Behemoth – Messe Noire

Mastodontico live che fotografa i Behemoth nel 2018, Messe Noire è un lavoro da non perdere per i fans del gruppo di Nergal e per gli amanti del metal estremo.

Più che un semplice live, Messe Noire è la celebrazione del pensiero di Nergal, uomo libero da dogmi, diventato un simbolo dell’indipendenza da imposizioni di qualunque genere: un delirio estremo che se, nel formato in cd viene limitato da una scaletta stringata ed indulgente verso l’ultimo The Satanist, nella versione DVD/Blu-Ray si trasforma in un prodotto imperdibile per i fans della band e del death/black metal.

Per chi ha amato l’ultimo lavoro, questa versione è comunque perfetta per entrare nel mondo live del gruppo, l’atmosfera che si respira all’ascolto risulta ipnotica e d’impatto, con il pubblico soggiogato dal carisma di Nergal e compagni, “sacerdoti” di una liturgia satanica che affascina e stordisce, nel suo essere blasfema e terrorizzante con il suo lucido e chirurgico andamento.
I brani seguono pedissequamente la scaletta di The Satanist, dall’opener Blow Your Trumpets Gabriel, passando per la title track, Ora Pro Nobis Lucifer, valorizzata da un lavoro ritmico straordinario, e per la terrificante e quanto mai ricca di atmosfere sacrileghe The Satanist.
O Father O Satan O Sun!, nel suo epico e ed oscuro incedere, conclude questo viaggio all’inferno in compagnia di Nergal e compagni, una delle più grandi band che il genere possa vantare al momento, famosa e rispettata quel tanto che basta per giungere con la sua nera arte ed il suo oltraggioso pensiero a tutti gli amanti del metal estremo di scuola death/black.
Come scritto, la versione DVD/Blu-Ray risulta più completa e consigliata ai fans del gruppo, mentre quella in cd/vinile, pur registrando la presenza delle sole tracce che compongono The Satanist, risulta comunque un manifesto live affascinante e perfetto nel fotografare i Behemoth nel 2018.

Tracklist
‘Live Satanist‘ (Warsaw 2016):
01 – “Blow Your Trumpets Gabriel”
02 – “Furor Divinus”
03 – “Messe Noire”
04 – “Ora Pro Nobis Lucifer”
05 – “Amen”
06 – “The Satanist”
07 – “Ben Sahar”
08 – “In The Absence Ov Light”
09 – “O Father O Satan O Sun!”
10 – “Ov Fire And The Void”
11 – “Conquer All”
12 – “Pure Evil And Hate”
13 – “At The Left Hand Ov God”
14 – “Slaves Shall Serve”
15 – “Chant For Ezkaton 2000”

‘Live Assault‘ (‘Brutal Assault‘ 2016):
01 – “Blow Your Trumpets Gabriel”
02 – “Furor Divinus”
03 – “Messe Noire”
04 – “Ora Pro Nobis Lucifer”
05 – “Amen”
06 – “The Satanist”
07 – “Ben Sahar”
08 – “In The Absence Ov Light”
09 – “O Father O Satan O Sun!”
10 – “Ov Fire And The Void”
11 – “Conquer All”
12 – “Chant For Ezkaton 2000”

‘The Satanist: Cinematic Archive (music videos):
“Blow Your Trumpets Gabriel”
“Messe Noire”
“Ora Pro Nobis Lucifer”
“The Satanist”
“Ben Sahar”
“O Father O Satan O Sun!”

CD Track list:
01 – “Blow Your Trumpets Gabriel”
02 – “Furor Divinus”
03 – “Messe Noire”
04 – “Ora Pro Nobis Luficer”
05 – “Amen”
06 – “The Satanist”
07 – “Ben Sahar”
08 – “In The Absence Ov Light”
09 – “O Father O Satan O Sun!”

Line-up
Nergal – Vocals & Guitars
Seth – Guitars
Orion – Bass
Inferno – Drums

BEHEMOTH – Facebook

Freitot – Freitot

Freitot è un godimento per orecchie magari un po’ usurate, ma non abbastanza da diventare refrattarie a certi suoni, e se death metal dev’essere questo è proprio del tipo che non ci si stanca mai di ascoltare.

Freitot è un trio francese, al suo esordio con un album autointitolato, nel quale troviamo musicisti già abbastanza conosciuti della scena transalpina.

Se Fabien Desgardins ed Etienne Sarthou sono noti soprattutto agli adepti del death metal, Arno Strobl è sicuramente un vocalist che non ha bisogno di troppe presentazioni a chi è attento anche a sonorità più sperimentali, come quelle dei Carnival in Coal o degli We All Die Laughing (dove ha fatto coppia con il geniale Déhà).
L’album in questione, invece, di innovativo non ha proprio un bel niente, ma non è detto che ciò sia un male, anzi: se si decide si suonare un death metal tradizionale, scevro da pulsioni moderniste, ammorbidimenti melodici o ghirigori progressivi, ecco, questo è il modo giusto.
Il growl di Strobl non teme confronti, mentre i suoi due compari erigono montagne di riff senza dimenticare ottimi passaggi solisti: il sound tratteggia umori degni di luoghi poco accoglienti, come testimonia la copertina, e oscilla tra pulsioni più brutali e momenti più accattivanti e ricchi di groove, la ricetta magica che consente di godere appieno e a lungo di un lavoro di tal fatta.
Un brano fantastico come Father lo possono scrivere solo musicisti capaci di padroneggiare la materia con estrema disinvoltura, ma è solo il picco di un lavoro che ha il grande pregio di non annoiare, soprattutto se queste sonorità fanno parte dei propri ascolti fin dal secolo scorso, quando una band come per esempio i Gorefest (con i quali trovo diversi punti di contatto) era in grado di mettere a ferro e fuoco l’audience, non solo annichilendola sotto violente bordate ma aggredendola, semmai, con le proprie evolute trame musicali.
Freitot è un godimento per orecchie magari un po’ usurate, ma non abbastanza da diventare refrattarie a certi suoni, e se death metal dev’essere questo è proprio del tipo che non ci si stanca mai di ascoltare.

Tracklist:
1. The Human Drawer
2. Mission
3. …And Your Enemy Closer
4. Father
5. Love Is All Around
6. Lost In Meaning
7. The Last Room on the Left
8. Yoko

Line-up:
Fabien “Fack” Desgardins – Guitars (lead)
Arnaud Strobl – Vocals
Etienne Sarthou – Guitars (rhythm), Bass, Drums

Jyotiṣavedāṅga – Thermogravimetry Warp Continuum

Thermogravimetry Warp Continuum è un impressionante monolite death/black/noise.

Primo abominoso parto su lunga distanza (ma nemmeno troppo, considerando che non raggiunge la mezz’ora di durata) per questa band composta da musicisti indiani e russi.

Jyotiṣavedāṅga è un testo di astronomia vedica, il che fa presupporre che difficilmente ci ritroveremo alle prese con sonorità scontate: Thermogravimetry Warp Continuum è infatti un impressionante monolite death/black/noise che lascia uno spazio pressoché nullo alla melodia.
Il trio esibisce un sound cupo, che si snoda tra accelerazioni più vicine al grind che al black, solo di tanto in tanto rese più intelligibili da brevi pause e rallentamenti sconfinanti nel doom, ingentiliti anche da qualche notevole intarsio chitarristico come avviene nella spaventosa traccia conclusiva Imploding Linear Fusion Propulsion System.
Un growl impietoso, poggiato su un lavoro strumentale dai toni quanto mai ribassati, ci respinge al mittente, impedendoci l’ingresso in un qualche universo parallelo dove alberga una sapere che è all’uomo è per sempre negato.
I brani sono vere e priore deflagrazioni, il suono di corpi celesti che collidono, creando nuovi modi dall’annientamento di altri, con la morte a generare vita in un ciclo continuo: l’opera dei Jyotiṣavedāṅga è qualcosa che non può lasciare indifferenti, a patto di non farsi condizionare negativamente da un fragore che, quando si fa musica, diviene a tratti irresistibile.

Tracklist:
1. Distress Signal: Source Unknown
2. Quantum Integers Systematic Deduction
3. Bilateral Indexing Theory
4. Protocol Hyper Sterilization on Initialize
5. Vector Photon Gammaburst
6. Imploding Linear Fusion Propulsion System

Line-up:
Sadist – Guitars
H. – Synths, Noise, Effects
AR – Vocals

JYOTISAVEDANGA – Facebook

Synaptik – Justify & Reason

Tecnicamente bravissima, ma con ancora qualcosa in termini di personalità da perfezionare, la band inglese è una realtà metallica da seguire con attenzione cercando di non perderne le tracce, perché l’opera sopra le righe potrebbe arrivare da un momento all’altro.

I Synaptik sono una band inglese attiva dal 2012 ma poco conosciuta dalle nostre parti.

Suonano progressive thrash metal e Justify & Reason è il loro secondo album che segue di tre anni il debutto The Mechanisms of Consequence, riprodotto nel secondo cd che completa l’opera.
Meriterebbero molta più attenzione di quella che gli è stato attribuito fino ad ora i thrashers britannici, perché il sound prodotto su queste due fatiche risulta un devastante, tecnicissimo e melodico esempio di thrash metal progressivo accostabile alle opere di Sanctuary e Nevermore, così come Fates Warning e Watchtower, con il vocalist Alan Tecchio (anche con gli Hades) in veste di ospite su Your Cold Dead Trace, brano tratto dal primo lavoro.
Grande tecnica al servizio di brani trascinati e dalle atmosfere drammatiche, un cantante (John Knight) che segue le orme del compianto Warrel Dane e per i Synaptik il gioco è fatto, semplice a dire molto più difficile da elaborare.
Il sound del gruppo, a tratti, si specchia un po troppo nelle intricate trame del metal progressivo, affacciandosi sullo spartito in mano ai Dream Theater, mentre si rivelano un portento quando attaccano al muro con ritmi incalzanti e sfumature nevermoriane.
Justify & Reason va giudicato per quello che è, un ottimo lavoro supportato da un songwriting di buon livello e dall’ottima tecnica dei suoi protagonisti: brani come The Incredible Machine o Esc Ctrl hanno il solo difetto di seguire trame già scritte a suo tempo dai gruppi citati, un peccato veniale che non inficia la buona qualità generale della loro musica.
Tecnicamente bravissima, ma con ancora qualcosa in termini di personalità da perfezionare, la band inglese è una realtà metallica da seguire con attenzione cercando di non perderne le tracce, perché l’opera sopra le righe potrebbe arrivare da un momento all’altro

Tracklist
Disc 1
1.The Incredible Machine
2.Human / Inhuman
3.Conscience
4.White Circles
5.Esc Ctrl

Disc 2
1.Truths That Wake
2.A Man Dies
3.I Am The Ghost
4.Your Cold Dead Trace (feat. Alan Tecchio)
5.Irresistable Shade
6.Vacancy Of Mind
7.As I Am, As I Was
8.Utopia In Our Eyes
9.All Lies
10.Allies
11.Your Cold Dead Trace [Tecchio Mix]

Line-up
John Knight – Vocals
Ian knight – Guitars
Kev Jackson – Bass
Jack Murton – Guitars
Pete Loades – Drums

Johansson & Speckmann – From The Mouth Of Madness

From The Mouth Of Madness segue di pari passo il suo predecessore, con la coppia che sfoga i suoi istinti estremi, ma in maniera più diretta e fruibile che in passato e quindi ancora più meritevole d’attenzione.

Torna con un nuovo lavoro una delle tante collaborazioni del buon Rogga Johansson, quella con lo storico vocalist e bassista americano Paul Speckmann dei Master.

La coppia, accompagnata in questo nuovo massacro da Kjetil Lynghaug alla sei corde e Brynjar Helgetun (che si è occupato anche del mixaggio e della masterizzazione) alle pelli, arriva al traguardo del quarto full lenght di una fruttuosa collaborazione iniziata nel 2012, su di un brani inserito nel primo album dei Megascavenger.
Come ormai da tradizione, il duo ci attacca al muro con mezzora di death metal più americano che scandinavo, anche se in qualche riff e assolo non manca di ricordarci la band madre di Johansson, i Paganizer.
Death metal old school con un’impronta hardcore come nei lavori precedenti, uno Speckmann dall’ugola cartavetrata ed il suo compagno che, con Lynghaug, rifila riff su riff, supportati dal drumming forsennato di Helgetun.
Una mazzata che, veloce come un lampo, passa e distrugge come una tromba d’aria, con l’opener The Demons Night che ci inganna con il suo piglio nord europeo, mentre già dalla successiva Is This Just Virtual?, il sound si sposta decisamente verso un death metal disseminato di sfumature thrash/core.
From The Mouth Of Madness segue di pari passo il suo predecessore, con la coppia che sfoga i suoi istinti estremi, ma in maniera più diretta e fruibile che in passato e quindi ancora più meritevole d’attenzione.

Tracklist
1. The Demons Night
2. Is This Just Virtual?
3. Remove The Creep
4. Condemned
5. Why Fear
6. Heal The Strain
7. The Heathen Of The Night
8. The Fallen Angel
9. Kill And Kill

Line-up
Paul Speckmann – Vocals
Rogga Johansson – Guitars, Bass
Kjetil Lynghaug – Lead Guitars
Brynjar Helgetun – Drums

JOHANSSON & SPECKMANN – Facebook

One Day In Fukushima – Ozymandias

Ozymandias è un album che non conosce tregua, uno tsunami di metal estremo che fagocita grind, death, crust, hardcore, lo fa crescere al suo interno e lo espelle trasformato in un mostro musicale violentissimo e senza compromessi.

La scena estrema tricolore ci regala l’ennesima bomba sonora, questa volta di matrice death/grind.

Ozymandias è il primo album dei campani One Day In Fukushima, band attiva da una manciata d’anni e altrettanti split e demo pubblicati, prima che la Ecleptic Productions licenziasse questo massacro sonoro composto da diciassette bombe atomiche lanciate una dietro l’altra in ventidue minuti sulle nostre teste.
Ozymandias è un lavoro che non conosce tregua, uno tsunami di metal estremo che fagocita grind, death, crust, hardcore, lo fa crescere al suo interno e lo espelle trasformato in un mostro musicale violentissimo e senza compromessi.
Valorizzato dall’apparizione di una manciata di musicisti della scena come Armin dei Distaste, Campiños dei Convulsions Grindcore, Mariano degli Ape Unit, ed Angelo & Renato dei Neid, Ozymandias, oltre che prodotto magnificamente, si bea di una raccolta di candelotti dinamitardi che vi esploderanno in faccia, spettacolari nella loro violenza nichilista ma perfettamente leggibili, tanto da gustare le ritmiche forsennate, il gran lavoro delle sei corde e i molti dettagli che fanno dell’album una vera sorpresa.
Non manca nulla a Ozymandias per diventare uno dei lavori più riusciti dell’anno per quanto riguarda il genere, quindi se Napalm Death, Misery Index, Repulsion, Cripple Bastards e Terrorizer (lo scorso anno gli One Day In Fukushima sono apparsi su una compilation dedicata al gruppo) sono stati e continuano ad essere i vostri ascolti abituali, non perdetelo per nessun motivo.

Tracklist
1.Bhopal inc.
2.Desomorfina
3.D.E.M. (Deus Ex Machina)
4.Exoskeleton
5.Automi
6.Toxikissione
7.Sawney’s Eyes
8.Giu’ La Testa
9.Stench Of Rotten
10.Ipnosi Dell’Assente
11.Priypiat Syndrome
12.Waterboarding
13.Ridursi Al Niente
14.La Giustizia Degli Spaventapasseri
15.Il Regime Dei Maiali
16.Gabbia Toracica
17.Jiu Ming

Line-up
Valerio – Vocals, Lyrics
Fabrizio – Lead Guitar
Vincenzo – Bass Guitar
Cosimo – Drums

ONE DAY IN FUKUSHIMA – Facebook

Sepolcro – Undead Abyss

La brevità dell’opera impedisce di trarre conclusioni definitive, rimandandole per forza di cose ad una prova di maggior durata, ma la strada che dal sepolcro conduce alle orecchie degli appassionati di death sembra già piuttosto ben delineata.

Interessante demo, per quanto breve, per i veronesi Sepolcro, trio dedito ad un feroce e ed essenziale death metal di impronta statunitense.

La band, nata all’inizio del decennio e poi scioltasi dopo qualche anno, è stata rimessa in piedi nel 2018 dal drummer e membro fondatore Hannes e il frutto di questa ripartenza, che ha coinvolto anche il chitarrsta Simone e la bassista Nor, è appunto Undead Abyss.
Un monicker simile (stranamente molto meno inflazionato di quanto si potrebbe pensare) evoca necessariamente sonorità catacombali ed effettivamente, complice la produzione, i suoni arrivano un po’ ovattati come se, appunto, il tutto si stesse scatenando sei piedi sotto terra. Sicuramente la cosa appare del tutto calzante anche alle tematiche trattate,  le quali hanno a che fare con la letteratura lovecraftiana, come sempre fonte primaria di ispirazione per molte band estreme, soprattutto in ambito death.
I tre brani (Bone Totem, The Edge Of Infinity e la title track Undead Abyss) filano via lisci ma corrosivi come da copione, i riff non sono certi innovativi ma tale formula la si riascolta sempre molto volentieri e il growl, offerto sia dal chitarrista Simone che dal batterista Hannes, non concede alcuna tregua di sorta, andando a comporre un quadro stilistico che rimanda a campioni indiscussi del genere come gli Incantation e band affini, pur con tutte le distinzioni del caso.
La brevità dell’opera impedisce di trarre conclusioni definitive, rimandandole per forza di cose ad una prova di maggior durata, ma la strada che dal sepolcro conduce alle orecchie degli appassionati di death sembra già piuttosto ben delineata.

Tracklist:
1. Bone Totem
2. The Edge Of Infinity
3. Undead Abyss

Line-up:
Simone – Guitars, Vocals
Nor – Bass
Hannes – Drums, Vocals

Sentient Horror – The Crypts Below

I Sentient Horror con The Crypts Below tornano a far suonare gli strumenti come nei primi anni novanta nel Nord Europa nord e lo fanno dannatamente bene.

“Uno dei migliori progetti Swedish Death che ho incontrato negli ultimi vent’anni, la miscela perfetta di tutti i punti salienti della scena svedese dal 1989 al 1991, davvero impressionante”.

Queste erano le parole con cui Dan Swanö, uno che di death metal scandinavo se ne intende, spendeva nei confronti dei Sentient Horror e sul loro primo full length, il fenomenale Ungodly Forms, uscito sul finire del 2016 e sul quale il guru svedese mise lo zampino occupandosi della masterizzazione.
Matt Moliti, ex Dark Empire, torna con la sua creatura in arrivo dal New Jersey ma totalmente devota al suono estremo di marca svedese, con il santino di Swanö sopra il comodino e i primi album degli Edge Of sanity sotto il braccio.
Prodotto dal chitarrista e cantante statunitense, mixato da Damian Herring ai Subterranean Watchtower Studios in Virginia ed ovviamente masterizzato agli Unisound Studios dal mitico musicista e produttore svedese, The Crypts Below è un ep di quattro brani inediti più la splendida cover di Darkday, ovviamente scritta dagli Edge Of Sanity per The Spectral Sorrows, full length uscito nel 1993.
Quando la title track irrompe, Moliti e compagni ci scaraventano a suon di riff direttamente nei primi anni novanta e nell’età dell’oro del death metal suonato dai Sanity e dai gruppi storici della scena scandinava. I Sentient Horror sono un gruppo di musicisti americani posseduti dal demone nordico, il loro sound è talmente perfetto nel glorificare le gesta delle band provenienti dal nord Europa che al suono di brani come Bled Dry By The Night o Hatchet Crimes, il cielo si copre, la temperatura scende repentina e comincia a nevicare anche se siete comodamente seduti in poltrona in riva al mediterraneo.
Poi, quando il riff melodico di Darkday lascia spazio all’accelerazione di scuola Sanity ed all’irresistibile refrain, la pelle d’oca è ormai alta, ma non per conseguenza del freddo.

Tracklist
1. Enter Crypts Below
2. Bled Dry By The Night
3. Hatchet Crimes
4. Hell Marked
5. Darkday (Edge Of Sanity – Cover)

Line-up
Matt Moliti – lead guitar, vocals
Jon Lopez – rhythm guitar
Tyler Butkovsky- bass
Evan Daniele – drums

SENTIENT HORROR – Facebook

Revel In Flesh – Relics Of The Deathkult

Il growl catacombale accompagna questa visita guidata dai Revel In Flesh nell’inferno sulla terra, tra putride atmosfere nelle quali il genere trova la massima espressione fuori dalla sua terra natia.

Tornano i tedeschi Revel In Flesh a due anni di distanza dal monumentale Emissary of All Plagues, un altare costruito in un cimitero abbandonato dove i morti sacrificano i vivi al dio dello Swedish Death.

La band non può che essere considerata come una delle migliori realtà che il death metal di stampo scandinavo possa annoverare di questi tempi , anche se il luogo di nascita del gruppo è da ricercare nel centro del vecchio continente.
Questa volta Haubersson , Maggesson e compagni ci torturano con una compilation di brani usciti solo su 7′, ep o come bonus track nelle versioni degli album in vinile, quindi vanno dall’epoca del debutto (Deathevokation) fino all’ultimo lavoro.
Con ancora due geni all’opera come Dan Swano, a lavorare sui brani senza snaturare il suono originale, e Juanjo Castellano, ad illustrare un altro artwork splendidamente horror, Relics Of The Deathkult è un album imperdibile per i fans del gruppo e per gli amanti del death metal old school suonato al nord nei primi anni novanta.
Mid tempos vengono scolpiti su lapidi inclinate dalla terra smossa dai cadaveri, mentre riff di scuola Entombed sono lame con cui si d° inizio al sacrificio; il growl catacombale accompagna questa visita guidata dai Revel In Flesh nell’inferno sulla terra, tra putride atmosfere nelle quali il genere trova la massima espressione fuori dalla sua terra natia: il risultato è quasi un’ora di grande metal estremo composto da otto brani originali, tutti di spessore tanto che diventa difficile considerarli delle tracce minori, e tre cover pescate dalle discografie di Master, Death e Headhunter D.C.
Relics Of The Deathkult è l’ennesimo lavoro che riconcilia con il genere e mantiene il gruppo tedesco sul podio delle mie preferenze per quanto riguarda il death metal di scuola nord europea: da non perdere per alcun motivo.

Tracklist
1.Bonecrusher
2.Corpus Vermis
3.Chant Of Misery
4.Deathkult
5.Phlebotomy – Blood Dripping Healing
6.Nightrealm Ghouls – The Dead Will Walk The Earth
7.The Ending In Fire
8.Casket Ride
9.Pay To Die (Master – Cover)
10.Mutilation (Death – Cover)
11.Deny The Light (Headhunter D.C. – Cover)

Line-up
Gotzberg – Bass
Herrmannsgard – Guitars
Maggesson – Drums, Guitars
Haubersson – Guitars, Bass, Vocals
Henrikson – Drums

REVEL IN FLESH – Facebook

Valgrind – Blackest Horizon

Blackest Horizon si sviluppa su dieci brani suonati e prodotti in maniera impeccabile: la devastante atmosfera dei brani si poggia su un sound che mette in evidenza il gran lavoro dei musicisti sia nelle ritmiche che negli splendidi intrecci chitarristici, a tratti urlanti sofferenza estrema.

Vi avevamo parlato dei Valgrind in modo entusiastico lo scorso anno in occasione dell’uscita di Seal Of Phobos, ep che confermava il talento estremo dell’ex Raw Power Gianmarco Agosti e dei suoi compagni.

La band emiliana, attiva addirittura dal 1993 con annesso un lungo periodo di silenzio tra il 2002 ed il 2012, torna con un lavoro sulla lunga distanza, dando un seguito ai due precedenti full length Morning Will Come No More e Speech Of The Flame.
Poco tempo è passato tra Blackest Horizon ed il suo predecessore, eppure la band continua a vivere in uno stato di grazia compositivo assolutamente vincente, così che il nuovo album è da considerare come l’ennesima conferma della bontà della scena death metal tricolore.
Quello dei Valgrind è un death metal old school, ispirato alla scena americana dei primissimi anni novanta, un nido di demoni che devastava la Bay Area prima e poi il resto del mondo, dividendosi gli onori dei fans con la scuola scandinava.
Morbid Angel, Deicide, Monstrosity, le ispirazioni sono quelle che hanno forgiato il quartetto fin dagli esordi, quindi niente di nuovo, ma perfetto nel ricalcare il death metal old school.
Blackest Horizon si sviluppa su dieci brani suonati e prodotti in maniera impeccabile: la devastante atmosfera dei brani si poggia su un sound che mette in evidenza il gran lavoro dei musicisti sia nelle ritmiche che negli splendidi intrecci chitarristici, a tratti urlanti sofferenza estrema.
Dall’opener Victorius veniamo travolti da questo combo nostrano, la musica forma una montagna che si sposta sospinta dalla forza estrema: i solos risultano uno più bello dell’altro, l’atmosfera creata favorisce l’ascolto, incollandoci alle cuffie prima che Third And Last, The Empire Burns e le tre parti di Last Angel ci spazzino via, veri tornado estremi di straordinario impatto valorizzati da un bagaglio tecnico impressionante.
I Valgrind confermano la loro ottima forma con un album riuscito e a tratti entusiasmante e i deathsters sono pregati di non lasciarselo sfuggire.

Tracklist
1.Victorius
2.Sunken Temple Of Initiated
3.Third And last
4.The Blackest Horizon
5.Sacrificial Journey
6.The Empire Burns
7.The Fist
8.Last Angel (Into The Unknown)
9.Last Angel (The Psychonaut)
10.Last Angel (Hades Horseman)

Line-up
Daniele Lupidi – Vocals/bass
Massimiliano Elia – Lead and rhythm guitars/keyboards
Umberto Poncina – Rhythm and lead guitars/keyboards
Gianmarco Agosti – Drums

VALGRIND – Facebook

Pungent Stench – Smut Kingdom

Cibo perverso per menti folli che vogliono gozzovigliare con marce sonorità death non sempre fedeli alla linea, ma ricche di personalità e soluzioni geniali.Il commiato dei Pungent Stench è, come sempre, opera avventurosa e pregiata.

E’ un peccato sapere, avendone la conferma da una recente intervista del drummer Alex Wank, che l’avventura dei Pungent Stench sia giunta al capolinea già da molto tempo e non abbia alcuna possibilità di rinascita.

Tante sono le divergenze tra Wank e Martin Schirenc che, dal 2013 ha iniziato a fare attività live con il monicker Schirenc plays Pungent Stench, accompagnato da altri due musicisti che nulla hanno a che fare con la storia di questo leggendario gruppo viennese attivo dal lontano 1988 e autore di alcuni tra i migliori album di death in Europa; quest’anno la Disssonance Records ha avviato un programma di ristampe del loro materiale che vi consiglio di ripescare. Splendidi lavori come Been caught buttering (1990) o For God your soul…for me your flesh del 1987, sono cibo perverso per menti folli che vogliono gozzovigliare con marce sonorità death non sempre fedeli alla linea, ma ricche di personalità e soluzioni geniali. La loro visione depravata, fin dalle copertine sempre particolari e ridondanti, ha tracciato strade intossicanti e impervie partorendo opere non particolarmente sperimentali ma sempre con quel tocco avventuroso che ha impregnato ogni loro opera fino a questo Smut Kingdom, inciso tra il 2006 e il 2007 e che ora pone l’epitaffio sulla loro carriera. Opera bella e cangiante, non facilmente inquadrabile, anche se il drummer riferisce che “i Pungent Stench appartengono agli ’80 e alla prima ondata Death “; brani di media durata lineari, buona capacità melodica, ritmiche variabili mai spinte troppo, aggressività e capacità non comune di saper scrivere songs con un quid peculiare: sembrano ingredienti semplici ma il difficile è rendere ogni brano particolare. Già dall’opener Aztec Holiday queste caratteristiche sono esaltate e in seguito ogni altro brano si ricorda per il gran lavoro alla chitarra di Schirenc (Don Cochino), capace di inventare riff e atmosfere oscure e aggressive ben delineate in un suono death molto carico (Persona non grata e Devil’s work). Forse una produzione lievemente più grezza avrebbe ulteriormente esaltato il tutto, ma sono sottigliezze di fronte a brani che filano decisi e potenti, con assoli che denotano un grande gusto nel ricercare soluzioni non tecnicistiche ma consone al brano; il groove e gli aromi di Brute dimostrano che la band non si è mai seduta sugli allori ma ha cercato di allargare i propri orizzonti, stimolando i nostri sensi. E’ una sfida scoprire cosa apparirà in ogni brano, suoni trash che si sovrappongono a ritmiche death e talvolta qualche rallentamento doom sempre indovinato nello sviluppo del brano. La cover colorata e come al solito ricca di spunti completa un piatto ricco da parte di una band che avrebbe ancora molto da dire e da insegnare, ma purtroppo dobbiamo accontentarci di questo commiato, fortunatamente stampato dalla stimolante etichetta albionica.

Tracklist
1. Aztec Holiday
2. Persona non grata
3. Devil’s Work
4. Brute
5. King of Smut
6. Suicide Bombshell
7. Opus Dei
8. I Require Death Sentence
9. Me Gonzo
10. Planet of the Dead

Line-up
Rector Stench – Drums
Don Cochino – Guitars, Lead Vocals
El Gore – Bass, Vocals

PUNGENT STENCH – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=40FjLPv8-Ew

Kenos – Pest

Pest è un album distruttivo e senza compromessi, con un sound ispirato a quello americano ma assolutamente personale nella sua natura estrema, cattivissimo e perfetto, anche nella produzione e negli arrangiamenti che risultano al top, e quindi imperdibile per gli amanti del metal estremo.

I Kenos possono ormai essere considerati dei veterani della scena estrema tricolore.

Attivi dal 1996 come Underwise e cambiato il monicker nel 2001 nell’attuale Kenos, il quartetto ha dato alle stampe tre full length e due ep, prima di questo devastante lavoro dal titolo che è tutto un programma, Pest.
Licenziato dalla My Kingdon Music (una delle label nazionali più attive e con un roster di alta qualità), il nuovo album dei Kenos è un massacro brutale e devastante, un virus purulento e letale che porta morte e disperazione.
Composto da otto brani, Pest in trentadue minuti circa distrugge ogni anticorpo presente nell’organismo e ci riempie di pustole purulente, mentre Michele Spallieri vomita growl insanguinato, la chitarra di Domenico Conte tesse tele con solos al limite dell’umano e la sezione ritmica composta dal basso di Marcello Fachin e dalla batteria di Sergio Gasparini è un panzer che butta giù le case infettate dalla morte nera.
Tra ratti che si nutrono dei cadaveri infetti, fuochi che si alzano nel cielo scuro e fetore di resti bruciati, un sound tecnicamente impeccabile e al limite del brutal viene attraversato da attimi di melodia gregoriana, in un delirio estremo senza soluzione di continuità.
I Kenos non scherzano, ci investono con la loro furia distruttrice e ci regalano un autentico gioiellino di death metal estremo, violentissimo, ma venato da un’anima nera melodicamente affascinante, un ombra che attraversa le devastanti trame dell’opener Sons Of Martyrdom, della magnifica e tecnicissima Immortal Breath e delle mitragliate di Shooting At The Moon.
Pest è un album distruttivo e senza compromessi, con un sound ispirato a quello americano ma assolutamente personale nella sua natura estrema, cattivissimo e perfetto, anche nella produzione e negli arrangiamenti che risultano al top, e quindi imperdibile per gli amanti del metal estremo.

Tracklist
1. Sons Of Martyrdom
2. B.D.C. (Black Death Curse)
3. Buried And Forgotten
4. Immortal Breath
5. Leave Me Now
6. My Wooden Frame
7. Shooting At The Moon
8. The Sweeper Of Remains

Line-up
Michele Spallieri – vocals
Domenico Conte – guitar, backing vocals
Marcello Fachin – bass
Sergio Gasparini – drums

KENOS – Facebook

Sanguine Glacialis – Hadopelagic

Non ci si annoia tra i tentacoli del Kraken raffigurato sulla copertina, e a tratti ci si esalta, mentre la band ci scarica addosso un’enormità di musica senza confini, stupendo manifesto di cosa può dare il metal estremo al mondo delle sette note se maneggiato da autentici geni come dimostrano di essere i Sanguine Glacialis.

Un album estremo che è uno spettacolo di generi e sfumature, come serpenti in amore che si aggrovigliano lascivi per poi separarsi e tornare all’unisono a formare un muro di suono in movimento perpetuo ipnotico e letale

Furia death metal, tecnica sopraffina, gothic e symphonic e poi divagazioni progressive, jazz, pop e quant’altro passa per la mente di questi geniali musicisti canadesi uniti sotto il monicker Sanguine Glacialis: è musica che riempie lo spazio quella che compone questo bellissimo lavoro intitolato Hadopelagic, composto da un’ora di note che lasciano senza fiato, in un perfetto incontro tra generi diversi spostando il confine del gothic metal verso l’infinito, se ancora il sound del gruppo si può definire tale.
I Sanguine Glacialis strappano un contratto di distribuzione con la Wormholedeath e partono alla conquista degli ascoltatori meno legati ai generi e più aperti alle sperimentazioni, ai quali regalano questo stupendo affresco di musica a 360°, dove la parola d’ordine è stupire con una serie di brani in cui lo spartito viene travolto da una valanga di note senza una loro definitiva collocazione, se non nella musica dei Sanguine Glacialis.
Attiva dal 2012, dopo un primo album (Dancing with a Hanged Man) ed ancora un ep giunono alla definitiva consacrazione, almeno per quanto riguarda la qualità della propria proposta che si avvale, nella sua assoluta originalità, di un songwriting che ha del miracoloso per la fluidità e presa sull’ascoltatore.
Non ci si annoia tra i tentacoli del Kraken raffigurato sulla copertina, a tratti ci si esalta, mentre la band ci scarica addosso un’enormità di musica senza confini, stupendo manifesto di cosa può dare il metal estremo al mondo delle sette note se maneggiato da autentici geni come dimostrano di essere i Sanguine Glacialis.
Prodotto da Chris Donaldson dei Cryptopsy, per Hadopelagic non c’è a mio avviso un altro lavoro al momento che si avvicini per poter solo lontanamente fare un paragone, bisogna solamente sedersi comodi, premere il tasto play e farsi accompagnare dalla musica nel mondo dei Sanguine Glacialis.

Tracklist
1.Aenigma
2.Kraken
3.Libera Me
4.Le cri tragique d’une enfant viciée
5.Funeral for Inner Ashes
6.Oblivion Whispers
7.Deus Ex Machina
8.Missa di Angelis
9.Un ineffable mal-être
10.Monsters

Line-up
Maude Théberge – Vocals & Keyboards
Jonathan Fontaine – Guitar & Backvocals
Remi LeGresley – Guitar & Backvocals
Marc Gervais – Bass & Backvocals
David Gagné – Pavy – Drums

SANGUINE GLACIALIS – Facebook

Hellretic – Lights Out

Sono solo quindici minuti, ma tanto basta agli Hellretic per entrare nelle grazie degli amanti del metal estremo di stampo thrash/death.

Sono solo quindici minuti, ma tanto basta agli Hellretic per entrare nelle grazie degli amanti del metal estremo di stampo thrash/death.

La band romana, attiva dal 2014, è nata dalle ceneri degli Opium Populi e ha subito qualche avvicendamento nella line up, prima di firmare per la Hellbones Records che licenzia Lights Out, ep di quattro tracce più intro di death/thrash metal potente e feroce, pregno di maligni mid tempo e ripartenze devastanti.
Il quintetto ci presenta quattro brani, altrettante mazzate estreme che raccontano tematiche horror dall’impalcatura  death metal e thrash slayerano, in un turbine di violenza ed atmosfere putride;  il growl di Demetrio è brutale e malato, le chitarre soffrono torturate da Piero e Lorenzo, mentre la sezione ritmica martella senza pietà i crani degli ascoltatori sotto i colpi inferti dal basso di Simone e la batteria di Andrea.
Dopo l’intro,Three Evil Mothers ci presenta un sound compatto e diabolico, un concentrato di cattiveria ispirato anche dai Necrodeath ed accentuato nella title track e soprattutto nella letale Evil Dead, brano ispirato dal film di Sam Raimi.
Buon inizio, dunque, per questa realtà estrema in arrivo dalla capitale: se il buon giorno si vede dal mattino seguitela con noi, ci sarà da divertirsi.

Tracklist
1. Intro (Ghosthouse)
2. Three Evil Mothers.
3. Lights Out
4. Devil’s Rejects
5. Evil Dead

Line-up
Demetrio – Growl Vocals
Piero – Guitar
Lorenzo – Guitar
Simone – Bass & Back Vocals
Andrea – Drums

HELLRETIC – Facebook

Bloodshot Dawn – Reanimation

Reanimation è in tutto e per tutto un nuovo inizio per i deathsters britannici, una fiumana di note che si rincorrono su uno spartito estremo che non perde mai il filo conduttore.

Quando la tecnica è messa al servizio del sound si alza la qualità del prodotto, è inevitabile in qualsiasi genere musicale si suoni, figuriamoci nel metal estremo dove ormai la valanga di progressive technical death metal band, che ci piove da tutte le parti, offre album che risultano un mero esercizio tecnico fine a sé stesso.

Gli inglesi Bloodshot Dawn invece abbinano una bravura tecnica elevata ad un sound che pesca tra la sottile linea che passa tra death metal classico, thrash moderno e death metal melodico.
La band è stata ricostruita dal chitarrista ed unico superstite della line up originale Josh McMorran , dopo un paio di full length tra il 2012 ed il 2014 e la firma per Hostile Media.
Ora la formazione dei Bloodshot Dawn vede, oltre a McMorran, Morgan Reid alla chitarra , James Stewart alle pelli e l’italiano Giacomo Gastaldi, aiutati in questo nuovo lavoro dalla partecipazione in veste di ospiti di Jeff Loomis (Arch Enemy, Nevermore), Paul Wardingham, Ken Sorceron (Abigail Williams, The Faceless) e Mendel Bij De Leij (Aborted).
Reanimation è in tutto e per tutto un nuovo inizio per i deathsters britannici, una fiumana di note che si rincorrono su uno spartito estremo che non perde mai il filo conduttore di brani che passano con disinvoltura da parti violentissime ad una spiccata ricerca della melodia, piazzata tra ghirigori solistici dei due axeman e ritmiche che si prendono carico della struttura di brani vari e sempre in bilico tra melodia e violenza.
L’opener Seared Earth, Soul Affliction e la brutalmente progressiva Battle For The Omniverse vi faranno sussultare sulla poltrona, mentre Carcass e Arch Enemy li ritroverete sballottati da questa fantascientifica centrifuga estrema chiamata Reanimation.
Un album suonato ottimamente, perfettamente in grado di battere cassa nel mondo del metal estremo e regalare un po’ di soddisfazioni a questa band.

Tracklist
1. Seared Earth
2. Graviton Nightmare
3. Survival Evolved
4. Upon the Throne of Fear
5. Controlled Conscious
6. Soul Affliction
7. Shackled
8. Battle for the Omniverse
9. DNA Reacquisition
10. Reanimated

Line-up
Josh McMorran – Guitar, Vocals
Morgan Reid – Guitar, Vocals
James Stewart – Drums
Giacomo Gastaldi – Bass

Reanimation Guest Appearances
Jeff Loomis (Arch Enemy, Nevermore)
Paul Wardingham, Ken Sorceron (Abigail Williams, The Faceless)
Mendel Bij De Leij (Aborted)

BLOODSHOT DAWN – Facebook

Sodomized Cadaver – Verses Of Vorarephilia

I due ep uniti formano un gran bell’esempio di estremismo sonoro certamente ancorato alla tradizione, ma senza rinunciare ad una certa personalità.

Si entra nel fabbricato abbandonato dove il puzzo di morte e urina è forte quanto la sensazione di terrore profondo e glaciale ci paralizza gli arti inferiori al cospetto dello scempio di corpi di cui si sono resi protagonisti i Sodomized Cadaver, brutal death metal band proveniente dal Regno Unito.

Verses Of Vorarephilia non è un nuovo album, ma una compilation che racchiude i due mini cd fin qui registrati (Vorarephilia del 2014 e Verses Of Putridity licenziato due anni dopo) dal gruppo e che nella nuova veste formano un brutale esempio di death metal suonato molto bene e dalle ottime idee.
I Sodomizer Cadaver passano dal death metal old school al brutal, inglobando nella loro musica sprazzi tastieristici, outro di cori gregoriani e tanta tecnica mai fine a se stessa.
Ovvio che il genere è quello e blast beat, furia cieca, growl che farebbero scappare un killer seriale, sono il pane con cui la band accompagna il pasto cannibale, mentre i tempi medi offrono un accenno di respiro alla travolgente furia con cui i Sodomizer Cadaver si accaniscono sulle loro vittime.
Questa è una band interessante, che ha diviso i palchi con molti nomi altisonanti della scena brutal/grind/death metal come Brutal Truth, Cattle Decapitation, Exhumed,Cryptopsy e Malevolent Creation, e che oggi si prepara a tornare con il primo vero full length.
Se vi siete incuriositi cercatevi questa raccolta, potrebbere diventare il miglior modo per aspettare buone nuove dalla band.

Tracklist
1. Sodomized Intro
2. Cannibal Butcher
3. Torture
4. Tribunal Savagery
5. Visceral Shredder
6. Weapons of Mass Decomposition
7. Sodomized Outro
8. Skull Fracture Massacre
9. Half Dead Burial
10. Martyrdom
11. Vile Intercourse
12. Vampire of Düsseldorf
13. Rapid Guttural Disfigurement
14. Raped by Ebola

Line-up
Gavin Davies – Drums
Charlie Rogers – Bass
Ollie Jones – Vocals
Ryan Howes – Guitar

SODOMIZED CADAVER – Facebook

Stillborn – Crave For Killing

Crave For Killing è un buon ep per ingannare l’attesa per il prossimo full length, mantenendo intatta la reputazione degli Stillborn come autentica macchina da guerra death/black.

Si torna a parlare dei polacchi Stillborn, demoni di Mielec di cui ci eravamo occupati lo scorso anno in occasione della ristampa da parte dell’attivissima Godz Ov War productions dei primi due demo, usciti a cavallo del nuovo millennio (Mirrormaze & Die in Torment 666).

Gli Stillborn tornano quindi con un ep di cinque brani, questa volta supportati da una produzione più in linea con i tempi e buona per esaltare questa piccola raccolta di inni al male racchiusa sotto il titolo di Crave For Killing.
Come da tradizione il trio luciferino abbatte su di noi tutta la sua malvagità, i brani sono devastanti esempi di death/black metal old school blasfemo e fortemente anti religioso, un abominio estremo supportato da un impatto pesantissimo.
Behemoth in primis, poi tanto black metal old school reso ancora più devastante da iniezioni thrash, fanno di It’s A Sinner e To Be delle vere bombe nere, mentre la conclusiva Staroświeckość we mnie jest, rallenta i ritmi inizialmente creando l’atmosfera giusta per esplodere in un uragano infernale.
Crave For Killing è un buon ep per ingannare l’attesa per il prossimo full length, mantenendo intatta la reputazione degli Stillborn come autentica macchina da guerra death/black.

Tracklist
1.It’s a Sinner
2.To Be
3.Crave for Killing
4.Korowód
5.Staroświeckość we mnie jest

Line-up
Hunger – Bass
Killer – Guitars, Vocals
August – Drums

STILLBORN – Facebook

Depravity – Evil Upheaval

Un album come Evil Upheaval non lascia spazio a indugi o ripensamenti, volto com’è a spezzare catene e certezze all’insegna di un death corrosivo, brutale e nel contempo molto tecnico.

I gusti cambiano e non sempre si ammorbidiscono con il trascorrere del tempo e dell’età. Quando ero più giovane del death metal mi piacevano molto di più le forme più progressive o, comunque, ricche di soluzioni melodiche, ma al contrario oggi riesco ad ascoltarne solo le espressioni più violente ed asfissianti, in stile Immolation per intenderci.

Chi la pensa più o meno alla stessa maniera troverà in questo full length dei Depravity ciò che cerca:
la band australiana, benché sia al primo passo su lunga distanza, è composta da musicisti dal buon curriculum all’interno di una scena sempre foriera di ottima musica: il risultato è un album come Evil Upheaval che non lascia spazio a indugi o ripensamenti, volto com’è a spezzare catene e certezze all’insegna di un death corrosivo, brutale e nel contempo molto tecnico.
Nessuna pulsione innovativa va ad incrinare la compattezza di un monolite sonoro che, ovviamente, necessità d’essere ascoltato da buoni conoscitori del genere, in grado di difendersi dalla gragnuola di colpi inferti dalla band di Perth.
Ma non è solo violenza quella che troviamo all’interno di Evil Upheaval: ognuno dei componenti della band mette in mostra doti tecniche eccellenti, andando a comporre un lavoro d’insieme che eleva i Depravity tra i migliori interpreti attuali del genere già al primo tentativo.
L’album è una cavalcata perigliosa ed inarrestabile, con tracce esemplari per bellezza ed esecuzione come Insanity Reality, ma è una scelta dettata dall’obbligo di pescare dal mazzo un momento che colpisca più di altri, perché ciò che resta da fare è elogiare la grande competenza della band ed una capacità di scrittura che travalica la brutalità fine a sé stessa, per regalare momenti di vera esaltazione del genere (altro esempio è la conclusiva Vile Defloration).
In un mondo in cui sempre più, ogni giorno, la speranza in un’umanità migliore sembra affogare in un liquido maleodorante di colore marrone, i Depravity non ci danno risposte ma sicuramente uno strumento capace di mantenere vive ed in guardia coscienze a forte rischio di assopimento ed assuefazione.

Tracklist:
1. Manic Onslaught
2. Insanity Reality
3. Repugnant
4. Despondency
5. The Great Divide
6. Victimizer
7. Tormented
8. Evil Upheaval
9. Vile Defloration

Line-up:
Louis Rando – Drums
Lynton Cessford – Guitar
Jamie Kay – Vocals
Ainsley Watkins – Bass
Jarrod Curly – Guitar

Metamorphosis – The Secret Art

Quello che impressiona, nell’operato del bravo Boris, è la non comune capacità di disseminare ogni brano di passaggi di grande impatto, siano essi sfuriate di matrice black, piuttosto che assoli chitarristici eleganti e melodici o irresistibili progressioni di stampo prog death/thrash.

Se dopo oltre vent’anni di attività e cinque full length prima di questo The Secret Art, Boris Ascher è ancora qui a proporre un black metal di qualità con il suo progetto solista Metamorphosis, qualcosa vorrà pur dire.

Il fatto che alla guida ci sia un musicista esperto lo si percepisce subito, perché la capacità di manipolare la materia estrema rendendola varia e accattivante senza ricorrere a trucchi da avanspettacolo si manifesta fina dalle prima note della title track, degna apertura di un lavoro che sorprende, perché nonostante il considerevole stato di servizio, i Metamorphosis prima di oggi erano solo una delle molte band che si avvalgono di questo monicker, due delle quali anch’esse tedesche, sia pure del tutto marginali e non più attive da tempo.
A ben vedere il black metal è solo una delle componenti principali di un sound che spazia non poco tra i vari generi estremi, regalando anche ottimo sprazzi di death melodico così come di thrash, ma questo non deve far pensare ad uno scorrimento farraginoso dell’album, visto che l’orecchiabilità è uno dei sui massimi pregi, in virtù di un lavoro chitarristico davvero incalzante e gradevolissimo in ogni frangente.
Quello che impressiona, nell’operato del bravo Boris, è la non comune capacità di disseminare ogni brano di passaggi di grande impatto, siano essi sfuriate di matrice black, piuttosto che assoli chitarristici eleganti e melodici o irresistibili progressioni di stampo prog death/thrash; il tutto viene poi arricchito da una prestazione vocale convincente e da una produzione che non sacrifica alcun elemento dell’album.
The Secret Art è un lavoro che dovrebbe essere apprezzato non poco da chi predilige un black death melodico che abbraccia un ampio spettro sonoro, comprendente Amorphis e Catamenia per sfiorare anche gli Edge Of Sanity, restando nel Nord Europa o, spostandoci più a sud, Rotting Christ e Septic Flesh di inizio millennio, tutte band accomunate da uno spiccato gusto melodico che non va mai a limitare l’impatto del metal estremo che ne costituisce la base fondante.
Non essendoci un solo brano trascurabile nell’album, cito quelli che meglio restano ancorati alla memoria, ovvero God Of The Dead (dalla magnifica progressione chitarristica) e Invictus (trascinante ed in linea con la citata scena ellenica), episodi che trainano agevolmente un resto di tracklist capace di regalare ulteriori soddisfazioni all’ascoltatore.

Tracklist:
1. The Secret Art
2. The Beckoning
3. Night on Bare Mountain
4. As Legions Rise
5. God of the Dead
6. A Fateful Night
7. Holy Wounds
8. Invictus
9. The Crypt
10. Domine Lucifere

Line-up:
Boris Ascher – All instruments, Vocals

METAMORPHOSIS – Facebook