Infernal Angels – Pestilentia

Il black dei nostri è una devastante prova di come il genere, suonato professionalmente e prodotto alla grande, riesca ad affascinare e tenere botta anche senza il supporto di orchestrazioni ed altri orpelli.

Gli Infernal Angels, black metal band potentina, giungono al traguardo del terzo full-length in una dozzina d’anni di una carriera dopo l’esordio sulla lunga distanza “Shining Evil Light” (2006) e “Midwinter Blood (2009).

Pestilentia arriva quindi cinque anni dopo, tempo che non è trascorso invano vista la qualità di questo lavoro che, lo dico a scanso di equivoci, è uno dei più belli in questo genere che mi sia capitato di sentire nell’ultimo anno, andandosela tranquillamente a giocare nelle mie preferenze con l’ultimo album dei grandi Handful Of Hate.
L’album, come si può intuire dal titolo, tratta dell’incubo della peste in cui caddero l’Europa e l’Italia molti secoli fa, un argomento agghiacciante ma ugualmente affascinante, arrivato fino a noi non solo dai libri di storia ma alquanto trattato in romanzi e film e circondato da migliaia di leggende in ogni paese.
Dimenticatevi ogni sorta di contaminazione, il black dei nostri è una devastante prova di come il genere, suonato professionalmente e prodotto alla grande, riesca ad affascinare e tenere botta anche senza il supporto di orchestrazioni ed altri orpelli, macinando come in questo caso riff su riff e bombardando l’ascoltatore di atmosfere nere, putride come i corpi lasciati a marcire nelle strade delle città e dei borghi che, al passaggio del malefico morbo, si trasformarono in gironi dell’inferno sulla terra: la band descrive tutto ciò con gelide atmosfere, chitarre taglienti ma non “zanzarose” ed una sezione ritmica sconvolgente per potenza e velocità.
Il cantato del vocalist Xes si avvicina più al death che allo screaming classico del genere, rivelandosi perfetto per raccontare le devastazioni compiute dal virus, un demone che ci rende spettatori di drammi e disperazione, facendoci girovagare tra i cadaveri straziati dai ratti, tra l’incuria di strade lasciate in mano al male al suo stato più puro.
Il lavoro del duo Manegarmr (chitarra e basso) e Mid (batteria) è eccezionale e dona al sound degli Infernal Angels coordinate stilistiche vicine a Carpathian Forest e Dark Funeral, mantenendo in ogni caso un tratto molto personale favorito chiaramente dall’esperienza del gruppo.
La title-track, impreziosita da rallentamenti da far gelare il sangue, In the Darkness, marziale nel suo lento incedere a metà brano, e la massacrante Domina Nigra, sono le tracce migliori di questo infernale e bellissimo lavoro, acquisto obbligato per i blacksters, consegnatoci da una band capace di esprimersi ai suoi massimi livelli.

Tracklist:
1. 1347
2. Pestilentia
3. Blood Is Life
4. In the Darkness
5. Domina Nigra
6. Carpathians
7. Cold Fog Rises
8. Thorns Crown
9. A Night of Unholy Soul

Line-up:
Manegarmr – Guitars, Bass
MiD – Drums
Xes – Vocals

INFERNAL ANGELS – Facebook

WITCHES OF DOOM

Abbiamo cercato di carpire i segreti contenuti in Obey, bellissimo lavoro d’esordio dei romani Witches of Doom a base di un dark/stoner molto original; per farlo è stato sottoposto ad interrogatorio da parte del sottoscritto, nelle inedite vesti di inquisitore, il bassista delle “streghe” Jacopo.

ME Ciao Jacopo, presentaci la band e raccontaci come si è formata.

Ciao, la band si è formata verso la fine del 2012, quando Federico ha deciso di dar vita ad una nuova formazione. Io mi sono unito a Federico (chitarra) e ad Andrea (batteria), e infine, dopo una lunga ricerca, abbiamo avuto la fortuna di incontrare Danilo (voce). Eric (tastiere) si è unito alla band in fase di registrazione del disco, ma è subito diventato un elemento fisso del gruppo

ME Il lavoro compositivo è distribuito su tutti i membri della band oppure c’è qualcuno tra di voi che ha scritto la maggior parte del materiale?

Generalmente i pezzi nascono da un’idea di un singolo, per lo più di Federico, ma poi vengono rielaborati e riarrangiati da tutti, e ognuno di noi da il proprio contributo alla stesura del brano.
Discorso diverso ,invece, per i testi che sono tutti scritti da Danilo.

ME Ho trovato “Obey” un lavoro straordinario, uno splendido mix di sonorità dark /rock e stoner/doom: siete soddisfatti comunque al 100% del risultato finale o cambiereste qualcosa col classico senno di poi?

Direi che siamo soddisfatti, il disco sta ricevendo ottime recensioni e un buonissimo riscontro, e noi ci divertiamo tantissimo a suonare i brani dell’album live

ME Come sono andate le cose in studio? Eravate consci, man mano che Obey prendeva forma, di aver scritto un grande album?

Noi siamo partiti con un’idea, che poi come spesso succede in studio , grazie anche ai preziosissimi consigli di Fabio Recchia, ha preso una direzione diversa. Devo dire che man mano che registravamo aumentava sempre di più l’entusiasmo per le varie tracce del disco, e quando siamo arrivati alla fase del missaggio eravamo più che eccitati.

ME Il valore della parte musicale rischia di far passare in secondo piano i testi delle canzoni: di cosa trattano ?

I testi sono tutti opera di Danilo, in generale parlano di abuso di droghe, di relazioni sbagliate, di “disincanto”.

ME Sisters of Mercy, Fields of the Nephilim, ma anche Type 0 Negative e The 69 Eyes, senza dimenticare i maestri del doom settantiano, queste sono le band che paiono aver influito maggiormente sul vostro sobgwriting, sei d’accordo su questa valutazione e, in generale, quali sono gli ascolt abituali all’interno dei Witches Of Doom ?

Sicuramente i gruppi da te citati hanno un’importante influenza nel nostro songwriting, a questi aggiungerei sicuramente i Black Sabbath, ma anche The Cult, Danzig, Down, The Doors.
Per quanto riguarda i nostri ascolti abituali,devo dire che ognuno di noi ha i propri gusti personali; io sono cresciuto con il trash metal, ma ora ascolto di tutto, dal rock classico alla new wave, passando per il blues e il jazz, e, da bassista ,adoro anche il funk

ME Nonostante quanto detto a livello di influenze, resta il vostro un un approccio molto personale e alquanto originale alla materia; non avete timore di risultare troppo dark per i fan del metal e viceversa ?

Sinceramente non ci pensiamo, quello che a noi interessa è il divertimento che abbiamo nel comporre e poi nel suonare dal vivo i nostri brani. “Obey” per alcuni può risultare un po’ eterogeneo, ma è proprio quello che volevamo, fare un disco con canzoni tutte simili tra loro non fa proprio per noi, e posso anticiparti che questo aspetto sarà ancora più tangibile nelle nuove canzoni su cui stiamo lavorando

ME Quali sono gli interpreti del tuo strumento che maggiormente prediligi e quelli che hanno costituito un punto di riferimento per la tua formazione come bassista?

Sicuramente quello che svetta su tutti è Jaco Pastorius. Poi altri bassisti fondamentali nella mia crescita sono Geezer Butler, John Paul Jones, Marcus Miller, Paul McCartney, Paul Simonon, Les Claypool

ME Ho avuto modo di apprezzare il video di “Rotten to the Core”, in particolare mi ha colpito la scelta di colorare di rosso le ombre in un modo tale da richiamare il sangue; perché la scelta è ricaduta su questo brano e non su altri ?

A “Rotten to the Core” siamo molto legati, in quanto è stato il primo brano che abbiamo composto. Questo, associato al fatto che molte delle persone che ci seguono ci indicavano “Rotten” come il loro brano preferito, ci ha portato a sceglierlo per il nostro primo video. Non è stata comunque una scelta facile, e in cantiere abbiamo l’idea di far uscire un secondo videoclip tratto da “Obey”.

ME Roma sta mostrando una scena doom piuttosto vivace, e lo stesso avviene anche per quanto riguarda il metal estremo: conoscete le band che operano in questo settore e magari vi capita talvolta di suonare assieme ?

Band che noi stimiamo molto e con le quali abbiamo condiviso il palco più volte sono i Made In Luna, i Funeral Mantra e gli Acid Muffin. Oltre a loro comunque ci sono tante altre band validissime, personalmente adoro gli Utopia e i Southern Drinkstruction

ME Riallacciandomi alla domanda precedente, a giudicare anche da quanto emerge dalle interviste, la nota dolente pare essere per tutti l’attività’ live, a causa della ridotta disponibilità di locali e della scarsa affluenza ai concerti; ,voi come ve la passate da questo punto di vista ?

Purtroppo a Roma, ma anche un po’ in tutta Italia, se vuoi suonare tanto dal vivo, devi far parte di una tribute band, cosa che io non farei neanche se mi ci costringessero con la tortura. I locali che danno spazio alle band con il proprio repertorio sono veramente pochi, e in più c’è anche un appiattimento culturale e di stimoli enorme; sono sempre di meno le persone che vanno alla ricerca della buona musica dal vivo e che hanno voglia di scoprire e supportare le nuove band e i nuovi artisti.

witches

ME Quali sono le prossime tappe per le “streghe”? Avete già in cantiere un nuovo lavoro ?

Stiamo lavorando a nuovi brani, e questa volta abbiamo la fortuna di avere le tastiere già nella fase compositiva iniziale, e non in quella di arrangiamento finale, e devo dire che questo fatto ci sta stimolando e divertendo molto.
Abbiamo anche delle date dal vivo in programma, il 7 novembre a Marino (Roma), il 15 novembre a Verona, il 20 novembre al Jailbreak di Roma, e a fine gennaio un mini tour in Lettonia.

Solitvdo – Immerso In Un Bosco Di Querce

Un lavoro capace di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore

Dopo aver parlato nei mesi scorsi di due ottime uscite in ambito estremo provenienti dalla Sardegna, Infamous e VIII, oggi è il turno di un altro musicista isolano, Daniil (accreditato nel lavoro come DM), con il suo progetto Solitvdo.

A differenza di quello dalle sfumature depressive dei primi oppure virato verso sonorità death dei secondi, qui il black metal si accompagna ad atmosfere più melanconiche e, a tratti, ambient, raggiungendo vette di lirismo per certi versi sorprendenti.
L’utilizzo della lingua italiana e la solennità che ne pervade diversi passaggi, rendono il lavoro dei Solitvdo parzialmente accostabile a quello degli Abbas Taeter di Mancan ma, indubbiamente, rispetto all’opera del musicista lucano, prevale un’aura maggiormente introspettiva.
Immerso In Un Bosco Di Querce possiede, tra le sue peculiarità, liriche redatte in uno stile elegiaco che contribuisce ad ammantare di un fascino antico tracce dalle eccellenti linee melodiche: il risultato è un lavoro privo di sbavature (se escludiamo la registrazione della voce che poteva essere messa maggiormente in evidenza) e capace di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore grazie a una scrittura mai scontata da parte dell’ottimo Daniil.
L’incipit sinfonico di Alba… introduce ad un brano come …Rivolta! che mostra senza indugi le doti del musicista sardo, un classico mid-tempo che si apre nella sua fase centrale in una parte strumentale di rara bellezza, per poi chiudersi con una sezione chitarristica di matrice classica.
La title-track è, invece, l’istantanea in grado di rappresentare al meglio la sensibilità compositiva di Daniil, riversata in una decina di minuti nei quali vengono condensate le coordinate musicali e filosofiche dell’intero lavoro, tra accelerazioni, momenti acustici e dolenti melodie, a fungere da tappeto per i poetici testi declamati con uno screaming non troppo aspro e sufficientemente intelligibile.
Altvm Silentivm è un elegante interludio ambient folk che porta alle due tracce conclusive (Al Tramonto Il Cielo In Fiamme e Nella Solitudine Il Divino), le quali, nonostante i 25 minuti complessivi di durata, non mostrano cali qualitativi evidenziando, al contrario, passaggi di rara bellezza, rivelandosi così la degna conclusione di un lavoro che, per il momento, è stato pubblicato in sole 48 copie dalla Eremita Produzioni nel formato tape, ma per il quale è prevista a dicembre l’uscita in digipack sotto l’egida della Naturmacht.
Solitvdo, in fondo, non rappresenta solo il monicker scelto per il progetto ma definisce anche un modus operandi sempre più in auge, che vede musicisti dediti a svariati generi scegliere di operare in totale autonomia, perdendo forse qualcosa, rispetto alle band classiche, a livello di reciproco scambio di idee e di ricchezza a livello strumentale, ma guadagnando altrettanto in libertà artistica e consentendo una più efficace focalizzazione degli obiettivi che si intendono raggiungere.
Un’opera come Immerso In Un Bosco Di Querce mette in luce i lati positivi di questa scelta senza alcuna controindicazione; fate vostro questo lavoro, nel formato che più vi aggrada, ne vale davvero la pena.

Tracklist:
1.Alba…
2…Rivolta!
3.Immerso In Un Bosco Di querce
4.Altvm Silentivm
5.Al Tramonto Il Cielo In Fiamme
6.Nella Solitudine Il Divino

SOLITVDO – Facebook

L’Ira Del Baccano – Terra 42

Un grande disco, pieno di prati e pianeti dove riposare il nostro stanco cervello e poter riscoprire una nuova Terra, che potrebbe essere proprio la 42.

Movimento cerebrale continuo per una band che dà il meglio nelle jam sessions.
L’Ira Del Baccano è semplicemente uno dei migliori gruppi italiani nell’ambito psych rock: le loro canzoni sono lunghi viaggi, riproduzioni di tessuti multimolecolari di note, sequenze di un dna musicale che parte dai Grateful Dead ed atterra negli Hawkwind, passando per la mutazione dei Black Sabbath.

Nati come Loosin’ O’ Frequencies da Alessandro “Drughito” Santori e Roberto Malerba, i nostri incidono un mini cd prodotto da un certo Paul Chain (che, se andiamo a ben vedere, ha influenzato gli ultimi venti anni di musica underground italiana ) e, nel 2006, si trasformano in un gruppo strumentale cambiando nome in L’Ira Del Baccano.
Nell’estate del 2008 il gruppo pubblica il primo album “Si Non Sedes Is … Live”, una jam dal vivo di 56 minuti che impressiona davvero molto. Il disco è in free download sul loro sito e rende benissimo l’idea di cosa sia questa band.
L’Ira Del Baccano è continuo movimento, un tendere alla spiritualizzazione della musica, un viaggio psicotonico; si potrebbe dire che fanno psych prog poiché, sebbene partano dalla cultura della jam session, i ragazzi inseriscono intarsi di prog davvero notevoli.
Terra 42 al momento è questo, ma potrebbe presto mutare cambiando forma, e dovrete essere voi a completare il processo all’interno della vostra testa.
Un disco che non annoia mai, anzi è da sentire e risentire più volte, come quando si notano particolari nuovi e mai notati prima nella strada che fate per tornare a casa, una continua scoperta, un viaggio che apre la mente verso una nuova direzione.
Ci sono movimenti come The Infinite Improbability Dive, di 33 minuti, ispirato a “Guida Galattica Per Autostoppisti” di Douglas Adams, che è davvero un infinito viaggio galattico; in mezzo troviamo Sussurri Nel Bosco Di Diana, il pezzo più prog e suadente del disco, che si muove nella seconda parte dopo una prima di placida fermezza.
Chiude questa opera psicoattiva Volcano, quattordici minuti e rotti di fratture, ricomposizioni e nuove proliferazioni.
Un grande disco, pieno di prati e pianeti dove riposare il nostro stanco cervello e poter riscoprire una nuova Terra, che potrebbe essere proprio la 42.
Ancora per favore.

Tracklist:
1 The Infinite Improbability Drive Part 1
2 The Infinite Improbability Drive Part 2 & 3
3 Sussurri… nel Bosco Di Diana Part 1 & 2
4 Volcano X 13

Line-up:
Alessandro “Drughito” Santori – Chitarra e Baccano
Roberto Malerba – Chitarra e Synth
Sandro “Fred” Salvi – Batteria
Luca Primo – Basso

L’IRA DEL BACCANO – Faceboook

Nazgul Rising – Orietur in Tenebris Lux Tua

I Nazgul Rising regalano agli ascoltatori una quarantina di minuti di symphonic black al suo massimo splendore.

Il black metal cosiddetto sinfonico, dopo aver vissuto i suoi fasti con i primi Cradle Of Filth e successivamente con i Dimmu Borgir, è decisamente tornato ad essere un sottogenere di nicchia all’interno di un ambito stilistico nel quale, peraltro, l’uso massiccio delle tastiere è sempre stato visto con sospetto dai puristi.

Così, come spesso accade, dopo l’inevitabile ondata di cloni più o meno riusciti delle band guida, il ritorno ad una condizione di minore visibilità per chi si dedica a questo tipo di suoni ha fatto sì che la qualità tornasse a rivendicare il proprio primato.
I romani Nazgul Rising rappresentano uno dei migliori esempi al riguardo: rifattisi vivi dopo un lungo silenzio, pubblicano il loro primo album Orietur in Tenebris Lux Tua che si rivela una delle migliori prove ascoltate di recente in quest’ambito.
Il symphonic black del combo guidato da Trukus Trukulentus non può ovviamente connotarsi come un qualcosa di innovativo, ma possiede il grande pregio di mantenere sempre un perfetto equilibrio tra le partiture melodiche delle tastiere ed l’aggressività del black sound.
Non solo: mi spingo a dire che nomi di peso ormai da anni si sognano di comporre una raccolta di brani così efficaci e coinvolgenti, ognuno ricco di passaggi atmosferici di spessore non comune.
Emblematiche, al riguardo, le tracce centrali: Awake the Ancient Hordes of the Black Twilight è un brano strutturato su diversi piani nei quali spicca un refrain melodico difficilmente rimovibile, mentre Damnatio ad Bestias, in certi momenti, può ricordare nel suo incedere un’ipotetica versione sinfonica dei Rotting Christ, senza tralasciare infine la maestosa solennità della conclusiva Beyond the Abyss.
È in ogni caso l’intero album a non lasciare alcun dubbio sulla validità della proposta dei Nazgul Rising, che regalano agli ascoltatori una quarantina di minuti di symphonic black al suo massimo splendore.
Ecco … invece di prestare attenzione ai soliti nomi che, per carità, tanto hanno dato a livello di impronta a certi generi musicali ma che oggi sono solo sbiadite caricature di se stessi, non sarebbe male che gli appassionati provassero ad abbandonare le strade più comode scegliendo, invece, di percorrere sentieri meno battuti: in tal caso potrebbero imbattersi in realtà nascoste e, per questo, ancor più preziose come i Nazgul Rising.

Tracklist:
1. Intro
2. Battlefields of Desolation
3. The Serpent Cult
4. Awake the Ancient Hordes of the Black Twilight
5. Damnatio ad Bestias
6. Hymn of Decay
7. Throne of Eblis
8. Beyond the Abyss

Line-up:
Trukus Trukulentus – Guitars
Lord Trevius – Guitars, Bass, Drum programming
Borius The King – Vocals

NAZGUL RISING – Facebook

Devangelic – Resurrection Denied

L’esordio dei romani Devangelic è un altro album di brutal death da promuvere in toto.

Ancora brutal death dalla capitale, vero fulcro di una scena estrema vigorosa e mai doma, con l’esordio dei Devangelic grazie a questo riuscito primo lavoro intitolato Resurrection Denied.

La band accoglie tra le sue malefiche braccia musicisti attivi da un po’ di anni nel sempre più prolifico ambiente estremo romano, come il drummer Alessandro Santilli (già Embrace Of Disharmony, Lahmia, Necrotorture), il chitarrista Mario Di Giambattista (Corpsefucking Art, Disfigured, Stench of Dismemberment), il vocalsit Paolo Chiti (Corpsefucking Art, Putridity) e il bassista Damiano Bracci. Brutal death di scuola americana, fatto con palle e cervello, questo è il primo massacro della band romana, che non lesina le mitragliate tipiche del genere per quanto riguarda il lavoro ritmico, valorizzato dal notevole muro sonoro innalzato con buona tecnica e da brani che nella mezz’ora di durata non hanno un minimo di cedimento, creati come sono per devastare senza soluzione di continuità. E’ scorrevole il songwriting dei nostri, che lasciano ad altri passaggi troppo cervellotici per centrare subito il bersaglio e, alla fine, questa scelta si rivela azzeccata, perché Resurrection Denied piace proprio per la sua fluidità e per l’impatto diretto. Forti di un drummer talentuoso come Alessandro “Vender” Santilli, protagonista di una straordinaria prova nel torturare le pelli (coadiuvato puntualmente dal basso di Bracci), della chitarra di Di Giambattista al servizio del wall of sound della band e dal growl brutale e avvolgente di Chiti, i Devangelic riescono nell’intento di confezionare un bell’assalto di metal estremo, di chiara matrice statunitense (Suffocation su tutti) aggiungendo un altro tassello alle buone uscite di genere in quest’ultimo anno. Brani come la velocissima Entombment of Mutilated Angels, Eucharistic Savagery, Desecrate the Crucifix, che risulta la traccia più varia tra accelerazioni e parti più cadenzate, e la terremotante Unfathomed Evisceration, forniscono un’idea esaustiva delle potenzialità altissime di questo combo nostrano, che aggiunge al tutto una copertina gore blasfema d’antologia, confermando tutte le loro malefiche intenzioni. Resurrection Denied è un album consigliato a tutti i fan del brutal death, un prodotto all’altezza della situazione frutto del lavoro d una nuova Band che in futuro potrebbe regalarci ulteriori soddisfazioni.

Tracklist:
1. Eucharistic Savagery
2. Crown of Entrails
3. Disfigured Embodiment
4. Unfathomed Evisceration
5. Entombment of Mutilated Angels
6. Perished Through Atonement
7. Desecrate the Crucifix
8. Apostolic Dismembering
9. Devouring the Consecrated

Line-up:
Alessandro “Venders” Santilli – Drums
Mario Di Giambattista – Guitars
Paolo Chiti – Vocals
Damiano Bracci – Bass

DEVANGELIC – Facebook

Witches Of Doom – Obey

Obey, primo album dei romani Witches of Doom, raccoglie il meglio del dark, doom, gothic mondiale e attraverso nove brani dal grande appeal.

Premessa: quest’album è di una bellezza straordinaria, almeno per chi, con un po’ di musica rock oscura sul groppone ed una mentalità abbastanza aperta per seguire la quarantina d’anni di evoluzione che il metal dalle tinte dark ha regalato a chi è affascinato da queste sonorità.

Obey, primo album dei romani Witches of Doom, raccoglie il meglio del dark, doom, gothic mondiale e attraverso nove brani dal grande appeal, a tratti violentato da pesanti scosse stoner, esplode in una cinquantina di minuti entusiasmanti, passando dal doom settantiano dei Black Sabbath ai maestri del dark ottantiano Sisters Of Mercy e Mission, da Jirki e i The 69 Eyes (quelli appena passati dal rock’n’roll delle origini al capolavoro “Wasting the Dawn”) ai Type 0 Negative del mai troppo compianto Peter Steele.
Band formatasi solo lo scorso anno, ma dotata di personalità da vendere, le “Streghe” ci deliziano di questo vademecum del dark/gothic che risulta vario proprio per la sua ecletticità, passando da brani più orientati al dark (sempre molto potenti), resi ipnotici da un riuscito vortice di suoni creati da una sezione ritmica devastante (Jacopo Cartelli al basso e Andrea Budicin alle pelli) e dal chitarrismo graffiante e dal forte impatto seventies del bravissimo Federico Venditti.
Senza nulla togliere agli ottimi musicisti, a cui si aggiungono le tastiere di Fabio Recchia e Graziano Corrado, entrato in pianta stabile nella band, il vero mattatore del disco è il cantante Danilo Piludu, un po’ Jirki 69, un po’ Jim Morrison, sempre sul pezzo nel dare alle songs la giusta tonalità, teatrale quando il songwriting si fa drammatico, superandosi nella lunghissima title-track posta in chiusura, una lunghissima jam dark/stoner da antologia, vero viaggio “acido” nel mondo degli Witches of Doom.
Non una nota fuori posto in questo debutto, dall’iniziale The Betrayal, con una slide guitars dai rimandi Fields of the Nephilim, devastata da massicci chitarroni stoner, alla gothic’n’roll Witches of Doom, bissata dalla trascinante To the Bone, dalla smiballad Crown of Thorns, improbabile ma efficacissimo mix tra Black Label Society e Sisters of Mercy.
Dance of the Dead Flies e Rotten to the Core sono brani dall’andamento freak cadenzato, devastanti sotto l’aspetto dell’impatto, macigni metallici dove i generi descritti si incontrano in una danza sabbatica che avvolge, come un serpente che scivola sul corpo di una bellissima strega.
It’s My Heart arriva giusto prima della fantastica Obey e, purtroppo, si arriva anche in fondo a questo bellissimo album che, a mio parere, eguaglia l’ultimo lavoro dei grandi Bloody Hammers, forse l’unica band che si avvicina alle streghe romane, anche se lo stoner settantiano prevale nel songwriting del gruppo americano, mentre qui l’alternanza di atmosfere e influenze è l’asso nella manica della band capitolina.
In conclusione, album fantastico.

Tracklist:
1. The Betrayal
2. Witches of Doom
3. To the Bone
4. Neeedless Needle
5. Crown of Thorns
6. Dance of the Dead Flies
7. Rotten to the Core
8. It’s My Heart (Where I Feel the Cold)
9. Obey

Line-up:
Jacopo Cartelli – Bass (2013-present)
Andrea “Budi” Budicin – Drums
Federico “Fed” Venditti – Guitars
Danilo “Groova” Piludu – Vocals
Graziano “Eric” Corrado – Keyboards

WITCHES OF DOOM

Kalidia – Lies’ Device

La band toscana riesce nella non facile impresa di consegnarci un disco semplice ma costruito su belle canzoni, metalliche ma nel contempo orecchiabili, e va oltre le più rosee aspettative con il proprio power classico ma dal sapore melodico.

Un altro bellissimo album di power metal melodico tutto italiano uscito in questa prima metà dell’anno di grazia 2014, ed un’altra band da scoprire e da seguire per tutti i fan del genere.

Si chiamano Kalidia, vengono da Lucca ed arrivano al debutto sulla lunga distanza dopo un EP del 2012 dal titolo “Dance of the four winds”, prodotto da Alessio Lucatti (Vision Divine, Etherna) che offre loro la possibilità di intraprendere un’intensa attività live, suonando con la crema del power/prog metal nazionale ed internazionale (Vision Divine, DGM, Timo Tolkki, Etherna). Le registrazioni dell’album di debutto iniziano lo scorso anno, sempre sotto l’ala di Alessio Lucatti che produce, masterizza e mixa questo notevole Lies’ Device. La band, guidata dalla voce della bravissima Nicoletta Rosellini, che “interpreta” in modo caldo con il suo tono ricco di pathos ed emozionalità le trame presenti in questo debutto, riesce nella non facile impresa di consegnarci un disco semplice ma costruito su belle canzoni, metalliche ma nel contempo orecchiabili, e va oltre le più rosee aspettative con il proprio power classico ma dal flavour melodico, di gran lunga superiore a tanti artisti più famosi. Dimenticatevi suoni sinfonici, gothic e vocals baritonali, questo è power e, dove necessita, i Kalidia picchiano da par loro, lasciando spazio a momenti dove esce un po’ di anima prog, specialmente nella drammatica Harbinger of Serenity cantata in duetto da Nicoletta con Andrea Racco degli Etherna (freschi dello splendido “Forgotten Beholder”). Si passa così da momenti heavy ad altri dove la band lascia spazio al talento della vocalist, che spadroneggia su tutto l’album deliziandoci con Shadow Will Be Gone, ballad sopra le righe, The Lost Mariner, song che apre l’album tra ottime melodie e bissata dalla più potente Hiding From the Sun, e Dollhouse (Labyrinth of Thoughts), dalle melodie ariose che sfiorano l’AOR. Lies’ Device è a suo modo trascinante e l’ascolto sempre piacevole, tanto che arrivare alla conclusiva In Black and White, dove compare come ospite Alessandro Lucatti con la sua sei corde, è un attimo, passando per almeno altri due brani coinvolgenti come Reign of Kalidia e la title-track. L’abilità della band nello strutturare su un tappeto tastieristico l’ottimo power, addolcito dalla voce della cantante, fornisce a questo lavoro una marcia in più e ci consegna un altro debutto coi fiocchi da parte di una band nostrana, ovviamente consigliato a tutti gli amanti del metal melodico.

Tracklist:
1. The Lost Mariner
2. Hiding from the Sun
3. Dollhouse (Labyrinth of Thoughts)
4. Reign of Kalidia
5. Harbinger of Serenity
6. Black Magic
7. Shadow Will Be Gone
8. Lies’ Device
9. Winged Lords
10. In Black and White

Line-up:
Federico Paolini – Guitars
Nicola Azzola – Keyboards
Nicoletta Rosellini – Vocals
Roberto Donati – Bass
Gabriele Basile – Drums

KALIDIA – Facebook

Atom – Horizons

“Horizons” si rivela un album decisamente ricco di spunti interessanti, a conferma del fatto che, spesso, i lavori dediti al black metal e prodotti in totale autarchia regalano risultati sorprendenti, nonostante tutti i limiti oggettivi che possono derivare da tale condizione.

Atom, progetto solista di Fabio, musicista cesenate, arriva al suo secondo atto su lunga distanza dopo l’esordio avvenuto lo scorso anno con “Waiting for the End”.

Horizons si rivela un album decisamente ricco di spunti interessanti, a conferma del fatto che, spesso, i lavori dediti al black metal e prodotti in totale autarchia regalano risultati sorprendenti, nonostante tutti i limiti oggettivi che possono derivare da tale condizione.
Proprio il fatto di riuscire a proporre un lavoro privo di particolari cali di tensione nell’arco dei suoi tre quarti d’ora di durata, denota doti compositive di buon livello e, pur muovendosi in un ambito musicale decisamente affollato, è apprezzabile in particolare una certa impronta personale conferita da Fabio alla diverse tracce.
Di fatto il black degli Atom prende spunto a livello stilistico e ritmico da quello di matrice scandinava, arricchendolo con un gusto melodico sempre in primo piano: grazie a questo, il latente senso misantropico che aleggia sui brani viene stemperato in umori più malinconici che, più di una volta, vanno a sconfinare nel depressive, creando così un flusso sonoro sempre in bilico tra queste due anime.
Per gusto personale ho molto apprezzato sia la traccia d’apertura External Spectator sia, soprattutto, l’accoppiata centrale formata da Hazy Dreams, con la sua trascinante melodia chitarristica, e The Cold Eternal Light, dove sempre la chitarra regala arpeggi pregevoli, nelle quali il musicista romagnolo riesce probabilmente a focalizzare al meglio i propri intenti.
Meno convincente, invece, un brano come Atheist Manifesto, proprio perché esce parzialmente dalle coordinate sonore espresse negli episodi citati risultando così poco funzionale al contesto del lavoro, mentre un aspetto sul quale ci sarebbe da apportare qualche correttivo, anche in fase di produzione, sono senz’altro le vocals: lo screaming è troppo gracchiante in certi momenti, rivelandosi adatto stilisticamente ai tratti disperati del depressive più intransigente, piuttosto che alle sonorità meno esasperate in tal senso contenute in Horizons.
Se è vero che nel black non si va certo alla ricerca del bel canto, sarebbe ugualmente auspicabile nel futuro il ricorso ad uno stile vocale meno aspro e, magari, parzialmente intelligibile, vista anche la buona qualità dei testi.
Un peccato veniale che inficia, comunque, in minima parte la resa oltremodo soddisfacente di un album che mette in evidenza un nuovo stimolante progetto solista sfornato dall’underground estremo tricolore.

Tracklist:
1. External Spectator
2. Through Empty Days
3. Hazy Dreams
4. The Cold Eternal Night
5. Prelude to the Disenchantment
6. Atheist Manifesto
7. Dead Time
8. Horizons (outro)

Line-up:
Fabio – All Instruments, Vocals

ATOM – Facebook

MaterDea – A Rose For Egeria

Per i fan del metal sinfonico un album assolutamente consigliato, così come a chiunque abbia voglia di ascoltare ottima musica che inevitabilmente porta a sognare … e di questi tempi non è poco.

I MaterDea sono una band torinese, fondata nel 2008 dalla cantante Simon Papa e dal chitarrista Marco Strega, che arriva quest’anno al traguardo del terzo full-length, dopo il debutto del 2009 “Below the Mists, Above the Brambles”, ed al riuscito secondo lavoro del 2011 “Satyricon”, uscito per Midsummer’s Eve che ha licenziato anche questo nuovo A Rose for Egeria.

Mixato dallo stesso chitarrista e masterizzato ai Finnvox da Mika Jussila, questo nuovo capitolo della saga MaterDea convince ancor più del suo predecessore e chi avrà la fortuna di sentirlo scoprirà di avere tra le mani una band unica, tra le tante bravissime che si affacciano sul mercato nazionale ed internazionale e che abbracciano la causa del symphonic metal; infatti, il gruppo lascia ad altri i territori power/gothic per un approccio pagan/folk, impregnando il sound di suoni orchestrali per nulla pomposi, che rendono il suono elegante e raffinato laddove gli strumenti classici della bravissima Elisabetta Bosio ricamano melodie d’altri tempi, accompagnati dalle tastiere di Elena Crolle. Ed è proprio questa perfetta armonia tra la raffinatezza delle tre damigelle e la grinta metallica degli altri tre elementi maschili del gruppo (Marco Strega e la potente sezione ritmica composta da Morgan De Virgilis al basso e Cosimo De Nola alle pelli) a fare la differenza in questa stupenda opera, che vi porterà a viaggiare tra villaggi immersi in lande verdeggianti, in un mondo dove eroici cavalieri e superbe figure mitologiche faranno la loro comparsa, così come splendide fate, elfi e locande dove rifocillarsi e amoreggiare. Grandi momenti di folk d’autore (la magnifica Land of Wonder) fanno da contraltare a brani più metallici (Tàlagor of the Storms, An Unexpected Guest, Running all Night with the Wind) impreziositi dalla stupenda voce di Simon e dai cori di Elena, mantenendo sempre in primo piano la struttura folk con il tappeto sonoro creato da viola, violoncello e contrabbasso di Elisabetta Bosio. Su tutto l’album aleggia un’atmosfera fantasy che ultimamente ho potuto ascoltare solo su quel “Midgard” dei milanesi Holy Shire, altro ottimo lavoro italiano, segnale di una scena che ormai non ha più nulla da invidiare alle più rinomate realtà europee, riuscendosi a costruire, con dischi di questo livello, una credibilità anche oltre confine. Per i fan del metal sinfonico un album assolutamente consigliato, così come a chiunque abbia voglia di ascoltare ottima musica che inevitabilmente porta a sognare … e di questi tempi non è poco.

Tracklist:
1. Beyond the Painting
2. Tàlagor of the Storms
3. Whispers of the Great Mother
4. Merlin and the Unicorn
5. A Rose for Egeria
6. An Unexpected Guest
7. Land of Wonder
8. Altars of Secrets
9. Prelude to the Rush
10. Running all Night with the Wind
11. Haerelneth’s Journey

Line-up:
Simon Papa – Voce
Marco Strega – Chitarre elettriche e acustiche
Morgan De Virgilis – Basso
Elisabetta Bosio – Violino, viola e contrabbasso
Elena Crolle – Pianoforte e Tastiere
Cosimo De Nola – Batteria

MATERDEA – Facebook

Derdian – Human Reset

Bellissimo lavoro da parte dei Derdian, potenza e melodia al sevizio del metallo pesante.

Brutta bestia il power metal; dopo aver dominato il panorama, sopratutto in Europa, negli anni a cavallo del nuovo millennio, portato al successo da band che in quel periodo hanno sfornato capolavori a getto continuo, lo ritroviamo nel secondo decennio del duemila ancora una volta in stand by nelle preferenze di fan e addetti ai lavori, superato dal symphonic gothic metal.

Invero i nomi più importanti faticano ad arrivare ai livelli eccelsi di una quindicina di anni fa, ed allora ecco che il tanto bistrattato underground viene in soccorso regalando band e album notevoli, come questo bellissimo e ultimo lavoro dei milanesi Derdian. Per chi non conoscesse ancora il gruppo, ricordo che è attivo dal 2001 e che il primo full-length risale al 2004 con “New Era Pt.1”, disco che porta in dote la firma con la prestigiosa Magna Carta, seguito dagli altri due capitoli “New Era Pt 2-War of the Gods” e “New Era Pt 3-The Apocalypse”. Nel 2013 arriva “Limbo”, che segna l’abbandono delle tematiche fantasy per un approccio più immerso nella realtà quotidiana. Oggi la band, accasatasi con None Records, è pronta a partecipare alla battaglia per il miglior album dell’anno nel suo genere con Human Reset, straordinario lavoro di power metal moderno, dove le orchestrazioni incontrano la potenza del metallo pesante mantenendo un perfetto equilibrio, in un elegante dimostrazione di forza da parte della band milanese, capace di superare se stessa con un songwriting sopra le righe che alterna brani dal sapore epico sinfonico (come il capolavoro Music for Life) a altri nei quali la fa da padrona l’originalità: tutto questo in un ambito stilistico per il quale molti sostengono tutto sia sia già stato scritto, con strutture metalliche dall’approccio moderno e andando ben oltre alla classica band alla Rhapsody (tanto per fare un esempio). Human Reset è una raccolta di brani eccellenti e con picchi qualitativi elevatissimi, quali Mafia, canzone dalla citazione cinematografica nel solo del bravissimo Dario Radaelli, la title-track dai cori epici e cavalcata metallica esaltante nel suo incedere, Absolute Power, dove l’intera band offre l’ennesima lezione di potenza e tecnica, con la sezione ritmica sugli scudi per tutto l’album (Marco Banfi, basso e Salvatore Giordano, batteria), la ritmica sempre puntuale di Enrico Pistolese, le orchestrazioni eleganti di Marco Garau e il bravissimo Ivan Giannini, vocalist dalle mille risorse, convincente nei toni bassi e straripante dove la sua ugola prende il volo per raggiungere le vette dei colleghi più famosi, ad aggiungersi alla prova ineccepibile del già citato chitarrista. Non esiste attimo di tregua in questo lavoro fino alla stupenda After the Storm, ballad che non smorza la tensione, con il piano a guidare il sound e chitarra e orchestrazioni che nel refrain portano il pathos alle stelle. Ancora il piano inizia e conclude la stupenda My Life Back, traccia che mette la parola fine ad un lavoro superbo, dove potenza e melodia vengono messe al sevizio del metal.

Tracklist:
1. Eclipse
2. Human Reset
3. In Everything
4. Mafia
5. These Rails Will Bleed
6. Absolute Power
7. Write Your Epitaph
8. Music Is Life
9. Gods Don’t Give a Damn
10. After the Storm
11. Alone
12. Delirium
13. My Life Back

Line-uo:
Ivan Giannini – Vocals
Marco Banfi – Bass
Marco Garau – Keyboards
Enrico Pistolese – Guitars,B.vocals
Dario Radaelli – Lead guitars
Salvatore Giordano – Drums

DERDIAN – Facebook

Bleed Someone Dry – Subjects

Riedizione a cura delle WormHoleDeath di questo buon lavoro dei Bleed Someone Dry.

La WormHoleDeath si assicura le prestazioni di questi cinque musicisti di Pistoia e ristampa il loro secondo full-length dal titolo Subjects uscito nel 2012 per l’etichetta veronese Kreative Klan.

Subjects e’ un lavoro di difficile catalogazione, la band parte da un concept che denuncia la totale assuefazione del genere umano alla schiavitù morale e sociale imposta dalla società odierna, che di fatto va a scapito per una più redditizia globalizzazione di massa. A livello musicale i Bleed Someone Dry usano la materia “core” con qualche riferimento al death, anche se non così pronunciato come in molte realtà di genere, con un uso dell’elettronica che molte volte si alterna ai tipici cambi di tempo ritmici ed il ricorso ad una voce che risulta uno scream sguaiato ma dal buon impatto. Questo album è caratterizzato da un sound pieno, un vero muro sonoro che travolge tra ritmiche potenti, strutture complesse ma che non inficiano la scorrevolezza dei brani, lasciando che la musica avvolga l’ascoltatore senza grossi cali di tensione, tra riffoni ultraheavy, partiture elettroniche ed evoluzioni tecniche mai troppo forzate. La title track, Corrosive Whisperer, The law is not equal for all, sono le canzoni dove a mio parere il sound della band risulta più enfatizzato. Un buon lavoro, dunque, consigliato agli amanti del death più moderno e a coloro che non disdegnano band più note come Meshuggah, Converge e Dillinger Escape Plan.

Tracklist:
1. Bleed
2. As Broken Shards
3. Subjects
4. Corrosive Whisper
5. Wide Open Jaws
6. Jab of Hatred
7. By My Horny Hands
8. The Law Is Not Equal for All
9. ‘Till the End
10. It’s a secret

Line-up: Jonathan Mazzeo – Guitars, Synths
Mattia Baldanzi – Bass
Alfeo Ginetti – Drums
Alessio Bruni – Vocals

Chiral – Abisso

Un EP davvero coinvolgente, composto da un musicista che, a giudicare dalle premesse, possiede tutti i numeri per lasciare in un prossimo futuro un segno tangibile nella scena metal tricolore.

Chiral è un giovane musicista piacentino che, con Abisso, mostra senza indugi il suo intento di proporre musica in grado di coniugare le ruvidezze e le ritmiche del black, la disperazione del depressive ed il malinconico gusto melodico di un progressive dai tratti ovviamente piuttosto cupi.

Abisso è un EP che arriva ad un anno di distanza dal demo “Winter Eternal” e, considerando che il progetto Chiral è di nascita recente, stupisce ancor di più la qualità messa in mostra in questa occasione.
Il lavoro è un breve concept incentrato sulle reazioni di una persona messa di fronte alla cruda realtà di dover affrontare la tragedia di una malattia incurabile e sulle nefaste conseguenze che ciò provoca anche a livello psichico, fino all’approssimarsi dell’atto conclusivo.
In questo senso le tematiche trattate non sono una novità (al riguardo vi invito a riscoprire il magnifico “The Incurable Tragedy” degli Into Eternity) ma spicca fin da subito l’abilità di Chiral nel tratteggiare i singoli momenti del racconto, alternando momenti di rabbia, dolore e disperazione ben rappresentati dalle diverse sfumature stilistiche esibite nelle diverse circostanze.
Abisso è diviso in due atti: il primo introduce in maniera efficace l’ascoltatore in questo riuscito melange emozionale con Disceso Nel Buio e Oblio, prima che la title-track apra il secondo ergendosi a brano guida ed autentica perla, nella quale le accelerazioni del black lasciano ancor più spazio a momenti di grande pathos creati dal lavoro chitarristico di Chiral, che privilegia l’impatto e l’intensità rispetto al puro sfoggio di tecnica: mai come in questo caso l’etichetta progressive affibbiata al nostro si rivela agli antipodi di una sterile e solo formale vena sperimentale.
Un EP davvero coinvolgente, composto da un musicista che, a giudicare dalle premesse, possiede tutti i numeri per lasciare in un prossimo futuro un segno tangibile nella scena metal tricolore.

Tracklist:
1. Atto I: Disceso Nel Buio
2. Atto I: Oblio
3. Atto II: Abisso
4. Atto II: In Assenza

Line-up:
Chiral – Everything

CHIRAL – Facebook

Noveria – Risen

Un album magnifico, che lancia i Noveria alla ribalta del mondo metallico, non solo a livello nazionale.

Eccolo l’album che dovrebbero far ascoltare a chi si ostina ad affermare che popolarità è sinonimo di qualità, che riempire uno stadio dà il diritto a non essere assolutamente attaccabile in relazione al prodotto proposto; che sia metal o rock non importa, perché la musica in quanto arte, troppe volte rimane incompresa o ancor peggio ignorata.

Prendete per esempio questo debutto/capolavoro dei romani Noveria, aiutati dalla produzione e, questa volta, anche dalla chitarra (in Fallen from Grace) di quel genio musicale che di nome fa Simone e di cognome Mularoni, e dalle tastiere di Emanuele Casali, che ha da poco concluso le sue”fatiche” sul bellissimo album degli Astra e grande protagonista anch’egli nei DGM.
Risen è un meraviglioso esempio di come si deve suonare oggi il progmetal, indurito da iniezioni power/speed da antologia, da far rabbrividire i grossi nomi internazionali del genere; chiaro che se la popolarità dovesse andare sempre a braccetto con la qualità, non basterebbe il Maracanà per contenere tutti i fan di questi splendidi musicisti.
Un album che ha del clamoroso, con una manciata di brani che definire perfetti è il classico eufemismo, forse meglio sarebbe dire da pelle d’oca, che non andrà via neanche dopo vari ascolti perché le sfumature che, inevitabilmente, al primo ascolto avrete perso, vi travolgeranno e vi lasceranno senza fiato.
Dopo l’intro The New Age, la title-track vi esploderà nei timpani, con tempi serratissimi di una sezione ritmica da infarto (Omar Campitelli alle pelli e Andrea Arcangeli al basso), momenti di calma prima che i solos di Francesco Mattei, chitarrista assolutamente strabordante, vi porteranno ad un grado di esaltazione totale.
Neanche il tempo di riprendersi da cotanta meraviglia che Downfall continua il massacro, con la salita in cattedra delle superbe tastiere del buon Casali e ci lasciamo trasportare così, come in Paralysis, dal talento di Frank Corigliano, vocalist dall’ugola eccezionale e dalla forte personalità, che pur seguendo le orme di Russell Allen, riesce a non sfigurare al confronto con una prova maiuscola.
Bene ho rotto il ghiaccio e allora parliamo di “influenze”: Symphony X, sicuramente, per l’approccio al genere, sempre con quel tocco drammatico nella struttura dei brani e mi fermo qui perché una band del genere ha necessariamente molto di suo e allora sarebbe meglio parlare di affinità.
Risen mi ha ricordato un altro bellissimo debutto, dello scorso anno e sempre di una band italiana,”A Prelude into Emptiness” dei Chronos Zero, finito sulla mia playlist di fine anno, anche se il gruppo ferrarese ingloba nel proprio sound elementi più thrash oriented, mentre qui si viaggia sul pendolino speed/power.
Abbiamo ancora il tempo di farci stupire dalla bellissima Ashes, dalla magniloquente ed epica Through the Abyss e dalla più ariosa in apparenza, Waste, stupenda conclusione di un album magnifico e affascinante, che lancia i Noveria alla ribalta del mondo metallico, non solo a livello nazionale.
Fatemi e fate soprattutto a voi stessi il piacere di supportarli. Grazie

Tracklist:
1. The New Age
2. Risen
3. Downfall
4. Paralysis
5. Ashes
6. Fear
7. Fallen from Grace
8. Through the Abyss
9. Waste

Line-up:
Andrea Arcangeli – Bass
Omar Campitelli – Drums
Francesco Mattei – Guitars
Emanuele Casali – Keyboards
Francesco Corigliano – Vocals

NOVERIA – Facebook

VIII – Drakon

“Drakon” è un album al quale la semplice etichetta death/black non solo sta stretta ma, per certi versi, può risultare anche fuorviante, alla luce delle pesanti influenze dark-doom e di una certa vena sperimentale esibita in diverse parti del lavoro.

L’esordio su lunga distanza del duo sardo VIII (già Division VIII) è l’ennesima espressione di vitalità di una scena estrema italiana in teoria inesistente, almeno se dovessimo dar retta ai singoli musicisti di volta in volta interpellati, ma che, per fortuna, continua a sfornare puntualmente band e dischi di notevole fattura.

Drakon ne è un ulteriore esempio, nel suo esibire un black death che possiede tutti gli ingredienti per soddisfare gli appassionati di questa sonorità, in particolare chi apprezza i Forgotten Tomb che, volutamente o meno, vengono chiamati sovente in causa nelle parti più ritmate.
Se l’opener Ode To Qayin ci fa intravvedere una band che si muove appunto nei pressi di un black metal cadenzato e di grande efficacia, la successiva Chalice With Blood Poisoned by Snake Bite, dopo una partenza che pare confermare tale tendenza esibisce invece rallentamenti e passaggi caratterizzati da una caliginosa oscurità: ed è in effetti questo il vero marchio del duo cagliaritano, ovvero l’alternanza tra le sfuriate tipiche del black tradizionale e le aperture al death più cupo e dalle sfumature occulte, unite a passaggi asfissianti ai limiti del doom.
Insomma non ci si annoia certo con gli VIII, tra la rivisitazione della marcia funebre nella cangiante Exequias Itinera, un brano dal tocco funereo come In Utero Matris che, complice l’uso dell’hammond, avrebbe fatto la sua ottima figura nella tracklist di “Feretri” degli Abysmal Grief, e la title-track, episodio black doom che lascia il segno delimitando la parte centrale del lavoro.
Le trame allucinate di Meta Stasis – Carcinogenic Cell, specialmente nella sua seconda metà, e della conclusiva Descending the Abyss, sono la pietra tombale collocata su un lavoro indubbiamente complesso ma che merita d’essere sviscerato nella sua interezza.
Il rischio che passi inosservato, confuso tra le miriadi di uscite, è piuttosto elevato, ed è anche compito di chi tratta di musica sulla carta stampata o sul web far sì che ciò non avvenga; tra l’altro Drakon è un album al quale la semplice etichetta death/black non solo sta stretta ma, per certi versi, può risultare anche fuorviante, alla luce delle pesanti influenze dark-doom e di una certa vena sperimentale esibita in diverse parti del lavoro.
Francamente nomi ben più noti e pubblicizzati non hanno minimamente raggiunto il livello di intensità toccato con questo loro primo album dagli VIII, ai quali oggettivamente manca solo una produzione appena un po’ più nitida e, magari, anche qualcuno che si prenda seriamente la briga di promuoverne la musica in loro vece.

Tracklist:
1. Ode To Qayin
2. Chalice With Blood Poisoned by Snake Bite
3. Exequias Itinera
4. In Utero Matris
5. Drakon
6. Meta Stasis – Carcinogenic Cell
7. Descending the Abyss

Line-up:
DrakoneM – Vocals, Guitars, Bass
Mark – Drums

VIII – Facebook

Ravenscry – The Attraction Of Opposites

“The Attraction of Opposites” è un ottimo lavoro che conferma le enormi potenzialità dei Ravenscry.

Tornano alla ribalta con questo nuovo album i Ravenscry, band milanese salita alla ribalta con il precedente “One Way Out”, nel non troppo lontano 2011.

Registrato al Ravenstudio e mixato al Bohus Sound Recordings in Svezia da Roberto Laghi e Dragan Tanaskovic, il nuovo disco conferma le buone impressioni suscitate dal primo episodio della saga Ravenscry, rivelandosi un lavoro originalissimo nel quale viene manipolata la materia gothic con assoluta maturità, e dove viene impressa al sound un’impronta che si allontana dalle facili catalogazioni mostrando un approccio vario, dalle mille sfumature e sfruttando al meglio ogni opportunità per rilasciare un prodotto distinguibile, tra le tante uscite discografiche in questo ambito.
Protagonista assoluta è la cantante Giulia Stefani, dotata di una voce che, usata in modo originale (talvolta pare di essere al cospetto di una cantante jazz), travolge per bellezza e personalità.
Il gruppo, da par suo, non si fa pregare nel picchiare il giusto sui propri strumenti, mantenendo viva una forte impronta metallica, e lo ricorda agli ascoltatori con una sezione ritmica tosta che non risparmia soluzioni progressive e sviluppi sonori che ricordano generi lontani dal mondo propriamente metal e gothic, sempre alla costante ricerca di una soluzione originale e mai scontata.
Luxury Of A Distraction apre il disco ed il mondo dei Ravenscry comincia a girare vorticosamente intorno a noi, con luci e ombre, tensione e pacatezza, esplosioni elettriche e divagazioni swing che ci sommergono dal primo all’ultimo minuto, all’inseguimento della sirena Giulia che, con la sua voce, ci sorprende ad ogni passaggio.
La band compatta sciorina riff e ritmiche tra gothic e metal moderno, inserendo armonie di fiati, dalla tromba (Living Today) al sax (Alive), alimentando atmosfere che passano dal progressive ai ritmi jazzati con facilità disarmante, non risparmiandosi e lasciando l’ascoltatore in attesa del prossimo, stupefacente, cambio di registro con il quale i Ravenscry andranno incontro a soluzioni più canoniche, oppure travolgeranno con soluzioni musicali e canore originalissime (The Big Trick).
Produzione ad altissimi livelli, artwork semplicemente fantastico e combo ai nastri di partenza per la definitiva consacrazione: difficile oggi trovare una band così peculiare nel genere e con questi elevati livelli di espressività.
Chapeau!

Tracklist:
01. Luxury Of A Distraction
02. The Witness
03. Missing Words (il video)
04. Alive
05. The Big Trick
06. Touching The Rain
07. Cynic
08. Living Today (il video)
09. Third Millennium Man
10. Noir Desire
11. Ink
12. Your Way
13. ReaLies

Line-up:
Giulia Stefani – Vocals
Mauro Paganelli – Guitars
Paolo Raimondi – Guitars
Andrea Fagiuoli – Bass
Simone Carminati – Drums

RAVENSCRY – Facebook

Dogmate – Hate

Tutto da ascoltare il debutto dei romani Dogmate, un metal/stoner colmo di groove dall’ottimo impatto.

L’etichetta romana Agoge Records licenzia il debutto dei suoi concittadini Dogmate, band che strappa applausi a scena aperta con questo fottutissimo Hate, lavoro che sprizza groove da tutti i pori, con una riuscitissima amalgama di suoni stoner e grunge violentati da mazzate al limite del thrash; metallico il giusto per piacere non solo a chi è più orientato a suoni hard rock “alternativi”, l’album consta di dieci brani dal tiro pazzesco, suonati con un piglio da band navigata dai quattro musicisti.

I Dogmate nascono nel 2012 e ne fanno parte Ivan Perres (Ivn) alla batteria, che con l’aiuto di Roberto Fasciani (Jeff) al basso compone una sezione ritmica potentissima, Stefano Nuccetelli (Sk)che, alla sei corde, dichiara guerra con un chitarrismo che passa inesorabilmente molto vicino all’approccio degli axeman statunitensi del genere (Zakk Wylde ma anche il compianto Dimebag Darrell) ed il vocalist Massimiliano Curto (Mad Curtis), interprete doc per la musica della band con la sua tonalità sporca, a metà strada tra il citato Zakk e Pepper Keenan, ex-Corrosion of Conformity.
Si comincia con Buried Alive ed il gruppo ci va giù pesante, la sezione ritmica tiene il passo con bordate stoner belle grasse che si accentuano nei brani dove il sound si velocizza, strizzando l’occhio al metal panterizzato (Inflated Psychotic). Nel corso dell’album sono molteplici le band alle quali i Dogmate fanno riferimento, ma rimane a mio parere (e qui sta il bello) ad aleggiare su Hate il fantasma dei Corrosion of Conformity, sia quelli più hardcore degli esordi (“Technocracy”), sia nella veste alternativa del capolavoro “Blind”, per arrivare infine allo stoner da “Deliverance” ai giorni nostri; in più i nostri aggiungono riff panteriani ed elementi pescati dalla musica di Seattle per un risultato che a tratti ho trovato esaltante.
In questo esordio i Dogmate risultano una band compatta, i loro brani che non lasciano respiro ed affondano il colpo ad ogni passaggio e nella loro totalità spiccano la bellissime Witness of the Shamelessness, Hunter’s Mind, Mesmerizing Truth e la ballad conclusiva Black Swan, nella quale il vocalist lascia le consuete tonalità per avvicinarsi al Chris Cornell solista dell’intimista e maturo “Song Book”.
Disco da avere e da ascoltare, ennesima prova che ormai la differenza tra le nostre band underground e quelle del sogno americano si è ridotta al minimo.

Track list.
1. Buried Alive
2. Inflated Psychotic
3. Witness of the Shamelessness
4. Stripped & Cold
5. Dark in the Eyes
6. Me-Stakes
7. Hunter’s Mind
8. Mesmerizing Truth
9. World War III
10. Black Swan

Line-up:
Massimiliano “Mad Curtis” Curto – Voce
Stefano “Sk” Nuccetelli – Chitarra
Roberto “Jeff” Fasciani – Basso
Ivan “Ivn” Perres – Batteria

DOGMATE – Facebook

Morbo – Addiction To Musickal Dissection

Death metal puro ed incontaminato per l’esordio dei Morbo.

E’ incredibile come nella musica non si debba mai dare nulla per scontato.

Dopo anni in cui il death metal è stato usato come base di partenza per arrivare ad altre sonorità, contaminandolo con qualsivoglia diavoleria, ora come dal nulla spuntano, ovunque, band che tornano a suonarlo puro, incontaminato, ovvero quello che oggi viene riconosciuto come l’old school death; un po’ come il thrash, due generi che il destino ha voluto fossero i più utilizzati dalle nuove band per trovare una propria strada nel groviglio di vie che compongono la Highway to Hell della musica estrema di oggi. Quando ormai tutti davano per morti i due generi a livello classico ecco che da ogni parte le radici del male tornano a spuntare dal terreno ed i germogli di questa malefica pianta ricominciano a distribuire nell’aria il putrido lezzo del frutto metallico. I Morbo sono una band di Roma, al debutto per Memento Mori, etichetta che ha dato non poche chance ai gruppi che si cimentano nel death classico, hanno all’attivo un demo del 2010 dal titolo “Eternal City of the Dead” e ci danno in pasto questo massacro senza compromessi, vicino al sound di Autopsy e Benediction. Produzione senza orpelli, molto asciutta e otto brani per mezz’ora di devastante viaggio nel più puro modo di concepire il genere. Growl da manuale, solos sparati e rallentamenti al limite del doom fanno di questo lavoro un must per gli amanti del genere, che troveranno tra i solchi di Abominangel, Pagan Seducer, Dawn of the Dying Living e Anesthesia Awareness attitudine da vendere, legata ad un buon songwriting, il che rende il debutto della band romana l’ennesimo pugno in faccia assestato dal genere a chi pensa che il death metal classico sia ormai di questi tempi obsoleto. Se ne ricomincia a parlare frequentemente nell’underground di band come i Morbo e di album come Addiction to Musickal Dissection, ora aspettiamo la benedizione dei luminari del mainstream metallico per la totale conferma che il death metal è tornato ad essere cool, così forse riusciremo a non pronunciare più quel fastidioso “old school”.

Tracklist:
1. Abominangel (Let Them Stink of Fear)
2. Decomposmopolitan
3. Pagan Seducer
4. Dawn of the Dying Living
5. Kaleidoscopic Incubus
6. Rending the Ephemeral Veil
7. As Sharp as the Blade of Blasphemy
8. Anesthesia Awareness

Line-up: Giorgio – Guitars, Bass
David – Drums
Andrea “Corpse” Cipolla – Guitars
Mirko “Offender” Scarpa – Vocals

MORBO – Facebook

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Hour Of Penance – Regicide

Capolavoro brutal death confezionato dalla band romana Hour Of Penance.

Devastante sotto ogni punto di vista, il nuovo album dei romani Hour Of Penance è a tutti gli effetti un prodotto di livello internazionale e si iscrive di diritto alla sfida per il miglior album del genere in questo 2014.

Un’avventura, quella del combo della capitale, iniziata nel 2000 ed arrivata al sesto full-length che segue “Sedition”, pubblicato due anni fa.
E’ cambiata la sezione ritmica, con gli innesti di Marco Mastrobuono al basso e della macchina da guerra James Payne, dietro le pelli nell’ultimo album degli Hiss From The Moat ed autore di una prova eccezionale.
Si ha la sensazione di trovarci ad un livello talmente alto che, per descriverne il sound a chi ancora non li conoscesse, non si deve parlare di influenze ma, al limite, di somiglianze, proprio perché gli Hour Of Penance hanno dalla loro una personalità da grande band che li aiuta ad avere un loro suono distinguibile; il loro brutal death, che definire tecnico è un eufemismo, a questo giro fa meraviglie risultando un macigno nichilista, di una profondità e magniloquenza disarmante.
Copertina da ultimi fotogrammi dell’apocalisse, con un ultimo processo inferto dai suoi tirapiedi al figlio dell’altissimo e una bordata sonora che annichilisce, una discesa senza freni tra drumming disumano, assoli e riff spettacolari e suonati alla velocità della luce, accenni di canti gregoriani che arricchiscono l’atmosfera di devastazione con un quid sinistro di epico disfacimento (Desecrated Souls, Sealed Into Ecstasy).
Non c’è speranza né il benché minimo accenno di salvezza, l’atmosfera di caos è sovrana e il gruppo sguazza in questo sfacelo, lasciando che il growl da Oscar di Paolo Pieri infligga il colpo mortale ai nostri poveri padiglioni auricolari.
Senza un attimo di respiro si fugge inseguiti dai quattro, che continuano il massacro senza soluzione di continuità, la sezione ritmica offre la sensazione di un palazzo che crolla, precisa e potente asseconda le due chitarre (lo stesso Paolo Pieri e Giulio Moschini) che come mitragliatori impazziti sparano riff sull’ascoltatore sterminando chiunque e non lasciando prigionieri.
Album che alla fine lascia la gradevole sensazione di aver potuto godere della prova di una delle migliori band brutal in circolazione, inutile dire che l’acquisto è assolutamente obbligato.

Tracklist:
1. Through the Triumphal Arch
2. Reforging the Crowns
3. Desecrated Souls
4. Resurgence of the Empire
5. Spears of Sacred Doom
6. Sealed into Ecstasy
7. Redeemer of Atrocity
8. Regicide
9. The Sun Worship
10. The Seas of Light
11. Theogony

Line-up:
Paolo Pieri – Vocals, Guitars
Marco Mastrobuono – Bass
James Payne – Drums
Giulio Moschini – Guitars

HOUR OF PENANCE – Facebook