The Picturebooks – Home Is A Heartache

I titoli sono solo un proforma, un modo per dare un senso di inizio e di fine ai deliri contenuti i questo Home Is A Heartache, che non lascia scampo e si insinua come un serpente sotto la coperta.

Se volete ascoltare qualcosa di davvero intenso ed affascinate, un rock capace di contenere nelle sue note diverse anime ed atmosfere come la psichedelia, il blues, lo stoner e l’ alternative, ma scarno ed essenziale, crudo e diretto anche perché suonato solo con chitarra e percussioni, allora Home is a Heartache, nuovo album del duo tedesco dei The Picturebooks, dovrebbe essere il vostro prossimo acquisto.

Il duo tedesco è formato da Fynn Claus Grabke (voce e chitarra) e Philipp Mirtschink (batteria), suona un rock alternativo influenzato dal blues acido e come già detto ingloba varie atmosfere per un viaggio tra il deserto americano tra la polvere lasciata dalle gomme delle moto (altra passione del duo) ed il sole che accieca, stordisce alla pari di sostanze di dubbia provenienza e legalità e ci scaraventa in un mondo di streghe, tra pozioni ricavate dalle sacche velenifere di mortali crotali ed incantesimi sabbatici.
Una lunga jam dove i colpi mortali delle percussioni danno il tempo alla sei corde di torturarci con riff ora dai rimandi alternative, ora ultra heavy, avvolti in un atmosfera southern stoner metal a tratti disturbante.
I The Picturebooks, che voleranno a Londra, dove faranno compagnia ai grandi Samsara Blues Experiment nel Desert Fest in programma ad Aprile, sono arrivati già al quarto lavoro e il trip non accenna a diminuire, scandito dalle ritmiche che fecero da contorno ai riti tribali di vecchi stregoni pellerossa e lunghe marce bluesy, in cui la psichedelia è signora e padrona del sound di questo duo sciamanico.
I titoli sono solo un proforma, un modo per dare un senso di inizio e di fine ai deliri contenuti i questo Home Is A Heartache, che non lascia scampo e si insinua come un serpente sotto la coperta.

TRACKLIST
01. Seen Those Days
02. Wardance
03. Home Is A Heartache
04. Fire Keeps Burning
05. On These Roads I’ll Die
06. I Need That Oooh
07. The Murderer
08. Zero Fucks Given
09. Cactus
10. I Came A Long Way For You
11. Get Gone
12. Bad Habits Die Hard
13. Heathen Love
14. Inner Demons

LINE-UP
Fynn Claus Grabke – Vocals, guitars
Philipp Mirtschink – Drums

THE PICTUREBOOKS – Facebook

https://www.youtube.com/watch?v=U_6tc9vkh1

Inire – Cauchemar

Un album che piace e che ha in un songwriting frizzante la sua maggiore virtù, mettendo da parte le ovvie similitudini con band già note, concentrato solo sull’impatto e l’ottima carica sprigionata dagli Inire.

Gli Inire sono una band proveniente dal Quebec e licenziano il secondo album, dopo aver dato alle stampe il debutto Born the Wicked, the Fallen, the Damned ormai sette anni.

Cauchemar risulta un buon lavoro, senza picchi elevatissimi ci viene proposto un hard rock moderno con le più svariate influenze che passano dal groove metal, al nu metal per passare ad atmosfere southern.
L’album così lascia che le varie tracce ci prendano per mano e ci accompagnino negli ultimi decenni in cui l’hard rock americano ha flirtato con il metal, dando alla luce suoni ibridi colmi sia di tradizione che sfumature alla moda, tenuti assieme da tonnellate di groove.
Quindi se apprezzate ritmiche pesanti e sincopate, chorus che flirtano con il nu metal, ripartenze in stile Pantera e pesantezza southern (dove i Black Label Society sono i maestri), gli Inire sono il gruppo che fa per voi, tra brani ispiratissimi come la devastante hard rock Crash, la nu metal Wide Awake, la panteriana Hell Is Us e la fiammeggiante (in tutti i sensi) Burn.
I primi Soil (quelli dell’irripetibile Scars) sono forse il termine di paragone più calzante e definitivo per il sound del gruppo di Dre Versailles, cantante che non si risparmia e fa correre la sua abrasiva ugola tra le strade impervie che l’album prende a sorpresa ad ogni incrocio, ora con lunghi rettilinei verso l’hard rock, ora con salite e discese ritmiche che portano al metal moderno di matrice, ovviamente, americana.
Un album che piace e che ha in un songwriting frizzante la sua maggiore virtù, mettendo da parte le ovvie similitudini con band già note, concentrato solo sull’impatto e l’ottima carica sprigionata dagli Inire.

TRACKLIST
1.Avidya
2.Wide Awake
3.Next of Kin
4.Endless
5.Crash
6.Hell Is Us
7.Far from Anything
8.Let It Die
9.Lord of the Flies
10.Burn
11.Into the Labyrinth
12.Cauchemar
13.Just a Halo Away

LINE-UP
Wrench – Bass
Memphis – Drums
Action – Guitars
Brody – Guitars, Vocals
Dre – Vocals

DESCRIZIONE SEO / RIASSUNTO

Scarved – Lodestone

Album che cresce con gli ascolti, leggermente monocorde nelle ritmiche ma ottimo nella prova della cantante e in qualche fuga strumentale, Lodestone risulta senz’altro un buon inizio per il gruppo belga.

Da una nazione come il Belgio, avara di tradizione hard rock, arrivano questi ottimi Scarved, pescati dalla Sleaszy Ride, label greca attivissima in questo ultimo paio d’anni con proposte che vanno dall’hard rock al metal estremo.

Il quartetto di Schilde può contare sulla notevole interpretazione della singer Caro, una vera pantera al microfono, dotata di un tono caldo e sensuale, una buona estensione e talento per il genere suonato dai suoi compari che, se si perde nell’ hard rock tradizionale, non manca di valorizzarlo con richiami più o meno espliciti al rock tecnico e dai rimandi progressivi, anche per la bravura dimostrata da Luc Vandessel alla sei corde e dalla sezione ritmica composta da Wim Wuters al basso e Geert Marien alle pelli.
Lodestone dunque risulta una monolitica e potentissima opera tra hard rock, progressive e classic metal: le influenze rimangono ben fissate nel periodo a cavallo tra gli anni settanta ed il decennio successivo, con una serie di mid tempo dove la sezione ritmica detta legge, quadrata e potente, mentre l’ugola della vocalist non fa mancare potenza e drammatica interpretazione.
Notevoli i passaggi strumentali dove la chitarra abbandona le sicure vie del sound proposto, per svariare con solos che tanto sanno di jam tra blues e prog.
Black Sabbath, Rainbow, Led Zeppelin convogliati nello stesso monolitico sound, questo è Lodestone ,che mantiene una buona qualità per tutta l’ora di durata con un paio di picchi, la title track e Fight For Justice.
Album che cresce con gli ascolti, leggermente monocorde nelle ritmiche ma ottimo nella prova della cantante e in qualche fuga strumentale, Lodestone rappresenta senz’altro un buon inizio per gli Scarved.

TRACKLIST
1. Naughty Reflexes
2.Sweet Surrender
3. Battlefield
4. Toxic Rat Race
5. Lodestone
6. Garden Of Eden
7. Heavy Foot Hero
8. Heart Of Rock ‘N’ Roll
9. Fight For Justice
10. Convicted Woman
11. Maiden Voyage

LINE-UP
Caro – Vocals
Luc Vandessel – Guitar and backing vocals
Wim Wouters – Bass and backing vocals
Geert Marien – Drums

SCARVED – Facebook

Omnisight – Power Of One

Mezz’ora di musica progressiva fuori dai soliti cliché in compagnia dei canadesi Omnisight.

Un altro piccolo gioiello underground proveniente dal nuovo continente, precisamente da Vancouver (Canada), arriva a deliziare il sottoscritto che non può esimersi dal farvi partecipi dell’ottimo lavoro svolto dai Omnisight, quartetto di prog metal/hard rock tornato sul mercato con questo ep di cinque brani dal titolo Power Of One.

La tecnica della band è messa al servizio di un hard rock/metal che non disdegna fughe progressive e repentini cambi di ritmo, mantenendo una forte identità alternative che la sottrae da facili riferimenti con i gruppi prog metal (anche se in alcuni casi qualche riferimento ai Dream Theater esce allo scoperto), per avvicinarsi maggiormente ai gruppi americani usciti dal decennio novantiano e troppo superficialmente buttati, all’epoca, nel calderone della musica proveniente da Seattle come i Kings X, a mio parere massima ispirazione per gli Omnisight, insieme ai Racer X di Paul Gilbert.
Certo, non manca di groove la musica del gruppo canadese, a ribadire la forte influenza dell’ hard rock moderno sul sound del gruppo di Raj Krishna e compagni, abili nel saper gestire i vari input per creare una musica progressiva a suo modo lontana dai soliti cliché.
I cinque brani presentati sono tutti molto belli, a partire dall’opener Shift The Paradigm, con gli altri brani che mantengono le caratteristiche di cui si parlava, e lo strumentale Fall Of The Empire che si avvicina allo shred e punta le luci della ribalta sul talento dei quattro musicisti.
Un bellissimo lavoro, un’altra mezzora alle prese con musica progressiva in un contesto alternativo alle solite atmosfere.

Tracklist:
1. Shift The Paradigm
2. Resistance
3. Seven Sisters
4. Fall of The Empire
5. Power of One

LINE-UP
Raj Krishna – Rhythm, Lead guitars and Lead Vocals.
Chris Warunki – Drums
Dave Shannon – Bass and Backing Vocals (Endorsed by Sabian Cymbals and Epek Drums)
Blake Rurik – Lead Guitars

OMNISIGHT – Facebook

Black Map – In Droves

Quindici brani, cinquanta minuti catturati da melodie e arrangiamenti fatti per imprigionare l’ascoltatore nel mondo patinato, delicato, a tratti aggressivo del rock del nuovo millennio.

Alternative rock che a tratti sconfina nel metal, un album che sembra una raccolta di hit radiofonici, magari leggermente ruffiani ma indubbiamente splendenti di un appeal da botto commerciale: In Droves è un vulcano musicale pronto ad eruttare note alternative o il solito lavoro che non andrà più in la di buone recensioni ed un paio di singoli in rete?

Comunque vada, il nuovo disco del trio di San Francisco conosciuto come Black Map, risulta un concentrato di rock che chiunque abbia vissuto (anche superficialmente) gli ultimi trent’anni di musica del diavolo non può non apprezzare.
Rock che trovate sulle radio di tutto il mondo, gustosamente melodico anche se non mancano grintose parte metalliche che avvicinano l’ alternative rock al new metal, contornandolo di graziosi ricami post grunge.
Aggiungete la voce di Ben Flanagan, che segue la corrente e porta la band vicino ai mostri sacri U2, ed avrete un’idea di che tiro commerciale (almeno sulla carta ) può avere In Droves, album sapientemente rivestito di comodi abiti, ultima moda del nuovo millennio.
Con una dose di post rock che fa capolino e mette l’ ombrellino sul cocktail preparato dal gruppo, questa raccolta di brani non manca di affascinare e fin da subito si viene catturati dalle melodie malinconiche, arrabbiate ed intense, di brani scritti per fare immediatamente breccia nei cuori degli alternative rockers.
Quindici brani, cinquanta minuti catturati da melodie e arrangiamenti fatti per imprigionare l’ascoltatore nel mondo patinato, delicato, a tratti aggressivo del rock del nuovo millennio.

TRACKLIST
1.Transit I
2.Run Rabbit Run
3.Foxglove
4.Ruin
5.Heavy Waves
6.Dead Ringer
7.Octavia
8.Transit II
9.No Color
10.Indoor Kid
11.White Fence
12.Just My Luck
13.Cash for the Fears
14.Transit III
15.Coma Phase

LINE-UP
Mark Engles – Guitar
Chris Robyn – Drums
Ben Flanagan – Vox/Bass

BLACK MAP – Facebook

Radio Free Universe – Casa Del Diablo

Casa Del Diablo è consigliato senza riserve ai rockers dai gusti vintage, genere che di questi tempi regala bellissimi lavori come caramelle e dolcetti il giorno di Halloween!

Cosa si suona nella casa del diavolo se non hard rock blues?

Magari come fanno i canadesi Radio Free Universe, che al rock vintage dai rimandi settantiani aggiungono dosi letali di grunge ed alternative così da creare una proposta dall’appeal altissimo e per tutti i gusti.
Ottimo debutto quindi per la band proveniente dal lago Ontario, che dalle frequenze della propria radio riempie l’atmosfera di rock sanguigno con un lotto di canzoni davvero belle e per giunta varie, passando da riff scolpiti sulla roccia scalata da Jimmy Page su The Song Remains The Same, al selvaggio hard rock cantato da Chris Cornell nei primi album dei Soundgarden, senza farci mancare poi atmosfere psichedeliche tipiche degli anni dove comandava la cultura flower power, con sfumature orientaleggianti dal retrogusto acido (Butterfly).
Mixato e masterizzato da Glen Robinson (Voivod) e distribuito dalla Jet Pack, l’album ci accoglie nella casa del diavolo che, passato l’uscio si presenta come un giardino fiorito, un labirinto di musica rock dove ad ogni angolo troviamo le icone della nostra musica preferita intente a riprodurre leggendarie armonie, riprese da una serie di album immortali (Led Zeppelin II, Louder Than Love, Deep Purple In Rock, Southern Harmony And Musical Companion), mentre un buffet di funghi allucinogeni ed insalate di erbe magiche ci aspetta per saziarci e farci perdere tra le stanze e gli anfratti della diabolica casa/giardino.
Ed infatti Magnolia Girl è un blues distorto che ipnotizza, prima che l’atmosfera sixties di The Rest Of Us ci abbandoni tra le sinuose forme di una sacerdotessa hippy, con noi ancora storditi dal riffone di 18 Wheels creato da Page ma suonato da Iommi.
Dirty Little Things è un blues sabbathiano, mentre ci sembra che le armonie acustiche e vocali prese da Led Zeppelin III di Armageddon Road chiudano definitivamente ogni speranza di uscire dall’infernale casa, ma è un attimo ritrovare la strada con le ariose hard rock songs che avvicinano l’album alla conclusione (Rhythm And Bones e Happy)
Esordio più che positivo per la band canadese, Casa Del Diablo è consigliato senza riserve ai rockers dai gusti vintage, genere che di questi tempi regala bellissimi lavori come caramelle e dolcetti il giorno di Halloween!

TRACKLIST
1. American Gun
2. Disclosure
3. 18 Wheels
4. Butterfly
5. DMT
6. Six
7. Magnolia Girl
8. The Rest of Us
9. Dirty Little Things
10. Rhythm and Bones
11. Happy
12. Armageddon Road

LINE-UP
George Panagopoulos – Vocalist, lyricist
Ryan DavieBackup – Vocalist, guitarist
Ashton Norman – Drums
Adam Neumann – Backing vocals, bass

RADIO FREE UNIVERSE – Facebook

Soundscapism Inc. – Desolate Angels

Tra ambient e post rock, il disco dei Soundscapism Inc. si snoda apparentemente lieve e e delicato, entrando però subdolamente sotto pelle dopo qualche ascolto

Secondo lavoro targato Soundscapism Inc., attuale progetto di Bruno A., noto por il suo operato nel recente passato con gli ottimi Vertigo Steps

Chiusa, pare definitivamente, l’avventura in coppia con il vocalist finlandese Niko Mankinen, il musicista lusitano prosegue quindi sulla strada tracciata con l’album d‘esordio, all’insegna di un sound intimista e quasi del tutto scevro di pulsioni rock, in ossequio ad un monicker che rappresenta una chiara manifestazione di intenti.
Desolate Angels è una raccolta di brani per lo più carezzevoli, intrisi di una malinconia contemplativa, che solo di rado subisce qualche strappo, come avviene per esempio in Supernovas After Fever Pitch, canzone molto bella ed orecchiabile (accompagnata da un video) della quale però non condivido la scelta di filtrare la voce di Flavio Silva.
Proprio il cantante dei Left Sun presta la sua ugola educata a tre brani dell’album, mentre in altri casi per la prima volta è lo stesso Bruno a cimentarsi come cantante, con discreti risultati anche se, come spesso avviene in questi casi, il contributo vocale è del tutto funzionale ed asservito al contenuto musicale.
Tra ambient e post rock, il disco dei Soundscapism Inc. si snoda apparentemente lieve e e delicato, entrando però subdolamente sotto pelle dopo qualche ascolto, non potendo fare a meno di apprezzare in toto la qualità che in Desolate Angels viene esibita quasi con ritrosia.
Nonostante la mia parziale idiosincrasia per i lavoro di natura esclusivamente strumentale, andrò contro le mie opinioni affermando che, in questo caso, prediligo i brani che non prevedono un contributo vocale, se non quello occasionale di spoken word (Quintessence) , proprio perché musicalmente Bruno dà il meglio nelle parti più rarefatte, ai confini dell’ambient, potendo esibire al meglio un raffinato gusto melodico, ben esaltato da un eccellente tocco chitarristico e da una produzione cristallina (emblematici in tal senso i tre frammenti intitolati Zwischenspiel – in tedesco “interludio”).
Detto questo, resta il dato certo che la voce del bravo Silva non guasta affatto nelle bellissime Evening Lights, e February North, e lo stesso vale per quella di Bruno nella title track e nella conclusiva Sleep Arrives Under Your Wings.
Desolate Angels si rivela, come auspicato in sede di commento dell’album d’esordio, una naturale evoluzione volta al raggiungimento degli obiettivi perseguiti dal musicista portoghese (oggi di stanza a Berlino), tra i quali l’ideale rappresentazione di scenari sonori in grado di evocare visioni che travalicano le normali percezioni sensoriali e delle quali le splendide immagini presenti nel booklet sono una possibile chiave di lettura (non poco inquietante l’immagine della carcassa dell’aereo che campeggia anche sulla copertina del singolo).
La strada intrapresa è senz’altro quella giusta e non è azzardato immaginare un futuro foriero di ulteriori interessanti sviluppi.

Tracklist:
1.Evening Lights
2.Supernovas At Fever Pitch
3.The Mourning After pt II
4.Zwischenspiel I
5.Desolate Angels
6.Man In The Glass
7.Zwischenspiel II
8.February North
9.Quintessence
10.Low-Fi Man, Hi-Tech World
11.Zwischenspiel III
12.Desolate Angels (reprise)
13.Sleep Arrives Under Your Wings

Line-up:
Bruno A. – all instruments, vocals
Flávio Silva (vocals) on Evening Lights, Supernovas at Fever Pitch and February North.

SOUNDSCAPISM INC. – Facebook

Chrome Molly – Hoodoo Voodoo

Hoodoo Voodoo supera il buon predecessore e la band, ritrovando un minimo di continuità, imprime al sound del disco nuovo smalto e freschezza così che l’ascolto risulta fluido e l’hard’n’heavy della band si riveste di ottime melodie e di un’aggressività degna di giovincelli.

Direttamente dagli anni ottanta arrivano i Chrome Molly, gruppo inglese ai margini del successo ma valido a livello qualitativo, con il proprio sound che ha sempre mantenuto la giusta via di mezzo tra la new wave of british heavy metal e l’hard rock di scuola britannica.

Il gruppo di Leicester ha attraversato gli anni ottanta con lavori che lo portarono a dividere il palco con nomi altisonanti della scuola metallica come Alice Cooper e Ozzy Osbourne, ma non trovò mai il successo fuori dalla scena metallica rimanendo il classico gruppo conosciuto dagli amanti del genere.
Eppure la loro musica rimane anche oggi un buon ibrido tra aggressività dell’heavy metal e la grinta hard rock che richiama la fine degli anni settanta e i lavori dell’epoca di Uriah Heep (a tratti) e UFO.
I Chrome Molly andarono in letargo all’alba degli anni novanta, per tornare dopo ventitré anni (nel 2013) con un nuovo album, il discreto Gunpowder Diplomacy: Hoodoo Voodoo supera il buon predecessore e la band, ritrovando un minimo di continuità, imprime al sound del disco nuovo smalto e freschezza così che l’ascolto risulta fluido e l’hard’n’heavy della band si riveste di ottime melodie e di un’aggressività degna di giovincelli.
La musica condensata in questo lavoro rimane ancorata ai canoni del genere, le varie tracce formano un best of dell’hard & heavy di scuola britannica, con Steve Hawkins a dispensare consigli ai giovani vocalist in procinto di dedicarsi al classic metal, chitarre che graffiano da par loro ed una manciata di brani di alta scuola.
Un accenno ai sempre presente Iron Maiden, specialmente nei solos che prendono fuoco sotto le dita di John Foottit e Sam Flint, e tanto hard rock irresistibilmente britannico, con almeno una manciata di brani dall’alto voltaggio (Can’t Be Afraid of the Dark, Pillars Of Creation (Albion) e Rock For You) ed uno sguardo aldilà dell’oceano con la ballad di frontiera Now That Those Days Have Gone.
In conclusione, un ottimo album ed una band da riscoprire, specialmente se gli anta li avete superati da un po’ e nel genere avete lasciato un pezzo del vostro cuore.

TRACKLIST
01. In The Beginning
02. Can’t Be Afraid Of The Dark
03. Some Kind Of Voodoo
04. Pillars Of Creation (Albion)
05. Now That Those Days Have Gone
06. Indestructible
07. Save Me
08. Rock For You
09. Feeling Pressurised
10. Dial ‘F’ For Freakshow

LINE-UP
Steve Hawkins – voce
John Foottit – chitarra
Sam Flint – chitarra
Nick Wastell – basso
Greg Ellis – batteria

CHROME MOLLY – Facebook

Långfinger – Crossyears

Segnatevi il monicker Långfinger perché tornerà presto a tormentare le serate in compagnia del vostro amato stereo, riempiendo il vostro spazio di ottima musica rock, dove hard sta per potenza e blues per attitudine

Un’altra perla di hard rock vintage arriva a fare il paio con il bellissimo album dei rockers Captain Crimson, a conferma del talento per un certo tipo di rock rinvenibile in terra svedese.

Da Goteborg arriva questo power trio che, sotto il monicker Långfinger, ci strapazza con Crossyears, album dal sound che pesca dalla tradizione ma non manca di sfondare crani sotto macigni ritmici pieni di groove ed un attitudine alternativa che rompe, a tratti, l’alone settantiano che avvolge i brani dell’album.
Pura potenza hard rock, Crossyears parte sgommando con tre brani che lasciano per strada una spessa traccia di pneumatico che brucia sotto il sole e l’asfalto caldo del blues rock, mentre la title track è un’irresistibile traccia semiacustica, attraversata da una solista sanguigna, un inno blues rock d’altri tempi dove i riff hendrixiani fanno da contorno ad un’atmosfera rituale e dertica.
Atlas è comandata da un hammond purpleiano e nel deserto ci accompagna, con i suoi umori stonerizzati e un’atmosfera da sabba perennemente avvolto in un trip da cui non si esce, se non con i ritmi cladi della southern Buffalo, mentre il basso risulta un cuore che batte impazzito sulla potentissima Caesar’s Blues.
Perdendoci in questo trip, dove hard rock e blues fanno da colonna sonora a fumosi viaggi zeppeliniani non è così difficile incontrare note riconducibili ai primi passi dell’hard rock statunitense nato nelle cantine della piovosa Seattle, così che tra una jam e l’altra si finisce per godere di melodie settantiane e hard rock che ricorda i Soundgarden più selvaggi (Window In The Sky).
Segnatevi il monicker Långfinger perché tornerà presto a tormentare le serate in compagnia del vostro amato stereo, riempiendo il vostro spazio di ottima musica rock, dove hard sta per potenza e blues per attitudine.

TRACKLIST
1. Feather Beader
2. Say Jupiter
3. Fox Confessor
4. Crossyears
5. Atlas
6. Silver Blaze
7. Buffalo
8. Caesar’s Blues
9. Last Morning Light
10. Window in the Sky

LINE-UP
Victor Crusner – Vocals, Bass, Keyboards
Kalle Lilja – Guitars
Jesper Pihl – Drums

LANGFINGER – Facebook

Double Experience – Unsaved Progress

Un album che cresce con gli ascolti e ci presenta una band potenzialmente da botto commerciale, tanto è il talento melodico unito alla durezza del metal/rock

Dopo alcuni passaggi in più mi sono convinto che questi tre canadesi non sono affatto male.

Trattasi della rock band dei Double Experience formata dal cantante Ian Nichols, il bassista e chitarrista Brock Tinsley e alle pelli Dafydd Cartwright, un trio niente male che ha dato i natali a questo lavoro, intitolato Unsaved Progress, illuminato da un appeal da primi posti nella classifiche di tutto il mondo, unito alla potenza del groove ed una passione per il metal rock che ne fa un piccolo spettacolo pirotecnico di suoni rock che non mancano di stupire.
Dicevo che mi ci sono voluti alcuni passaggi in più per inquadrare la proposta del trio di Ottawa, proprio perché ad un primo ascolto non si capisce se questi ci sono o ci fanno.
Melodie alternative, un cantato ruffiano che rimane tale anche nei brani più tirati, e tanto hard & heavy che arriva piano ma che, quando esplode, diventa il genere preponderante nel sound dei Double Experience, sempre sostenuto da ritmiche da groove metal band, solos metallici o all’occorrenza solcati da un’attitudine modern hard rock e la voce del singer che, nel suo essere apparentemente dai toni commerciali, smuove montagne ricco com’è di talento melodico.
Una raccolta di hit che vi farà balzare dalla sedia sempre più in alto ad ogni passaggio, anche grazie alla performance chitarristica del buon Tinsley, una macchina da guerra melodica negli assoli e una potenza nei riff di scuola hard rock.
Un album che cresce con gli ascolti e ci presenta una band potenzialmente da botto commerciale, tanto è il talento melodico unito alla durezza del metal/rock: fatevi rapire dal sound dei Double Experience che ipnotizza e colpisce quando meno ve lo aspettate come un serpente di not; la miccia si accende, ci mette quel tanto che basta e quando esplode non c’è scampo.

TRACKLIST
1.So Fine
2.AAA
3.The Glimmer Shot
4.See You Soon
5.Impasse
6.Exposure Exposure
7.Death of Lucidity
8.Godzilla” (Blue Oyster Cult cover)
9.Weakened Warriors

LINE-UP
Ian Nichols – vocals, lyrics
Brock Tinsley – guitars, bass, lyrics
Dafydd Cartwright – drums

DOUBLE EXPERIENCE – Facebook

Arduini/Balich – Dawn Of Ages

Dawn Of Ages, primo lavoro della coppia, è un album sarebbe un peccato trascurare, soprattutto se siete amanti del doom classico e dei suoni progressivi.

Alcuni anni fa (intorno al 2013) lo storico chitarrista Victor Arduini, uno dei fondatori dei prog metallers Fates Warning, chiuse la sua collaborazione con i Freedoms Reign.

L’incontro con il vocalist degli Argus Brian Balich è l’inizio di una collaborazione che porta all’uscita di questo lavoro, licenziato dalla Cruz Del Sur Music ed intitolato Dawn Of Ages.
Al duo si unisce il batterista Chris Judge, ed i tre musicisti si avventurano tra le trame di un doom dai tratti progressivi, ma solido ed aggressivo il giusto per essere considerato un album di musica del destino a tutti gli effetti:
doom classico di derivazione settantiana, unito a quello dei gruppi americani della generazione che ha visto le opere di Saint Vitus e Trouble, ma che non manca di lasciare al chitarrista sfoghi progressivi sulla sei corde che macina riff sabbathiani come una macchina da guerra.
Balich canta con voce rude e passionale mentre i mid tempo, cosi come l’incedere lento accompagna l’immenso lavoro di Arduini alla sei corde.
Chris Judge, arruolato da Arduini con cui ha diviso l’ esperienza con i Freedoms Reign, accompagna il duo con ordine e senza sbavature, mentre l’atmosfera epica dei brani cresce così come la qualità, passaggio dopo passaggio.
Un disco concepito come le opere settantiane, con brani che per la loro lunghezza si trasformano in suite e che hanno nel capolavoro Beyond The Barricade il perfetto sunto del sound creato dal trio, con i suoi diciassette minuti di doom/progressivo intenso e valorizzato da un songwriting di un’altra categoria.
Quasi ottanta minuti di musica con la M maiuscola, sei brani a cui si aggiungono le cover di Sunrise (Uriah Heep), Wolf Of Velvet Fortune (Beau Brummels) e After All (The Dead) dei Black Sabbath.
Un album bellissimo che sarebbe un peccato trascurare, soprattutto se siete amanti del doom classico e dei suoni progressivi, dunque da avere e consumare.

Autore
Alberto Centenari

TAG -1
doommetal

TAG – 2
doommetal

TAG – 3
progressive

Iyezine ?
No

ETICHETTA

TRACKLIST

1. The Fallen
2. Forever Fade
3. Into Exile
4. The Wraith
5. Beyond The Barricade
6. The Gates Of Acheron
7. Sunrise (Uriah Heep – Cover)
8. Wolf Of Velvet Fortune (Beau Brummels – Cover)
9. After All (The Dead) (Black Sabbath – Cover)

LINE-UP

Victor Arduini – guitars / bass
Brian Balich – vocals
Chris Judge – drums

VOTO
8.30

URL Facebook
http://www.facebook.com/arduinibalich

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Void Cruiser – Wayfarer

Lenta possenza, giri acidi, grunge e space desert stoner fanno di questo disco un qualcosa di davvero interessante, dove chi ama la musica pesante troverà la sua raison d’etre.

A chi piace la musica pesante viene difficile spiegarne il perché.

Certamente la musica spiega la propria essenza molto meglio di qualsivoglia discorso, perché solo certe vibrazioni che vogliamo cogliere ci entrano dentro. Di vibrazioni e riverberi questo disco ne è pieno, come di riff e lentissimi ma possenti giri di basso e batteria. In Wayfarer giace l’essenza della musica pesante, che è una materia vastissima, perché al suo interno possono convivere molti elementi e definizioni. In questo caso siamo davanti ad un grandissimo disco di stoner desert estremo con puntate nello space più visionario e psichedelico, degli Hawkwind più lisergici ed interessanti. Il gruppo finlandese fa decollate nello spazio profondo un desert rock molto dilatato, distorto e magnifico. Si parte dal deserto per arrivare a quello che è illustrato sulla bella copertina, ovvero una desolata catena montuosa, che potrebbe sia essere sul nostro pianeta che su qualsiasi altro nell’universo. Ascoltando i Void Cruiser essi tengono fede al loro nome, facendoci viaggiare davvero tanto e lungamente. La voce sussurra quasi nelle nostre orecchie ed ha una forte impronta grunge, perché l’incedere tipico di quel genere è molto radicato in queste composizioni, perché gli Alice In Chains in particolare fanno capolino in desertiche cime lunari, in tute dove viene rilasciato il soma per far sopravvivere i nuovi coloni. I Void Cruiser sono insieme dal 2011, legati prima di tutto da forti vincoli di amicizia cementati dall’amore comune per certe musiche. Nel 2015 hanno esordito positivamente con Overstaying My Welcome, ma Wayfarer è il disco più riuscito fa i due.
Lenta possenza, giri acidi, grunge e space desert stoner fanno di questo disco un qualcosa di davvero interessante, dove chi ama la musica pesante troverà la sua raison d’etre.

TRACKLIST
1. A day on which no man was born
2. I didn’t lie but I know now that I should have
3. As we speak
4. Madonnas and whores
5. Seven years late
6. All over nowhere
7.Maailman kallein kaupunki

LINE-UP
T-Hug – Low Frequency Engine.
V-Salo – Soundscape System.
T-Bag – Battering Apparatus.
S-Salo – Fuzz Machinery & Communications.

VOID CRUISER – Facebook

Danko Jones – Wild Cat

Si arriva facilmente alla fine senza riscontrare il minimo calo di tensione in quanto Wild Cat è un album trascinante e pieno di hit: i Danko Jones sono tornati in forma e tutto gira a meraviglia, lunga vita al rock’n’roll.

Il rock’n’roll è come un gatto e lo sa bene chi ha avuto a che fare con i notturni felini: pigri e sornioni, quando sembrano abbandonati ad un sonno perenne ecco che una scintilla scatena la loro natura selvaggia, ed è il caos …

Wild Cat, ultimo lavoro dei canadesi Danko Jones in uscita per AFM Records in tutto il mondo, tranne nella terra natia del gruppo (in Canada il disco uscirà per eOne), accompagnato da una copertina vintage raffigurante un amico felino tutto grinta e cattiveria, ci consegna un gruppo che, come un gatto, si scrolla di dosso un pizzico di pigrizia creativa uscita nelle ultime prove e sforna la miglior prova da un po’ di tempo a questa parte.
It’s only rock ‘n’ roll ovviamente, ma con Wild Cat i Danko Jones ritrovano uno stato di grazia nel songwriting che permette all’ascoltatore di godere di tutte le caratteristiche della loro musica, ovvero grinta, impatto e urgenza rock’n’roll unita ad un flavour settantiano, che fa da sempre la differenza.
Poco meno di quaranta minuti, durata perfetta per una mitragliata di musica rock sanguigna e ricca di killer songs una più indiavolata dell’altra, fin dall’opener I Gotta Rock, passando per l’irresistibile ritmica di My Little RnR, unica concessione da parte del gruppo alla scena scandinava ed in particolare ai Backyard Babies degli esordi.
Poi è un’apoteosi di hard rock stradaiolo, con i Thin Lizzy padri spirituali della musica prodotta dal chitarrista e cantante canadese ed i suoi degni compari (John Calabrese al basso e Rich Knox alle pelli).
Going Out Tonight gode di un refrain che entra in testa al primo ascolto, l’album risulta come sempre concepito per essere suonato dal vivo, l’elemento migliore per il rock’n’roll e You Are My Woman vi farà saltare sotto il palco ai prossimi concerti del gruppo con Jones sempre più erede di Phil Lynott.
Arrivati alla quarta canzone possiamo sicuramente affermare di esserci divertiti, mentre si avvicina la metà dell’album e si continua a balzare come gatti selvaggi, sulle note di Let’s Start Dancing e la title track irresistibile inno da felini persi nelle strade umide di una metropoli notturna.
Si arriva facilmente alla fine senza riscontrare il minimo calo di tensione in quanto Wild Cat è un album trascinante e pieno di hit: i Danko Jones sono tornati in forma e tutto gira a meraviglia, lunga vita al rock’n’roll.

TRACKLIST
1. I Gotta Rock
2. My Little RnR
3. Going Out Tonight
4. You Are My Woman
5. Do This Every Night
6. Let’s Start Dancing
7. Wild Cat
8. She Likes It
9. Success In Bed
10. Diamond Lady
11. Revolution (But Then We Make Love)

LINE-UP
Danko Jones – Vocals, Guitars
John Calabrese – Bass
Rich Knox – Drums

DANKO JONES – Facebook

Liturgy of Decay – First Psalms (Psalms of Agony and Revolt – First and Early Shape)

Un album oscuro e sinfonico come nella migliore tradizione dark rock metal, dedicato alle anime elegantemente oscure.

Un album che non è solo un’esperienza musicale, ma che con le dovute operazioni multimediali si rivela un’opera completa anche sotto l’aspetto visivo e grafico, fatta di musica oscura, gotica e dark che dalla tradizione ottantiana prende ispirazione e si completa con orchestrazioni e sinfonie sinistre e magniloquenti.

I Liturgy Of Decay sono una one man band francese con a capo il polistrumentista Iokanaan, arrivano solo ora al traguardo del full length, dopo che in più di vent’anni di attività hanno dato alle stampe un ep nel 1999 ed un demo all’inizio del nuovo millennio, giungendo a questo clamoroso parto solo ora.
First Psalms (Psalms of Agony and Revolt – First and Early Shape) è un bellissimo esempio di musica dark/gothic orchestrale, con tutte le caratteristiche per piacere sia ai vecchi fans del dark ottantiano che ai più giovani sostenitori del symphonic gothic metal.
Le caratteristiche peculiari del sound del musicista francese sono una basilare ispirazione alla dark wave storica, ed una sempre presente matrice sinfonica, unico neo del sound, visto che il continuo tappeto armonico dei synth rende leggermente piatto il sound di First Psalms.
Il resto viaggia nel più puro dark/gothic sound, tra Sisters Of Mercy, Lacrimosa e qualche spunto metallico industriale alla Samael, mentre l’oscurità domina lo spartito vampirico delle composizioni.
Un velo di atmosfere gregoriane ammanta i brani di questa opera nera, sfumature liturgiche che si ricreano ad ogni passaggio, mentre la voce, in puro e teatrale dark style, accompagna questa raccolta di gemme di nera nobiltà musicale che trovano nelle superbe Suffering The Idyll, Dispossessed e l’ipnotica Tristiana i momenti più alti.
Un album oscuro e sinfonico come nella migliore tradizione dark rock metal, dedicato alle anime elegantemente oscure.

TRACKLIST
1.Mental Damage
2.Symphony Of Curses
3.Suffering The Idyll
4.Suffering The Ideal
5.Dispossessed (SIC NOC LVCEAT)
6.The Temptation Of Being
7.The Last March
8.Tales Of Betrayals
9.Tristiana
10.Dolores (My Lonely Failure)

LINE-UP
Iokanaan – lead vocals, all instruments (lead and rythm guitar, bass, keyboards and programmings), sound engineering, visuals and graphics.

LITURGY OF DECAY – Facebook

Antier – De La Quimera, El Dolor

L’impressione è che negli Antier la componente strumentale sia messa in subordine allo spoken word, impedendo che sia la musica a costituire il vero fulcro dell’album.

E’ difficile parlare con la necessaria equidistanza di un album che, alla fine, si basa su spoken word declamati in una lingua che non si padroneggia a sufficienza.

L’idea di inserire parti parlate su una base musicale fatta di liquido post rock non è nuova: solo qualche settimana fa abbiamo recensito su MetalEyes l’ottimo album dei The Chasing Monster e questo offre la possibilità di partire proprio da lì per commentare questo lavoro dei catalani Antier.
Se sono simili le coordinate di base, con un sound dall’incedere tra il sognante ed il malinconico a fungere da colonna sonora a testi recitati, sono altrettanto differenti i contenuti e gli esiti: dove la band italiana colpiva nel segno in virtù di una scrittura musicale sempre volta alla ricerca di armonie di cristallina bellezza, gli iberici tendono più a creare un substrato atmosferico privo di decise linee guida melodiche; e se, nel primo caso, due ospiti dalla buona impostazione interpretavano in inglese le parti dei protagonisti di un racconto che per lo più inframmezzava i brani, in De La Quimera, El Dolor la voce enfatica ma di limitata espressività del drummer Santiago Arderiu si erge spesso a protagonista del lavoro, rivelandosi alla lunga piuttosto stucchevole. In sintesi, sembra proprio che negli Antier la componente strumentale si riveli soprattutto un accompagnamento allo spoken word, impedendo che sia la musica a costituire il vero fulcro.
Questo limita non poco la fruizione dell’album, proprio perché vengono meno due elementi chiave quale l’immediata comprensione dei testi, preclusa ai non ispanici, ed una componente musicale in grado di reggersi da sola, se non nei brani che restano maggiormente immuni dall’invadenza verbale, a dimostrazione delle non disprezzabili doti compositive del duo di Barcellona.
Non dubito che chi abbia dimestichezza con la lingua possa gradire maggiormente un lavoro valido dal punto di vista musicale ma che, per tutte le caratteristiche sopra descritte, difficilmente farà un altro giro nel lettore dopo il primo ascolto.

Tracklist:
1.Nada Está Escrito
2.Al Arder Bajo El Cielo
3.Más Allá De La Miseria
4.De La Quimera, El Dolor
5.Sin Dejar De Respirar
6.En Un Último Suspiro
7.Del Hambre, La Desidia
8.Al Final Todo Fue

Line-up:
Santiago Arderiu: Drums and vocals
Victor Gil: Guitars

Guillem Laborda: Keys on 1, 4 & 5
Gemma Llorens: Cellos on 2 & 4
Marta Catasús: Vocals on 4

ANTIER – Facebook

Cold Body Radiation – The Orphean Lyre

Post rock, post metal, gothic, un po’ di black, dolci distorsioni e tanto tanto amore, che è solo differente da quello comune per un disco commovente, bellissimo, e luminoso, tanto luminoso.

Troppo spesso ci dimentichiamo che la musica è il principale veicolo dei nostri sogni, un Caronte che ci porta oltre, superando il nostro quotidiano, trascendendo il tutto. Invece, le note rimangono poveramente intrappolate, in schemi, stilemi, pregiudizi ed altre lenti morti.

I Cold Body Radiation riportano la musica in quota sopra le nuvole e ben al di sopra delle nostre umane facezie. Li ho conosciuti con Deer Twilight ed è stato immediato amore verso la loro triste gioia e la lieve gravità. Qui si superano nuovamente, andando ad addolcire maggiormente i loro suoni, seguendo un chiaro cammino tra Cure, post rock e un cuore che sanguina. Sono carezze, lievi strusciamenti di vite parallele che non potranno o non riusciranno ad incontrarsi mai, perché l’incompiutezza è l’unico segno tangibile e sincero dell’essere umano. Non ci sono mai cali o sbagli in questo disco, tutto fluisce come un fiume di vita, di calore, di gelo, di amore e di odio. Ogni tanto si possono ascoltare le precedenti stimmate del black metal, che anche qui è stato madre feconda per poi lasciare liberi ben presto il proprio figlio. La provenienza è l’Olanda, ma importa davvero poco il come e il quando, qui ci sarete solo voi e la musica, e quest’ultima è qualcosa di incredibilmente emozionante, volando alto come un’anima distaccata dal copro guarderete di sotto e forse capirete. Post rock, post metal, gothic, un po’ di black, dolci distorsioni e tanto tanto amore, che è solo differente da quello comune per un disco commovente, bellissimo, e luminoso, tanto luminoso.

TRACKLIST
1.the ghost of my things
2.sinking of a wish
3.all the little things you forget are stored in heaven
4.at sea
5.the orphean lyre
6.spiral clouds
7.you where missing
8.the forever sun

COLD BODY RADIATION – Facebook

Wheel Of Smoke – Mindless Mass

Un album per riscoprire in modo personale il valore assoluto della musica rock negli ultimi decenni del vecchio millennio, maneggiatelo con cura se vi ci avvicinate, crea dipendenza.

Musica progressiva tradizionale, hard rock direttamente dal periodo d’oro (gli anni settanta) e stoner rock disidratato del sole caldo della Sky Valley, unite tutto questo ben di dio in un unico sound ed avrete tra le mani il nuovo lavoro del gruppo belga, al secolo Wheel Of Smoke, quartetto che si è inventato un album, Mindless Mass, davvero affascinante.

Insieme dal 2005, il gruppo arriva al traguardo del terzo full length, rigorosamente autoprodotto, dopo due opere targate 2011 (In Sense) e 2013 (Signs Of Saturn) ed un ep licenziato in formato digitale lo scorso anno (Enter the Pyramid), continuando così con il nuovo album il suo percorso artistico fatto di ispirazioni ed influenze che formano un pianeta musicale a parte, considerando il sound personalissimo che ne scaturisce.
Si diceva progressive, ed allora non si può non fare i conti con una sezione ritmica che, senza lasciare grosse indicazioni, cambia ritmo ogni attimo, ed in alcuni casi (Degeneration) impregna lo spartito di sangue lasciato cadere dal progressive dei nostrani Goblin o dalle note imprevedibili del Re Cremisi, per poi affondare la lama con letale hard rock psichedelico e stoner, ipnotizzando con dosi letali di Black Sabbath, Sleep e Kyuss.
Con sagacia il gruppo non si dilunga troppo, così che, pur mantenendo un approccio musicale da jam session, i brani scivolano via senza affaticare troppo i giovani ascoltatori, abituati al basso minutaggio delle tracce abituali dei gruppi odierni.
Non mancano le sorprese, l’album risulta un contenitore musicale che spazia nel rock del secolo scorso con una No More TV che ricorda non poco le fughe hard blues di Jimmy Page nei primi anni dei Led Zeppelin (How Many More Times).
Un album per riscoprire in modo personale il valore assoluto della musica rock negli ultimi decenni del vecchio millennio, maneggiatelo con cura se vi ci avvicinate, crea dipendenza.

TRACKLIST
1.Degeneration
2.Ruins
3.Bad Shepherd
4.Unnamed
5.Synchronicity
6.No More Tv
7.Feral

LINE-UP
Filip Remans – Guitar, vox
Erik Heyns – Guitar, vox
Jouk Opdebeeck – Drums
Tristan Michiels – Bass, vox

WHEEL OF SMOKE – Facebook

Tre Chiodi – Murmure

Un album affascinante e sicuramente originale, ma complicato e difficile da’assimilare se non si riesce ad entrare in simbiosi con ciò che i Tre Chiodi vogliono descrivere: per questo c’è bisogno di tempo e della dovuta attenzione nell’ascolto.

Affascinante progetto alternativo, non solo musicalmente parlando, ma anche concettualmente per i temi trattati.

Nato nel 2014, il progetto Tre Chiodi è formato da Babu (batteria), Enrico (voce e chitarra) e Zilty (basso): il loro sound si manifesta urgente, dalla tensione palpabile mentre alternative rock, stoner e grunge nirvaniano si alleano per sommergerci di watts.
Il concept scelto per Murmure riguarda il corpo umano ed ognuno dei nove brani prende ispirazione da una sua parte in una pazza e quanto mai originale proposta.
Passati i primi ascolti e digeriti i testi, a tratti leggermente forzati nel voler essere originali a tutti i costi, rimane l’ottima parte strumentale, dove i Tre Chiodi giocano con il rock alternativo americano degli anni novanta, partendo dal grunge della piovosa Seattle, viaggiando tra il deserto della Sky Valley ed arrivando al noise newyorchese.
A livello lirico i brani sono dei monologhi tra il parlato ed il cantato, mentre la chitarra urla torturata dall’elettricità, il basso pulsa come il cuore affaticato di chi si è perso nel deserto e le pelli si strappano sotto i colpi inferti da Babu.
Cuore, bellissima, intensa ed attraversata da una vena psichedelica, è a mio avviso il punto più alto di questo intrigante ed intricato lavoro, nel quale il trio viene aiutato da ospiti che duettano con Enrico, come Mirko (8ful Strike) e Folake (Hit-Kunkle).
Murmure, che in latino indica il suono dei polmoni mentre respirano, è un album affascinante e sicuramente originale, ma complicato e difficile da assimilare se non si riesce ad entrare in simbiosi con ciò che i Tre Chiodi vogliono descrivere: per questo c’è bisogno di tempo e della dovuta attenzione nell’ascolto.

TRACKLIST
1.Trago
2.Lingua
3.Anche
4.Cuore
5.Denti
6.Vertebra
7.Orbite
8.Colon
9.Capelli

LINE-UP
Babu – Drums
Enrico – Vocals, Guitars
Zilty – Bass

TRE CHIODI – Facebook

TheBuckle – Labbrador

Labbrador piacerà a chi possiede una mente aperta e vuole ampliare i propri orizzonti musicali, senza lasciare nulla d’intentato, per lasciarsi possedere da ritmo che si fa logos molto potente.

Chitarra, voce e batteria, e tutti molto incazzati. Due sole persone ai comandi, che sono Andrea e Maxim insieme nei Unwelcome e nei Kessler.

La formula del super power duo calza alla perfezione, e il tappeto sonoro steso dai due è un hard stoner con tempistiche alla Queens Of The Stone Age, con un taglio molto noise nella costruzione dei banchi di melodie. Questa seconda prova del gruppo piacerà molto a chi ama la musica pesante fatta con cognizione e conoscenza musicale. Quest’ultima permette al duo di usare molti stili diversi per un unico risultato, arrivando ad un risultato notevole ed originale. Forte è anche l’impronta grunge, che si sente nella pesantezza e nella potenza di certi passaggi, perché gli anni novanta hanno lasciato un’eredità molto forte, e qui si sente tutta. Il dinamico duo sforna un disco che ha un ritmo incredibile dentro, come un ouroboros che si morde la coda in eterno, e fortunatamente è anche difficile scegliere un genere per questo gruppo. Si sale e si scende, si percorrono stretti corridoi e poi si cade in mare, per riprendere a correre senza fiato, insomma non ci si annoia mai. Tra le righe si possono sentire molte tradizioni di musica rumorosa, da quella americana a qualche reminiscenza di hard rock britannico, soprattutto in certi ritmi. Labbrador piacerà a chi possiede una mente aperta e vuole ampliare i propri orizzonti musicali, senza lasciare nulla d’intentato, per lasciarsi possedere da ritmo che si fa logos molto potente. Un disco labirintico.

TRACKLIST
1. Evil Sky
2. Goin’ Home
3. Hey You
4. Labbrador
5. Blind
6. Sixty-Two (Featuring Xabier Iriondo)
7. Think (Featuring Xabier Iriondo)
8. Perfect Black
9. Shemale (Featuring Xabier Iriondo)
10. On My Own
11. 12 Seconds

LINE UP
ANdREA
MaXIM

THEBUCKLE – Facebook

Rhino – The Law Of Purity

I Rhino riescono sempre a trovare la giusta concatenazione di note, il ritornello adatto e la sfuriata di classe, ed è gran stoner rock.

Dall’assolata e bellissima Catania arriva questo ottimo gruppo di stoner e fuzz, che fanno musica di gran spessore.

Il loro suono è un distorto e potente stoner rock di forte impronta psichedelica, costruito su jam molto potenti con un groove notevole. Il suono del deserto si sente prepotentemente nel dna di questo gruppo, ma non è derivativo, bensì è ulteriore carburante per il loro suono. Le influenze spaziano temporalmente tra anni settanta e novanta, che sono poi le coordinate spazio temporali comuni a molti gruppi stoner. I Rhino di loro ci mettono una particolare furia, e suonano come fossero dal vivo e i loro concerti devono essere infuocati, perché qui ci sono le stimmate del rock passionale e dionisiaco. L’impronta dei Rhino si sente in maniera netta, il loro suono è molto riconoscibile, tra un incedere rock e momenti maggiormente duri. Tutte le tracce del disco sono coinvolgenti e potenti, tenendo sempre l’ascoltatore incollato alla cassa, trascinandolo come su di un cavallo impazzito nella prateria. Il gruppo catanese sa quando usare l’acceleratore e quando rallentare, e tutto suona davvero bene, di grande effetto. Fondamentalmente qui c’è lo spirito rock, ma non quello finto e strombazzato, bensì quel substrato che anche se fai principalmente stoner ti accompagna come uno spirito guida. I Rhino riescono sempre a trovare la giusta concatenazione di note, il ritornello adatto e la sfuriata di classe, ed è gran stoner rock.

TRACKLIST
1.Intro
2.The Law of Purity
3.Bursting Out
4.Grey
5.Nuclear Space
6.Eat My Dust
7.Nine Months
8.A.&B. Brown
9.Cock of Dog
10.I See the Monsters

LINE-UP
Marco “Frank The Door” – Bass
Seby “Red Frank” – Rhythm Guitar
Alfredo “Lord J.Frank” – Drums
Luca “Frank Real Tube” – Lead Guitar
Niko “Frank The Doc” – Lead Vocal

RHINO – Facebook