatal Fury
09. Blind Corner
10. Feeling The Desert Air

LINE-UP
Gianna – guitar
Cangia – drums
Buzz – bass
Pucho – vocals

DEVOTION – Facebook

Mayfair – My Ghosts Inside

Emozioni, è proprio di questo che non smettiamo mai di aver bisogno, e fortunatamente ci ancora sono artisti come i Mayfair che ne elargiscono a profusione

Era il lontano 1993, quando aprivo il portafoglio nel mio negozio di fiducia per procurarmi l’opera prima dei Mayfair, band unica nell’universo del progressive, specialmente dopo lo scioglimento delle catene che tenevano il genere legato ai clichè settantiani e all’apertura ad altri suoni, magari mal digerita dai vecchi fans di dinosauri in continua e drammatica estinzione, ma assolutamente essenziale per portare il genere in salute, nel nuovo millennio, senza risultare obsoleto.

La band austriaca è stata una delle prime ad approcciarsi al progressive con brani dalla durata limitata, evitando lunghe suite, ma puntando tutto sull’emozionalità della propria musica e non sono pochi i gruppi odierni, sicuramente più famosi, che devono non poco al sound di quel Behind che all’epoca fu un ascolto fondamentale, almeno per chi ebbe la fortuna di poterlo fare.
My Ghost Inside torna a far parlare del gruppo dopo Schlage Mein Herz, Schlage che, tre anni fa, ne segnava il ritorno dopo un silenzio lungo quindici anni, con la sezione ritmica completamente rinnovata, ed i soli Mario e Renè a fungere da superstiti della line up originale.
I Mayfair continuano la loro evoluzione, lasciando che l’alternative metal depressivo dei vari Anathema e Katatonia, prenda il sopravvento sulle sonorità progressive: rimane l’impronta inconfondibile del sound originario, ma la tendenza di questo lavoro è più orientato verso un mood teatrale e drammatico, non lasciando indietro neppure qualche accenno toolliano.
Rimane il talento per atmosfere intimiste e rarefatte, sviluppate su tonalità grigie, pregne di un’eleganza del tutto personale, mentre le lancette dell’amplificazione arrivano al massimo solo nella metallica Schrei Es Raus, posta come penultimo atto di un lotto di brani dal mood plumbeo.
Un ascolto rilassato, arpeggi scritti su di un specchio ricoperto dalla polvere di molte primavere ormai passate, un autunno che con i suoi colori spenti riempie l’aria di malinconia, mentre brani di raffinato dark prog alternativo come Loss, Blinded By Your Light, When Angels And Demons Meet e Andermal colmano di rilassate sfumature tragico malinconiche quaranta minuti di una classica giornata di estenuante mal di vivere.
Emozioni, è proprio di questo che non smettiamo mai di aver bisogno, e fortunatamente ci ancora sono artisti come i Mayfair che ne elargiscono a profusione, bentornati.

TRACKLIST
1. Loss
2. My Ghosts Inside
3. Desert
4. Blinded By Your Light
5. When Angels And Demons Meet
6. Our Fire Starts Here
7. Ghostrider
8. Boom
9. Andermal
10. Schrei Es Raus
11. Until We Meet Again

LINE-UP
Mario – vocals
René – guitars
Johannes – bass
Jolly – drums

MAYFAIR – Facebook

Inedia – Aritmia / Wasteland

Aritmia/Wasteland entra piano in noi, prima con una dolcezza armonica ricca di melanconiche atmosfere post rock, poi in un crescendo di tensione ci prende con la violenza del metal estremo, colmo di groove stonato, in un caleidoscopio di suoni e colori

Aritmia/Wasteland entra piano in noi, prima con una dolcezza armonica ricca di melanconiche atmosfere post rock, poi in un crescendo di tensione ci prende con la violenza del metal estremo, colmo di groove stonato, in un caleidoscopio di suoni e colori alternative, scavando senza sosta nel nostro corpo e nella nostra anima.

Questa bellissima opera, profonda e alquanto matura, è il terzo album dei nostrani Inedia, gruppo veneto fondato nel 2009 e con ben saldo un contratto con la Sleaszy Rider, ottima label greca dal roster molto vario e di ottima qualità, che spazia nello sconfinato mondo dell’hard rock, sia classico che appunto moderno ed alternativo.
Non sono poche le band nel nostro paese dedite a questo tipo di suono e devo dire con sincerità che tutte possiedono un approccio maturo, che non scivola mai nella noia, ma viene apprezzato per un innato senso poetico/melodico.
Gli Inedia fanno senz’altro parte di questo gruppo di poeti moderni, che disegnano con le note paesaggi melanconici ed atmosfere depressive, dove non mancano scariche di rabbiosa elettricità, come se la mente si ribellasse a cotanta tristezza, in attimi di violenza liberatoria, prima di ricadere ancora una volta nel proprio disperato tunnel.
Gli Inedia a tutto questo aggiungono, atmosfere desertiche, jam liquide di psichedelia stonata, come persi nel fumo di sostanze illecite, viaggiando con la mente in paesaggi liquidi, attimi dove il non ritrovarsi si trasforma in pace assoluta.
Concentrato in poco più di mezzora, Aritmia/Wasteland è tutto questo, almeno per il sottoscritto, rapito dall’etereo incedere di questi sette brani sconvolti da bellissime atmosfere rarefatte e da bordate death metal che ne accentuano la drammatica atmosfera.
Una lunga jam che raccoglie in sé diversi generi, amalgamati con cura dal quintetto per donare musica profonda, matura, violenta e raffinata, liquida, oscura ed assolutamente toccante.
Album da ascoltare come un unico brano, diviso in emozioni e sensazioni, in Aritmia/Wasteland troverete ad aspettarvi un mondo di note che accomunano il depressive rock/metal dei Katatonia, lo stoner suonato dai Kyuss e che, insieme, accolgono in un abbraccio il prog estremo dei magnifici Opeth.
Disco bellissimo, da far vostro senza riserve.

TRACKLIST
1. The Fire Fellows
2. Neighbour’s Dog
3. Graveyards
4. The Days Of Sandstorm
5. Message From My Futureself
6. Paranoia’s End
7. ((π))

LINE-UP
Mattia Parolin – vocals
Marco Tossin – bass
Giacomo Lovato – guitars
Luca Munaretto – drums
Paolo Sanna – guitars

INEDIA – Facebook

The Erkonauts – I Did Something Bad

Prodotto da Drop, bassista degli immensi Samael,I Did Something Bad è un notevole esempio di metallo alternativo dalle reminiscenze prog e punk.

Mentre il music biz ed i canali più importanti dell’informazione musicale si chiedono che futuro avrà il rock, dopo la dipartita in poco tempo di alcuni degli artisti più conosciuti che, se non altro, riempivano le arene nei festival estivi e le tasche degli organizzatori, le ‘zine di riferimento sono travolte da una serie di gruppi e album che, nel sottobosco musicale, tengono accesa la fiamma con lavori di qualità in tutti i generi musicali.

E’ clamoroso a mio avviso, il fatto che un canale televisivo come Rock TV non abbia un programma, nel suo palinsesto, che parli delle scene underground sviluppatesi in questi anni, fornendo non solo supporto ai gruppi ed alle label, sempre più in crisi, ma un’informazione più approfondita ai molti fans sparsi sul territorio.
Ci sono le ‘zine, come detto, e meno male, visto che un lavoro del livello di questo I Did Something Bad, rischierebbe di passare del tutto inosservato, specialmente se parliamo nello specifico della nostra penisola.
I The Erkonauts sono un gruppo proveniente dalla Svizzera, fondato un paio di anni fa e dove milita l’ex cantante dei Sybreed Ales Campanelli, ora insieme ai suoi ex compagni della sua prima avventura (Djizoes), con cui ha composto questo straordinario lavoro di alternative metal, ristampato quest’anno dalla Kaotoxin con l’aggiunta di due brani registrati per l’occasione, ma uscito originariamente un paio di anni fa.
Prodotto da Drop, bassista degli immensi Samael, l’album è un notevole esempio di metallo alternativo dalle reminiscenze prog, ma attenzione non aspettatevi il solito disco alla Tool o un post grunge tecnico, qui si marcia spediti sull’ottovolante del punk e del metal moderno, i brani vorticano e rapiscono come in un’improbabile jam tra Primus, Jane’s Addiction e Suicidal Tendencies, anche se a tratti spunta una vena psichedelica che fa strabuzzare occhi e puntare orecchie, laddove le sei corde strizzano l’occhio al David Gilmour di pinkfloydiana memoria (la superba Hamster’s Ghosthouse).
Punk, alternative metal, progressive moderno, e rigurgiti settantiani, sono pane per i denti di chi, senza paraocchi di sorta si avvicina a questo immenso lavoro che sfiora il capolavoro.
La band si districa nel suo stesso travolgente songwriting con maestria, le chitarre formano un muro compatto di riff, mentre Campanelli è spettacolare al microfono, enorme nei brani che esplodono sotto la cascata di watts, personale e sanguigno quando la tempesta si calma un poco (Your Wife è una supeballatona da brividi).
Non manca la componente metal, violenta ad un passo dall’estremo suonare, come un bolide sparato a trecento all’ora su di un rettilineo troppo corto per fermarsi in tempo (Machine), mentre gli strumenti continuano a far uscire dalle loro corde e bacchette, note che si alternano e cambiano pelle come un grosso rettile che, dopo averci ingoiato, lascia il segno del suo passaggio con l’involucro vuoto del suo vecchio manto.
Siamo quasi a metà di questo 2016, ed in campo alternative metal troverete molte difficoltà ad ascoltare un album che si avvicini a I Did Something Bad, ve lo assicuro.

TRACKLIST
1. The Great Ass Poopery
2. Tony 5
3. All the Girls Should Die
4. Nola
5. Dominium Mundi
6. Hamster’s Ghosthouse
7. Gog
8. Your Wife
9. 9 Is Better Than 8
10.Machine
11.Culbutos

LINE-UP
Ales Campanelli – bass, vocals
Sébastien “Bakdosh” Puiatti – guitars
Adrien Bornand – guitars
Kevin Choiral – drums

THE ERKONAUTS – Facebook

Craigh – Of Dreams And Wishes

Of Dreams And Wishes esplora un po’ tutte le atmosfere racchiuse nel metal più cool, dal metalcore al nu metal, fino all’alternative, con buona padronanza degli strumenti ed un ottimo talento melodico.

Il pagliaccio in copertina ricorda lo Stephen King del capolavoro It o il circo degli orrori della quarta stagione di American Horror Story: Freak Show, un invito ad entrare sotto il tendone dove ad aspettarci ci sono i Craigh, giovane band svizzera, al debutto per la Dark Wings con questo intrigante Of Dreams And Wishes.

Molto attiva sotto il fronte live, dove i ragazzi d’oltralpe si sono fatti le ossa ed affinato la loro tecnica, la band sforna un debutto dall’alto appeal, il loro metal moderno che richiama il più estremo metalcore, è infarcito da una valanga di melodie orecchiabili, facendo del gruppo una band dall’alto potenziale commerciale.
Vedremo, nel frattempo Of Dreams And Wishes esplora un po’ tutte le atmosfere racchiuse nel metal più cool, dal metalcore al new metal, fino all’alternative, con buona padronanza degli strumenti ed un ottimo talento melodico
Se siete amanti di queste sonorità, l’album racchiude molte hits, un concentrato di quello che il genere, ormai inflazionato, a dire il vero, ha saputo donare ai fans di tutto il mondo, suonato con una carica di giovane pazzia che è la maggiore virtù dei nostri.
Ritmiche indiavolate, buone soluzioni chitarristiche ed un cantante a suo agio sia nello scream che troverete su ogni album del genere, sia soprattutto nelle clean vocals, pronto a far innamorare orde di giovani metallare dall’headbanging facile.
Quasi cinquanta minuti di suoni metallici moderni non sono pochi, ma le varie Deathless Wings, The Hearts Drive, Every End e Shattered, ci accompagnano in questo mondo di giocolieri, acrobati e freaks di ogni tipo, per mano al temibile pagliaccio, che poi tanto cattivo non è, anche se a noi fa paura, così come le scariche adrenaliniche di una band che quando ci si mette sa come far male, alternando melodia a ruvide esplosioni core, con buona padronanza della materia.
Perfetta la produzione, cristallina e da album top, un fiocco al regalo preparato dai Craigh per tutti gli amanti dei suoni più cool di questo inizio di millennio.
Se son rose fioriranno, nel frattempo godetevi Of Dreams And Wishes, ed attenti al clown, non si sa mai.

TRACKLIST
1. Origin
2. Deathless Wings
3. Ronny B. Johnson
4. Again and Again
5. The Hearts Drive
6. Hate to Love You
7. Every End
8. The Light Inside
9. Going Commando
10. Unity
11. Destroy to Create
12. Shattered
13. Desire Remains

LINE-UP
Sebastian Möbius – Vocals
Michael Rüegg – Guitars
Cyril Neukomm – Guitars
Thomas Münch – Drums
Daniel Gmür – Bass

CRAIGH – Facebook

Law 18 – Law 18

Al confine tra hardcore e metal questo gruppo milanese fa molto casino e regala belle soddisfazioni.

Possente ed ignorante hardcore metallico con forti rimandi ad eroi metropolitani come Biohazard e Sick Of It All. Al confine tra hardcore e metal questo gruppo milanese fa molto casino e regala belle soddisfazioni.

Le coordinate sono quelle di cui sopra ma c’è molto di più, perché i Law 18 ci mettono molto di loro, e con doppia voce e tanta cultura metal ci portano in posti dove i calci volano come polline a primavera e dove ci sono elementi di vari generi, tutti messi insieme validamente. La produzione è buona, ma potrebbe essere migliore, perché lascia giusto intravedere l’enorme potenziale del gruppo, ma è comunque sufficiente per rendere questo lavoro assai divertente. I Law 18 fanno canzoni ben al di sopra della melodia, con aperture vocali e tanto lavoro sotto, con fatica e passione.
I nostri sono persone che amano ed ascoltano molta musica e ciò lo si sente chiaramente, ma sono anche un gruppo che ambisce a qualcosa in più per quanto riguarda il discorso musicale. Un disco che è un ottimo inizio, e le pedate continueranno, rimanete in zona.

TRACKLIST
1.Dwarfs & Cowboys
2.You Blind
3.Hollow Earth Society
4.Dominus Caeli
5.Dirty of Blood
6.Leather’s Wreck
7.Mirror Reflections
8.Rage Against Me
9.2010

LINE-UP
Davide C – Lead Guitar, Voice
Lorenzo Colucci – Bass
Luca Ferrario – Drums, Voice
Alessandro Mura – Voice, Harmonica
Lorenzo Perin – Voice, Rhythm Guitar

LAW 18 – Facebook

Poem – Skein Syndrome

Il quartetto di Atene manipola la materia in modo sagace, mantenendo un approccio metallico e drammatico ben definito e la sua musica, meno cerebrale dei maestri Tool, ma sempre dall’approccio intimista, non manca di scaricare botte di adrenalina elettrica sull’ascoltatore.

Sono svariate e tutte affascinati le strade da percorrere nel mondo del metal/rock: per esempio il sound alternative degli anni novanta, da molti considerato colpevole di aver messo nell’ombra i suoni metallici classici, ha invece aperto nuove porte ed orizzonti, specialmente nell’ambito progressivo, ancora ancorato alla tradizione settantiana.

Molte band in questi anni hanno seguito il sentiero impervio tracciato da gruppi geniali come i Tool o i Pain Of Salvation, rompendo le catene che imprigionavano il genere, fermo (più per colpa degli appassionati che degli stessi musicisti) agli storici nomi i cui primi passi sono prossimi a compiere il mezzo secolo, per esplorare nuovi modi di proporre musica fuori dagli schemi.
I greci Poem sono una di queste ottime realtà: nati nella capitale intorno al 2006, licenziano il secondo lavoro, Skein Syndrome, che segue il debutto The Great Secret Show, lavoro che ha portato loro molte meritate soddisfazioni e la possibilità di confrontarsi on stage con nomi altisonanti del mondo metallico come il madman Ozzy Osbourne, i Paradise Lost ed i Pain Of Salvation.
Il quartetto di Atene manipola la materia in modo sagace, mantenendo un approccio metallico e drammatico ben definito e la sua musica, meno cerebrale dei maestri Tool, ma sempre dall’approccio intimista, non manca di scaricare botte di adrenalina elettrica sull’ascoltatore.
Ottimo l’uso della voce, che richiama il post grunge statunitense alla Creed, per intenderci, mentre il sound rimane in tensione per tutta la durata dell’album, non mancando di toccare vette emozionali altissime (Fragments, Weakness), portando nelle cascata di note progressive molto della lezione impartita dal gruppo di Daniel Gildenlöw e dell’intimista drammaticità di Anathema e Katatonia.
Stati Uniti ed Europa, due modi diversi di intendere il rock che si è affacciato sul nuovo millennio, vengono fatti vivere in simbiosi nello spartito di questo bellissimo gioiellino che risulta Skein Syndrome, dove il nuovo progressive viene fagocitato ed aggredito dalle fiere alternative e metal per un banchetto a base di oscura e drammatica musica matura e terribilmente ipnotizzante.
Remission Of Breath, brano conclusivo del cd, funge da perfetto sunto del credo musicale del gruppo greco, con un’interpretazione al microfono del chitarrista George Prokopiou che da buona diventa colma di sontuosa e dolorosa teatralità.
Gran bel lavoro dunque, le attese dopo il debutto di ormai otto anni fa sono state giustificate dalla qualità di questa cinquantina di minuti, tutti da vivere sotto l’effetto emozionale che il gruppo non manca di riservare a più riprese lungo il corso di un album assolutamente da avere.

TRACKLIST
01. Passive Observer
02. Fragments
03. The End Justifies the Means
04. Bound Insanity
05. Weakness
06. Desire
07. Remission of Breath

LINE-UP
Giorgos Prokopiou – Vocals/Guitars
Laurence Bergström – Lead Guitars
Stratos Chaidos – Bass
Stavros Rigos – Drums

POEM – Facebook