Fetid Zombie – Grotesque Creation

Ottimamente suonato e prodotto, ricco di ospiti, “Grotesque Creation” è il primo squillo in campo death metal in questi primi mesi del 2015.

Sotto il monicker Fetid Zombie agisce Mark Riddick, polistrumentista ed illustratore della scena death metal underground, in passato attivo con diverse altre band (Unearthed, Excrescent, Macabra, Umburied e Grave Wax).

Il musicista americano, molto conosciuto anche in Europa, inizia la sua avventura in veste di one man band nel 2007, con il full length “Pleasures Of The Scalpel” e, aiutato nei vari lavori da noti musicisti della scena, provenienti da band storiche come Rotting Christ, Varathron, Necromantia e Crucifier (tanto per citare le più conosciute), arriva al nuovo anno con il quinto album.
Molto varia e originale la sua proposta che, partendo da una base death metal old school, si arricchisce di spunti hard rock ed heavy metal senza perdere in durezza ed atmosfere estreme, rendendo oltremodo interessante l’ascolto di Grotesque Creation.
Anche in questo ultimo riuscito lavoro, Riddick viene accompagnato da un nugolo di personaggi della scena death/black: ogni brano vede avvicendarsi al microfono un nuovo vocalist e diversi musicisti forniscono il loro contributo con un assolo, un giro di tastiere o un riff.
L’atmosfera è oscura e pesante, il sound richiama spesso quello della scena sud europea: ottimi gli interventi di tastiera che ricordano i Necromantia del capolavoro “Crossing The Fiery Path” (1993) e notevoli le digressioni e le ritmiche chitarristiche che, in alcuni casi sono smaccatamente hard rock (Into The Unknown e la title track).
Il resto dell’album mantiene le atmosfere macabre del death più marcio, intervallate da ottime melodie tastieristiche dal piglio dark ed inserti di melanconiche chitarre acustiche. Grandiosa è Morbid Premonition, perversa, infernale, squarciata da un riff “svedese”, cadenzato ma tremendamente riuscito e, spettacolare risulta anche The Outstretched Hand Of Rotten Death, degna conclusione di un album estremamente godibile e dai mille spunti, ma nero come il buio di una bara chiusa su di noi.
Album da avere, come detto ricco di ospiti (Josh Fleischer dei Svierg, Necromayhem dei Rotting Christ, Reaper dei Crucified Mortals, EL dei Soulskinner, Necroabyssious dei Varathron e Magus dei Necromantia, tra gli altri) ed ottimamente prodotto e suonato: Grotesque Creation è il primo squillo in campo death metal di questi primi mesi del 2015.

Tracklist:
1. Entombed Existence
2. Into the Unkown
3. Grotesque Creation
4. Razor-Sharp Attack
5. The Way of Mortality
6. Utterance of Doom
7. Death’s Pallor
8. Morbid Premonition
9. The Outstretched Hand of Rotten Death

Line-up:
Mark Riddick – Vocals, Guitar, Bass, Drum Programming, Keyboards

FETID ZOMBIE – Facebook

Hierophant – Peste

Venti minuti nel segno della pestilenza, l’inferno sulla terra raccontato dagli Hierophant.

Dura solo una ventina di minuti Peste, ritorno sulle scene della band ravennate, ma sono venti minuti d’intensità estrema notevole, una bordata di metallo massiccio, urlante e assolutamente non convenzionale.

Gli Hierophant sono al terzo lavoro, i precedenti full length messi in archivio portano i titoli di “Hierophant”, omonimo debutto del 2010 e “Great Mother: Holy Monster” dello scorso anno.
Peste supera ogni aspettativa con questi dieci brani collegato tra loro, uno più rabbioso dell’altro e che formano un unico intenso monolite di metal estremo dove l’hardcore, il black, il death ed il punk uniscono le proprie forze per scaricarci addosso una valanga di potenza inaudita.
Un clima di delirio e sofferenza, raccontata dalla musica del gruppo che si avvale delle urla disumane di Carlo, cantore tra i fumi dei falò di cadaveri bruciati, sorretto dal basso colmo di groove di Giacomo che, con il drumming di Ben, compone una coppia ritmica da apocalisse.
Le chitarre sempre impostate su riff pesanti come macigni (Lollo e Steve) formano appunto con il basso un muro sonoro estremamente potente, l’atmosfera vera e non romanzata di un’apocalisse sulla terra, portata da un virus che, nei secoli passati, ha avvicinato con la sua devastazione la terra all’inferno.
Non un attimo di tregua e tanta violenza sonora, sommata alla varietà di stili che la band utilizza per creare il proprio sound, fanno di Peste un lavoro originale ed estremamente affascinante: una band ed un album fuori dagli schemi … notevoli.

Tracklist:
1. Inganno
2. Masochismo
3. Nostalgia
4. Sadismo
5. Apatia
6. Paranoia
7. Sottomissione
8. Alienazione
9. Egoismo
10. Inferno

Line-up:
Giacomo – Bass
Ben – Drums
Lollo – Guitars
Karl – Vocals
Steve – Guitar

HIEROPHANT – Facebook

Sepulchral Curse – A Birth In Death

“A Birth In Death” è una bella sorpresa per i fan del death metal old school.

Quindici minuti di devastante Death Metal, marcio, brutale e senza compromessi è quello che ci propongono i maligni Sepulchral Curse nel loro Ep d’esordio dal titolo A Birth Of Death.

La band dai natali finlandesi nasce nel 2013 ed arriva all’esordio con questi quattro brani di puro massacro sonoro, tra la tradizione scandinava ed il brutal, vomitandoci addosso scariche di metal estremo dall’impatto di un atomica.
Veloci come il vento e potenti come un panzer, la band di Turku ha il proprio punto di forza nell’ex Frostbitten Kingdom Jaakko Riihimäki alla sei corde, protagonista di una prova inumana sia nel riffing che nei solos di scuola old school.
I suoi degni compari non sono da meno e nelle buone Sepulchral Curse, Demonic Pestilence, Infernal Pyres e Torn To Shreds esce tutta la bravura di una sezione ritmica dirompente (Niilas Nissilä al basso e Tommi Illmanen alla batteria) e di un demonio dal growl brutale al microfono come Kari Kankaanpää.
Death metal old school si è detto, ed allora i richiami a Grave e Dismember sono palesi, così come il brutal di Autopsy e Cannibal Corpse racchiusi in questo girone infernale che è A Birth In Death.
Per i fan del genere una bella sorpresa, ora aspettiamo il full length.

Tracklist:
1. Sepulchral Curse
2. Demonic Pestilence
3. Infernal Pyres
4. Torn to Shreds

Line-up:
Niilas Nissilä – Bass
Tommi Ilmanen – Drums
Jaakko Riihimäki – Guitars
Kari Kankaanpää – Vocals

SEPULCHRAL CURSE – Facebook

Mechina – Acheron

Altro straordinario capolavoro di musica estrema targato Mechina.

Esattamente come lo scorso anno il primo di Gennaio si è riaperto lo Stargate e, dall’abisso spaziale in cui era stato esiliato, torna quel mostro apocalittico chiamato Mechina.

A un anno esatto dal capolavoro “Xenon” e pochi giorni dopo l’uscita del mio best of, dove il gruppo dell’illinois era presente come rappresentante della musica estrema moderna, Acheron, il nuovo straordinario lavoro, conferma ed aggiunge nuove sfumature al sound di questo gruppo immenso, andando oltre al suo predecessore ed aumentando il bombardamento sinfonico che è il protagonista assoluto del songwriting del gruppo.
Magniloquente, arabeggiante, fantascientifico, un incubo proveniente da un altro mondo, l’apocalisse palpabile in ogni secondo di questa monumentale sinfonia, terrorizza come solo la musica dei Mechina riesce a fare, toccando vette operistiche in un contesto death/industrial che fa della band un monumento alla musica estrema.
David Holch continua con il suo growl a rendere Mechina un mostro di brutale violenza, la sezione ritmica (Steve Amarantos al basso e David Gavin a devastare tamburi) non tradisce e continua la sua battaglia con ritmiche cyber fredde come lo spazio profondo; Joe Tiberi tra la sei corde ed il programming fa il bello e cattivo tempo ma, come da tradizione, è ancora una volta la parte sinfonica ad essere il vero motore del sound, tra cori orientaleggianti e monastici, vera colonna sonora della fine dell’universo conosciuto e l’inizio di un nuovo “tutto”.
Un opera di oltre un’ora che fa dei Mechina qualcosa di diverso da qualsiasi band estrema vi possa venire in mente: lo scorso anno scrivevo dei Fear Factory per raccontarvi Xenon, ma ormai è troppo tardi, o meglio, la loro musica è ormai troppo lontana da poterla schematizzare avvicinandola a qualsiasi altra band (Ode To The Forgotten Few / The Hyperion Threnody ne è l’esempio) entrando in un’aura di spettacolare magnificenza.
I Mechina sono tornati e questo straordinario Acheron non fa che renderli ancora più inavvicinabili, almeno per chi si raffronta con la musica estrema moderna; ancora con un’autoproduzione, non so se per scelta della band o per sordità incurabile da parte degli addetti ai lavori.
Devo far presto, lo Stargate sta per richiudersi ed io mi sono inevitabilmente perso …

Tracklist:
1. Proprioception
2. Earth-Born Axiom
3. Vanquisher
4. On the Wings of Nefeli
5. The Halcyon Purge
6. Lethean Waves
7. Ode to the Forgotten Few
8. The Hyperion Threnody
9. Adrasteia
10. Invictus Daedalus
11. The Future Must Be Met

Line-up:
Joe Tiberi – Guitars, Programming
David Holch – Vocals

MECHINA – Facebook

Mortual – Autumn Requiem

Ottimo esordio per i polacchi Mortual: black/death, gothic e dark al servizio di un’opera sognante e di non facile catalogazione.

Siamo ormai giunti alla fine di questo anno, l’inverno si sta prendendo il suo dovuto spazio nel ciclo continuo delle stagioni, i colori si spengono, ed il buio ci accompagna attraverso i mesi più freddi: una stagione perfetta, intrisa di atmosfere plumbee che invogliano ad ascoltare opere dai connotati melanconici, introspettivi, dark.

In nostro aiuto viene l’amato mondo metallico che, con i suoi svariati generi ha di che tenerci compagnia quando le giornate si fanno corte e la tristezza accompagna la voglia di fuggire dal mondo esterno, magari ascoltando opere sognanti e malinconiche come Autumn Requiem dei polacchi Mortual.
Lavoro ambizioso quello della band di Trzebenica, un concept incentrato sulla vita e le battaglie introspettive di un poeta e, per questo, molto drammatico, operistico, e sognante.
Tutto meno che monocorde, l’album musicalmente è composto da un’ottima commistione di vari generi, dai più estremi come il black/death nelle parti più drammatiche, al gothic/dark nei numerosi ed emozionanti passaggi dove i suoni rallentano per far sognare, con ottimi interventi classici mai pomposi.
Le atmosfere cangianti rendono questo lavoro di difficile catalogazione e i brani mediamente lunghi ne fanno un disco da assaporare lentamente, per far nostre tutte le varie sfaccettature che compongono un songwriting molto maturo per una band all’esordio.
Bellissimi gli innumerevoli interventi pianistici e l’uso delle voci, che passano dal growl al recitato fino all’ottima voce femminile (Marta Wolak), elegante, delicata ed ugualmente dai tratti dark.
Continui e ripetuti cambi di tempo, danno ad Autumn Requiem quel tocco prog che alza la qualità di un lavoro davvero bello, emozionante, almeno per chi, delle atmosfere di cui è pregno il lavoro, ne apprezza l’enorme potenziale poetico, ammantato di una malinconia che, a tratti, si fa tragica come i temi di cui il giovane ed immaginario poeta si fa cruccio (amore, morte, fede).
Più di un’ora di musica che è un viaggio nell’io del protagonista ma che potrebbe benissimo essere il nostro, almeno quello di chi ha la sensibilità di confrontarsi con argomenti troppe volte lasciati in sospeso per rincorrere la vita di tutti i giorni, lasciando la nostra vera essenza in balia dei mille problemi di una vita spesso fatta di una superficialità esasperante.
Tra i brani, magnifici risultano i sedici minuti di The Crucible: Prologue, Rainy Ballad e la lunghissima ed affascinante title-track; l’intero album si rivela comunque di assoluto livello ed i Mortual sono decisamente una band dalle potenzialità enormi, migliorabile forse nelle parti più tirate, ma perfetta in quelle atmosferiche.
Fatevi un favore, ascoltateli.

Tracklist:
1. Lisa’s Memory
2. Anhedonia
3. My Apocalypse
4. The Crucible: Prologue
5. Rainy Ballad
6. Lullaby of the Damned
7. Lethargy
8. Autumn Requiem

Line-up:
Michal Zuk – Drums, Tambourine, Glasses, Seashells (Track 4;  Scene III, Tracks 6,8)
Wojtek Michalowski – Vocals, Keyboards
Piotrek Bocian – Guitars, Bass
Czarek Michalkiewicz – Guitars
Marta Wolak-Female – Vocals

MORTUAL – Facebook

Soman – World On Fire

“World On Fire” è il racconto di un mondo che sta bruciando, la morte di una civiltà che è solo supposta tale e di un pianeta condannato alla fine dal nostro disgraziato vivere.

Brutalità death in arrivo da Genova, con questo grande album di debutto: i Soman sono dei giovani ragazzi attivi come gruppo dal 2011, con tanta voglia di fare death metal.

I vecchi saggi della Buil2Kill li hanno prontamente messi sotto contratto ed ecco uscire World On Fire; diciamo che il disco è la colonna sonora di una devastazione su scala planetaria neanche troppo futura.
I riferimenti sono certamente ai grandi nomi della scena, Carcass, Misery Index e una spruzzata di Black Dahlia Murder, ma i Soman sono un gruppo che fin dalle prime battute riesce ad imprimersi molto bene nella testa dell’ascoltatore.
Infatti, da tempo non mi capitava di sentire una band death così potente ed originale; intendiamoci, nel death metal difficilmente si inventa qualcosa, ma questi ragazzi genovesi lo fanno in una maniera in stile “Miasma” dei Black Dahlia Murder, ovvero giovinezza, freschezza ed un talento innato che li porta direttamente al livello di gruppi ben più blasonati. World On Fire è il racconto di un mondo che sta bruciando, la morte di una civiltà che è solo supposta tale e di un pianeta condannato alla fine dal nostro disgraziato vivere.
Se tale è l’inizio, i Soman sono un gruppo dal futuro molto luminoso, ma basta il questo presente con  World On Fire.
Risparmiatevi l’ultimo degli Obituary e spendete qualche euro per il futuro del metal, comprando questo disco, album dell’anno death metal, senza se e senza ma.

Tracklist:
1 Genesis
2 Symphony Of War
3 World On Fire
4 Doomsday
5 Fatman
6 Fallout
7 Matrioska
8 Meatgrinder
9 Skullcup
10 Demon’s Coffin
11 The Last Exhalation

Line-up:
Stefano Rodano – Voce
Pietro Giovani – Chitarra
Luca Ansevini – Chitarra
Maurizio Caviglia – Batteria
Mattia Merlo – Basso

SOMAN – Facebook

Sickness – Plague

Compilation a cura della Delusions of Grandeur contenente l’intera produzione dei deathsters americani Sickness.

Plague rappresenta un piccolo framento di storia del death metal statunitense: i floridiani Sickness, infatti, pubblicarono tre lavori tra il 1994 ed il 1997, ovvero il demo “Torture Of Existence”, il full-length “Ornaments Of Mutilation” e l’ultimo vagito prima del scioglimento, un altro demo intitolato semplicemente “Promo 97”.

La Delusions Of Grandeur immette sul mercato, a distanza di diciassette anni, questa compilation che raccoglie praticamente tutto ciò che la band ha prodotto nei tre anni di attività, un buon modo per conoscere una realtà “minore” a livello di popolarità, ma certo non come qualità del prodotto.
Infatti il gruppo, armato di tutto punto, spaccava alla grande, il suo death metal ai confini con il brutal, prendeva spunto sia dalle band madri del genere (Obituary) sia da quelle più brutal-grind (Brutal Truth), offrendo un crescendo di devastante metal estremo senza soluzione di continuità.
Eric Dillon e Gus Rios, rispettivamente basso e batteria, formavano una sezione ritmica dedita al massacro totale, la coppia d’asce formata da Hector Rios e Sergio Cesario, costruiva un wall of sound di riff e solos sempre al limite, mentre Kyle Symons, con un passato nei seminali Malevolent Creation, così come il batterista, cantava di torture e necrofilia in pieno stile Cannibal Corpse.
Una ventina di tracce ci fanno capire di cosa erano capaci, in termini di violenza sonora, le band di quei gloriosi anni, che comunque tenevano sempre d’occhio la musicalità dei brani, molti dei quali davvero notevoli.
I brani provenienti da “Ornaments Of Mutilation” erano eccezionali ed andavano a comporre un album di grande levatura, a suo modo un piccolo gioiello di metal estremo che, grazie a questa operazione, non è finito perso nell’oblio dei meandri dell’underground.
Ottima scelta, dunque, questa compilation della Delusions Of Grandeur, e una buona occasione per conoscere una band vissuta all’ombra dei grandi gruppi della famigerata Bay Area, ma assolutamente in grado di competere con le band più famose.
Un disco consigliato anche agli appassionati più giovani per riscoprire una band di quell’epoca storica, con la speranza che questa compilation possa costituire anche lo spunto per una reunion.

Tracklist:
1. Murder King
2. Plague
3. Yes I Killed Her
4. Controlled With a Knife
5. No Means Yes
6. Domestic Entrallment
7. Food for Worm
8. Union of the Sick
9. Your Time Has Come
10. Anatomy of Murder (Rerecorded Version)
11. I Am Christ (Rerecorded Version)
12. Anatomy of Murder
13. Cold Bitch
14. Necrosick
15. Burn the Soul
16. Putrid Incest
17. Postmortal Ceremony
18. Deceased
19. I Am Christ

Line-up:
Eric Dillon – Bass
Gus Rios – Drums
Hector Rios – Guitars
Sergio Cesario – Guitars
Kyle Symons – Vocals

D.A.M – The Awakening

Dopo l’ottimo Ep “Phantasmagoria”, a distanza di pochi mesi ancora un centro pieno per i D.A.M

Tornano, a pochi mesi di distanza dal bellissimo ep “Phantasmagoria” i symphonic/power metallers D.A.M di Guilherme De Alvarenga: la band di Belo Horizonte, autrice di un ottimo full-length di debutto (“Tales Of The Mad King”) lo scorso anno, brucia le tappe, qualitativamente parlando, andando a confermare quanto di buono aveva fatto sentire nell’Ep, continuando la crescita esponenziale di un songwriting che, ad oggi, risulta una garanzia; i suoni classici, amalgamati con sapienza dalla band con grandiose parti di death metal melodico contornanti di parti sinfoniche e power, avvicinano il gruppo alle band scandinave.

Ci ritroviamo così, in poco tempo, davanti ad un gruppo maturo, che regala canzoni dal potenziale enorme, suonate divinamente da un terzetto di ottimi musicisti, e supera di gran lunga molte delle più conosciute band europee.
Certo, stiamo parlando di una band brasiliana, ed allora è utile ricordare che, nel paese verdeoro, è forte la tradizione metallica, non solo per il successo delle band più conosciute (Sepultura, Angra), ma anche per un underground più vivo che mai, di cui i D.A.M sono diventati ormai una delle band di punta.
The Awakening si sviluppa su più di un’ora di metallo incandescente: i brani, tutti bellissimi, portano in sé una minor foga rispetto a “Pahntasmagoria”, che era incentrato su songs velocissime, mentre su quest’album la band lavora di fino, gli interventi delle vocals pulite sono più presenti ed il tutto risulta più rivolto al power piuttosto che al death melodico.
Non mancano comunque devastanti parti nelle quali il trio dà battaglia (la title-track), ma l’impronta di The Awakening è più classica e a mio parere piacerà non poco anche ai fan dei suoni heavy/power.
Guilherme De Alvarenga continua a dare spettacolo con i tasti d’avorio, in un turbinio di scale suonate alla velocità della luce, oppure regalando melodicissime parti dove la vena sinfonica del gruppo, questa volta, esce allo scoperto ancora più magniloquente, aiutato come sempre dall’ottimo Edu Megale, prezioso compare e chitarrista dal gusto melodico straordinario, dal tocco elegante ma grintoso e potente quando, insieme al basso di Caio Campos, decidono di aggredirci con debordanti parti ritmiche.
Prodotto da De Alvarenga in collaborazione con David Fau, The Awakening non tradisce le attese, il metal del gruppo è quanto di più esaltante e spettacolare possiate trovare in giro oggi, i richiami alle band scandinave come i primi In Flames e Children Of Bodom sono sempre presenti, così come ai gruppi più classici (Stratovarius), andando questa volta anche a prendersi a spallate con i Rhapsody più oscuri e regalando perle come Nightmare (T.M.S pt II), con l’intervento della voce di Jessica Delazare, Reborn From The Shadows, Violated Angel e la conclusiva, grandiosa, Thelema, brano che raggiunge l’apoteosi metallica regalando un finale di lavoro entusiasmante che conferma i D.A.M come una delle più convincenti realtà dedite al genere.
Notizie fresche dal gruppo: è in programma un tour in Giappone, il che dovrebbe dare al gruppo la meritata visibilità in una terra storicamente sensibile ai suoni metallici, sperando che presto possano sbarcare anche nel vecchio continente. Boa sorte …

Tracklist:
1.From The Ashes(T.J.O.T.F)
2.The Great Work(Magnum Opus PT 1)
3.Reborn From The Shadows
4.Lies
5.The Breaking Point(T.M.S PT IV)
6.Illusions
7.The Awakening
8.Violated Angel
9.Nightmare(T.M.S PTII)
10.Separation
11.Alone
12.Thelema

Line-up:
Guilherme De Alvarenga – Vocals, Keyboards, Synths
Edu Megale – Guitars
Caio Campos – Bass

D.A.M – Facebook

Cropsy Maniac – Sheer Terror

Ep di buon grind/death da parte degli statunitensi Cropsy Maniac.

Sembra di essere tornati indietro di vent’anni: fortunatamente il metal estremo old school, grazie all’underground, sta tornando a mietere vittime come ai bei tempi (primi anni novanta) ed in tutto il mondo nascono band dedite ai suoni che, all’epoca, fecero sfracelli.

Copertina splatter, sound devastante e tanta attitudine sono le armi messe in campo dagli statunitensi Cropsy Maniac, all’esordio con questo Ep di cinque brani, cortissimo ma che ci dice molto sulla band del Kentucky: all’insegna di un grind dall’impatto massacrante, che tiene più di un piede nel death metal old school, questo lavoro piace per la capacità della band di estremizzare il genere senza sconfinare nel grindcore, mantenendo le coordinate stilistiche dei vecchi Terrorizer. Grande è il lavoro delle chitarre, che hanno un tocco europeo molto apprezzabile (Creepy Things), investendo di riff l’ascoltatore torturato dai due axeman Kevin Herr e Aaron Whitsell.
Buon lavoro della sezione ritmica (Travis Ruvo alle pelli e lo stesso Whitsell al basso) e vocals brutali che vomitano testi gore e splatter come se piovesse (Kevin Reece).
Tra i brani spicca la conclusiva Dawn In The Rotting Paradise, cover degli storici Haemorrhage.
Nove minuti sono pochini, ma la band americana dimostra di saperci fare: essendo di formazione recente (2013), i Cropsy Maniac hanno sicuramente i numeri per far bene anche sulla lunga distanza.

Tracklist:
1. Cirque Du Absurd
2. Creepy Things
3. Shear Terror
4. I Strangled Mine
5. Dawn in the Rotting Paradise (Haemorrhage cover)

Line-up:
Travis Ruvo – Drums
Kevin Herr – Guitars
Aaron Whitsell – Guitars, Bass
Kevin Reece – Vocals, Lyrics

CROPSY MANIAC – Facebook

Revel In Flesh – Death Kult Legions

Uno dei capolavori old school death metal dell’anno.

Uno dei dischi dell’anno in campo old school death metal è questo mastodontico lavoro dei tedeschi Revel In Flesh che rappresenta, insieme a “The Crawling Chaos” dei Puteraeon, licenziato anch’esso dalla Cyclone Empire, un manifesto di quello che era ed è fortunatamente ancora oggi il death metal scandinavo.

Prodotto agli Unisound studios da sua altezza Dan Swanö, Death Kult Legions è quanto di meglio potete trovare se amate il metal estremo dei primi anni novanta, proveniente dalle terre del nord Europa, una lava death metal che vi travolgerà nel suo essere devota al miglior sound nato negli ultimi venticinque anni.
La band, nata nel 2011, ha all’attivo due full lenght(“Deathevokation” del 2012 e “Manifested Darkness” del 2013) più una marea di split (ben quattro in questo 2014); il terzo ed ultimo lavoro sulla lunga distanza è una botta notevole, un album sacrificato sull’altare del death metal con tutti i crismi per essere considerato nel suo piccolo un cult.
Grandiose parti chitarristiche in pieno stile Edge Of Sanity (era “The Spectral Sorrows”) saldano le cuffie alle orecchie, rallentamenti e accelerazioni, tra Dismember e Hipocrisy, sconvolgono ed esaltano in egual misura; i brani elargiscono cattiveria, ma anche fantastiche melodie nei solos e frenate doom come solo gli autori di “Purgatory Afterglow” e “The Fourth Dimension” sapevano regalare e, quando decidono di inserire la quarta e scappare via (Hurt Locker), riescono ad elargire un furioso spettacolo estremo.
Il riff di Cryptcrawler è uno dei più belli sentiti da anni nel genere, colonna portante di una song capolavoro, così come l’enorme When Glory Turns To Ruin, mentre le campane sabbatiane che aprono la cattivissima Graveyard Procession sono puro delirio metallico.
Musicisti che sanno come far male, tutti sul pezzo, compreso il cavernoso e terribile growl di Haubersson, simile ma con due note sotto all’ex leader dei ‘Sanity, un lotto di canzoni fantastiche, ed una copertina epocale, rendono questo lavoro imperdibile; certo, qui si parla di old school ed allora non troverete il minimo accenno di modernità, ma se volete godere per cinquanta minuti di quello che è il re dei generi estremi non rimarrete delusi da Death Kult Legions.

Tracklist:
1. In the Name of the Flesh
2. When Glory Turns to Ruin
3. Black Oath Impurity
4. Graveyard Procession
5. Deathkult Legions
6. Frozen Majesty
7. Hurt Locker
8. Cryptcrawler
9. As Souls Descend
10. Leviathan
11. Necropolis

Line-up:
Gotzberg – Bass
Vogtsson – Drums
Herrmannsgard – Guitars
Maggesson – Drums, Guitars (lead)
Haubersson – Guitars, Bass, Vocals

REVEL IN FLESH – Facebook

Paganizer – 20 Years In A Terminal Grip

Mastodontica raccolta per gli svedesi Paganizer, opera consigliata a tutti i fan del death metal old school.

Monumentale opera firmata Paganizer per festeggiare al meglio i vent’anni di attività: 20 Years Of A Terminal Grip è una raccolta imperdibile per tutti i fan del death metal old school.

Con otto full-length all’attivo (il primo, “Deadbanger”, datato 1998) ed una miriade di Ep e split album, la band di Rogga Johansson, musicista instancabile, ideatore e protagonista di altri progetti sempre all’insegna del metal estremo, raccoglie vent’anni di musica in questo doppio cd, licenziato dalla Cyclone Empire, a ripercorrere una carriera all’insegna di quel death old school di matrice scandinava, dalle tematiche gore, influenzato da Entombed, Dismember e Grave (ovvero, il gotha del death nordeuropeo), senza compromessi e dall’impatto devastante. Più di altre operazioni analoghe effettuate da parte di band magari più note, questa raccolta risulta un ottimo modo per entrare ancora di più nel mondo di questo genere: i Paganizer, pur essendo una band di secondo piano sotto l’aspetto commerciale, hanno scritto invece pagine importanti a livello qualitativo, e la loro discografia dimostra che, sotto la spinta del suo leader, personaggio dall’attitudine e dalla passione fuori dal comune, si possono ottenere buoni risultati senza necessariamente snaturarsi. Il formato proposto per la raccolta è un doppio cd, il secondo dei quali decisamente stuzzicante in quanto presenta rarità, versioni demo e brani mai editi, per un lavoro di recupero di un pezzo di storia del death metal scandinavo assolutamente da avere. I Paganizer oggi, assieme al buon Rogga alla sei corde ed al microfono, vedono in line-up Dennis Blomberg alla chitarra solista, Matthias Fiebig alle pelli e Martin Klasén al basso; la copertina del lavoro ad opera di Daniel “Devilish” Johnson è quanto di più brutale ed old school si possa trovare, un’autentica chicca per gli amanti degli artwork a sfondo horror, a completare questo tributo, non solo ad una band, ma a tutto il death metal classico.

Track list:
Disc 1
1. Nailed Forever
2. Bleed Unto Me
3. Among the Unknowing Dead
4. Scandinavian Warmachine
5. Even in Hell
6. You Call It Deviance
7. Frontier Cthulhu
8. Life Slips Away
9. Meateater
10. Colder
11. Just Here Rotting
12. Landscapes Made of Human Skin
13. Crusader
14. On Your Knees
15. The Cadaverous
16. Beyond Redemption
17. Mass of Parasites
18. No Divine Rapture
19. Their Skin Suits Me

Disc 2
1. Natures Bleeding
2. Religious Cancer
3. Viking Hammer
4. Blood on the Axe
5. Ode to the Horde
6. The Cyclone Empire
7. This Place Is Rot
8. Gasmask Obsession
9. Abortion Van
10. Hell Is Already Here
11. Massdeath Maniac
12. Army of Maggots
13. Flesh Collector
14. The Morbidly Obscene
15. The Festering of Sores
16. The Return of Horror
17. Born to Be Buried Alive
18. Carbonized Resurrection
19. Flesh Nest
20. Vaken Mardröm
21. Nothing Really Matters
22. This Place of Dying
23. Morbid Warfare
24. Grinded and Exiled V 1.0
25. Fleshnaut V 1.0
26. Buried Alive
27. NY Ripper

Line-up:
Rogga Johansson – Vocals, Guitars
Matthias Fiebig – Drums
Dennis Blomberg – Bass
Martin Klasén – Bass

PAGANIZER – Facebook

Putrid Offal – Suffering

Un assaggio di quello che sarà il ritorno sulle scene degli storici grindsters francesi Putrid Offal.

In attesa dell’imminente full-length che vedrà la luce nel prossimo anno, la Kaotoxin immette sul mercato il nuovo singolo degli storici grindsters francesi Putrid Offal.

Nata nel lontano 1991, la band sfornò, fino alla metà degli anni novanta, lavori con buona continuità e dopo un demo d’esordio e una manciata di split si fermò, per tornare dopo vent’anni più forte di prima con questo singolo. Siamo davanti ad una band eccellente per impatto e violenza, i due brani inseriti in questo lavoro (Suffering in ben tre versioni e Livor Mortis) descrivono un gruppo compatto, che non ha nulla da invidiare alle band più conosciute del genere proposto: velocità inumana, devastazione, ritmiche mozzafiato e due voci (growl e scream) che letteralmente inchiodano l’ascoltatore, travolto da un wall of sound pari ad un vento atomico. Franck Peiffer (chitarra e voce) e Frèdèrick Houriez (basso) sono accompagnati nella nuova avventura da Philippe Reinhalter (chitarra) e la band gira a mille, lasciando esterrefatti. Come già accennato, i Putrid Offal sono pronti per uscire con il debutto su lunga distanza nel prossimo anno: il titolo sarà “Mature Necropsy” e, da quanto ascoltato in questo singolo, ne vedremo e sentiremo delle belle, state sintonizzati.

Tracklist:
1.Suffering(2014 version, taken from the full lenght Mature Necropsy).
2.Suffering(2014 demo version)
3.Suffering(1991 demo version)
4.Livor Mortis

Line-up:
Franck Peiffer – guitars & vocals
Philippe Reinhalter – guitars
Frédéric Houriez – bass & vocals

PUTRID OFFAL – Facebook

Right To The Void – Light Of The Fallen Gods

Ottimo melodic death metal con questo secondo album dei francesi Right To The Void

Imperterrito al trascorrere del tempo, specialmente in ambito underground, il death metal melodico continua a partorire band di ottime potenzialità, non solo rivolte a quello più moderno violentato da ritmiche core, tanto caro ai giovani fan di questi tempi, ma anche al più vecchio e mai domo scandinavian melodic death dei primi anni novanta, che dall’underground ha acquistato nuova linfa non potendo più contare sulle band che lo resero popolare allora, ammaliate dai dollari statunitensi e in gran parte sbiadite parodie di se stesse.

I Right To The Void, gruppo francese al secondo full-length, licenziato in questi giorni per la sempre più imprescindibile WormHoleDeath, la lezione l’hanno imparata eccome ed il loro nuovo album risulta un ottimo esempio di come si possa, seguendo sentieri già tracciati, risultare ugualmente convincenti sotto ogni punto di vista. La band esordisce con un demo nel 2010 per poi approdare nel 2013 al primo album (“Kingdom Of Vanity”), sempre per la label italiana, acquisendo nel contempo una buona esperienza live dividendo il palco con band del calibro di Napalm Death ed Immolation, esperienze che forgiano i musicisti transalpini, qui in ottima forma e più compatti che mai. Light Of The Fallen Gods si rivela così un gran lavoro di genere, sempre in bilico tra soluzioni od school e melodic-death impreziosite dall’ottimo lavoro delle chitarre, che alternano bordate estreme a solos melodici di ottima fattura(Paul e Gauthier). Una sezione ritmica di grande impatto (Hugo alle pelli e Romain al basso) ed un vocalist (Guillame) sugli scudi per tutto il lavoro, bravissimo sia nel classico growl che nell’uso dello scream dai rimandi black, molto usato nel genere ma poche volte così convincente, fanno sì che la decina di brani proposti lascino il segno; il gruppo non dà tregua e l’album, fin dall’opener Swallow’s Flight parte a mille per non fermarsi più, regalando botte di metallo estremo, cavalcate elettriche devastanti che, a tratti, lambiscono atmosfere di epicità oscura dalla notevole resa. Siamo al cospetto degli Dei, come recita il titolo, ed allora tra cielo e terra infuria la battaglia, feroce, senza esclusione di colpi, dove anche l’ascoltatore vacilla sotto il bombardamento di canzoni come le velocissime Death Circles, Fate Of Betrayal, Through The Grave e, mentre i due eserciti se le danno di santa ragione, riprendiamo fiato con la prima parte strumentale della stupenda The One Who Shoulder’s The Light. Con una produzione al top e una copertina che trasuda epicità nordica, questo lavoro potrebbe piacere non poco ai seguaci di Amon Amarth e compagnia vichinga, pur non essendo comunque un prodotto viking “tout court” ma tenendo ben saldo il cordone che lega la band al melodic death; etichette a parte, un album da ascoltare e far vostro. Promossi a pieni voti.

Tracklist:
1. Swallow’s Flight
2. Death Circles
3. Fate of Betrayal
4. The Sun of the Living Ones
5. Throught the Grave
6. The One Who Shoulders the Light (Part I)
7. The One Who Shoulders the Light (Part II)
8. Majesty’s Doors
9. Origins of a New World
10. This Is Our Time

Line-up:
Fabien – Bass
Hugo – Drums
Paul – Guitars
Gauthier – Guitars
Guillaume – Vocals

RIGHT TO THE VOID – Facebook

Circle Of Indifference- Shadows Of Light

Spettacolare esordio dei Circle Of Indifference con questo magnifico “Shadows of Light”.

Altro lavoro che se non arriva a sfiorare il capolavoro ci va tremendamente vicino.

I Circle Of Indifference sono la creatura del polistrumentista Dagfinn Øvstrud, nata lo scorso anno come one man band anche se il musicista svedese è aiutato nella lavorazione del disco da un manipolo di ottimi specialisti della scena estrema. Shadows Of Light ne è il clamoroso debutto che, insieme allo stupendo “Nightmare Years” dei Maahlas, mi ha completamente rapito tanto è il talento estremo che esce dalle composizioni di questo lavoro, all’insegna di un death metal melodico all’ennesima potenza; il tutto viene supportato da un songwriting straordinario che, senza finire troppo nell’abusato calderone del prog/death alla Opeth, stupisce per tecnica compositiva pregno com’è di canzoni che definire esaltanti è un eufemismo. Niente di nuovo, affermerà qualcuno, vero, ma qui siamo davanti ad un album talmente perfetto, così ben costruito che è impossibile non rimanerne affascinati: cavalcate elettriche accompagnano digressioni elettroniche, tutto il metal scandinavo passa per i solchi di questa straordinaria opera, in cui una produzione bombastica non è altro che la ciliegina su una torta che non riuscirete più a fare ameno di divorare. Edge Of Sanity e la loro guida Dan Swanö sono i riferimenti più logici per le soluzioni adottate in questo lavoro, senza dimenticare anche i Pain di Peter Tagtgren nelle parti elettroniche, e ho detto tutto … Aggiungete un innato senso melodico che, anche nelle parti più violente rende i brani uno più bello dell’altro, ed ecco che il grande disco è servito su un piatto d’argento dallo chef svedese, che lascia all’enorme vocalist Brandon Leigh Polaris il compito di accompagnarci per tutta la durata dell’album con il suo growls spettacolare. Tutto è perfetto, non c’è una nota fuori posto in Shadows Of Light, e la musica vi travolgerà senza darvi tempo per riprendervi tra un brano e l’altro, devastati da cotanto talento al sevizio di un metal debordante. Dove poi entra in gioco una female vocals (Darkness) i Circle Of Indifference sverniciano e mettono in fila tutte le symphonic metal band del pianeta, senza dimenticare di dare una ripassatina al metallo epico che qui diventa furiosa musica guerresca, sprizzante eroicità da tutti i pori (Another Day In Paradise). Siamo di fronte ad un album che, non fosse per l’assoluta cecità del mainstreem e di molti addetti ai lavori, farebbe il pieno nelle classifiche di fine anno in ambito estremo. Se il buon Dagfinn Øvstrud si accontenta, di sicuro non mancherà nella nostra …

Tracklist:
1. Despair (Intro)
2. A Child but Not
3. Walk with Me
4. Alone
5. Shadows of Light
6. Evil
7. This Is Not the End
8. Darkness
9. Another Day in Paradise
10. Abyss
11. Push
12. Shadows of Light (Aybars Remix)
13. Hope (Outro)

Line-up:
Dagfinn Øvstrud – All instruments, Lyrics

Guests:
Brandon L. Polaris – Vocals
Tyler Teeple – Guitars (lead)
Nikky Money – Vocals (on track 8)
Aybars Altay – Additional Instruments of Aybars Remix

CIRCLE OF INDIFFERENCE – Facebook

Black Therapy – The Final Outcome

I romani Black Therapy sfornano un Ep clamoroso a base di melodic death metal

Scandinavian melodic death metal: quante realtà , quante band, in tutto il mondo, si avvicinano al genere che più di ogni altro, dalla metà degli anni novanta, ha donato popolarità al metal estremo? Una marea.

Ma quante di queste possono vantarsi d’essere legittimamente eredi a livello di qualità, delle band che di questo genere hanno fatto la storia? Poche.
E se, senza andare a cercare troppo in là, una di queste fosse proprio qui in Italia?
Arrivati al terzo lavoro dopo un demo, “Through This Path” del 2010, ed il full-lenght “Symptoms Of A Common Sickness” dello scorso anno, i romani Black Therapy licenziano questi stupefacenti quattro brani, racchiusi nell’ep The Final Outcome, uno scrigno contenente quattro brani da antologia, esaltanti, devastanti, ultramelodici, ottimamente prodotti e, ovviamente, dal tiro pazzesco.
Mad World è una delle più belle canzoni sentite ultimamente nel genere (cover di un brano presente nella colonna sonora del film “Donnie Darko”), brano spettacolare nel quale un giro di piano ultramelodico accompagna la band sul podio del genere, collocandosi molto vicino ai Dark Tranquillity di “Projector”.
Seguono la pianistica ed emozionante Sunset Of The Truth e l’accoppiata Black Crow / The Final Outcome che manda in visibilio l’ascoltatore di turno grazie alla prova straordinaria della band, che esibisce grandi ritmiche, solos melodici, doppie vocals ad alternare growls alla Stanne e scream, il tutto impregnato di una vena oscura tale da far impallidire la band scandinava.
Quindici minuti di melodic death metal semplicemente perfetto che, se dovessero essere confermati con il prossimo full-length, potrebbero portare la band a raggiungere vette fino a ieri considerate irraggiungibili.

Track list:
1. The Final Outcome
2. Black Crow
3. Mad World
4. Sunset of the Truth

Line-up:
Luca Soldati – Drums
Daniele Rizzo -Guitars
Lorenzo “Kallo” Carlini – Guitars
Giuseppe Massimiliano Di Giorgio – Vocals
Marco Cattaneo – Bass

BLACK THERAPY – Facebook

Horrified – Descent Into Putridity

Esordio all’insegna del death metal old school per gli Horrified.

Esordio sulla lunga distanza per questo combo proveniente dal regno unito, devoto al death metal old school.

Gli Horrified sono una giovane band di Newcastle formatasi appena due anni fa, con all’attivo un demo dello scorso anno intitolato “Carcinogenic Feasting”; la firma con Memento Mori li porta a raggiungere il traguardo del primo full-length, un concentrato di death metal old school debitore della scena scandinava a cavallo fra gli anni ottanta e novanta. Parliamo degli albori della scena, ed infatti Descent Into Putidrity sembra proprio uscire da una cassetta demo di quei gloriosi anni, quando anche le maggiori band del genere muovevano i primi passi e gettavano le basi per uno dei più importanti generi della musica estrema. La band si muove bene tra teschi, cimiteri e putridume vario, lasciato dai cadaveri decomposti: ci sono, tra i trenta minuti di questo massacro, dei buoni spunti (Narcolepsy, Tomb Of Rebirth), il gruppo spara sette bordate estreme tutte grinta e velocità, purtroppo la produzione rimane legata agli standard di quegli anni, la batteria risente di un suono un po’ troppo piatto ed il resto risulta ovattato. Forse non siamo più abituati ad ascoltare lavori del genere, ormai abituati ad uscite iperprodotte anche nel death old school, rimane quel senso di nostalgia (per chi ha qualche capello bianco in testa) per anni che non torneranno più, quando per supportare la scena underground si premevano contemporaneamente i pulsanti start e rec per duplicare cassette su cassette. Descent Into Putridity è un prodotto che, sostanzialmente, potrà attrarre soprattutto gli estimatori dei primissimi vagiti di Entombed, Dismember ed Unleashed.

Tracklist:
1. Tomb of Rebirth
2. Narcolepsy
3. Mortally Deceased
4. Descent Into Putridity
5. Buried Among Putrified Flesh
6. Veil of Souls
7. Repugnant Degeneration

Line-up:
Matthew Henderson – Drums
Daniel Alderson – Guitars (lead) Vocals
Dan H – Bass
Ross Oliver – Guitars (lead)

HORRIFIED – Facebook

The Furor – Impending Revelation

Quarto album a base di bombardamenti death/black/thrash da parte del progetto solista dell’australiano Disaster.

Attivo dal 2002, questo progetto del polistrumentista australiano Disaster (vero nome Louis Rando,  conosciuto anche come drummer degli Impiety), continua a martellare arrivando con Impending Revelation al quarto album, niente male per un musicista che con il monicker The Furor, dal 2004, anno di uscita del debutto “Invert Absolute”, mantiene con coerenza le coordinate stilistiche di un black/death devastante.

“Advance Australia Warfare” del 2005, “Assault By Fire”, Ep del 2008, “War Upon Worship del 2011 e l’altro Ep “Sermon of Slaughter” di due anni fa completano la discografia precedente di questo demonio dalle mille risorse.
Niente di inascoltato, ci mancherebbe, ma il nuovo disco in quanto ad impatto non ha nulla da invidiare a nessuno, travolgendo l’ascoltatore dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità, rivelandosi un monumento al death/black con l’aggiunta di mitragliate thrash che spazzano via con inumana violenza tutto ciò che gravita attorno.
Davvero bravo il musicista di Perth con tutti gli strumenti, ma ovviamente in particolare alle pelli, dove risulta una macchina da guerra spaventosamente efficace; molto valido anche lo scream da vocalist di vaglia, assolutamente sul pezzo ad ogni passaggio vomitando odio apocalittico e disprezzo verso tutto e tutti.
Le influenze maggiori vanno ricercate nei primi Slayer, Destruction e nelle band old school dei generi estremi come Deicide e Darkthrone, per una miscela esplosiva di suoni estremi dall’impatto immane, foriera di distruzione e di guerra totale.
Per gli amanti delle band sopra indicate il disco è assolutamente consigliato, unico neo il songwriting che, alla lunga, risulta monocorde: si astenga dunque chi non è amante di queste sonorità, anche se brani spaccaossa come Inferno Fortification, Seven Trumpets, Black Sorcerer of Sadism e la cover slayeriana Show No Mercy sono vere chicche per gli amanti dei generi suonati a cavallo tra gli anni ottanta e il decennio sucessivo.

Tracklist:
1. Hammer Hierarchy
2. Inferno Fortificaion
3. Summoned Obscurity
4. Seven Trumpets (Ceaseless Armageddon)
5. Corpse Eclipse
6. Diabolic Liberation
7. Black Sorcerer of Sadism
8. Show No Mercy
9. The Pentagram Prevails

Line-up:
Disaster – All Instruments, Vocals

THE FUROR – Facebook

Dominhate – Towards The Light

Ottimo esordio per i Dominhate: il loro “Towards the Light” sorprende rivelandosi un ottimo esempio di puro death metal.

Continuano imperterrite ad affiorare in tutto il mondo realtà dedite al puro death metal sound senza compromessi: i semi sono gettati dalle band che infiammarono gli anni novanta, quando il genere ere al massimo della popolarità, e che sono arrivate al nuovo millennio ancora cariche di energia ma, soprattutto, affiancate da notevoli discepoli che portano avanti il verbo con totale devozione al re di tutti i generi estremi.

L’Italia non è da meno, riservandoci praticamente ad ogni uscita piccoli gioielli estremi come questo devastante Towards The Light, album di debutto dei friulani Dominhate. Quaranta minuti scarsi di massacrante death metal imputridito da malsane esalazioni di Morbid Angel e Nile, foriero di dannazione eterna, estremo nella più pura concezione del termine, violentato da scariche adrenaliniche e rallentamenti di quel doom/death alla Asphix che ha fatto scuola. Il gruppo si avvale di una sezione ritmica sugli scudi per tutto l’album (Steve, basso e voce, e Slippy, batteria), con il growl ultra cavernoso di Steve che comanda le danze e che pare uscito direttamente dagli inferi, mentre le chitarre ricamano riff su riff (Alex e Jesus), impossessate dai demoni che via via attraversano il songwriting della band, ribaltato vorticosamente da sferzate d venti freddi provenienti dal mondo dei vari Nile, Morbid Angel, Hate Eternal e dei maestri olandesi. Dopo un’intro dalle gelide atmosfere, l’album entra subito nel vivo con The Light of the Last Legion, dove indiavolate accelerazioni e rallentamenti pregni di pathos evocativo ci danno il benvenuto nel mondo di Towards The Light: di qui in avanti si sale sulla giostra infernale messa in piedi dalla band che, senza tregua e con la sicurezza del gruppo navigato, mitraglia da par suo conquistandoci con la sua efferata violenza sonora. The New Wave of Domination, The First Seed (dall’intro micidiale), la furiosa Perception, King without Crown elargiscono tremende bordate estreme, sempre con una naturalezza che sorprende per un combo al primo passo su lunga distanza. Questo dei Dominhate si rivela uno dei debutti più riusciti nel genere da un po’ di mesi a questa parte, tralasciando completamente sonorità modaiole e facendo propria l’attitudine e l’impatto delle band regine del death metal.

Tracklist:
1. Towards the Light
2. The Light of the Last Legion
3. In the Principle the Great Sleep
4. The New Wave of Domination 03:30
5. The Essence of the Choice
6. The First Seed
7. Obscure the Call of Salvation
8. Perception
9. King without Crown

Line-up:
Steve – Bass, Vocals
Slippy – Drums
Alex – Guitars
Jesus – Guitars

DOMINHATE – Facebook

Tantal – Expectancy

Expectancy raccoglie tutti gli elementi che hanno fatto diventare il death melodico uno dei generi più seguiti in ambito metallico e, senza nessuna concessione alla modernità, i Tantal realizzano un lavoro straordinario.

Ci sono vari modi per suonare dell’ottimo death melodico: partendo dalla base scandinava, in questi anni centinaia di band si sono approcciate a questo modo di fare del buon metal, molte di queste con buoni risultati, amalgamandolo a seconda dei gusti con altri generi, dando così nuova linfa a questo tipo di suono che ha portato ad una autentica rivoluzione nel panorama estremo.

Ora la moda (anche nell’underground, inevitabilmente, si segue a tratti la corrente) porta le band ad un approccio “core”, seguendo la strada di In Flames, Soilwork e dei gruppi d’oltremanica con ottimi risultati, in molti casi maggiori di quelli delle band di riferimento, ma non mancano le sorprese come i clamorosi Tantal, provenienti dalla madre Russia, freschi di firma con Bakerteam Records. Il loro secondo album, questo Expectancy, raccoglie tutti gli elementi che hanno fatto diventare il death melodico uno dei generi più seguiti in ambito metallico e, senza nessuna concessione alla modernità, realizzano un lavoro straordinario, imprimendo al sound connotazioni che vanno dal thrash al prog metal, riempiendolo di suoni sinfonici e bombastici e aggiungendoci del loro in quanto a bravura tecnica ed elevata qualità di songwriting. Se tutto questo non bastasse, oltre ad un growl potente e perfetto che ricorda il Mikael Stanne di “The Gallery”, i Tantal lasciano alla sublime voce della singer Milana Solovitskaya il compito di fare il bello e il cattivo tempo su tutto l’album, lasciando l’ascoltatore a bocca aperta, sovrastato dal talento di questa sirena dell’est. Una produzione perfetta costituisce la classica ciliegina sulla torta, ed Expectancy viaggia su livelli altissimi, con brani avvincenti tra ritmiche da Transiberiana (Mikhail Krivulets al basso e Vyacheslav Gyrovoy alle pelli) e due asce che regalano funambolici solos, tecnicamente eccelsi ma allo stesso tempo sanguigni (Dmitriy Ignatiev e Alexandr Strelnikov, anche vocalist). Questo album non fa gridare al miracolo per proprietà innovative (così sistemiamo gli amanti dell’originalità a tutti i costi) ma, in fondo, la band non fa che mettere in musica le varie influenze, che partendo appunto dai Dark Tranquillity, passano per il death e per il prog metal di Dream Theater e Symphony X; qui è la qualità che fa la differenza, marchiando un lotto di brani che, partendo da Through the Years, regala musica esaltante, suonata con grinta e classe da cinque musicisti fuori categoria. Un lavoro da ascoltare e riascoltare senza remore

Tracklist:
1. Through the Years
2. Expectancy Pt.1 (Desert in My Soul)
3. Echoes of Failures
4. In Times of Solitude
5. Nothing (Selfish Acts)
6. Pain That We All Must Go Through
7. Expectancy Pt.2 (Despair)
8. Under the Weight of My Sorrow I Crawl
9. Бей первым! (Спеть для неба…)
10. В моих глазах

Line-up:
Mikhail Krivulets – Bass
Vyacheslav Gyrovoy – Drums
Alexandr Strelnikov – Guitars, Vocals
Dmitriy Ignatiev – Guitars
Milana Solovitskaya – Vocals

TANTAL – Facebook

Avulsed – Carnivoracity

Ristampa da parte della Xtreem Music dell’Ep del 1994 con l’aggiunta di ben nove tracce registrate dal vivo.

Sono passati vent’anni dall’uscita di questo EP dei deathsters spagnoli Avulsed, una delle più importanti e longeve band estreme del loro paese.

Fondati dal vocalist Dave Rotten nel 1991, esordirono nel 1992 con il classico demo arrivando a Carnivoracity nel 1994, passando per altri tre demo tra il 1993 e l’anno successivo.
La carriera dei nostri arriva fino allo scorso anno, con una discografia ragguardevole composta da vari split, Ep e compilation e, cosa più importante sei full-length di cui almeno due sono lavori notevoli: “Yearning for the Grotesque” del 2003 e “Gorespattered Suicide” del 2009; peraltro gli Avulsed sono stati molto attivi lo scorso anno con ben due uscite, l’album “Ritual Zombi” e l’Ep “Revenant Wars”.
Il death metal brutale della band iberica, qui nella sua veste più selvaggia, ha molto dei Cannibal Corpse e del movimento gore statunitense, quindi con tematiche fatte di smembramenti, cannibalismo e horror di serie B, vera goduria per i fan del metal putrescente e necrofilo.
In Carnivoracity gli Avulsed girano a mille con tre brani di old school brutal pesante e assassino, che mette in evidenza il growl spaventosamente cavernoso del buon Dave, capace di far impallidire Chris Barnes e George Fisher.
Rallentamenti doom da brividi e accelerazioni spaventose fanno di questo Ep un gioiello nel panorama estremo europeo, con la title-track che spicca nel suo marcio incedere, il cammino di un orco verso la sua cantina dove ad aspettarlo ha i suoi cadaverini da smembrare, in un delirio di necrofilia orgiastica.
Grande il lavoro della sezione ritmica (Tony alle pelli e Lucky al basso) e chitarre sempre al limite suonate da Luisma e Cabra.
Nella nuova veste Carnivoracity ci regala nove tracce live, un assaggio delle potenzialità che la band esprime sul palco, con due chicche: le cover di As I Behold I Despise dei Demigod e Matando Gueros degli storici Brujeria.
In sostanza una buona ristampa, sia per chi conosce già la band di Madrid sia per chi ne avesse ignorato fino ad oggi l’esistenza e volesse avvicinarsi al metal estremo grazie a questi mostruosi Avulsed.

Tracklist:
1. Carnivoracity
2. Cradle of Bones
3. Demoniac Possession (Pentagram cover)
4. Morgue Defilement (Live)
5. Bodily Ransack (Live)
6. As I Behold Despise (Demigod Cover) (Live)
7. Gangrened Divine Stigma (Live)
8. Cradle of Bones (Live)
9. Deformed Beyond Belief (Live)
10. Carnivoracity (Live)
11. Matando Güeros (Brujería Cover) (Live)
12. Outro – M.C.E.D. (Live)

Line-up:
Dave Rotten – Vocals
Tony – Drums
Lucky – Bass
Luisma – Guitars
Cabra – Guitars

AVULSED – Faceboook