Struttura e Forma – One Of Us

One Of Us è un album elegante, raffinato e dall’ascolto piacevole, nel quale la tecnica dei musicisti è messa al servizio delle composizioni, lasciando che la musica scorra come acqua in un cristallino torrente di note,

Genova ed il progressive rock, un amore che dura da oltre quarant’anni e che può sicuramente essere considerata una tradizione per la Superba, città dalle mille contraddizioni e che, come una bellissima donna, ti ammalia per poi lasciarti solo con al tuo desiderio.

Gruppi storici più o meno famosi, cantautori e poeti divenuti leggenda, etichette importanti e divenute di riferimento nell’ambiente, vanno di pari passo con una svogliata attitudine a lasciare che le cose accadano, mentre il brusio del mugugno non accenna a smettere da tempo immemore.
Gli Struttura e Forma sono un progetto progressivo nato addirittura nei primi anni settanta, tempi di grande musica rock, quando la città era testimone di una scena rock forse irripetibile.
Tra i vicoli della città vecchia Franco Frassinetti e Giacomo Caliolo decidono di formare il gruppo che vede, oltre alle loro sei corde, Toni Pomara alla batteria e il cantante-chitarrista Alex Diambrini.
Tra molte vicissitudini fatte di reunion e split, gli anni passano ed arriviamo ad oggi, quando finalmente il primo album, One Of Us, vede la luce  con una formazione che comprende, oltre ai due membri storici, Claudio Sisto al microfono, Marco Porritiello alla batteria e Stefano Gatti al basso.
Beppe Crovella, membro originale degli Arti & Mestieri, è il gradito ospite che dà il suo contributo con il mellotron, mentre fa ben mostra di sé la bellissima cover di Lucky Man, brano tributo al grande Greg Lake e classico fuori dal tempo degli ELP.
Il resto del lavoro alterna brani originariamente concepiti negli anni settanta a nuove composizioni: il progressive rock del gruppo si sviluppa così tra brani ariosi ed altri più articolati, alcuni più legati al progressive nostrano, altri invece dal taglio internazionale.
One Of Us rimane comunque un album elegante, raffinato e dall’ascolto piacevole, nel quale la tecnica dei musicisti è messa al servizio delle composizioni, lasciando che la musica scorra come acqua in un cristallino torrente di note, spaziando per un ventennio di musica progressiva venata da un leggero tocco cantautorale tutto ligure.
In conclusione, un lavoro consigliato agli ascoltatori del genere e dai gusti (se mi si passa il termine molto di moda oggigiorno) “old school”.

TRACKLIST
1.Worms
2.Symphony
3.Lucky Man
4.Kepler
5.One Of Us
6.Kyoko’s Groove
7.Indios Dream
8.Fasting Soul
9.Amsterdam
10.Acoustic Waves
11.Il Digiuno Dell’anima

LINE-UP
Franco Frassinetti – Guitars
Giacomo Caliolo – Guitars
Marco Porritiello – Drums
Stefano Gatti – Bass
Klaudio Sisto – Vocals

STRUTTURA E FORMA – Facebook

Steve Hackett – The Night Siren

The Night Siren si va a collocare molto vicino ai picchi solisti di Hackett, trattandosi di un album davvero ricco di intuizioni brillanti e rivelandosi vario ma non dispersivo, tra pulsioni etniche e rimandi al rock e al pop più colto.

Per chi è cresciuto con le musicassette dei Genesis, prezioso cimelio che all’inizio degli anni ’70 costituivano una sorta di Sacro Graal per noi adolescenti folgorati dall’epopea progressive, non è facile ritrovarsi a dover scrivere, dopo una quarantina d’anni, dell’ennesimo (il venticinquesimo) album solista di uno dei propri miti, con il rischio di apparire obiettivo come un qualsiasi genitore che assiste alle gesta sportive della propria prole …

Del resto un simile status non pare certo usurpato da Steve Hackett, uno tra i pochi reduci di quei bei tempi andati (assieme a lui mi viene in mente il solo Peter Hammill) che abbiano continuato a produrre instancabilmente musica inedita, senza tralasciare comunque di rinverdirla e riproporre sui palchi di mezzo modo le note che hanno reso immortale il nome dei Genesis.
Se è vero che, dell’Hackett solista, gli album che hanno lasciato davvero il segno sono i primi tre, con un capolavoro assoluto come Voyage Of The Acolyte e gli ottimi Please Don’t Touch e Spectral Mornings, ciò non significa che tutto il resto della produzione sia da trascurare, anche perché ogni disco del chitarrista inglese, anche il meno brillante, è ammantato da tale e tanta classe da renderlo comunque meritevole di attenzione.
The Night Siren si va a collocare però molto vicino ai picchi solisti di Hackett, trattandosi di un album davvero ricco di intuizioni brillanti e rivelandosi vario ma non dispersivo, tra pulsioni etniche e rimandi al rock e al pop più colto e, nel contempo, immediato; in tutto questo balenano lampi che fanno riferimento alle diverse culture musicali ben rappresentate da ospiti provenienti da diverse parti del pianeta, ognuno portatore del proprio background artistico-musicale.
A partire dalla magnifica Behind the Smoke, traccia che fa capire anche quanto stavolta Steve abbia deciso di non lesinare riguardo ai suo leggendari ed unici assoli chitarristici, il disco si dipana senza fornire punti di riferimento precisi, tenendo fede in senso letterale a quella che dovrebbe essere realmente la musica progressive, ovvero non una serie interminabile di cambi di tempo fine a sé stessi, bensì il naturale sfogo della curiosità musicale di un artista di livello superiore.
Prendiamo ad esempio due brani differenti ma resi contigui dalla sola idea di collocarli sullo stesso album: El Nino è uno strumentale che porta a scuola intere generazioni di musicisti prog, con le sue orchestrazioni che vanno ad esaltare un sound nervoso sul quale si stagliano tonalità che riportano ai migliori momenti di Spectral Mornings, e Anything But Love, traccia solare con coralità in stile Kansas che, nella seconda metà, lasciano spazio a quasi due minuti di maestria chitarristica offerta ai posteri.
Insomma, non c’è un solo brano che annoi o che non sorprenda con soluzioni sempre brillanti, ovviamente esaltati da un consesso di musicisti del quale appare superfluo decantare le doti.
West To East, oltre ad essere un brano magnifico, dai tratti sognanti e suadenti che riportano ai passaggi più soft di Wind And Wuthering e comprendente uno stacco orientaleggiante da far impallidire gli stessi Myrath, è soprattutto anche il manifesto concettuale di un lavoro composto all’insegna di sentimenti positivi, con l’idea tutt’altro che peregrina che la musica sia forse ancora l’unico collante capace di unire i popoli racchiudendo nel suo abbraccio l’intero pianeta.
The Gift, struggente strumentale che chiude il lavoro, è appunto il dono che Steve Hackett fa a tutti gli amanti della buona musica: The Night Siren è l’ennesima prova maiuscola di chi ha messo classe, talento e umanità al servizio di tutti gli appassionati di musica, nessuno escluso …

Tracklist:
1. Behind the Smoke
2. Martian Sea
3. Fifty Miles from the North Pole
4. El Niño
5. Other Side of the Wall
6. Anything but Love
7. Inca Terra
8. In Another Life
9. In the Skeleton Gallery
10. West to East
11. The Gift

Line-up:
Steve Hackett – electric & acoustic guitars, oud, charango, sitar guitar, harmonica, vocals (1 – 11)

Roger King – keyboards and programming (1 – 10)
Amanda Lehmann – vocals (1,2,3,6,7,8,9,10)
Christine Townsend – violin, viola (3, 4, 5, 7, 9, 10)
Rob Townsend – baritone & soprano sax, flute, flageolet, quena, duduk, bass clarinet (1, 4, 7, 9)
Gary O’Toole – drums (3, 4, 10)
Nick D’Virgilio – drums (2)
Gulli Briem – drums, cajon, percussion (7,9)
Mira Awad – vocals (10)
Leslie-Miriam Bennett – keyboards (11)
Troy Donockley – Uilleann pipes (8)
Dick Driver – Double bass (3,4,5,7)
Nad Sylvan – vocals (7)
Kobi Farhi – vocals (10)
Benedict Fenner – keyboards and programming (11)
Jo Hackett – vocals (10)
John Hackett – flute (2,10)
Ferenc Kovács – trumpet (3)
Sara Kovács – didgeridoo (3)
Malik Mansurov – tar (1)

STEVE HACKETT – Facebook

Andrea Salini – Lampo Gamma

Terzo album per il chitarrista romano Andrea Salini, il cui Lampo Gamma risulta un lavoro curato e dal buon tiro rock.

Terzo album per il chitarrista romano Andrea Salini, rocker che regala un lavoro intenso, con la sei corde in evidenza ed una voce che lascia trasparire passione e attitudine: un musicista e compositore completo che non affida solo alla sua sei corde il compito di descrivere il proprio mondo musicale, ma attribuisce la dovuta importanza alla forma canzone.

Una voce alla Mark Knopfler ci accompagna lungo questo ottimo lavoro che sa tanto di rock settantiano, mentre la chitarra di Salini ci racconta di musica ribelle e di una passione per Jimi Hendrix che sfocia nella funky rock Hendrix Funk (The Comet), mentre l’opener Strange Days ci aveva già dato il benvenuto con il suo hard rock lineare e dal buon refrain.
Bad Moon Rising è la bellissima cover del classico dei Creedence Clearwater Revival, ma il piccolo capolavoro Salini lo compone con The Moon, una semi ballad rock, introspettiva e dal retrogusto pinkfloydiano, che ci prende per mano e ci porta al cospetto dei ritmi hard rock della conclusiva The Martian, strumentale che accompagna i titoli di coda di un lavoro ben fatto e molto curato.
Poche informazioni su chi ha abbia fornito il suo contributo alla riuscita del disco del chitarrista capitolino, non inficiano un giudizio più che positivo per un lavoro che merita sicuramente un ascolto.

TRACKLIST
1.Strange Days
2.Distant Planets
3.Hendrix Funk (The Comet)
4.Space anthem
5.Bad Moon Rising
6.The Moon
7.The martian

LINE-UP
Andrea Salini – Guitars Vocals

ANDREA SALINI – Facebook

Jesters Of Destiny – The Sorrows That Refuse to Drown

I Jester Of Destiny hanno preso un contenitore e lo hanno riempito della musica rock a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, agitandolo per bene e creando un mix delle scene musicali che sono diventate storia.

Se si parla di rock vintage penso che un album come The Sorrows That Refuse to Drown sia un manifesto più che esauriente del ritorno dei suoni old school, anche se in questo lavoro non si può certamente parlare di hard rock o heavy metal, ma appunto rock come si faceva tra gli anni sessanta e settanta.

I Jesters Of Destiny sono un gruppo nato a Los Angeles nella prima metà degli anni ottanta, anche se dell’air metal suonato nel Sunset Boulevard nella loro musica non se ne trova neanche un po’.
Il loro sound si è sviluppato (purtroppo) in soli due lavori; il primo album uscito nel 1986, intitolato Fun At The Funeral e l’ep dell’anno dopo, In A Nostalgic Mood, poi un silenzio lungo trent’anni, ed il ritorno assolutamente inaspettato, tramite Ektro Records, con The Sorrows That Refuse to Drown, ovvero un album di rock psichedelico, glam, punk e progressive nato sul finire degli anni sessanta ed uscito nel 2017.
Ovviamente la loro proposta non mancherà di far storcere il naso a più di un purista, vista l’alternanza di atmosfere e sfumature che vanno dal glam patinato dei T.Rex e David Bowie a quello proto punk di Iggy Pop, dagli MC5 alla psichedelia dei Beatles, dal blues sporco e drogato degli Stones ad accenni progressivi dove un sax allucinato porta il sound verso corti dove regnano i King Crimson, mentre un sentore di Rocky Horror Picture Show si fa spazio tra lo spartito dell’opera.
Tra i brani, Sunset Boulevard, dedicata alla famosa strada del rock’ n’ roll, inaspettatamente risulta un brano elettro glam, mentre si continua a viaggiare nel tempo, salti anche rischiosi tra un genere e l’altro che potrebbero portare molte critiche alla proposta del gruppo, specialmente se non si ha dimestichezza con la musica rock di qualche decennio fa.
I Jesters Of Destiny hanno preso un contenitore e lo hanno riempito della musica rock a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, agitandolo per bene e creando un mix delle scene musicali che sono diventate storia, così che l’album risulta un oldies but goldies, ed ogni brano è una sorpresa.

TRACKLIST
1.Fire in the Six Foot Hole
2.The Flesh Parade
3.Ladies of Runyon Canyon
4.My Card, Sir
5.Chalk Outline
6.The Misunderstood
7.’Til the Following Night
8.Sunset Boulevard
9.Peace, Blood and Charlie Cocaine
10.Another Fire Six Feet Deep
11.Happy Ending

LINE-UP
Bruce Duff ~ Bass, Vocals
Dave Kuzma ~ Drums
Michael Montano ~ Guitars
Ray Violet ~ Guitars, Keyboards

JESTERS OF DESTINY – Facebook

Ghost Season – Like Stars In The Neon Sky

Debutto per i greci Ghost Season, band alternative sulla scia degli dei americani Alter Bridge, con Like Stars In The Neon Sky che risulta un buon ascolto in grado di ritagliarsi uno spazio nei cuori dei fans dell’hard rock moderno.

I Ghost Season sono un quartetto greco nato solo tre anni fa, autore del classico ep di rodaggio che ha portato il gruppo alla firma con Pavement Entertainment ed alla realizzazione di Like Stars In The Neon Sky, full length che darà sicuramente ottimi riscontri al gruppo ateniese, vista l’ottimo amalgama tra alternative metal e rock, un buon uso di groove nelle ritmiche e tanta ispirazione presa dagli dei del genere, gli Alter Bridge.

Da qui si parte con la consapevolezza che la band non ha nulla di originale, il loro rock/metal americano è figlio del post grunge con le chitarre che tagliano l’aria intorno a noi a colpi di solos metallici, le voci che non si spostano di un millimetro dallo stile di Myles Kennedy e, in generale, l’atmosfera che rimane melanconicamente ribelle, triste ed intimista come il grunge ha insegnato per tutti gli anni novanta.
Detto questo, l’album ha dalla sua una serie di buone canzoni, che poi è quello che a noi interessa, e la band sa dove andare a parare per piacere, facendolo con una buona dose di furbizia.
Il singolo Fade Away, Break My Chains e Vampire, brano che sembra uscito dalla colonna sonora di Twilight (la famosa trilogia sui vampiri adolescenti tratta dai romanzi di Stephenie Meyer) entrano nella testa al primo passaggio, tutto è perfettamente studiato per provare a mettere un piede più avanti rispetto alla scena underground e non è detto che il gruppo di Atene non ci riesca, con queste premesse.

TRACKLIST
1. The Reckoning
2. Sons Of Yesterday
3. Fade Away
4. Break My Chains
5. War Of Voices
6. The Highway Part I
7. The Highway Part II
8. Just A Lie
9. The Vampire
10. The Mirror
11. Of Hearts And Shadows
12. Break Me Shake Me (Bonus Track)

LINE-UP
Hercules Zotos – Vocals
Nick Christolis – Guitars/vocals
Dorian Gates – Bass/vocals
Helen Nota – Drums

GHOST SEASON – Facebook

Althea – Memories Have No Name

Il gruppo milanese risulta maestro nel creare passaggi ora suadenti, ora intimisti, toccando svariate sfumature melodiche e generi diversi che confluiscono in un’opera completa sotto tutti gli aspetti.

I buoni riscontri che Memories Have No Name ha ottenuto qualche mese fa da varie webzine, tra le quali la nostra, ha consentito agli Althea di destare l’interesse di diverse label, tra le quali la più lesta ad accaparrarsene le prestazioni è stata la Sliptrick Records, che ha licenziato la versione fisica dell’album proprio in questi giorni.
Ci sembra opportuno, quindi, rinfrescare la memoria degli ascoltatori riproponendo la nostra recensione risalente allo scorso dicembre.

E’ durissima la vita per chi decide (spronato da una passione infinita per il mondo delle sette note), di dedicare gran parte del suo tempo ad alimentare un webzine come la nostra.

Sempre a rincorrere le tonnellate di materiale che puntualmente (e fortunatamente) arrivano alla base, con poche persone che hanno voglia di mettersi in gioco e dare una mano (anche e soprattutto nell’ambiente) e sempre i soliti che tra famiglia, l’odiato lavoro, gli scazzi di una vita sempre più difficile e gli anni che cominciano ed essere tanti sul groppone, portano inevitabilmente a quei momenti no dove tutto quello che si fa appare inutile e la voglia di mollare fa capolino nella testa.
Poi d’incanto tutto torna ad avere un senso, le dita scorrono sulla tastiera più fluide che mai mentre le note di un bellissimo album che, probabilmente, non sarebbe entrato mai nella propria sfera musicale se non fosse giunta una richiesta di ascolto da parte del gruppo protagonista di cotanta maestria musicale.
E allora pronti e via per questo viaggio in musica sulle note progressive dei nostrani Althea, quintetto lombardo fondato dal chitarrista Dario Bortot e dal bassista Fabrizio Zilio, al primo full length ma con un ep alle spalle (Eleven) risalente ad un paio di anni fa .
Memories Have No Name è un bellissimo concept di un solo brano diviso in sedici capitoli, incentrati sui ricordi e sull’impatto che questi hanno su due diversi personaggi, raccontato con il supporto della musica totale per antonomasia, il progressive.
Il sound di questo lavoro, pur mantenendo un approccio metallico alla musica progressiva, è molto più rock di quello che ad un primo ascolto si può recepire, il gruppo milanese risulta maestro nel creare passaggi ora suadenti, ora intimisti, toccando svariate sfumature melodiche e generi diversi che confluiscono in un’opera completa sotto tutti gli aspetti.
Hard rock, AOR, metal prog ed un pizzico di rock moderno sono gli ingredienti principali di Memories Have No Name, album che sotto l’aspetto dell’emozionalità tocca vette sorprendenti.
La bravura dei musicisti coinvolti non si discute, ma sono appunto il calore e le emozioni che sprigionano dai vari capitoli a rendere l’opera un piccolo gioiello progressivo, con Paralyzed che, subito dopo l’intro, mostra la parte più metallica del sound, avvicinando il gruppo alla musica dei Dream Theater.
E allora direte voi?
Basta saper aspettare e la musica degli Althea saprà sorprendervi con un continuo ed entusiasmante cambio di atmosfere, dove i momenti topici sono quelli in cui l’anima intimista e sperimentale prende il comando dello spartito regalando momenti di ottima musica progressiva, con i vari intermezzi che non risultano riempitivi ma fondamentali momenti acustici ed atmosferici (A New Beginning, Drag Me Down e la title track) e tracce capolavoro come Halfway Of Me, Leave It For Tonight (brano progressivo dai rimandi beatlesiani), con la ballad Last Overwhelming Velvet Emotion (L.O.V.E.), dallo smisurato impatto emotivo.
Parlare di influenze è riduttivo, ma il paragone a mio parere più calzante (e con le dovute differenze) è con gli Active Heed di Umberto Pagnini, specialmente nel talento innato per le melodie e per le emozioni che suscita la musica prodotta: Memories Have No Name è un lavoro imperdibile per gli amanti delle sonorità progressive.

TRACKLIST
1.Regression From Regrets
2.Paralyzed
3.A New Beginning
4.Revenge
5.Drag Me Down
6.Halfway Of Me
7.Intermediated pt. 1
8.I Can’t Control My Mind
9.Intermediated pt. 2
10.Leave it for Tonight
11.Memories Have No Name
12.The Game
13.Last Overwhelming Velvet Emotion (L.O.V.E)
14.Take Me As I Am
15.Anything We’ll ever be
16.A Final Reflection

LINE-UP
Dario Bortot – Guitar
Fabrizio Zilio – Bass
Marco Zambardi – Key and Loops
Sergio Sampietro – Drums
Alessio Accardo – Vocal

ALTHEA – Facebook

Methane – The Devil’s Own

Southern metal ad alto volume, alcool e perdizione, cosa volere di più ?

Esordio sulla lunga distanza al fulmicotone per questo gruppo svedese devoto al southern metal e al metallo pulsante in generale.

Devil’s Own è un trionfo di chitarre distorte alla Pantera, incedere metallico e gran divertimento. Non parlo di Black Label Society ma di cose molto più divertenti e coinvolgenti. Nulla è statico in questo disco e tutto gira intorno al suono del diavolo. La voce è abrasiva e ci introduce in un girone infernale di sbronze cattive e sonno discinte che ci portano ancora più in basso nella scala della nostra perdizione. Il metal dei Methane è davvero notevole, con un groove dall’uncino notevole e il disco resiste molto bene ad ascolti ripetuti, anzi più lo si ascolta e maggiore è il piacere. Era da tempo che non usciva un disco così bello e ben prodotto di southern metal. Questo sottogenere del metal è una bestia che è sempre più difficile da gustare selvatica, ci sono alcuni esemplari in cattività ma non valgono nulla. Invece i Methane sono selvatici e vanno ad alta velocità senza risparmiare nulla, e la loro intensità e passione metallica è di gran livello. Gli svedesi riescono a creare un disco potente e mai ripetitivo, giocando molto bene con i codici e gli stilemi del southern metal. Alto volume, alcool e perdizione, cosa volere di più ?

TRACKLIST
1. The Devil’s Own
2. Scars and Bars
3. Blood Sweat and Beer
4. Pray for Death
5. Stone Garden
6. Spit on Your Grave
7. 72
8. Peel Off the Skin
9. Hang Me High

LINE-UP
Tim Scott – Bass, Vocals
Jimi Masterbo – Lead Guitar
Dylan Campbell – Guitar
Andreas Strom – Drums

http://www.facebook.com/methaneband

Roommates – Fake

Il viaggio nella frontiera americana è appena iniziato per i Roommates, partite insieme a loro con Fake

Quelle che sono sempre state le sonorità americane per antonomasia, negli ultimi anni hanno sempre preso più campo sia nell’hard rock che nel metal, tanto che è sempre diventato più facile parlare di southern metal o southern hard rock, riguardo a molte uscite discografiche degli ultimi tempi.

Una moda o qualcosa di più?
Vero è che il post grunge e lo stoner ben si adattano ad essere amalgamati con le note, molte volte malinconiche,  del southern rock puro, mentre nel metal già i Pantera avevano a loro modo giocato con il genere, poi approfondito con i vari progetti che hanno visto coinvolto Phil Anselmo.
Una premessa per presentare questo gruppo ligure, prima trio acustico, poi con l’entrata di Alessio Spallarossa degli storici deathsters genovesi Sadist, trasformatosi in una southern rock band elettrica, ma dal talento innato per le armonie semiacustiche e le atmosfere poetiche di un viaggio sulle highway americane.
L’esordio dei Roommates riesce a toccare vette emotive altissime e, per chi ama il genere e le opere dei maestri americani, risulta un piccolo gioiellino di rock americano perso tra la tradizione sudista ed accenni alle band che del genere hanno preso l’attitudine e quel tocco blues nascosto dall’elettricità del grunge o dello stoner (Kyuss/Pearl Jam), oppure ben evidenziato dalle scorribande di quella che è stata l’ultima grande rock blues band, i Black Crowes.
Così tra bellissime atmosfere di quel rock a stelle e strisce sinonimo di una libertà cercata, trovata e vissuta su strade bruciate dal sole, l’odore di pneumatici consumati in chilometri di deserto, ed una chitarra che lancia le sue note al cielo stellato, Fake trova la sua dimensione brani che non contengono appunto elettricità, ma anche delicata poesia western, come ben evidenziato dalle prime note della splendida Light.
Blow Away torna con il suo umore post grunge (mi ha ricordato non poco il southern hard rock dei napoletani Hangarvain), mentre le delicate armonie di Fakin’ Good Manners portano al rock blues dell’irresistibile Black Man Guardian, con le moto che ruggiscono di primo mattino e l’adrenalina del viaggio che sta per iniziare è alle stelle.
Le ultime tre tracce tornano a riempire la stanza di armonie delicate, con una Empty Love che è una rock ballad da antologia e On Water Wings e I Smile che sembrano dare il benvenuto alla notte e al meritato riposo.
Il viaggio nella frontiera americana è appena iniziato per i Roommates, partite insieme a loro con Fake, vi faranno sognare.

TRACKLIST
1.Light
2.Blow Away
3.Fakin’ Good Manners
4.Black Man Guardian
5.Empty Love
6.On Water Wings
7.I Smile

LINE-UP
Davide Brezzo – Guitar & Voice;
Danilo Bergamo – Guitar & Voice;
Marco Quattrocorde – Bass & Voice;
Alessio Spallarossa – Drum

ROOMMATES – Facebook

Skallbank – The Singles

Una band con un sound che potenzialmente può fare danni e vedremo gli sviluppi futuri: un full length di qualità simile c’è solo da augurarselo.

Rock ‘n’ Roll made in Sweden, devastante, veloce ed irresistibile e per renderlo ancora più arrembante e arrabbiato, scream e growl si danno il cambio per vomitarci addosso una sequela di belligeranti inni del rock’ n’ roll style.

Il gruppo in questione si chiama Skallbank, è nato a Karlstad nel 2014 e questo ep è la raccolta dei singoli usciti in questi anni.
Quasi tutti i testi sono in lingua madre, il rumore è assicurato a colpi di hard rock, street, melodic death metal e il tutto funziona alla grandissima, sotto cascate di birra e watts.
Basta immaginarsi i Backyard Babies e gli Hardcore Superstar che se la fanno con i Sentenced di Down, e si avrà un’idea del massacro sonoro di cui sono capaci questi cinque svedesi dalla lattina facile ma dai riff impetuosi, nella più pura tradizione scandinava.
I brani, in effetti, sono cinque potenziali hit, dall’opener Falsarium, al riff che sa tanto di primi 69 Eyes e su cui è strutturata Halvmånar och träpinnar, mentre Dödens ord accenna un arpeggio acustico per esplodere in un refrain dall’appeal irresistibile.
Gli ultimi due brani (Sagor är för barn e Lättstöttare kan ingen vara) continuano a dispensare death ‘n’ roll dalla presa immediata, tracce costruite per far male e non lasciare di certo indifferenti i rockers dai gusti selvaggi e distruttivi .
Una band con un sound che potenzialmente può fare danni e vedremo gli sviluppi futuri: un full length di qualità simile c’è solo da augurarselo.

TRACKLIST
01 – Falsarium
02 – Halvmånar och träpinnar
03 – Dödens ord
04 – Sagor är för barn
05 – Lättstöttare kan ingen vara

LINE-UP
Tömte – Vocals
Rickard – Lead guitar
Mats – Guitar
Jonzon – Bass
Jocke – Drums

SKALLBANK – Facebook

Presence – Masters And Following

Masters And Following rappresenta il ritorno soddisfacente di una band ritrovata, per la quale si spera che questo sia solo l’inizio di una nuova e prolifica fase della sua storia.

Il fatto stesso che una band definibile in qualche modo di culto, come lo sono i Presence, si rifaccia viva dopo un lungo silenzio costituisce di per sé un evento, per cui resta solo da valutare quanto il trascorrere del tempo abbia influito o meno sull’operato del gruppo napoletano.

Indubbiamente, se si intendesse utilizzare quale termine di paragone un lavoro come Black Opera, che portò in maniera dirompente i Presence all’attenzione del pubblico nel 1996, sarebbe un partire con il piede sbagliato: vent’anni sono un lasso temporale che non può lasciare alcunché di immutato, tanto più se i musicisti, al di là delle centellinate uscite discografiche con questo monicker, sono stai attivi in altre vesti e alle prese con sfumature musicali differenti.
Ed è proprio un’accentuata varietà stilistica l’aspetto che colpisce maggiormente al primo impatto con Masters And Following: i Presence spaziano dal progressive più classico a quello metallizzato, passando attraverso pulsioni pop e hard rock, e a tutto questo non è certo estranea la decisione di annoverare tra i 13 brani del cd contenente i brani inediti anche ben tre cover, pure queste di natura variegata se pensiamo al rock settantiano di The House On The Hill degli Audience, alla NWOBH di Freewheel Burning dei Judas Priest ed al pop danzereccio di This Town Ain’t Big Enough For The Both Of Us degli Sparks (versione riuscitissima questa, che peraltro mi ha indotto a rivalutare quale fosse la caratura dei fratelli Mael, snobbati all’epoca da molti di noi imberbi fans del progressive).
In Masters And Following si attraversano così in maniera naturale tutte queste anime musicali immortalate da una serie di brani a mio avviso complessivamente riusciti, grazie ai quali, volendo giocare con il titolo dell’album, l’appellativo di “masters” nei confronti dei Presence calza a pennello …
Sicuramente il lavoro (del quale ho omesso inizialmente di dire che consta di un doppio cd, il secondo dei quali ripercorre la carriera del gruppo tramite una serie di canzoni registrate dal vivo) trova il suoi meglio nella parte iniziale, visto che la title track, Deliver e Now sono tre tracce differenti quanto efficaci, e soprattutto esaustive dell’incorrotta capacità della premiata ditta Baccini, Iglio, Casamassima di creare atmosfere coninvolgenti, nelle quali la robustezza del metal si sposa con naturalezza ad un tocco tastieristico settantiano e ad una voce come quella di Sophya che, come sempre, non si risparmia.
Diciamo anche, per converso, che dopo il trittico delle cover inframmezzato dal notevole strumentale Space Ship Ghost, la tensione scema leggermente senza che il livello complessivi si abbassi a lambire livelli di guardia, ritrovando anzi un’altra notevole impennata con un brano bellissimo come Collision Course.
Detto della parte dedicata al nuovo materiale, non resta che fare un breve accenno al cd dal vivo, purtroppo inficiato da una registrazione che spesso non rende giustizia alla bellezza della musica ed al talento dei musicisti, per cui la sua presenza nella confezione riveste più un valore documentale che non artistico, benché utile forse a spingere chi non conoscesse già i Presence a recuperare le opere originali dalle quali sono tratti i brani, cominciando ovviamente dall’imprescindibile Black Opera.
Masters And Following rappresenta il ritorno soddisfacente di una band ritrovata, per la quale si spera che questo sia solo l’inizio di una nuova e prolifica fase della sua storia.

Tracklist:
CD1:
1. Masters And Following
2. Deliver
3. Now
4. Interlude
5. The House On The Hill
6. Freewheel Burning
7. Space Ship Ghost
8. This Town Ain’t Big Enough For The Both Of Us
9. Prelude
10. Symmetry
11. Collision Course
12. On The Eastern Side
13. The Revealing

Bonus CD:
1. Scarlet
2. The Sleeper Awakes
3. Lightning
4. The Dark
5. Eyemaster
6. Just Before The Rain
7. The Bleeding
8. Un Di’ Quando Le Veneri
9. Orchestral:
– Overture
– Hellish
– J’Accuse
– Makumba
– Supersticious
– The King Could Die Issueless

Line up:
Sophya Baccini – vocals
Enrico Iglio – keyboards, percussion
Sergio Casamassima – guitars
Guests:
Sergio Quagliarella – drums
Mino Berlano – bass

PRESENCE – Facebook

Ninjaspy – Spüken

La fusione tra metal estremo e note provenienti da generi come reggae, jazz o fusion non è certo una novità appunto, ma Spüken non lascerà sicuramente indifferenti gli amanti di questo ibrido musicale.

Che fonte inesauribile di grande musica è l’underground rock/metal mondiale: non passa settimana (e mi sono tenuto largo) senza imbattersi in realtà straordinariamente affascinanti, non encessiaramente originali a tutti i costi (anche se in questo album l’inventiva non manca di certo), ma coraggiose nel modellare ed unire suoni apparentemente lontani tra loro.

La fusione tra metal estremo e note provenienti da generi come reggae, jazz o fusion non è certo una novità, appunto, ma Spüken esordio sulla lunga distanza dei tre Parent, canadesi di nascita uniti sotto il monicker Ninjaspy, non lascerà sicuramente indifferenti gli amanti di questo ibrido musicale.
Rock alternativo, deathcore ed appunto atmosfere jazz e fusion, qualche reminiscenza reggae ed il gioco è fatto, direte voi.
Beh, in teoria sembrerebbe più facile di quanto il tutto risulti effettivamente, infatti è un attimo perdere la fluidità tra le esplosioni estreme (e qui i Ninjaspy ci vanno davvero pesante) e le ariose parti strumentali dove, come in un torrente di montagna la musica scorre limpida e frizzante, ma il trio riesce incredibilmente a non perdere la bussola e regalarci momenti di musica a 360°, selvaggia, rabbiosa, piacevolmente rilassante per un attimo, per trasformarsi in un’aggressione spaventosa in quello dopo.
Sentire per credere, partendo dall’opener e singolo Speak, inizio di un viaggio pericoloso, pieno di soprese, tra momenti di tecnica strumentale di altissimo livello e brani che di scontato non hanno nulla, passando da parti estreme furiose, rock alternativo e tanta musica fuori dagli schemi.
Difficile trovare una traccia da portare ad esempio, ognuno montato e rimontato più volte senza lasciare un punto di riferimento (Dead Dock Duck, la splendida Jump Ya Bones) mentre System Of a Down, Nirvana, Meshuggah ed i generi descritti si uniscono in questo arcobaleno di musica dal titolo Spüken, consigliato agli amanti della musica rock/metal moderna e senza barriere.

TRACKLIST
1.Speak
2.Shuriken Dance
3.Brother Man
4.Dead Duck Dock
5.Become Nothing
6.What!
7.Jump Ya Bones!
8.Grip The Cage
9.Azaria
10.Slave Vehemence

LINE-UP
Joel Parent
Tim Parent
Adam Parent

NINJASPY – Facebook

Art Of Anarchy – The Madness

Robusti, graffianti e straordinariamente melodici, gli Art Of Anarchy sono pronti per conquistare i cuori degli alternative rockers sparsi per il mondo con questo ottimo lavoro.

Quello che sembrava il classico super gruppo autore di un album estemporaneo e dimenticato poi nel tempo, trova la strada per continuare a fare musica ed esce con un altro lavoro di alternative rock davvero bello.

I fratelli Votta, Jon alla chitarra e Vince alla batteria, in compagnia di Ron “Bumblefoot” Thal (ex Gunners) alla chitarra e John Moyer dei Disturbed al basso, dopo la perdita di Scott Weiland, che nel 2015 prestò la sua voce al debutto omonimo hanno acquisito i servigi di Scott Stapp, voce dei Creed, band sulla quale si possono ricamare facili paragoni con il gruppo ma che, a ben sentire, su The Madness sono evidenti ma non gli unici.
Per chiarire, la voce di Stapp richiama a più riprese la band d’origine (Won’t Let You Down), ma il sound dell’album è molto più aggressivo e ricco di groove rispetto all’esordio, in quei brani dove l’alternative metal con una spallata ritmica scaraventa all’angolo il post grunge, genere da cui gli Art Of Anarchy fanno di tutto per allontanarsi, a tratti riuscendoci, ma non sempre (per fortuna).
Sì, perché quando il gruppo si lascia portare dalla voce del singer, l’album prende il volo con una serie di canzoni intense e dallo spirito creediano (No Surrender, la splendida Changed Man, Somber), mentre la parte metallica di matrice heavy alternativa sconquassa lo spartito con la doppietta iniziale Echo Of A Scream/1000 Degrees e l’incalzante street rock di Dancing With The Devil.
La title track, scritta per far male (commercialmente parlando) è creata su di una melodia dall’appeal infallibile, classico singolo/video da far girare senza sosta sui media, anche se di fatto è tutto l’album che funziona.
Robusti e graffianti, straordinariamente melodici, gli Art Of Anarchy si possono ormai considerare un gruppo a tutti gli effetti: trovata la quadratura del cerchio con il bravissimo Stapp (senza nulla togliere al povero Weiland), la band è pronta per conquistare i cuori degli alternative rockers sparsi per il mondo con questo ottimo lavoro.

TRACKLIST
01. Echo Of A Scream
02. 1000 Degrees
03. No Surrender
04. The Madness
05. Won’t Let You Down
06. Changed Man
07. A Light in Me
08. Somber
09. Dancing With The Devil
10. Afterburn

LINE-UP
Scott Stapp – vocals
Bumblefoot – guitar
John Moyer – bass
Jon Votta – guitar
Vince Votta – drums

ART OF ANARCHY – Facebook

Anèma – After The Sea

Piace l’importanza che gli Anèma danno all’insieme piuttosto che alla tecnica individuale: After The Sea convince e ci consegna una band che di certo non mancherà di regalare ulteriori soddisfazioni.

Progressive rock e metal dagli anni settanta ai giorni nostri: in After The Sea troviamo gli elementi che caratterizzano i due generi figli della stessa madre, una dea progressiva che aggiunge a tratti altri elementi per cercare di nobilitare il più possibile la musica di questi suoi giovani adepti, i siciliani Anèma .

Nato un paio di anni fa come cover band dei gruppi storici degli anni settanta, ma con un ampio raggio di ispirazioni ed influenze che arrivano fino ai nostri giorni, il quartetto siracusano debutta su Sliptrick con After The Sea, un viaggio tra le coste bagnate dal Mar Mediterraneo dove, ogni giorno, sbarcano centinaia di uomini in fuga dal loro paese con la chimera di un futuro migliore, sogno che svanisce all’arrivo sulle coste italiche, oppure tra le onde di un mare che non fa sconti.
Da qui il viaggio musicale della band ha inizio, tra sonorità che si rifanno al periodo settantiano, attimi di grinta metal progressiva ed atmosfere di ariose armonie di musica mediterranea.
After The Sea ha il pregio di non osare troppo, sia per durata (che risulta ridotta per le abitudini del genere) che per tecnica, andando subito al cuore dei brani che rimangono molto vari e mai banali nel loro approfondire una materia difficile come il progressive.
Personalmente trovo la musica del gruppo splendida quando non forza sulla parte metal, trovando sfogo piuttosto in parti ariose, al limite della fusion in alcuni attimi, ma legate al progressive rock degli ultimi anni.
Ed infatti ritengo brani come She o Some Fires molto vicini alla musica di Umberto Pagnini e dei suoi Active Heed, mentre quando il suono si indurisce la musica del gruppo acquista in energia ma perde in magia, tornando a livelli più normali ed in linea con il classico prog metal (This Place Needs Revolution).
Piace l’importanza che gli Anèma danno all’insieme piuttosto che alla tecnica individuale: After The Sea convince e ci consegna una band che di certo non mancherà di regalare ulteriori soddisfazioni. Buona la prima, dunque.

TRACKLIST
1.Intro
2.After The Sea
3.She
4.Free Forever
5.Some Fires
6.Let The Sky In The Mainland
7.Song For Nothing
8.This Place Needs Revolution
9.Outro

LINE-UP
Salvo Crucitti – Drums
Dario Giannì – Bass
Lorenzo Giannì – Guitars
Baco Dì Silenzio – Vocals

ANEMA – Facebook

Dead & Breakfast – Rebirth

Una versione più hard rock oriented dei classici Misfits con qualche spunto più moderno alla Murderdolls, per gli amanti del genere una vera ed insana goduria.

I Dead & Breakfast sono un trio di Lodi e suonano hard rock/ horror punk, sono arrivati al quarto album e quest’anno festeggiano il decimo anniversario della nascita (o della morte, fate voi).

Il loro sound si sviluppa lungo un hard rock dall’urgenza punk, di fatto ispirato dalle band horror punk americane, dunque maltrattato da uno spirito rock’n’roll che non manca certo al gruppo nostrano.
Pachu (basso e voce), Gigio (chitarra e voce) e Piffy (batteria) formano questo gruppo di cacciatori di zombie e anime della notte, in un continuo e potente Helloween party che accompagna le atmosfere di questo ultimo lavoro intitolato Rebirth.
Non si arriva alla mezz’ora, ma il tutto viene sintetizzato con una grinta ed una carica notevoli, e già dall’iniziale The Devil Inside la tensione comincia a salire, mentre brani più orientati all’hard rock come Nightmare si danno il cambio con sferzate punk rock, come Dead & Breakfast.
Timmy è il brano più ispirato di Rebirth, un mid tempo solcato dal groove, atmosfericamente dark rock e con un solo che spezza in due tombe e lapidi con forza metallica.
Il finale è lasciato alla coppia di brani ispirati al rock più moderno, il groove diventa protagonista nelle ritmiche di Inch By Inch e della title track, concludendo l’album con una passeggiata nell’hard rock più sanguigno.
Una botta di adrenalina niente male questo Dead & Breakfast, con il gruppo che risulta una versione più hard rock oriented dei classici Misfits con qualche spunto più moderno alla Murderdolls: per gli amanti del genere una vera ed insana goduria.

TRACKLIST
1. The Devil Inside
2. Nightmare
3. Tarantula
4. Timmy
5. Dead & Breakfast
6. Inch By Inch
7. Rebirth

LINE-UP
Pachu – Vocals / Bass
Gigio – Guitar / Vocals
Piffy – Drums

DEAD AND BREAKFAST – Facebook

Full Leather Jackets – Forgiveness Sould Out

Si respira aria old school nell’album o, quanto meno, la tradizione ha la sua importanza così come la voglia rabbiosa di suonare metal, fatto bene ma con pochi fronzoli e tanta sostanza.

Una bomba questo Forgiveness Sold Out, debutto dei veneti Full Leather Jackets, che colpiscono il bersaglio con un concentrato di hard & heavy tripallico irrobustito da veloci ripartenze thrash metal, il tutto eseguito con ottima perizia tecnica e un impatto roccioso venato da atmosfere che a tratti si fanno gloriosamente epiche.

Si respira aria old school nell’album o, quanto meno, la tradizione ha la sua importanza così come la voglia rabbiosa di suonare metal, fatto bene ma con pochi fronzoli e tanta sostanza.
Ed in effetti Forgiveness Sold Out è composto da nove schiaffi metallici, tra mid tempo potentissimi come la spettacolare Steel Pirates, brani che bombardano con una serie infinita di riff scolpiti nelle tavole della legge del metal e valorizzate da un cantante, Giovanni Svaluto, con la personalità di un veterano, potente, teatrale ed epico, in poche parole un guerriero metallico.
Lo accompagnano in questa avventura targata Full Leather Jackets, Ivan Tabacchi (chitarra), Giovanni Stefani (basso) e Matteo Panciera (batteria), formando un quartetto di devastatori di padiglioni auricolari a colpi di hard rock, heavy metal e thrash.
Il bello del sound forgiato dal quartetto sta nel mantenere i piedi ben saldi nel metal classico con i riferimenti che vanno dai Judas Priest agli Iron Maiden, dai Metallica (specialmente nella ballad No Way Out), senza rinunciare ad un tocco moderno, tradotto in groove da parte di una sezione ritmica solida come l’acciaio, che dà all’album quel pizzico di originalità che ne fa un gioiellino.
Russian Roulette, Murder In The First e White Robes concludono l’album con una ventina di minuti esaltanti che hanno nel thrash alla Testament della seconda l’apice distruttivo di Forgiveness Sould Out.
Se volete della musica che vi carichi prima di andare a procurar battaglia, quest’album dei Full Leather Jackets è sicuramente una potentissima botta d’adrenalina, provare per credere.

TRACKLIST
1.Purple Mud
2.Son of Morning Star
3.The Outcast
4.Steel Pirates
5.Mr Revenge
6.No Way Out
7.Russian Roulette
8.Murder in the First
9.White Robes

LINE-UP
Giovanni Svaluto – Guitar, Vocal
Ivan Tabacchi – Guitars
Giovanni Stefani – Bass
Matteo Panciera – Drums

FULL LEATHER JACKETS – Facebook

Davide Laugelli – Soundtrack of a Nightmare

L’esperimento di Davide Laugelli è senz’altro convincente, nonostante il bassista scenda su un terreno normalmente non battuto, a dimostrazione di una preparazione inattaccabile ed anche di una certa ispirazione, sfuggendo agli stucchevoli tecnicismi che spesso ammorbano gli album strumentali.

Davide Laugelli è un musicista dal curriculum  piuttosto ricco in ambito metal, facendo parte attualmente dei Disease Illusion e degli Heller Schein ed avendo ricoperto nel recente passato il ruolo di bassista on stage al servizio degli storici Electrocution, senza contare la passata militanza in altre band e svariate collaborazioni.

Soundtrack of a Nightmare esula formalmente da tutto questo, trattandosi di un primo esperimento di musica interamente strumentale eseguita utilizzando due bassi (uno tradizionale ed uno fretless, suonati ovviamente da Laugelli),  synth (a cura di Fausto De Bellis) e batteria (Michele Panepinto): l’intenzione del musicista bergamasco (ma da tempo di stanza a Bologna) è quello insito nel titolo dell’ep, ovvero la creazione di una sorta di colonna sonora per gli incubi che, sovente, rendono piuttosto agitate le notti di ognuno.
Anche se il lavoro mostra aspetti per lo più imprevedibili, non sorprende la prima traccia visto che la Johannes Brahms Op.49 n. 4 altro non è che la ninna nanna per antonomasia, rivista con un certo gusto e senza stravolgerne l’essenza; il breve intermezzo onirico La Nave di Pietra introduce una più movimentata A Night At Stonehenge, nella quale si apprezza il lavoro dei musicisti che si snoda su coordinate progressive anche se non nell’accezione più comune del genere.
Hell With You è un altro brano piuttosto breve, nel quale il basso di Laugelli si fa minaccioso ed ossessivo, mentre Climbing The Wrong Mountain, con il suo andamento potrebbe rievocare quelle affannose rincorse a cui la nostra mente ci costringe mentre il corpo solo apparentemente riposa: anche qui va segnalato un lavoro strumentale di prim’ordine, prima che il trillo di una sveglia ci sottragga all’incubo per riportarci alla realtà, non necessariamente più rassicurante di quella elaborata dalla psiche durante il sonno.
L’esperimento di Davide Laugelli è senz’altro convincente, nonostante il bassista scenda su un terreno normalmente non battuto, a dimostrazione di una preparazione inattaccabile ed anche di una certa ispirazione, sfuggendo agli stucchevoli tecnicismi che spesso ammorbano gli album strumentali, e riuscendo infine a tenere fede alla dichiarazione d’intenti contenuta nel titolo dell’ep, grazie ad un sound cangiante che alterna passaggi più nervosi ad altri più rarefatti e vicini all’ambient.
La breve durata ne aiuta senz’altro l’assimilazione, ma l’ascolto di Soundtrack of a Nightmare offre la ragionevole certezza che Davide sia in grado, in futuro, di replicare quanto fatto in quest’occasione anche su un eventuale lavoro su lunga distanza.

Tracklist:
1. Johannes Brahms Op. 49 n. 4 (insane version)
2. La nave di pietra
3. A night at Stonehenge
4. Hell with you
5. Climbing the wrong mountain

Line up:
Davide Laugelli: bass
Michele Panepinto: drums
Fausto de Bellis: synth

DAVIDE LAUGELLI – Facebook

The Mugshots – Something Weird

Un album che si rivela una continua sorpresa anche dopo ripetuti ascolti, un’esperienza musicale che ha tutti i crismi del lavoro di livello superiore, da avere e custodire gelosamente.

Come la creatura che il dottor Frankenstein assemblò con parti rubate a vari cadaveri, anche la musica dei The Mugshots del cantante Mickey Evil si può sicuramente considerare un mostro musicale, composto da svariati spunti stilistici solo in teoria lontani fra loro, ma perfettamente bilanciati e fatti convivere su questa che ha tutti i crismi dell’opera rock, il cui titolo è Something Weird.

Ed all’ascolto dell’album la mia mente ha immagina personaggi bizzarri, come in un luna park di creature da freak show, mentre il sound si trasforma, modellato dai vari generi che si scambiano o prendono il sopravvento ad ogni brano, formando (questa è la mia impressione) una colonna sonora per un horror show decadente.
I The Mugshots sono in giro da un po’ di anni, provengono da Brescia ed hanno creato qualcosa di unico, valorizzato da una lista di ospiti eccellenti come Matt Malley (Counting Crows,) Tony Dolan (Venom Inc., Atomkraft), Mike Browning (Nocturnus AD), Steve Sylvester (Death SS), Freddy Delirio (Death SS, H.A.R.E.M.), Martin Grice (Delirium), Manuel Merigo (In.Si.Dia), Ain Soph Aour (Necromass), Andrea Calzoni (Psycho Praxis) ed Enrico Ruggeri.
Prodotta da Freddie Delirio, la musica racchiusa in questo entusiasmante lavoro è qualcosa di unico, bizzarro (come ci ricorda il titolo), perfettamente incastonato in un contesto che, come detto, può essere definito opera rock.
Theatrical Rock Music è l’etichetta coniata per rappresentare al meglio un sound che ci delizia di glam rock, per volare in tutta fretta nello spazio in una jam tra Marc Bolan e gli Hawkwind, ed atterrare poi in un cimitero e tra le tombe trasformarsi in gothic, dark rock e steampunk; ovviamente non manca neppure una componente metal, quella classica e teatrale di Death SS e Alice Cooper, intrise di atmosfere horror da film di serie b, brividi in bianco e nero, da molti ormai dimenticati.
Gli ospiti sono quel tocco in più per rendere il tutto spettacolare nella sua attitudine underground, con addirittura Enrico Ruggeri che dà il suo apporto alla traccia gothic metal Sentymento.
Non c’è un solo brano che non sia pervaso da un approccio originale, teatrale e io aggiungerei da musical, specialmente nei brani dove la parte dark gotica lascia spazio al glam/space/punk /rock di The Circus e Rain, mentre la creatura musicale rappezzata da lunghe e profonde cicatrici che tengono insieme i pezzi si rivitalizza con scosse di elettrico rock/metal, piazzando una serie di brani capolavoro come I Am Eye, Scream Again e Pain, con le sue le melodie dark rock.
Un album che si rivela una continua sorpresa anche dopo ripetuti ascolti, un’esperienza musicale che ha tutti i crismi del lavoro di livello superiore, da avere e custodire gelosamente.

TRACKLIST
1.Introitus
2.The Circus
3.Rain
4.I Am an Eye (feat. Freddy Delirio)
5.An Embalmer’s Lullaby, Pt. 2 (feat. Andrea Calzoni)
6.Ophis
7.Sentymento (feat. Enrico Ruggeri)
8.Scream Again (feat. Steve Sylvester, Freddy Delirio, Ain Soph Aour)
9.Grey Obsession (feat. Matt Malley, Martin Grice, Mike Browning)
10.Dusk Patrol (feat. Tony Dolan)
11.Pain (feat. Manuel Merigo)
12.Ubique

LINE-UP
Mickey Evil – Vocals, Keyboards
Priest – Guitar
Gyorg II – Drums
EyeVan – Bass
Erik Stayn – keyboards

THE MUGSHOTS – Facebook

15 Freaks – Stuntman

Le intenzioni del gruppo sono quella di divertirsi e far divertire e con questi cinque brani che compongono Stuntman, la missione è compiuta.

Torna a proporci interessante musica hard rock la label portoghese Ethereal Sound Works con il quintetto dei 15 Freaks, autori di un hard & heavy sufficientemente trascinante per non passare inosservato se amate il rock dal taglio metallico.

Il vocione alla Blaze Bayley nel sound proposto ci sta che è un piacere, le ritmiche non disdegnano dosi di corroborante groove, tanto per rendere la proposta in linea con le nuove tendenze, il tutto al servizio di una manciata di canzoni che si fanno apprezzare, oneste, ben prodotte e con quell’animo stradaiolo che ne fanno un ascolto perfetto quando si accende il cuore pulsante del vostro bolide e vi volete scrollare di dosso le menate della noiosa vita di tutti i giorni.
La band di Sintra apre le danze con il brano che porta il nome del gruppo: uno, due e tre e veniamo sparati nel mondo dei 15 Freaks, con il rock’n’roll che fa da Caronte alla musica del gruppo che, quando dà gas viaggia a mille tra solos metallici e tanta attitudine, con Crazy Randy e Stallion a ribadire le intenzioni del gruppo, divertirsi e far divertire, mentre in un attimo le curve cominciano a farsi difficoltose, l’attenzione cresce e Stuntman irrompe, adrenalinica, assolutamente rock ‘n ‘ roll, tra Motorhead, Aerosmith ed irriverenti sfumature punk rock.
La conclusiva Time Flies è un hard rock discretamente trascinante, con una serie di buoni interventi chitarristici ed un chorus che riporta il sound sulle coordinate stilistiche del genere, mettendo la parola fine a questo primo sussulto del gruppo portoghese, che non si rivelerà l’ultima frontiera del rock, ma che sa come farci muovere i muscoli.

TRACKLIST
1.15 Freaks
2.Crazy Randy
3.Stallion
4.Stuntman
5.Time Flies

LINE-UP
Rui Abrantes – Bass
Carlos Matos – Drums
Alex Duarte – Vocals
Mário Figueira – Guitars
João Abrantes – Guitars

15 FREAKS – Facebook

The Mute Gods – Tardigrades Will Inherit The Earth

Da un trio di simile caratura non poteva certo scaturire un lavoro deludente dal punto di vista tecnico e va detto che, anche sotto l’aspetto compositivo, Tardigrades Will Inherit The Earth mostra a tratti un caratura di livello superiore alla media.

Seconda uscita nel giro di poco più di un anno per i The Mute Gods, trio composto da musicisti di spicco che rispondono al nome di Nick Beggs (voce, basso e chitarra)  e Roger King (tastiere), entrambi appartenenti alla cerchia di collaboratori del grande Steve Hackett, e Marco Minnemann (batteria) uno che non ha certo bisogno di presentazioni visto il suo curriculum chilometrico che spazia dal rock al metal.

L’estroso Beggs porta avanti a livello lirico il suo lodevole intento di sensibilizzazione degli ascoltatori riguardo alle problematiche ambientali e sociali che stanno portando il pianeta al collasso e, di conseguenza, tutti i suoi ospiti verso un’estinzione più rapida di quanto si possa pensare: il titolo dell’album ci ricorda, con un humour amaro e tipicamente britannico, come ad ereditare la Terra, di questo passo, saranno probabilmente i tardigradi, minuscoli invertebrati a otto zampe capaci di sopravvivere nelle condizioni più ostili per qualsiasi altra forma di vita.
Il rivestimento sonoro, invece, non può che essere costituito da un prog rock che spazia da quello più tradizionale e settantiano a quello più moderno, in stile Porcuipine Tree (non a caso Beggs e King hanno lavorato anche con Steve Wilson).
Chiaramente da un trio di simile caratura non poteva certo scaturire un lavoro deludente dal punto di vista tecnico e va detto che, anche sotto l’aspetto compositivo, Tardigrades Will Inherit The Earth mostra a tratti un caratura di livello superiore alla media.
A lungo andare, infatti, è possibile apprezzare le ottime linee melodiche offerte con la prevedibile perizia, oltre a familiarizzare con la voce di Nick, stranamente molto efficace sui toni medio altri ma piuttosto piatta ed impersonale su quelli più bassi.
La varietà stilistica è un altro punto di forza dell’album, in cui si passa da tracce più ritmate e robuste come la trascinante title track, Animal Army e The Dumbing Of The Stupid, agli umori decismente oscuri di We Can’t Carry On, fino alle più sudenti ed emotive Stranger Than Fiction, Early Warning, Window Onto The Sun e soptattutto la stupenda e prevalentemente acustica The Singing Fish Of Batticaloa, riguardo al cui testo Beggs ha dichiarato: “Ho scritto la canzone immaginando che questi pesci, con il loro canto, forse stanno cercando di comunicarci qualcosa riguardo al futuro e ci mettono in guardia sulla nostra fine imminente”.
Rispetto al precedente album viene meno la collaborazione dei diversi ospiti che avevano contribuito ad arricchirne per un verso il contenuto ma forse, per un altro, a deviare parzialmente l’attenzione dall’operato di questi tre ottimi musicisti i quali, pur senza aver dato alla luce un’opera epocale, ci regalano un qualcosa di ugualmente prezioso e meritevole d’attenzione, sia dal punto di vista lirico che musicale.

Tracklist:
1 Saltatio Mortis
2 Animal Army
3 We Can’t Carry On
4 The Dumbing Of The Stupid
5 Early Warning
6 Tardigrades Will Inherit The Earth
7 Window Onto The Sun
8 Lament
9 The Singing Fish Of Batticaloa
10 The Andromeda Strain
11 Stranger Than Fiction

Line-up:
Nick Beggs: string basses, guitars, Chapman Stick, programming, keyboards and vocals
Roger King: keyboards, programming, guitars, backing vocals, production and mastering
Marco Minnemann: drums, additional guitars

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