Witchery – I Am Legion

In un’atmosfera di esaltante ed evocativo tributo agli inferi ed al suo signore, ci viene regalata una performance devastante, intrisa di perfida malignità e violentissima, perdendo in parte un po’ di sfumature speed/thrash old school per liberare la bestia insita da sempre nello spartito del gruppo di Linköping.

La copertina del nuovo album degli ormai storici Witchery esprime alla perfezione l’atmosfera maligna e pervasa da un’insana impronta black, mai così accentuata, che il nuovo album si porta dietro.

Ad un anno esatto dal ritorno con il già notevole In His Infernal Majesty’s Service, la band torna con il lavoro più malvagio della sua ormai lunga carriera, fatta di alti e bassi ma sempre all’insegna di un blackened thrash metal senza compromessi.
In un’atmosfera di esaltante ed evocativo tributo agli inferi ed al suo signore, ci viene regalata una performance devastante, intrisa di perfida malignità e violentissima, perdendo in parte un po’ di sfumature speed/thrash old school per liberare la bestia insita da sempre nello spartito del gruppo di Linköping.
Gli Witchery più invecchiano più diventano come il buon vino, magari allungato col sangue che da i brani di questo splendido lavoro estremo esce copioso, mentre Legion ci invita al massacro e True North ci offre la prima canzone sopra la media dell’album con un inizio solenne e terrorizzante da infarto.
Si parte a velocità della luce, una luce fioca che crea ombre diaboliche tra le note di Welcome, Night e Of Blackened Wing, fino al masterpiece Amun-Ra, dove Angus Norder sciorina a metà pezzo un growl profondo come l’inferno mentre la coppia Jensen/Rimfält ci incolla al muro con riff e solos dannatamente coinvolgenti.
D’Angelo e Barkensjö sono il solito motore ritmico instancabile, ma in I Am Legion è la putrida atmosfera che si respira tra i solchi dei brani a fare la differenza, come se i cinque musicisti fossero anch’essi demoni e ed allo stesso tempo piccoli pezzi di un puzzle vivente volto a riunirsi per evocare il male assoluto.
Il giro armonico del mid tempo che fa da tappeto a A Faustian Deal e la conclusiva The Alchemist sono gli ultimi botti di un album che conferma il grande ritorno del gruppo svedese, uno dei massimi esponenti del blackened/thrash metal internazionale, già sopra le righe con l’album precedente e qui perfetti e malvagi cantori estremi.

Tracklist
1. Legion
2. True North
3. Welcome, Night
4. Of Blackened Wing
5. Dry Bones
6. Amun-Ra
7. Seraphic Terror
8. A Faustian Deal
9. An Unexpected Guest
10. Great Northern Plague
11. The Alchemist

Line-up
Angus Norder – Vocals
Jensen – Guitar
Rikard Rimfält – Lead guitar
Sharlee D’Angelo – Bass
Chris Barkensjö – Drums

WITCHERY – Facebook

Heir – Au Peuple De l’Abîme

Un black metal per amanti del genere in versione più moderna, ed imbastardita dall’accoppiamento con generi lontani dalla furia primigenia dei gruppi classici, ma oltremodo stupefacente per le atmosfere estreme create.

Abbiamo avuto a che fare con i blacksters francesi Heir, riguardo all’uscita del bellissimo split licenziato dalla Les Acteurs de l’Ombre lo scorso anno, dove i nostri dividevano la scena con Spectrale ed In Cauda Venenum.

Attivo da solo un paio d’anni in quel di Tolosa, il quintetto estremo rilascia il primo album, questo notevole pezzo di granito black/sludge dal titolo Au Peuple De l’Abîme, poco più di mezzora di black metal dai tratti atmosferici accentuati, violentati da chitarre torturate e portate al limite, accelerazioni e più lineari momenti dove le sfumature si fanno intimiste.
Black metal, post rock e sludge al servizio del metal estremo creato da questa giovane band che conferma le buone impressioni suscitate dallo split, con cinque brani medio lunghi nei quali  le caratteristiche peculiari del sound del gruppo sono ben rappresentate.
Un black metal per amanti del genere in versione più moderna, ed imbastardita dall’accoppiamento con generi lontani dalla furia primigenia dei gruppi classici, ma oltremodo stupefacente per le atmosfere estreme create.
Lo chiamerei black metal d’autore, non fosse che quando gli Heir decidono di distruggere lo fanno con una forza spaventosa e con brani d’impatto come Meltem o L’Ame Des Foules.
Un album che conferma le impressioni positive suscitate, quindi consigliato agli amanti di questa frangia del metallo nero.

Tracklist
1.Au Siècle des Siècles
2.L’Heure D’Helios
3.Meltem
4.L’Âme des Foules
5.Cendres

Line-up
F.B – Bass
D.D.A – Drums
L.H – Vocals
M.D – Guitars
M.S – Guitars

HEIR – Facebook

Solfernus – Neoantichrist

I quaranta minuti di Neoantichrist scorrono via infatti piuttosto fluidi, con brani più catchy e dai chorus maggiormente ficcanti o con accelerazioni repentine, lasciando così un buon retrogusto proprio grazie all’assenza di qualsiasi traccia di pretenziosità.

I Solfernus sono una band ceca che torna in pista dopo oltre un decennio di stop, guidata da Igor Hubik, attuale chitarrista degli storici Root.

Neoantichrist è un discreto lavoro, che denota venature heavy/thrash in fondo non lontane dal gruppo del grande vecchio della scena Big Boss, e comunque non aderisce in maniera totale ai dettami della scuola scandinava, approdando a una forma meno algida e solenne.
L’album è ben prodotto e suonato da musicisti che dimostrano padronanza del genere, pur senza un filo conduttore specifico e comunque di uno o più brani capaci di colpire in maniera indelebile, ma la sensazione è che comunque i Solfernus abbiano un approccio abbastanza disincantato e, nel complesso altrettanto diretto, senza propensioni sperimentali o modernismi assortiti.
Anche per questo i quaranta minuti di Neoantichrist scorrono via infatti piuttosto fluidi, con brani più catchy e dai chorus maggiormente ficcanti come la title track e Mistresserpent, o con le accelerazioni repentine contenute in Between Two Deaths, lasciando così un buon retrogusto proprio grazie all’assenza di qualsiasi traccia di pretenziosità.

Tracklist:
01. Ignis ~ Dominion
02. Glorifired
03. Mistresserpent
04. Pray For Chaos!
05. That One Night
06. Between Two Deaths
07. Once Upon A Time In The East
08. My Aurorae
09. Neoantichrist
10. Stone In A River

Line-up:
Khaablus – vocals
Igor – guitar, vocals
Paramba – bass
Paul Dread – drums

SOLFERNUS – Facebook

Cryostasium – Starbound

Siamo al cospetto di un’opera non deprecabile e nemmeno priva di spunti interessanti, ma caratterizzata dalla poca attrattiva, anche nei confronti dei più aperti alla fruizione di soluzioni sperimentali.

Cryostasium è il progetto solista di Cody Mallet, musicista di Boston decisamente prolifico.

Infatti, in poco meno di una quindicina d’anni di attività con questo monicker, Mallet ha assommato più di trenta uscite tra full length, split album ed ep, il che come sempre in questi casi lascia qualche dubbio sull’effettiva incisività di ciascuna di esse, stante il grande rischio di dispersione di idee.
Diciamo subito che il genere proposto dai Cryostasium è un black sperimentale, ritualistico e fortemente dissonante, il che non sarebbe affatto male se non fosse che lo schema compositivo è sempre piuttosto simile, con l’eccezione dell’incremento ritmico presente in The Eye.
Starbound è un ep indubbiamente coraggioso e anticonvenzionale ma è anche piuttosto difficile da digerire, perché diversamente dal canonico black ambient, la presenza di una base ritmica unita al tipico ronzio in sottofondo e di un vocalizzo lamentoso, riempie ben più del sopportabile i canali uditivi dell’ascoltatore.
In definitiva, siamo al cospetto di un’opera non deprecabile e nemmeno priva di spunti interessanti, ma caratterizzata dalla poca attrattiva, anche nei confronti dei più aperti alla fruizione di soluzioni sperimentali.

Tracklist:
01. Starbound
02. Magnetic
03. Melancholera
04. The Eye
05. Adventurine

Line-up:
Cody Maillet – everything

CRYOSTASIUM – Facebook

Arkhon Infaustus – Passing The Nekromanteion

Death metal e black si uniscono per portare morte e distruzione, con un sound assolutamente estremo e senza compromessi: d’altronde le ispirazioni degli Arkhon Infaustus sono satanismo, perversione, oscenità e droghe, mentre il monumento al male che costruiscono avanza tra le macerie create da questi quattro terribili brani.

Tornano dopo dieci anni esatti dall’ultimo full length gli Arkhon Infaustus, band storica della scena estrema transalpina, con questo ep di quattro tracce dal titolo Passing The Nekromanteion.

Si ripresentano oggi come duo, composto da Deviant (voci, basso e chitarra) e Skvm (batteria), schiacciando gli ascoltatori con  la mole di questa cattedrale estrema ottimamente raffigurata in copertina, un’arma apocalittica che prende forza direttamente dall’inferno e distrugge senza pietà.
Death metal e black si uniscono per portare morte e distruzione, con un sound assolutamente estremo e senza compromessi: d’altronde le ispirazioni degli Arkhon Infaustus sono satanismo, perversione, oscenità e droghe, mentre il monumento al male che costruiscono avanza tra le macerie create da questi quattro terribili brani.
Il sound non è mai velocissimo e a tratti si fa marziale, ma in queste lunghe tracce è il caos a regnare, portato dalla terribile e drastica missione di morte ordita dalle truppe demoniache comandate dagli Arkhon Infaustus, in una guerra totale che Amphessatamine Nexion e, soprattutto, la conclusiva e malata Corruped Epignosis raccontano al meglio.
Un buon ritorno questo ep, che al giorno d’oggi si può certamente considerare come un full length, e che segna il ritorno di una band scomoda, consigliata con cautela agli amanti delle dissonanze black death.

Tracklist
1.Amphessatamine Nexion
2.The Precipice Where Souls Slither
3.Yesh Le-El Yadi
4.Corrupted Épignosis

Line-up
Deviant – All vocals, guitars and bass
Skvm – Drums

ARKHON INFAUSTUS – Facebook

Malphas – Incantation

Il pregio dei Malphas è quello di lasciar sfogare senza troppe remore una vena piuttosto orecchiabile, il che rende l’ascolto di Incantation molto fluido pur non risultano mai banale: un primo passo davvero incoraggiante per l’ottima band elvetica.

Anche se la Svizzera ha dato i natali ai Celtic Frost e, in subordine, ai Samael, non si può certo dire che sia una terra prolifica in quanto a band dedite al black metal.

Provano ad invertire questa tendenza i Malphas, gruppo di Losanna che esordisce su lunga distanza con Incantation: dopo in inizio un po’ farraginoso l’album prende decisamente quota con il procedere dei brani, grazie alla chitarre che iniziano a tessere con grande continuità melodie ben definite che fanno capo alla scuola scandinava, propendente a quella svedese, con gli Arckanum a fungere spesso quale potenziale termine di paragone. Ne deriva così un lavoro decisamente ispirato, con il quale i nostri esibiscono non solo grande padronanza del genere ma anche, a tratti, una sorprendente sensibilità melodica, inanellando uno dopo l’altro brani che avvolgono e avvincono sfuggendo tutto sommato anche al rischio della ripetitività.
Gli aspetti migliori dell’album vengono incarnati da una catchy title track, anche se il meglio i Malphas lo offrono nella magnifica e lunga Nahash Corruption, quasi nove minuti di black metal che si fa di volta in volta melodico, corrosivo ed evocativo nella sua parte conclusiva.
Il pregio dei Malphas è quello di lasciar sfogare senza troppe remore una vena piuttosto orecchiabile, il che rende l’ascolto di Incantation molto fluido pur non risultano mai banale: un primo passo davvero incoraggiante per l’ottima band elvetica.

Tracklist:
1. Contributor of the Light
2. Leviathan
3. Macabre Symphony Of Divine
4. Incantation
5. Nahash Corruption
6. Rebirth Of The Reign
7. Awaking Excelsi Lucifer

Line up:
Barbarian Whore – Bass
Machette – Drums
Xezbeth – Guitars
Raven – Guitars
Balaam Astaroth – Vocals

MALPHAS – Facebook

Voltumna – Dodecapoli

Per tutto Dodecapoli aleggia uno spirito antico che ha trovato il modo di esprimersi con una musica violenta e catartica, che ci mostra la magia e la forza di un popolo unico nella storia.

Nuovo e sempre più estremo assalto sonoro dei Voltumna, una delle band di punta del panorama black metal italiano.

Il gruppo viterbese usa il black death metal come linguaggio per raccontarci la storia di un popolo misterioso ai nostri occhi moderni ma molto più dentro di noi ai misteri che ci circondano. I Voltumna con Dodecapoli toccano, come dicono loro stessi, il punto più estremo della loro discografia, ma ne è sicuramente anche  la vetta più alta. Il disco possiede una bellissima furia black/death metal, spazza via tutto e accentra su di sé l’attenzione. Il percorso di questo gruppo non è mai stato comune o normale, con la musica e i testi ha sempre suscitato qualcosa di diverso: questa volta ci fa avventurare nella storia della federazione sacra delle dodici città etrusche, narrandoci avvenimenti ormai dimenticati di un’epoca che meriterebbe ben altra considerazione, perché gli Etruschi possedevano una sapienza che abbiamo perso, e questo è tra le cose all’origine della frattura fra noi e la nostra anima. La Dodecapoli etrusca è una storia davvero interessante e, narrata con la passione e la musica dei Voltumna, assume un significato ancora maggiore. Il disco è incredibile per intensità e forza di un black che si congiunge perfettamente con il death, e viceversa. Ci sono momenti di epicità notevoli, specialmente quando entrano in campo musiche tipiche del popolo etrusco, e il vortice dei Voltumna diventa un groviglio di magia antica. Per tutto Dodecapoli aleggia uno spirito antico che ha trovato il modo di esprimersi con una musica violenta e catartica che ci mostra la magia e la forza di un popolo unico nella storia. Semplicemente uno dei nostri migliori gruppi metal.

Tracklist
1.The Lion, The Goat, The Serpent
2.Itinere Inferi
3.Reading The Flames
4.In Principium Tarquinii
5.Criterion Of The Groma
6.Fanum Voltumnae
7.Lars Porsenna
8.Perdidit Veii
9.Cyclopean Walls
10.War Of Supremacy
11.Vessels Of Rasna
12.The Path To Our Twilight

Line-up
Zilath Meklhum – Vocal
Haruspex – Guitar
Augur Veii – Drums
Fulgurator – Bass

VOLTUMNA Facebook

Harmdaud – Blinda Dödens Barn

Con il monicker Harmdaud, Stenlund offre una buona prova all’insegna di un black death atmosferico che riporta senz’altro dalle parti degli Amon Amarth, ma se l’originalità non è la caratteristica principale di questo esordio, è innegabile che il suo ascolto si riveli alquanto gradevole e a tratti molto coinvolgente.

Blinda Dödens Barn è la prima testimonianza discografica di questo progetto solista del musicista svedese Andreas Stenlund.

Con il monicker Harmdaud, Stenlund offre una buona prova all’insegna di un black death atmosferico che riporta senz’altro dalle parti degli Amon Amarth, ma se l’originalità non è la caratteristica principale di questo esordio, è innegabile che il suo ascolto si riveli alquanto gradevole e a tratti molto coinvolgente.
Del resto, benché non ne risulti una particolare attività negli ultimi anni, il nostro è personaggio abbastanza conosciuto nell’ambiente estremo svedese, essendo membro di diverse band ed avendo ricoperto per un certo periodo il ruolo di chitarrista dal vivo per Vintersorg, e proprio il magnifico vocalist, famoso anche per la sua militanza nei Borknagar, si è occupato della produzione di Blinda Dödens Barn.
E’ un sentore epico, quindi, quello che aleggia all’interno di questi otto brani tra i quali spiccano i primi due, Vägens Slut e Själens Vanmakt e, soprattutto, il più evocativo Andetag, ma nel complesso l’album si rivela piuttosto uniforme per valore e, pur non toccando vette epocali, si rivela senza dubbio un ascolto ideale per chi ama questo tipo di sonorità.

Tracklist:
1. Vägens slut
2. Själens Vanmakt
3. Blinda Dödens Barn
4. Slagregn
5. Andetag
6. Till Glömskan
7. Vemodet
8. Memento Mori

Line-up:
Andreas Stenlund – Guitars, vocals, bass, programming, synthesizers

HARMDAUD – Facebook

Nazghor – Infernal Aphorism

La band di Uppsala conferma quanto di buono fatto in passato, ribadisce l’approdo ad una tendenza maggiormente melodica già evidenziata nel precedente Death’s Withered Chants e, mirabilmente, continua a non deludere le attese, regalando un’altra ora di black inattaccabile per resa sonora, esecuzione e brillantezza compositiva.

Tenendo fede alle proprie ormai consolidate abitudini, gli svedesi Nazghor offrono al fans del black metal melodico di matrice svedese il loro annuale full length intitolato Infernal Aphorism.

Al sesto lavoro su lunga distanza in altrettanti anni di attività, i Nazghor si pongono quali ideali continuatori della tradizione del paese delle Tre Corone riguardo a questa derivazione del genere, che prende le mosse dagli imprescindibili Dissection, per arrivare fino ai giorni nostri ai Dark Funeral e ai Watain.
La band di Uppsala conferma quanto di buono fatto in passato, ribadisce l’approdo ad una tendenza maggiormente melodica già evidenziata nel precedente Death’s Withered Chants e, mirabilmente, continua a non deludere le attese, regalando un’altra ora di black inattaccabile per resa sonora, esecuzione e brillantezza compositiva.
Se l’originalità è qualcosa sulla quale, in determinati ambiti musicali, va messa sopra fin da subito una bella pietra (tombale), non si può fare a meno di salutare con favore un album come Infernal Aphorism, vero manifesto di un modo di interpretare il metal estremo in maniera impeccabile, con un brano emblematico quale The Darkness Of Eternity, esaltante nel suo incedere epico e solenne, con una magnifica impronta melodica che si staglia su ritmiche talvolta parossistiche.
Se vogliamo, queste sono le caratteristiche di tutti i brani, ma ciò non significa che il sound sia uniforme e senza variazioni sul tema: se il trademark resta comunque quello ampiamente descritto, troviamo comunque frequenti variazioni ritmiche e persino eleganti passaggi pianistici o tastieristici che, sovente, introducono i brani preparando sapientemente il terreno al deflagrare degli altri strumenti (emblematica in tal senso l’altra perla dell’album, Absence Of Light).
Nonostante i Nazghor si spingano oltre l’ora di durata, il loro Infernal Aphorism scorre via fluido e senza annoiare, facendosi al contrario ricordare per più di un episodio davvero riuscito: inutile dire che per i fans delle band citate quali termini di paragone o ispirazione, l’ascolto di quest’album è quanto meno doveroso.

Tracklist:
1. Opus Profanus
2. Malignant Possession
3. Decretion At Eschaton
4. The Darkness Of Eternity
5. Deathless Serpent
6. Rite Of Repugnant Fury
7. Ephemeral Hunger
8. Spawns Of All Evil
9. Absence Of Light
10. Infernal Aphorism

Line up:
Nekhrid – Vocals
Armageddor – Guitars
Angst – Guitars
Crowlech – Bass
Cosmarul – Drums

NAZGHOR – Facebook

Chaos Moon – Origin of Apparition and Languor into Echoes, Beyond

La Folkvangr Records rimette in circolazione in un unica confezione i due primi full length in formato musicassetta dei Chaos Moon, Origin of Apparition e Languor into Echoes, Beyond, usciti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 2007.

La Folkvangr Records rimette in circolazione in un unica confezione i due primi full length in formato musicassetta dei Chaos Moon, Origin of Apparition e Languor into Echoes, Beyond, usciti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 2007.

Sono passati quindi dieci anni ma, ascoltando la prima parte, sembra che il tempo trascorso sia molto di più: Origin of Apparition è infatti un album discreto nel suo muoversi tra il black atmosferico e venature depressive ma viene affossato da una produzione pessima e dalla voce di Alexander Pool, uno strillo che a tratti diviene difficilmente sopportabile.
Vengono così vanificati buoni spunti all’intero di un contesto decisamente minimale, offrendo un risultato poco appetibile ma, per fortuna, il tutto viene risollevato da Languor into Echoes, Beyond, che, ascoltato subito dopo Origin of Apparition, sembra quasi frutto dell’operato di un’altra band.
In effetti, in tal senso non credo sia estraneo alla migliore riuscita dell’album l’affiancamento del mastermind da parte del tastierista e cantante Mark Hunter il quale, senza fare cose spettacolari, offre perlomeno uno screaming in linea con i dettami del genere, gratificando così anche una migliore registrazione. Languor into Echoes, Beyond, peraltro, nonostante la presenta di un musicista dedicato ai tasti d’avorio, in partenza va via molto più diretto e meno atmosferico rispetto al predecessore, risultando nel contempo più compatto, per poi aprirsi a diversi passaggi anche di di matrice ambient, racchiusi in buona parte nella lunghissima Simulacrum of Mirrors, e riacquistando una certa ariosità nelle due tracce conslusive, Hymn to Iniquity e Countless Reverie in Mare.
La progressione di Poole, musicista decisamente prolifico ed impegnato in molti altri progetti, continuerà poi con il buon Resurrection Extract, nel quale le già valide intuizioni presenti in Languor into Echoes, Beyond verranno ulteriormente sviluppate.
Questa operazione resta comunque abbastanza appetibile non solo per gli affezionati al formato cassetta, che sta prendendo nuovamente piede sia per i costi contenuti sia per una resa sonora che si confà soprattutto al metal estremo, ma anche per chi segue con attenzione la scena black d’oltreoceano ed attende il nuovo full length dei Chaos Moon, di imminente uscita.

Tracklist:
Tape 1 – Origin of Apparition
1. Illusions of Dusk and Dawn
2. Aether Aurora
3. Tenebrific
4. Pale Cast of Thought
5. And So Are the Words That Never Made it, I
6. And So Are the Words That Never Made it, II
7. Intro, Timeless Disease
8. Origin of Apparition
9. Outro, Endless Asphyxia

Tape 2 – Languor into Echoes, Beyond
1. De Mortalitate
2. Abstract Tongues
3. Waning
4. Simulacrum of Mirrors
5. The Palterer
6. Hymn to Iniquity
7. Countless Reverie in Mare

Line up:
A.P.
M.H.

CHAOS MOON – Facebook

Unru / Tongue – Split

Intimhölle Regression e Omega Male sono le due facce di una stessa medaglia, oltre che l’esibizione convincente di due band delle quali credo proprio sentiremo parlare anche in futuro, stante una comune efficace espressione che le porta a raggiungere lo stesso risultato percorrendo strade decisamemte diverse.

Non è insolito che uno split album accomuni band provenienti da una stessa nazione e, ovviamente, dedite ad uno stesso genere.

In questo caso si va anche oltre, visto che sia gli Unru che i Tongue provengono da Bielefeld, città della Vestfalia nota soprattutto ai calciofili più accaniti, visto che la locale squadra di calcio dell’Arminia ha militato spesso in Bundensliga.
Per entrambi i gruppi, simili anche in uno stato di servizio con un full length all’attivo nell’arco di una carriera ancora abbastanza fresca, lo stile esibito è il black metal, anche se non troppo canonico, essendo quello degli Unru oscillante tra pulsioni sperimentali e sfuriate quasi punk crust, mentre l’interpretazione dei Tongue sembra trarre ispirazione dalle lande d’oltreoceano e possiede comunque una maggiore vena atmosferica e, nel contempo, una più marcata ortodossia.
Ecco quindi emergere gli scostamenti tra le due band, che è poi ciò che arricchisce e rende ancor più interessante questo split album: Intimhölle Regression e Omega Male sono le due facce di una stessa medaglia, oltre che l’esibizione convincente di due band delle quali credo proprio sentiremo parlare anche in futuro, stante una comune efficace espressione che le porta a raggiungere lo stesso risultato percorrendo strade decisamemte diverse.

Tracklist:
Side A – U
1. Unru – Intimhölle Regression
Side B – T
2. Tongue – Omega Male

Line up:
UNRU
H. Unknown
A. Unknown
S. Unknown
T. Unknown

TONGUE
B. Bass (2014-present)
W. Drums (2014-present)
See also: Negativvm, ex-Stench of Styx
T. Guitars, Vocals (2014-present)
J. Guitars, Vocals (2014-present)

UNRU – Facebook

TONGUE – Facebook

Atrium Noctis – Aeterni

Aeterni non è un brutto lavoro e i fans del genere troveranno tra le trame sinfoniche, le accelerazioni estreme e le sfumature gothic/folk, più di uno spunto sufficiente per non spegnere il lettore dopo un paio di brani, ma è indubbio che dopo quindici anni di attività e al quarto lavoro, era sicuramente legittimo aspettarsi un album meno derivativo, prodotto meglio e con qualche idea in più.

Credevo di trovarmi al cospetto di un debutto ascoltando Aeterni, ultimo lavoro degli Atrium Noctis: songwriting scolastico, atmosfere alla Dimmu Borgir/Cradle Of Filth senza la violenta blasfemia insita nel sound delle due icone del genere, e un tocco gothic death che ricorda i connazionali Crematory, il tutto già sentito centinaia di volte.

Aeterni non è un brutto lavoro e i fans del genere troveranno tra le trame sinfoniche, le accelerazioni estreme e le sfumature gothic/folk, più di uno spunto sufficiente per non spegnere il lettore dopo un paio di brani, ma è indubbio che dopo quindici anni di attività e al quarto lavoro, era sicuramente legittimo aspettarsi un album meno derivativo, prodotto meglio e con qualche idea in più.
Invece il gruppo tedesco si presenta con un lavoro ispirato dalla nona sinfonia del compositore Antonin Dvorak e ad altre opere classiche, un concept ambizioso ma non sfruttato a dovere.
Le tastiere, ovviamente, svolgono un ruolo da protagonista nel sound del gruppo, il problema è che la produzione non valorizza il suono bombastico dei tasti d’avorio, le ritmiche furiose del black non incidono e la voce in screaming, pur cercando di risultare il più malvagia possibile, non rende giustizia alle atmosfere horror diaboliche classiche del genere; meglio allora quando, a seguire le evoluzioni strumentali è la voce femminile, operistica e capace di creare la giusta atmosfera.
La parte folk varia leggermente il sound del gruppo e sembra di entrare nel classico villaggio della Foresta Nera dove gli abitanti sono tenuti in ostaggio da streghe e folletti, che dal margine del bosco attendono il passaggio di anime da rubare e corpi per banchettare (se vi viene in mente il film Hansel & Gretel Cacciatori di Streghe, avete centrato il bersaglio).
Tra le tracce dell’album segnalo Leviathan, symphonic black metal song alla Dimmu Borgir, e Die Nacht Des Falken, dalle buone trame folk, il resto raggiunge la sufficienza con le unghie e con i denti.

Tracklist
1.Datura Noir
2.Zerberons Erwachen
3.AD
4.Leviathan
5.AD II
6.Die Nacht des Falken
7.ADE

Line-up
Hein – Vocals
Hydra Gorgonia – Keyboards
Sturm – Guitars
Thyratus – Guitars
Rhadamanthys – Guitars
Kalliope – Vocals

ATRIUM NOCTIS – Facebook

https://youtu.be/kbgWeA4_2O4

Solbrud – Vemod

Vemod si rivela uno degli album più convincenti dell’anno: rabbioso, intenso, ossessivo ma anche capace di far riflettere, in sintesi, difficile far meglio di così.

Vemod è il terzo full length dei Solbrud, band danese autrice ad un black metal decisamente di buona fattura.

Nonostante la contiguità geografica e linguistica con la Norvegia, dalla patria di Amleto non è certo uscita una quantità industriarle di gruppi dediti al genere, per cui questo quartetto proveniente dalla capitale costituisce a suo modo una piacevole anomalia.
I Solbrud interpretano il black con una vena al contempo algida ed atmosferica, e tutto sommato paiono volgere lo sguardo molto più ad ovest, verso le coste canadesi e statunitensi piuttosto che puntare alle vicine lande scandinave: così momenti più rarefatti di matrice ambient si alternano a repentine sfuriate dal notevole impulso melodico, come avviene emblematicamente nell’opener Det sidste lys.
Vemod consta di quattro lunghi brani che assieme raggiungono i cinquanta minuti di durata, il che rende impegnativo l’ascolto ma nel contempo consente ai Solbrud di sviluppare con più calma e meno frenesia la propria idea di black metal, che diviene poi decisamente esemplare per oscurità nei primi martellanti sei minuti di Forfald.
Indubbiamente la band danese segue uno schema consolidato e fruttuoso, affidando al tremolo delle chitarre il compito di delineare melodie che si stagliano sulla furia dei blast beat, interrompendo il tutto con passaggi più riflessivi che, alla fine, hanno la funzione di sospendere ad arte il flusso emotivo per poi incrementarne ulteriormente l’impatto al momento della ripresa.
Del resto funziona così anche per Menneskeværk e Besat af mørke, e quello che può apparire scontato e ripetitivo è in realtà la maniera ideale di veicolare al meglio, da parte dei Solbrud, la loro condivisibile visione apocalittica concernente il destino dell’umanità.
Vemod si rivela così uno degli album più convincenti dell’anno: rabbioso, intenso, ossessivo ma anche capace di far riflettere, in sintesi, difficile far meglio di così.

Tracklist:
1. Det sidste lys
2. Forfald
3. Menneskeværk
4. Besat af mørke

Line-up:
Tobias Pedersen – Bass
Troels Pedersen – Drums
Adrian Utzon Dietz – Guitars
Ole Pedersen Luk – Vocals, Guitars

SOLBRUD – Facebook

Kawir – Exilasmos

L’impasto sonoro è qualcosa che solo i Kawir propongono, e provoca un grande coinvolgimento, mostrando come la via ellenica al black metal sia ancora molto vitale e fertile, anche perché con il retroterra storico greco il materiale non manca di certo

Settimo disco per uno dei pilastri greci del black metal, i Kawir.

Questo gruppo faceva parte di quella nidiata satanica che la Grecia aveva partorito tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, con nomi come Rotting Christ, Varatrhon e Necromantia, gruppi che insieme ai Kawir hanno aperto una nuova ed importantissima via ellenica e mediterranea al black metal, molto diversa da quello scandinavo tanto da apparire in certi casi una cosa totalmente a sé. I Kawir di quella ondata hanno rappresentato e rappresentano tuttora la parte più pagana ed ellenica, e questo disco è una celebrazione delle gesta e delle vite di personaggi del pantheon greco come Edipo, Agamennone, e Tantalo fra gli altri. Il suono dei Kawir è un misto di black e di pagan metal, cantato con un growl molto preciso e di grande effetto. Il gruppo viaggia ad alte velocità, e la radice del suono sta in giri di chitarra black non iper veloci ma sostenuti, negli intarsi della parte ritmica e nel gran lavoro di tastiere e di strumenti tipici greci. L’impasto sonoro è qualcosa che solo i Kawir propongono, e provoca un grande coinvolgimento, mostrando come la via ellenica al black metal sia ancora molto vitale e fertile, anche perché con il retroterra storico greco il materiale non manca di certo. Il livello qualitativo dei dischi di questa band rimane molto alto, forse non al livello di innovazione che avevano i loro lavori degli anni novanta, ma Exilasmos si rivela bilanciato e coinvolgente, fatto da un gruppo che ha la completa padronanza dei propri mezzi e li usa al meglio. Exilasmos in greco antico significa placare la rabbia degli dei, e le storie qui narrate sono piene di paradigmi mitici che vanno bene anche per i nostri tempi.

Tracklist
01 Lykaon
02 Oedipus
03 Tantalus
04 Thyestia Deipna
05 Agamemnon
06 Orestes

Line-up
Therthonax – rhythm and lead guitars
Melanaegis – rhythm, lead guitars, solos, and 12-string acoustic guitar
Porphyrion – vocals
Echetleos – bass
Hyperion – drums and ercussions
Pandion – bagpipes, wind instruments, and psaltere
Aristomache – keyboards

KAWIR – Facebook

Blut Aus Nord – Deus Salutis Meæ

Chapeau a Vindsval, unica mente dei Blut Aus Nord che, dopo venti anni di musica estrema, dimostra una creatività senza pari, presentandoci un’opera breve ma intensa e ricca di stimoli emozionali.

Creatura mutevole i transalpini Blut Aus Nord, attivi ormai sulla scena black metal dal lontano 1995 con “Ultima Thulee”; da qualche album (la trilogia 777) tutto è nelle mani e nel multiforme ingegno di Vindsval, che dimostra anche in questa opera, Deus salutis meae, una grande capacità compositiva ed esecutiva sempre alla ricerca di sensazioni forti.

Nella loro lunga carriera discografica i Blut Aus Nord hanno sempre cercato di rielaborare il verbo black, allargando i confini della musica estrema; non si sono mai persi in derive convenzionali e con un un sacro fuoco interiore hanno dato vita a opere estreme sempre varie e di alta qualità, spingendo l’ascoltatore a continue sfide uditive ed emozionali. E’ il caso anche di questa opera, breve nei suoi trentatré minuti, ma molto intensa e densa nel definire un sound quasi alieno nel fondere death, aromi doom e black nella sua forma più industrial e meno raw; dieci brani, compresi tre intermezzi dai titoli in greco carichi di sonorità dark ambient. Fin dal primo vero brano, Chorea Macchabeorum, il suono è intrigante, sorprendente, distruttivo con fredde linee di synth, taglienti e potente drum machine; le linee vocali, non preponderanti in tutto l’album, sono sommerse dagli strumenti e fuoriescono sinistre e demoniache intessendo raggelanti litanie (Impius). Il suono ha qualcosa di alieno e demoniaco allo stesso tempo, il blend sonoro creato da Vindsval è unico ed è difficile a un primo ascolto, cogliere le tante sfumature nei brani, tutto è fuso in modo vitale e ha un qualcosa di allucinogeno; brani come Apostasis, violenti, carichi di suoni dissonanti ed obliqui, dimostrano che la musica estrema ha ancora molto da dire; i ritmi incalzanti si “ammorbidiscono” in Abisme e lambiscono territori doom titanici e carichi di tensione, dove non vi è alcuna speranza per il genere umano. Le traiettorie sonore che si intersecano in ogni brano danno un tocco avanguardistico, le lobotomizzanti schegge chitarristiche invitano alla catarsi e dimostrano una ricerca non comune, distante dalle recenti opere della band. Una cover virata su varie tonalità di grigio e nero, ad opera della artista ucraina Anna Levytska, dà un tocco visionario alla grande energia dell’opera. Vindsval offre un’ulteriore prova della sua grande vitalità artistica, che è lungi dall’essere esaurita, visto che sono annunciati la IV parte di Memoria Vetusta e un misterioso progetto a nome La lumiere sous le monde. Opera da ascoltare e metabolizzare con molta calma.

Tracklist
1. δημιουργός
2. Chorea Macchabeorum
3. Impius
4. γνῶσις
5. Apostasis
6. Abisme
7. Revelatio
8. ἡσυχασμός
9. Ex Tenebrae Lucis
10. Métanoïa

Line-up
W.D. Feld – Drums, Electronics, Keyboards
Vindsval – Guitars, Vocals
GhÖst – Bass
Thorns – Drums

BLUT AUS NORD – Facebook

Black Messiah – Walls of Vanaheim

Walls of Vanaheim è un’opera di buono spessore in un genere in cui non è così semplice lasciare il segno, ma purtroppo non riesce a raggiungere l’eccellenza a causa dell’eccessiva e ridondante verbosità che rischia di tenere lontani gli ascoltatori meno avvezzi a questo tipo di sonorità.

I tedeschi Black Messiah sono una band dallo stato di servizio ultraventennale e, grazie ad un’attività piuttosto regolare, soprattutto nel nuovo secolo, giungono con Walls of Vanaheim al loro settimo full length.

Il combo di Gelsenkirchen in tutti questi anni ha distribuito la propria competente interpretazione di un pagan black sinfonico e dalle ampie sfumarture folk, che si è con il tempo stemperato in qualcosa di più vicino all’heavy metal; Walls of Vanaheim è un album che mantiene ben salde le coordinate stilistiche e liriche della band, capace di regalare un lavoro convincente ma che, con qualche accorgimento in più, avrebbe potuto risultare di livello ancor più elevato.
I nostri hanno la capacità di creare con disinvoltura atmosfere epiche di grande evocatività ed immediatezza, ma pensano bene di appesantire il tutto con ben sei tracce contenenti una voce narrante che sarà anche funzionale alla comprensione del concept (visto che diversi brani sono cantati in lingua madre) ma che, allo stesso tempo, affievolisce all’ennesima potenza la tensione di un lavoro sul cui aspetto musicale c’è invece davvero poco da eccepire.
Un peccato neppure troppo veniale, questo, se pensiamo che al netto delle parti recitate resta comunque un’ora abbondante di musica, che rappresenta pur sempre un fatturato impegnativo in un epoca nella quale la fretta e la necessità della sintesi paiono aver preso il sopravvento; detto questo, però, i Black Messiah regalano una prova bella e convincente, trasportandoci nel loro epico immaginario la cui colonna sonora abbraccia il viking black come il folk, fornendo un risultato complessivo gratificante per chi ama tali sonorità.
La parte del leone in Walls of Vanaheim la fa Zagan, vocalist espressivo e abile violinista, che imprime il proprio marchio in ottimi brani come Mimir’s Head, The Walls of Vanaheim e A Feast of Unity, che sono poi quelli meno folkeggianti e maggiormente orientati ad esaltare la vena epica, anche con bellissimi progressioni chitarristiche, oltre alla notevole chiusura offerta con Epilogue: Farewell, che dopo due minuti di chiosa narrativa si trasforma in uno splendido strumentale che rappresenta idealmente la summa stilistica della band tedesca.
Walls of Vanaheim è un’opera di buono spessore in un genere in cui non è così semplice lasciare il segno, ma purtroppo non riesce a raggiungere l’eccellenza a causa dell’eccessiva e ridondante verbosità che rischia di tenere lontani gli ascoltatori meno avvezzi a questo tipo di sonorità.

Tracklist:
1. Prologue – A New Threat
2. Mimir’s Head
3. Father’s Magic
4. Mime’s Tod
5. Call to Battle
6. Die Bürde des Njörd
7. Satisfaction and Revenge
8. The March
9. The Walls of Vanaheim
10. Decisions
11. Mit Blitz und Donner
12. The Ritual
13. Kvasir
14. A Feast of Unity
15. Epilogue: Farewell

Line up:
Zagan – Vocals, Guitars, Violin
Garm – Bass
Donar – Guitars (lead), Vocals (backing)
Surtr – Drums
Pete – Guitars (rhythm), Vocals (backing)
Ask – Keyboards

Tom Zahner – Narrator

BLACK MESSIAH – Facebook

Forgotten Tomb – We Owe You Nothing

I Forgotten Tomb hanno raggiunto uno status invidiabile, che è quello di una band che può seguire una strada propria infischiandosene delle tendenze o delle convenienze commerciali, senza che questo vada minimamente ad inficiare il risultato finale.

I Forgotten Tomb sono una delle eccellenze italiane del nostro metal estremo fin dagli esordi, quando scuotevano l’audience con un black metal dalla forte impronta depressive sia musicalmente sia a livelli di tematiche.

Il tempo ha parzialmente smussato questo aspetto, anche se una certa disincantata negatività permane a livello lirico, mentre il sound si evoluto in una forma di black death con ampie venature doom, sempre in grado di offrire notevoli spunti melodici e soprattutto, mantenendo una cifra stilistica unica, che è poi il vero e proprio segno distintivo delle band di livelli superiore.
We Owe You Nothing è il nono full length del gruppo di Ferdinando Marchisio (alias Herr Morbid) e ad ogni nuova uscita di band provviste di un simile status è sempre grande il timore di riscontrare un appannamento irrimediabile della freschezza compositiva ma, a giudicare da questi sei brani, si può tranquillamente affermare che tale pericolo sia stato scongiurato.
Certo, bisogna partcire forzatamente dall’assunto che i Forgotten Tomb di oggi non sono più gli stessi di Love’s Burial Ground e nemmeno quelli di Negative Megalomania, il che appare tutt’altro che scontato vista la tendenza di molti a soffermarsi sul passato invece di focalizzarsi sul presente; detto questo We Owe You Nothing mantiene impresso a fuoco il marchio della band e ciò accade sia quando nella title track si palesano quelle sfumature southern che Marchisio ha sfogato nel recente passato con i Tombstone Highway, sia in Second Chances, allorchè il brano si stempera in un magnifico rallentamento di pura matrice doom.
L’ormao storica base ritmica, formata da Alessandro “Algol” Comerio al basso e da Kyoo Nam “Asher” Rossi alla batteria), che accompagna il leader fin da Love’s Burial Ground è un sinonimo di garanzia e coesione che valorizza ulteriormente il lavoro, anche quando prendono piede le caratteristiche progressioni chitarristiche come in Saboteur e, soprattutto, nel tellurico finale di Abandon Everything.
Longing For Decay è un buon brano dalle pesanti sfumature stoner sludge che però scorre via senza fornire particolari scossoni emotivi, che giungono invece con Black Overture (che contraddicendo il titolo in realtà chiude il lavoro) , splendido strumentale contraddistinto da un black doom atmosferico e melodico.
I Forgotten Tomb hanno raggiunto uno status invidiabile, che è quello di una band che può seguire una strada propria infischiandosene delle tendenze o delle convenienze commerciali, senza che questo vada minimamente ad inficiare il risultato finale; per quanto mi riguarda, ritengo che We Owe You Nothing sia il miglior album sfornato dalla band piacentina in questo nuovo decennio, rivelandosi molto più incisivo e ricco di sfumature rispetto ai pur buoni Under Saturn Retrograde, …and Don’t Deliver Us from Evil e Hurt Yourself and the Ones You Love, e questo non affatto cosa da poco …

Tracklist:
1. We Owe You Nothing
2. Second Chances
3. Saboteur
4. Abandon Everything
5. Longing For Decay
6. Black Overture

Line-up:
Ferdinando “Herr Morbid” Marchisio – guitars, vocals
Alessandro “Algol” Comerio – bass
Kyoo Nam “Asher” Rossi – drums

FORGOTTEN TOMB – Facebook

Crafteon – Cosmic Reawakening

Questi buoni otto brani si sviluppano su tempi medi riproposti con una certa regolarità e dal livello complessivo confortante, mancando però di un brano trainante capace di agganciare con decisione un audience sommersa da un’offerta ampia per gamma e, sostanzialmente, anche per qualità.

Tematiche lovecraftiane abbinate al black metal: niente di nuovo o sorprendente, ma sempre qualcosa di piacevolmente familiare per chi ama queste sonorità e, nel contempo, conosce a menadito le opere del solitario di Providence.

I Crafteon provengono da Denver e sono al loro primo passo discografico con questo full length intitolato Cosmic Reawakening, un lavoro decisamente gradevole nel suo insieme, anche se privo di quei particolari guizzi capaci di farlo emergere con decisione.
Ben suonato e prodotto, l’album del gruppo del Colorado mantiene sempre lungo il suo incedere uno stretto legame con il black scandinavo più melodico e dalle venature heavy, che emergono dalle progressioni chitarristiche.
Questi buoni otto brani si sviluppano su tempi medi riproposti con una certa regolarità e dal livello complessivo confortante, mancando però di un brano trainante capace di agganciare con decisione un audience sommersa da un’offerta ampia per gamma e, sostanzialmente, anche per qualità.
Brani intitolati Dagon o The Colour Out of Space finiscono comunque per possedere una loro indubbia attrattiva, e questo buon black epico e a tratti accattivante potrebbe intercettare i favori di più di un estimatore, magari attratto proprio dagli espliciti riferimenti lirici agli immortali racconti di H.P. Lovecraft.

Tracklist:
1. The Outsider
2. What the Moon Brings
3. The Temple
4. Dagon
5. The Colour Out of Space
6. The White Ship
7. From Beyond
8. The Whisperer in the Darkness

Line up:
Lord Mordiggian – Vocals (lead), Guitars (rhythm)
Rhagorthua – Drums
Ithaqua – Bass, Vocals (backing)
Fthaggua – Guitars (lead), Vocals (backing)

CRAFTEON – Facebook

Xanthochroid – Of Erthe and Axen Act II

Gli Xanthochroid sono sempre capaci di coinvolgere,  qualunque sia il filone stilistico prescelto, dall’alto della dote  più unica che rara che hanno nell’infondere la propria musica di un pathos cinematografico, consentendo all’ascoltatore di immergersi del tutto nel loro mondo immaginario per ottenerne visioni nitide e quanto mai reali.

Dopo aver ascoltato qualche mese fa la prima parte dell’atteso ritorno degli Xanthochroid, risale alla metà di ottobre l’uscita del secondo capitolo di Of Erthe and Axen.

Come preannunciato dalla band, il sound in quest’occasione riacquista quella magniloquenza sinfonica e, di pari passo, la robustezza metallica che erano state parzialmente sacrificate nel precedente episodio a favore di una comunque efficace vena folk.
In, effetti dopo la puntuale evocatività dell’intro, con Of Aching, Empty Pain la band californiana fa una sorta di riassunto musicale del proprio repertorio, piazzando il classico brano che mescola con brillantezza unica accenni di ritmiche black metal ad ampie aperture melodiche, richiamando anche il tema portante che costituisce il trait d’union della sua discografia.
Con Of Gods Bereft of Grace si entra in un territorio maggiormente inedito, grazie ad un andamento cangiante all’interno del quale trovano posto davvero tutte le pulsioni dei nostri, rassicurando  ampiamente chi poteva temere un inaridimento della vena compositiva di Sam Meador.
Gli Xanthochroid sono sempre capaci di coinvolgere,  qualunque sia il filone stilistico prescelto, dall’alto della dote  più unica che rara che hanno nell’infondere la propria musica di un pathos cinematografico, consentendo all’ascoltatore di immergersi del tutto nel loro mondo immaginario per ottenerne visioni nitide e quanto mai reali.
Walk With Me, O Winged Mother riporta l’opera a toni più rarefatti, con l’intervento di una Ali Meador utilizzata stavolta con parsimonia, questo almeno per qualche minuto prima che il brano monti dal punto di vista sinfonico sino a raggiungere picchi di grande solennità.
Gli ultimi venti minuti del lavoro esibiscono, come d’abitudine per i ragazzi di Lake Forest, un crescendo emotivo che va di pari passo con l’enfasi melodica, e se in Through Chains That Drag Us Downward meraviglia sempre la padronanza con la quale i nostri alternano umori e timbri vocali senza mai perdere il filo del discordo, con Toward Truth and Reconciliation il sound trova la sua maestosa sublimazione accompagnandoci, tra un brivido e l’altro,  ad un finale davvero degno della soundtrack di un film dai connotati epici.
Se Blessed Be With Boils stupiva per il suo essere l’epifania di un talento più unico che raro, questa doppia fatica non delude le attese, confermando appieno il valore di una band che, nel proprio segmento stilistico, ha a mio avviso già superato i propri maestri; volendo cercare il pelo nell’uovo, gli unici minimi dubbi permangono relativamente all’eccessiva dilatazione dei tempi intercorsi tra un full length e l’altro (anche se parzialmente compensata dagli oltre novanta minuti complessivi di Of Erthe and Axen) e alla capacità in futuro di svincolarsi dai temi lirici e musicali della saga di Thanos and Ereptor senza smarrire l’ispirazione (come accadde invece ai Virgin Steele successivamente all’epopea chiusa da “The House Of Atreus – Act 2”).
L’ancora giovane età di Meadow, Earl e Vallefuoco ed il talento cristallino esibito ad ogni uscita sono elementi che consente ragionevolmente di escludere il pericolo di un appannamento a breve termine, per cui non ci resta che godere a lungo e per intero di questo splendido lavoro, per il quale vale davvero la pena di dedicare un’ora e mezza del proprio tempo.

Tracklist:
1. Reveal Your Shape, O Formless One
2. Of Aching, Empty Pain
3. Of Gods Bereft of Grace
4. Of Strength and the Lust for Power
5. Walk With Me, O Winged Mother
6. Through Caverns Old and Yawning
7. Through Chains That Drag Us Downward
8. Toward Truth and Reconciliation

Line-up:
Sam Meador – Vocals, Keyboards, Guitars (acoustic)
Matthew Earl- Drums, Flute, Vocals (backing)
Brent Vallefuoco – Guitars (lead)
Ali Meador – Vocals

XANTHOCHROID – Facebook

Sheidim – Infamata

La durata, che non si discosta da molti full length di altre realtà, e la qualità dei brani proposti risultano due buoni motivi per non perdere questo lavoro e fare la conoscenza degli Sheidim.

Abituati alle uscite della I, Voidhanger, sempre molto originali e fuori dai soliti schemi, un ep come questo ultimo lavoro degli spagnoli Sheidim si posiziona dalle parti di un più scontato black metal di estrazione scandinava.

Gruppo proveniente da Barcellona, gli Sheidim sono una giovane band nata solo quattro anni fa, con alle spalle un ep di debutto ed un primo album sulla lunga distanza licenziato lo scorso anno dalla Dark Descent Records.
Un attacco frontale, una burrasca di maligno black metal che non manca di proporre tra le sue trame accenni melodici alla Dissection, sfuriate estreme e mid tempo evocativi di scuola Watain, per quasi mezzora di metallo nero ad opera di questi blacksters latini che il loro mestiere lo sanno fare molto bene.
L’attitudine non manca di certo al combo catalano e sembra davvero di essere al cospetto di un nugolo di demoni provenienti dal nord, tanto è l’impatto con cui le varie A Dying Sun o Underneath si infrangono come un maremoto sui nostri padiglioni auricolari.
Un ottimo scream, buone sfumature melodiche e qualche intermezzo atmosferico a rendere vario ed interessante l’ascolto, fanno di Infamata un mini album da non sottovalutare, con la conclusiva Sister Of Sleep a portare la temperatura sotto lo zero con un inizio raggelante che sfocia in una ripartenza diabolicamente devastante.
La durata, che non si discosta da molti full length di altre realtà, e la qualità dei brani proposti risultano due buoni motivi per non perdere questo lavoro e fare la conoscenza degli Sheidim.

Tracklist
1. Infamata
2. A Dying Sun
3. Underneath
4. Wings Of The Reaper
5. Sister Of Sleep

Line-up
A.T. – Bass
J.F. – Drums
C.S. – Guitars
A.K. – Vocals

SHEIDIM – Facebook