A Total Wall – Delivery

In un’epoca di notevole appiattimento musicale e non solo, anche e soprattutto in ambito metal, dischi come questo dei milanesi A Total Wall sono come una birra fresca in mezzo al deserto d’asfalto.

In un’epoca di notevole appiattimento musicale e non solo, anche e soprattutto in ambito metal, dischi come questo dei milanesi A Total Wall sono come una birra fresca in mezzo al deserto d’asfalto.

Nati nel 2009 hanno avuto una lenta e costante maturazione, dovendo gestire al loro interno molte e notevoli forze. Il suono degli A Total Wall è un prog metal potente, molto vicino al djent e con un grande groove. Per orientarsi meglio si potrebbe dire Meshuggah con più melodie e anche più idee differenti. In questo disco, il primo su lunga distanza, il gruppo milanese fa tutto bene, facendo risaltare la sua meticolosità compositiva e la particolare idea di potenza, ovvero di sfogo di energia con un controllo notevole, in maniera da trasformarsi dentro le orecchie dell’ascoltatore. La loro padronanza tecnica è notevole, viene supportata anche da una grande capacità compositiva e tutte le canzoni sono costruite in maniera da non annoiare mai l’ascoltatore. Come detto sopra si spazia in vari generi, e si arriva a costruire un qualcosa che può essere definito new progressive metal, sia per un potenza notevole, sia perché figli di gruppi che vanno oltre il prog metal classico. Le chitarre qui hanno molte più corde del normale, si esprimono in una dimensione difficilmente definibile ma che suona benissimo, e colpisce la tenacia e la coerenza del disegno musicale che hanno tracciato gli A Total Wall, per un disco che è molto strutturato e potente, un moderno labirinto dal quale uscire migliori.

Tracklist :
1. Reproaching methodologies
2. Evolve
3. Sudden
4. Maintenance
5. Lossy
6. The right question
7. Delivery
8. Pure band

Line Up :
Davide Bertolini – drums
Umberto Chiroli – guitars
Riccardo Maffioli – bass
Gabriele Giacosa – vocals

A TOTAL WALL – Facebook

Hitwood – As A Season Bloom

Boccellari non concede neppure un secondo al proprio ego, creando un piccolo gioiello dove la parole d’ordine è emozione e consegnandoci un lavoro strumentale bellissimo.

Potremmo stare giorni, mesi o anni a discutere su quanto importante possano essere gli eventi di massa, lontano dal concerto in senso lato e più vicino proprio alla definizione evento e a quella frase (io c’ero) che diventa sempre più importante della musica stessa.

Poi, dopo avere discusso e litigato, chi dalla parte del fenomeno che unisce un intero popolo, chi invece dà ancora un valore quasi sacrale alla musica, anche e soprattutto al rock’n’roll o al metal estremo, si finisce al cospetto di un lavoro come As A Season Bloom, ep di quattro brani del polistrumentista lombardo Antonio Boccellari, alias Hitwood, reduce da un full lenght uscito lo scorso anno, intitolato When Youngness… Flies Away….
Un amore sconfinato per gli In Flames e il death metal melodico, un talento compositivo di sicuro valore ed il gioco è fatto: la sua musica può scorrere come un fiume di note, tra l’alternativo e l’estremo, piacevolmente strumentale, a tratti sognante, in certi passaggi quasi meditativa, in altri esplosiva e metallica.
Sembra facile a dirsi, ma non è così, i brani che compongono As A Season Bloom hanno una loro vita, anche se il tutto è perfettamente assemblato in un’unica opera musicale per la quale non servono le parole, persi nello spartito di A Spring Glare Where Green Shine the Brightest, piacevolmente progressiva, o nelle trame semiacustiche dell’alternativa Memories from a Gentle Summer Evening.
Tranquilli, il metal estremo è li che aspetta il suo momento, prima melodico e classico in Catch the Autumn Scent, brano a cui manca il canto di Anders Fridén per essere una canzone degli In Flames del periodo Whoracle, mentre il gioco si fa duro con la furia estrema della conclusiva Awaked By A Winter Blast, gioiellino swedish death da applausi.
Boccellari non concede neppure un secondo al proprio ego, creando un piccolo gioiello dove la parole d’ordine è emozione e consegnandoci un lavoro strumentale bellissimo, con una prima parte molto progressiva ed atmosferica che cresce d’intensità col passare dei minuti, per esplodere nell’ultimo brano: da avere e consumare.

Tracklist
1.A Spring Glare Where Green Shine the Brightest
2.Memories from a Gentle Summer Evening
3.Catch the Autumn Scent
4.Awaked by a Winter Blast

Line-up
Antonio Boccellari – Guitars, Bass, Drums

HITWOOD – Facebook

Essenza – Blind Gods And Revolution

Ennesimo ottimo lavoro per la band pugliese che, fuori dai comuni schemi, regala musica per chi sa ascoltare.

Tornano con un nuovo lavoro (il quarto di una storia nata nel lontano 1993) i leccesi Essenza dei fratelli fratelli Rizzello (Carlo, voce e chitarra, ed Alessandro, basso, accompagnati da Paolo Colazzo alla batteria), che danno un seguito al precedente “Devil’s Breath” del 2009.

Il nuovo album propone una mezzora abbondante di hard rock adulto, oscillante tra l’heavy ottantiano, uno spirito rock anni settanta, squisite divagazioni prog ed ottime parti ritmiche: tecnicamente impeccabile, mai ordinario, Blind Gods And Revolution accentua la peculiarità del trio nel non fornire all’ascoltatore troppi punti di riferimento, grazie a suoni ed atmosfere che mutano ad ogni passaggio inglobando il meglio di questi generi in un unico lavoro.
Rimane preponderante, a mio parere, una forte impronta settantiana, iniziando dalla produzione e dal cantato di Carlo Rizzello, il che ne fa un album imperdibile per gli amanti del rock più attempati; originale ed imprevedibile, il sound della band acquista valore col passare degli ascolti, permettendo all’ascoltatore di assimilarne le mille sfaccettature.
Album di non facilissimo ascolto, dunque, e sicuramente non un lavoro usa e getta come ormai siamo abituati a consumare in questi anni in cui tutto corre, bensì ottima musica che va curata, lavorata e fatta propria, lasciando che la moltitudine di note racchiuse nei brani del cd entrino dentro di noi, assaporandone ogni sfumatura, che sia essa rivolta all’heavy o al prog, o addirittura al folk come nella meravigliosa Seagulls In The Night.
I brani si susseguono tra ritmiche martellanti e trame complicate e avvincenti, i generi che di volta in volta ci appaiono tra le pieghe del disco rendono l’ascolto vario, anche se la concentrazione è d’uopo per seguire le molteplici strade prese dalla band e non perdersi all’ennesimo incrocio: i tre musicisti ci stupiscono per la scelta di vie talvolta a noi sconosciute ma affascinanti, giocando pericolosamente con la musica, come un incantatore di serpenti davanti ad un velenosissimo rettile.
Ennesimo ottimo lavoro per la band pugliese che, fuori dai comuni schemi, regala musica per chi sa ascoltare, confermandosi come realtà rock di altissima qualità.

Tracklist:
1. Plastic God (An Autumn Dream)
2. Bloody Spring
3. The Song Inside
4. The Fury of the Ancient Witch
5. Lost and Blind
6. Fight for Change
7. Seagulls in the Night
8. Time (Keep My Memories Alive)

Line-up:
Alessandro S. Rizzello – Bass
Paolo Colazzo – Drums
Carlo G. Rizzello – Vocals, Guitars

ESSENZA – Facebook

Evadne – A Mother Named Death

Una delle espressioni più alte del death doom melodico, collocabile alla pari delle migliori produzioni di Saturnus e Swallow The Sun.

Le doom band, salvo rare eccezioni, hanno dei tempi compositivi lenti e diluiti che corrispondono in fondo ai ritmi del genere suonato.

L’ultimo full length degli Evadne risale ormai al 2012, quando con The Shortest Way si segnalarono come una delle migliori band in circolazione dedite al death doom melodico; il successivo ep Dethroned Of Light, uscito due anni dopo, pareva essere propedeutico ad un’imminente replica di quel lavoro, mentre invece abbiamo dovuto attendere fino ad oggi prima di tornare a godere di nuova musica composta dal gruppo spagnolo.
Per fortuna, come molto spesso accade, la lunga attesa è stata ampiamente ripagata dal livello stupefacente di un album come A Mother Named Death, che non è solo una conferma bensì la vera e propria consacrazione degli Evadne ai vertici della scena.
In poco più di un’ora il gruppo valenciano regala brividi senza soluzione di continuità, mantenendo lo stesso elevato livello di tensione dalla prima all’ultima nota, lasciandolo scemare solo per dare il tempo all’ascoltatore di riprendere il controllo delle proprie emozioni con il breve strumentale 88.6, prima di rituffarsi senza possibilità di riemergere dalle acque plumbee che, metaforicamente, giacciono nel fondo del nostro animo.
La voce di Albert ci scaraventa in abissi di disperazione che solo la bellezza delle melodie riesce a stemperare, assieme a clean vocals, talvolta accompagnate da voci femminili, che paiono offrire un’illusoria ancora di salvezza prima che sia nuovamente l’incedere tragico dei brani a riprendere il sopravvento.
Già detto della traccia strumentale, una leggiadra pennellata di atmosferica malinconia, l’album consta di altre sette autentiche gemme sonore, capaci di sconvolgere emotivamente le menti più sensibili, tra le quali si fatica non poco a scegliere quali ergere ad emblemi dell’opera, anche se Abode Of Distress, Heirs Of Sorrow e Colossal riescono a stupirmi e commuovermi ogni volta, più dei restanti e ugualmente magnifici episodi; in particolare, la seconda delle due beneficia di un afflato melodico che eleva all’ennesima potenza la percezione del valore dell’album, mentre la terza già la si conosceva, trattandosi dell’opener di Dethroned Of Light, eppure in tale contesto il suo cristallino splendore finisce ancor più per risplendere.
In definitiva, qui ci si trova al cospetto di una delle espressioni più alte del death doom melodico, collocabile alla pari delle migliori produzioni di Saturnus e Swallow The Sun.
E proprio a questi ultimi pare ricondurre più di una volta il sound degli Evadne, che già in passato avevano dimostrato di prendere come ideale punto di riferimento, per poi sviluppare una cifra stilistica propria, una delle pietre miliari del genere quale è The Morning Never Came.
Detto questo, a chi avesse da obiettare sull’originalità dell’operato della band iberica, rispondo solo che l’appassionato di doom è diverso da tutti gli altri, in quanto necessita di vedere gratificata la propria sensibilità da una forma d’arte che narri il male di vivere, più o meno latente, presente in ogni essere umano, trovando requie, infine, nel suo smisurato potenziale catartico e lasciando ad altri l’eterna (e per lo più vana) ricerca della pietra filosofale costituita da un qualcosa di totalmente innovativo.
Quindi, il fatto di rinvenire collegamenti più o meno espliciti con la produzione passata di Raivio e soci appare semmai un valore aggiunto (raggiungere quelle stesse vette evocative non può che essere un merito) piuttosto che un aspetto in grado di offuscare il valore di un lavoro che, salvo auspicabili sorprese, difficilmente a fine anno non si troverà sul podio della mia personale classifica.
Per una volta faccio mia una frase contenuta nelle note di presentazione dell’album a cura della Solitude Productions: “l’ascolto di A Mother Named Death vi costringe ogni volta a mostrare le vostre emozioni” e, aggiungo io, non abbiate paura di commuovervi fino alle lacrime, compenetrati dalla musica degli Evadne.

Tracklist:
1. Abode Of Distress
2. Scars That Bleed Again
3. Morningstar Song
4. Heirs Of Sorrow
5. Colossal
6. 88.6
7. Black Womb Of Light
8. The Mourn Of The Oceans

Line up:
Albert Conejero – vocals
Josan Martin – guitars
Jose Quilis – bass
Juan Esmel – drums, vocals
Marc Chulia – guitars

EVADNE – Facebook

Broken Hope – Mutilated and Assimilated

I Broken Hope tornano in un momento prolifico e di ottimo livello per il genere, e un altro pezzo di storia si riprende il suo posto nella scena estrema attuale.

Mancavano i Broken Hope in questo inizio estate all’insegna del death metal, magari non una band di prima fascia, ma comunque una presenza storica nei primi anni del decennio d’oro per il metal estremo dai rimandi classici, gli anni novanta.

Swamped In Gore, il debutto licenziato nel 1991 e poi i quattro monoliti death metal usciti tra il 1993 ed il 1999, avevano consegnato la band alla storia del death metal statunitense, pregno di un’attitudine brutal che li poneva perfettamente a metà strada  tra l’accoppiata Obituary/ Macabre e Cannibal Corpse.
Poi come spesso accade, è arrivato un lungo stop durato tredici anni, durante il quale i Broken Hope hanno perso quel briciolo di notorietà nonché il singer Joe Ptacek, venuto a mancare nel 2010.
Il ritorno nel 2013 con il buon Omen of Disease segnava la riscoperta da parte dei fans del combo di Chicago, confermato da questo nuovo lavoro, che vede saldamente dietro al microfono Damian “Tom” Leski, già a ruggire sul precedente lavoro.
Mutilated and Assimilated esce per Century Media, sarà distribuito in diverse versioni ed inizierà la sua opera di distruzione nella seconda metà di giugno dell’anno di grazia 2017.
Non ci vuole molto per capire di che pasta è fatto il sound del gruppo americano, semplicemente perfetto nell’assecondare tutti i cliché della scuola d’oltreoceano: death e brutal si rincorrono per conquistare il trono su cui verrà sacrificato quest’opera, un vero massacro old school, puro e devastante metal estremo, oscuro, maligno e cattivo come un serial killer in pieno trip da tortura.
I Broken Hope sono musicisti tripallici e lo dimostrano con una forza ed un impeto fuori misura, il muro sonoro innalzato con The Bunker, o la terrificante title track viene abbattuto da una serie di blast beat ed esplosioni ritmiche terribili e poi subito dopo ricostruito con l’arrivo di potente metallo brutale (The Necropants).
Si chiude alla grande con i cambi di ritmo e la varietà di Swamped In Gorehog, mix letale di due brani presi da Swamped In Gore, progressivo e brutale death metal ed ottima conclusione di un album fiero e potente.
I Broken Hope tornano in un momento prolifico e di ottimo livello per il genere, e un altro pezzo di storia si riprende il suo posto nella scena estrema attuale.

TRACKLIST
1. The Meek Shall Inherit Shit
2. The Bunker
3. Mutilated and Assimilated
4. Outback Incest Clan
5. Malicious Meatholes
6. Blast Frozen
7. The Necropants
8. The Carrion Eaters
9. Russian Sleep Experiment
10. Hell’s Handpuppets
11. Beneath Antarctic Ice
12. Swamped-In Gorehog

LINE UP
Jeremy Wagner – guitars
Mike Miczek – drums
Damian Leski – vocals
Diego Soria – bass
Matt Szlachta – guitars

BROKEN HOPE – Facebook

Sektarism – La Mort de l’Infidèle

Pur non essendo e non volendo essere facile, La Mort De L’Infidele è un disco che colpirà al cuore gli amanti del funeral doom e della musica rituale, quindi chi segue i Dark Buddha Rising, i nostri Nibiru, perché la linea è quella, usare la musica come era utilizzata nell’antichità, ad esempio nei riti orfici.

I Sektarism non sono solo un gruppo musicale, ma usano la musica come tramite per celebrare il Signore, facendo dei veri e propri riti sia su disco che dal vivo.

Questi estremisti francesi provengono dalle fila della fratellanza chiamata Apostles of Ignominy, una setta assai misteriosa. Nel 2012 dopo tre ep demo arriva il primo disco Le Son Des Stigmates, che è paradigmatico di cosa vogliono fare. La loto intenzione è di indurre il pubblico e loro stessi in una trance, per portare ad un livello ancora più alto il loro messaggio. Per fare ciò usano un doom molto funeral, ma questa è soprattutto musica rituale, poiché sono molti i passaggi che sono declamati con una jam sotto a spaziare. Come detto poc’anzi qui la musica è un mezzo per produrre qualcosa di superiore ad essa, e in maniera ancora più importante i Sektarism non fanno intrattenimento ma anzi vogliono dare una vera esperienza a chi li si avvicina. Il disco quindi è molto particolare ed affascinante, ed è di per stesso un rito, come lo sarà il concerto, dato che la produzione fonografica è appunto il punto di partenza del rito. Pur non essendo e non volendo essere facile, La Mort de l’Infidèle è un disco che colpirà al cuore gli amanti del funeral doom e della musica rituale, quindi chi segue i Dark Buddha Rising, i nostri Nibiru, perché la linea è quella, usare la musica come era utilizzata nell’antichità, ad esempio nei riti orfici. I pezzi sono lunghissimi e ci si deve immergere dentro e ovviamente non è musica per tutti, ma chi riconosce cosa è questo lavoro lo apprezzerà moltissimo.

TRACKLIST
1.Ô Seigneur
2.Brûle L’Hérétique
3.Conscience, Révolte, Perte de Moi

SEKTARISM – Facebook

Oranjeboom – Here Comes The Boom

Cinque musicisti con il rock americano nel sangue, che loro trasformano in un hard groove moderno, devastante quando vuole far male, sognante e ricco di quella poesia sudista che non lascia scampo.

L’hard rock si impregna di sudore e polvere, la strada brucia sotto le gomme della propria amante a due ruote: Sidewalk, con il suo sound  ci schiaccia la testa ormai spappolata dal sole e lacerata dal groove irresistibile di T.K.O. e delle altre tracce che compongono questo debutto tutto impatto ed attitudine dal titolo Here Comes The Boom.

Colpevoli di tante rotture di crani e ritiri di patente (se provate ad ascoltare l’album mentre guidate) sono gli umbri Oranjeboom, attivi dal 2015 come trio southern acustico ma trasformati in una hard rock band dopo l’entrata degli ultimi due elementi.
La firma con la label napoletana Volcano Records & Promotions e l’uscita dell’album in questa infuocata estate 2017, sono per la band lo scatto bruciante, la partenza a razzo, il diretto nello stomaco che ci voleva per iniziare al meglio la propria storia discografica.
E Here Comes The Boom è quello che gli amanti dell’hard rock moderno, dal groove micidiale, dalle atmosfere e dalle sfumature alternative stoner vogliono sentire, mentre la tradizione sudista è sempre li a farci godere di rimandi ai Lynyrd Skynyrd (Once Again), ai Black Label Society e ai Black Stone Cherry (Stolen Goods) e ai nostri Hangarvain (Bleeding Out).
Cinque musicisti con il rock americano nel sangue, che loro trasformano in un hard groove moderno, devastante quando vuole far male, sognante e ricco di quella poesia sudista che non lascia scampo e ci fa accostare la moto al lato della strada,  ad assaporare l’odore dell’asfalto bollente, segno di un viaggio che è lungi dal terminare.
Detto di una bellissima cover del classico di Stevie Wonder, Higher Ground, in versione stoner, vi consiglio di non perdervi questo bellissimo debutto, stando attenti agli effetti collaterali: un bisogno irrefrenabile di spingere sull’acceleratore e la voglia di mollare tutto ed avventurarsi per un viaggio ai margini della frontiera, accompagnati dalla musica degli Oranjeboom.

TRACKLIST
1. Sidewalk
2. T.K.O.
3. Stolen goods
4. Bleeding out
5. Higher ground
6. Once again
7. Anechoic chamber

LINE UP
Alessio (Smoke) Covarelli – Voice-Guitar
Mauro (Sgrat) Alocchi – Bass Guitar
Claudio (Pit) Patalini – Guitar
Riccardo (Rikki) Baldassarri – Guitar
Francesco (Kendy) Montalto – Drums

ORANJEBOOM – Facebook

Selcouth – Heart Is The Star Of Chaos

Un lavoro ambizioso che ha bisogno di essere apprezzato con la dovuta calma degli ascoltatori più attenti, un’opera che potrà piacere o meno ma indubbiamente di grande originalità.

Album affascinante e di difficilissima interpretazione, Heart Is The Star Of Chaos, debutto dei Selcouth licenziato dalla I, Voidhanger Records, si presenta come un caleidoscopio di influenze e generi musicali assemblati in un unico sound dalle mille sfumature, atmosfere e suoni,

Dietro al monicker si nasconde una multinazionale di musicisti, provenienti da vari paesi del mondo come la Finlandia, la Francia, la Spagna, la Russia e l’Argentina; infatti membri di Khanus, Smohalla, Stagnant Waters, Pryapisme, Fixions, As Light Dies, Aegri Somnia e Monje de Fuego fanno parte di questa colonia di talenti che vanno a comporre una line up interminabile.
Tutta questa abbondanza porta ad un unico risultato, sorprendere l’ascoltatore con sfumature e linee melodiche cangianti, in un’alternanza di musica senza confini , continuamente in movimento tra il bianco ed il nero, l’estremo e la melodia, ma sempre difficilmente catalogabile.
I nove brani formano una lunga jam di musica senza barriere tra l’eleganza del jazz e della fusion, l’intricata melodia del progressive più evoluto e l’irruenza del metal, con voci delle più disparate che si danno il cambio al microfono, per nulla scontate ma perfettamente inserite nelle varie atmosfere dei capitoli che formano Heart Is The Star Of Chaos.
La parola d’ordine è sorprendere e l’album è un viaggio visionario  e pieno di sorprese, dentro un vortice di musica che accoglie in sé lo spirito della musica moderna, progressivamente fuori dagli schemi.
Heart Is The Star Of Chaos è un lavoro ambizioso che ha bisogno di essere apprezzato con la dovuta calma degli ascoltatori più attenti, ed un’opera che potrà piacere o meno ma indubbiamente di grande originalità, posizionandosi a tratti tra le visionarie partiture degli Arcturus e Solefald.

TRACKLIST
1. Strange Before The Calm
2. Nightspirit
3. Gaia
4. Querencia
5. Hopes And Lost Treasures
6. Below Hope
7. Sunless Weather
8. Flying Canopies
9. Rusticus

LINE-UP
Joonas “Sovereign” Juntunen
Markus Liimatainen
Aymeric Thomas
Meltiis
Juuso Juntunen
Mikko Nuorala
Vincent “Slo” Cassar
Andres Ruiz
Oscar “Nightmarer” Martin
Ai Vihervaara
Milja Juntunen
Tuukka Myllymäki

SELCOUTH – Facebook

The Committee – Memorandum Occultus

Dietro alle identità celate c’è una band che maneggia a suo piacimento una materia sempre delicata come il black metal, plasmandolo e trasformandolo in un venefico ed annichilente flusso.

Sono passati circa tre anni dall’uscita di Power Through Unity, primo full length del misterioso combo denominato The Committee, composto da musicisti della scena black metal provenienti da diverse nazioni.

La band, nata come solo project del vocalist igor Mortis, ha la sua base in Belgio, ma al di là della collocazione geografica, ciò che importa è, in effetti, la qualità enorme del black metal prodotto da questo gruppo capace di unire tematiche poco rassicuranti dal punto di vista sociale ad un sound cupo e allo stesso tempo melodico, con più di un momento che va a lambire i confini più epici del genere.
Memorandum Occultus, rispetto al suo predecessore che presentava un contenuto lirico pervaso dall’ossessione per la guerra, riporta la barra sulla contemporaneità mettendo in luce senza falsi moralismi il lato più cinico ed oscuro dei potenti ed i diversi strumenti da costoro utilizzati per soggiogare le masse, mentre lo stile musicale si mantiene saldamente ancorato ad un black strutturato su mid tempo avvolgenti, dall’ampio impatto atmosferico ed evocativo, sicuramente tutt’altro che asettico come il concept potrebbe invece indurre a pensare.
Sei ottimi brani si susseguono così nel raccontare una realtà dalla quale siamo più portati a distogliere lo sguardo per il nostro quieto vivere, risultando piuttosto uniformi nel loro incedere ritmico e, tutto sommato, anche melodico, ma terribilmente convincenti e alo stesso tempo ammantati di un oscura inquietudine.
Se è magnifica Treacherour Teachings – Weapons Of Religion, con tanto di vocalizzi femminili arabeggianti, non sono da meno le altre tracce, nel corso delle quali questi ottimi interpreti del genere non mollano mai la presa, offendo fino alla fine momenti di sicuro impatto emotivo.
I The Committee si confermano molto più di un progetto estemporaneo, capace di colpire soprattutto per l’identità dei suoi membri che si celano anche in versione live presentandosi al pubblico incappucciati: in realtà, dietro ai paraventi c’è una band che maneggia a suo piacimento una materia sempre delicata come il black metal, plasmandolo e trasformandolo in un venefico ed annichilente flusso.

Tracklist:
1. Dead Diplomacy – Weapons Of War
2. Synthetic, Organic Gods – Weapons Of Genocide
3. Golden Chains – Weapons Of Finance
4. Treacherour Teachings – Weapons Of Religion
5. Flexible Facts – Weapons Of History and Chronology
6. Intelligent Insanity – Weapons Methodology And Duality

Line-up:
Igor Mortis – Guitar – Vocals
William Auruman – Drums – Percussion
Aristo Crassade – Guitar – Vocals
Marc Abre – Bass
Urok – Keyboards
Navigator – Guest Vocals

THE COMMITEE – Facebook

Ewigkeit – Cosmic Man

In alcuni momenti, ascoltando Cosmic Man, si possono chiudere gli occhi ed essere davvero in pace col mondo, essendo cullati da una musica che si trasmuta e diventa pura sensazione.

Il prolifico e geniale multi strumentista e produttore James Fogarty ritorna con la sua creatura Ewigkeit per portarci lontane in mezzo agli astri.

James ha partecipato attivamente a molti progetti, tra i quali … In The Woods, ha fondato i Meads Of Asphodel e i The Bombs Of Enduring Freedom, oltre ai più recenti e splendidi Sollertia. Insomma, una personalità che viaggia in direzioni molteplici, e qui ne imbocca una davvero particolare. Sembrava che il progetto Ewigkeit non avesse più spinta e invece la Svart Records a luglio pubblicherà questo ottimo disco, anche se il sound  attuale è molto diverso da quello dei dischi Earache. Qui è davvero difficile, oltreché riduttivo, parlare di generi, c’è una qualità altissima e una varietà di gusti molto ampia. La base è un prog rock che sfocia nel metal, e sicuramente molto è debitore nei confronti del Re Cremisi, e da qui si parte per un viaggio nella galassia più infinita. Il talento di Fogarty è molteplice e lo consociamo già, ma qui assume ulteriore valore quando arriva a comporre certe tracce, come Death is The Portal o Thief In The Sky, intrise di melodie e sensazioni notevoli. Non è solo escapismo, ma ricerca delle potenzialità della nostra mente di indagare profondità sconosciute, viaggiando lontano con il cervello, il nostro motore più potente. Tanta psichedelia indurita dal rock e dal metal, ma anche un immenso lavoro di organo e tastiere, e l’insieme regge benissimo, portando il metal in direzioni ancora da esplorare ma già piacevolissime. In alcuni momenti ascoltando, Cosmic Man, si possono chiudere gli occhi ed essere davvero in pace col mondo, essendo cullati da una musica che si trasmuta e diventa pura sensazione. L’occultismo è qui presente, perché Fogarty è comunque consapevole di certe tradizioni e di certi simboli. Un disco di metal diverso e bellissimo.

TRACKLIST
01.Quantum Eraser
02.Cold Souls
03.Death is the Portal
04.Neon Ghoul Ride
05.Space Horse
06.Running Away from the Circus
07.Thief in the Sky
08.Time Travelling Medicine Man
09.Back to Beyond
10.Two Minutes to Midnight

EWIGKEIT – Facebook

JMP – Jam Movie Project

Una conferma del talento di questi splendidi musicisti, ed un album che dovrebbe far parte della collezione di chiunque abbia a cuore le sorti di queste due forme d’arte che il trio ha racchiuso in un prezioso scrigno.

Molte volte un capolavoro nasce per caso, da un incontro, una collaborazione, oppure uno sguardo o un’intuizione che l’artista mette in musica o illustra si un quadro.

Noi ci fermiamo alle due forme che, unendosi, creano opere monumentali, spesso senza fare a meno l’una dell’altra, facendo innamorare chi l’arte non la vive solo superficialmente: il cinema e la musica.
Torniamo ad occuparci della Qua’ Rock Records e del suo mastermind, il chitarrista Gabriele Bellini (Pulse R. e Hyaena tra gli altri) e del suo sodalizio con la cantante d’opera Claire Briant Nesti, in forza ai notevoli Inside Mankind e protagonista al microfono su Metamorphosis Revisited, dei “nuovi” Hyaena.
Insieme al fido batterista e percussionista Michael Agostini, terzo ed importantissimo tassello di questo fenomenale progetto, i due decidono di dare sfogo alla passione per il cinema con questa spettacolare e personale versione di brani tratti da film famosi ma, a mio parere, non così scontati.
Infatti, tre dei cinque brani prendono ispirazione dal mondo parallelo di Matrix, dalle intricate trame omicide di Saw e dall’atmosfera dark fumettistica del capolavoro Sin City, pellicole di cassetta ma spesso dimenticate nelle preferenze degli abituali frequentatori delle sale cinematografiche.
La grandezza di questo lavoro sta nella cura con cui i musicisti hanno composto questo immenso puzzle, oltre ovviamente alla bravura di una Nesti perfettamente a suo agio nel riproporre in versione operistica le varie atmosfere, usando la sua bellissima voce come un vero e proprio strumento, e un Bellini che fa meraviglie con la sei corde, con l’aggiunta di un drummer che sfoggia tecnica sopraffina ed almeno altre due braccia.
Detto delle bellissime ed oscure Halloween Songs (Saw), Can’t Kill Us (Sin City) e Clubbed To Death (Matrix), il cuore dell’album pulsa di uno splendido mix tratto dalle colonne sonore di alcuni tra i film più belli della storia del cinema più qualche accenno ad icone della nostra musica preferita, in un vortice di sorprese, come se schiacciando il tasto play avessimo aperto una straordinaria scatola musicale che i tre musicisti hanno riempito di sublime arte.
Rock Movie Story “Part One” e Olympics Movie sono due capolavori che non lasceranno indifferenti chi vive di musica a 360°.
Una conferma del talento di questi splendidi musicisti, ed un album che dovrebbe far parte della collezione di chiunque abbia a cuore le sorti di queste due forme d’arte che il trio ha racchiuso in un prezioso scrigno.

Tracklist
1 – Halloween Songs “SAW”
2 – Can’t Kill Us “SIN CITY”
3 – Rock Movie Story “Part One”
4 – Olympics Movie
5 – Clubbed To Death “MATRIX”

Line-up
Gabriele Bellini – Guitars
Claire Briant Nesti – Vocals
Michael Agostini – Drums, percussion

JMP – Facebook

Manilla Road – To Kill a King

Up the hammers, down the nails ! …anche dopo 40 anni risuona fiera la “chiamata alle armi” da parte di Mark “the Shark” Shelton.

In un mondo musicale sempre affannato nel ricercare nuove sensazioni, sempre frenetico nell’accendere e spegnere nuovi generi musicali, è veramente un piacere potersi soffermare e assaporare l’arte di una band attiva da quarant’anni (40!!!).

I Manilla Road del leader Mark “the Shark” Shelton hanno creato un loro suono nel nome del più puro metallo epico di stampo americano, ricco di pathos, oscurità, mai ridondante e purtroppo dallo scarso appeal commerciale.
Strana storia quella dei Manilla Road, sempre sostenuti dai loro fans ma poco considerati a livello commerciale e boicottati da molti ascoltatori ricercanti, forse, un epic metal di più facile impatto; particolare la loro proposta modulata in 17 album ,con alcune vere gemme nel triennio 85-87 (Open the Gates,The Deluge, Mystification), ma con una buona produzione media, varia nel ricercare attraverso il guitar work sempre appassionato, intricato, epicamente melodico e la voce nasale di Mark l’oscura essenza di un suono che non ha trovato moderni epigoni. Le critiche mosse negli anni al leader sono state quelle di non essersi modernizzato con il suo suono, proponendo sempre, con poche variazioni, le stesse atmosfere; sinceramente mi sembra che siano critiche sterili: quando si trova una band che si è creata un proprio sound e rimane coerente con esso, suonando con competenza, passione e sudando “sangue” sui propri strumenti, bisogna solo ammirare e ascoltare con il cuore e non con il cervello. Anche la nuova opera, illustrata da una bella copertina di Paolo Girardi, offrendo dieci nuovi brani per un’ora di durata, ci dimostra come la “penna” dello Squalo, autore di tutti i brani, sia ancora intrisa di particolari idee melodiche intricate ed oscure, con soluzioni atmosferiche intriganti e coinvolgenti; la lunga title track, più introspettiva che classicamente epica, posta in apertura, ha una sentore antico e si conclude con un lungo assolo fluido, ispirato e molto sentito. Fragranze psichedeliche si ritrovano sparse per tutta l’opera (Never Again) mentre i brani più tirati (Conqueror e The Arena) ricordano una volta di più come si deve suonare heavy metal di classe. Dato non scontato, quando si parla dei Manilla Road, anche la produzione è buona, mentre alcune prove recenti ne erano state mortificate (vedi Playground of the Damned del 2011); per rincarare la dose ricordo a chi non si sazia mai di queste sonorità l’uscita del secondo disco del progetto parallelo, gli Hellwell, accreditato all’amico E. C. Hellwell, dove Mark scrive i testi e la musica suonando un heavy più duro, ancora più cupo e orrorifico.
In conclusione, “chapeau” a un artista che alla tenera età di sessant’anni è in grado di emozionare con la sua incontaminata arte!

Tracklist
1. To Kill a King
2. Conqueror
3. Never Again
4. The Arena
5. In the Wake
6. The Talisman
7. The Other Side
8. Castle of the Devil
9. Ghost Warriors
10. Blood Island

Line-up
Mark Shelton – Guitars, Vocals
Bryan “Hellroadie” Patrick – Vocals
Andreas Neuderth – Drums
Phil Ross – Bass

MANILLA ROAD – Facebook

Final Coil – Persistence of Memory

I Final Coil hanno creato un mondo di note rock che vivono di tramonti musicali, un sound che risulta come una giornata che volge al termine e all’imbrunire si tirano le somme delle ultime dodici ore alle prese con il mondo circostante.

E’ più difficile di quanto possa sembrare riuscire a combinare ed amalgamare, in un unico sound, rock alternativo, post grunge e progressive, senza diventare delle copie dei soliti e alquanto depressivi Tool, anche se l’atmosfera rimane intimista in tutta la durata dell’album.

I Final Coil, con il primo lavoro sulla lunga distanza ci sono riusciti, creando un mondo di note rock che vivono di tramonti musicali, un sound che risulta come una giornata che volge al termine e all’imbrunire si tirano le somme delle ultime dodici ore alle prese con il mondo circostante.
Provenienti da Leicester (Regno Unito), con due ep alle spalle ed una fresca firma con la nostrana Wormholedeath, il quartetto britannico, si è nutrito di musica rock sparsa per il vecchio millennio e la rigetta nel nuovo, rielaborata sotto forma di un post rock progressivo ed emozionale, raffinato e mai sopra le righe: progressivo nella più moderna concezione del termine, anche se lasciano ad altri mere partiture tecniche per una proposta senz’altro più emozionale e sentita.
Un rock che non sconfina mai nel metal, mantenendo un approccio a tratti indie, mescolandosi così tra le proposte più cool di questo inizio millennio: Persistence Of Memory è pregno di post rock che varia nei suoi sessanta minuti abbondanti di musica e che prova, riuscendoci, a non erigere barriere, passando con disinvoltura tra i generi e le atmosfere citate.
Ci si deve fermare e dedicarvi tutto il tempo necessario perché brani come l’opener Corruption, la lunga e cangiante Failed Light, l’eleganza del post rock adulto di Lost Hope, facciano braccia in noi prolungando un tramonto ormai passato al buio nostalgico di una notte profonda illuminata dalla luna e dalle raffinate note progressive dei Final Coil.

TRACKLIST
1. Corruption
2. Dying
3. Alone
4. You Waste My Time
5. Myopic 6. Failed Light
7. Spider Feet
8. Lost Hope
9. Moths To The Flame
10. In Silent Reproach
11. Alienation

LINE-UP
Phil Stiles – Lead Vocals; Rhythm Guitar; Lead Guitar; Synths & Programming
Richard Awdry – Lead Guitar; Rhythm Guitar; Vocals; Programming
Jola Stiles – Bass Guitar; Flute
Tony ‘Ches’ Hughes – Drums & Programming

FINAL COIL – Facebook

Horrid – Beyond The Dark Border

Rispetto alla maggioranza dei dischi death metal che stanno uscendo ultimamente, Beyond The Dark Border ha davvero molte cose in più, soprattutto il grande pregio di farsi ascoltare dall’inizio alla fine, senza mai avere il dubbio di lasciarlo in sospeso.

Gli Horrid sono dei veterani della scena death metal italiana, essendo attivi dal 1989, arrivano da Varese e migliorano ad ogni uscita.

Esce per Dunkelheit Produktionen questo Beyond The Dark Border che è una mazzata non indifferente, e che rende noto a giovani e meno giovani che gli Horrid sono tra i migliori Beyond The Dark Border gruppi in Europa. Il loro stile è un misto di scuola scandinava ed americana, dove però vince sulla distanza quest’ultima. Ascoltando il disco si viene calati con prepotenza in un oscuro reame, in cui stalattiti di ghiaccio e polvere sfiorano la nostra faccia e dove il freddo è l’unico dio. Gli Horrid possiedono quel passo superiore nel fare death metal che hanno solo i grandi gruppi, e che fa produrre dischi di grande potenza e pathos. Il massacro non viene mai meno per tutta la durata del disco, ed è davvero piacevole farsi massacrare dalla band lombarda, con la produzione ad assistere validamente il progetto di conquista del vostro stereo, che non ha molta scelta. Rispetto alla maggioranza dei dischi death metal che stanno uscendo ultimamente, Beyond The Dark Border ha davvero molte cose in più, soprattutto il grande pregio di farsi ascoltare dall’inizio alla fine, senza mai avere il dubbio di lasciarlo in sospeso. Questo perché il death degli Horrid è davvero eccellente, cantato e suonato come dovrebbe essere suonato ogni disco del genere. L’esperienza non sarebbe nulla se non venisse supportata da una passione e da una voglia ancora superiori: Beyond The Dark Border è semplicemente un grande disco di death metal senza se e senza ma.

TRACKLIST
1.The Black March
2.Cursed Dunes
3.Blood Painted Walls
4.The Eyes Of Terror
5.The Statement
6.Sacrilegious Fornication
7.Missing End
8.Demonic Challenge
9.Beyond The Black Border

LINE-UP
Belfagor – guitar
Dagon – bass/vocals
Eligor – drums

HORRID – Facebook

Jumpscare – Sowing Storm

EP di debutto per i napoletani Jumpscare, gruppo modern metal che si muove tra furia thrash e muri sonori di stampo metalcore.

I modern thrashers napoletani Jumpscare debuttano per Volcano Records & Promotions con Sowing Storm, ep di tre brani che mette in luce il buon impatto del quintetto.

Attiva da un paio d’anni ma con una buona presenza live, la band dimostra la sua notevole carica metallica, a tratti estrema ma talvolta tenuta al guinzaglio da un approccio alternative metalcore con cui  prova a rendere più cool la proposta, riuscendoci solo in parte.
Infatti i Jumpscare offrono il meglio quando la parte selvaggia del vecchio e mai domo thrash metal prende il sopravvento, risultando invece leggermente forzati nelle parti in cui i ritmi si fanno più marziali e di tendenza.
The Climb è un brano che colpisce nel segno, riuscito nelle melodie senza perdere la carica estrema, segue il brano più thrash dei tre, l’opener My Purifyng Day, mentre con la title track le caratteristiche del sound utilizzato dal gruppo sono ben bilanciate tra furia metallica thrash oriented ed atmosfere core.
Si viaggia nei territori del metal moderno, i brani sono aggressivi e dall’impatto prevalentemente live, un muro sonoro che troverà la sua dimensione sopra un palco ma che ancora deve essere meglio focalizzato in fase di registrazione.
Aspettiamo buone nuove da un eventuale full length, consigliando l’ascolto ai fans accaniti del genere.

TRACKLIST
1.My Purifying Day
2.The Climb
3.Sowing Storm (The day of your dark decay)

LINE UP
Lorenzo Gallo  – Vocals
Salvatore Andrea Ciccarelli – Bass Guitar
Vincenzo Mussolino- Guitar
Graziano Ciccarelli – Drums

JUMPSCARE – Facebook

Death The Leveller – Death The Leveller

E’ difficile oggi trovare qualcuno in grado di proporre il doom, nella sua veste più epica, in maniera così competente e sentita, e credo che non servano altri commenti o aggettivi per indurre chi ama il genere a fare proprio questo splendido ep.

Death The Leveller è una band di recente formazione, composta per tre quarti da musicisti facenti parte dei ben noti Mael Mórdha e con trascorsi e collaborazioni anche in altre due band guida della scena irlandese come Mourning Beloveth e Primordial.

Il sound che ne scaturisce non può, ovviamente, non racchiudere tutte queste diverse pulsioni, rivelandosi un doom epico e dal grande pathos che può ricordare a grandi di linee, per approccio complessivo, quello dei Procession, in particolare per la voce del cantante Denis Dowling, dallo stile non dissimile a quello di Felipe Plaza, anche se il tutto appare meno legato alla frangia più tradizionale del genere per spingersi verso atmosfere pervase da un’accorato senso di ineluttabilità, in ossequio ad un monicker ispirato dall’omonimo poema seicentesco di James Shirley.
L’ep omonimo (di durata pari se non superiore ad uscite classificate come full length) è composto di quattro lunghi brani che sono una vera benedizione per chi ama questa particolare versione del doom: in apertura, i Death The Leveller offrono il brano pubblicato come singolo qualche mese fa, A Call To Men of Noble Blood, emblematico del sound che si trova all’interno del disco, con le tonalità stentoree del vocalist a stagliarsi sopra un tessuto musicale robusto, lineare e sicuramente efficace in ogni suo passaggio.
A seguire, con Gone Forever Fixed cambiano di poco le coordinate, se non per un finale trascinante ed evocativo, riconducibile per pathos ai migliori Primordial.
Dai ritmi più rallentati ed avvolgenti è invece la splendida terza traccia , The Day Before The Night Of Broken Glass, che per intensità ed approccio non va a collocarsi così lontano da quanto offerto recentemente dai Mourning Beloveth, mentre la chiusura è affidata ad una altrettanto riuscita How To Break Pernicious Spells, con il suo incedere allo stesso tempo più plumbeo e drammatico.
E’ difficile oggi trovare qualcuno in grado di proporre il doom, nella sua veste più epica, in maniera così competente e sentita, e credo che non servano altri commenti o aggettivi per indurre chi ama il genere a fare proprio questo splendido ep.

Tracklist:
1. A Call To Men of Noble Blood
2. Gone Forever Fixed
3. The Day Before The Night Of Broken Glass
4. How To Break Pernicious Spells

Line up:
Dave Murphy – Bass
Shane Cahill – Drums
Gerry Clince – Guitars
Denis Dowling – Vocals

DEATH THE LEVELLER – Facebook

Les Chants du Hasard – Les Chants du Hasard

Un ascolto che diventa un’esperienza originale, per un album che sicuramente affascina e divide; quindi o lo si ama alla follia o lo si odia, ma sicuramente non va ignorato, almeno per chi ha il coraggio di confrontarsi con qualcosa di diverso senza pregiudizi.

Ancora oggi, a più di vent’anni dalla loro uscita, i primi due album degli Elend (Leçons de Ténèbres nel 1994 e Les Ténèbres du Dehors due anni dopo), sono considerati come dei capolavori di musica dark ambient e classica, nei quali l’attitudine estrema era assolutamente concettuale e la musica manteneva una sua perfetta connotazione fuori dagli schemi del metal.

Allora qualcuno parlava più di nuova musica classica che di sottogenere metal e non a torto, vista la totale mancanza di strumenti tradizionalmente rock.
Questo nuovo progetto, anch’esso di provenienza transalpina, si avvicina non poco allo stile del magico gruppo franco/austriaco, una one man band che vede il compositore Hazard alle prese con un’affascinate musica orchestrale, profondamente dark e dall’animo black metal, che si evince dall’uso dello scream, nei passaggi vocali, mentre le tastiere disegnano arabeschi sinfonici e drammatici.
Leggermente meno mistica ed occulta rispetto a quella degli Elend, la musica di Hazard è sicuramente più teatrale, creando un’opera che, chiudendo gli occhi, prende forma nella mente come trasposizione artistica sul palco di un teatro dell’orrore.
I sei capitoli seguono un percorso metaforico su dilemmi esistenziali, dunque lasciando ad altri sterili colonne sonore di film fantasy, mentre piano piano la musica di Hazard si fa spazio tra i meandri dell’inconscio, facendosi ad ogni ascolto sempre più profonda, oscura e a suo modo estrema.
Un ascolto che diventa un’esperienza originale, per un album che sicuramente affascina e divide; quindi o lo si ama alla follia o lo si odia, ma sicuramente non va ignorato, almeno per chi ha il coraggio di confrontarsi con qualcosa di diverso senza pregiudizi.

TRACKLIST
1. Chant I – Le Théâtre
2. Chant II – Le Soleil
3. Chant III – L’Homme
4. Chant IV – L’Enfant
5. Chant V – Le Die
6. Chant VI – Le Vieillesse

LINE-UP
Hazard – Orchestrations

LES CHANTS DU HASARD – Facebook

Nargaroth – Era Of Threnody

Era Of Threnody è uno dei momenti più alti della discografia dei Nargaroth e una delle migliori uscite di black metal di quest’anno.

Tornano i tedeschi Nargaroth, uno dei gruppi europei più influenti in campo black metal, e ascoltando Era Of Threnody si capisce facilmente il perché.

Fondati nel 1989 da Kanwulf, pseudonimo di René Wagner, i Nargaroth sono sempre stati dediti ad un black metal ortodosso e capace di ricreare le sensazioni degli esordi del genere, cercando di mantenersi il più possibile fedele allo spirito. Dopo aver cambiato il suo pseudonimo in Ash, Renè continua a guidare il gruppo mantenendolo su livelli qualitativi molto alti, e se prenderete in mano anche questo ultimo disco non vi sbaglierete. I Nargaroth non sono mai stati molto prolifici, questo disco arriva dopo otto anni dal precedente, ed è un richiamo a continuare la battaglia cominciata in Norvegia anni fa, ma da sempre nelle nostra testa. Il disco possiede diversi registri, da un black metal ortodosso non velocissimo ma molto incisivo, a momenti più sinfonici ed epici. La sensazione è di qualità e solidità, di potenza espressa nei termini giusti, ma soprattutto di quelli che rimangono in testa e che fa amare ciò che si ascolta. Il disco si sviluppa molto bene, è prodotto molto bene, e ciò ci fa cogliere tutte le sfaccettature delle ottime composizioni di Renè. Era Of Threnody è uno dei momenti più alti della discografia dei Nargaroth e una delle migliori uscite di black metal di quest’anno. Qui possiamo trovare non solo la tradizione, ma anche una parte importante di storia del genere che continua ad avanzare, accogliendo nuove istanze ma rimanendo fedele più che al suono allo spirito di questa musica, che non è solo musica ma è molto di più.

TRACKLIST
1.Dawn of Epiphany
2.Whither Goest Thou
3.Conjunction Underneath The Alpha Weel
4….As Orphans Drifting In A Desert Night
5.The Agony Of A Dying Phoenix
6.Epicedium To A Broken Dream
7.Love Is A Dog From Hell
8.Era Of Threnody
9.TXFO
10.My Eternal Grief, Anguish Neverending
11.Era Of Threnody – Broadcast (Bonus)

NARGAROTH – Facebook

Thunder Godzilla – Thunder Godzilla

Discone pesante e potente, un macigno stoner che non fa prigionieri, per gli amanti del genere una gradita sorpresa tutta made in Italy.

Andromeda Relix ci stupisce ancora una volta con l’esordio dei Thunder Godzilla, gruppo stoner metal in arrivo da una Padova trasformata nel deserto della Sky Valley.

Il gruppo che accompagna le scorribande del famoso lucertolone in copertina è formato da Marco al basso ed alla voce, da Jonny alle pelli e da Espo alla sei corde, il suo sound è stoner metal doc, potente, devastante e pregno di quell’attitudine desertica dei primi Kyuss,
E sono proprio i Kyuss il gruppo a cui il trio fa riferimento, mantenendo comunque un’ottima personalità che affiora tra le trame fumose di questo pezzo di granito stonerizzato.
L’opener Tokio Avenger, le bordate stonate di Goliath, gli echi doom di Mammoth King fanno da colonna sonora alla distruzione che il rettile gigante perpetra in giro per lo spazio, ancora più profondo se accompagnato dal pesantissimo sound del trio padovano, assolutamente a suo agio nel portare ad un livello più estremo l’approccio di matrice desertica.
Qui si suona il genere senza compromessi, sguaiato, devastante e distruttivo, come lo scodinzolio dell’enorme coda dil Godzilla, mentre paesi e città vengono distrutti da questa apocalisse stoner.
Il sole cuoce crani e carni, la distruzione è computa e mentre la band ci lascia con il massacro beatlesiano di una Day Tripper sconvolta da sostanze illegali, il mostro si allontana, un pesante ammasso di artigli e ruvida pelle che neppure i missili dell’ormai decimata difesa terrestre riescono a scalfire.
Discone pesante e potente, un macigno stoner che non fa prigionieri, per gli amanti del genere una gradita sorpresa tutta made in Italy.

01. Tokyo Avenger
02. Lie to Me
03. Goliath
04. Fears
05. Get Away
06. Psycho
07. Mammoth King
08. Pressure
09. Yoga Fire
10. Black Hammer
11. Day Tripper

Line up:
Thunder Jonny – Drums
Thunder Espo – Guitars
Thunder Hiyuga – bass, vocals

THUNDER GODZILLA – Facebook